Daniele Aristarco visita spesso scuole in lungo e in largo per l’Italia. Lo fa per raccontare il suo lavoro e i libri che scrive. Un giorno, mentre era in una scuola per parlare di William Shakespeare, la sua attenzione è stata colpita da una scritta sul banco di una ragazza (Giulia) assente quel giorno: Dux. Da quelle lettere incise sul banco, l’autore ha dato forma a “Lettere ad una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi”, edito da Einaudi Ragazzi. Nel testo Aristarco mette su carta una serie di missive all’alunna assente per darle informazioni basilari e fondamentali su cosa fu il fascismo per l’Italia. Nel libro il lettore è messo nella posizione di Giulia, la destinataria degli scritti di Aristarco che racconta sì a lei, ma in realtà racconta anche a noi lettori. Tra le pagine viene ricostruita in modo ordinato e accurato l’origine del movimento fascista, come sì radicò nella società italiana del secolo scorso, fino al raggiungimento della fascistizzazione di massa. Aristarco però non si limita a raccontare del movimento che divenne un regime a tutti i livelli. Nelle pagine del testo edito da Einaudi, l’autore partenopeo definisce anche i profili biografici di Benito Mussolini e di ciò che mise in atto per ottenere consenso. Non manca nemmeno la parte nella quale si racconta cosa il Duce- Dux- fece per limitare e, in certi casi, fermare in modo definitivo l’agire di coloro che erano i suoi oppositori. Tra i bersagli del Fascio si ricordano le figure di Giacomo Matteotti rapito e assassinato da una squadra fascista, Antonio Gramsci tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, segretario e leader dal 1924 al 1927 dello stesso partito, mandato nel carcere di Turi dal regime fascista nel 1926 e anche Giordano Cavestro, fucilato a diciotto anni perché aveva creato un bollettino antifascista. Dal passato però Aristarco si sposta nel presente per raccontare come le spie, o le ceneri mai spente del tutto, di quel fascismo di ieri siano ancora presenti oggi. Esse sono come lì, latenti, pronte a scoppiare da un momento all’altro per scatenare terrore e paura tre le persone che quelle idee totalitarie non le condividono. Poi lo scrittore si domanda, e ci domanda, se esitano “medicine” ai regimi totalitari e ne individua quattro: leggere, informarsi, studiare e viaggiare. “Lettere ad una dodicenne sul Fascismo di ieri e di oggi” di Daniele Aristarco è un libro per bambini e ragazzi, ma lo consiglio anche ad un pubblico adulto, magari da leggere assieme -genitori e figli, o ragazzi e adulti – per capire quali furono le radici dalle quali presero il via i regimi dittatoriali che tanto terrore, distruzione e morte seminarono tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Per conoscerli ed evitare che pagine drammatiche della Storia si ripetano. Il libro edito da Einaudi ragazzi, inaugura una nuova collana editoriale: “Presenti passati”.
Daniele Aristarco è nato a Napoli nel 1977. È autore di racconti e saggi divulgativi rivolti ai ragazzi, pubblicati sia in Italia che in Francia. Ha insegnato lettere nella scuola media e ora si dedica ai libri per ragazzi e alla scrittura per il cinema e la radio. Drammaturgo e regista teatrale, ha vinto numerosi premi. Si occupa inoltre di laboratori di scrittura creativa per l’infanzia presso scuole, biblioteche e associazioni culturali. Nel nostro catalogo ha pubblicato Shakespeare in shorts – Dieci storie di William Shakespeare, eletto libro del mese di settembre 2016 dai radioascoltatori della trasmissione «Fahrenheit» di Radio 3 Rai, Io dico no! – Storie di eroica disobbedienza, inserito nella lista dei «White Ravens» 2017, Così è Pirandello (se vi pare) – I personaggi e le storie di Luigi Pirandello, Cose dell’altro secolo, Lucy, la prima donna, La nascita dell’uomo, Decameron, Fake – Non è vero ma ci credo, La diga del Vajont, Io dico sì! Storie di sfide e di futuro.
Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa e a Anna De Giovanni.
