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:: La viaggiatrice di O – Nel labirinto, Elena Cabiati (Watson edizioni, 2016) a cura di Elena Romanello

11 aprile 2017
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Torna Gala, la strega viaggiatrice nel tempo protagonista già di un’altra avventura uscita presso un altro editore, stavolta per i tipi della Watson edizioni, editori indipendenti che vogliono dare spazio al fantastico in tutte le sue forme.
Sotto la superficie di Torino, città italiana che ha saputo cambiare pelle e vocazione, si nascondono i maghi e le streghe viaggianti di O, che saltano da un’epoca all’altra per cercare di salvare situazioni e risolvere problemi. Al centro di tutto c’è Gala, quindici anni, una dei più giovani membri della collega, con un grande potere bilanciato da una grande pigrizia che le crea non pochi problemi, che deve viaggiare nel tempo per difendere dai negromanti, i maghi oscuri, le opere d’arte che custodiscono i segreti magici per le vie della conoscenza degli iniziati.
Su di lei veglia Kundo, il suo maestro, persona lontanissima da lei come preparazione e vita, visto che è un vecchio monaco medievale sopravvissuto alla sua epoca e che si trova in un mondo non suo, con un oscuro sospetto a gravare su di lui.
Stavolta la missione che devono affrontare è decisamente pericolosa, perché bisogna salvare la cattedrale gotica di Notre Dames a Chartres, uno dei simboli esoterici più potenti di sempre, dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale: da qui nascerà un viaggio che porterà Gala e Kundo oltre il tempo e lo spazio, in un altro universo parallelo, la terra delle fate, dove tutto è ambiguo, il bene e il male non sono definiti ed è molto difficile scegliere da che parte stare. Forse solo il labirinto della cattedrale di Chartres potrà far capire a Gala da che parte stare.
Il fantasy e il fantastico si continuano a coniugare in molte storie, anche rivolte al pubblico più giovane, che purtroppo per troppo tempo si è trovato alle prese con raccontini melensi dove l’elemento fuori dalla realtà era solo un pretesto per raccontare una storiella non certo appassionante.
Non è questo il caso dei libri di Elena Cabiati, rivolti agli adolescenti ma godibili da tutti, in cui l’autrice mette al centro il suo amore per l’arte a tutto tondo, presentando alla fine opere realmente esistenti anche se in contesti fantastici. Interessante anche il ripresentare l’archetipo del viaggio nel tempo, utopia per chiunque abbia pensato una volta sola di poter cambiare qualcosa nel passato che non gli è andata bene, tema già trattato in opere che spaziano da Wells con il suo La macchina del tempo al serial cult britannico Doctor Who.
Qui il tema è risolto in maniera più fantasy, con richiami alla magia e al folklore, come il regno delle fate, luogo non certo rassicurante come ricordano certe leggende, ma il tutto funziona bene, e c’è da rimanere in attesa di nuove avventure di Gala, protagonista non eroica e molto umana, che ai fan dei serial cult potrà ricordare a tratti Buffy, alle prese con l’eterna lotta tra bene e male.

Elena Cabiati è nata e vive a Torino, città magica che fa da sfondo alle sue storie. È specializzata come storica dell’arte e si interessa soprattutto al significato dei simboli nascosti nelle immagini artistiche e ai loro rapporti con la sapienza esoterica e magica. Ha collaborato con alcuni dei maggiori musei piemontesi e scrive testi di storia dell’arte destinati a adulti e ragazzi. Insegna lettere in una scuola media. La viaggiatrice di O è il suo primo romanzo.

Source: omaggio dell’autrice all’articolista che ringraziamo.

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:: Guida ai super robot – L’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980, Jacopo Nacci (Odoya, 2016) a cura di Elena Romanello

10 aprile 2017
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Il 5 aprile del 1978, in pieni anni di piombo, andava in onda su Rai due, allora secondo canale, il primo episodio di Ufo robot Goldrake, il primo di una lunga e prolifica serie di cartoni animati giapponesi di genere fantascientifico incentrati su robot guerrieri che mescolavano archetipi culturali del Paese del Sol levante a tematiche di genere fantastico dalla distopia alla guerra galattica.
A quella breve ma intensa stagione di personaggi, rimasta nel cuore dei suoi appassionati ormai cresciuti con la loro passione che oggi si estrinseca in altro modo ma non più in tv da dove i robot sono praticamente spariti, Jacopo Nacci dedica la Guida ai super robot: l’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980.
Non è il primo libro ad uscire in tema, da quando i fan di quei giganti d’acciaio hanno potuto iniziare a riflettere non più da bambini sugli anime come contenitori di cultura e passione sono usciti tanti libri, ma si distingue per come si focalizza su un genere e su alcuni personaggi, uniti da un filo rosso ma non certo tutti uguali e ripetitivi come sostenevano i detrattori che all’epoca li accusarono di tutti i mali della società.
L’autore fornisce per tutti i robottoni dal 1972 al 1980 una scheda in cui racconta la trama, svelando in qualche caso il finale a chi magari se l’era perso allora ed è sempre rimasto con la curiosità di come erano andate a finire le cose in un universo in cui il lieto fine non era scontato e nemmeno assoluto, e un’analisi tematica su quelli che sono i punti forti di queste serie. Ci sono tutti i robottoni di quegli anni da Astroganga a Baldios, dai due Mazinga a Jeeg, da Daitarn 3 a Godam, da Goldrake ovviamente a Daltanious, da Gaiking a Ideon, fino ad arrivare a Gundam, che è stato un vero e proprio spartiacque, perché ha introdotto il concetto di robot non più come guerriero mistico e invincibile ma come macchina da combattimento normale nelle fila di un esercito.
Un libro per appassionati e nostalgici, ma non solo, visto che racconta in maniera non solo all’insegna del rimpianto delle icone e delle storie svelandone il valore e l’interesse, in relazione alla cultura giapponese ma anche ad archetipi come il viaggio nell’abisso e nella morte per poi risorgere a nuova vita che sono al centro di ogni vicenda. Poi, chiunque era ragazzino allora o magari ha scoperto dopo questi giganti d’acciaio con dentro eroi con problemi troverà il suo beniamino e il suo microcosmo preferito, magari scoprendo qualcosa di nuovo o che non aveva notato.

Jacopo Nacci è nato nel 1975 e abita a Pesaro. Scrittore, recensore, blogger, è autore dei romanzi Tutti carini, uscito per Donzelli nel 1997 e Dreadlock (Zona, 2011). Ha inoltre partecipato al progetto collettivo Lo zelo e la guerra aperta della Cooperativa di narrazione popolare 2012. Il suo blog è yattaran.com

Provenienza: omaggio dell’editore, si ringrazia Paola Papetti di Odoya.

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:: Review Party – I guardiani dell’isola perduta, Stefano Santarsiere, (Newton Compton, 2017)

7 aprile 2017

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Eppure, come recita un famoso adagio, conosciamo più della superficie di Marte che degli abissi dei nostri oceani. Le creature in gran parte sconosciute che li popolano rappresentano l’ultima vera frontiera della nostra nozione di biodiversità.

Nuova avventura per l’ intrepido giornalista e indagatore del mistero Charles Fort, dopo La mappa della città morta, eccolo protagonista de I guardiani dell’isola perduta, nuovo romanzo di Stefano Santarsiere. Una storia che parte da un principio scientifico affascinante, che trova le sue origini nelle origini stesse della vita sul nostro pianeta e ci porta a indagare nelle profondità degli abissi. Se la vita in superficie racchiude misteri e enigmi insoluti, non è difficile supporre quanti siano ancora i segreti degli abissi, i segreti nascosti nei punti tutt’ora inesplorati degli Oceani, luoghi occulti per definizione, e quali misteriose creature li abitino.
Se amate l’avventura insomma I guardiani dell’isola perduta è un romanzo insolito e piacevole sia per lo stile chiaro e scorrevole, sia per la capacità dell’autore di far sembrare credibili, o per lo meno molto vicine al vero, molte situazioni e veri e propri colpi di scena.
Charles Fort è a Bologna, passeggia tranquillamente dopo aver visto il suo neurologo, che lo cura per problemi di memoria, e una telefonata gli comunica che un suo collaboratore della rivista online che dirige, Luca Bonanni, è morto in un incidente stradale sulla statale Jonica, in provincia di Cosenza. A Charles Fort tocca riconoscere il cadavere. Se non fosse che l’assoluta certezza delle forze dell’ ordine che si tratti di un incidente non è condivisa dalla compagna di Bonanni, Selena Corelli, che avvicina Charles Fort e gli esprime i suoi dubbi.

