:: Un’ intervista con Patrick Fogli – Dovrei essere fumo

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dovrei essere fumoBenvenuto Patrick, e grazie di averci concesso questa intervista. Parleremo del tuo ultimo libro, appena edito da Piemme, Dovrei essere fumo. Sarà un’intervista difficile, perché ti farò domande difficili, innanzitutto perché la natura umana molto spesso è crudele. Non si pensi che gli uomini che portarono avanti il sistematico sterminio di milioni di ebrei civili, durante la Seconda Guerra Mondiale fossero un’ anomalia, erano uomini, uomini comuni, forse plagiati da un’ideologia, ma sempre mossi da interessi personali, egoismi, gretti calcoli in cui la vita umana non aveva alcun valore. E ancora oggi ci sono persone così, sparse nel mondo. Forse solo in molti casi non si presenta loro l’occasione, gli strumenti di portare avanti un piano così sistematico, l’opportunità di farla franca. Il tuo libro parla di perdono e vendetta. In che misura la giustizia si colloca tra questi due estremi?

La giustizia non dovrebbe collocarsi in nessun modo, fra questi due estremi. Dovrebbe occuparsi di assegnare una pena commisurata al reato, ricordandosi di agire in rappresentanza di uno stato democratico. Il perdono è qualcosa di personale, ha a che fare con la propria etica, la propria visione della vita, la propria religiosità, se vuoi. La vendetta è un istinto, difficile non provarla, in determinate circostanze. Ma che non deve in nessun modo influenzare la giustizia.

Il tuo libro nasce, ho letto sul tuo blog, da un documentario Shoah di Claude Lanzmann che hai visto alla fine degli anni Ottanta.  Il regista per nove ore mette davanti a un microfono i sopravvissuti ai campi nazisti e qualche SS. Le loro voci si sono fissate così profondamente nella tua coscienza da portare alla scrittura di un libro così tanti anni dopo? Come è avvenuta questa elaborazione, questa gestazione?

Difficile darti una risposta che abbia un senso. Assomiglia a una stanza in cui hai stipato oggetti per molti anni e alla fine ti accorgi che non riesci nemmeno ad aprire la porta. Sedimentazione, più che altro. La prima ipotesi di storia di Emile è nata prima ancora che scrivessi il mio primo romanzo, poi è rimasta da una parte ancora a lungo e alla fine ha trovato compiutezza in questo libro.  Le voci di quel documentario fanno parte del periodo della mia vita in cui è nato l’interesse per la Shoah e la testimonianza di quelle voci e di quei volti era così forte che l’impatto è stato quasi conseguente.

Ci sono altri libri, diari, documentari che ti hanno aiutato a elaborare il tuo pensiero, a scrivere il tuo romanzo?

Ho ancora qui accanto, mentre ti rispondo, La distruzione degli ebrei d’Europa, di Hilberg, un testo che chiunque abbia interesse sull’argomento deve leggere. Insieme a I sommersi e i salvati e, per esempio, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, di Leon Poliakov. O alla Storia del Terzo Reich, di Shirer. Ma i testi sono molti.

Pochi giorni fa, il 27 gennaio, si è celebrato, il Giorno della Memoria, un rito quasi collettivo che unisce ebrei e non ebrei. Bene o male tutti siamo chiamati a riflettere su quello che è successo, nel cuore dell’Europa, un mondo che dovrebbe essere civilizzato, educato, colto, umano. Come è stato possibile che succedesse quello che è successo? Che idea ti sei fatto? Tutto è nato solo da ragioni economiche, o c’è dell’altro secondo te?

È accaduto perché le condizioni storiche hanno fatto sì che accadesse. Non si può isolare un fenomeno dimenticando quello che c’è stato prima. La guerra mondiale, la sconfitta della Germania, l’identità nazionale così forte messa alla prova dalla crisi economica, dai governi di Weimar, il desiderio di riscatto. E un antisemitismo che non ha inventato Hitler, ma che era molto forte nella società europea del tempo, non solo tedesca. Situazioni che si sono saldate. In più tendo per indole ad avere una visione pessimista dell’uomo, sempre più spesso mi viene da pensare che la nostra vera natura sia la clava, la sopraffazione, non la convivenza.

