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:: I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio di Federico di Vita e Ilaria Giannini (Piano B edizioni, 2016), a cura di Irma Loredana Galgano

7 ottobre 2016
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I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio è un libro che dà i brividi. Basta leggerne il titolo che la mente rimanda agli articoli dell’epoca dei fatti, alle immagini, agghiaccianti, alle domande rimaste senza risposta, alle responsabilità senza un colpevole, a un processo che dopo sette anni non è ancora giunto alle sentenze di primo grado… eppure i cittadini lo sapevano da prima della strage che quella situazione avrebbe causato solo danni.
Il 29 giugno del 2009, una manciata di minuti prima della mezzanotte, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano con quattordici vagoni-cisterna carichi di GPL deraglia quattrocento metri dopo la stazione di Viareggio.
Da otto anni i residenti chiedevano, almeno, la costruzione di un muro che separasse loro e le proprie abitazioni dalle sostanze infiammabili e pericolose trasportate nei vagoni dei treni merci che facevano la spola lungo la ferrovia a due passi dalle loro vite. Richieste rimaste inascoltate.
In via Ponchielli tre palazzine ormai sature di gas esplodono, l’incendio devasta tutta la strada, undici persone muoiono quella stessa notte, altre ventuno in seguito alle ferite e alle ustioni, centinaia i feriti costretti per anni ad affrontarne le conseguenze. Migliaia se non proprio milioni di italiani, increduli, a chiedersi se questa strage proprio non poteva essere evitata.
Il libro di Federico di Vita e Ilaria Giannini è una raccolta di testimonianze che deve diventare esso stesso la testimonianza di un grave accadimento, utile per costruire almeno una memoria storica necessaria affinché, verrebbe da dire, fatti del genere non accadano più. Verrebbe da dire perché purtroppo le incurie e le ingiustizie viaggiano sempre più veloci.
Leggendo I treni non esplodono. Storie della strage di Viareggio non si può non pensare a quanto accaduto il 12 luglio 2016 lungo la tratta ferroviaria Bari Nord che collega Corato e Andria. Due convogli della Ferrotramviaria, proveniente dalle opposte direzioni, si scontrano sul binario unico che compone quel tratto di ferrovia.
Questa volta le vittime non vengono raggiunte nelle loro abitazioni da nubi di gas o altro ma si trovano già all’interno dei treni che non sono merci bensì pendolari e carichi di vite corse incontro alla morte per studiare, lavorare, viaggiare.
Ancora la domanda più frequente è: ma davvero una simile tragedia non poteva essere evitata?
A Viareggio sarebbe bastato costruire un muro. In Puglia ampliare una ferrovia molto trafficata con un altro binario. Soluzioni semplici che sono diventate irrealizzabili e si sono trasformate in una condanna. Ci sono dei responsabili per questo? Pagheranno?

Federico di Vita: Vive a Firenze. È autore di un saggio-inchiesta e curatore di una raccolta di racconti.

Ilaria Giannini: Vive a Firenze. È autrice di due libri. Alcuni suoi racconti sono stati inseriti in antologie pubblicate da vari editori.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Carla dell’Ufficio Stampa Piano B Edizioni.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un po’ di follia in primavera, Alessia Gazzola (Longanesi, 2016)

7 ottobre 2016
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Un verso di Emily Dickinson dà il titolo al nuovo romanzo di Alice Allevi, personaggio nato dalla penna della messinese Alessia Gazzola. Questa è la breve poesia da cui è tratto:

A little Madness in the Spring / Is wholesome even for the King, / But God be with the Clown – / Who ponders this tremendous scene – / This whole Experiment of Green – / As if it were his own!

