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:: L’uccisore di seta di Lorenzo Beccati, Altre Voci Edizioni di Patrizia Debicke

2 luglio 2024

Genova, Anno del Signore 1590. Per la città è un momento duro e penoso, la peste ha nuovamente invaso strade e case, lo spaventoso e acre lezzo dei cadaveri fa da padrone ovunque mentre il terrore del morbo è palpabile.
La morte nera con il suo orrendo corteo di piaghe e bubboni è tornata a funestare città e dintorni . Anche il nostro Pimain guaritore di maiali, contagiato come gli altri, e stato rinchiuso nel lazzaretto, dove si aggirano i monatti raccogliendo i cadaveri e, circondato da corpi di moribondi, pareva condannato. Ma all’improvviso un qualcosa, forse un delirio, un’ allucinazione o altro si è frapposto tra lui e la morte, concedendogli miracolosamente scampo.
Finalmente dopo tanti giorni di indicibili sofferenze, guarito e tornato in sé, lacero e dimagrito lascerà il lazzaretto, accolto all’uscita dal cane Mat che pur dopo essere stato buttato fuori, fiducioso senza farsi scoraggiare, ha continuato ad attendere il suo padrone davanti alla porta .
E a piedi con lui, placata la fame di troppi giorni divorando una forma di pane, potrà far ritorno alla sua casetta sulle colline, dove vive con i suoi maiali.
Ma a Genova un mostro sta decimando senza pietà i tessitori della pregiata seta, famosa nell’Europa intera , riuniti a vivere e lavorare nell’ex convento del Belvedere.
Nel grande monastero infatti, dove il Doge ha ordinato di rinchiudere tutti i setaioli della città ammassandoli con i loro telai nelle celle dove hanno trovato rifugio con la speranza di preservarli dal contagio della peste che infuria, si è verificato un sanguinoso e mortale attacco notturno. Una giovane è stata aggredita improvvisamente, nel buio, da una mostruosa creatura che, dopo averla orribilmente dilaniata e uccisa, l’ha abbandonata cadavere a terra. Ma non basta, perché il crudele assassino, prima di allontanarsi, ha infierito anche su tutta la sua produzione, distruggendo rotoli su rotoli di pregiato materiale. Se accadesse ancora e ancora la città, già messa a terra dall’epidemia di peste che ha riempito il gigantesco lazzaretto, rischierebbe la rovina economica.
Nonostante le pattuglie di sorveglianza e gli immediati tentativi messi in atto per proteggere i setaioli, pare difficile riuscire a bloccare questo mostro, si teme che possa colpire ancora.
Il vecchio protettore e amico di Pimain, il medico Salvemini, gli chiede di indagare su chi e cosa attacca e uccide i setaioli. Insomma pare che la città di Genova abbia di nuovo bisogno di lui, della sua capacità di risolvere casi apparentemente impossibili.
Sarà il senso del dovere o anche l’amore per la bellissima figlia del dottore, Maddalena, ormai pronto a trasformarsi per sempre in una passione pienamente ricambiata, a spingere Pimain ad accettare l’incarico di fermare la violenza della Creatura Oscura? Certo Salvemini sa essere molto convincente ma ha anche dalla sua il fatto che Maddalena da alcuni anni gestisce da sola il negozio per il commercio delle pezze del velluto di Genova di proprietà della sua famiglia. Il dottore che grazie alla seta ha potuto studiare e diventare medico e chirurgo non ha mai voluto sbarazzarsene e quindi ora Maddalena, come tutti gli altri, è rinchiusa nel Monastero.
Ora perciò persino lei potrebbe essere in pericolo.
Nel frattempo tuttavia l’aiuto di Pimain è stato richiesto anche altrove. Dalla vedova di un suo vecchio commilitone e amico, Antonio Sale. La donna vuole che il guaritore di maiali scopra il colpevole di un misterioso furto con omicidio su una nave ancorata in porto che ha coinvolto e del quale, pur essendo stato la vittima, Antonio Dale è stato accusato. Il furto riguarda una cassa piena d’oro di proprietà del Doge trasportata a Genova sotto la sorveglianza dell’amico che la doveva consegnare solo a fedeli messi dogali. La cassa è scomparsa ma oltre a quella è scomparso anche qualcosa per il Doge di privato ma importante e molto più prezioso. Un cruciale bene segreto, da ricuperare assolutamente. E l’ormai anziano governante, sa bene che solo una persona può riuscire a ritrovare il suo tesoro, scoprendo e smontando gli artefici di un crudele piano che in qualche modo collega i due misteriosi casi. Ragion per cui ordinerà al guaritore di maiali di farlo, promettendo in cambio, se riuscirà a sventarlo, di cancellare per sempre l’onta della vecchia accusa per diserzione che pende ancora minacciosamente sulla sua testa e lo porta spesso a richiamare nella mente tanti episodi buoni e cattivi del passato.
Ma nel frattempo la mostruosa creatura uccide altri setaioli. E il Doge, riceve alcune onerose e minacciose richieste legate al suo segreto. Bisogna intervenire, valutare scrupolosamente ogni indizio scavando a fondo, fare qualcosa. Ciò nondimeno per intuire la verità e tutti i risvolti di sordide trame oscure ma e , soprattutto, per riuscire ad affrontarle e risolverle dovrà combattere la sua battaglia a prezzo della vita, praticamente da solo contro tutto e tutti.
In questo terzo e ultimo episodio della serie inaugurata dal “Guaritore di maiali” e proseguita con “II Mistero degli incurabili”, l’ingegno del protagonista Pimain torna a impegnarsi in due difficili e quasi diabolici enigmi sullo sfondo di una Genova, con un’atmosfera molto particolare. Una città in cui risaltano piccinerie e grandezze, caratteristiche della gente di allora, spesso indifferente o peggio crudele, se non sguaiata o addirittura disumana, sottolineando certi terribili aspetti dell’epoca : quali le spaventose condizioni dei lazzaretti, la fame minacciosa costante in agguato per la popolazione. Una Genova antica , minuziosamente descritta con stile raffinato, anche stavolta Lorenzo Beccati, ci pone di fronte a un’eccezionale ambientazione, inserendoci in un mondo medievale denso di ricchi e gustosi particolari in una città quale fu Genova, all’interno di una cornice appassionante e stimolante con tutti gli elementi del passato descritti alla perfezione e ben documentati.
Un altro medieval thriller, arricchito dalla presenza di Pimain, il guaritore di maiali, una figura speciale e molto intrigante che va a inserirsi a pieno diritto tra i più famosi “detective di carta”.

Lorenzo Beccati è autore e scrittore. Ha collaborato a programmi che hanno fatto la storia della tv italiana, tra cui Drive In, Paperissima, Lupo Solitario e tuttora Striscia la Notizia. Ha scritto numerosi libri, soprattutto romanzi grotteschi e thrilller storici. Per quanto sembri strano è anche un doppiatore. Sua infatti è la voce del Gabibbo. Con AltreVoci ridà alle stampe la trilogia con protagonista Pimain, il guaritore di maiali.