Al centro della storia di “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, ci sono Clara e Edwin. Lei appartiene ad un ricca famiglia borghese, lui è uno squattrinato direttore d’orchestra. La ragazza segue il giovane nella sua vita giù e sul palco, dove si cimenta con la musica dei compositori moderni. Lei è innamorata di lui a tal punto da essere certa che Edwin sia l’uomo perfetto e lo segue in giro per l’Europa – Parigi è una delle tappe- dove lui e la sua orchestra vanno a suonare. Poi il destino comincia a girare in modo diverso e mentre Edwin diventa un famoso direttore d’orchestra di fama mondiale, Clara deve affrontare lo sfacelo economico della sua famiglia scatenato dalla crisi del 1929, unito all’amore non ricambiato del ragazzo per lei. Un sentimento non corrisposto che darà il tormento per tutta la vita a Clara. Dopo aver narrato la figura del padre, Urs Widmer, in “Il grande amore di mia madre”, racconta con maestria e delicatezza la figura della madre che si innamorò davvero di uno dei più importanti direttori d’orchestra svizzeri, senza esserne ricambiata. Nel libro, oltre a dove affrontare un sentimento che la porterà pian piano alla totale consunzione ed esaurimento nervoso, Clara si ritroverà senza più un soldo, senza un casa, senza una famiglia (il padre muore e i parenti piemontesi che ha, ad un centro momento, cominciano a tenerla a debita distanza) e senza più nulla che le permetta di avere delle certezze. La giovane descritta da Widmer si rimboccherà le maniche per ritrovare un po’ di stabilità, ma questa rinascita sarà più ardita del previsto, non solo perché per la protagonista sarà difficile trovare un lavoro, ma perché in Europa, sul finire degli anni Venti, si radicheranno sempre più i regimi totalitari. Pagina dopo pagina, Widmer ci fa conoscere una donna che si creò una famiglia anche se del marito non si dice nulla, che ebbe un figlio – l’autore- con nel cuore sempre lui, quell’ Edwin concentrato tutto sulla musica e sulla necessità personale di diventare un figura importante e di successo in ambito musicale e sociale. Il sentimento per il maestro d’orchestra è così intenso da gettare la donna in un profondo male di vivere seguito da ricoveri in istituti di cura con elettroshock e ritorni a casa con l’intenzione di dimenticare il passato coltivando, più che fiori, verdura. Il narratore si pone testimone impotente del processo distruttivo della mamma che, nelle pagine, opera nel tentativo -vano- di dimenticare un uomo che non l’amò mai davvero. Ogni cosa fatta da Clara, come ci racconta la voce narrante con garbo e ironia, viene messa in atto per trovare un pizzico di sana pace e stabilità. “Il grande amore di mia madre” di Urs Widmer, tradotto da Roberta Gado, è il ritratto lucido ed emotivo di una donna che amò in modo sincero e che soffrì molto per questo sentimento non compreso. Allo stesso tempo Widmer, attraverso la figura della madre, affronta un tema universale: la fragilità dell’animo umano. Clara ha sogni, ha delle aspettative, ha dei progetti e dei desideri, ma i fatti narrati, il caso o il fato, la prenderanno di mira mettendo in crisi il coraggio e ogni tentativo della donna nel provare a perseguire i propri obiettivi per ritrovare un pizzico di vera felicità.
Ada, protagonista di Ada al contrario di Guia Risari, è un bambina dinamica, simpatica che lascia tutti di stucco perché lei fa tutto al contrario. Chiama la mamma papà e il papà mamma. Quando la fanno sdraiare lei si mette in piedi e viceversa. Quando deve dormire sta sveglia e quando dovrebbe stare sveglia dorme. Poi l’incontro con un maestra che aiuterà la piccola a gestire al meglio questa sua voglia di fare le cose al contrario. Illustrazioni di Francesca Buonannno.