La donna incrociò le braccia e avanzò di un passo. «Mi aveva confessato di sentirsi in pericolo. Si stava occupando di una ricerca, qualcosa che aveva a che fare con il mare, con l’oceano. Sapeva
che è stato per tre mesi alle isole Fiji?»
«No, non lo sapevo».
«Aveva raccolto del materiale e stava lavorando a un video».

Sul momento Charles Fort non le dà grande retta, se i carabinieri non la prendono sul serio, dandole della mitomane, perché dovrebbe farlo lui? Ma poi una misteriosa valigia, e un’ intuizione, un ricordo nella notte lo spingono a darle credito o per lo meno ad ascoltare la sua storia.

«Però mi disse anche che aveva trovato qualcos’altro», riprese la donna rientrando in corsia; il camion strombazzò furiosamente a quella manovra. «Poteva essere l’inizio di una nuova indagine.
Il suo amico pescatore gli aveva parlato di una leggenda che si tramandava nei paesini costieri del Jalisco». Gettò un’occhiata al giornalista. «La chiamavano el hermano del mar. Qualcuno o qualcosa che veniva dai luoghi più remoti dell’oceano e aiutava i pescatori a prendere il pesce nei periodi di magra».

E’ l’inizio di un’ avventura che li porta nelle isole Fiji non a caccia di tesori, ma di misteri, di misteri nascosti nei fondali dell’Oceano, inseguendo miti ancestrali tanto affascinanti e antichi quanto pericolosi. Perché c’è chi è disposto a uccidere, a commettere crimini in nome di un folle piano che bisogna fare di tutto per sventare.
Ecco in breve la trama de I guardiani dell’isola perduta, senza svelare troppo dei punti nodali, e dei numerosi colpi di scena che si susseguono per tutta la narrazione. Tra scienza e invenzione, Santarsiere ci parla di come l’evoluzione avrebbe potuto realizzarsi, oltre a indagare sui misteri della mente umana e della memoria. Insomma quando l’avventura si coniuga con la fantascienza, possono nascere libri come questo. Interessante.

Stefano Santarsiere è nato nel 1974, vive e lavora a Bologna. Ha diretto il cortometraggio Scaffale 27, aggiudicandosi il primo premio nel contest Complete Your Fiction 2012. Ha pubblicato i romanzi L’arte di Khem, Ultimi quaranta secondi della storia del mondo, e con la Newton Compton La mappa della città morta. Per saperne di più: www.santarsiere.it

:: Washington. Fondazione della repubblica degli Stati Uniti d’America, Francois Guizot, curato da Maurizio Griffo, (Rubbettino, 2004), a cura di Daniela Distefano

6 aprile 2017
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Ci sono avvenimenti che la Provvidenza cela alla comprensione dei contemporanei. Eventi così grandi, così complessi che superano per molto tempo lo spirito umano, e che, anche manifestandosi in maniera eclatante, rimangono per lungo tempo oscuri in quelle profondità dove si preparano i mutamenti importanti che decidono dei destini del mondo.

A volte cade sulla Terra un meteorite, a volte ha il volto umano, impassibile, amletico di George Washington, oggetto di studio di un eclatante intellettuale prestato alla politica, cioè Francois Guizot.
Non ci vogliono trattati interminabili per abbozzare la figura di un servo di Dio.
Non serve tratteggiare una sagoma con maestria leonardesca per comprendere che tanto il biografo quanto il personaggio approfondito siano sparsi in un un’unica porzione di cielo, confusi tra le nubi della fama mondiale e la pioggia di riconoscimenti ultrasecolari.
Due uomini e basta. Uno vive, agisce, si eclissa nella notte della vittoria, l’altro ne ricostruisce il cammino predestinato.
Sullo sfondo l’America in cui le colonie crescevano rapidamente in popolazione, ricchezza, importanza all’estero.
Invece di pochi insediamenti oscuri, si veniva formando un popolo che con l’agricoltura, il commercio, gli scambi, le relazioni prendeva il suo posto nel mondo.
Intanto, assieme alle fortune del paese cresceva lo spirito pubblico, e il sentimento di appartenenza alla comunità si elevava. Così quando il re Giorgio III e il suo parlamento, più per orgoglio e per impedire la prescrizione del potere assoluto che per raccoglierne i frutti, pretesero di tassare le colonie senza il loro consenso, un partito numeroso, forte, ardente, il partito nazionale si sollevò d’improvviso, pronto a resistere in nome del diritto e dell’onore del paese.
Questione di diritto e d’onore, non di benessere e di interesse materiale.
Le tasse erano leggere e non imponevano alcuna sofferenza ai coloni.
Questo era, all’inizio della contesa, il pensiero dello stesso Washington e il sentimento pubblico.
Sentimento politico e morale.
Washington era convinto che la causa per conquistare l’indipendenza fosse giusta.
Nei giorni peggiori, quando doveva difendersi dalla sua propria tristezza diceva:

“non posso non sperare e credere che il buon senso del popolo alla fine prevarrà sui suoi pregiudizi … Non riesco a immaginare che la Provvidenza abbia fatto tanto per nulla … il grande sovrano dell’universo ci ha condotti troppo a lungo e troppo avanti sulla via della felicità e della gloria, per abbandonarci a metà del cammino … Ho fiducia che ci resti abbastanza buonsenso e virtù perché possiamo riprendere la strada giusta prima di essere del tutto perduti”.

Genio regolare, più fermo che fecondo, giusto, benevolo verso gli uomini, ma grave, un po’ freddo, nato per comandare più che per combattere, George Washington nell’azione amava l’ordine, la disciplina, la gerarchia e preferiva l’impiego semplice e potente della forza di una buona causa alle complicazioni sottili e alla discussioni appassionate del pulpito.
Rimase federalista, avversario delle pretese locali e popolari, partigiano dell’unità e del potere centrale.
Fece le due cose più grandi che in politica sia dato all’uomo di tentare: mantenne, con la pace, l’indipendenza degli Stati Uniti conquistata con la guerra; fondò un governo libero, in nome dei principi d’ordine e ristabilendo il loro dominio.
Scusate se è poco; quando un simile astro sorge nel manto celeste non resta che seguirne la scia, ben visibile ancora oggi basta rivolgere lo sguardo in su, oltre le nubi della decadenza, laddove placidi sogni si uniscono al regno dell’immortalità e nascono desideri realizzati per gli uomini di ogni tempo.

Francois Guizot (1787-1874) è stato uno storico e uomo politico.
Di famiglia protestante, partecipò alla vita pubblica francese a partire dalla Restaurazione, come membro influente del gruppo dei cosiddetti “dottrinari”.
Dopo la rivoluzione di Luglio fu ministro della Pubblica istruzione, poi ministro degli esteri, e da ultimo presidente del consiglio.
La rivoluzione del 1848 mise fine alla sua carriera politica.
Fra le sue opere più importanti, “La Storia della civiltà in Europa”, la “Storia della civiltà in Francia”, e la “Storia della rivoluzione d’Inghilterra”.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

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:: Primo Levi al Polo del Novecento, a cura di Elena Romanello

6 aprile 2017

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Trent’anni fa, l’11 aprile 1987, Primo Levi scompariva tragicamente dopo essere stato uno dei primi testimoni ad avere avuto il coraggio di raccontare la Shoah, persona schiva ma carismatica, rimasta nel cuore di chi era della sua generazione o poco più giovane, ma anche di chi l’aveva conosciuto negli anni Settanta e Ottanta grazie alle letture scolastiche. Una fine e una vita che sono ancora oggi emblematiche di una delle massime tragedie del Novecento.

Il ruolo di testimone della Shoah non è mai venuto meno a Primo Levi nemmeno dopo la sua morte, perché ancora oggi è molto letto e studiato: dopo le letture al grattacielo San Paolo, per commemorare la sua morte nei giorni dell’anniversario, il Polo del Novecento presenta due giorni di letture e riflessioni in collaborazione con il centro studi Primo Levi, uno dei suoi partner principali nel racconto e ricordo degli eventi del Secolo breve.

Sabato 8 e domenica 9 aprile, a Palazzo San Daniele in via del Carmine 13/14, ci saranno due giornate dedicate a Primo Levi nella sua interezza, non solo come narratore dei lager, ma anche come autore di fantascienza, resistente, chimico, viaggiatore.

Sabato si inizierà alle 10 e 30 fino alle 12 e 30 e poi di nuovo dalle 15 e 30 alle 23 e 30 e si parlerà dell’esperienza nella Resistenza di Primo Levi con Alberto Cavaglion, Anpi, Fondazione Nocentini, Istoreto, delle opere di Primo Levi tradotte all’estero, de La chiave a stella con Ernesto Ferrero, del racconto di Auschwitz con Anna Bravo, l’Aned, la Comunità ebraica e il Museo diffuso

Domenica 9 aprile dalle 10 e 30 alle 12 e 30 e poi dalle 15 e 30 alle 21 e 30 ci si confronterà con il racconto del viaggio ne La tregua con Giovanni Tesio, con le poesie, con Primo Levi e la chimica de Il sistema periodico, con il racconto di fantascienza con Piero Bianucci.