:: Atlante Goloso di Marilù Oliva (Rizzoli 2014) a cura di Patrizia Debicke

19 giugno 2024

Questo splendido libro arricchito da stuzzicanti contenuti ed eccezionali illustrazione, piuttosto che un dotto saggio gastronomico sulla cucina dell’Antichità, con l’accento posto su quella degli Antichi Greci e Romani, mira a diventare un piacevole itinerario nella mitologia legato al cibo e al cibo.
Immaginario viaggio dunque partendo dai loro usi e costumi a tavola e soprattutto dai tanti favolosi miti legati al cibo e ai singoli ingredienti. Concetto molto diverso presso gli antichi rispetto ai nostri giorni. Freneticamente impegnati in nuove e diverse mode a ogni costo.
Nella Roma repubblicana per esempio la frugalità originata dal sostantivo frugalitas regnava sovrana in tutti i ceti sociali, in Grecia poi l’aggettivo spartano ovverosia rigoroso veniva costantemente riferito sia ai costumi che al cibo. Semplicità a tavola dunque, favorita dalle classi superiori e obbligatoria necessità per i più poveri.
Civiltà solitamente parche nel cibo pur lasciandosi andare di tanto in tanto a eccessi e grandi abbuffate (ricorderete tutti, immagino, la famosa cena di Trimalcione, il ricco protagonista del Satyricon di Petronio).
Floride civiltà mediterranee nate, cresciute e sviluppatesi con ciò che terra, mare e allevamenti offrivano loro per vivere. Tempi di guerra, povertà e carestie avevano spesso insegnato cosa fare e come. Insomma tutta una serie di accorgimenti per poter mangiare e soprattutto per conservare il cibo in tempi in cui non esistevano i congelatori o i frigoriferi. Quindi si seccava carne e pesce al sole , si usava il sale, l’olio, si trasformava il latte delle capre in formaggi anche da invecchiare, si mischiavano i cereali e si cuocevano focacce, pane, pasta, biscotti…
Il pasto per tutti era un momento conviviale, esempio della civiltà e dei costumi che differenziavano Greci e Romani dalle popolazioni barbariche. Ma per loro il cibo era anche rigorosamente connesso con il mito e le storie degli dèi.
Un culto della gastronomia diverso dal nostro quindi. Stando infatti ai poemi omerici e alle copiose offerte votive di cibo, quali animali vivi ma anche pane e focacce dolci rinvenute nei templi, abbiamo la prova provata di quanto per gli antichi il cibo fosse strettamente correlato con il divino.
E proprio per questo il testo di Marilù Oliva va a esplorare i fondamentali luoghi di mitiche storie romane e greche in cui gli alimenti vennero sfiorati dalle divinità e implicati in fatti eccezionali. Quindi non sarà solo un saggio culinario legato all’Antichità, ma una specie di viaggio attraverso i posti in cui e da cui si originarono le varie storie e le relative leggende.
L’autrice, amante della cucina e brava cuoca, ha scelto di suddividere i capitoli secondo la precisa caratteristica di ogni alimento e ogni capitolo si conclude con il suggerimento di un menù completo, di sua creazione.
Un viaggio culinario che secondo l’attuale tradizione comincia con l’antipasto per concludersi con il dessert. E un viaggio gastronomico, quello dei romani di allora, non molto dissimile da ciò che Cicerone poteva mangiare seduto a tavola con gli amici: aperitivi vari, primae Mensae o i primi di oggi allora: che poi erano minestre, piatti a base di carne, pesce, legumi e selvaggina. Quindi le secundae Mensae che offrivano non solo frutta ma anche bietole, porri, cipolle con alla fine brindisi, levando calici ricolmi di grandi vini, accompagnati da canti e giochi vari.
La normale vita dei Greci era scandita da tre pasti giornalieri. Al mattino una focaccia intinta nel vino e olive verso le 13/14 (una /due) qualcosa di più mentre il pasto più sostanzioso e spesso condiviso era riservato alla sera. Quella dei Romani era simile: colazione leggera, una prandium veloce, spesso consumato in piedi con pane, carne fredda, o pesce o legumi o uova, seguito alla sera da una cena più copiosa, annaffiata con vino. Momenti solo maschili, le donne fino all’era imperiale, salvo le schiave o le amanti, solitamente venivano escluse.
Archestrato di Gela, Catone, Ateneo di Naucrati, Columelle ecc. appassionati o chef stellati di allora ci descrivono menù e ricette. Esaltate ancora più da Apicio che, dalla vetta della tradizione culinaria dell’epoca, ci ha trasmesso De coquinaria, il suo ricco ricettario.
Da allora se non tutto, molto è cambiato. Spesso le donne sono regine in cucina, abbiamo perso e dimenticato cosa fossero certi cibi, mentre abbiamo aggiunto ai nostri quotidiani menu una ricca varietà di prodotti prima sconosciuti provenienti dalle Americhe. Siamo diventati fans del caffè…
Mangiamo più polli, come facevano gli antichi tuttavia apprezziamo le uova cucinate in vari modi. Le uova, grande simbolo della vita . La leggendaria Elena destinata a provocare la famosa guerra di Troia nata da un uovo di cigno fecondato da Zeus…
Notiamo come i gradini più bassi della società siano sempre stati forzosamente parchi nel cibo, mentre per i ricchi la tavola fu presto un lusso oltre che un piacere. Anche se le regole di una corretta nutrizione ampiamente trattate da Galeno avrebbero sempre suggerito a tutti una vera e propria equilibrata dieta mediterranea.
Però, soprattutto per assaporare davvero il piacere di un pasto, la prima vera regola dovrebbe essere sempre, a detta di Plutarco: “… a tavola per mangiare, ma per mangiare insieme”.
Ringraziando sempre e ancora come facevano gli antichi la romana dea Cere, o Demetra figlia di Crono e sorella di Zeus per i Greci. Cere, che ha regalato il suo nome ai cereali e quindi grazie a lei se ancora oggi ci godiamo focacce, pasta e pane.
Ma che dire allora dei legumi come le fave amate dai mitologici eroi come Ercole e poi i ceci, le vecce, i piselli, i lupini e le lenticchie, consumate spesso e volentieri in zuppa con i cereali e quindi care a Demetra madre di Persefone, la mitica latina Proserpina rapita dal Dio degli Inferi in Sicilia, vicino a Enna, che avrebbe dato luogo al ricorrente ritmo delle stagioni. I legumi, lo straordinario riferimento nutrizionale e insostituibili allora come oggi nelle riserve alimentari di ogni famiglia.
La carne di animali, oltre che dedicata al sacrificio agli Dei, cotta alla griglia o arrostita rappresentò il pezzo forte nella tavola dei due contendenti Greci e Troiani dell’Iliade e dei fuggitivi Greci nell’Odissea. A Itaca i Proci asserragliati nella reggia consumavano smodatamente le carni scannando i buoi e dilapidando senza freni le risorse delll’isola sempre accantonate con parsimonia.
Ma alla mensa di Ulisse troveremo spesso anche il pesce consumato per esempio dell’ omerico eroe nell’isola di Scheria ospite del re Feaci padre di Nausicaa. E il pesce domina con la sua varie e colorita tipicità la grande arte pittorica e musiva romana. Mosaici straordinaria che si possono ammirare nei Musei a Roma, Ostia e Napoli.
Anche i formaggi non potevano mai mancare sulle tavola antiche, formaggi fatti di latte di capra come quelli prodotti dai Ciclopi nella loro immane grotta e che Ulisse e i suoi compagni divoreranno per placare la fame ma il cui smodato consumo costerà la vita a tanti tra loro.
Le verdure poi, con le loro infinite varietà, assursero a piatto privilegiato con la cipolla onnipresente nella tavola degli antichi, amata da Afrodite Efeso, Ares … Da ricordare poi il cavolo e il suo famoso detto: nato sotto un cavolo. L’ortaggio con le parti centrarli del cappuccio che ricordano una vulva femminile mentre il gambo un pene. E che, per coglierlo bisogna impugnarne la testa con le mani quasi fosse un bambino che viene estratto dalla cervice uterina .
E non dobbiamo dimenticare : Frutta e dolci. Mele, pere, susine, fichi, con i fichi secchi che restano i principi della tavola antica e divina. Ma con anche tutta la frutta secca posta sempre gloriosamente a dominare il centro tavola.
Poi giungendo in chiusura, Marilù Oliva dopo una rapida carrellata finale , tra fiori edibili, funghi che comparivano spesso e volentieri su tavole povere e ricche, elargisce indispensabili consigli su come ammollare i legumi, preparare la pasta fresca, fare il pane, le salse più di moda tra Romani e Graci e spiega con dovizia di particolari come e quale vino e altre bevande si consumavano con larghezza attorno alle tavole degli antichi. Ma nella Roma repubblicana ohimè proibito alle donne.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Prima di approdare all’ambito mitologico, ha scritto romanzi thriller e noir. Ha pubblicato bestseller come L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), Biancaneve nel Novecento (2021) e L’Eneide di Didone (2022). A sfondo mitologico è il romanzo per ragazzi Il viaggio mitico (DeAgostini, 2022), scritto con suo figlio Matteo. Nel 2023, sempre per ragazzi, è uscito Miti straordinari (DeAgostini, 2023). Ha co-curato per Zanichelli un’antologia sui Promessi Sposi e realizzato due antologie patrocinate da Telefono Rosa, nell’ambito del suo lavoro sulle questioni di genere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Rizzoli, nel 2023 è uscito Atlante della Magna Grecia. Italia del Sud e Sicilia tra Mito e Archeologia. Il suo ultimo libro è L’Iliade cantata dalle dee (Solferino, 2024).

:: La fossa dei lupi di Ben Pastor (Mondadori 2024) di Patrizia Debicke

13 giugno 2024

Tornano in primo piano in scena memorabili personaggi de I promessi sposi, alcuni come comprimari vedi: Renzo, Lucia, Don Abbondio mentre l’Innominato pur fulcro della storia da bandito e taglieggiatore pentito infine diventato un pio un agnellino, è stato messo da Ben Pastor al servizio della fiction e trasformato in vittima designata. Ciò nondimeno in pratica tutti i personaggi del romanzo manzoniano risalgono in scena maliziosamente collegati in qualche modo alle attuali vicende di La fossa dei lupi.
I promessi sposi proprio loro già ? Il capolavoro di Alessandro Manzoni , amato o più spesso odiato e noioso spauracchio di tanti studenti italiani per generazioni e invece, per chi scrive di giallo spesso un libro da infilare nella rosa dei primi rappresentanti italiani del genere .
Intanto ci prova Ben Pastor, fedele lettrice del Manzoni, a far cambiare idea e interessare tanti italiani incuriosendoli soprattutto con una disincantata ma raffinata e perfetta ricostruzione storica dell’epoca. I milanesi riconosceranno le loro vecchie strade, dovranno riscoprire chiese ormai, scomparse e i Corpi Santi, le cascine e i borghi agricoli sorti attorno alla città di Milano, appena oltre le mura spagnole.
Dunque, dicevamo riprende in mano alcuni personaggi, tre anni dopo le loro drammatiche avventure, , a novembre del 1628 mentre Milano si sta ancora assestando dopo i tanti lutti della peste che ha fatto tirare le cuoia anche al loro persecutore Don Rodrigo, e fa ritrovare Renzo e Lucia economicamente ben sistemati, con lui che gestisce con successo in comproprietà, nella bergamasca, una fiorente azienda di filatura. Ma per il capriccio di Lucia che è incinta e vuole che suo figlio venga al mondo dove è nata lei, li fa tornare temporaneamente a Olate, in terra di Lecco nella vecchia casa di famiglia e in un certo senso diciamo sotto la pelosa influenza di Don Abbondio.
Vi abbiamo anticipato che l’Innominato, al secolo Bernardino Visconti è la vittima designata da Ben Pastor nella sua trama. E dunque a Milano il bel luogotenente di giustizia Diego Antonio Olivares, grande famiglia spagnola ma con un ricca madre italiana, uomo d’ordine ma anche di cultura, sta indagando proprio sulla morte dell’Innominato, ucciso in un bosco dove si cacciano i lupi, sui monti sopra Lecco, vicino alla casa di un suo figlio illegittimo. Una morte che ha lasciato alla famiglia, pur pagati i tanti conti in sospeso, una considerevole eredità da dividere ma anche un complesso intrico di interessi.
Olivares, ex studente presso i Gesuiti che lo vorrebbero nel loro ordine, ma lui nicchia ancora dopo la parentesi militare in Svizzera (guerra dei trent’anni) per difendere la fede contro gli eretici con per compagno Grauembart un capitano miscredente, dove il saggio consiglio di frate Pizarro gli ha suggerito di provare anche altro ed è felicemente sopravvissuto alla peste. Ora vive a Milano, ha un importante incarico ben remunerato, ampia libertà d’azione e può muoversi in lungo e largo nei territori del Ducato.
Ma chi ha ucciso l’Innominato ? Cui prodest? Qualcuno per vendicarsi? I parenti? I suoi ex bravi, messi a stecchetto dalla sua improvvisa conversione e, in una Milano ancora traumatizzata dalla peste, rimasti senza lavoro? Ma se i parenti ci guadagnano qualcosa, gli ex bravi no, o almeno pare. Cosa che dovrebbe farli scartare… Il recente e, se non c’entrano, malaugurato trasferimento di Renzo e Lucia Tramaglino, invece li infila pari pari nella rosa dei sospetti, l’assassinato era stato complice nel tentativo di rapimento di Lucia organizzato con Gian Paolo Osio, l’amante di Suor Virginia Levya, monaca in Monza. E si potrebbe ipotizzare anche il nome di Don Abbondio, il curato, magari per antiche ruggini e invidie nei confronti del Visconti?
Olivares, interroga e reinterroga gli sposi manzoniani: hanno qualcosa da nascondere? Renzo è ancora impetuoso, e Agnese sua suocera non è certo cambiata ma pur invadente, saccente e spesso importuna, pare abbia colpito al cuore un vecchio commilitone.
Il luogotenente interroga e reinterroga anche Don Abbondio, il pauroso ma avido e ricco curato?
Son tempi grami per quanti cercano di sopravvivere. La peste che ha spopolato la Lombardia può far serpeggiare esasperazione e volontà di rivolta?
Avvalendosi di precisi particolari “La fossa dei lupi” descrive in dettaglio la società e il potere di quegli anni. L’influenza spagnola,i rapporti tra i nobili, le abitudini della popolazione più misera, sempre condannata a subirne l’arroganza. I signori lombardi spendono e spandono senza riguardo dominando la plebe che spesso mangia poco o niente. Povertà e lusso smodato si confrontano con criminalità contrastata solo con mostruose torture e pene di morte, intessute in un mondo denso di proibizioni e segreti. Mentre la Chiesa, nella persona del Cardinale, sollecitando a ogni costo pronte risposte e accuse è sempre disposta a usare le proprie guardie, malviste dalla Giustizia laica di Milano, per dominare fino a prevaricare.
Ciò nondimeno Don Diego Antonio de Olivares, passo passo ma con determinazione, allargherà le sue indagini a macchia d’olio, spaziando tra i troppi nullafacenti, bisognosi di guadagnarsi da vivere a ogni costo e, messo sulle tracce delle malefatte di Paolo Osio e della Monaca di Monza, complici di Don Rodrigo e dell’Innominato nel tentativo di sequestro di Lucia Mondella ai fini di stupro, verrà a conoscenza di quali orrendi e reiterati delitti la curia milanese imputi loro e della terribile condanna che sta pendendo sulle loro teste. E in caccia della corrispondenza del defunto padre di Don Ottaviano Gallarati, amico e foraggiatore di crimini all’Innominato, che potrebbe aiutare a risolvere il caso del suo omicidio, chiederà udienza alla vedova,la dotta , poetessa curiosa e stravagante scienziata Donna Polissena, una bella signora evasiva e attraente. Con la quale scoprirà di condividere la passione per la letteratura, l’arte e forse altro… Talmente affascinante e seducente, nonostante gli occhiali che porta, un vezzo pare, persino in grado di spingerlo a fare alcune scelte della vita. E a risolvere il suo personale conflitto fra carne e spirito. Conflitto che per lunghi anni, dopo aver pensato a una vita religiosa sulle orme di Ignazio di Loyola, ambendo addirittura a un possibile martirio in terra lontana gli fa invece desiderare oggi l’amore carnale e il piacere condiviso. E sognare un futuro?
Ma prima di bearsi in un finale a potenziali tinte rosa, come un prestigiatore andando anche a scavare nei quartieri malfamati milanesi, Olivares dovrà sbrogliare e risolvere la sua spinosa indagine thriller ,districarsi tra i miracoli veri o inventati, pericolosi attentati e trasversali prezzolate vendette.

