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:: Crisis, Alberto Cola, Francesco Troccoli (Della Vigna, 2013) a cura di Marco Minicangeli

1 Maggio 2014

FER013bigNon c’è dubbio alcuno che la capacità di predizione sia uno degli aspetti maggiori della fantascienza. Non l’unico ovviamente – pensiamo, per esempio, alla sua capacità critica o all’aspetto metaforico – ma tra i più importanti. Ecco, è probabilmente da qui che Alberto Cola e Francesco Troccoli sono partiti per assemblare questa antologia, illuminante e coinvolgente al tempo stesso, hanno preso spunto dalla crisi economica (che non poteva non essere anche sociale) che ha abbracciato il mondo intero e rivolgendosi agli autori hanno chiesto di “raccontarci una storia ambientata in una qualsiasi regione terrestre e in un periodo posto a un massimo di cento anni dalla ‘più grande recessione planetaria di tutti i tempi’”.
Il prodotto è stato Crisis, una raccolta di otto racconti di un livello molto buono, curata da Alberto Cola e Francesco Troccoli per la collana Fermenti dell’editore Della Vigna.. Gli autori che vi hanno partecipato si sono cimentati con gli aspetti più svariati di questo difficile momento e hanno ipotizzato le situazioni più fantasiose, sempre però con un occhio al reale. Insomma, non fantasia pura, ma il tentativo di immaginare il mondo-a-venire. Abbiamo così, il racconto “Nove anni” di Giulia Abate, una specie di legge del contrappasso, una controstoria dei flussi migratori che in Italia, contrariamente quanto è avvenuto in altri paesi, non siamo mai riusciti a far diventare una risorsa e con la buffonesca intransigenza leghista e fascista abbiamo di fatto rinunciato a gestire. Con il pluripremiato Donato Altomare (“L’anima del diavolo”) abbiamo invece un racconto tutto sommato pieno di speranza dove il calcio ha ormai assunto la valenza di una sorta di guerra tra Comuni. Ecco, forse è proprio il termine speranza che meglio ci sembra definire Crisis, una raccolta di storie mai buoniste, ma come le hanno definite gli stessi curatori “umaniste”. Prendiamo, altro esempio, “La saggezza delle montagne” di Francesco Grasso, altro Premio Urania, dove si ipotizza un nuovo inizio e un ritorno alla terra. A questa storia quasi bucolica fanno da contraltare racconti più duri in cui si ipotizza la tentazione dell’avvento dell’uomo forte (o dell’ideologia dominante) come unico strumento per uscire dalla crisi.
Cos’altro dire? Che il libro è stato pubblicato nella doppia versione cartacea ed elettronica e questa ci sembra un’ottima scelta, e che la copertina di Luca Frasca (molto bella) è evocativa e al tempo stesso provocatoria. Da leggere.

Alberto Cola, classe 1967, è un autore di fantascienza. Suoi racconti sono stati pubblicati in antologie di vari editori tra i quali Mondadori, Il Cerchio, Ennepilibri, Delos Books, Perseo Libri e altri, e sulle riviste Robot, Writers Magazine Italia, Selezione dal Reader’s Digest, DEV e in Francia su Lunatique. Nel 2010 il romanzo Ultima pelle viene edito da Kipple mentre, sempre nel 2010, viene pubblicato su Urania il romanzo Lazarus, vincitore del Premio Urania 2009. Nel 2011 vede la luce l’antologia Mekong (Delos Books) che racchiude tredici dei suoi migliori racconti, antologia introdotta dalla prefazione di Valerio Evangelisti. (Fonte Wikipedia)

Francesco Troccoli, è nato a Roma nel 1969. Autore di  racconti e romanzi di fantascienza, tra cui Ferro sette (Curcio Editore) e a cui segue nel 2013 sempre con lo stesso editore Falsi Dei.

:: Da Pompei a Roma: Anthony Riches, Russell Whitfield e Ben Kane

30 aprile 2014

antichi romaniAllora, la vita è bella perché è varia. Oh, capitano anche le cose belle nella vita non fate quei musi, e a volte noi ne siamo gli artefici, come in questo caso. Anthony Riches e Ben Kane, due autori di romanzi storici di ambientazione romana che ho avuto il piacere di intervistare, più un amico, vestiti da romani, con troupe cinematografica al seguito, si sono messi in testa di raccogliere fondi per Medici senza frontiere, una charity veramente indipendente sempre in prima linea per aiutare le vittime della guerra e delle malattie, e Combat Stress, una charity che aiuta i veterani inglesi profondamente traumatizzati dalle loro esperienze di guerra. Direte che sono pazzi. Sì, sono pazzi, ma per una buona causa, per cui sono felice di segnalare la loro iniziativa. Tony, Ben e Russell Whitfield, partiti da Pompei arriveranno a Roma, al Colosseo questo sabato, vestiti di tutto punto da legionari romani, con calzari, tuniche, e tutto l’armamentario. 120 miglia hanno fatto! Se potete contribuire in qualche modo questo è il link: qui

Se volete anche solo seguire l’iniziativa questo è la pagina Facebook: https://www.facebook.com/anthony.richesauthor

Se siete di Roma e volete andare ad assistere al loro arrivo al Colosseo potete mettervi in contatto al suo account twitter @ anthonyRiches

:: Athos. Vita, avventure segrete e morte presunta di un personaggio Alberto Ongaro, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 aprile 2014