E’ primavera, una mite primavera romana, e di follia si parla, un soffio si follia nella vita di Alice, che rivoluzionerà tutta la sua vita, e una follia più drammatica e crudele, che vede coinvolto un rinomato e famoso psichiatra, ucciso nel suo studio con una stranissima arma del delitto.
Toccherà ad Alice, e all’umano Calligaris, seguire le tracce del colpevole e risolvere il caso. Intorno a questo delitto, anima gialla del romanzo, la vita di Alice scorre come un fiume tranquillo, con piccole gioie e grandi dolori. La vita sentimentale, la vita familiare, la vita professionale, tutto si intreccia nel narrare la vita di una ragazza di oggi, certo atipica, e forse immersa in un mondo che solo lei vede così luminoso, buffo, e ricco di promesse. Un po’ forse davvero la nostra Alice indossa un paio di occhiali rosa, e lascia che il cuore si prenda spazi che nella vita vera è sempre più difficile conquistarsi.
Ma i romanzi della Gazzola sono così. Romanzi leggeri, spensierati, vaporosi come panna montata, ma non dimentichiamo su cui hanno lavorato editor di tutto rispetto come Fabrizio Cocco, tanto per dire, apparentemente semplici, anche a livello di approfondimento dei caratteri, dei personaggi, sintattico, ma che semplici non sono. Capaci di far entrare un personaggio, Alice Allevi, nell’immaginario di molte giovani ragazze che in un certo senso sono cresciute con i suoi romanzi (mentre Alice è restata sempre la stessa).
Alice Allevi è un personaggio eccessivo, buffo, per certi versi inverosimile, per l’ esagerata caratterizzazione della sua patologica imbranataggine e immaturità. Ma il tutto viene fatto con leggerezza, umorismo, non diventa oggetto di fenomeni di bullismo, (nella realtà probabilmente lo sarebbe) ma anzi a modo suo, i suoi limiti non le fanno perdere punti, nella vita come nella carriera. E’ un medico, si specializza in Medicina legale, si appresta a prendere un dottorato, ha due uomini, a modo loro perfetti, che si contendono il suo amore, ha una famiglia che la ama, una nonna che l’adora, amiche fidate, considerazione, Calligaris ne apprezza le doti investigative fino a chiedere il suo aiuto nelle indagini.
Insomma Alice Allevi è una vincente, ha servito in un piatto d’argento tutto ciò che le ragazze di oggi cercano con mille difficoltà: affermarsi nella carriera e trovare il vero amore. Aspirazioni forse antiche, (le aspirazioni di carriera forse lo sono meno) ma comunque attuali, con tutte le difficoltà che la vita ci mette in mezzo. Alice Allevi è una ragazza acqua e sapone, un’anima candida, buona, una pura se vogliamo, in un mondo che candido, buono e puro proprio non è, e questa è la sua forza, la sua inguaribile fiducia nella felicità, nel pensare che dei miti e degli umili sarà questa terra.
Insomma è anche una contraddizioni in termini, ma proprio per questo non ostante il suo mondo sembri lievitare nell’irrealtà, (sì, non sono romanzi esattamente realistici), questa via di fuga permette al lettore di distrarsi e sì di divertirsi. Di giocare con un umorismo mai feroce, mai cattivo, testimone di un mondo che forse vorremmo esistesse, almeno per un momento, senza eccessive derive zuccherose o edulcorate.
Nel mondo di Alice le Wally di questo mondo esistono, le carrieriste pronte a tutto pure, i professionisti che dietro vite socialmente perfette nascondono grettezza e avidità, c’è la guerra, Arthur lavora per enti umanitari in zone disagiate del pianeta, la gente muore, è razzista, islamofoba, viene uccisa, nasconde lati orrendi, è vittima e carnefice. Insomma la realtà filtra non ostante tutto, ma sempre mitigata e immunizzata dai toni della commedia, di una finzione frizzante e anche, perché no, poetica.
E ogni tanto sfuggono scampoli di verità, riflessioni, considerazioni di buon senso, lezioni di vita, che ancora più buffo ci vengano date da un personaggio così, e questa volta, inaspettatamente, anche da Claudio Conforti, che dopo tutto non è così superficiale o egoista come ama far credere. Certo questo suo fondo di bontà lo vede solo Alice, o forse solo a lei si manifesta, un’altra freccia all’arco di questa ragazza, saper fare emergere il meglio dalle persone.
Il romanzo comunque inizia con una proposta di matrimonio, e un desiderio di paternità. Sarà la volta che finalmente Alice Allevi crescerà e troverà quella stabilità affettiva ed emotiva, che sembra tanto mancarle? Lascio a voi scoprirlo. Buona lettura.

Alessia Gazzola, medico chirurgo specialista in medicina legale, è nata nel 1982 a Messina. L’allieva è il romanzo con cui nel 2011 ha esordito nella narrativa e che ha fatto conoscere e amare al pubblico italiano, e a quello dei principali Paesi europei dove è uscito, un nuovo e accattivante personaggio, Alice Allevi. Alice è ancora al centro dei romanzi Un segreto non è per sempre (2012), Sindrome da cuore in sospeso (2012), Le ossa della principessa (2014) e Una lunga estate crudele (2015). Nel 2016 ha pubblicato Non è la fine del mondo e Un po’ di follia in primavera, l’ultimo romanzo della serie L’Allieva.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Intervista ad Armando d’Amaro per “La mesata” (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

7 ottobre 2016

unnamedCon La mesata si giunge al quinto capitolo delle indagini del maresciallo Corradi, ma questa volta più che un avanzare nel tempo la storia è un ritorno al passato. Perché ha ritenuto fosse il momento per Corradi di affrontare i suoi ‘fantasmi’?

Gli scrittori di ‘gialli’ – anche se credo che i miei romanzi siano più giustamente definibili noir mediterranei – quando creano un personaggio ‘seriale’ si trovano davanti a un bivio: è meglio tratteggiare un protagonista che manterrà caratteristiche immutate o che subirà, nel tempo, trasformazioni? Io ho imboccato quest’ultima strada, giudicandola più realisticamente vicina alla vita, perché Corradi, come tutti noi, è uomo normale, non un essere dotato da straordinariamente improbabili ‘cellule grigie’. E, come spesso succede, giunto vicino ai ‘cinquanta’ più o meno consapevolmente fa un bilancio della sua vita, tormentata da un fatto commesso in gioventù che lo aveva portato a una scelta (l’arruolamento nella Legione Straniera) che avrebbe portato dolore ai familiari e segnato lui, che ancor oggi soffre di incubi ricorrenti. Ne La mesata incontra una donna che in qualche modo lo ‘spiazza’ nelle sue (poche e insicure) certezze, spingendolo a una riconciliazione con se stesso prima ancora che con gli altri.

La vicenda si svolge sempre nella sua Liguria ma ora ha voluto che i suoi lettori focalizzassero su un problema per molti ritenuto ancora solo meridionale. Perché ha scelto di centrare l’attenzione sulla radicalizzazione della criminalità organizzata al Nord?

La radicalizzazione della malavita organizzata al Nord – purtroppo – è un problema annoso. Molti rappresentanti di Cosa Nostra, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita, non processabili ma ritenuti comunque soggetti pericolosi, furono inviati in ‘soggiorno obbligato’ nelle regioni settentrionali fin dal lontano (anche perché, purtroppo, il mio anno di nascita) 1956. Negli anni a seguire gli uomini dei clan, ‘trapiantati’ per legge su nuovi territori, approfittarono della situazione ricreandovi strutture criminali in stretto contatto con quelle d’origine e in collusione con la politica locale. Conoscendo le realtà delle organizzazioni campane e volendo riportare Corradi a Calice Ligure (già ambientazione per uno dei miei titoli di maggior successo, La Controbanda, ora acquisito dal gruppo R’E e disponibile in Italia Noir dal 26 dicembre), quale trovata migliore che farlo tornare quale agente distaccato della DIA ?