Ben Pastor, scrittrice italoamericana, all’anagrafe Maria Verbena Volpi, nata a Roma ma trasferita ben presto negli Stati Uniti, ha insegnato Scienze sociali presso le università dell’Ohio, dell’Illinois e del Vermont. Oltre a Lumen, Luna bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, Il cielo di stagno, – ovvero il ciclo del soldato-detective Martin Bora (pubblicati da Hobby&Work a partire dal 2001 e poi da Sellerio) – è autrice di I misteri di Praga (2002), La camera dello scirocco, omaggi in giallo alla cultura mitteleuropea di Kafka e Roth (Hobby &Work), nonché de Il ladro d’acqua (Frassinelli 2007), La voce del fuoco (Frassinelli 2008), Le vergini di pietra e La traccia del vento (Hobby & Work 2012), una serie di quattro thriller ambientata nel IV secolo dopo Cristo. Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale Saturno d’oro come migliore scrittrice di romanzi storici. Le sue opere sono pubblicate negli Stati Uniti e in numerosi Paesi europei. Nel 2014 esce La strada per Itaca (Sellerio) e nel 2020 Il ladro d’acqua (Mondadori). Nel 2023 esce per Sellerio La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora.

:: La promessa di Mauro Marcialis – A cura di Valerio Massimo Manfredi (Solferino 2024) a cura di Patrizia Debicke

7 giugno 2024

Primo capitolo di una Tetralogia in quattro volumi, il secondo dovrebbe essere in uscita in questi giorni, La promessa di Mauro Marcialis parte dal 61 d.C. con Nerone saldamente al potere e ormai entrato nella sua seconda tragica decade di governo.
Il prefectus orbi Lucio Pedanio Secondo è stato ucciso nel suo letto. Da uno schiavo al quale dopo aver promesso per anni la libertà, gliel’aveva crudelmente negata…
Il senato su dictat del senatore Gaio Cassio Longino ha deliberato e, nonostante l’aperto dissenso del popolo, secondo il diritto romano, un antico senatus consultum per il quale indistintamente tutti e quattrocento schiavi di sua proprietà, che siano uomini donne o bambini, dovranno essere giustiziati. L’orrendo e macabro rituale prevede che prima verranno lapidati e i pochi superstiti crocefissi.. La legge verrà applicata e sarà un’ecatombe.
Alla fine di quel bestiale massacro, secondo il conteggio riportato al redemptor (il liberto preposto all’incarico )che ha ricevuto l’orrendo compito, risulteranno solo 397 corpi:
“Lascia stare, qualcuno al Senato deve avere arrotondato” risponderà secco il legionario Livio Amanzio che fa parte di un migliaio di soldati destinati a scortare quei poveretti alla morte Ma non è vero che il numero degli schiavi era stato arrotondato e lui sa perchè. Perché lui fatto una promessa, a Hagen lo schiavo che ha assassinato Pedanio, tagliandogli la gola . Hagen lo ha pregato di trovare e salvare i suoi figli … E lui che si è impietosito, l’ha fatto. Tre bambini dai sei agli otto anni … che ha nascosto. Per poi scoprire che solo due erano i suoi figli. Derek e Brynia biondissimi, mentre non lo era Arild il terzo, il più grande, quello bruno. Ora però che la sua pietas l’ha spinto a fare quella scelta che cozza contro ogni logica, deve trovare una soluzione. Non può tenerli con sé perché sta per partire per l’Oriente, tra appena due giorni dovrà raggiungere la sua nuova legione. E allora rimedia per loro delle vesti pulite e visto il poco tempo a disposizione, nonostante il loro strazio, li separa, affidandoli a tre diverse famiglie. Consegna Arild al lanista Ovidio con il quale ha un vecchio debito di gioco, e Derek a Curzio, suo caro amico, un venditore di animali che commercia prevalentemente tra Roma e Portus Ostiensis Augusti (Ostia). Chiede a entrambi che i due piccoli pur da schiavi vengano trattati bene. E promette che al suo ritorno saprà ricompensarli. Lascia invece la bambina nella nobilis domus di Flaminia, sotto la protezione della sua adorata amante segreta, la moglie di Gneo Domizio, un influente politico cittadino. Ai piccoli promette che al suo ritorno, a breve spera due/ tre anni, saprà farli ritrovare. Ma la guerra ai confini dell’impero pare non volersi fermare mai, e nei dieci anni che Livio Amanzio dovrà restare lontano da Roma, combattendo in oriente agli ordini di Tito, fino ad arrivare al grado di centurione primus pilus prior (ovverosia capo dei centurioni) e nei quali riuscirà a ottenere saltuarie ma buone notizie dei suoi protetti, tante cose cambieranno. L’imperatore Nerone, dal governante illuminato dei suo primi anni si è trasformato in un instabile e incontenibile tiranno, tanto da mettersi contro senato esercito e popolo e venir deposto e fatto uccidere per ordine del vecchio console Galba, nel 68. Anche lui eliminato dopo appena sette mesi, nell’anno successivo, detto dagli antichi, dei quattro imperatori. In quel 69 d.C. che, dopo Galba, si vide ascendere al trono Otone , poi Vitellio e infine Vespasiano, comandante delle truppe imperiali dal 66 d.C. impegnate nella repressione in Giudea, acclamato imperatore dalle legioni d’Egitto, Giudea, Siria e Danubio, e che pose fine al lungo periodo d’instabilità. Al suo arrivo nell’Urbe, nel 71 infatti, il Senato lo riconobbe, nominandolo console con il figlio maggiore Tito e gli dedicò il trionfo . E anche Livio Amanzio dopo il lungo assedio e la drammatica e definitiva caduta di Gerusalemme (settembre 70 d.C.) inquadrato nel loro seguito farà finalmente ritorno a Roma.
Nel frattempo i suoi tre protetti, ormai diventati adolescenti, hanno vissuto le loro vite lontani e senza sapere nulla l’uno dell’altro. Arild, forte e robusto come un toro, addestrandosi al combattimento e sognando di diventare gladiatore nelle file del lanista Ovidio; Derek, cresciuto con Curzio, il commerciante di animali, dopo essere sfuggito pur sfigurato alla gelosia del figlio del padrone, è stato da lui mandato a Roma, dove si contraddistinguerà per il suo talento di scultore e per la sua eccezionale capacità nell’addestrare i combattivi cani pugnax; Brynja continua a vivere nella domus del Gneo Domizio, diventato l’ influente senatore che sta ideando per l’imperatore la costruzione dell’anfiteatro più grande del mondo. Anfiteatro che vedrà purtroppo la damnatio memoriae del capolavoro di Nerone, la Domus Aurea.
Derek e Arild, ci lavoreranno entrambi: Derek, in un vasto laboratorio fuori città, sta realizzando le 156 maestose statue di bronzo dorato raffiguranti dei, eroi e semidei, da porre nelle arcate perimetrali del II e del III ordine dell’edificio; Arild impiegato nel cantiere, è impegnato nelle fondamenta spostando e tagliando pietre. Brynja, diventata una vera bellezza bionda, non sa di loro, spera solo di rivedere Arild, suo amore da bambina, ma come schiava, non può nemmeno allontanarsi dalla domus di Domizio che per sua disgrazia l’ha già scelta come gioco sessuale. Può solo contare su Flaminia, la sua padrona , l’amore di Livio ma moglie del senatore e prigioniera quasi quanto lei.
Prevaricazioni e complotti, veri amori e desideri forse impossibili, sacrifici di magia nera, ignorate preghiere agli dèi, crudeli scontri e fatali competizioni nel Circo Massimo daranno orgogliosamente il via alla saga dei tre giovani schiavi decisi a fare di tutto per sopravvivere e rivedersi ancora. Riuscirà a mantenere la sua promessa il loro salvatore Livio Amanzio?
Emerge subito da questo primo capitolo il vero volto di Roma, l’allora capitale dell’Impero. Una enorme città dominata da immani contrapposizioni, dove la sfrenata ricchezza dei patrizi si opponeva alla fame dei plebei, dove i potenti si beavano in orgiastici banchetti e organizzavano, per placare la fame della folla giochi sempre più sanguinari. Una città con le mura tempestate di graffiti che narravano storie del mondo intero, mentre il più grande anfiteatro del mondo pian piano prendeva forma e cresceva.
Una straordinaria ricostruzione ambientale e umana di un mondo, quello romano, incompatibile (per lo meno in occidente) a questa nostra era . Un mondo in cui il libero civis romanus pur rispettoso della legge e del costume sociale doveva confrontarsi quotidianamente con lo sprezzo della libertà, della considerazione, della rispettabilità. Un mondo basato per buona parte infatti su un indiscriminato impiego di mano d’opera gratuita, ovverosia gli schiavi. Esseri senza alcun diritto civile. Da usare a piacimento, peggio di carne da macello, per svago, piacere, o come servitù ma solo talvolta impiegati in compiti domestici come crescere i bambini, insegnare e invece troppo spesso relegati a quelli più infimi, umilianti e per il minimo errore ammazzati e gettati in pasto ai cani.

Mauro Marcialis è nato a Roma nel 1972 e vive a Reggio Emilia. Tra i suoi romanzi di successo, Spartaco il gladiatore (Mondadori 2010), Il sigillo dei Borgia (Rizzoli 2012), Il falco nero (Rizzoli 2014) e Roma calibro zero (SEM 2022).

