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:: Le parole degli altri di Michaël Uras (Editrice Nord 2017) a cura di Nicola Vacca

12 settembre 2017

parole degli altriLa biblioterapia, ovvero quando i libri si prendono cura di noi. La terapia attraverso la lettura è una bella strada da percorrere. Un buon libro è un compagno di viaggio per chi avverte nella sua esistenza momenti di profondo disagio e decide di intraprendere con un professionista un percorso terapeutico.
«La biblioterapia, la terapia attraverso la lettura, – si legge sul sito www.biblioterapia.it – fa parte degli home works, dei  “compiti a casa “, che molti clinici adottano e “ prescrivono” ai loro pazienti come strumento di crescita cognitiva e socio-affettiva nel trattamento psicoterapeutico. La lettura di un libro stimola la riflessione, la conoscenza, l’approfondimento e lo sviluppo di contenuti emersi in terapia e il confronto. Il libro stesso diventa “un altro luogo”, come osservano alcuni autori, condiviso da terapeuta e paziente, comunque parte di un programma terapeutico».
Michaël Uras, tra i più importanti scrittori francesi dela sua generazione, a questa disciplina e al suo amore per i libri dedica Le parole degli altri, il suo nuovo romanzo uscito per i tipi dell’Editrice Nord e tradotto da Francesco Graziosi.
Alex, il protagonista, decide di mettere a frutto la sua sconfinata passione per i libri e si inventa il mestiere di biblioterapeuta.
Quando le persone si rompono, Alex è lì con le parole dei libri. Invece di medicine consiglia ai suoi pazienti, dopo averli ascoltati, letture e parole di libri e romanzi.
Uras segue Alex nelle sue sedute e nei suoi incontri. Sono davvero suggestivi i racconti dell’autore. In ogni consiglio di Alex si apre un mondo sul potere salvifico delle parole: per ogni paziente e per il suo disagio c’è sempre un libro e i suoi infiniti labirinti in cui trovare il benessere.
Yann, Robert e Antony, sono alcuni dei pazienti di Alex. Entrambi, anche se sono diverse le forme di disagio per cui si sono rivolti al biblioterapeuta, hanno in comune qualcosa: il desiderio di ritrovare se stessi.
Il biblioterapeuta sa che per ognuno di loro c’è un libro. Così dispensa ai tre pazienti i suoi consigli di lettura. Le parole degli altri saranno di conforto al loro disagio e la letteratura come terapia sarà davvero utile e risolutiva.
Uras scrive un libro straordinario sui libri e sui loro infiniti mondi. Lo scrittore francese, dopo Io e Proust, si conferma uno scrittore di talento e anche in questo romanzo si avventura nei labirinti magici della letteratura che con il suo straordinario universo di carta e di parole aiuta le nostre esistenze a essere decisamente migliori.
La letteratura e le sue facoltà terapeutiche che aprono sempre altre vie da esplorare.
«La mia fiducia nel futuro della letteratura – scrive Italo Calvino a proposito delle sue Lezioni americane – consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici».
Anche Alex sa che nella sua vita qualcosa si è rotto dopo che Mélanie lo ha lasciato.
Ma lui non è solo, perché gli restano i libri. Diventa paziente di se stesso, anche lui vuole guarire.
Le parole degli altri gli vengono incontro. Sicuramente anche lui troverà nella passione per i libri quelle giuste per ricominciare.

Michaël Uras è nato in Francia nel 1977 da padre sardo e madre francese. La sua passione per la lettura l’ha spinto a dedicarsi agli studi letterari, culminati in una laurea all’università di Besançon e successivamente in una alla Sorbona di Parigi. Attualmente insegna Lettere in una scuola superiore francese.

 

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa.