A margine del testo è inserito un monologo teatrale drammatico, Atlassib, che porta sempre la sua firma. Cosa voleva comunicare ai lettori?

Sono molto affezionato a questo testo: sentirlo recitare, anche se uscito dalla mia ‘penna’, mi suscita sempre emozione. Scrivendo do sfogo alle mie sensazioni e ai miei pensieri, ma non solo: credo che uno scrittore debba svolgere una – seppur piccola – funzione di pubblica utilità. Allora, nel rilasciare – filtrato dalle parole – il bagaglio di vita che mi porto dietro e quanto di nuovo via via si aggiunge, ho ritenuto giusto affrontare anche la situazione che, purtroppo, coinvolge drammaticamente molte donne, quella della loro sottomissione – con la violenza – a quello che dovrebbe essere il loro compagno di vita… Con questo monologo che racconta un (tentato) passo verso la libertà da parte di una ‘condannata’ al silenzio ho voluto sollecitare la sensibilità di chi non vuole né vedere né affrontare questa vera e propria piaga sociale.

La sua casa editrice, dove lei svolge il doppio ruolo di autore ed editor, pubblica in prevalenza gialli e noir. È una scelta legata più agli interessi di titolare e collaboratori o alle richieste di pubblico?

Lettore e scrittore – egualmente curiosi ed affascinati dalla natura e della condizione umana – amano molto questo genere, e non da poco; se ci pensa molti dei più grandi testi, fin dal passato remoto, lo hanno affrontato: nelle tragedie di Sofocle si trattano crimini, così come in moltissimi drammi shakespeariani… e Delitto e castigo di Dostoevskij non ne è forse un perfetto esempio? Il pubblico vuole tentare di capire i più reconditi risvolti della nostra natura, e noi cerchiamo di fornire spiegazioni – non rassicuranti – ma plausibili al perché ci comportiamo in un certo modo. Ma non solo: il noir permette di spaziare in generi letterari diversi (dalla tragedia alla commedia, con tinte dal pulp al rosa), di ambientare i fatti in un territorio che il lettore ben conosce e ancora studiare il crimine da tre differenti punti di vista, quello di chi lo commette, quello della vittima e quello dell’investigatore.

I suoi libri si caratterizzano per l’intreccio fitto, il ritmo serrato e il coup de théâtre finale. Sono queste le caratteristiche che un buon noir deve avere?

Il noir, come ogni altro genere letterario, deve intanto presentare una scrittura pulita e uno svolgimento scorrevole ad accompagnare una trama sensata e coinvolgente, che prenda il lettore fin dalle prime pagine. Ma questo genere, in particolare, consente – descrivendo luoghi, persone e situazioni – di offrire ‘spaccati’ della società. Il noir di fatto si distingue dal giallo classico per questa componente, oltre a quella di non offrire necessariamente al lettore un finale ‘consolatorio’ (ammetto: per La mesata ho fatto un’eccezione): il ‘caso’ viene risolto ma senza riportare una calma assoluta… anzi, i problemi sociali poco edificanti – individuati durante le indagini – restano e talvolta il colpevole non viene assicurato alla giustizia, come nel mio primo romanzo, Delitto ai Parchi. Qualcuno, secondo me esattamente, ha paragonato questo genere al verismo (si pensi al Ciclo dei vinti di Verga o a The Grapes of Wrath di Steinbeck), in quanto crudamente fedele rappresentazione degli aspetti oscuri della cosiddetta ‘società civile’. Ecco, credo sia il realismo lo sfondo giusto – ove si muovono personaggi che, agendo e dialogando ‘buchino’ la carta – le caratteristiche che si richiedono a un buon noir, ‘condito’ se si vuole (io lo faccio spesso) da notizie storiche… ma attenzione a non scrivere inesattezze, perché il lettore, pur generoso, se tradito non perdona!

Cosa accadrà al maresciallo Corradi ora che ha fatto i conti col passato?

Bella domanda, me la pongo spesso anch’io.

Armando d’Amaro: Nato a Genova, vive a Calice Ligure. Ha praticato attività forense e accademica per poi dedicarsi alla scrittura e alla critica d’arte moderna. È autore di numerosi libri e racconti. Diversi suoi testi, scritti per artisti, sono stati anche tradotti in inglese e russo. Il drammatico Atlassib rappresentato con successo a teatro.