:: La scomparsa di Elisa Ohlsen di Antonio Fusco, (Rizzoli 2024) a cura di Patrizia Debicke

3 giugno 2024

Una segnalazione anonima, proveniente da un telefono non rintracciabile, permette di ritrovare sepolto all’Idroscalo di Ostia il cadavere mummificato di una giovane donna. Al dito di quei poveri resti un anellino con due cuori intrecciati che corrisponderebbe a quello che figura nella denuncia di scomparsa di Elisa Ohlsen, diciassettenne allontanatasi dalla casa di vacanze della famiglia per passeggiare nei boschi intorno al lago di Albano e poi svanita nel nulla sette anni prima.
Il caso aveva fatto scalpore, il fascicolo è ancora aperto e le prime indagini della scientifica si indirizzeranno in quel senso cercando una comparazione certa, con il testo del DNA . Il pensiero infatti degli investigatori va subito a lei. Impossibile poi tenere celato il ritrovamento ai cronisti e all’attenzione dei media visto che le indagini si concentrano subito freneticamente sulla riapertura del fascicolo Ohlsen. Il livello di guardia è al massimo e tutti, nel XVII distretto di polizia, sono coinvolti direttamente nel caso, salvo l’ispettore Massimo Valeri – pecora nera della squadra detto l’Indiano di origini shinti ma adottato e cresciuto come un figlio da un funzionario e sua moglie- , che dopo l’ennesima lite con il suo superiore, il sostituto commissario Tognozzi, è stato destinato con l’assistenza di Matteo Landini ad approfondire il ritrovamento del cadavere di Emilio Bassetti, un anziano professore. Un cadavere rinvenuto per caso pochi giorni prima per colpa del pallone lanciato in aria e atterrato in un balcone del primo piano durante una partitella di calcio tra ragazzi. Il tredicenne Marius, un ragazzino dominicano, che l’Indiano conosce bene, si era arrampicato per ricuperarlo ma, così facendo, notando la porta finestra socchiusa, era entrato per scusarsi e aveva trovato il morto. L’uomo viveva solo non aveva relazioni e non era stata più visto da quando sette anni prima era andato in pensione. E poi essendo privo di famiglia, con l’unica sorella che viveva altrove ed era deceduta, nessuno si era preoccupato per lui. Solo il caso aveva fatto ritrovare il suo corpo mummificato sdraiato in una brandina della sua abitazione. Insomma, almeno a prima vista, per l’Indiano un caso facile e da archiviare in fretta. Un caso che gli consentirebbe di tornare sulla sua casa barca, ormeggiata nel porto turistico di Roma e riprendere la relazione con Giulia, felicemente ricominciata la sera prima dopo troppi anni di lontananza. Secondo le prime ipotesi la morte del vecchio parrebbe un suicidio. Ma l’Indiano si è sempre fidato poco delle apparenze. E poi, signori, beh questo è un romanzo giallo.
E infatti presto la faccenda si complica e di parecchio. In un inspiegabile gioco di incastri che coinvolgono il sostituto commissario Tognozzi, Massimo Valeri dovrà farsi carico anche dell’indagine sulla diciassettenne scomparsa. E là cominciano le prime sorprese. Costretto ad ampliare la sua inchiesta, non potrà ignorare le coincidenze che si presentano una dopo l’altra e paiono voler far incrociare il presunto suicidio del professor Bassetti con la scomparsa di Elisa Ohlsen. Le sue ricerche devono per forza allargarsi, in modo esponenziale senza trascurare ogni possibile e immaginabile pista, tanto che ben presto si capirà quanto stia per diventare coinvolgente, complessa e intricata la trama costruita per noi da Antonio Fusco.
Qualcosa poi ai piani alti della politica e addirittura dei servizi pare volersi interessare al caso. Un qualcosa di condizionato da un diverso interesse ? Perchè? Forse un mistero? Potrebbe? Ciò nondimeno, a conti fatti, l’ispettore di polizia Massimo Valeri, detto l’Indiano, straordinario investigatore, insofferente per natura, menefreghista poco amante delle gerarchie ma che sa collaborare con i colleghi, oltre a riuscirsi ad adeguarsi alle situazioni, pur di venire a capo dell’indagine dovrà servirsi di tutte la sua capacità. Addirittura stavolta per riuscire a fare luce nel marcio, Valeri dovrà districarsi in un sottofondo di segreti e incredibili legami, denso di soprusi, feroci ricatti e inquietanti depravazioni con riferimenti alla massoneria e peggio. Cercando di scoprire come e perché delle vite apparentemente normali siano state coinvolte in erotiche e perverse cerimonie rapportabili ad antichi ordini esoterici.
Una complessa e rischiosa indagine, che andrà a scavare in un tormentoso e sconvolgente passato che continua fatalmente a lambire e contaminare anche il presente.
Un’inchiesta che richiama irrisolti e dolorosi casi di ragazze scomparse avvenuti nel passato, come quelli di Rossana Corazzin, Emanuela Orlandi e Catherine Sherl.
E terza volta in libreria per l’ispettore Massimo Valeri, l’Indiano, secondo personaggio creato da Antonio Fusco, che si muove e opera nella dura e complicata realtà della capitale.
La scomparsa di una persona cara è il peggior evento che ogni familiare debba essere costretto ad affrontare. L’omicidio, l’uccisione di una persona di famiglia provoca choc ed orrore, ma di solito piano piano al dolore subentra un faticoso processo di rielaborazione legato alla perdita e al lutto, al quale fa forzosamente seguito l’accettazione. Altra cosa invece è la scomparsa di una persona che suscita incertezza, inquietudine , nulla di certo a cui appigliarsi come una crudele sospensione nei sentimenti. Senza contare l’ impotente senso di un’angoscia che si rinnova ogni giorno e persino di colpa, se si arriva a immaginare che il proprio caro abbia bisogno di aiuto ma non si possa fare abbastanza o addirittura sia impossibile darglielo.

Antonio Fusco, nato a Napoli nel 1964, vive a Pistoia dove è ancora funzionario della Polizia di Stato.Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle pubbliche amministrazioni, dal 2000 si occupa di casi di polizia giudiziaria in Toscana ed è criminologo forense.
Ha esordito nella narrativa nel 2014 con il romanzo noir Ogni giorno ha il suo male introducendo il personaggio del commissario Tommaso Casabona protagonista al 2020 di sei indagini.
Con La pietà dell’acqua ha vinto nel 2016 la quinta edizione del Premio Mariano Romiti.

:: Minerva in fiamme di Susanna Raule (Mondadori 2024) a cura di Patrizia Debicke

26 Maggio 2024

Una bella storia, dai toni squisitamente rosa e da cosy crime uhm… anche se forse in realtà non un giallo vero e proprio ma sicuramente disporremo di una trama interessante e intelligente con questo Minerva in fiamme.
Intanto come prima cosa rassicuriamo i lettori non è che una preziosa statua o un celebre dipinto che raffigurano la dea vergine guerriera ma considerata anche la dea della sapienza, simbolo dell’ingegno e dell’intelligenza siano stati distrutti dalle fiamme. No per fortuna, anche se il nome è giusto: proprio quello della antica divinità italica passata a far parte della ricca mitologia etrusca per poi innestarsi nella mitologia romana e di là poi essere equiparata alla greca Atena, nata con addosso tutta l’armatura dalla testa dolorante di Giove in virtù dell’ascia bipenne di Efesto. Ma non è il nostro caso. La Minerva del romanzo infatti è solo la brava psicologa e psicoterapeuta quarantenne in forza al Centro per adolescenti della Spezia, per suo dispiacere da quindici anni di (più o meno) vive un’ educata convivenza con la sclerosi multipla che, durante una leggera ricaduta, presenta alcuni dei classici sintomi: intorpidimento di un arto nel suo caso la gamba destra con forte senso di bruciore (di qui le fiamme) e naturalmente maggior senso di fatica incrementato a dismisura dal gran caldo. Prima mossa: telefonata in ospedale, evitando di svegliare il compagno bello e dotato pittore di qualità , per fissare un immediato appuntamento e passare il suo paziente un ragazzo di sedici anni, primo incontro terapeutico della mattinata a suo carico, a un’amica collega e via di corsa all’ASL per una visita di controllo.
Sappiamo tutti che il lunedì da sempre è la peggior giornata per chi lavora e in particolare quel lunedì a La Spezia fa un caldo boia… Una giornata insomma che per lei si sta annunciando nefasta in tutti i sensi e ohimè alla mercè di un afa’ quasi insopportabile.
Alla ASL la neurologa che la segue da anni e la conosce come le sue tasche, organizzerà subito per lei una prima settimana di flebo di cortisone e programma una risonanza da fare prima possibile secondo i tempi, li conosciamo purtroppo , da lumaca della Sanità italiana.
Ma quando dopo la visita, ecc. ecc. , un paio d’ore più tardi circa, schiacciandosi come una sardina dentro un autobus affollato riesce finalmente ad arrivare al suo posto di lavoro al Centro Adolescenza, verrà accolta dalla brutta notizia, spauracchio di ogni terapeuta: Angel Batista il suo paziente sedicenne non si è visto, insomma non si è presentato perché è morto per un incidente. . Il ragazzo di origine sudamericana e in terapia obbligata dopo l’arresto per spaccio, era soltanto alla seconda seduta con lei. Lo aveva valutato poco comunicativo e diffidente. Faceva parte di un complessino rap… Ma in quel loro primo incontro aveva cavato ben poco da lui. Ciò nondimeno le successive notizie sull’accaduto chiariscono che non si è trattato di un incidente stradale, che so con il motorino come poteva essere prevedibile a quell’età. No il ragazzo è morto di notte in un supermercato, e Minerva scoprirà trattarsi di uno piccolo e da lei frequentato, inesorabilmente schiacciato da una catasta di bottiglie di acqua minerale. Apparentemente solo un fortuito e disgraziato incidente . Ma cosa era andato a fare di notte Angel in quel posto. A rubare? Ma cosa ? L’armadietto dei liquori chiuso a chiave non presenta segni di effrazione E allora? Oddio, a ben guardare parrebbe un incidente un po’ strano, pensa Minerva. E istintivamente non ci crede, per lei c’è qualcosa che non va, poi riflettendoci e considerando meglio i particolari diventa addirittura sospetto. Insomma gatta ci cova. E quando questa sua sensazione si trasforma in certezza, suo malgrado si troverà coinvolta in una personale indagine sulla morte del ragazzo. Epperò appena comincia a muoversi e a provare ad approfondire la storia, questa diventa più misteriosa Sorgono nuove domande… La polizia sembra accettare per buona la tesi dell’incidente ma Minerva e i suoi colleghi covano dubbi. Tanto che la carovana di psicoterapeuti e collaboratori della protagonista vedi: Celeste Aicardi l’amica psicologa senior, Damiano Testa pelo rosso e barba luciferina, Glenda Fontana psichiatra che vive in salopette e Daria Peverini la tirocinante affannata come una foca , e persino la neurologa di Minerva si mettono in caccia di particolari. E neppure il capo in testa del Centro Adolescenza, l’elegantissimo e rompiscatole Pier Boero (giovanile e insopportabile ex marito di Minerva) pur all’inizio riluttante, riuscirà ad esimersi dal ficcare il naso. E quando collaudati professionisti del settore come loro decidono di fare i detective… le faccende si complicano. E la loro diventerà una passeggiata obbligata tra delinquenza, spaccio, microcriminalità che opera agli incerti confini, spesso superandoli , della legalità. Ma alla fine i risultati si vedranno, è garantito, anche se non saranno quelli di una gettonata serie TV. Tutt’altra cosa. Persino la polizia finirà con starli a sentire…
In una città arroventata dalla calura di giugno che distrugge quasi Minerva sul piano fisico, la teorica sfida mentale diventa presto sempre più un casino e anche ohimé molto pericolosa. Giostrando tra orde barbariche di turisti che poco più che in costume da bagno invadono le strade sopraffacendo la popolazione locale, pazienti muniti di coltelli, allarmi bomba, uno strano spacciatore forse disposto a dare una mano e gli arcigni dirigenti dell’ASL il cui unico pensiero pare sia la paura di venire coinvolti in rischi penali e possibili, per Minerva non sarà facile barcamenarsi e arrivare in fondo al caso con ancora un po’ di fiato e quasi risanata. O, per lo meno, sempre viva…
In Minerva in fiamme si toccano con colta disinvoltura spinosi argomenti quali: salute mentale, inclusione, parità di genere, problematiche della nuova generazione di giovani che non sanno ancora cosa vogliono e stentano a inserirsi nella difficile quotidianità e malattia …
Susanna Raule parla della sclorisi multipla con tono volutamente ironico, sdrammatizzando una situazione a lei ben nota perché coinvolta personalmente, ma una patologia che oggi per fortuna gli studi più recenti, salvo rari drammatici casi, hanno reso curabile e con la quale, controllandosi, si riesce a convivere bene per decenni.
Un romanzo piacevole, veloce, arricchito da un modo di scrivere naturale, mai dottrinale anche quando tratta temi in cui descrive il quotidiano dei pazienti e del personale di ogni centro pubblico ospedaliero al giorno d’oggi, tutti uniti contro un comune nemico battendosi ogni giorno con burocrazia, mancanza di personale e di fondi. E un romanzo che rappresenta anche la testimonianza della vita privata di Minerva, la sua serena lotta contro la malattia, con per sua fortuna sempre al suo fianco la forza, l’intelligenza e lo spirito di un compagno straordinario.

Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta, nota al pubblico come scrittice di fantathriller, sceneggiatrice di fumetti e vincitrice di alcuni prestigiosi premi. È tra le fondatrici del collettivo per la parità di genere nel fumetto Moleste (www.moleste.org). Il suo sito è http://www.susannaraule.com.

:: Un’intervista con Patrizia Debicke a cura di Giulietta Iannone

14 Maggio 2024

Benvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di cuore di aver accettato questa nuova intervista. Ho avuto il piacere di leggere il tuo nuovo romanzo Figlia di re – Un matrimonio per l’Italia e mi ha colpito che tu abbia voluto parlare del Risorgimento italiano da un punto di vista insolito. Dunque non un giallo o un thriller storico ma stavolta un vero e proprio romanzo storico. Ce ne vuoi parlare, quale è stato il punto di partenza da cui hai tratto ispirazione?

Dici bene niente giallo stavolta ma un romanzo storico. Anche se sappiamo tutti che la storia cela sempre i suoi misteri . Talvolta addirittura persino più intriganti e complessi di quelli che si possono inventare per una fiction che sia thriller gialla o noir. E quindi sì stavolta un romanzo storico, intanto con un personaggio femminile che risalta in primo piano ma anche e soprattutto scritto per ridimensionare certe pseudo iconografie esasperate in eccesso e in difetto, restituendo ai protagonisti idee e pensieri propri profondamente naturali e condivisibili. E i miei due protagonisti che volevo far conoscere e rivalutare erano il principe Napoleon Joseph, spesso dagli italiani schernito con l’infantile nomignolo di Plon Plon usato da sua sorella da bambini e sua moglie, Maria Clotilde di Savoia.

Il punto di partenza e fulcro di tutta la storia poi in realtà sarà legato a una cittadina Plombierès, un tempo celebre centro termale francese a i patti stipulati tra Napoleone III imperatore dei francese e il conte di Cavour durante il loro notturno convegno segreto di Plombierès durato otto ore. Patti che prevedevano un trattato che contemplava la perdita da parte dell’Austria della Lombardia e del Triveneto a favore del regno di Sardegna, che poteva annettersi anche i ducati di Parma, Modena e la parte più settentrionale dello Stato della Chiesa. In cambio la Francia avrebbe ottenuto la Savoia e Nizza. A sugello di detto trattato, Napoleone III chiese e ottenne anche la mano della primogenita di re Vittorio Emanuele II, Maria Clotilde di Savoia, per suo cugino e ardente italianofilo Napoleon Joseph, figlio di Jerome Bonaparte e di Catherine del Wurttemberg.
A Plombières non fu sottoscritto alcun documento ufficiale, ma sei mesi dopo venne firmato il trattato di alleanza tra Francia e regno di Sardegna in caso di guerra dell’Austria contro il Piemonte con l’ impegno dell’intervento di un esercito francese di duecentomila uomini.

Un matrimonio combinato il loro, come era la prassi per quasi tutti i matrimoni principeschi di allora e che sanciva un’alleanza tra due stati.
Nessuno nega che Maria Clotilde avesse meno di sedici anni e Napoleon Joseph trentasette, e cioè ventuno di più, ma lei chiese tempo e poi accettò liberamente di sposarsi. Aveva il suo carattere e le sue idee, ma parlava correntemente quattro lingue e sapeva muoversi a corte.
Napoleon non era un uomo facile, ma la stimava e, fiero di aver sposato la figlia di un re, dimostrò di esserle affezionato. Lui ateo, tollerò le sue abitudini religiose, le mise a disposizione una cappella a Palais Royal e la sostenne generosamente nella beneficenza. Mantenne l’amante in carica, in seguito la sostituì con un’altra, ma diversamente dall’imperatore più volubile, era solito averne una sola per volta. E Maria Clotilde, da brava figlia di suo padre, non ignorava certe debolezza maschili.
Comunque per suo piacere o dispiacere la giovanissima Clotilde si innamorò del marito. I suoi scritti, quelli di altri e le testimonianze soprattutto francesi dell’epoca lo confermano.

Il romanzo ci narra la storia franco-italiana che va dal luglio del 1858 al gennaio del 1861. Anni cruciali per la storia italiana. Come hai approfondito la ricerca storica? Hai potuto visionare documenti d’epoca? Ti servirà come scenario questa volta di un vero e proprio giallo o thriller storico?

Molto è già stato scritto, molto è facilmente reperibile negli archivi francesi legati a quel periodo, ho potuto disporre di documenti e ricostruzioni precise. Per la corrispondenza mi sono principalmente rifatta al carteggio privato tra Napoleone III e il cugino, quasi tutto in inglese e tra Nigra, Cavour e il principe Napoleon. E a parte di quello di Maria Clotilde con i fratelli. Tanti telegrammi poi, tanta roba da inserire e rendere parte del romanzo. Sono anni cruciali che hanno visto i Savoia, con la neutrale compiacenza della Francia e l’appoggio diretto o indiretto di Inghilterra e Prussia a creare il Regno di Italia a spese degli Austriaci, dei principati padani, dello Stato della Chiesa e infine, con il fattivo apporto di Garibaldi conquistare anche il Regno borbonico delle Due Sicilie.
Quindi tanto ottimo materiale a disposizione, anche se per ora non ho previsto un romanzo giallo storico ambientato nel XIX secolo ma… mai dire mai.

La figura della principessa Maria Clotilde di Savoia non è spesso valorizzata, più che una mera pedina di Cavour è stata una donna con una forte personalità, dal forte carattere che ha anche imposto il suo punto di vista. Ce ne vuoi parlare, come hai costruito il suo personaggio?

Raccontando quanto di lei hanno scritto i francesi che l’ammiravano. Tengo a ricordare che Maria Clotilde principessa Napoleon fu l’ultima persona della famiglia imperiale a lasciare Parigi dopo la sconfitta della Francia a Sedan. Seppe mantenere il suo ruolo in ogni circostanza, aveva ricevuto un’educazione adatta a una principessa di sangue reale ed era sempre pronta ad adattarsi, senza fare storie, a ogni situazione. Lo spirito avventuroso che faceva di lei un’eccellente cavallerizza le aveva regalato competitività ma anche duttilità. Apprezzò il lungo viaggio in America (il loro panfilo attraccò a New York mentre era in corso la Guerra Civile) – ampiamente descritto nel diario di bordo del figlio di George Sand – e rintracciabile sui quotidiani locali dell’epoca – dove fu ripetutamente fotografata e osannata dagli italiani emigrati.
Era curiosa, le piaceva divertirsi, ballare, era insomma una ragazza normale con desideri normali: quali una famiglia e dei figli, non la maniacale bigotta costruita dall’iconografia cattolica. Non lo divenne neppure in tarda età quando si dedicò alle opere pie con ammirevole senso di devozione.

Seppe interpretare bene la sua parte senza strafare, ma facendosi apprezzare dai francesi. E il suo matrimonio portò suo marito Napoleon Joseph, il liberale detto il Bonaparte Rosso, sempre sensibile alla causa italiana e amico di tanti patrioti, a farsene paladino anche a costo di mettersi contro il cugino imperatore e a offrire costante e pubblico sostegno alla conquista dell’Italia da parte dei Savoia.

Un punto di vista femminile dunque sul Risorgimento, quanto hanno influito le donne su questo movimento?

La leggenda storica attribuisce anche alla seduzione delle bella Contessa di Castiglione “più che una buona parola” con Napoleone III per la causa italiana . Ma sicuramente altre donne più lei. Salotti di sostegno alla causa infatti furono tenuti da Bianca Milesi, Metilde Viscontini Dembowski, Teresa Casati e da Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Tra di loro primeggia Cristina di Belgioso. Figlia di una antica famiglia lombarda, fu grande sostenitrice di Mazzini, patriota, giornalista e scrittrice e, partecipando attivamente al Risorgimento, affrontò, senza mai tirarsi indietro, l’esilio e le privazioni. E come dimenticare Ana Maria de Jesus Ribeiro, Anita la guerriera moglie brasiliana di Garibaldi, morta in Romagna nel 1849 e Rose Montmasson, l’unica donna che partecipò per intero all’impresa dei Mille: persona libera, ferma nei suoi ideali, moglie di Crispi, capace di sopportare scelte dolorose, persone che dettero tutte se stesse per L’Unità d’Italia

Stessa cosa per il personaggio di Napoleon Joseph, sì amava le donne, ma era meno vanesio e farfallone di come era descritto nelle cronache locali, anzi era un instacabile lavoratore e amico dei patrioti italiani di cui ha sostenuto con passione la causa, oltre ad appoggiare le numerose opere di beneficienza della moglie. Come hai costruito il suo personaggio? E quanto Maria Clotilde ha influenzato in positivo il suo carattere?

Bellissimo personaggio Napoleon Joseph, umiliato purtroppo dalla storia in Italia e persino in Francia dove l’hanno maltrattato per tanti anni fino alle biografie più recenti in cui vengono messe in risalto la sua repubblicana fierezza, la sua cultura enciclopedica, l’intelligenza, l’acutezza mentale e la lungimiranza. Uomo di carattere, illuminato, di grandi idee sovente inascoltate ha saputo mantenere per il cugino importanti rapporti personali con gli altri stati. I suoi risultati e i suoi successi diplomatici sono stati attribuiti troppo spesso ad altri che non li meritavano. Les Archives nationales francesi contengono la maggior parte del suo archivio personale e di tutta la sua corrispondenza che è consultabile, anche se purtroppo qualcosa manca. Una preziosa raccolta che narra storicamente tutta un’epoca.
Positiva influenza di sua moglie? Maria Clotilde , soprattutto nei primi anni di matrimonio ha sempre giuocato per lui un ruolo di incondizionato appoggio, di costante presenza domestica e di rappresentanza, suscitando tenerezza, rispetto e regalandogli la soddisfazione di essere padre di tre figli.

Progetti di traduzione per l’estero?

Incrocio le dita

Infine, ringraziandoti della disponibilità, l’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo storico? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Un nuovo romanzo? Qualcosa avrei in mente ma dovrei prima accordare le mie scelte con le richieste degli editori. Progetti? Mah? Intanto continuare a leggere , leggere e scrivere fino a quando avrò altre nuove idee.