:: Motel Chronicles – Sam Shepard (Il Saggiatore 2016) a cura di Nicola Vacca

11 settembre 2017

motel sam shepardLo scorso luglio è scomparso Sam Shepard. Scrittore, commediografo, attore e drammaturgo. Un artista geniale e poliedrico, un alto e raro esempio di grande intelligenza. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. Dopo una lunga esperienza teatrale si innamora del cinema. Siamo alla metà degli anni Settanta quando con la sua interpretazione nel film I giorni del cielo di Terrence Malick gli era valsa una candidatura all’ Oscar come migliore attore non protagonista.
Ha partecipato a molti film, spesso diretto da grandi registi, da Robert Altman (Fool for love, 1985) a Herbert Ross (Steel magnolias, 1989), da Volker Schlöndorff (Passioni violente,1991) a Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan. Al cinema si ricordano le sue interpretazioni in Frances (1983) di Graeme Clifford; Crimini del cuore (1986) di Bruce Beresford; Voyager (1991) di Schlöndorff, Snow Falling on Cedras (1999) di Scott Hicks, The Pledge (2001) di Sean Penn, Black Hawk Down (2001) di Ridley Scott, Le pagine della nostra vita (2004) di Nick Cassavetes, Non bussare alla mia porta (2005) di Wenders
Quando nel 1983 pubblica la raccolta di racconti Motel Chronicles, Sam Shepard è già un geniale interprete del teatro e del cinema contemporaneo.
In quel libro, attraverso frammenti, storie brevi, poesie e divagazioni crudeli e ironiche, Shepard entra nel cuore disincantato del sogno americano e ne racconta «on the road» la caduta nell’insensatezza e nell’assurdo.
Wim Wenders sì innamorò dei racconti di «Motel Chronicles» e realizzò Paris Texas, uno dei film fondamentali della storia del cinema a cui lo scrittore parteciperà come sceneggiatore.
Era il 1985 quando Feltrinelli pubblicò Motel Chronicles. Poi negli anni di questo libro non si seppe più nulla.
Nel 2016 il Saggiatore riporta in libreria questa opera straordinaria che ha influenzato una generazione.
Nella rilettura a distanza di trentuno anni si conferma un capolavoro autentico perché il suo autore era a sua volta un capolavoro vivente.
Grande e immenso Sam Shepard.
Il vagabondare per le strade deserte e polverose degli States, l’abbandonarsi ai paesaggi desolati senza mai avere una meta.
Shepard nei suoi racconti fa del vagabondaggio l’arte in cui perdersi in non luoghi che sono la desolazione e il deserto dell’anima nel totale abbandono di un tutto che scorre e che non va da nessuna parte.
Shepard con una crudele ironia mette in scena storie di vita americana, attraversando strade e vagabondando in cerca di mete che non esistono. Un vagabondaggio che somiglia a una fuga e in cui ci si imbatte in paesaggi e persone che non hanno niente a che fare con l’America tradizionale.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Fuori da ogni convenzione e canone, la scrittura di Sam Shepard (di cui Motel Chronicles rappresenta il vertice) lacera la pagina e l’inchiostro diventa sangue che realizza una mappa di desolazione in cui si resta inghiottiti senza alcuna via di scampo.
Motel Chronicles e gli altri suoi libri raccolgono cose, parole e frammenti sparsi per raccontare con disillusione, caricando di una tragica invenzione una realtà storpia, un’America disumana e deturpata, il paradigma di un Occidente che non riesce a salvarsi da una decadenza letale.
Autostrade periferiche, terre desolate, città metafisiche, sono queste le mete che Sam Shepard raggiunge a bordo della sua auto, sempre dedito all’arte perduta del vagabondaggio da cui emerge la consapevolezza di una consolidata visione apocalittica da cui il pianeta intero non si salverà.
Lo scrittore, in preda a un’anatomia dell’irrequietezza che somiglia molto a quella di Bruce Chatwin, nei suoi racconti fa i conti con un mondo che è già svanito.
E come se fossimo definitivamente finiti in un quadro di Hopper. Il sogno americano si è infranto, insieme alla fine dell’Occidente e davanti a noi vediamo i piedi bianchi sulla moquette sintetica e verde, le nostre mani vuote, le mostre facce senza padre.
Lo scorso anno esce per i tipi di Playground Diario di lavorazione che è il suo ultimo libro. Da leggere la galleria di storie e ritratti di questo altro capitolo straordinario del genio di Sam Shepard: continua il viaggio attraverso il paese depresso sempre sulle highways da cui si vedono le lande polverose che fanno da sfondo alle vite estreme di uomini soli che sono gli stessi di Motel Chronicles.
Nei suoi libri si trova sempre la fotografia di un’ America che cambiava mentre stava tradendo se stessa, di cui Shepard è stato lucido testimone.