Athos-660x1067I personaggi dei Moschettieri di Francia, realmente esistiti nella Storia anche se magari non con le valenze romanzesche di Dumas, hanno ispirato più di una volta anche altri autori, attratti da questo mondo ricco di avventure, intrighi, duelli, in cui si rileggevano pagine fondamentali del passato glorioso d’oltralpe, a cominciare dal fondamentale Seicento, secolo dell’assolutismo regio, ma anche di nuovi fermenti che non tardarono poi a manifestarsi.
Stavolta è il turno di Alberto Ongaro, romanziere italiano, anzi veneziano, che ha al suo attivo vari romanzi storici, con come secolo d’elezione il Settecento. Stavolta si sposta nel Seicento, per raccontarci la storia di Athos, forse il moschettiere più tormentato, già marito della perfida Milady, che l’autore ci presenta morente, mentre attende notizie del figlio, nato anni dopo le sue avventure con i compagni, disperso in una guerra dove è andato a combattere per ordine del re, e chi ha letto Il visconte di Bragelonne, terzo libro della serie, lo ricorderà senz’altro.
Tra sogno e ricordo, Athos ricorda una sua avventura prima che diventasse moschettiere del re, e prima di incontrare Porthos, Aramis e D’Artagnan, quando durante un viaggio nel Mediterraneo naufragò, rifiutando di entrare nell’Ordine dei cavalieri di Malta e accettando un incarico ancora più rischioso, con sullo sfondo non la Francia ma la Serenissima cara al suo autore.
Non un seguito, quindi, ma un prequel, un antefatto ad un personaggio indimenticabile, con cui Alberto Ongaro omaggia quello che resta il massimo autore occidentale di romanzi d’avventura a sfondo storico, mettendoci del suo, ricordando che quel mondo creato oltre un secolo fa è patrimonio di tutti.
Un libro agile, forse troppo breve, tra mille colpi di scena e con un finale che si chiude sul continua caro a Dumas, a voler sancire che gli eroi comunque restano immortali, anche quando sono sul letto di morte, e ci sarà sempre un qualcuno che penserà a loro. Il sottotitolo del libro è Vita, avventure segrete e morte presunta di un personaggio, a sottolineare questo, e il motto in copertina recita Il tempo è quel luogo dove qualcuno aspetta qualcun altro che non arriva: tutto per sottolineare l’immortalità di un personaggio.
Il libro è da consigliare agli appassionati di Dumas, che non troveranno il loro personaggio stravolto, ma solo arricchito di altre avventure, che tra l’altro si riferiscono a fatti meno noti della Storia europea, ma fondamentali per gli equilibri di allora. Ma Athos vuole anche essere una riflessione sul senso della vita e dell’avventura, di fronte alla sua fine, sull’eroismo in una prospettiva più ampia, sull’essere eroe e saper vivere oltre la propria vita.
Alberto Ongaro, classe 1925, parla senz’altro di cose che ama e che sentirà solo, mostrando una gioventù d’animo nel voler coltivare l’avventura in senso classico, quella dei libri di Dumas, Salgari e altri, un genere oggi stranamente non molto praticato ma sempre gradito dai lettori, forse perché alla fine è uno dei primi ad appassionare alla lettura, in giovane età.

Alberto Ongaro Vive a Venezia, la sua città da sempre. Ma nella sua vita avventurosa, che l’ha visto per molti anni inviato speciale per «L’Europeo», ha viaggiato in tutto il mondo e soggiornato a lungo in America del Sud e in Inghilterra.
Narratore, giornalista, sceneggiatore di fumetti (a lungo collaboratore e intimo amico di Hugo Pratt), è autore di diversi romanzi, tra cui La taverna del Doge Loredan e La partita, premiato con il Super Campiello nel 1986. Con Piemme ha pubblicato inoltre Il ponte della solita ora, La versione spagnola, La maschera di Antenore, Interno argentino, Un uomo alto vestito di bianco.