:: Gli ultimi soldati di Roma: Vexillatio, 476 d.C. di Marco Vozzolo (Ali Ribelli 2024) a cura di Patrizia Debicke

13 Maggio 2024

Negli anni precedenti al definitivo disfacimento dell’Impero la divisione dell’Europa era questa: tribù nomadi, formate da popolazioni diverse, stanziavano a nord di Teutoburgo e premevano da oriente. La penisola iberica e il nord dell’Africa erano dominate dei vandali. Gli alamanni si erano impossessati delle terre che giungevano fino in Elvezia mentre i galloromani ormai del tutto indipendenti da Roma spaziavano nella penisola.
Mentre praticamente tutte le forze militari al di là delle Alpi erano allo sbando, un’unica guarnigione, la Vexillatio, era rimasta in forza nelle Gallie, a guardia del distretto di confine di Duro Catalaunum, un centro romano nei cui pressi si era svolta la famosa battaglia dei Campi Catalaunici 451d.C., contro Attila vinta dall’ultimo grande generale dell’esercito dell’Impero Romano d’Occidente: Flavio Ezio. (Ai nostri giorni la città sorta sulle rovine di quell’antico centro porta il nome di Châlons-en-Champagne, nel dipartimento della Marna, in Francia).
Compito di questa legione romana, era di presidiare quell’avamposto ai limiti dell’impero. Una legione prevalentemente composta da militari selezionati e voluti dal generale Pietro Marcellino, praticamente tutti originari dalla penisola italica e dalle sponde del fiume Liris, , oggi il Garigliano, che divide il Lazio dalla Campania. Legionari, un tempo solo dei ragazzini che per raggiungere la loro destinazione avevano percorso ben 954,85 miglia, l’equivalente circa di 1413 chilometri: al comando Aristarchos Temistocle, ormai un veterano dell’esercito spalleggiato dal centurione e conterraneo Vatinio Arunco.
Ma, erano tempi rischiosi per un avamposto isolato. Fino a quel momento Duro Catalaunum aveva miracolosamente schivato gli attacchi dei turingi e dei burgundi sia per la sua posizione, protetta dalle foreste, che per la maggior appetibilità di altre province . Orde di barbari infatti, tenendosi sempre alla larga dai domini e dai possibili scontri con i visigoti, avevano privilegiato la presa e i saccheggi in Provenza e Borgogna e, dopo aver conquistato ogni città, che incontravano, vi si installavano razziandola per poi spremerla fino in fondo secondo il vessativo sistema di tasse e ruberie ormai collaudato dai romani. Ciò che accadeva nei posti di confine rispecchiava in toto la squallida realtà dell’Impero d’Occidente.
Ma ormai purtroppo anche il piccolo borgo fortificato di Duro Catalaunum, ricco e prosperoso in virtù dei commerci, stava per rientrare nei loro progetti di espansione. Brutte voci di scorrerie e devastazioni di fattorie e villaggi correvano. Insomma bisognava prevedere un assalto da un momento all’altro. Ed era impossibile, nonostante le richieste e sollecitazioni inviate, contare sull’appoggio dell’esercito di stanza nella Gallia Meridionale. Le forze imperiali erano allo sbando, sconfitte o sterilmente impegnate in mille altri rivoli . Ed era anche inutile confidare nel soccorso richiesto alla V Legione Ferrata. A Duro Catalaunum non potevano ancora saperlo ma la V era stata sterminata dall’armata del generale erulo Rudulfus, che adesso stava muovendo il suo esercito proprio verso di loro.
Mentre le autorità cittadine come il borioso vescovo cattolico , Caliberto, messo al corrente della situazione suggerisce di pregare per invocare l’aiuto divino, e il superbo governatore della città, Attilio Fatico, propone l’invio di un ambasceria apportatrice di promesse di ricompense adeguate e doni sostanziosi, per convincere Rudulfus a rinunciare alla conquista e al saccheggio, Aristarchos Temistocle l’esperto centurione primae spatha al comando dell’intera guarnigione sa che tutto sarà inutile e che invece dovrà fare i conti con l’inesorabile catastrofe pronta ad abbattersi su tutti loro. E infatti sia l’ambasciatore del governatore che l’emissario del vescovo verranno barbaramente trucidati su ordine del generale erulo.
A Duro Catalaunum dunque non resta altro da fare che prepararsi alla migliore difesa possibile. Gli uomini della guarnigione romana, sotto l’esperta guida di Aristarchos Temistocle coadiuvato dai suoi migliori ufficiali, i centurioni Vatinio Aurunco e Antonino Tacito e dai loro fratelli legionari, sia di origine italica che barbara, saranno costretti a fronteggiare un attacco condotto da un numero spropositato di nemici. Loro unica certezza la lunga e dura esperienza nelle feroci campagne militari affrontate e il costante durissimo addestramento che ha fatto di loro dei combattenti micidiali, pronti a battersi fino alla morte per reggere a ogni costo le posizioni.
Il generale erulo Rudulfus non concederà mai tregua, ma dopo interminabili sanguinose battaglie e la dolorosa perdita del loro eroico comandante, i legionari sopravvissuti guidati dal centurione Vatinio Aurunco e dal centurione Antonino Tacito, pur estenuati dalle marce forzate e i continui duelli mortali, raggiungeranno finalmente la costa del Mediterraneo e il mare. Là gli ormai pochi superstiti della Vexillatio troveranno il momentaneo rifugio di Massilia. Dove apprenderanno che il tredicenne Romolo Augusto, fatto acclamare imperatore a Ravenna dal padre Oreste, dopo aver regnato per soli dieci mesi dal 475-476 d. C. a settembre era stato deposto e relegato in esilio presso Castellum Lucullanum, (ovvero l’odierno Castel dell’Ovo di Napoli9 da Odoacre, generale e politico germanico, principe sciro o unno. Ogni residua pretesa ufficiale all’impero nella penisola è ormai lontana (Giulio Nepote, erede legittimo al trono, ha riparato in Dalmazia). Odoacre, dopo aver allontanato l’imperatore fanciullo si è proposto a Zenone, imperatore di Oriente come patrizio e reggente in suo nome. Ma ovunque o quasi regna ancora il caos e anche Massilia, pur con le sue possenti mura non rappresenta più un porto sicuro. I legionari superstiti della Vexillatio potrebbero arruolarsi in altre unità, ma sia Vatinio Arunco che Antonino Tacito e alcuni dei loro uomini, tutti provenienti dalla stessa regione italica, dopo i tanti anni passati al servizio di Roma, decidono di trovare un imbarco e far ritorno nelle loro zone di origine della penisola italica. Non avranno vita facile: primo ostacolo con tutte le imbarcazioni contingentate per contribuire alla difesa della città dovranno accontentarsi di una specie di malconcia carretta del mare. Ciò nondimeno nonostante le tempeste, gli scontri al largo e i mortali agguati loro tesi , riusciranno a raggiungere la costa laziale, sbarcare e rivedere trionfalmente le sponde del fiume Liris. La loro unica speranza è vivere là per il resto della loro vita. Purtroppo i loro piani dovranno confrontarsi con quelli del feroce generale erulo Rudulfus che, solo spinto dal desiderio di vendetta e di schiacciare quei pochi prodi che hanno saputo contrastare e sconfiggere lui e il suo esercito ha deciso di rintracciarli ovunque persino all’opposto confine dell’impero.
Una trama intrigante caratterizzata da un ritmo indiavolato e una notevole varietà di situazioni. Marco Vozzolo da storico e appassionato, ha curato molto le scene d’azione, approfondendole e spiegandole in modo minuzioso per descrizione, abbigliamento e corredo dei legionari e dei loro usi e costumi mirando a lettori appassionati di romanità e di battaglie. Un romanzo da gustare e che fa immergere il lettore in un periodo lontano troppo poco studiato nei percorsi scolastici italiani.

Marco Vozzolo è nato a Minturno (LT) il 12 settembre 1972. Cresciuto a Castelforte, un piccolo paese della provincia di Latina, con pochi abitanti, un po’ retrò. Si divide tra la Toscana, Castelforte e la Provenza. In origine si trasferì a Pistoia per motivi di lavoro. La scelta di rimanere a vivere in Toscana è maturata dall’amore verso i paesaggi, il loro passato e il lento scorrere della vita in alcuni piccoli, preziosi paesi. Rimane comunque un Castelfortese DOC. Frequentatore, per le ricerche storiche, di archivi, biblioteche, archivi vescovili e collezioni private. Sommelier per hobby, è propenso verso i vini Toscani e Francesi, di cui è cultore. Ha pubblicato i seguenti testi e romanzi: La Corona del Re Longobardo, Il Valore delle Piccole Cose, La Bottiglia di Napoleone, Pistoia Medievale… ma non troppo, Una Passeggiata nella Castelforte del 300, Il Grifone, Una Storia Medievale, I Gufi di Velathri, Guillame de Villaret – Dell’ultimo Templare, Ampoiles, Storie di Mare, Necropoli.