Sam Shepard, nato nel 1943, è attore, commediografo e scrittore. Nel 1972 ha ricevuto il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto. È apparso in film come I giorni del cielo (1978), Uomini veri (1983) e Black Hawk Down (2001) e ha collaborato alla sceneggiatura di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni (1970) e Paris, Texas di Wim Wenders (1984).

Source: inviato dall’editore al recensore.

:: Il sorcio – Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Nicola Vacca

6 settembre 2017

sorcioMosselbach, detto il sorcio, è un chlochard alsaziano che vive sotto i ponti di Parigi da molti anni. Una sera mentre è impegnato nei suoi soliti vagabondaggi nei pressi dell’ Opéra trova un portafogli gonfio di dollari e non solo. Architetta un piano infallibile per venire in possesso di quei soldi senza trovarsi nei guai con la polizia che lo conosce.
Ma ancora non sa che quel portafogli e il suo proprietario defunto gli procureranno un mare di guai.
Inizia così, Il Sorcio (Adelphi, pagine 155, euro 18), il romanzo di Georges Simenon che Adelphi ha pubblicato questa estate
La casa editrice milanese continua a scavare nell’opera del grande scrittore belga e bene ha fatto a dare alle stampe questo romanzo che mancava da molto tempo. Simenon lo scrive nel 1937 e arrivo nelle librerie nel 1938.
In una Parigi che non è mai abbandonata dalla pioggia battente, Georges Simenon costruisce un intreccio ricco e intrigante in cui ritroviamo alcuni dei personaggi vicini al commissario Maigret come il commissario Lucas e lo sfigato ispettore Lognon.
Ma è il Sorcio il re di questa storia. L’anziano barbone alsaziano è forse il personaggio più accattivante che Simenon abbia creato.
Ugo Mosselbach che sogna di comprarsi una canonica a Bischwiller – sur Moder si troverà al centro di peripezie e di complotti. Lui non crede che aver trovato un portafogli accanto a un cadavere lo porti a essere il protagonista di una vicenda intrigata che ha a che fare con la finanza internazionale e molti altri affari sporchi. È troppo preso dall’organizzazione del suo piano per rendersi conto del pericolo in cui è precipitato.
Quando scompare un importante finanziere si accorge di essere stato il testimone inconsapevole di qualcosa di molto più grande di lui quando ha trovato tutti quei soldi. Lognon e Lucas lo pedinano perché sospettano che lui sappia qualcosa e non hanno torto.
Sullo sfondo di una Parigi dei quartieri alti, Simenon ci conduce in una storia da commedia poliziesca che sarebbe piaciuta molto al commissario Maigret.
Infatti quando Il Sorcio uscì fu immediatamente definito «un Maigret senza Maigret».
Mosselbach è «un ometto, magro con due occhi eccezionali, vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza» Così come è descritto da Simenon, il Sorcio è uno dei più riusciti tra i numerosi personaggi indimenticabili partoriti dalla sua straordinaria fantasia.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Il manifesto del libero lettore – Alessandro Piperno (Mondadori, 2017) a cura di Nicola Vacca