L’ingresso è libero, per ulteriori informazioni visitare il sito del Centro internazionale di studi Primo Levi http://www.primolevi.it

:: L’ultima sillaba del verso, Romano Luperini (Mondadori, 2017) a cura di Greta Cherubini

5 aprile 2017
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“Ne verrà fuori uno sgranarsi di fatti, una sequela non orientata e un po’ casuale, una cronaca insomma. […] D’altronde, chi crede più che esistano le storie (non dico la Storia)? Forse ormai possono esistere solo cronache e cronologie”.

Valerio, stimato professore universitario, è reduce da una devastante malattia che ne ha trasfigurato il corpo. Sempre più solo e ormai privo di riferimenti, si immerge in un’opera di ricostruzione storica (o, per meglio dire, cronachistica) allo scopo di individuare il senso del proprio vissuto.
Quello che ne risulta è una “Cronaca di fine millennio”, il racconto frammentario degli avvenimenti  che negli ultimi anni hanno segnato il corso della vita del protagonista.
Al centro di tutto la figura della madre, simbolo di un mondo arcaico, ciclico, immutabile e in quanto tale certo, rassicurante, infallibile; un mondo che ormai è possibile soltanto rievocare nostalgicamente nella memoria,  irrimediabilmente perduto con la morte di lei.
Tutto intorno, lo sgretolarsi delle certezze, il crollo di un castello di carte che ha inizio con la separazione dalla moglie e con la contemporanea fine della militanza politica: il tramonto di un’epoca che determina una scelta di vita solitaria ed appartata e a partire dalla quale nulla sarà più come prima.
Sono gli anni della caduta del muro di Berlino, della guerra del Goffo, dell’inchiesta Mani pulite (che coinvolge anche il fratello Bruno), della guerra in Iraq, dell’ascesa politica di Berlusconi; e nella vita privata, delle relazioni altalenanti con l’archeologa Betty e con la sfuggente Claudine.

“Avevo dedicato l’esistenza alla lotta politica, alla letteratura e alla ricerca di una relazione felice con una donna. La letteratura era diventata un mestiere, la lotta politica era ormai impossibile e le donne…le donne erano ancora un problema, un nodo che non riuscivo a sciogliere”.

Il memoriale di Valerio è il racconto frastornato e attonito di un attore di prim’ordine della storia, reduce dalle battaglie del ’68, drammaticamente trasformato in spettatore della stessa, privato ormai di qualsiasi possibilità di azione e intervento concreto.

“Un tempo […] le cose accadevano perché noi le facevamo accadere. Ora accadono indipendentemente da noi e noi possiamo soltanto guardarle accadere. Eravamo protagonisti, o magari ci sembrava soltanto di esserlo, ma era comunque una illusione importante, ora siamo solo spettatori davanti a un televisore, e non abbiamo più neppure illusioni”

La misura della nuova realtà è il disimpegno, l’accettazione passiva e rassegnata degli eventi, dove solo la dimensione individuale è possibile; non esistono più le categorie collettive né i valori condivisi: persino la distinzione netta tra Bene e Male è venuta meno, a favore delle più aleatorie dimensioni del Giusto e dell’Ingiusto.
Il racconto stesso della Storia non è più praticabile: la realtà odierna è fluida, i fatti si susseguono incomprensibili e senza alcuna logica, determinando l’assenza totale di stabilità e punti di riferimento.
Quello che rimane è la nostalgia per un mondo che non c’è più e non è più recuperabile, il senso amaro di uno scacco pubblico e privato e la condanna a scontarne le conseguenze:

“Ho dedicato buona parte della mia vita a interpretare i segni del presente e a tentare di cambiarlo, sono vissuto di passioni politiche e pubbliche, e ora ho capito…capito cosa? Che non c’è più nulla da capire e non mi resta che una passione tutta privata, privatissima, addirittura clandestina? Che quanto accade nel mondo non è più storia, percorso decifrabile, ma cronaca, caos di avvenimenti, somma di esistenze solo individuali?”

Quel che resta da salvare Valerio lo scoprirà grazie alla madre, con la sua capacità innata di trovare il senso nelle minuzie e nella quotidianità; grazie a Betty, con la sua esperienza nel rimettere insieme i frammenti; grazie infine a Claudine, che resterà sempre una possibile e imprendibile amante.
La cronaca di fine Millennio è questo tentativo estremo di restituire significato alle cose, di tracciare il filo di un’esistenza attraverso l’insieme dei pezzi:

“Se è impossibile trovare un senso generale che spieghi il percorso della storia e il significato della vita e della morte, è possibile però interpretare la società e la natura, raccogliere frammenti di senso, mettere insieme dei tasselli, costruire delle storie e delle narrazioni. Non era questo che aveva fatto per tutta la vita mia madre?”

Romano Luperini, noto studioso e critico letterario, è nato e vive in Toscana. Ha pubblicato presso Laterza saggi su Verga, Pirandello, Montale e sul tema dell’incontro nel romanzo europeo, ha insegnato in università italiane e straniere ed è autore di un manuale di storia e antologia della letteratura molto diffuso nei licei. Dirige due riviste di teoria e critica della letteratura, “Allegoria” e “Moderna”, e il blog http://www.laletteraturaenoi.it. Come narratore, nel 2013 ha vinto il premio Volponi con il romanzo L’uso della vita. 1968 (Transeuropa). Nel 2016 ha pubblicato per Mondadori La rancura, candidato al premio Viareggio Rèpaci e vincitore del premio nazionale letterario Pisa per la narrativa.

Source: pdf inviato al recensore dall’ufficio stampa Mondadori, ringraziamo Anna.

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:: Il libro di mio padre, Urs Widmer, Keller editore 2017 A cura di Viviana Filippini

3 aprile 2017
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Il libro di mio padre di Urs Widmer è un viaggio dentro ad una vita intera, nella quale l’autore affronta in modo completo la figura del padre, rendendolo un personaggio letterario formidabile per il quale non è possibile non sentire un po’ di affetto ed empatia. La storia ha al centro la morte di un uomo (il padre dell’autore-narratore) e il tentativo del figlio di mantenerne vivo il ricordo. Il viaggio letterario si svolge nelle Svizzera del passato, permettendo al lettore di addentrarsi dentro ad usi e costumi a molti di noi sconosciuti. Tra le diverse tradizioni c’è il vero e proprio rito iniziatico alla comunità che il padre dodicenne del protagonista sperimenta sulla propria pelle. Una lunga corsa immerso nella natura boschiva, alle intemperie. Un bagno purificatore, il dono del libro dalle pagine bianche da riempire ogni giorno della propria vita e la consegna della bara nella quale essere sepolti il giorno della morte. A raccontarci tutto è il figlio che, una volta deceduto il genitore, cercherà quel misterioso e affasciante libro per leggerlo, perché è così che la tradizione vuole, ossia che il volume scritto a mano venga letto solo dopo la morte del suo proprietario. Qui però sorge un problema, perché il librone dalla scrittura fitta fitta è scomparso e per tale ragione il figlio attuerà una vera e propria corsa nella memoria nel tentativo di mettere su carta tutti i ricordi dell’esistenza paterna. Quello che emerge dalle pagine di Urs Widmer, non è solo una volontà di un figlio fare memoria di un genitore scomparso, ma l’intenzione dello scrivente è quella di far capire ai lettori chi era e come viveva Karl. L’uomo descritto dalle pagine stese dal narratore era carismatico. Karl aveva nel proprio Dna una passione viscerale per i libri e per l’arte in ogni sua possibile forma espressiva e, non a caso, tra le pagine scorrono i tanti incontri con letterati, pittori, musicisti e scrittori. Non mancano i ricordi legati alla guerra combattuta da Karl e al suo costante timore che qualcosa di brutto potesse accadere, non tanto a lui al fronte, ma ai suoi cari a casa in Svizzera. L’immagine di Karl è quella di un uomo molto impegnato e appassionato nel proprio lavoro editoriale ma, allo stesso tempo, la sensibilità del protagonista è così compatta da permettergli di amare in maniera profonda la moglie Clara (compresi i momenti difficili derivanti dal ricovero in ospedale psichiatrico da parte della donna) e per il figlio. Il libro di mio padre non è solo un libro nel quale Urs Widmer omaggia la figura del padre. Il libro dello scrittore svizzero, edito in Italia da Keller, è una storia sull’importanza dei legami familiari e del fare memoria per mantenere vivi i ricordi, gli affetti e le tradizioni del proprio mondo d’origine. Traduzione di Roberta Gado.