:: Sogni di marzapane, Danila Bonito, (E/O, 2014) a cura di Elena Romanello

29 aprile 2014

sogni-di-marzapane1-188x300In molti ricordano il volto di Danila Bonito, giornalista, conduttrice di telegiornali Rai e inviata speciale dalla carriera ormai trentennale in tanti programmi di approfondimento e inchiesta oltre che nei tg.
Sogni di marzapane permette di scoprire un altro volto di questa donna e professionista italiana, quello della sua malattia, il diabete, che secondo i medici che la visitarono da ragazzina le avrebbe dovuto impedire di diventare adulta, e con cui ha convissuto spesso nascondendolo, come accadde quando fu assunta in Rai, quando preferì tacere questo suo problema, che non le ha impedito di svolgere al meglio il suo lavoro ma le ha creato non pochi limiti.
Le pagine del libro raccontano il percorso di studio, lavoro e carriera di uno dei volti ancora oggi più amati ma anche questo segreto, a tratti imbarazzanti: perché il diabete, malattia che colpisce persone di ambo i sessi e delle età più diverse, circondata, più ancora di altre, di vari tabù e anche dalla convinzione che si fa poco per cercare un modo per guarirla definitivamente, preferendo puntare su farmaci come l’insulina che lo tengono sotto controllo ma non sono risolutivi.
Danila Bonito convive con il diabete fin da ragazzina, e racconta attraverso questa malattia, le cure, i continui ricoveri, la sua carriera, tra voglia di vivere e andare oltre i propri limiti e un problema con cui fare i conti, ma anche gli incontri, le amicizie, gli amori, il tutto alla fine influenzato da questo male oscuro e poco noto ai più, che lo vedono spesso solo come una conseguenza di eccessiva golosità e quindi come qualcosa che si è cercato.
Un libro, Sogni di marzapane, da leggere per vari motivi, e non solo per scoprire qualcosa di più su un personaggio che si è imparato ad apprezzare attraverso la televisione. Il coraggio di parlare del diabete dal di dentro è importante per capire una condizione che può verificarsi in tutte le famiglie, tra l’altro esistono due tipi di questa malattia, ma anche di vedere con occhio diverso le persone affette dalla patologia che si possono incrociare sul lavoro, a scuola, tra gli amici, nel mondo insomma.
Interessante anche la vita dell’autrice oltre la malattia, il racconto della sua ascesa professionale, come rivalsa contro il male che la affliggeva, come specchio di un’epoca in cui sembrava ancora lecito avere delle aspirazioni e in cui accadevano fatti anche importanti.
Danila Bonito non ha mai potuto fare l’inviata, ma si è occupata comunque di tante tematiche e problematiche legate al giornalismo, in particolare sulle donne, e dopo aver raccontato le storie di tante donne stavolta ha voluto raccontare la sua di storia.
Al momento la giornalista sta attraversando un periodo sabbatico in Rai, dove ha sospeso la collaborazione, e si è concentrata su Sogni di marzapane, ma conta quanto prima di riprendere a condurre trasmissioni e a fare il suo lavoro, scrivere, fare cronaca e raccontare le storie di tutti.

Danila Bonito è nota al grande pubblico come giornalista RAI, dove è stata per anni inviato speciale e conduttrice di telegiornali, inchieste e programmi di Rai Uno e Rai Due.

:: Regine Deforges (1935-2014) a cura di Elena Romanello

28 aprile 2014

regineIn questo ultimo mese non ci ha lasciati solo Gabriel Garcia Marquez, ma anche un’ altra autrice, molto amata in Francia ma nota anche in Italia, soprattutto una ventina d’anni fa, quando conobbe una notevole stagione di successo.
Regine Deforges, classe 1935, se ne è andata dopo una breve malattia, e fin dall’adolescenza aveva mostrato ribellione e anticonformismo. Negli anni Quaranta scandalizzò i benpensanti del paesino di Montmorillon per un amore proibito allora per una coetanea, da adulta lavorò come libraia e fu la prima donna in Francia a fondare una casa editrice, specializzata in romanzi erotici, beccandosi anche querele e sequestri.
Negli anni Ottanta creò un’immagine forse più tranquillizzante di sé scrivendo la saga al femminile La bicicletta blu, che racconta le avventure di una giovane donna, Lea Delmas, partigiana durante la Seconda guerra mondiale e poi cacciatrice di nazisti, trasposta una quindicina d’anni fa in tv con una giovanissima Laetitia Casta. La bicicletta blu le valse un processo per plagio da parte degli eredi di Margaret Mitchell, l’autrice di Via col vento, che vedevano troppe somiglianze tra la vicenda di Lea e quella di Rossella O’Hara: dopo varie condanne, Regine Deforges fu assolta, anche perché l’eventuale analogia era solo iniziale, poi le vicende si sviluppavano, in maniera abbastanza ovvia, diversamente.
In Italia i primi tre libri della serie, La bicicletta blu, Avenue Henri Martin 101 e Le vigne di Montillac, uscirono con molto successo negli anni Ottanta, per Rizzoli e con le copertine realizzate niente meno che da Milo Manara. Due dei libri successivi, Nero come un tango e Sulla via della seta, uscirono invece per Salani, mentre restano inediti tutti i libri successivi. Sempre della Deforges in Italia era uscito negli anni Ottanta ancora per Rizzoli Sotto il cielo di Novgorod, storia di una principessa francese che nel Medio Evo diventò regina della Russia.
Purtroppo i libri di Regine Deforges in Italia non sono più reperibili se non nel mercato dell’usato e in qualche biblioteca, e non sarebbe male che il triste evento della sua dipartita avesse come conseguenza una loro riproposta nelle librerie. In attesa, una loro ricerca e rilettura, anche se frammentaria, può dare non poche soddisfazioni.

:: Correva l’anno del nostro amore, Caterina Bonvicini, (Garzanti, 2014) a cura di Valeria G.