4 settembre 2017

libero lettoreIl libero lettore è colui che si lascia guidare dal capriccio, dalla sete e dalla necessità, che immergendosi in un’opera di narrativa non sta lì a interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria.
Il libero lettore tralascia i proclami estetici dell’autore, le dotte postfazioni e i peana del risvolto di copertina. Cerca atmosfere, personaggi, buone storie, mica qualcuno che gli spieghi perché cercarle è un obbligo morale.
La nostra letteratura ha davvero bisogno di liberi lettori. Alessandro Piperno pubblica Il manifesto del libero lettore, un volume di saggi letterari dedicato a otto scrittori di cui lui non sa fare a meno e nel prologo discute sull’arte del romanzo e del meraviglioso vizio di leggere abbracciando la causa del libero lettore.
Questo è un libro che elogia la narrativa e vede nel libero lettore una intelligente via di fuga.
Il libero lettore appartiene a una categoria umana che considera il romanzo un vizio e che non si vergogna di insolentire i libri che detesta.
Il santo patrono del libero lettore è Michel Montaigne, il decano delle lettere francesi.
Con il punto di vista del libero lettore, Alessandro Piperno cerca di rispondere ad alcune domante sul romanzo. Lo scrittore si chiede quando un libro è un classico, come si stabilisce la qualità di un romanzo, discute sul rapporto tra scrittore, lettore e personaggi.
Un discorso a tutto tondo sulla meravigliosa «religione del romanzo» visto, amato e letto con gli occhi eretici del libero lettore. La sola classificazione che lo interessa è quella che separa i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l’emicrania, i pochi che cambiano la vita dai troppi che non cambiano niente.
Da libero lettore Piperno ripercorre la storia del suo amore per la letteratura, e soprattutto per i romanzi, percorrendo le rotte tracciate da otto giganti della narrativa universale.
Gli otto scrittori di cui l’autore non sa fare a meno sono: Austen, Dickens, Stendhal, Flaubert, Tolstoj, Proust, Svevo, Nabokov.
Otto classici proposti da un libero lettore e che senza ombra di dubbio ancora oggi fanno la storia della letteratura.
Alessandro Piperno propone una quindicesima definizione di classico da aggiungere alle quattordici stilate da Italo Calvino.
Per lo scrittore romano un romanzo è davvero un classico se ha apportato una rivoluzione tecnica rispetto ai romanzi scritti prima del suo avvento sulla scena letteraria.
Il manifesto del libero lettore è un libro entusiasta che ci conduce nel meraviglioso mondo della letteratura e nel magico paese della narrativa che noi tutti amiamo.
E poi troviamo il libero lettore che considera la lettura un vizio e i libri strumenti di piacere, come la droga, il sesso, l’alcol, non il fine ultimo della vita.
Del libero lettore si ama soprattutto la sua insubordinazione e la sua volubilità. Infatti le sue esigenze mutano a seconda delle circostanze, degli stati d’animo e dell’età.
Quello che lo distingue dalla categoria dei lettori professionisti è appunto l’euforia della libertà e quindi non gli interessa leggere romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo e soprattutto si tiene lontano dai presunti messaggi morali.
Il libero lettore, quindi, è libero veramente e sa benissimo che i libri, come qualsiasi altro piacere, hanno parecchi inconvenienti.

Alessandro Piperno è nato a Roma nel 1972. Insegna Letteratura francese a Tor Vergata. Ha pubblicato per Mondadori il suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni (2005). E’ inoltre autore di Il demone reazionario. Sulle tracce di Baudelaire e di Sartre, (Gaffi, 2007) e Contro la memoria (Fandango, 2012). Nel 2010 è uscito per Mondadori Persecuzione, che in Francia è stato finalista ai premi Médicis e Femina, e ha vinto il Prix du Milleur livre étranger e che insieme a Inseparabili (Premio Strega 2012), dà vita al dittico Il fuoco amico dei ricordi (pubblicato in un unico volume nel 2016. Nel 2013 è uscita una raccolta di racconti Pubblici Informati, e nel 2016 Dove la storia finisce, entrambi editi per Mondadori.