Calafiore è un uomo dalla fame atavica e costante. Lui mangerebbe qualsiasi cosa e in qualsiasi momento della giornata. Per lui il cibo è una vera e propria ossessione. “Calafiore” è il protagonista, nonché il titolo, del nuovo romanzo di Arturo Belluardo edito da Nutrimenti. Il protagonista, che ha fatto del suo cognome il nome effettivo con il quale tutti lo chiamano, fa l’archivista bancario, ha quarantanove anni, una compagna e una figlia (quella di lei) a cui vuole bene. Calafiore vive però una vita che lo annienta, nel senso che subisce in modo passivo tutto quello che gli accade. Dalle angherie dei colleghi di lavoro, alle capricciose amanti, fino ai tentativi –vani- di dimagrire. Sì, perché Calafiore è affetto da obesità fin dai tempi dell’università, anche se quel suo continuo bisogno di ingollare cibo è un qualcosa che lui ha vissuto fin da piccolo, quando il padre lo obbligò a mangiare quella “cosa” con la quale aveva insozzato la macchina paterna. Da quel momento per Calafiore comincia una ricerca spasmodica di cibo che lo porterà a ingurgitare alimenti su alimenti per stare in pace e a diventare oggetto di scherno di molti. Poi, quella vita che Calafiore vive, complicata da ostacoli, da screzi, da amore e da incomprensioni, scompare, perché per un tragico disegno del destino Calafiore perde tutto. Sarà proprio la mancanza delle persone che ama a spingere l’archivista bancario a iniziare una lunga corsa contro il tempo per cercare di rimediare le cose. Il protagonista è lanciatissimo, anche se sempre tormentato dalla sua fame, ed è pronto a tutto, ma sulla sua strada arrivano Marta e Federico. E con questi due ventenni il piano perfetto di Calafiore vacilla. L’uomo e la sua enorme massa corporea sono presi di mira dai due ragazzi che lo sequestrano non per chiedere un riscatto – alla coppia i soldi non interessano-, loro vogliono quell’enorme ammasso di carne e adipe noto come Calafiore. “Calafiore” di Belluardo colpisce perché è un romanzo nel quale si mescolano atmosfere diverse. Non a caso si passa dal registro comico (vedi i diversi tentativi che il protagonista mette in atto per perdere peso, stuzzicato dalla compagna Serena e le battaglie perse contro i tubetti di maionese), a quello drammatico (quando il protagonista è messo alle strette dai superiori o scopre che la sua amata lo ha abbandonato) e anche un po’ splatter (quando Calafiore si trova con i due fidanzatini e assiste alle macabre azioni che la coppia attua per soddisfare i loro viscerali piaceri). Interessanti sono i temi messi in scena da Belluardo, perché la fame che tormenta Calafiore, proprio quella che lo spinge a mangiare in modo ossessivo, è una fame cronica necessaria a colmare i vuoti affettivi che hanno caratterizzato la sua vita fin da quando era bambino. In opposizione a Calafiore che ingurgita cibo (bulimia), Belluardo mette Mauro, il cugino del protagonista, e pure lui vive una situazione di disagio grave che lo porta a ripudiare il cibo fino all’anoressia. Marta e Federico invece, con la loro scelta di vita, rappresentano la coppia che ha optato per la via dell’estremo eccesso per sentirsi viva. Altro argomento affrontato è la “fame” di fama che caratterizza il mondo contemporaneo, rappresentata nel libro dalla sfida a chi mangia più tramezzini in un’ora per entrare nel Guinness dei primati. “Calafiore” di Arturo Belluardo si sviluppa in una dimensione narrativa caratterizzata da una quotidianità vorace, ammantata da un crescendo di atmosfere surreali, nelle quali ogni cosa e ogni persona ad un certo punto fagocitano loro stesse. Questo raccontare permette all’autore siracusano, da un lato, di narrare la drammatica vicenda esistenziale di un singolo (Calafiore) ma, allo stesso tempo, dall’altro, pone all’attenzione del lettore problematiche attuali che non sempre riusciamo, o forse vogliamo, accettare e analizzare perché troppo scomode e dolorose.