Urs Widmer (1938-2014), figlio del traduttore e critico letterario Walter Widmer, studiò germanistica e romanistica a Basilea, Montpellier e Parigi, conseguendo il dottorato nel 1966 con una tesi sulla letteratura tedesca del dopoguerra. Prima di dedicarsi interamente alla scrittura lavorò per brevi periodi come editor presso importanti case editrici. Oltre che scrittore fu docente universitario, traduttore (Joseph Conrad, Raymond Chandler) e autore teatrale di successo. Le sue numerose opere sono tradotte in una trentina di lingue e fu insignito di vari premi.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: Il manicomio dei bambini – Storie di istituzionalizzazione di Alberto Gaino (Edizioni Gruppo Abele, 2017) a cura di Giulia Gabrielli

31 marzo 2017
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«Pericoloso per sé e per gli altri» è questa la definizione lapidaria che segna l’ingresso in manicomio dei bambini raccontati in questo libro. Ma certo ci si chiede come possano essere ritenuti pericolosi dei bambini di tre, quattro o cinque anni. L’internamento, infatti, di solito avveniva ancora prima che i bambini fossero mandati a scuola e spesso su richiesta dei genitori stessi che, non avendo altre possibilità, ricorrevano al sistema degli istituti per poter garantire ai propri figli un pasto.
Quello di Alberto Gaino non è un saggio storico, critico, distaccato, ma un reportage molto personale e sentito, che intreccia le vicende lavorative dell’autore (che come giornalista aveva avuto accesso ad alcuni dei reparti non ancora chiusi nei manicomi torinesi) con i documenti e le interviste raccolti in anni di lavoro. Anche l’esposizione è fortemente empatica: punta a restituire una storia, una vita, ai bambini che furono internati negli istituti di cura piemontesi negli anni Sessanta e Settanta.
Tutto il lavoro di Gaino si muove nella scia di quell’editoria socialmente impegnata che ha segnato la storia culturale italiana degli anni Settanta: gli scritti di Franco Basaglia, primi tra tutti L’istituzione negata e La fabbrica della follia, e Il paese dei CelestiniIstituti di assistenza sotto processo di Bianca Guidetti Serra e Francesco Santanera, sono questi i saggi che hanno contribuito in maniera determinate al crollo dell’istituzione manicomiale e che sono stati un modello per Il manicomio dei bambini.
La struttura è quella classica del saggio: ad una prima parte sulle condizioni dei manicomi per adulti e per bambini, ricostruite attraverso le testimonianze puntuali della documentazione ed attraverso una lunga intervista ad uno dei pochi bambini sopravvissuti all’internamento; segue una seconda, centrale per argomento e posizione, cruda e dal forte impatto emotivo sul lettore, che raccoglie le storie di otto bambini, tutti internati a Villa Azzurra, l’ospedale psichiatrico per l’infanzia di Torino chiuso nel 1979. La chiusura, infine, è un’interessante terza parte di approfondimento sull’attualità, sulle condizioni psichiatriche dei bambini e ragazzi di oggi, sui casi recenti di plagio e maltrattamento dei minori e sui casi difficili che si presentano nei centri di accoglienza per i migranti.
A quasi quarant’anni dalla chiusura dei manicomi in Italia ci si potrebbe chiedere a cosa può servire un’inchiesta sulle condizioni di vita e di “cura” dei più piccoli dei pazienti di queste strutture. La prima ovvia risposta sarebbe per non dimenticare, per far conoscere (ed è su questo che si concentrano le prime due parti); ma serve, almeno nella mia prospettiva, anche a riflettere sul nostro presente, quando questo sembra avvicinarsi di nuovo, troppo, a quelle situazioni:

La crisi è diventata la giustificazione di nuove e più profonde diseguaglianze che ci riportano indietro di mezzo secolo: se non ai manicomi come Villa Azzurra a tentazioni vecchie, rassicuranti. Il personale dei servizi pubblici è stato tagliato pesantemente, le liste d’attesa si sono allungate in modo impressionante, non si conosce neppure il fabbisogno di richieste per affrontare il disagio mentale della nostra gioventù. Per cui, come si possono programmare gli stanziamenti di risorse e interventi? Si tampona: è la sola politica che si conosce in Italia. Intanto, il diritto alla salute viene silenziosamente cancellato per i poveri – che sono sempre di più – con un’erosione dello Stato sociale che, per i bambini e gli adolescenti, si traduce nell’azzeramento di ogni possibile progetto di prevenzione.

Alberto Gaino, giornalista per il Manifesto negli anni Settanta, dal 1981 ha lavorato prima per Stampa Sera e poi per La Stampa; si è occupato di cronaca giudiziaria, seguendo le maggiori inchieste della magistratura torinese. Dal 2013 è in pensione. Autore di Falsi di stampa, Eternit, Telekom Serbia e Stamina (Edizioni Gruppo Abele, 2014).

Source: gentilmente inviato al recensore dall’ufficio stampa dell’editore per la recensione.

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:: L’altro figlio, Sharon Guskin, (Neri Pozza, 2017) a cura di Federica Belleri

30 marzo 2017
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Primo romanzo per Sharon Guskin, scrittrice e produttrice americana. Una storia ambientata a New York. Janie è un architetto e ha un bimbo bellissimo e precoce, Noah. Dice cose non adatte alla sua età, parla di un’altra casa, vuole andare dall’altra mamma. Janie è preoccupata, inquieta, i problemi che il figlio le crea diventano difficili da gestire. L’asilo emargina Noah, gli amici si allontanano, la frustrazione sale. Essere mamma single di un bambino del genere non è semplice.
L’altro figlio racconta di Noah, un meraviglioso biondino dagli occhi azzurri di quattro anni, in grado di spalancare la porta a sensazioni nuove e inspiegabili. La sua determinazione lo porta lontano, a conoscere persone nuove e a ritrovare chi ha perso …
È un aiuto prezioso per la madre, anche nel dolore. È l’ago della bilancia, che fa pendere il piatto dalla parte dell’amore. È l’incontro con l’inevitabile e il rifiuto verso una situazione che si fatica ad accettare. Ci si chiede, chi è davvero Noah? Perché spaventa così tanto? La sua piccola vita è disturbata dalle lacrime, da una tristezza profonda e da incubi notturni. Cosa gli succede?
L’incognita crea ansia, il vuoto negli affetti rende insicuri, il dolore lacerante provoca effetti devastanti, le emozioni esplodono a cascata. Da che parte si deve stare per capire questo bambino? Nel passato, nel presente o nel futuro?
L’altro figlio è il cerchio della vita e la consapevolezza della morte. È il disperato desiderio di rivedere chi non c’è più. È l’amore immenso tra madre e figlio. È la forza di lasciar scorrere gli eventi e di imparare ad accettarli. È la fiducia nel prossimo per ritornare a respirare.
Romanzo unico, intenso, riflessivo, dai toni del thriller, sostenuto da emozioni sempre in bilico. Assolutamente consigliato.
Buona lettura.

Sharon Guskin è una scrittrice e produttrice americana. Si è laureata a Yale e poi alla Columbia University School of the Arts. Vive a Brooklyn con il marito e due figli. L’altro figlio è il suo primo romanzo. http://sharonguskin.com/

Source: acquisto personale.

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:: Chi è senza peccato, Jane Harper (Bompiani, 2017) a cura di Micol Borzatta

30 marzo 2017
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Kiewarra, outback australiano.
Aaron Falk, un agente federale di Melbourne, ritorna al suo paese di nascita per presenziare al funerale di un amico d’infanzia: Luke Hadler. La sua presenza è stata richiesta esplicitamente dal padre di Luke, che vuole che Falk indaghi sugli avvenimenti che hanno portato a quel triste epilogo.
Luke infatti è stato accusato di essere il colpevole della morte della moglie e del figlio maggiore, per poi uccidersi a sua volta.
Sia Gerry Hadler che Falk sanno perfettamente che Luke invece è innocente, ma dimostrarlo non sarà così semplice.
A peggiorare tutta la situazione ci saranno i parenti di Ellie Deacon, una ragazza morta all’età di sedici anni che usciva in gruppo con Falk e Luke, e della cui sorte incolpano Falk.
Romanzo molto particolare che cattura il lettore fin dalle prime righe, con un ritmo molto incalzante e una narrazione misteriosa, che continua a dare piccoli input al lettore, ma non gli rivela assolutamente nulla fino alla fine, dove il grande colpo di scena stupirà il lettore.
Descrizioni minuziose trasmettono perfettamente tutti gli stati d’animo direttamente nel cuore e nell’animo del lettore, come lo trasportano nelle campagne australiane, pur non conoscendone i luoghi.
Un romanzo davvero spettacolare che sa stupire.