Source: acquisto del recensore.

:: La luce dei giorni, Jay McInerney (Bompiani, 2016), a cura di Nicola Vacca

31 luglio 2017
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La luce dei giorni, il nuovo romanzo di Jay McInerney, lo attendevamo. Sono passati trentadue anni dall’ uscita di Le mille luci di New York, il capolavoro dello scrittore americano, e adesso la Grande Mela è una città diversa e decaduta.
McInerney torna nella città in cui vive e riprende la vicende di Corrine e Russell Calloway per chiudere con La luce dei giorni la trilogia iniziata con Si spengono le luci e Good Life.
All’interno della commedia matrimoniale lo scrittore americano racconta senza rinunciare al disincanto una New York che vive assediata sotto il peso dei giorni strangolati dalla crisi, depressa da una decadenza che affonda le radici nel radicale cambiamento di stili di vita dopo gli attentati dell’11 settembre.
McInerney non rinuncia all’ironia quando attraverso Russell, editor e editore innamorato dei buoni libri, denuncia il mondo intellettuale americano e la cultura newyorkese con tutti i colpi bassi e i tiri mancini che nascondono relazioni e intrighi in cui a vincere sono sempre il conformismo e l’ipocrisia.
Lo scrittore sa che le luci sulla sua New York si sono spente per sempre. Corrine e Russell, ormai cinquantenni, e con loro anche McInerney, rimpiangono con molta nostalgia la New York viva degli anni Ottanta. Vivono la loro storia nel tentativo di ritrovare quel tempo perduto, anche se sanno che questo non potrà mai accadere.
Lo scrittore sa che il sogno americano si è frantumato e che i due protagonisti non riusciranno a trovare l’esuberanza e l’entusiasmo del tempo in cui New York era illuminata dalle mille luci.
Corrine e Russell sanno che la Storia non è dalla loro parte. Il racconto della loro vita matrimoniale si incrocia, e non simbolicamente, con l’evento della grande crisi finanziaria del 2008 che proprio nella Grande Mela ha visto la luce.
Russell sa che si sono dissolti i tempi in cui giovani uomini e donne venivano in città perché amavano i libri e Manhattan era l’isola splendente della letteratura. Questi sognatori oggi coltivano solo incubi e non ci sono più ideali in cui credere.
Corrine e Russell saranno duramente mesi alla prova dalla nuova realtà in cui è piombata New York. Disillusi e realisti non rinunceranno al tentativo di ritrovare la vivacità della loro giovinezza e il senso della lotta dell’amore e degli ideali, anche se sanno che la città è cambiata e indietro è difficile tornare.
Jay McInerney torna nella New York degli anni duemila e si accorge che le luci si sono spente ed è calato un sipario sulla grande citta che una volta era il palcoscenico in cui l’ottimismo aveva fertili ragioni creative.
La luce dei giorni è il degno epilogo della trilogia di Jay McInerney.
Lo scrittore americano non poteva chiudere meglio e New York deve molto alla sua penna che ha raccontato tutto il suo splendore e la sua decadenza attraversando anni e epoche fino a giungere ai nostri giorni in cui la disillusione è intensa e il nuovo sogno americano attende di essere rivelato.