:: L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, (Keller 2016) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2016
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Baba Dunja, protagonista di L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky è l’emblema dell’amore per la propria terra. Un sentimento così forte che la donna è pronta pure a sfidare le radiazioni che hanno investito il suo paesino d’origine a pochi chilometri da Chernobyl. Baba fa proprio di testa sua tornando a vivere nel posto che le ha dato i natali, togliendo le ragnatele dalla casa e coltivando il suo amato orto, il quale le dona frutti un po’ troppo grandi rispetto alla norma, ma questo alla donna non importa. Baba trascorre le giornate prendendosi cura della propria casetta e facendo visita ai pochi abitanti suoi amici (sono così poco numerosi da stare sulle dita delle mani) anche loro, relitti umani, soli e abbandonati. Tra di loro c’è Marja che non si capacita della morte di Konstantin, il suo gallo; poi ci sono Petrov, Garilov e Jegor, tutti impegnati a ricostruirsi le loro umili vite in un mondo spazzato via del disastro nucleare. Tutto va avanti in modo ripetitivo fino a quando un fattaccio tremendo (un omicidio) metterà in subbuglio l’intero piccolo mondo di Cernovo. Il romanzo di Alina Bronsky è il ritratto di un mondo vittima delle radiazioni nucleari, nel quale la gente che ci è nata non esita a tornarci, nonostante sappia quanto siano gravi le conseguenze dell’assorbimento delle radiazioni stesse. Baba e gli altri mangiano i prodotti della terra che coltivano e non manifestano tutto il terrore dimostrato dagli uomini in tuta isolante che arrivano sul posto per prenderne dei campioni da analizzare, con il fine di verificare quanto sia alto il livello delle radiazioni. Baba più di tutti gli altri si ostina a continuare la sua vita come era prima dell’incidente di Chernobyl, lavorando la terra, andando a fare provviste a piedi nel villaggio vicino, prendendosi cura degli animali domestici. L’anziana è una sorta di eroina del quotidiano, una sopravvissuta che il lettore impara a conoscere pagina dopo pagina, scoprendo che è vedova. A dire il vero il marito è sì morto, ma le compare come una sorta di visione mistica nei momenti di maggiore preoccupazione. La donna è stata infermiera tuttofare e mamma di due figli. La figlia Irina è un chirurgo e vive in Germania e ha una figlia (Laura) per la quale la nonna accumula soldi, anche se poi scoprirà di aver idealizzato un po’ troppo sia l’immagine della figlia, che quella della nipote mai conosciuta. Del figlio, Baba parla poco, sa che è omosessuale e che vive in America, ma si capisce che è lontano in tutti i sensi. Il libro della scrittrice russa, tedesca d’adozione, ci porta dentro al mondo travolto dal disastro nucleare di Chernobyl e ci fa conoscere da vicino la devastazione sulle persone e sull’ambiente che quelle onde dannose portarono nel 1986. Conseguenze vive ancora oggi dopo trent’ anni. Pensando alla protagonista Baba e a quello che è il suo ultimo grande amore ci si rende conto che la decisione della donna è sì un po’ sconcertante, ma ne L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky, Baba non ama tanto una persona precisa, ma la sua casa e la terra dove lei ha vissuto e dalla quale le sue radici di donna di Cernovo non possono – e non volgiono- essere recise. Traduzione di Scilla Forti

Alina Bronsky è nata nel 1978 a Ekaterinburg, in Russia. Ora vive a Berlino. Tra i suoi libri precedenti pubblicati in Italia ricordiamo: La vendetta di Sasha (2010), I piatti più piccanti della cucina tartara (2012) usciti per E/O e Outcast per Corbaccio.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Keller Editore.

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:: Intervista a Maria Masella per Testimone (Fratelli Frilli Editori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

6 ottobre 2016

nmk«Sono le calde giornate del solstizio d’estate: un giovane navigante sbarca a Bari, pensando di restare a terra per pochi giorni. Antonio Mariani e la sua vita cambierà, prendendo una strada che nessuno avrebbe ritenuto possibile…»

Sette storie per un uomo che “vive ogni indagine come un caso personale”. Un libro, Testimone, scritto per accompagnare il commissario Antonio Mariani e le sue vicende, umana e professionale.
Ne abbiamo parlato con l’autrice Maria Masella in un’intervista.

I racconti con protagonista Antonio Mariani sono stati, nel tempo inseriti in romanzi. Qual è il motivo alla base di questa sua scelta?

All’inizio del 2016 l’editore Frilli mi ha proposto di scrivere un Mariani estivo, un po’ più breve del solito autunnale. Parlandone insieme abbiamo pensato a una raccolta di racconti.
Mi piace scrivere racconti e mi piace leggerli, ma non apprezzo che non ci sia un filo conduttore comune. Ne ho scelti due: il primo è stato quello di inserirli in momenti lasciati liberi dai romanzi, non momenti casuali, ma significativi per l’evoluzione umana del protagonista. C’è quindi il racconto in cui Antonio decide di diventare “questurino”, in un altro metto in scena l’arrivo di Iachino e così via.
Non è stato semplice dal punto di vista tecnico, è stato difficilissimo dal punto di vista emotivo: all’inizio è giovane, alla fine è un uomo maturo. Da un racconto all’altro doveva “cambiare e non cambiare”, come una persona vera.
Il secondo filo conduttore è la parola “testimone”, notate che non ho messo alcun articolo, può essere riferito a una donna o a un uomo. O a un oggetto. In ogni storia c’è un testimone chiave, ma è soprattutto il testimone, l’oggetto che ci si passa nella staffetta. Antonio riceve simbolicamente il testimone dall’ispettore di Bari.

Il commissario Mariani è un personaggio che nasce all’incirca nel 2001 e che lei ha portato avanti in tutti questi anni. Era una decisione preventiva oppure ha scelto poi di coltivarlo in questo modo?

Nel 2000 ho scritto un romanzo “Morte da domicilio”, il cui protagonista e io narrante era un commissario genovese, Antonio Mariani. Pensavo che non ci fosse seguito, invece ho scritto un breve racconto “Aspetto”, di nuovo con lui, e mi è venuta la voglia di continuare. Voglia che non si è ancora esaurita.

I suoi libri in genere sono ambientati a Genova. In Testimone invece la scena si amplia con uno sguardo anche al sud-Italia. Ci sono delle motivazioni particolari per questa scelta?

In molti romanzi del ciclo, il protagonista “si muove”. Ne cito alcuni, a caso: “Mariani allo specchio” – Malaga, Celtique – Carrara, “Mariani e le mezze verità” – Lecco. Senza contare che “Mariani e il caso irrisolto” si conclude a Palermo. Motivazioni? Seguo la storia, se la vicenda richiede che lui si muova, allora si muoverà, altrimenti resterà a Genova. Di certo non c’è alcun desiderio di accattivarmi la simpatia di lettori non genovesi, ambientando parte dei romanzi in altre città. Se si muove va in posti che conosco e funzionali alla vicenda.

Lei scrive anche romance ma in questo caso parliamo di noir. In più di un’occasione nei suoi gialli si possono trovare nodi non sciolti completamente. Sono indizi legati alla sua volontà di perpetrare la figura principale della narrazione?