Jane Harper nasce a Manchester e si trasferisce in Australia all’età di otto anni.
Da tredici anni lavora come giornalista.
Chi è senza peccato è il suo romanzo d’esordio e ha vinto il Victorian Premier’s Literary Award come miglior manoscritto nel 2015.
I diritti del romanzo sono già stati venduti in più di 20 paesi, tra cui Regno Unito, Germania, Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca e Israele.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Frida dell’ Ufficio Stampa Bompiani.

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:: Un’ intervista con Federico Inverni

29 marzo 2017

resBentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Nella prima abbiamo parlato di molte cose (lascio il link a chi volesse leggerla) cercherò di non rifarti le stesse domande, concentrandomi soprattutto sul tuo nuovo libro appena uscito “Il respiro del fuoco”. Ma prima tracciaci un bilancio della tua carriera finora. Sei soddisfatto? Hai avuto difficoltà a mantenere segreto il tuo pseudonimo? Che accoglienza hai avuto da critica e lettori?

Grazie a te! Sì, sono contento di come sono andate le cose finora, soprattutto perché molti lettori mi contattano sui social media dimostrando apprezzamento per i romanzi. Ci sono state un paio di occasioni in cui l’anonimato è stato, diciamo, ‘a rischio’, ma per fortuna non molti sembrano interessati a scoprire chi io sia, preferiscono concentrarsi sui personaggi… Ed è giusto così!

In Il respiro del fuoco tornano i personaggi de Il prigioniero della notte, la profiler Anna Wayne e il detective Lucas, sempre Haven, cittadina fittizia come sfondo. Hai in programma di scrivere una serie di thriller con questi personaggi? La stai pianificando, o scrivi di getto, senza uno schema preciso?

Avevo in mente sin dall’inizio un arco narrativo preciso per ciascuno dei protagonisti, Lucas in particolare, e ho sempre pensato che si sarebbe concluso con una trilogia. Ma a parte lo sviluppo della linea orizzontale, i singoli casi che di volta in volta Lucas e Anna devono affrontare sono diversi e sono una sorpresa anche per me. Adesso sto ultimando le ricerche per il caso portante del terzo romanzo. Di solito schematizzo tutto, stendo una lunga scaletta capitolo per capitolo, la scrittura effettiva occupa le tre settimane di ferie estive… che poi sono l’unico momento in cui posso effettivamente scrivere!

Cosa ti ha ispirato a ascrivere questo romanzo. Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

La prima scena. Probabilmente avevo letto qualcosa, o visto qualcosa in televisione, ma di fatto mi sono sognato la primissima scena del crimine, quella a Eden Crossing, una corona di teste a disegnare una sorta di sole morente…

Sei un autore molto americano nello stile e nelle tematiche, questa volta al centro del romanzo troviamo una setta, capeggiata dall’inquietante reverendo Tobias Manne. Come ti sei documentato per ricreare le dinamiche all’interno di queste comunità chiuse, che non di rado arrivano a gesti estremi ed eclatanti come i suicidi collettivi. In che modo i vari leader carismatici riescono a condizionare e manipolare i propri adepti, tanto non solo da riuscire a ottenere i loro beni, ma anche a sacrificare la vita?

Lo spunto iniziale per decidere di scrivere le storie di Anna e Lucas è nato proprio dalla mia ossessione per la mente e la memoria, perché sono la nostra più solida certezza eppure sono anche fragilissime… Ed è sorprendentemente facile manipolare entrambe. Mi sono documentato molto sulle sette e i culti di cui parliamo, da Scientology (la più potente in esistenza) agli episodi più tragici, come il massacro di Jonestown, che indico anche nella nota in fondo al libro. Spesso questi leader fanno leva sulle nostre paure più recondite e utilizzano una strategia quasi militaresca per colonizzare i pensieri e i comportamenti degli adepti. La logica è quella del ‘noi contro tutti’, che, a ben pensarci, è rassicurante per chi ci ‘casca’. Rinunciare a un pensiero critico e autocritico è consolatorio se in qualche modo si è convinti di stare dalla parte giusta, e che conseguentemente il mondo sia ostile e da tenere al largo. Ravviso dinamiche simili anche in certi movimenti populisti, che si servono di tecniche più sottili di brainwashing (per esempio, diffondendo sulla rete le cosiddette ‘bufale’) rinforzando l’idea che il mondo, il ‘sistema’, sia pericoloso e menzognero e che quindi, per converso e per pura specularità acritica, chi sta dall’altra parte sta nel giusto.

All’inizio del romanzo Anna e Lucas si trovano davanti proprio i corpi di questi adepti nella pagoda di Eden Crossing. Prima che il fuoco avvolga tutto. Ma uno si è salvato, ha lasciato il suo posto, finto di partecipare alla cerimonia. Cosa puoi dirci di questo incipit?

Come accennavo prima, è la scena che ho sognato… E ripensandoci da sveglio mi sono reso conto che qualcosa non tornava, e che l’indagine di Anna e Lucas sarebbe dovuta partire proprio da lì.

Come sono cresciuti i personaggi di Anna e Lucas. Come hai determinato la loro evoluzione? Lucas è molto protettivo nei confronti di Anna, si sta creando tra i due un legame molto profondo, pensi di approfondirlo ulteriormente?

Al di là degli specifici casi criminali da affrontare, è proprio il rapporto tra Lucas e Anna che mi affascina di più, hai colto davvero nel segno. Il loro legame è sempre più profondo ma esiste un confine che ancora non riescono a valicare, e questo perché certi limiti si superano a una sola condizione: la fiducia reciproca. Ma il punto è proprio questo: possono davvero fidarsi l’uno dell’altro? E soprattutto, possono fidarsi di loro stessi? Certo che approfondirò questo rapporto, mi diverte moltissimo.

Parlaci del rapporto tra Anna e il “mostro”. Inaspettatamente va in carcere e gli chiede aiuto. Come hai costruito questa scena, forse la più drammatica (a livello di tensione emotiva) del libro.

Il ‘mostro’ è un vecchio fantasma, che appartiene al passato di Anna, a uno dei suoi vecchi casi. Forse quello che l’ha segnata di più. Io sono della convinzione che sia relativamente più facile creare dei personaggi positivi, mentre per costruire la ‘malvagità’ si fa molta più fatica… Per questo alla fine da scrittori ci si affeziona molto di più ai ‘cattivi’. E in quella fase della narrazione, avevo bisogno di qualcosa che destabilizzasse Anna, che la proiettasse dentro un incubo ancora peggiore di quello che stava vivendo. Ma a ben vedere, riemerge la mia solita passione per gli abissi della mente: un mostro in prigione, in isolamento, che chances ha di obbedire alla propria natura se non quella di sfruttare al massimo le potenzialità della mente? Si tratta di un manipolatore, capace di usare le parole e i pensieri come un’arma. E di ferire con poche sillabe.

Tornerei sul tema della fiducia. Per costruire anche solo un rapporto di amicizia è fondamentale. I personaggi trovano quasi più facile fidarsi l’uno dell’altra che di se stessi. Lavorerai su questo tema anche nel terzo libro?

Hai centrato perfettamente il punto: ho sin da subito immaginato che il percorso di avvicinamento tra Lucas e Anna fosse centrale nell’evoluzione dei personaggi e conseguentemente dei romanzi. Ma tutto si incentra sulla fiducia, come dici tu: quando si perde la fiducia in se stessi, e soprattutto si teme di perdere il controllo della propria razionalità o delle proprie emozioni, la soluzione apparentemente più facile è cercare un appoggio in altre persone. Ma è davvero la scelta migliore? La più saggia? La più… sana?

Quale è o sono le tue scene preferite nel romanzo?

Sorprendentemente, non è nessuna delle scene di detection o d’azione, benché mi diverta tantissimo a scriverle. Mi emozionano molto, invece, le scene in cui sono da soli Anna e Lucas, ce ne sono un paio nel romanzo (una al centro e una alla fine) di cui sono particolarmente soddisfatto.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Tantissime, sarebbe un elenco troppo lungo. Ma mi ha ispirato soprattutto il lavoro di documentazione e ricerca, le ore trascorse ad ascoltare le registrazioni dell’ultima assemblea di Jonestown o a visionare i messaggi d’addio dei membri di Heaven’s Gate, è tutto disponibile on line ed è… agghiacciante.

Parlaci del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni il tuo stile cinematografico? Progetti cinematografici legati ai tuoi romanzi?

Non so se sia uno stile cinematografico – alcuni lettori mi dicono che apprezzano certi passaggi ‘poetici’ (!?!), altri invece li ritengono un appesantimento… Di certo, ho una concezione cinematografica della scrittura, questo sì. Gestisco ogni capitolo come una scena, e cerco di fare molta attenzione al punto di vista della telecamera, a cosa inquadra e cosa no.

Progetti di traduzione per l’estero?