27 aprile 2014

correva l'annoCi sono sentimenti che sono più unici e forti del loro destino: la vita li potrà strapazzare come una bandiera al vento durante una tempesta, loro si piegheranno al volere del maltempo, ma sopravviveranno e ne usciranno rafforzati.
Caterina Bonvicini in una intervista rilasciata ad un famoso settimanale, in occasione dell’uscita del suo “ Correva l’anno del nostro amore” ha fatto due dichiarazioni molto interessanti che rispecchiano totalmente, a mio avviso, l’anima del romanzo.
La prima è che c’è stata una curiosa coincidenza, la scrittrice infatti, durante la stesura del testo, stava affrontando la lettura di un libro che, ai lettori che li abbiano letti entrambi li ricorda sicuramente: si tratta del famosissimo romanzo dell’inglese David Nicholls dal titolo “Un giorno”. Il romanzo in questione narra la storia di due ragazzi le cui vicende personali, le cui estrazioni sociali, le cui ambizioni, sono molto lontane le une dalle altre, tuttavia un legame speciale nasce tra di loro e come un delicato ma robusto nastro di seta li avvolge e come un elastico li allontana e li avvicina a seconda del gioco della vita. Questo è quanto accade anche a Olivia e Valerio i due protagonisti del romanzo della Bonvicini. Olivia Morganti fanciulla appartenente alla ricca borghesia bolognese e Valerio Carnevale figlio dei lavoranti della famiglia di Olivia. Due persone che si amano da sempre, fin da bambini e che si ameranno per sempre: di un amore travagliato e difficile, naturalmente.
La seconda dichiarazione della scrittrice è ancora più interessante. La più autentica ispirazione che uno scrittore può trovare è un componente della propria famiglia. Infatti, accade all’interno del romanzo, che è basato interamente sulla storia travagliata dei due protagonisti, di trovare un personaggio apparentemente marginale ma, leggendo tra le righe ci si accorge di quanto esso sia fondamentale, il vero pilastro di tutta la storia. E’ la nonna di Olivia, chiamata da tutti Manon, la quale è la rappresentazione della nonna della Bonvicini, nonna Dory.
Manon è una donna che ha saputo costruire la propria vita, è una donna colta, elegante, la cui presenza è di supporto a tutti i componenti della grande famiglia Morganti, il cui affetto verso Valerio va oltre ogni imposizione. E’ lei con la sua ironia e voglia di vivere, a fare il tifo per i suoi amati Olivia e Valerio. Dal suo personaggio derivano i maggiori riferimenti letterati di tutto il romanzo: è lei a inserire nei suoi dialoghi Shakespeare, Hitchcock, Omero, a ricercare la bellezza in ogni sua forma, a iniziare i suoi affezionati all’arte e a tutto ciò che arte può diventare.
Il lettore viene coinvolto nelle vicende dei due protagonisti, dall’età spensierata della fanciullezza, alla prima separazione, durante gli anni del liceo e dell’università, poi da adulti, nelle esperienze famigliari e lavorative.
La passione è travolgente, l’istinto che mantiene viva la fiamma dell’amore tra Olivia e Valerio viene percepita in ogni pagina. A completezza della storia d’amore, il romanzo è basato su cinquant’anni circa della storia del nostro paese: dalle BR e i terribili attacchi terroristici, fino agli anni 90 con l’era Berlusconi e tutto ciò che essa ha portato al nostro paese.
I personaggi sono adattati perfettamente all’epoca che essi stessi ricoprono; ogni personaggio rappresenta al meglio lo specchio della politica italiana fatta di terrore, tangenti, corruzioni e sprechi, a seconda del periodo di cui trattasi.
Un romanzo completo, vivace ed estremamente coinvolgente, una storia d’amore che corre lungo i binari della storia recente dell’Italia.

Caterina Bonvicini (1974) è cresciuta a Bologna. Ha pubblicato il suo primo libro con Einaudi a soli 23 anni. Con Garzanti ha pubblicato “L’Equilibrio Degli Squali” vincitore dei premi Fregene, Frignano e Rapallo-Carige. È stato poi pubblicato in Spagna Germania e Olanda. Anche “Il sorriso Lento” è stato tradotto e pubblicato in numerosi paesi.
Attualmente vive e lavora tra Roma e Milano.

:: Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia, Elena e Michela Martignoni (Mezzotints Ebooks, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

26 aprile 2014

memorie_230x318Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia delle sorelle Martignoni è edito, in versione digitale, dalla casa editrice Mezzotints Ebooks, nella collana, che inaugura, Fleurs. La prefazione è a cura di Maria Teresa Casella.
Sono le stesse autrici, Elena e Michela Martignoni, nella postfazione del libro a spiegare i limiti di un romanzo storico imperniato su una figura di cui le fonti citano poco e della necessità di ricorrere a quell’arma sempre utilissima per gli scrittori che è la fantasia.
In realtà l’interpretazione data dalle Martignoni delle azioni e dei pensieri della protagonista sono condivisibili e verosimili.
Madonna Giovanna Cattanei è un’ambigua figura che ricorre spesso nei romanzi ambientati nel Cinquecento, come l’uomo a cui si è legata e la “famiglia” da questi generata. Una donna fiera delle proprie scelte e abilità, disposta a tutto pur di difendere i propri averi e i propri figli. Figlia lei stessa dell’epoca in cui visse, nella quale l’apparenza era fondamentale, a cui tutti dovevano piegarsi, mentre della sostanza ben poco rimaneva.
Una società, quella cinquecentesca, non si sa fino a che punto dissimile da quella odierna, dove ricchi, benestanti, titolati, prelati, fingevano di conoscere il metodo per discernere lo spirituale dal materiale e di saper coltivare entrambi, mentre è evidente, allora come lo è oggi, che l’intento era meramente quello di accumulare ricchezze e potere, materiale, utilizzando anche il potere spirituale.
Memorie e Peccati. L’amante di papa Borgia è un libro di scarsa lunghezza ma di grande spessore. Le sorelle Martignoni sono riuscite a condensare in poche pagine e pensieri le riflessioni su una vita intera, quella di Giovanna Cattanei, meglio conosciuta come Madonna Vannozza, madre di Cesare, Juan, Jofrè e Lucrezia, nati dalla sua relazione con il cardinale Rodrigo Borgia, eletto papa Alessandro VI.
Le autrici la ritraggono nel momento in cui comincia a perdere forza e certezze. Dopo aver affrontato e superato grandi sfide e dolori, come la morte dei figli Juan e Jofrè, comincia a vacillare non solo per l’avanzare dell’età ma della paura. Paura di perdere ciò che ha costruito con tanta fatica. Paura di perdere un altro figlio dopo aver perso Rodrigo, che era sempre rimasto il suo protettore, e Lucrezia, che forse non vedrà mai più. Paura di perdere le sue certezze.