Tutti i romanzi e i racconti sono al cento per cento autonclusivi come indagine. All’ultima pagina chi legge ha le risposte alle tre domande fondamentali: chi, come e perché. Ma ogni romanzo e ogni racconto è qualcosa di più, è un frammento della vita di un uomo di nome Antonio. Quindi alcuni nodi possono essere messi in scena in un romanzo ed essere risolti (non sempre) in uno dei seguenti. Sarebbe innaturale se anche i problemi “di essere umano” trovassero risposta in duecentoquaranta pagine, la mia dimensione usuale.

Il suo protagonista invece è un personaggio che colpisce senza remore. Si è ispirata a qualche persona o personalità in particolare nel crearlo?

No, non mi sono ispirata a nessuno. Anzi Antonio sta lievitando, a ogni romanzo scopro qualcosa di lui che non sapevo.

Qual è il racconto di Mariani a cui è più legata? E perché?

Non lo so. Forse perché non riesco a vedere il ciclo spezzettato, per me è un unico grande (nota: grande come dimensioni! Nessuna allusione alla qualità) romanzo. Alcuni romanzi mi hanno fatto dannare, uno è legato a un momento tristissimo, un altro a mesi difficili… Li amo come gli altri. Insomma, lui mi accompagna da sedici anni, certi matrimoni durano meno.

Maria Masella: Genovese. Scrittrice italiana. Ha pubblicato racconti e romanzi. Testimone è il diciassettesimo titolo pubblicato con Fratelli Frilli Editori. Suoi libri sono usciti anche con Corbaccio e Rizzoli. Alcuni suoi romanzi sono stati pubblicati in Germania dalla Goldmann. Nel 2015 le è stato conferito il premio La Vie en Rose.

:: Dieci anni di Portici di Carta, e non solo, a cura di Elena Romanello

5 ottobre 2016

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Sabato 8 e domenica 9 ottobre torna, tra piazza Carlo Felice e piazza San Carlo, la manifestazione Portici di carta, giunta alla decima edizione e come sempre pronta ad inaugurare l’autunno culturale e libresco torinese.
In parallelo si festeggiano i dieci anni del Circolo dei lettori di via Bogino, altra importante istituzione libresca e non solo subalpina: quello che aspetta i torinesi e non solo bibliofili è un week-end all’insegna di bancarelle di libri nuovi e d’occasione, incontri presso l’Oratorio San Fillippo e il Gazebo dei Giardini Sambuy.
Quest’anno parteciperanno alla manifestazione 127 tra librai ed editori di tutto il Piemonte, e per 29 di loro questa è la prima volta. Piazza Carlo Felice ospita, come le prime domeniche di ogni mese, i librai d’occasione riuniti nell’associazione Sulla Parola, mentre sotto gli altri portici trovano spazio percorsi tematici su spiritualità, donne, tecnologia, bambini, lingue straniere, Storia locale, remainders, Oriente, fumetti, editori piemontesi, viaggi, gialli, letterature, passioni, società.
Tante le iniziative in programma, a cominciare dalla possibilità di poter donare un libro alle biblioteche dei Comuni vittime del terremoto del 24 agosto. Il grande protagonista, con un omaggio a lui dedicato, è Umberto Eco, a cui verranno dedicati incontri, passeggiate letterarie per ricordare il suo periodo torinese e si scopriranno i suoi disegni inediti.
Gli editori ospiti di quest’anno sono Lapis e Neri Pozza, che quest’anno compie settant’anni e che ha ispirato a Torino due ferventi gruppi di lettura presso la Biblioteca civica centrale e la Musicale alla Tesoriera.
Oltre agli eventi su Umberto Eco, sono da ricordare gli incontri con David Nicholls, autore di Noi e Un giorno, Stefano Benni, Gaetano Savatteri, Barbara Garlaschelli, il ricordo di Augusto Monti a cinquant’anni dalla morte e ovviamente la festa di sabato 8 in piazza San Carlo dalle 21 in poi per i dieci anni del Circolo, con tra gli altri Giuseppe Culicchia, Alessandra Montrucchio, Michela Murgia, Enrico Pandiani, Alessandro Perissinotto. Il Circolo ospiterà anche eventi nella sua sede di via Bogino venerdì 7 e sabato 8 fino al tardo pomeriggio.
Non mancano le passeggiate letterarie, con quella classica sui luoghi del libro con Rocco Pinto e Giovanna Vigliongo, quella in centro dedicata a Edmondo De Amicis, Marina Jarre e Cesare Pavese, quella nel Quadrilatero su Fruttero e Lucentini, Laura Mancinelli e Jean Jacques Rousseau, e ancora a San Salvario sulle orme di Primo Levi, Natalia Ginzburg e Carolina Invernizio, l’omaggio allo sport e a Edmondo De Amicis, Mario Soldati e Giovanni Arpino, l’itinerario tra le pietre d’inciampo in memoria del testimone della Shoah Max Mannheimer, scomparso a settembre, un giro per bambini con Guido Quarzo e Daniela Barbato e il mondo di Augusto Monti con Giovanni Tesio.
Insomma, un programma ricco, come sempre a Portici di carta, quasi a ribadire che Torino vuole avere un luogo centrale come città del libro. Il programma completo è nel sito http://www.porticidicarta.it

:: Grande come l’universo – storia di una famiglia, Jón Kalman Stefánsson (Iperborea, 2016) a cura di Maria Anna Cingolo

5 ottobre 2016
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Nelle pagine di “Grande come l’universo” Stefánsson ritorna a parlare di Ari, poeta ed editore islandese, e della sua famiglia, questa volta addentrandosi più a fondo nella psicologia dei protagonisti e garantendo spunti di riflessione più ampi. Come nel primo capitolo del dittico, “I pesci non hanno gambe”, il romanzo è ambientato in Islanda, terra di mare, di stelle e soprattutto di pesca.