Andrea è un giornalista e vive a Milano. Ha la sua famiglia, un lavoro che gli piace, poi, un giorno, gli arriva una telefonata strana che gli annuncia la morte per overdose di un suo amico d’adolescenza. Andrea, protagonista di Figli dello stesso fango si insospettisce e torna, dopo dieci anni, a casa. Arrivato nella terra di un tempo, a Formia, non solo cercherà di capire come l’amico è morto, ma ci sarà un vero e proprio confronto con quello che è stato il suo – anzi il loro- passato. Nel romanzo di Amitrano, dal presente si fa quindi un balzo nel passato grazie ad un sapiente utilizzo del flashback, che permette ai lettori di comprendere l’adolescenza, un po’ travagliata, di Andrea e dei suoi amici. Non mancano le fughe segrete dalla provincia verso la grande città per divertirsi un po’ e sentirsi grandi. I primi amori e le prime schermaglie amorose, ma anche le scazzottate per salvare l’onore dell’amata e la ricerca dell’eccesso per sentirsi esperti. Il libro di Amitrano è un romanzo di formazione nel quale si pone luce sulle diverse sfaccettature che il disagio giovani può assumere. Dai conflitti tra amici, a quelli generazionali tra genitori e figli, fino alla “caduta” nel tunnel della droga dal quale, come accadrà ad alcuni amici del protagonista, è molto difficile uscire. Tornando al paese d’infanzia Andrea fa un balzo nella sua gioventù passata e questo rivivere la vita di un tempo sarà il giusto elemento che gli permetterà di trovare una soluzione per la morte del caro amico. Pagina dopo pagina, il lettore resta con il fiato sospeso, perché Andrea ci porta a zonzo con i suoi compari, le difficoltà a parlarne e a vivere spensierato quella che è la sua giovane vita. Per lui l’andare via, l’aver abbandonato gli amici, la famiglia e il fratello gli ha permesso sì di trovare una nuova stabilità esistenziale, ma certi spettri del passato sono quelli che gli daranno tormento anche nel presente. Il romanzo è carico si suspense che aumenta pagina dopo pagina, perché con Andrea il lettore si fa un’idea su chi o cosa possa aver fatto fuori l’amico, ma la fine della storia lascia di stucco perché c’è un ribaltamento dei piani e delle situazioni imprevisto e imprevedibile. Amitrano, come indica il titolo completo del libro, crea un romanzo sul disagio giovanile, nel quale però non si narrano solo le difficoltà dei giovani ad avere ben chiare le idee per la vita e per il futuro. È un libro che evidenzia quanti possono essere i pericoli nei quali un ragazzo o una ragazza in fase di crescita potrebbero incappare (droga, violenza, il brando, ignoranza, pregiudizio, malattia mentale, solitudine ed esclusione). In realtà, c’è un altro aspetto interessante che emerge dalle pagine di Figli dello stesso fango. Un romanzo di disagio giovanile, ed è il fatto che spesso ci si fida e affida troppo alla propria mente e alla prima impressione che abbiamo delle persone e delle cose e Amitrano, nel suo romanzo, evidenzia come in molti casi gli individui, le cose e le situazioni che ci compaiono davanti non sempre sono quello che cercano di far credere d’essere.