A maggio uscirà la traduzione tedesca del Prigioniero della notte! Sono proprio curioso di vedere la reazione del pubblico tedesco…

Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito per coraggio, intraprendenza, spirito?

Moltissimi, ma sopra a tutti metterei Conan Doyle, Agatha Christie, Bret Easton Ellis, Stephen King. Ho adorato gli esordi di Ruta Sepetys, Donato Carrisi, Renee Knight, Fiona Barton, Wulf Dorn…

Progetti per il futuro?

Ho in mente una sorpresina per chi avrà voglia di leggerla, un racconto lungo ambientato temporalmente tra Il prigioniero della notte e Il respiro del fuoco. Lo sto ultimando in questi giorni!

:: Un’ intervista con Rodrigo Elgueta

28 marzo 2017
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Credit photo © Felipe Monardes Carlos Reyes Gonzales (sulla sinistra) e Rodrigo Elgueta

Con grande piacere abbiamo potuto intervistare gli autori de Gli Anni di Allende, vincitore dell’ edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Oggi è la volta di Rodrigo Elgueta. Abbiamo provveduto a mettere sia la versione originale che italiana, per tutti i nostri lettori di lingua spagnola. Siamo inoltre felici di confermare l’arrivo in Italia dei due autori, che saranno a Bologna alla Children’s Book Fair. In particolare ci sarà una presentazione del libro martedì 4 aprile alla libreria Modo Infoshop. Buona lettura!

Bienvenido Rodrigo y felicitaciones para haber ganado este premio y para tu trabajo.
Eres un diseñador de comics y un illustrator. Hablanos de tí y  de tu trabajo.

Primero que todo, agradezco el interés por conocer nuestro trabajo y por habernos permitido obtener el premio a todos los lectores, que sin duda es un tremendo apoyo desde la gente. Nos entusiasma este premio desde varios puntos de vista, pero rescato el interés y admiración por la figura del presidente Salvador Allende, por su legado político y por su visión de lo que necesitaba Chile y lo que podría ocurrir ante un golpe de estado. Golpe de estado que ya es indicado por algunos estudiosos como el inicio de esta nueva era Neoliberar extrema. También mis agradecimientos van hacia Paolo Primavera y Alice Rifelli y a todo el equipo de Edicola ediciones, quienes nos han traído a Italia, y han traducido nuestra obra para un público italiano sensible a los ideales de igualdad, fraternidad, justicia social y cultural. Ahora, pasando a algo que me incomoda que es hablar de mi, les puedo comentar que uno de mis intereses es la historia. Y no es casualidad que haya querido desarrollar varios libros con un marcado acento en la investigación histórica, pero especialmente en aquellas historias no aceptadas en los marcos oficiales. Chile y el mundo están llenos de historias no contadas, desconocidas, pero que reflejan muy bien nuestros procesos como sociedad. En este sentido, ser dibujante me ha permitido aglutinar la gran variedad de intereses que poseo sobre varios ámbitos de la cultura y el universo. El haber descubierto a temprana edad que el dibujo me gustaba mucho y especialmente el dibujo de historieta, se transformaron en una gran ventaja para mi ante la vida…ventajas cuyos códigos aprendí leyendo historieta y aprendiendo de los grandes dibujantes chilenos como Guido Vallejos, Themo Lobos o Santiago Peñailillo, o de los dibujantes internacionales como Jack Kirby, Guido Vallejos, John Buscema, Jim Aparo, John Byrne, Hugo Pratt, entre muchos otros. Por ejemplo, el dibujo me permitió desarrollar uno de mis intereses especiales,  las culturas indígenas de américa latina y especialmente sus mitos y religiones. Durante varios años estuve ilustrando personajes y mitos de américa, lo que me permitió explorar la maravillosa iconografía, sus diseños, personajes y narraciones. Incluso en este momento estamos terminando un nuevo libro, también guionizado por Carlos Reyes, de posible publicación en el segundo semestre de este año, que tratará sobre la exterminada etnia Selknam de Tierra del Fuego, que es un nuevo comic-documental, cuyo posible nombre es “Nosotros Los Selknam”, con el cual continuamos en esta línea de revisitar nuestra historia, siendo testimonio de la tremenda riqueza cultural que tenían esta culturas nómades en estado paleolítico y que vivieron en la Patagonia de nuestro país hasta hace no más de 100 años, donde el gobierno chileno amparo su exterminio y el de las otras etnias fueguinas que vivían en la Patagonia.

Benvenuto Rodrigo e congratulazioni per il Premio Liberi di Scrivere Award e per il tuo lavoro. Raccontaci un po’ del tuo lavoro di illustratore e autore di fumetti.

Prima di tutto desidero ringraziare i lettori per l’interesse nei confronti del nostro lavoro, mio e di Carlos [Carlos Reyes, sceneggiatore del fumetto “Gli anni di Allende”] e per averci permesso di ottenere questo premio, che è senza dubbio una grande dimostrazione di sostegno. L’aver ricevuto il premio ci rende entusiasti sotto diversi punti di vista, e in particolare per l’attenzione e l’ammirazione dimostrati nei confronti della figura del presidente Salvador Allende, della sua eredità politica e della sua visione di quelli che erano i bisogni del Cile e di quello che sarebbe potuto essere il nostro paese prima del Colpo di stato. Colpo di stato che viene già considerato da alcuni studiosi come l’inizio di questa era di neoliberalismo estremo.
Voglio ringraziare anche Paolo Primavera e Alice Rifelli e tutto il team di Edicola per averci portato in Italia, traducendo il nostro libro per un pubblico di lettori sensibili agli ideali di uguaglianza, fratellanza e giustizia sociale e culturale.
Passiamo adesso a quello che mi fa sentire più a disagio, ovvero  parlare di me. Uno dei miei interessi principali è la storia e non è un caso che abbia voluto dedicarmi a diversi libri con una spiccata componente di investigazione storica, con una preferenza particolare per quelle versioni dei fatti non ufficiali.
Il Cile e il mondo intero sono pieni di queste storie che non sono state ancora raccontate, storie tuttora poco conosciute ma che rispecchiano profondamente i processi della nostra società.
Da questo punto di vista, essere disegnatore mi ha permesso di unire la grande varietà di interessi che ho sempre avuto nei diversi ambiti della cultura. E l’aver scoperto da bambino che il disegno mi piaceva, specialmente il disegno a fumetti, si è trasformato in un grande vantaggio per affrontare la vita, grazie a tutto quello che ho imparato leggendo fumetti e scoprendo il lavoro dei più grandi disegnatori cileni come Guido Vallejos, Themo Lobos o Santiago Peñailillo, e internazionali come Jack Kirby, John Buscema, Jim Aparo, John Byrne, Hugo Pratt, tra tanti altri.
Ad esempio, il fumetto mi ha permesso di approfondire uno dei miei interessi più grandi, quello sulle culture indigene dell’America Latina, e specialmente i loro miti e le loro religioni. Per molti anni ho illustrato personaggi e miti delle culture indigene, il che mi ha permesso di esplorare la loro meravigliosa iconografia, i loro disegni, i loro personaggi e le loro narrazioni.
Proprio in questo momento insieme a Carlos stiamo ultimando un nuovo libro, che probabilmente verrà pubblicato in Cile nel secondo semestre di quest’anno, dedicato allo sterminio dell’etnia Selknam della Terra del Fuoco. Sarà un nuovo fumetto documentaristico, che probabilmente si chiamerà “Nosotros Los Selknam”, nel quale torneremo a rivisitare la nostra storia e a essere testimoni della profonda ricchezza culturale di queste culture nomadi che abitarono la Patagonia fino a non più di cento anni fa, e il cui sterminio fu appoggiato dal governo cileno, insieme a quello di molte altre etnie della stessa zona.

Cuales son tus estudios, como has empezado tu profession?

Soy profesor de Artes. Estudie en una universidad especializada en el área de pedagogía, y esta decisión, surgida de la reflexión que tuve  a los 16 años, fue por la idea de mantenerme cerca del dibujo. Pero creo que fue la mejor decisión. Al estudiar pedagogía en Artes, también significó aprender variadas disciplinas propia de las artes visuales, como cerámica, dibujo técnico, diseño, dibujo, pintura, historia del arte, estética, entre varios mas…disciplinas que eran complementadas con áreas de las ciencias pedagógicas, como curriculum, psicología infantil y juvenil…es decir una carrera profesional con una gama muy amplia de conocimientos, que me han ayudado mucho en mi trayectoria de ilustrador y dibujante de comic. Realicé clases durante varios años tanto a niños como a adultos, pero lo dejé completamente para dedicar mas tiempo al comic y la ilustración. Pero siempre que soy invitado a dar alguna charla o taller trato de participar con mucha felicidad.