Il sistema stellare ruota sopra l’Islanda, ma qui l’universo ruota intorna al pesce. (Pag. 74)

Una voce non identificabile, forse la sua stessa coscienza, racconta la storia di Ari in un romanzo che non segue una struttura lineare ma è costituito da sezioni alternate, un’altalena tra tempi e personaggi lontani e vicini, con l’unico obiettivo di raccontare la Vita. Ari possiede una straordinaria inclinazione verso l’arte e la poesia, ha in sé un seme che per generazioni è rimasto assopito in alcuni membri della sua stirpe e che solo in lui ha la possibilità di fiorire davvero. L’ex-poeta deve tornare a scrivere per curare, attraverso la parola, le ferite del suo passato, coinvolgendo fin dalle radici il suo albero genealogico. La decisione di Ari di cercare di cambiare le cose, può permettergli di calmare le acque familiari, il cui mare da anni è in tempesta, agitato da morte, dolore e incomprensioni.
Generazione dopo generazione l’Islanda resta, fredda, a guardare, seguendo le vicende di Ari e dei suoi parenti che sotto il cielo infinito trascinano le loro esistenze. Il romanzo stringe in un unico abbraccio tutte le loro sofferenze, le lacune affettive, il non detto e i rancori; bacia i loro amori sbriciolati, i sacrifici e le lacrime; accarezza le loro paure e le trasforma in coraggio.
Attraverso una prosa estremamente vicina ai versi, Stefánsson ci ricorda che soltanto al buio si vedono le stelle e che, quindi, se “il buio non riesce a spegnere ogni luce”, la speranza può essere regina del cuore umano ogni volta che è accompagnata dal perdono e dall’amore. In fondo, “non è mai troppo tardi finché si è ancora vivi”.
Traduzione e postfazione di Silvia Cosimini.

Jón Kalman Stefánsson: nato a Reykjavìk nel 1963, ex insegnante e bibliotecario, si è dedicato alla poesia e alla narrativa diventando una delle voci più importanti della letteratura nordica. Iperborea ha inoltre pubblicato la trilogia “Paradiso e inferno”, “La tristezza degli angeli” e “Il cuore dell’uomo”; mentre “I pesci non hanno gambe” è il capitolo che precede “Grande come l’universo”.

Source: acquisto personale in libreria.

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:: La terapia del dolore, di Marco Proietti Mancini (Historica, 2016) a cura di Federica Belleri

5 ottobre 2016
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Amare qualcuno non è facile. Ci si desidera ma ci si scontra. Uno dei due può rubare spazio all’altro non accorgendosi di annullarne la personalità. Ecco che il silenzio, a volte, non è più mancanza di parole ma incapacità di usarle nel modo giusto. È paura della solitudine, terrore di sentirsi mancare un appiglio sicuro. Anche quando uno dei due ferisce, colpisce, ancora e ancora. Tradisce e ne va’ fiero, sparisce e non concede spiegazioni al ritorno. Apparentemente la storia di solitudini intrecciate. In sostanza un matrimonio voluto a tutti i costi, uno spazio personale da non invadere e un quotidiano vissuto in punta di piedi per non urtare, per assecondare il più possibile. C’è chi si sente morto dentro e chi non fa nulla per cambiare le cose. Questo è il vissuto del protagonista di questo romanzo, fino al punto di non ritorno. Basta un gesto dettato dalla rabbia e dall’orgoglio ferito, per cambiare tutto. Un piccolo movimento e il dolore arriva. Come viene percepito, quanto è intenso? Interrogativi che vengono man mano svelati in corso di lettura. Dove sta ora quel maledetto orgoglio, nel momento in cui ci si deve affidare agli altri? Si comincia a parlare di “noi”, non di singolo individuo. È molto difficile… Bisogna comprendere e assorbire il proprio dolore per accettare quello degli altri. Bisogna ritrovarsi e riconoscersi per iniziare un nuovo percorso. È necessario “sentirsi” nuovamente, per aiutarsi a sopravvivere. Si deve parlare, confrontare, condividere, discutere. Solo in questo modo le lacerazioni potranno rimarginarsi. La vita prenderà una nuova forma, dando spessore ai sentimenti e alle piccole cose, anche nella paura di essere diversi e incerti. Il dolore cambia, quando lo si attraversa. Getta a terra sull’asfalto e permette di ricominciare. Costringe a vedere il mondo attraverso un filtro nuovo e più luminoso. La terapia del dolore. Romanzo introspettivo, delicato e sensibile. Crudo e diretto dove è necessario.
Assolutamente consigliato.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: L’alba, Elie Wiesel, (Guanda, 2010) a cura di Daniela Distefano

4 ottobre 2016
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E’ di buon auspicio riuscire a piangere. Chi piange sa che un giorno non piangerà più. Quante lacrime ha sparso il popolo ebraico nei secoli, nel mondo, come concime per la speranza di non essere ancora maledetto dalla Storia, dalle nazioni che lo hanno perseguitato? E poi il nazismo, questa ghigliottina che ha tagliato il capo a sei milioni di ebrei, togliendo loro la pelle di essere umano e imbavagliandoli di orrore.
Elisha ha solo diciotto anni, e uno strazio alle sue spalle: ha patito lo sterminio della sua famiglia, adesso, per una bizzarra legge del contrappasso, deve mutare divisa e da vittima si deve trasformare in carnefice.

Per la prima volta nella mia vita sentivo una storia ebraica in cui non erano gli ebrei a tremare. Fino ad allora avevo sempre creduto che la missione dell’Ebreo consistesse nell’essere il tremito della Storia, più che il vento che la fa tremare.