Clemens Meyer lo avevamo conosciuto con Eravamo dei grandissimi, il romanzo del 2016 con protagonista la squattrinata combriccola adolescente a Lipsia. Ora il narratore tedesco torna in libreria con un nuovo lavoro letterario che Keller ha pubblicato per noi in Italia. Il silenzio dei satelliti è un raccolta di racconti (12) ambientai in Germania, nei quali la protagonista è una umanità varia, ritratta nelle sue diverse sfaccettature. O meglio, nel libro si trovano nove racconti intervallati da tre momenti (uno-due-tre). Tre sezioni di storie dove l’importanza è quella di mantenere vive le reazioni umane, dove c’è la paura ad accettare e a manifestare i sentimenti che animano il cuore e i desideri umani, uniti al passato che torna per non essere dimenticato. Ogni racconto è poi una storia a sé, dove sono messi in gioco valori esistenziali, ricordi, emozioni, gioie, dolori e paure che rendono le creature letterarie di Meyer tipi narrativi molto simili alle persone reali. Queste diverse tipologie di esseri umani e di storie si muovono in grandi architetture e appartamenti che hanno il ruolo integrante di scenari di ambientazione. Tanti racconti, per tanti individui che danno vita ad un’opera corale della quale Meyer diventa uditore-testimone, che rendiconta a noi lettori queste esistenze frammentate, fatte di sconfitte e di piccole rivincite, diverse e, allo stesso tempo, anche simili alle nostre. C’è allora il poliziotto guardiano che si innamora della ragazzina che vive nel campo profughi. La donna ossessionata dai nocciolini delle ciliegie e la sua amicizia con un’altra anima solitaria come la sua. I due amici che prendono il padre malato di uno di loro e lo portano sulla ruota panoramica. Accanto al trio, il sottoufficiale che torna a casa a trovare la nonna. Con lui, in un’altra storia, il gestore di un chiosco innamorato della fidanzata musulmana del migliore amico e del tutto incapace di accettare tale sentimento. Ci sono fantini che vanno a cavallo e quelli che sognano di gareggiate a St. Moritz e poi arrivano i sopravvissuti ai campi di concentramento, che pensano a quante ne hanno passate e sopportate. La scrittura di Meyer è dinamica, veloce e denota una volontà precisa di mettere in scena alcuni temi attuali come il contrasto fra culture, fra usi e costumi differenti che convivono in uno stesso spazio anche in modo forzato e sulle contrapposizioni generazionali. Non mancano l’amore provato e non ricambiato, la povertà, la sofferenza e la solitudine che annientano alcuni dei protagonisti presenti nella narrazione. Non tutto è perduto, perché poi arriva lei, è non è un persona vera e propria, ma è la Speranza e la ritroviamo in molte delle creature che, nonostante tutte le ammaccature e imprevisti della vita, sono pronte a non mollare mai e a guardare avanti per un domani migliore. Il silenzio dei satelliti di Clemens Meyer, edito da Keller, è una sorta di grande condominio nel quale ogni finestrella illuminata è la storia di vita di ognuno dei personaggi in esso presenti. Frammenti di vissuto che ci vengono incontro, che si raccontano per quello che sono e che chiedono di rivivere grazie alla lettura e all’ascolto. Traduzione, sapiente e ben fatta, di Roberta Gado e Riccardo Cravero.
Fantalà 1. Due strane creature, (Gallucci 2019) di Michela Tilli è il primo volume di un trilogia che ha per protagonista il piccolo Simone alle prese con compagni dispettosi e scherzi che vanno ben oltre il gioco, rivelandosi veri e propri atti di bullismo. Simone affronterà questa situazione da solo, poi arriveranno due piccole e strane creature (Ben e Grimm) che lo aiuteranno, spesso combinando grandi pasticci, a sistemare un po’ le cose. Ne parliamo con l’autrice.