Jay McInerney nasce nel 1955 ad Hartford (Connecticut).
Allievo di Carver, vive a New York dove è considerato il miglior autore del Brat Pack.
Autore di racconti e sceneggiature, è passato successivamente ai romanzi, si va da “Le mille luci di New York” (il romanzo che ha imposto McInerney nel mondo a soli 29 anni), a “Professione: Modella”. A questi, hanno fatto seguito “Riscatto” (1987), “Tanto per cambiare” (1989), “Si spengono le luci” (1992), “L’ultimo dei Savage” (1996) e “Nudi sull’erba” (2000). Appassionato di vini, tiene una rubrica dedicata sul Chicago Tribune.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Non disturbare, Claudio Marinaccio (Miraggi Edizioni, 2017), a cura di Nicola Vacca

28 luglio 2017
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L’imbecillità cammina sulle gambe degli uomini. Il villaggio globale è diventato un baratro in cui la prevalenza del cretino è ormai legge. Sembra impossibile difendersi da questo esercito di idioti che ogni giorno entra a gamba tesa nelle nostre vite.
Claudio Marinaccio lo fa scrivendo un libro. Non disturbare, il titolo è già tutto un programma.
Lo scrittore torinese – con il suo stile esilarante in forma di diario – ci racconta frammenti della sua vita quotidiana, in cui pare davvero impossibile non avere a che fare con la stupidità invadente.
Dialoghi comici e surreali per difendersi con l’ironia da tutta questa decadenza che ci sta uccidendo.
E se i Testimoni di Geova bussano al citofono perché vogliono parlare della loro ricetta per la salvezza dell’anima, Claudio con il sorriso sulle labbra e con la sua ironia fuori dal comune li prende in giro fino a farli spazientire (Suona il citofono. Chi è. Ha mai pensato alla sua salvezza? Di solito punto alla Champions).
Marinaccio senza peli sulla lingua ci regala frammenti di conversazioni. Oggetto di questo suo diario è il nostro quotidiano massacrato dalla presenza di un’imbecillità che si manifesta a noi nella forma invadente dell’ idiozia.
L’unica arma per difendersi dall’imbecillità odierna è riderci sopra.
Claudio Marinaccio lo fa scrivendo un libro ironico e tagliente che dovremmo sempre portare con noi e usarlo come manuale di autodifesa ogni volta che sulla nostra strada incontriamo un imbecille.
E siccome capita spesso, tocca armarsi di tutta l’ironia possibile per sopravvivere alla dittatura del luogo comune.
L’autore di questo libro lo ha fatto e non ha rinunciato a una elevata dose di cinismo annotando sul suo taccuino quello che gli accade ogni volta che ha a che fare con la banalità dell’imbecillità.
Non disturbare vi divertirà per la sua ironica e sferzante cattiveria. Claudio Marinaccio si conferma uno scrittore fuorilegge e anche questa volta ha il coraggio di scrivere quello che tutti pensano e che non hanno il coraggio di dire.
Non citofonategli. Lui non ama la ciarla quotidiana e con eleganza e ironia vi manderà a quel paese. Siete o non siete Testimoni di Geova.
L’unico modo per difendersi dagli imbecilli è prenderli per il culo con ironia.
Se siete sarcastici e intelligenti leggete Non disturbare. Ma fatelo anche se siete imbecilli, anche se alla fine non lo capirete.

Claudio Marinaccio è nato a Torino nel 1982. Collabora con diverse riviste tra cui «GQ», «Il Mucchio» e «Donna Moderna».
Nel 2016 esce il suo romanzo Come un pugno (Aliberti). Alcuni suoi racconti sono apparsi in diverse antologie e riviste.
La raccolta di questi testi nasce dal crescente successo che hanno avuto, pubblicati su Facebook. Ci si immedesima nelle situazioni che assillano tutti: telefonate con offerte commerciali a tutte le ore, i classici Testimoni di Geova, altri dialoghi comici e surreali. Un tono da Stand Up Comedy americana, che l’Autore sperimenta con successo anche dal vivo (ha intenzione di andare in tour con Nicola Manuppelli, già in passato suo compagno di esibizioni e di casa editrice (Aliberti), il cui libro uscirà per Miraggi in contemporanea (in questo lancio).
All’uscita del libro, partirà per un tour insieme con Nicola Manuppelli ripetendo l’esperienza di successo precedente dei loro due romanzi con Aliberti.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