Un notte sola e questa strana alchimia sarà per Elisha realtà. E’ autunno,     siamo in una Palestina divenuta  un’immensa prigione dove Israele lotta per la sua esistenza contro il mandato britannico. Due prigionieri – di opposta bandiera –  moriranno: David ben Moshe  e il capitano Dawson;  Elisha sarà il boia di quest’ultimo, all’alba avverrà l’esecuzione.
Ombre, fantasmi del passato, gli morsicano i pensieri come insetti disdicevoli, come cavallette pazze: suo padre, sua madre, il suo maestro, il bambino che era, tutti  i  personaggi del suo breve film esistenziale. Come darsi coraggio per compiere questo atto disumano, come non lasciarsi trapassare dalla pietà per se stessi? Uccidere è un suicidio dell’anima, ma Elisha è un combattente oramai e ha imparato i trucchi dei soldati che non si lasciano annientare nemmeno dalla propria coscienza.

Perché cerco di odiarti John Dawson? Perché il mio popolo non ha mai saputo odiare. La sua tragedia, nel corso dei secoli, si spiega con la mancanza d’odio che dimostrò verso coloro che tentarono di sterminarlo, coloro che così spesso riuscirono a umiliarlo.

Un libro che racconta una notte di follia umana e l’alba della ritrovata familiarità con se stessi.  Forse il popolo di Dio non è ancora pacificato, ma ha perso quel peso che lo schiacciava in fondo alla catena umana.

Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986,  è nato nel 1928, nella regione dei Carpazi da genitori ebrei.  Ha vissuto l’atrocità di Auschwitz e di Buchenwald;  sopravvissuto è emigrato in Francia nel 1945, diventando giornalista e scrittore. Verso la metà degli anni Cinquanta si è trasferito negli Stati Uniti.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Brian dell’Ufficio Stampa “Guanda”.

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:: The Invasion of the Tearling, Erika Johansen (Multiplayer Edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

4 ottobre 2016
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Nel primo capitolo di questa saga fantasy, The Queen of the Tearling, avevamo assistito alla salita al potere di Kelsea Glynn, regina suo malgrado di un mondo in cui il potere è qualcosa di ambito ma anche di mortale, visto che si diventa sovrani dopo vari giochi di potere pericolosissimi e la possibilità di venire uccisi da parte degli altri contendenti al trono è altissima.
Ora Kelsea è regina del Tearling, ma la sanguinaria Regina Rossa del regno di Mortmesne muove guerra contro di lei, soprattutto dopo che Kelsea ha ritenuto chiuso il tributo di schiavi per per anni è stato un appuntamento mensili del Tearling verso la spietata sovrana. Kelsea deve quindi affrontare una guerra che sembra senza uscita, contro una donna in possesso di poteri magici oscuri e terribili, a capo di un esercito che semina terrore in un regno che la nuova sovrana cerca di rendere più giusto e libero.
In parallelo Kelsea comincia a fare strani sogni e ad avere visioni, in cui appare Lily, una giovane donna di un passato remoto, un mondo industrializzato in cui alle donne sono stati negati tutti i diritti e sono diventate solo fattrici di figli e sottomesse agli uomini, da cui cerca di fuggire. Tra le due protagoniste, vissute in tempi diversi e legate da qualcosa di misterioso, si crea un legame da cui può dipendere la vita di entrambe, di Lily allora e di Kelsea nel suo tempo, forse legato all’origine del mondo di Kelsea.
The invasion of the tearling si dimostra quindi ancora più interessante del primo capitolo, in cui predominavano i toni fantasy, in un universo che era debitore a Martin ma anche ad autrici come Marion Zimmer Bradley, con toni cupi e una visione adulta del genere. In questo nuovo romanzo si continua ad assistere alle avventure di Kelsea regina del Tearling, ma in parallelo c’è una nuova storia, di fantascienza distopica, in un futuro prossimo alla nostra epoca, in un Occidente che ha preso una svolta totalitaristica non tanto diversa dai discorsi di certe frange anche presenti nei nostri Paesi che vorrebbero ritornare ad un patriarcato totalizzante e dalla condizione prevalente in altre aree del pianeta. Il modello che viene in mente è Margaret Atwood con il suo Il racconto dell’ancella, tra le migliori distopie femministe per ricordare che certi diritti sono ben lontani da essere scontati per sempre.
Il risultato sono due piani di racconto che si alternano e si mescolano, entrambi interessanti, a testimoniare le potenzialità del fantasy, la sua importanza per raccontare storie al femminile interessanti e come fantasy e fantascienza siano solo due aspetti di un genere ampio e variegato, che quando è di qualità come in questo caso è metafora dell’oggi e delle sue contraddizioni. Come già il primo, anche questo nuovo capitolo esce in una bellissima edizione grafica, corredata da varie immagini, ma non bisogna farsi ingannare, non è l’ennesimo young adult banale, ma una storia molto più interessante, adulta e tosta, che si snoda su due piani per pagine e pagine con un finale ancora aperto.

Erika Johansen ha studiato allo Swartmore College in Pensylvania, poi al Iowa Writers’ Workshop dove si è laureata in Belle Arti e in seguito ha lavorato come avvocatessa. Vive a San Francisco in California e si interessa di tematiche sociali, dopo essere stata ispirata dalla campagna elettorale di Barack Obama nel 2007.

Source: acquisto al Salone del libro.