:: Trudy di Massimo Carlotto (Einaudi 2024) a cura di Patrizia Debicke

1 Maggio 2024

Un thriller avvincente che mischia i destini di un ex commissario di sicurezza Giandomenico Farina, approdato ai vertici di un’agenzia di security, e di una giovane donna di provincia, Ludovica Baroni, il cui marito ricco e famoso commercialista, da un giorno all’altro è misteriosamente scomparso. Due persone che appartengono a mondi lontani e che si ritroveranno proiettati al centro di strani giochi di potere. Giochi nei quali ciascuno muoverà le sue fishes, mentre la posta sul tavolo continua a crescere pericolosamente. Tra i due, il più intrigante appare Farina, passato dal 2008 al privato dopo la proposta di insabbiare e chiudere in fretta una fastidiosa indagine (che contemplava la morte due agenti di polizia, una prostituta e di tale Molteni, un probabile serial killer ed ex sottufficiale dei paracadutisti della Folgore). Trasferito a Milano da quindici anni Farina è diventato Il Dottore, detto dai soci il Grigio per la sua estrema sobrietà nel vestire, assurto ai vertici dell’agenzia privata milanese Nsg in grado di offrire ogni genere di servizi di sicurezza con personale altamente specializzato: ovverosia di gente con un passato spesso nei corpi scelti dell’esercito o nelle forze dell’ordine. Costose prestazioni dunque quali scorte ovunque a vip e nelle aree di crisi (contractor in zone di guerra), discreto controllo di figli di gente influente, protezione di immobili, centri commerciali e attività produttive. E poi garantire indagini, intelligence, analisi dei rischi, destreggiarsi nel campo reputazione della gente, con raccolta di informazioni e addirittura intelligence, servendosi di intercettazioni, pedinamenti, ecc. ecc. Un mondo fitto di impalpabili personaggi, dove non è possibile fidarsi completamente di qualcuno.
Apparentemente molto meno interessante, ma mai dire mai, Ludovica Molteni abbandonata una bella mattina mentre dormiva nel suo letto della casa familiare, una bella villetta di Merate, dalla quale mancano solo alcune valigie ed effetti personali di Federico Riva suo marito. Che secondo la dichiarazioni da lei rese alla polizia , se ne sarebbe andato con un’altra donna , un’amante. Una della tante, lei l’aveva scoperto passato un po’ di tempo dopo il matrimonio, che non nascondeva di collezionare. Ludovica aveva ingoiato il rospo, era solo una ex graziosa commessa, sposarsi con un professionista arrivato le aveva cambiato completamente la vita, garantendole tranquillità economica e benessere, ed era rimasta pur pretendendo di avere almeno un figlio. Ma quel figlio non era arrivato…
Epperò né la polizia né la moglie sembrano troppo vogliosi di cercare Riva. Lei Ludovica addirittura, dopo avere aspettato con pazienza per qualche giorno, si è trasferita da sola in vacanza in Romagna, a Cesenatico.
Strana faccenda perché invece c’è chi, nella fattispecie un senatore di destra ben ammanigliato al Nord, dove il suo partito ha consolidato consensi e interessi economici non sempre legali, è pronto a pagare e bene pur di scoprire dove sia finito il Riva , o meglio addirittura ingaggiare la Nsg di Gianantonio Farina e i suoi uomini. Insomma pare che il commercialista Riva avesse le mani in pasta dappertutto e reggesse le fila di roba che scottava parecchio. Per non saper né leggere né scrivere anche stavolta Farina si fa preparare un dossier riservato sulla persona a cui gli affida l’incarico, non si sa mai. O forse perché sa sempre che non ci si può mai fidare di qualcuno e in futuro tutto può servire.
Stavolta comunque, vista la situazione e le richieste avute, al “Grigio” non resta che dare il via a un’indagine sotto copertura e, per non lasciare niente di incompiuto, mettere sotto stretta sorveglianza Ludovica, la moglie del commercialista, facendola intercettare e spiare, ora dopo ora giorno e notte. Sperando che prima o dopo li porti dal marito o da chi per lui.
Il tutto non senza averle affibbiato il ridicolo nome in codice Trudy che rimanda alla disneyana sposa di Gambadilegno. Quindi tutto dovrebbe essere sotto controllo. O invece… lei ha un altro piano. Chi può dire?
Altri attori arricchiscono la trama: Alex, capatosta ex buttafuori, poco affidabile e sempre pronto ad approfittare di ogni situazione per menare le mani; Duccio Baldi della Tosco Security, agenzia che fa parte della TSG e Serena Grandi, moglie di un sindacalista picchiato quasi a morte. Insomma non è certo un’Italia da cartolina quella descritta in Trudy, ma un mondo molto realistico in cui chi disturba deve essere eliminato o messo a tacere. Niente e nessuno mira a un bene comune. Tutto e tutti mirano invece solo a uno scopo, l’unico parrebbe e cioè il mero interesse personale.
Con la sua solita scrittura sobria e pulita, Massimo Carlotto costruisce una storia complicata dalle mille teste e code che si dipana pian piano spaziando da Milano alla comunità cinese di Prato, dalla Brianza fino alla costa romagnola. In mezzo a tutto questo girano solo interessi, tanti interessi e poi soldi e voltafaccia. Le diverse volontà dei personaggi si incrociano, si mischiano e magari si scontrano causando nuovi problemi pronti a deragliare. Ma, come solo lui sa fare, Carlotto riesce a trattare i fatti con le pinze rendendoli più duttili e malleabili prima di riposizionarli abilmente prima della conclusione.
La sua speciale “criminalità”, non più confinata in un recinto separato, avvalendosi di un maledetto patto tra le diverse parti contraenti che consente loro di rappresentarsi nel mondo dei “buoni”. Un patto avvallato non più solo dal piombo e dai soldi, ma anche e soprattutto dalle informazioni e dalla loro miracolosa capacità di mettere chiunque sotto ricatto. Niente killer, mafia, né esponenti della criminalità organizzata calpestano l’ampio terreno di gioco in cui si svolge Trudy: tutti o quasi gli attori della storia si presentano ammantati da una quasi banale normalità, pronti solo ad apparire migliori, desiderosi di far trionfare il bene, ma sempre disposti a superare ogni limite, pur di difendere i propri interessi.

Massimo Carlotto è nato a Padova, dove vive. È considerato uno dei migliori scrittori di noir e hard boiled a livello internazionale. I suoi romanzi sono tradotti nelle principali lingue. Per Einaudi ha pubblicato, con Francesco Abate, il bestseller Mi fido di te (2007 e 2015), Respiro corto (2012), Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, 2013), con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo «Le Vendicatrici» (Ksenia, Eva, Sara e Luz; la serie è stata ripubblicata nei Super ET nel 2014) e Trudy (2024).

:: Per un’ora d’amore di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli 2024) a cura di Patrizia Debicke

22 aprile 2024

Indagare e scrivere andando a fondo all’intima essenza di tante periferie. Al là dei confini di Bene e Male. Questo è ciò che ha sempre fatto e continua a fare Piergiorgio Pulixi, scrittore sardo, senza mai tirarsi indietro, pronto a descriverle in tutti i possibili particolari. Periferie che possono essere povere, disgraziate ma troppo spesso diventano articolate, ambigue e insondabili. Come insondabili, oscuri o a conti fatti dei noir, sono i suoi romanzi, sempre pronti a sondare le più sporche e recondite fantasie umane e i tanti problemi connessi alla società.
E optando per una scelta precisa, stavolta con quasi per unico scenario Milano città inquieta rabbiosa e indifferente, imprigionata dal cattivo tempo , prima causa ed effetto e poi collante di questo suo noir denso di umanità, emozione e delicatezza, Pulixi crea la sua nuova storia che scaturisce da un dramma famigliare. Una storia che finirà persino con ripercuotersi al di là della ben affiatata squadra del vice questore Strega una squadra ormai talmente integrata da sembrare quasi una famiglia, con le vite dei singoli membri della sua squadra, Strega in primis e poi, Bepi Pavan, Eva Croce, Clara Pontecorvo e Mara Rais. Una brutta storia talmente intricata da risvegliare i tanti fantasmi che loro forse speravano dimenticati . E andando persino oltre, costringendoli a confrontarsi in contorte dinamiche e oscuri percorsi paralleli. Con talvolta come imprevedibile bersaglio lui, Strega, come sempre in bilico e prigioniero del suo trauma psicologico, che è tornato reduce da due mesi di lontananza a bordo di un’Ong per salvare migranti in mare.
L’omicidio di Maria Donata Seu, trovata a casa sua con addosso uno splendido abito da sposa fatto indossare a forza, ma che non le apparteneva, troppo largo per lei … Un bambino di due anni rimasto orfano che costringe Italo, il nonno sardo e unico parente della Seu, vignaiolo oggi quasi ottantenne e malandato in salute ad affidare ad amici casa e podere e correre sul continente . Il mondo tranquillo di un vecchio che si stravolge. Un assurdo e brutale delitto che lo ha costretto a lasciare la sua vita in Sardegna per trasferirsi a Milano, e là trovare il modo di prendersi cura del nipotino, con la speranza di riuscire a trovare la verità. Di sperare che la polizia sia in grado di scoprire l’identità e arrestare l’assassino delle figlia.
Il legame tra un padre vedovo e una figlia unica è molto particolare, qualcosa di sacro e imprescindibile. Anche se Maria Donata era partita per Milano ormai da anni infatti , aveva promesso di trovare sempre modo e tempo per ritornare. Ma prima il lavoro e poi si era lasciata avvincere da quel legame con un uomo, un legame che si era rivelato marcio e pericoloso anche se tuttavia aveva lasciato dietro di sé qualcosa di buono, di prezioso, Filippo “Pippo” un bambino di due anni. I rapporti tra loro erano diventati devastanti tanto che Maria Donata negli ultimi tempi aveva ottenuta la piena tutela del figlio unita all’allontanamento forzoso dell’uomo, per minacce nei suoi confronti e addirittura botte davanti agli occhi di Pippo. Era stato su di lui, il bruto mascalzone, la prima persona sulla quale dopo l’omicidio la polizia aveva indagato , ma ohimè il suo alibi per l’ora del delitto era inoppugnabile. Ragion per cui dopo otto mesi di indagini a vuoto, il caso rischiava di essere archiviato. Ormai Italo Seu aveva un’unica speranza: riuscire ad avvicinare il criminologo Vito Strega, suscitare il suo interesse e ottenere il suo aiuto.
Ci riuscirà per l’interessamento di Bepi Pavan “inquilino” nella stanza del vice questore in sua assenza che, dopo essere stato cacciato di casa per eccesso di peso dalla moglie, terrorizzato, da le parole di una brava psicologa ha finalmente intrapreso la strada di una vera dieta. E stavolta sarà proprio Bepi Pavan a trovarsi al centro della storia, costretto prima a far decollare una nuova inchiesta e poi gestire la scena.
Insomma mentre Vito Strega e le tre donne della squadra, Eva, Clara e Mara saranno impegnati a indagare per chiarire alcuni fatti probabilmente collegati, l’ispettore Bepi Pavan, personaggio finora valutato soprattutto per il suo lato umoristico, diventerà il più operativo e vitale per lo svolgimento della trama. Sapremo già tuttavia fin dai primi riscontri, come la squadra sospetti che la morte di Maria Donata Seu possa essere collegata a una misteriosa serie di femminicidi. Strani e che si susseguono minacciosamente in città, con la polizia che pare impelagata solo in inutili cacce a misteriosi e introvabili assassini. Qual è l’oscuro disegno criminale che pare voler far sì che nessuna donna possa più sentirsi o addirittura essere al sicuro? Possibile che in qualche modo tutte questi delitti siano collegabili? Insomma un diabolico serial killer sarebbe entrato in gioco? In un torbido e misterioso incastro di morte? E la squadra di Strega sarà in grado di sbrogliare anche stavolta questa complessa e intricata matassa di omicidi ?
Molto forte è il vero tema accusatorio da mettere in conto a Milano ovverosia il duro impatto affrontato da Italo Seu un uomo anziano costretto a trasferirsi in un ambiente che percepisce diverso, a lui lontano, ostile, per occuparsi del nipotino . Considerando poi che l’uomo ritiene suo dovere scoprire chi ha ucciso sua figlia. Tutto questo perché sa che quando il bambino crescerà e farà domande, non potrà trincerarsi dietro una menzogna e dovrà invece spiegargli cosa sia veramente successo. Un uomo Seu visceralmente legato alla Sardegna , la sua terra, alle sue radici, e alle sane e antiche tradizioni campagnole , costretto per forza a catapultarsi in una città dove percepisce tutto ostile: il clima, la gente, l’ambiente. In una metropoli, che dietro la sua falsa facciata di ricca città sempre in movimento, scintillante e moderna. cela anche il lato oscuro del cattivo rapporto con gli anziani. Un rapporto che non pare in grado di gestire. Come applaudire infatti una città che pare quasi voler dimenticare o peggio espellere un’intera generazione. In una mondo dove anno dopo anno gli anziani stanno diventando la maggioranza…

Piergiorgio Pulixi fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Altre pubblicazioni: Lo stupore della notte (Rizzoli, 2018), L’isola delle anime (Rizzoli, 2019), Per mia colpa (Mondadori, 2021) e Stella di mare (Rizzoli, 2023).