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:: Estate nera, Fabio Orrico e Germano Tarricone (Golem edizioni, 2017), a cura di Nicola Vacca

27 luglio 2017
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Fabio Orrico e Germano Tarricone dopo aver scritto insieme Giostra di sangue (Echos edizioni, 2015) tornano con Estate nera (Golem edizioni).
Un noir ambientato sulla Riviera romagnola con una galleria di personaggi che danno alla storia tutti gli ingredienti di un intrigo che mozza il fiato.
Cominciando da Alberto Braida che ufficialmente fa il portiere di notte nell’Hotel Vesuvio di proprietà di sua moglie Rosaria, sorella di Salvatore Mastantuono, un potente boss della camorra che ha fatto della Romagna il centro dei suoi affari.
Alberto è diventato l’uomo di fiducia del boss e per lui si occupa di alcune grosse faccende legate allo spaccio della droga.
Quella che è arrivata si preannuncia un’estate particolare, Alberto, che ha un passato nel terrorismo nero al tempo degli anni di piombo, sembra essere stanco del suo lavoro con il clan e soprattutto non sopporta le bravate di Ciro, suo nipote e figlio del boss.
In Riviera tira una brutta aria, adesso anche la mafia cinese si è messa sulla strada del clan Mastantuono con l’intenzione di scatenare una guerra e intralciare i redditizi affari della famiglia.
Succederà di tutto quando arriva un gruppetto di naziskin tra cui c’è anche il figlio di Laura Vergara, sua compagna ai tempi della latitanza durante gli anni del terrorismo.
Ma soprattutto Alberto non sopporta più sua moglie Rosaria e il boss Salvatore, che lo trattano come un mero esecutore di ordini.
È giunta l’ora per il nostro protagonista di sganciarsi dalle grinfie violente del clan. Alberto mette a punto un piano per tradire il boss e fuggire con il ricavato della vendita della droga.
A questo punto Estate nera decolla definitivamente e i due autori danno alla storia un ritmo incalzante.
Orrico e Tarricone scrivono un noir intrigante e denso di colpi di scena. Come lettore sono rimasto inchiodato fino all’ultima pagina chiedendomi quale sarebbe stato il prezzo che Alberto avrebbe pagato per affrancarsi definitivamente dala sudditanza camorrista di Salvatore Mastantuono.
Estate nera è adrenalina letteraria allo stato puro con un finale a sorpresa degno di un grande libro.

Fabio Orrico è nato, vive e lavora 19 a Rimini. Ha pubblicato il thriller Giostra di sangue, scritto a quattro mani con Germano Tarricone, (Echos edizioni, 2015) e il romanzo breve Il bunker (ErosCultura, 2016). Nel 2017 è uscita, per i tipi di Fara Editore, la raccolta di poesie Della violenza. Una guerra di nervi.

Germano Tarricone è nato a Milano. Vive a Santarcangelo di Romagna. È uno sceneggiatore cinematografico. Ha pubblicato il thriller Giostra di sangue, scritto a quattro mani con Fabio Orrico (Echos edizioni, 2015).

Source: libro inviato dagli autori al recensore.

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:: Nel guscio, Ian McEwan (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