Elena e Michela Martignoni: Milanesi, sono autrici di diversi romanzi storici incentrati sui componenti e sugli accadimenti della famiglia Borgia (Requiem per il giovane Borgia, Vortice d’inganni, Autunno rosso porpora). Le loro opere sono state pubblicate con successo anche in Spagna. Sono autrici anche di racconti genere giallo e hanno pubblicato, sotto pseudonimo, anche una serie poliziesca che ha ottenuto il Premio delle Arti e della Cultura.

:: Il quinto testimone, Michael Connelly, (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 aprile 2014

testimoneLa prima regola a cui deve attenersi un avvocato difensore è non chiedersi mai se il proprio cliente sia innocente o colpevole. Una regola che non si impara sui banchi dell’università, una regola che Mickey Haller cerca di far capire alla sua giovane associata, ancora fiduciosa, forse ingenua, avvocato per la quale hanno ancora un senso parole come giustizia, innocenza, integrità, coscienza. Haller ha imparato la lezione, ha imparato a fare i conti con la realtà per fare al meglio il suo lavoro. Ma questa lezione l’ha imparata davvero? Il dubbio è legittimo, specie se consideriamo le difficili scelte che prenderà alla fine di Il quinto testimone (The Fifth Witness, 2011), ultimo legal thriller edito in Italia, tradotto da Mariagiulia Castagnone, di quel mostro sacro che è Michael Connelly.
Diciamolo subito, scrivere legal thriller, specie basati sull’ordinamento penale americano, fatto di precedenti da conoscere rigorosamente a memoria, non deve essere una passeggiata, e se anche certamente Connelly (che avvocato non è) si sarà basato dell’aiuto di numerosi consulenti legali, i cui nomi forse appaiono nei ringraziamenti finali, sta comunque di fatto che questo autore possiede l’indubbia e piuttosto rara capacità di intrecciare espedienti, sotterfugi, procedure legali alla trama in un modo fluido e assolutamente naturale, tanto da rendere il diritto penale affascinante anche per i profani. Se comunque siete allergici alle aule di tribunale, forse non è una lettura che fa per voi, ma se non ostante leggi, cavilli, chiamate a deporre, amate lo stile di Connelly, la sua capacità di tener alta sempre la tensione narrativa, allora non resterete delusi.
Il quinto testimone è un buon Connelly, un tomo abbastanza corposo ma che si legge con gran facilità, perché la capacità di scrittura di Connelly non delude e gli permette di rendere facili e semplici trame complesse, piene di colpi di scena, e escamotage ingegnosi, e sempre motivati.
Questa volta il romanzo inizia con una forte connotazione sociale. Scritto nel 2011 in piena crisi economica, (generata dalla crisi del mercato immobiliare manifestatasi negli Stati Uniti con lo scoppio di una grande bolla immobiliare), Il quinto testimone ci presenta un Mickey Haller, disilluso ma pronto ad adattarsi ai cambiamenti economici. Abbandonate per il momento le cause penali, per mancanza di clienti solventi, Haller si occupa di aiutare le famiglie che non potendo più pagare il mutuo si vedono le proprie case pignorate dalle banche. (Dramma sociale ancora attuale, molte volte scaturito da comportamenti illeciti e fraudolenti.)
Tra i suoi clienti c’è anche Lisa Trammel, il suo primo cliente in questa nuova attività. Lisa non è affatto una vittima indifesa, anzi il suo spirito agguerrito l’ha portata a fondare un’associazione di famiglie che rischiano di perdere la propria casa, per far valere i propri diritti. Insieme manifestano davanti alle filiali delle banche, davanti ai tribunali dove si discuto i pignoramenti. Per prevenire le sue proteste la banca arriva a far emettere dal tribunale un ordine restrittivo, che non le permette di avvicinarsi alle filiali, né ai suoi impiegati.
Quando Mitchell Bondurant, l’incaricato di gestire la sua pratica viene trovato morto nel parcheggio della banca, con il cranio sfondato, Lisa Trammel diventa il primo sospettato e quando viene arrestata, in modo non tanto limpido, Haller diventa suo difensore, ritornando ad occuparsi di diritto penale, con la prospettiva di grande pubblicità e forti guadagni da una eventuale vendita dei diritti cinematografici o letterari della sua storia.
Compito principale di Haller è istillare il ragionevole dubbio nella giuria, e la sua grande occasione arriva scoprendo il legame che il morto, gravato da una brutta situazione finanziaria, aveva con un certo Louis Opparizio, perfetto uomo di paglia.
Riuscirà Haller nel suo intento, riuscirà a far liberare Lisa Trammel? In un susseguirsi di raggiri e colpi di scena, (entrerà in scena anche la mafia) si arriverà ad un finale decisamente sconcertante, ma con la consapevolezza, dopo tutto, che giustizia sia stata fatta. Forse.