Tornano le avventure e le indagini del Brigadiere del Carmine, nato dalla penna di Enrico Mirani, giornalista e scrittore. La città di ambientazione è la Brescia del 1915, un luogo che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, edito da Liberedizioni, sente l’incombere della guerra -la Prima-, dove ci sono manifestazioni pubbliche tra interventisti e neutralisti, dove cominciano ad attrezzarsi ospedali e caserme militari per essere pronti al prossimo conflitto bellico, e dove, le incursioni aeree diventano, giorno dopo giorno, una routine che getta nel panico la popolazione. La nuova avventura del Carabiniere Francesco Setti sradica il protagonista delle intricate maglie della città di Brescia e lo costringe, per esigenze lavorative, a trasferirsi nella campagna locale, dove l’atroce misfatto si è compiuto. In un piccolo paesino di provincia, in un campo, è stato ritrovato il corpo abbandonato e martoriato di una ragazzina, assassinata senza pietà. Chi l’avrà uccisa? Perché? Francesco Setti cercherà di trovare una soluzione, ma le indagini si riveleranno molto più complesse del previsto. Tanto per cominciare il protagonista dovrà affrontare un senso di spaesamento determinato dal fatto che lui è abituato a acciuffare criminali per le vie del Carmine a Brescia e nel quartiere delle Pescherie (quando ancora c’era, visto che nel 1927 venne demolito per lasciare spazio a Piazza della Vittoria), mentre questa caccia all’assassino si svolgerà in piena campagna, un ambiente sconosciuto, misterioso, tutto da scoprire, perché le cose non sono mai quello che sembrano a prima vista. Setti non sarà solo, con lui l’inseparabile Mario Serafini. Il duo avrà una “bella gatta da pelare”, nel senso che nel piccolo centro campagnolo, gli imprevisti pronti ad ostacolare le indagini arriveranno inaspettati. Tra di essi ci saranno la profonda omertà e la poca disposizione a collaborare della popolazione locale. Setti dovrà lavorare duro per conquistare la fiducia della gente di paese, persone umili, ma molto diffidenti, che lo vedono come l’elemento estraneo, lo straniero arrivato dalla città per passare alla lente d’ingrandimento le loro vite e trovare il responsabile dell’atroce morte della piccola e innocente vittima. Non solo, perché il protagonista avrà un altro bel grattacapo che gli darà un po’- tanto- tormento: la nuova fidanzata. Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915 è un giallo avvincente, che richiama la struttura narrativa del giallo tradizionale, con un l’aggiunta dell’analisi della dimensione psicologica del protagonista e degli altri attori narrativi. Un elemento che rende il Carabiniere Francesco Setti e gli altri personaggi delle creature letterarie simili ai tanti tipi umani che caratterizzano la realtà della vita quotidiana. Altro aspetto interessante, come nel precedente lavoro, è il fatto che in Delitto di paese. Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915, l’ambientazione nel passato permetta al lettore di scoprire o riscoprire aspetti della città di Brescia e del suo territorio mutati per sempre nel corso di un secolo.
Sorj Chalandon con La professione del padre, edito da Keller ci porta a conoscere un ragazzino e la sua vita da incubo con un padre troppo concentrato su se stesso e sulle sue ossessioni, per rendersi conto della vera natura della realtà. Il romanzo di Chalandon ha una struttura circolare, nel senso che comincia con il presente recente nel quale il protagonista è adulto, poi parte un lungo flashback nel passato e si torna nell’oggi, dove la storia trova il suo compimento. Nel tempo andato, il lettore si trova nella Francia del 1950, quella di De Gaulle, dove il piccolo Émile (sette anni) è costretto dal padre André Choulans a vivere nel suo mondo di paranoie da adulto che hanno al centro la scena politica della Francia di quel periodo. Il padre manipolatore inculca nella testa del figlio che loro due sono nell’ OAP, un’associazione segreta e di terroristi, pronta a tutto pure di far cadere Charles De Gaulle e liberare l’Algeria dal domino francese. Émile e la madre vivono sotto il controllo totale dal padre/marito padrone/dittatore e la vita della famiglia diventa un incubo, nel senso che quella che per il padre André viene considerata una trasgressione o un errore che rischia di mettere a repentaglio i suoi piani contro il governo, viene punita in mondo brutale. Sì, perché l’uomo non esita a castigare quelli che per lui sono sbagli, e lo fa con tremende punizioni corporali e fisiche, trasformando il focolare domestico in un luogo di estrema violenza fatta di allenamenti estremi, botte ripetute e insulti verso la moglie – vittima consapevole e incapace di reagire-, e il figlio, ancora troppo piccolo per comprendere la natura deviata e mentalmente malata del genitore. Madre e figlio non hanno via di scampo e possono solo assecondare e obbedire al capofamiglia, nascondendo ben bene i lividi agli occhi del mondo esterno. Poi, ad un certo punto Émile cresce e prende le distanze dai genitori, perché ha capito che quell’individuo che doveva proteggerlo e aiutarlo a trovare il suo posto nel mondo, è una minaccia pericolosa per gli altri e per sé. Ne Il mestiere del padre ciò che caratterizza la vita del piccolo protagonista è il peso delle violenze fisiche e piscologiche che lui e la madre subiscono per mano di un uomo insano, contro il quale mai nessuno si schiera o prende posizione. Émile non ha amici, non ha nessuno a cui confidare il dramma che vive a casa, può contare solo sulle sue forze. E saranno esse ad aiutarlo ad andare via, lontano dai genitori, per trovare, da solo, il giusto equilibrio del vivere, diventando restauratore e aggiustando le cose. Sorj Chalandon ne Il mestiere del padre utilizza un linguaggio coinvolgente per portarci in una storia nella quale il piccolo protagonista è succube della mente malata del capofamiglia e delle sue ossessioni maniacali, le stesse che gli di dare il via ad un rapporto sano e costruttivo con il figlio Émile. Interessante e ben fatta è anche la traduzione di Silvia Turato la quale, pagina dopo pagina, riesce a far arrivare ai lettori lo stato di disagio e le fragilità piscologiche presenti in ognuno dei personaggi della storia.