Quali sono stati i tuoi studi e come hai iniziato la tua professione?

Sono professore d’arte. Ho studiato in una università specializzata nell’area pedagogica e questa decisione – presa a 16 anni – è nata proprio dal desiderio di rimanere vicino al mondo del disegno. Studiare pedagogia e arte mi ha permesso di imparare diverse discipline tipiche dell’arte visiva, come la ceramica, il disegno tecnico, la pittura, così come la storia dell’arte e l’estetica, e al tempo stesso dedicarmi a materie come scienze pedagogiche o psicologia infantile. Il risultato è un curriculum con una gamma molto ampia di conoscenze che mi hanno aiutato successivamente nel mio lavoro di illustratore e disegnatore di fumetti. Per molti anni ho insegnato a bambini e  adulti ma attualmente ho lasciato l’insegnamento per dedicarmi completamente al fumetto e all’illustrazione. Quando però mi capita di essere invitato a tenere conferenze o a fare laboratori accetto sempre con grande entusiasmo.

Como nació tu colaboraccion artística y profesional con Carlos Reyes?

Con Carlos ya nos conocemos muchos años, desde el año 2007 en que yo publicaba la revista “Platino”, junto a otro gran dibujante chileno llamado Juan Vasquez, donde explorabamos nuestros propios intereses, en un espacio de libertad gráfica y narrativa. Por medio de esta publicación Carlos conoció mi trabajo. Y justamente, el año 2011 Carlos estaba coordinando un proyecto editorial, donde iban adaptar a comic los cuentos de Heredia Detective ( de Ramón Diaz Eterovic). Sucedió que les faltaba un dibujante para trabajar en uno de estos cuentos y me invitaron a participar. Desde ese momento no he parado de tener proyectos, de los cuales algunos han sido escritos por Carlos. Afortunadamente con Carlos Reyes, logramos un método de trabajo, donde él se preocupa de entregarme, junto con el guión, una gran cantidad de material de referencia, facilitando mi trabajo. Existe una relación de confianza mutua, lo que es un privilegio al tener un socio con gran complementación.

Come è nata la tua collaborazione artistica e professionale con Carlos Reyes?

Con Carlo ci conosciamo da diversi anni, dal 2007 anno nel quale pubblicavo nella rivista “Platino”, insieme a un altro gran disegnatore cileno Juan Vasquez. Esploravamo i nostri interessi in uno spazio di libertà grafica e narrativa. Fu attraverso questa rivista che Carlos conobbe il mio lavoro. Nel 2011 stava coordinando un progetto per adattare a fumetti i racconti di Heredia Detective di Ramón Diaz Eterovic e stava cercando un disegnatore: mi invitò a partecipare. Da quel momento non ho mai smesso di avere nuovi progetti, alcuni sono stai scritti da Carlos. Abbiamo sviluppato un metodo di lavoro dove lui si preoccupa di consegnarmi, assieme alla sceneggiatura, una grande quantità di materiale di riferimento, facilitandomi il lavoro. Esiste una relazione di fiducia reciproca, considero un privilegio avere un socio così competente.

Trabajaste sea en Chile que en el extranjero? Hablanos de la situaccion actual en tu pai s para quien quiera entraprend er tu profesion. Hay algunos diseñadores de los cuales tendremos que estar pendientes?

Nunca he trabajado para el extranjero. Afortunadamente he podido trabajar de manera permanente para el mercado Chileno, con varias editoriales y proyectos culturales, pero ha sido el comic el medio que me ha abierto las posibilidades a nivel mundial de una manera insospechada. Por “Los Años de Allende” hemos tenido conversaciones con varias editoriales extranjeras interesadas en editar y traducirlo. Entre ellas EDICOLA ediciones, casa editorial italiana que ha confiado en nuestro trabajo y ha apostado en este libro.
Chile, debido a su situación geográfica y por su apertura económica al mundo en 25 años, con una economía neoliberal ( que aquí es inhumana), los ilustradores y dibujantes de chile, han tenido la posibilidad de vivenciar una gran cantidad de influencias, en una mixtura donde puedes encontrar en los festivales de comic e ilustración a dibujantes con influencia norteamericana, oriental, amerimanga, europeo, experimental etc, lo cual ha sido positivo, porque curiosamente ha sido la tierra fértil donde se a forjado una identidad, donde los artistas han buscado sus propio caminos. Incluso los artistas que trabajan para el mercado norteamericano, como Gabriel Rodríguez o Alan Robinson, se han destacado por lo novedoso de sus propuestas para un mercado tan marcado por Marvel o DC comic. Ante tu pregunta, me es muy difícil recomendar a algunos dibujantes para que los amigos italianos descubran….porque son muchosss…pero ante la consulta debo nombrar a algunos: pienso en Claudio Romo, un artista con formación académica en artes y grabado, pero que esta llevando a la ilustración a una dimensión onírica novedosa para estos tiempo. También les recomiendo la obra de Rodrigo López, un dibujo caricaturesco, que explora el desborde de la psique humana,…y por medio del comic¡¡¡ También los invito a conocer los lápices de Juan Vásquez, que por medio de una estética Punk, gráfica las dimensiones oscuras de la sociedad Chilena, al igual que Carlos Carvajal de una región de mi país que se llama Coquimbo, con una obra espesa y oscura que se adentra en el chile oscuro, que no deja indiferente al espectador. Chile tiene una gran tradición de comic, que sería muy larga de contar, pero que aprovecho de invitarlos a conocer y de nuestros grandes autores, les recomiendo conocer la obra de Themo Lobos con “Mampato” y en humor político la grandiosa obra de Hervi, seudónimo de Hernán Vidal.

Hai lavorato sia in Cile che all’estero? Parliamo della situazione attuale del tuo paese per chi desidera intraprendere la tua professione. Ci sono alcuni disegnatori che dovremmo seguire?

Non ho mai lavorato all’estero. Per fortuna ho potuto lavorare con continuità per il mercato cileno, con diverse case editrici e progetti culturali, ma è stato il fumetto che inaspettatamente mi ha dato molte possibilità a livello mondiale. Grazie a “Gli anni di Allende” abbiamo avuto molte conversazioni con case editrici straniere interessate a tradurlo e pubblicarlo. Tra di loro, Edicola, che ha avuto fiducia nel nostro lavoro e ha scommesso su questo libro.
Gli illustratori e i disegnatori cileni hanno avuto la possibilità di sperimentare una gran quantità di influenze, che si riflette in un mix evidente nei festival di fumetti e illustrazione dove ti può capitare di incontrare disegnatori con influenza nordamericana, orientale, amerimanga, europea, sperimentale ecc…, il che è molto positivo, dato che è stata la terra fertile dove si è formata un’identità, dove gli artisti hanno cercato le proprie strade. Anche artisti che lavorano per il mercato nordamericano, come Gabriel Rodríguez o Alan Robinson, si sono messi in luce con le loro proposte innovative in un mercato così dominato da Marvel o DC comic. Per questo, mi risulta molto difficile raccomandarti qualche disegnatore in particolare affinché i nostri amici italiani possano scoprirli (sarebbero moltissimi), ma per rispondere alla domanda, te ne nomino qualcuno: penso a Claudio Romo, un artista con una formazione accademica in arte e incisione, ma che sta portando la sua illustrazione in una dimensione onirica molto innovativa per questi tempi. Raccomando anche l’opera di Rodrigo López, un disegnatore di caricature, che esplora i labirinti della psiche umana e lo fa attraverso il fumetto!! Inoltre, invito a conoscere i tratti di Juan Vásquez, che attraverso un’estetica punk, rappresenta le dimensioni oscure della società cilena, allo stesso modo di Carlos Carvajal (della regione di Coquimbo), che con un’opera densa e cupa si addentra ne Cile oscuro che non lascia indifferente il lettore. Il Cile possiede una profonda tradizione del fumetto, che sarebbe molto lunga da raccontare, ma per un’infarinatura vi raccomando di conoscere il lavoro di Themo Lobos con “Mampato” e quello di Hervi, pseudonimo, di Hernán Vidal, caratterizzato da un gran umorismo politico.

La elecion de dibujar Gli anni di Allende en blanco y negro ha sido tuya? Tiene un significado preciso?