Michael Connelly Negli Stati Uniti è una star, tanto che il «New York Times» gli tributa sempre il massimo degli onori, con il primo posto in classifica per ogni suo nuovo thriller. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal suo primo libro, La memoria del topo, in cui fa la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di molti dei suoi romanzi, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Da Debito di sangue è stato tratto il film diretto e interpretato da Clint Eastwood. Con Il Poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. Avvocato di difesa e La lista invece ruotano intorno a un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che nel film The Lincoln Lawyer ha il volto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, nel 2010 Connelly è stato ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature che si tiene a Roma. Il quinto testimone è il suo 23esimo thriller.

:: La nostalgia felice, Amélie Nothomb, (Voland, 2014) a cura di Lucilla Parisi

24 aprile 2014

la-nostalgiaTraduzione di Monica Capuani
Amélie Nothomb, dopo sedici anni, torna in Giappone per parlarci, nel suo ultimo romanzo, di un amore mai dimenticato: quello per la terra che l’ha vista nascere e in cui ha vissuto fino all’età di cinque anni.
Dopo Né di Eva né di Adamo, la scrittrice belga ripropone ai suoi lettori un viaggio nel passato nel tentativo di riprendere discorsi interrotti anni prima con alcune persone di quegli anni come l’ex fidanzato Rinri, e l’anziana Nishio-san che si era occupata di lei ancora bambina a Kobe, sino alla sua partenza dal Giappone.
Ancora una volta è nel paese del Sol Levante che la Nothomb trova lo spunto e il pretesto per scrivere e raccontare, con ironia, di sé e delle mille sfaccettature del vivere.
Le parole si fanno quindi veicolo di significati, portatrici di emozioni ritrovate: vengono analizzate, scomposte e ricomposte per riacquistare la loro originaria essenza.

Sento l’interprete utilizzare il termine nostalgic invece dell’aggettivo natsukashii, che considero una delle parole emblematiche del Giappone. […] Natsukashii definisce la nostalgia felice, […], l’istante in cui la memoria rievoca un bel ricordo che la riempie di dolcezza.”

Un viaggio di pochi giorni con la troupe di una televisione francese, interessata a costruire un reportage tutto biografico sulle origini della scrittrice belga, si trasforma in un’occasione irrinunciabile per concludere e chiudere il cerchio di esperienze che l’avevano, dapprima, portata lontano dai luoghi dell’infanzia e poi catapultata nuovamente dentro il cuore del suo passato. Quei luoghi vengono ripercorsi con i sentimenti di allora, nel tentativo di cogliere il senso delle cose di un tempo.
Il Giappone, fuori dai deliri di Tokyo, ben si presta al ritmo del ricordo:

A cinque o a sei anni mi nascondevo sotto il tavolo per soffrire in pace. In quella penombra ricostruivo il giardino, la musica del mio Eden, e il ricordo diventava più autentico della realtà. Allora potevo piangere con gli occhi aperti, contemplando quel mondo perduto che veniva resuscitato grazie alle forze dell’illusione. Quando mi ritrovavano, mi interrogavano sulla natura di quella sofferenza e io rispondevo: “E’ la nostalgia.

Come per Stupore e tremori e per Né di Eva né di Adamo, anche in quest’ultimo romanzo la Nothomb ci regala uno scorcio decisamente realistico e tipicamente umano delle relazioni tra individui. Qui però la “nostalgia felice” permea tutta la storia, addolcendo i toni e smussando le asperità tipiche della sua narrazione.
Per gli amanti della scrittura dell’autrice, l’ultimo romanzo della Nothomb, insolito nel suo taglio decisamente più “familiare”, è un’imperdibile occasione per scoprire e vivere una donna e una scrittrice alle prese con i propri fantasmi e i propri ricordi, attraverso le tappe di un viaggio che si fa, giorno dopo giorno, scoperta e crescita.
Da leggere.

Amélie Nothomb Scrittrice belga di lingua francese. Figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino, che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all’anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel, come in Italia è fedele alla Voland. Il romanzo Stupore e tremori (Albin Michel 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori (da cui è stato tratto anche un film diretto da Alain Corneau), il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Sin dal suo primo romanzo Amélie Nothomb ha imposto uno stile: sguardo incisivo, spesso impietoso e crudele, umorismo fulmineo, storie originali che ruotano intorno a sentimenti eterni. http://www.amelienothomb.com

 

:: Il gioco del silenzio, Anita Rau Badami, (Piemme, 2014)

23 aprile 2014

silenzioDomenica mattina. La neve cade come una spolverata di brillantini da un pallido cielo invernale, ricoprendo tutto tranne  l’Albero, scuro contro il biancore soverchiante. L’hanno trovata. Alla fine. Poteva rimanere li fino a primavera, un cumulo come tanti altri, e a quel punto sarebbe diventata tutt’uno con la terra soffice sotto la neve che si scioglieva al calore lento del sole, se uno degli uomini impegnati nelle ricerche non avesse notato un paio di corvi che gracchiavano e beccavano qualcosa non molto lontano dalla casa.