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:: La ragazza nel parco, di Alafair Burke (Piemme, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

4 ottobre 2016
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Pubblicato in Italia da Piemme, nella versione tradotta da Sara Marcolini, La ragazza nel parco di Alafair Burke è un libro con una storia che non poteva non fare presa sul pubblico, soprattutto quello americano.
Dall’11 settembre del 2001 in ogni sparatoria o esplosione che ha luogo sul territorio statunitense si cerca immediatamente la pista jihadista o del terrorismo in generale e quando così non è entra in gioco un altro triste aspetto della contemporanea società americana e non solo: le stragi folli messe in atto per i più svariati motivi, che vanno dal risentimento religioso a quello etnico, di orientamento sessuale…
Ne La ragazza del parco di Burke si ritrova tutto questo, studiato, elaborato in maniera tale da incastrarsi alla perfezione con i fatti di cronaca più o meno recenti.
Olivia Randall è un avvocato di successo con dei trascorsi burrascosi con Jack Harris, scrittore famoso, padre di una figlia adolescente che cresce da solo da quando sua moglie Molly è rimasta vittima di un attentato. Harris è accusato di triplice omicidio, di essere l’artefice di un attentato in cui ha perso la vita anche il padre del ragazzo che ha ucciso sua moglie.
L’epilogo che l’autrice ha scelto di dare alla vicenda bene si inserisce nei tristi risvolti a cui la narrazione rimanda. Le conseguenze delle azioni proprie e degli altri che ritornano quando meno ce lo si aspetta. I traumi che riaffiorano più forti che mai anche se ci si era illusi di averli superati. La vita che è un correre e un ripercorrere eventi che si incastrano tra di loro meglio delle tessere di un puzzle.
La narrazione è fitta di salti temporali tra il presente e il passato, in particolare al periodo giovanile di Olivia, agli anni del College e della relazione con Harris. Nella maggior parte dei casi sono dei flashback nei quali la protagonista rivive momenti del suo passato, situazioni intime o emozioni personali e come tali risultano, restando quasi estemporanei al racconto della vicenda principale non riuscendo neanche a dare spessore alla storia e ai trascorsi del suo rapporto con Jack Harris.
Leggendo La ragazza nel parco di Alafair Burke a volte sembra proprio che la storia e le scene siano state studiate per risultare interessanti, accattivanti per il lettore e non determinate dall’evoluzione della vicenda narrata. Quasi come se si volesse dare al lettore ciò che pensa di volere: una triste vicenda cui interessarsi e dei protagonisti cui affezionarsi.

Alafair Burke: È un avvocato penalista, con una grande esperienza di processi. I suoi romanzi sono bestseller del New York Times elogiati da autori come Micheal Connelly e Dennis Lehane.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Federica Ufficio stampa Piemme.

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:: Elena Ferrante sono io

3 ottobre 2016

indexC’è voluto un giornalista di inchiesta italiano – in collaborazione con colleghi di altri paesi del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, del sito di giornalismo investigativo francese Mediapart e di quello della rivista americana The New York Review of Books –  per svelare l’identità (ancora presunta) di Elena Ferrante.
Un segreto che a quanto si mormorava tra gli addetti ai lavori non era esattamente tale, ma ora sulle pagine del Sole24 c’è scritto nero su bianco, con prove documentate, che Elena Ferrante non è altro che Anita Raja.
È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!
Cosa cambierà da adesso in poi? Anita Raja e il marito Domenico Starnone non commentano, non ammettono ne negano. Dalla casa editrice di Elena Ferrante non è ancora uscito un comunicato ufficiale, ma si può intuire non sono contenti.
Come non sono contenti molti lettori, e scrittori che in queste ore commentano sui social (una parte perché sembra che un’altra parte del vasto mondo dei lettori e dei critici non riconosca alla scrittrice il diritto all’oblio, a nascondere la sua identità affinché solo i suoi libri vengano letti e giudicati).
Elena Ferrante ha sempre difeso la sua privacy, il diritto a stare in disparte, il diritto a tenere la sua vita privata separata dal grande clamore dovuto al successo (ormai planetario). Mormorii sussurrati sulla sua identità non l’ hanno mai disturbata, ma ora sembra sia stata detta la parola definitiva, sia stata messa all’angolo, sia stata svelata la sua colpa.
Beh perché sì, solitamente indagini patrimoniali, collegamenti internazionali, etc… si fanno per presunti mafiosi o criminali, non per gli scrittori. Molti infatti pensano che il talento investigativo dei giornalisti coinvolti sarebbe stato meglio impiegato in altre cause, più nobili, più utili alla società. Che di per sé è vero, anche noi che qui e ora ne stiamo parlando potremmo impiegare meglio il nostro tempo occupandoci della fame nel mondo, dei rifugiati, dei bambini abbandonati. Io ho scelto di occuparmi di libri e letteratura, per cui mi sembra giusto riflettere su questo caso, eclatante solo per l’importanza e la fama delle persone coinvolte.
Riflessioni che comunque portano altrove su temi molto più seri e universali. L’identità, il diritto alla privacy e la liceità di separare l’artista dalla sua opera. Ma torniamo a Elena Ferrante.
L’indagine investigativa del Sole 24, che porta una firma autorevole, Claudio Gatti, (giornalista serio, impegnato in molte indagini realmente importanti, dallo scandalo Oil for Food, alla denuncia che la banca americana JP Morgan Chase era coinvolta nella truffa da 50 miliardi di dollari perpetrata da Bernard Madoff ) ha di per sé avuto un taglio molto aggressivo se non ostile. Quasi come se tenere nascosta la propria identità fosse un fatto illecito e finalmente solo ora la Ferrante fosse stata inchiodata alle sue responsabilità.
L’articolo dice che è una bugiarda, (lo dice in modo elegante, affermando che è proprio la Ferrante ad ammetterlo) per cui è più che giustificato tutto questo impegno profuso per fare chiarezza e portare a galla la verità. Ecco spero che suoni anche a voi piuttosto eccessivo ed esagerato. Soprattutto perché non si indagano le ragioni di Anita Raja, le serie motivazioni che l’hanno spinta, sempre che sia lei, a nascondere di essere Elena Ferrante. E possono essere ragioni serie, etiche, anche dolorose.
Tutto è stato spazzato via, giudicandolo poco importante. Il prossimo passo quale sarà, indagare sulle presunte amanti del marito, pubblicare le sue cartelle cliniche?
Ecco è questo punto penso abbia spaventato e indignato tutti coloro che in queste ore dibattono. Identificarsi con Elena Ferrante, per quanto il parallelo è sicuramente poco bilanciato, e dire Elena Ferrante sono io.