“Dalla parte del bene” è un viaggio nella vita di un uomo, nei suoi ricordi d’infanzia in un piccolo paese al confine con la Polonia. Un località piazzata lì sul valico tra due montagne, dove la vita scorre in modo pacifico, lontana da ogni paura e preoccupazione. Non a caso, per il protagonista e per chi è nato al paesello, fondamentali come indice della crescita sono i passaggi di mezzo a due pedali. Dal triciclo quando si è piccoli piccoli, passando per una Pionýr, nella speranza di avere una Eska, una bicicletta alla quale tutti mirano, perché la si trova in tanti colori e con le marce. In realtà, queste sono le tappe intermedie per l’arrivo all’età adulta, perché il traguardo finale, quello che sancisce l’ingresso nell’età adulta e che in pochi hanno il privilegio di avere è lei: la Favorit. A raccontare la storia c’è un bambino, il figlio del capitano delle squadra di calcio del Kostelec. Pagina dopo pagina, la voce narrate cresce diventando adulta e, nell’arco di tempo che trascorre (circa una ventina di anni), chi narra ci porta nella vita di un uomo (il padre) che ha sperimentato sulla sua propria pelle, esperienze di vita che hanno lasciato segni indelebili. Dall’essere un grande calciatore di successo osannato da tutti, al dover fare i conti con problemi fisici che costringeranno l’uomo ad attaccare gli scarpini da calcio al chiodo e trovare un altro lavoro per mantenere la famiglia. Vita quotidiana, fatta di lavoro, di affetti e anche di piccole incomprensioni familiari sulle quali gravano, nel 1968, le tensioni della Primavera di Praga e, nel 1989, un ulteriore cambiamento: la caduta del muro di Berlino. In “Dalla parte del bene” di Fahrner però l’io narrante, quel bambino che cresce diventando un uomo, espone anche il proprio vissuto personale tra sport amati (la bicicletta) e tenuti a distanza (anche se è figlio di un calciatore il narratore non ama il gioco del calcio). E non solo, perché il figlio dell’ex capitano del Kostelec adora il teatro, lo studia, ci lavora e in barba a tutte le difficoltà fa ogni singola cosa con passione, fino all’incontro con la donna amata. Tra i ricordi, accanto alle imprese del padre ex calciatore, ma sempre eroe, si innestano la nascita dei due figli della voce protagonista e il suo rimettersi in gioco come artigiano con un forno per cuocere ceramiche. In “Dalla parte del bene”, Martin Fahrner, come Ota Pavel, con uno stile ricco di ironia e sentimento si rivela uno dei migliori esponenti della letteratura ceca. Uno scrittore che scava nei meandri della memoria, ripescando i ricordi del e dal passato personale, per intrecciarli con i fatti storici della propria terra d’origine. Il tutto per modellare, pagina dopo pagina, una narrazione nella quale si rendono straordinaria la quotidianità di una famiglia e la sua capacità di non abbattersi mai e di reinventarsi sempre nel corso del tempo. Traduzione dal ceco Laura Angeloni.