Tra le opere di narrativa post coloniale di autori contemporanei, figli della diaspora indiana, vanno senz’altro segnalati i romanzi di Anita Rau Badami, autrice già nota in Italia per aver pubblicato con Marsilio nel 2005 Il passo dell’eroe e nel 2008 Le donne di Panjaur. Il suo nuovo romanzo, Il gioco del silenzio (Tell it to the Trees, 2011), edito in Canada con Knopf Canada, esce in Italia, tradotto da Laura Prandino, con un nuovo editore rispetto i precedenti, Piemme.
Ai margini di Merrit’s Point, cittadina dimenticata da Dio, situata a Nord del Canada, vivono i Dharma, tre generazioni pigiate insieme, alla maniera indiana: la vecchia Akka, la nonna; Vikram, il padre, marito di Suman, sua seconda moglie; e il piccolo Hemant di sette anni, e l’adolescente Varsha, i figli. Una famiglia devastata dalla violenza, non solo fisica ma anche psicologica, esercitata dal capofamiglia e dall’isolamento, in quella landa desolata circondata dalla neve.
A minare questo precario equilibrio, fatto di abusi e rassegnata accettazione, arriva Anu Krishnan, una scrittrice emancipata e moderna, anch’è essa di origini indiane, che affitta la dependance sul retro della casa padronale. All’inizio Anu è affascinata dall’apparenza perfetta di questa famiglia tradizionale, legata alle tradizioni indiane, sebbene Vikram abbia visto l’India solo quando si è recato nel paese per scegliersi la nuova moglie, Suman, ma presto scopre che l’apparenza è solo una patina scintillante, che nasconde segreti molto spesso inconfessabili.
Non farà in tempo a cambiare le cose che il suo cadavere viene scoperto nella neve, a pochi passi dal portone di casa. Cosa la ha spinta a uscire, con vesti leggere non adatte al grande freddo? E’ stato davvero solo un incidente, come tutti vogliono credere?
Il gioco del silenzio inizia proprio con il ritrovamento del suo cadavere nella neve, e da qui in poi i vari personaggi diventano voce narrante dei vari capitoli, (ci sarà spazio anche per il diario di Anu), in un crescendo di tensione fino ai capitoli finali in cui tutto troverà spiegazione.
Sebbene questo romanzo non sia un thriller, né una classica indagine legata ad un delitto, con poliziotti, indizi, false piste e la classica scoperta del colpevole, in un certo senso la narrazione si rifà a questi meccanismi per narrare l’inferno domestico in cui vivono i personaggi, inferno in cui i più piccoli subiranno i danni maggiori, vittime della violenza e debolezza degli adulti, arrivando a distorcere anche i più naturali sentimenti d’amore in qualcosa d’altro, più simile al possesso, e alla volontà di dominio.
Lo stile è piano, piuttosto didascalico, segnato da un crescendo di tensione che arriva solo nel finale a svelare l’amarissima verità, che per tutto il libro cova sotto le ceneri. Non è un thriller come dicevo, ma nello stesso tempo resta un’ analisi attenta, che scava nei meccanismi psicologici che spingono i personaggi a compiere le azioni più efferate, con una naturalezza che nasce solo da una sottile forma di pazzia. E questo orrore accompagna il lettore durante la lettura, non lasciandolo neanche una volta chiuso il libro.

Anita Rau Badami Scrittrice e pittrice, è nata nel 1961 in India, dove ha studiato Letteratura inglese a Madras e Comunicazione a Bombay. Ha lavorato come copywriter per varie agenzie pubblicitarie. Ha cominciato a scrivere nel 1991, dopo essersi trasferita in Canada. Con il romanzo Il passo dell’eroe (Marsilio, 2005) ha vinto il Commonwealth Writers’ Prize. Il gioco del silenzio, bestseller assoluto in Canada, è stato candidato al prestigioso IMPAC Award.

:: Sanà alla creta – Le inchieste del commissario Sanantonio della polizia di Parigi, Sanantonio (E/O, 2014) a cura di Stefano Di Marino

22 aprile 2014

sanàLo ricordavo come uno dei migliori della serie e confermo il giudizio. Nella riedizione E/O che poi ripropone la traduzione di Bruno Just Lazzari originale si ritrova tutta la verve linguistica di Frderic Dard che fu anche romanziere e ‘spystorista’ di qualità ma che in Santonio raggiunse vette quasi ineguagliabili nella narrativa popolare. In questa vicenda, che poi a guardarbene è un giallino semplice semplice, il linguaggio, la personalità sboccata e irriverente di Sanà trionfano sulla mediocrità della produzione abituale dei tempi e di oggi. Una trovata dopo l’altra, uno sberleffo inanellato al successivo, accompagnano le vicissitudini di Sanà, di Felicie e di altri personaggi tra il grottesco e il tragico in una sarabanda che non riesci a mollare più. Nella nota iniziale l’autore specifica che ‘prima parte’ implica che ce ne sia una seconda e che nella prima deve essere successo per forza qualcosa. Commenta con ironia e leggerezza che nella maggior parte dei libri di oggi (allora anche) non succede nulla. Proprio così, Sanà. E passiamogli anche una bella sfilza di osservazioni maschiliste e spavalde. Alla faccia di chi vorrebbe cambiare l’immaginario. Come diceva una ballata del milieu il mondo si divide in duri e gonzi… scegliete voi da che parte stare. Io sto con Sanà.

Sanantonio, pseudonimo con cui si firmava lo scrittore francese Frédéric Dard, uno dei più prolifici autori noir della seconda metà del XX secolo. Dard nacque a Bourgoin-Jallieu, piccolo centro del dipartimento di Isère nel giugno del 1921.  Molto noto in Francia, soprattutto per la serie di polizieschi che ha per protagonista il commissario San-Antonio e il suo aiutante, Bérurier. Scrisse oltre 200 romanzi, tra il 1949 e l’anno della sua morte, il 2000. In Italia la pubblicazione dei romanzi di Dard ha inizio nel 1970, presso numerose case editrci: Mondadori, Editrice Erre, Rosa & Nero, Le lettere, E/O. Influenzato fortemente dai narratori di noir americani (Faulkner, Steinbeck e, soprattutto, Peter Cheyney), si legò in particolare a George Simenon, che gli scriverà la prefazione di Au massacre mondain. E’ del 1949 il romanzo Réglez-lui son compte!, dove apparve per la prima volta il nome San-Antonio. In seguito al successo commerciale, Dard approdò alle edizioni Fleuve noir, con le quali pubblicherà tutti i romanzi successivi. Morì il 6 giugno del 2000 nella sua casa di Bonnefontaine, Svizzera.