Ormai il tempo sta passando, i superstiti dei campi di sterminio sono sempre meno, fra un po’ di anni non ce ne sarà più nessuno. A chi spetterà il compito di tramandare questa memoria? I giovani di oggi, che visitano Auschwitz, che nelle scuole sentono parlare di Shoah secondo te ne saranno in grado? I documentari, le foto, i libri come il tuo, saranno una traccia?

Il problema della testimonianza diretta è molto forte, importante e di difficile soluzione. Restano i documentari, le registrazioni, alcuni progetti molto importante come la Shoah Foundation, ma soprattutto occorre che la memoria smetta di essere fine a se stessa. Raccontare il nazismo cattivo, frutto della follia collettiva di qualche milione di persone è rassicurante, ma falso. Ai giovani devi raccontare quello che accaduto, trovare un modo per spiegare che quel mondo lì non è preistoria, non è un foglio ingiallito da abbandonare in un cassetto, ma fa parte e ha creato la realtà in cui viviamo, nel bene e nel male. E’ un compito difficile e faticoso, ma è un compito da cui non si può prescindere. Fa parte di quella cosa tanto trascurata che si chiama educazione.

Emile e Alberto, i tuoi personaggi, come si collocano sullo sfondo della Storia? Come hai costruito i loro personaggi? Ti hanno ispirato, almeno in parte, persone reali?

Alberto è completamente inventato. Volevo un personaggio che portasse su di sé le conseguenze della guerra, per come è concepita e combattuta oggi. Emile, invece, è completamente vero. Nel senso che non è esistito un Emile Riemann, ma tutto quello che gli accade nel Sonderkommando di Auschwitz è realmente accaduto a qualcuno. Una singola vita che diventa testimonianza di tante altre.

Emile Riemann arriva a Auschwitz nel 1942. Entra nel Sonderkommando e lui ebreo diventa parte di quegli ingranaggi di morte. Condannato a sopravvivere, come affronta tutto ciò?

Restando vivo, è l’unica risposta che ha. Usando, anche contro la volontà, quel retaggio della nostra dimensione animale, l’istinto di sopravvivenza. In fondo lo stesso che continua a dirti che guarirai da un cancro terminale, contro tutto il ragionamento. Emile resta lì un giorno dopo l’altro, un momento dopo l’altro, un dolore dopo l’altro, assorbendo per forza di cose tutto quello che gli capita, sperando di morire e poi sperando di vivere. Finché la guerra finisce.

Alberto è un soldato dei corpi speciali, un uomo che conosce la guerra contemporanea, che ha visto in faccia la morte. Come il suo destino si intreccerà con quello di Emile?

Questo non posso dirtelo. Ma non è un caso, nulla. Nemmeno quello che, nel romanzo, sembra esserlo.

E il quaderno azzurro, cosa contiene?

Il quaderno azzurro è una vita.

La frase che sento più spesso, collegata alla memoria, al ricordo di quei fatti così atroci è: perchè non accada di nuovo. Rwanda, Congo, Ex Jugoslavia, potrei continuare l’elenco, e stare a discutere se sono genocidi, se sono paragonabili o no alla Shoah, penso sia una riflessione sterile. Dopo tutto: Chi salva una vita, salva il mondo intero dice il Talmud. Quindi anche una sola morte è una tragedia infinità. La memoria aiuterà davvero a far sì che non accada di nuovo?    

Finora non è accaduto. Viviamo in una società ignorante e senza memoria, vale a maggior ragione per l’Italia. E se la memoria non riuscirà a diventare patrimonio condiviso, conoscenza comune, fondamento della nostra vita quotidiana, il rischio che accada esisterà sempre. Per il semplice motivo che non saremo in grado di riconoscerne i segnali. Siamo i figli di un’epoca che, dopo le due guerre, ha visto un progresso tecnologico impressionante, accelerato ancora di più negli ultimi quindici anni. Ma allo stesso tempo sta mettendo in discussione tutti i diritti acquisiti che ci hanno reso una comunità, come se la sicurezza, la pace, la salute, fossero sufficienti per ritenersi in salvo. Ma non lo sono.

Una Risposta to “:: Un’ intervista con Patrick Fogli – Dovrei essere fumo”

  1. Natalina S Says:

    Intervista profonda e interessante, grazie grazie

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