Si, propuse el estilo de la obra bajo la técnica de la tinta. Esto debido a que de mi experiencia personal y que coincide con la de varios chilenos, es acercarnos a la memoria de este período, suplantada por las películas y fotografías en blanco y negro realizado por los cineastas, fotógrafos y documentalistas…hemos heredado este período en “blanco y negro” que aún nos lleva a conectarnos con una sensación de angustia…que la dictadura de Pinochet se encargo de transmitir.
Aprovecho de comentar que este libro lo tomo como un homenaje a todos los artistas audiovisualistas y fotógrafos que salieron a la calle a registrar estos años vertiginosos, percibiendo ellos la trascendencia  histórica de lo que estaban atestiguando.
Ahora volviendo a tu pregunta, los lectores de Los Años de Allende, se darán cuanta que en la página 111, cambio la técnica de tinta por el lápiz grafito. Y esto lo hice en el momento en que comenzábamos a narrar el golpe del 11 de septiembre de 1973, donde la técnica se supeditaba a mi necesidad expresiva. Yo soy fans del lápiz grafito y creo que era la técnica que permitiría experimentar y transmitir fuerzas expresivas instantáneas necesarias para narrar gráficamente momentos tan dramáticos como este nefasto golpe militar, que cambio a Chile y el mundo por completo. Quise dar un “golpe” en la técnica en el momento del “golpe”, pasando de tintas, que requieren un mayor control y método en su aplicación, a el lápiz grafito, mas instantáneo y rápido..…experimento que nuestro editor en Chile Rafael López y el mismo Carlos Reyes, apoyaron absolutamente.

La scelta di disegnare Gli anni di Allende in bianco e nero è stata tua? Ha un significato preciso?

Sì, ho proposto che l’opera venisse realizzata con la tecnica dell’inchiostro in bianco e nero, visto che la mia esperienza personale, che coincide con quella di molti cileni, è stata quella di avvicinarmi alla memoria di questo periodo attraverso i film, i documentari e le fotografie in bianco e nero … abbiamo tutti ereditato questo periodo in “bianco e nero” che ci porta ancora a connetterci con la sensazione d’angustia che la dittatura di Pinochet ha diffuso nel paese.
Considero questo libro un omaggio a tutti gli artisti e a tutti i fotografi che sono scesi in strada per tenere traccia di quegli anni vertiginosi, percependo l’importanza storica di quello di sono stati testimoni.
Tornando alla tua domanda, i lettori de “Gli anni di Allende” si renderanno forse conto che a partire da pagina 111 ho cambiato la tecnica della tinta con quella della matita a grafite. Il cambio coincide con il momento in cui si inizia a narrare il colpo di stato dell’11 settembre 1973 e qui la tecnica si sostituisce alla mia necessità espressiva. Sono un fan della matita a grafite e credo che sia la strada più adatta per sperimentare e trasmettere forze espressive immediate, necessarie per narrare graficamente momenti così drammatici come il colpo di stato che ha cambiato completamente il Cile e il mondo stesso. Ho voluto dare un “golpe” alla tecnica proprio nel momento del colpo di stato, passando dalla tinta, che richiede maggiore controllo e maggior metodo nell’applicazione, alla grafite, più immediata e rapida… esperimento appoggiato sia da Rafael Lopez, il nostro editore cileno, che da Carlos Reyes.

Cual fue la parte más dificil en el proceso de dibujar las tablas de esta graphic novel?

Desde el punto vista gráfico los desafíos fueron muchos. Por un lado realizar una gran variedad de retratos de personajes históricos que debían ser reconocidos y que en algunos casos debía dibujar dándole expresiones faciales de las cuales no existían registro. También las locaciones de esta historia, significaba para mí abastecerme de una buena cantidad de fotografías de aquellos años y buscar sectores de la ciudad que mantuvieran su misma arquitectura. Por otro lado, un período histórico como este, significaba dibujar muchas páginas con multitudes. Todo dibujante sabe que dibujar multitudes es un esfuerzo titánico que pone a prueba la constancia y paciencia. En este sentido, el trabajar con aguadas de tinta china me permitió solucionar con pinceladas gran cantidad de espacios con personas, pancartas y banderas. Finalmente mencionaría como otro de los tantos desafíos, el plasmar en un dibujo, situaciones históricas fundamentales que nunca antes se habían representado. Por ejemplo, un momento de ira de Allende cuando arroja su teléfono, o cuando disparaba desde el balcón de una oficina de la Moneda en el momento del Golpe mismo. Me siento privilegiado de ser parte de esta obra que explora estos hechos conocidos a nivel mundial. Además me siento conectado emocionalmente con esta época. En algunas páginas retrato momentos que mi propia familia me contó o elementos que vi cuando niño. Consulté publicaciones de grandes fotógrafos como Koen-Wessing y Marcelo Montecinos, y el conocido documental “La Batalla de Chile” de Patricio Guzmán. Finalmente creo que hemos tocado una fibra del inconsciente colectivo de nuestro país, porque hemos observado la emoción de muchas personas al hojear este libro, aflorando emociones y recuerdos. Además en esta obra Allende es uno de los personajes principales, pero al mismo tiempo lo es también el pueblo.

Quale è stata la parte più difficile nel disegnare le tavole del fumetto “Gli anni di Allende”?

Dal punto di vista grafico le sfide sono state diverse. Da un lato realizzare una grande varietà di ritratti di personaggi storici che dovevano essere riconoscibili e che in alcuni casi dovevo disegnare dando loro espressioni facciali di cui non esisteva nessuna traccia o registro. Per quello che riguarda i luoghi mi sono procurato molte fotografie dell’epoca, cercando settori della città che avevano mantenuto la stessa architettura.
Dall’altro lato affrontare un periodo storico come questo ha significato disegnare molte scene di massa. Ogni illustratore sa che disegnare scene di massa è uno sforzo titanico che mette a dura prova costanza e pazienza. Da questo punto di vista l’aver lavorato con annacquando la tinta mi ha permesso di risolvere con pennellate ampi spazi con persone, striscioni e bandiere.
Un’altra sfida è stata sicuramente quella di aver rappresentato situazioni storiche fondamentali che non erano mai state disegnate prima. Per esempio, un momento di ira in cui Allende lancia il telefono oppure mentre spara da un balcone della Moneda durante il golpe.
La verità è che mi sento privilegiato a essere parte di questa opera che narra eventi conosciuti a livello mondiale. Mi sento molto legato a questa epoca dal punto di vista emotivo. In alcune pagine del fumetto ritraggo momenti che mi sono stati raccontati dalla mia famiglia o elementi che ricordo dalla mia stessa infanzia.
Naturalmente ho fatto riferimento al lavoro di grandi fotografi, come Koen-Wessing y Marcelo Montecinos, e al famoso documentario “La Batalla de Chile” di Patricio Guzmán.
Credo che con questo libro abbiamo toccato uno nervo scoperto dell’immaginario collettivo del nostro paese e ce ne siamo resi conto osservando le reazioni delle persone mentre leggevano e sfogliavano le pagine del fumetto, mentre i loro ricordi e le loro emozioni tornavano a galla. Perché se è vero che Allende è il personaggio principale del libro, al tempo stesso anche il popolo lo è.

Te agradecemos para tu disponibilidad, y ante de despedirnos me gustaria hacerte otra pregunta sobre tus compromisos laborales, y preguntarte si tienes en programa de venir a Italia en un futuro proximio?

Por supuesto¡¡¡ viajaremos con Carlos Reyes a la Feria del Libro de Bologna estos primeros días de Abril, asi que nos pueden ver por ahí y conversar con notros, e incluso participar de las actividades que EDICOLA nos a preparado para esta semana, entre colegios, bibliotecas, talleres etc. Y también estamos preparando una gira por varias ciudades de italia, presentando Gli Anni di Allende para el mes de Septiembre de este 2017, también organizadas por EDICOLA, donde nuestra intención es hablar de esta época de la historia de Chile el mismo 11 de septiembre, e incluso vivir el 18 y 19 de septiembre (días de las fiestas patrias en Chile) en italia. Así que ya saben que están todos invitados a estas actividades, y que se mantengan atentos a  los avisos de fecha y lugar por Edicola. Gracias por todo y a todos ustedes y nos vemos pronto en vuestro hermoso país.

Ti ringraziamo molto per la tua disponibilità e prima di salutarci ti chiedo se hai un programma di venire in Italia.

Ma certo!! Con Carlo Reyes stiamo per partecipare alla fiera Bologna Children’s Book Fair, magari ci si vede lì e possiamo scambiare due chiacchiere o partecipare alla presentazione de Gli anni di Allende nella libreria Modo Infoshop, (martedì 4 aprile alle 19,30). Inoltre Edicola ci ha preparato attività e corsi in scuole e biblioteche. Stiamo anche preparando un piccolo tour in diverse città italiane per il prossimo settembre, il nostro intento è essere in Italia proprio l’11 settembre, per parlare di questa epoca storica del Cile e trascorrere nel vostro paese le nostre feste nazionali (Fiestas Patrias). Così che già da adesso siete tutti invitati! Attenti quindi alla comunicazione di Edicola. Grazie per tutto e ci vediamo presto nel vostro bel paese.

[Traduzione a cura di Alice Rifelli]

Recensione di Gli anni di Allende: qui.

Intervista con Carlos Reyes González: qui.