:: Giochi d’ombra, Charlotte Link, (Corbaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2014

giochi d'ombraIl teatro d’ombre, antichissima forma di intrattenimento diffusa sia in Europa che in Oriente, nasce molto prima del cinematografo e permette di proiettare figure fantastiche su uno schermo illuminato, creando l’illusione di immagini in movimento. Ed da questa popolare forma di teatro prende il titolo il nuovo romanzo di Charlotte Link, Giochi d’ombra (Schattenspiel, 2011), edito in Germania da Blanvalet Verlag, – München, divisione tedesca della Random House, e in Italia da Corbaccio, collana Top Thriller, con traduzione di Gabriella Pandolfo, psicothriller la cui struttura ricorda apparentemente il più classico giallo deduttivo: abbiamo un delitto avvenuto in un luogo chiuso, un lussuoso attico affacciato su Central Park a New York, un numero ristretto di possibili assassini, tutti con un valido movente, un ispettore che indaga vagliando moventi, indizi ed alibi.
Tuttavia nella più pura tradizione degli psicothriller, l’indagine poliziesca è quasi un mero pretesto per permettere all’autrice di approfondire i caratteri dei personaggi coinvolti, scavando nel loro passato, con ampi salti temporali, e anche il finale piuttosto prevedibile, si discosta dal classico colpo di scena ad effetto capace di spiazzare i lettori nella ricerca del colpevole. L’assassino è esattamente colui che possiede il movente più forte, colui che ha avuto l’occasione di compiere il delitto, anche se a giochi fatti, con la confessione del colpevole in mano, l’ispettore incaricato dell’indagine accamperà un dubbio, lasciando nel lettore un senso di sconcerto, ma sarà solo un attimo, solo una fragile incertezza, contraddetta dai fatti e dalle conseguenze finali.
Siamo dunque a New York, il 28 dicembre del 1989, David Bellino, un ricchissimo industriale, uomo ambizioso e spietato, fidanzato con Laura, una ragazza del Bronx, povera e di umili origini, dopo aver ricevuto numerose lettere minatorie, contenenti autentiche minacce di morte, stila un elenco delle persone che potrebbero mettere in atto tale piano e le invita nel suo lussuoso attico, ereditato dal patrigno, per passare il Capodanno, nella speranza di scoprire il mittente delle missive e chiarire la questione. Sono tre donne e un uomo, suoi ex compagni di collage, tutti con validi motivi per progettare la sua rovina: Mary, Natalie, Gina e Steve.
Sorprendentemente tutti accattano l’invito, mossi più che altro da contingenze economiche, sperano di ottenere da lui forti somme di denaro per risollevare le loro precarie finanze. Poi nella notte il suono dell’allarme sveglia tutti gli ospiti che si riversano in sala da pranzo e trovano Laura con i piedi legati alle caviglie e un fazzoletto in bocca. Degli intrusi sono entrati in casa. Gli uomini del catering, venuti a ritirare le stoviglie, hanno aggredito la ragazza, secondo la sua testimonianza. Poi un grido: nel suo studio David Bellino giace senza vita ucciso da un colpo di pistola. L’ispettore Kelly, chiamato ad indagare sull’omicidio, subito non crede al delitto commesso da estranei e si concentra sui cinque ospiti della casa, trovandosi così a cercare di far luce sul gioco di ombre messo in scena per lui.
Uno psicothriller dunque, in cui l’azione si svolge quasi esclusivamente nel passato, (passato portato alla luce dagli interrogatori dell’agente di polizia che indaga sul caso), di una delle autrici più vendute in Germania, un autrice che ama ambientare i suoi romanzi prevalentemente in Inghilterra, anche se questa volta sceglie sia l’ Europa che l’ America, con una puntata anche in Vietnam. Passato e presente si intrecciano, per dare profondità a personaggi non particolarmente simpatici, ma credibili, vittime più che carnefici, feriti dalla vita, dalla solitudine, dalla difficoltà di affermarsi e prendere in mano le redine della propria vita. E in questo sicuramente l’autrice è brava, anche se una certa freddezza, mi ha impedito di affezionarmi ai personaggi principali, compresa la vittima. Forse l’ispettore Kelly, è il personaggio che ho più apprezzato, e anche nel finale è quello che mostra più umanità. Tutto sommato un buon thriller, robusto, ben scritto, di solida scuola inglese, seppure scritto da un’ autrice tedesca, in cui forse le sottotrame, con la vita dei personaggi, prendono il sopravvento sulla trama principale dell’indagine, ma se amate il thriller psicologico di autori come Dorn, Thillez, e Fitzek, sicuramente troverete la lettura soddisfacente.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle»; «La donna delle rose»; «Alla fine del silenzio»; «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze», «L’ultima volta che l’ho vista»(tutti anche in edizione TEA) e «Giochi d’ombra».