:: Donne che chiedono giustizia di Luigi Guicciardi (Damster 2024) a cura di Patrizia Debicke

12 aprile 2024

4 giugno venerdi pomeriggio alle 18 una telefonata anonima annuncia un macabro ritrovamento e la sonnolenta quiete pomeridiana della città , viene sconvolta. Qualcuno ha segnalato la presenza del cadavere di una giovane donna in una casa abbandonata della periferia di Modena .
La casa, semidiroccata, si trova in fondo a una strada: via della Chiesa Santa Maria di Mugnano, ma un po’ oltre la chiesa.
Il commissario capo Cataldo, subito avvertito contemporaneamente al medico legale Salvatore Scarso detto Turi, si recherà in macchina sul posto accompagnato dall’ispettore De Pasquale da sempre sua valida spalla. Al suo arrivo troverà il medico legale e la scientifica già sul posto che stanno per mettersi al lavoro e fare i primi accertamenti.
La vittima, una giovane bionda, a prima occhiata si direbbe caduta a testa in giù da una finestra sul retro , dall’altezza di circa sette metri . È vestita piuttosto bene, con proprietà ma non porta gioielli e non ha documenti su di sé . La sua identità è un mistero, come finora appaiono un mistero i motivi che hanno causato la sua morte. Bisogna riuscire a capire cosa sia accaduto esattamente.
Si tratta di uno sfortunato incidente? O invece di un suicidio, anche se non è stato rinvenuto alcun biglietto d’addio o invece bisogna pensare al peggio, a un omicidio?
Delle relative indagini verrà incaricato il commissario capo Giovanni Cataldo poliziotto dal fiuto infallibile e dall’animo tormentato. Che si avvarrà anche stavolta della proficua collaborazione del fidato ispettore De Pasquale, con cui forma un duo inossidabile, già incontrato al suo fianco in altre importanti indagini. Ma Cataldo in fase di faticoso rodaggio, nei panni che gli vanno stretti di Davide contro Golia per, parrebbe, incompatibilità caratteriale col nuovo questore Antonietta Castellani Tarabini, donna inflessibile e ambiziosa, mastica amaro.
Ciò nondimeno, nonostante che il risicato consenso, la Castellani appena trasferita a Modena pare già pronta a metter dei bastoni tra le ruote alla sua squadra. Non perderà occasione infatti per intromettersi, trasformando la faccenda in una difficile inchiesta e, creando tensioni e ostacoli che non faranno altro che rallentare l’indagine. Ma il lavoro li attende per cui bisogna rimboccarsi le maniche e darsi da fare.
Identificata la vittima, dalla compagna di stanza e di lavoro, come Jelka Zolnir, una quasi ventenne cameriera slovena in Italia con regolare permesso di soggiorno , l’inchiesta (la ventiquattresima addirittura) di Cataldo si focalizzerà inevitabilmente sul ristorante di buon livello, Il golfo del Principe, dove la ragazza prestava servizio da cinque mesi e sulla cerchia degli abituali frequentatori. Ma Jelka era molto riservata, tanto che neppure la collega è in grado di dire molto su di lei. Sa solo che si vedeva con qualcuno, ma non l’ha mai incontrato e non ne conosce il nome.
Ma la spirale di sangue innestata dalla morte della giovanissima slovena non si ferma. Ben presto infatti la casa abbandonata alla periferia di Modena ospiterà un secondo barbaro delitto. E stavolta visto che la vittima è stata picchiata e strangolata, non possono sussistere dubbi. Si tratta di un omicidio e la morta un’altra giovane ragazza, è una figlia della Modena bene. Ma la faccenda si complicherà maggiormente e diventerà quasi un incubo con l’uccisione in modo sadico e feroce di una terza donna di una bellezza enigmatica, con Cataldo che deve barcamenarsi nel tentativo di individuare un qualche possibile trait-d’unione tra questi delitti con vittime tanto diverse. Un brutto puzzle, dove ogni tessera sembra messa là per confondere le acque. Tra depistaggi, segreti inconfessabili e colpi di scena, Cataldo e la sua squadra si caleranno in un’indagine che li condurrà persino nelle zone più buie dell’animo umano. Man mano che la sua inchiesta si allarga faticosamente senza riuscire a individuare un vero sbocco, Cataldo deve barcamenarsi con un variegato ventaglio di personaggi. Una brutta faccenda che lo coinvolge in un caso, complicato soprattutto da una serie di tensioni, incomprensioni e ostacoli che si sovrappongono maldestramente creando false illusioni. Tensioni che oltre a rallentare e fargli rischiare di smarrire il filo nella sua inchiesta, finiranno con collegarsi con il destino del commissario, addirittura coinvolgendolo pericolosamente di persona. Bisogna fare in fretta e soprattutto riconoscere le piste che confondono sovrapponendosi dolorosamente e raggiungere il burrascoso crescendo finale, per sbrogliare il caso e scoprire la sconvolgente e tristissima verità.
Ancora un’atmosfera densa di suspense per il commissario capo Cataldo che dovrà decifrare un’altra diversa realtà di una città che non si accontenta mai di fare da scenario e palcoscenico ma mira sempre a ritagliarsi un ruolo da coprotagonista. Un preciso ruolo nel mondo indigente dei quartieri popolari che ospitano un’umanità , spesso spinta da svariate motivazioni e nell’opulento, variegato e ambiguo mondo della Modena bene.

Luigi Guicciardi (Modena, 23 gennaio 1953) è uno scrittore e insegnante italiano, ex docente di lettere presso il liceo scientifico Alessandro Tassoni di Modena. Di lontane origini siciliane, ha creato il personaggio del commissario Cataldo, protagonista di una serie di romanzi polizieschi comprendente finora 24 opere.

:: L’uomo senza una scarpa di Salvo Barone (Todaro 2024) a cura di Patrizia Debicke

27 marzo 2024

In un fosco lunedì di metà marzo, crudamente ingrigito dalla foschia, il cadavere di uno sconosciuto è saltato fuori nell’angolo del cavedio del cortile di un condominio milanese destinato ai sacchi della spazzatura, proprio quella mattina per un ritardo non ancora ritirata dall’impresa. Cinque piani di un edificio di qualità, situato in piazza Piemonte. Il morto è stato ritrovato dal cane, un retriever, di proprietà di uno dei condomini, Ugo Restelli che l’aveva portato fuori per la solita passeggiata mattutina verso le sette e lasciato libero dal guinzaglio.
Il caso verrà affidato al commissario Enzo Biondo della Omicidi e alla sua squadra formata dall’ispettore Gigio Martinoia che per tornare a lavorare al fianco dell’amico e superiore ha rinunciato a un tranquillo commissariato di città e dall’agente Giusy Garofalo, brava, intelligente e piena di iniziativa, dalla pelle ambrata perché di origine etiope, adottata da piccola da una famiglia italiana. Tra i pochi plausibili testimoni nessuno ha visto o sentito qualcosa di strano. E nessuno tra i residenti nel palazzo, proprietari, inquilini e la portinaia coreana part time conosce la vittima o almeno così asseriscono. Anche se sembra strano pensare che l’uomo fosse là di passaggio.
Cosa ci faceva nel cortile di un condominio? La scientifica dopo aver constato che al cadavere manca una scarpa, rinverrà buttata vicino una pesante catena antifurto con evidenti tracce di sangue sul lucchetto. L’arma del delitto? Pare probabile e la successiva autopsia lo confermerà. Il morto non ha documenti addosso ma in tasca un cellulare e ancora al polso il suo orologio fermo alle sei… L’omicidio a logica parrebbe commesso alle sei di mattina. Poco prima del fortuito ritrovamento del corpo, quindi… Potrebbe trattarsi di un delitto magari provocato da una banale lite di condominio oppure peggio? Particolare da valutare: nello stesso immobile una donna ha presentato denuncia per molestie, una bicicletta è stata rubata e altre piccole cose . Ma perché quell’uomo sconosciuto è venuto a morire proprio là in quel cortile? Bisogna risentire tutti i residenti con maggiore calma, approfondire i fatti e cercare di escludere strampalate ipotesi che tendano a portare fuori strada.
La vittima, subito identificata tramite le impronte che figurano nel casellario giudiziario, si chiamava Onofrio Puleo, residente a Cinisi (Palermo) ed era un pregiudicato con precedenti per estorsione e associazione. Un mafioso? Perché si trovava là ? Affari sporchi? Un appuntamento, una visita a un conoscente? Ma allora potrebbe trattarsi anche di peggio: di una vendetta e non si può escludere un regolamento di conti tra clan. Tanto per cominciare bisogna tenere un profilo basso nei confronti della stampa senza dilungarsi in particolari.
Le indagini, più complicate del previsto, sembrano volersi attorcigliare su se stesse costringendo gli inquirenti a barcamenarsi con testimoni riluttanti. E nonostante le ricerche, praticamente a tappeto, la scarpa mancante del morto non salta fuori. E Graziano Scarpa, il condomino del quarto piano – il caso pare divertirsi coi nomi – non è a Milano e risulta irrintracciabile proprio come la scarpa del Puleo . E in tutto questo contesto poi, a complicare maggiormente la situazione, il commissario Biondo – la cinquantina appena passata, è reduce da un bel viaggio in Patagonia in compagnia di una brava giornalista di inchiesta, Beba Blondel sua vecchia fiamma ritornata in auge ma già ripartita per seguire una pista “copernicana” e che non si fa viva da più di sei giorni. Ma questa fuga di Beba è un elegante modo per mollarlo , oppure… è finita in qualche rogna ? E comunque lui si sente abbandonato ed è sprofondato in una specie di crisi esistenziale. Insomma pronto a interpretare male ogni parola, perennemente sbadato sul lavoro, svogliato, solo concentrato sui suoi problemi. Toccherà quindi all’ispettore Gigio Martinoia, pieno di acciacchi e vicino alla pensione, e all’agente Giusy Garofalo, indagare su quello strano omicidio. Bisogna muoversi con intelligenza ma anche con cautela in un caso solo basato su congetture e minuziose verifiche. Vanno ricostruiti gli spostamenti dei testimoni, ma anche potenziali indiziati, controllare tutti gli alibi, immaginare motivazioni. E andare molto più a fondo sui tanti segreti legami tra i sospettati, giostrando tra false piste fino a ricostruire, passo passo, lontane storie nel tempo e nello spazio che si vorrebbero dimenticare. E dove certe inattese e complicate soluzioni possono presentarsi proprio quando meno te l’aspetti.
Epperò la faccenda pare volersi allargare addirittuta a macchia d’olio. I morti aumentano. La stampa accusa, i superiori premono. Il commissario regge male tutto quel circo in cui si dovrebbe, peggio che al Colosseo, fornire colpevoli alla folla vociante degli spettatori. Per fortuna Biondo può ancora contare sulla strenua e infallibile collaborazione di Gigio Martinoia e sulla perseveranza e l’acume di Giusy Garofalo.
Trama gialla classica che si rifà al più famoso genere francese del XX secolo, intrigante, basata su inattesi colpi di scena e ben sviluppata attraverso diversi piani temporali che rimanda a fatti e avvenimenti del passato ancora da interpretare e neutralizzare.
La narrazione che si avvantaggia di una accurata descrizione ambientale ci consegna un romanzo molto piacevole da leggere , che nel corso dell’indagine ci offre un’accurata evoluzione della vita e delle scelte del commissario Biondo e della sua squadra.

Salvo Barone è nato a Palermo nel 1956, bancario, ha vissuto in Sardegna per una decina d’anni e da altri dieci risiede a Como. Laureato in Scienza Politiche con una tesi sui mezzi di comunicazione di massa, è sposato e ha due figli. Nel 2010 pubblica Le regole del formicaio e nel 2012 Una giustizia più sopportabile.