26 luglio 2017
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Nel guscio il nuovo romanzo di Ian Mc Ewan è genialità pura e inquietante. Lo scrittore inglese torna finalmente a raccontare e a inventare personaggi che hanno perso l’innocenza e riempiono la loro esistenza della stessa crudeltà di cui è fato il mondo.
Con questo nuovo libro ritroviamo il Mc Ewan di Bambini nel tempo e di Il giardino di cemento, quello che vale la pena leggere fino in fiondo.
Il mondo oggi è crudele e una cattiveria che distrugge dilaga nelle cose e nelle persone. Lo sa anche il feto, che è il protagonista di questo libro, che dalla comodità scomoda del suo guscio materno racconta di sua madre e delle nefandezze che mette in atto insieme al suo amante.
Trudy, 28 anni donna bellissima, ha tradito il marito e padre del bambino che porta in grembo, con il fratello di lui, Claude, insignificante e viscido agente immobiliare.
I due decidono di assassinare il marito per venire in possesso della casa vittoriana in cui attualmente abitano.
John Cairncross, poeta e editore sull’orlo del fallimento, ovviamente è all’oscuro della trappola mortale che gli stanno preparando i suoi parenti più stretti.
Ecco che entra in gioco il feto che negli ultimi giorni di gravidanza diventa l’unico testimone impotente del crimine.
Recluso a testa in giù il narratore porge l’orecchio sulle cose e i fatti del mondo e si accorge che non solo sua madre, ma il mondo intero è ostaggio delle forze del male. Si accorge che fuori non tira una brutta aria e che tra le vite degli esseri umani spaventati si aggira una mefistofelica aria di orrore e di terrore che miete vittime innocenti ogni giorno.
«Che mostruosa ingiustizia, avere tanto male prima che la vita cominci», racconta nel disincanto del suo liquido amniotico il feto che da queste parole ci fa capire che non vorrebbe nascere in un mondo così.
Il feto come voce narrante è la straordinaria genialità di Ian Mc Ewan che torna a scrivere un romanzo che la realtà la inventa. Lo scrittore scomoda drammatici paradossi surreali che allo stesso tempo sono il perimetro ideale di tutto ciò che stiamo vivendo.
Nel guscio è un libro spiazzante, forse il colpo di genio di Ian Mc Ewan che finalmente è tornato alle origini della sua narrativa.
Quel feto non ancora venuto al mondo è il testimone di un dramma intimo e universale che si consuma nelle vite sbandate di un’umanità intera che ha perso completamente l’innocenza e ogni giorno si estingue cedendo il passo all’orrore che si manifesta in ogni forma.
Ian Mc Ewan, attraverso le amare considerazioni di un bambino che non è ancora nato e che da quello che sente non ne ha alcuna intenzione, con un talento da abile narratore mette in scena una credibile rappresentazione della nostra umanità dolente alla fine dei suoi giorni.
Nel guscio è un grande libro sui cui abbiamo l’obbligo di discutere a lungo.

Ian McEwan è nato nel 1948 ad Aldershott e vive a Londra. È autore di due raccolte di racconti: Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola; un libro per ragazzi: L’inventore di sogni; un libretto d’opera: For You. Ha pubblicato il saggio Blues della fine del mondo e i romanzi: Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Bambini nel tempo, Lettera a Berlino, Cani neri, L’amore fatale, Amsterdam, Espiazione, Sabato, Chesil Beach, Solar, Miele, La ballata di Adam Henry e Nel guscio. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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:: Rapsodia francese, Antoine Laurain, (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

25 luglio 2017
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Antoine Laurain è un brillante scrittore francese che meriterebbe di essere letto molto di più in Italia.
Einaudi dopo aver pubblicato nel 2015 La donna dal taccuino rosso, delizioso gioiello di scrittura che può anche considerarsi un omaggio di Laurain a Patrick Modiano, adesso dà alle stampe Rapsodia francese.
Anche con questo romanzo l’autore si conferma un narratore in grado di inventare atmosfere suggestive e intimiste in cui il lettore si perderà nel tempo sospeso della memoria e del passato che riporta al presente con i suoi rimandi di futuro.
Tra mistero, divertimento, leggerezza, come nei migliori romanzi del suo maestro Modiano, Laurain ha scritto un romanzo gradevole sulle magie e sulle dimenticanze del tempo e sull’intreccio delle nostre vite con gli istanti perduti e mancati.
Tutto ha inizio con una lettera recapitata per un disguido postale dopo trentatré anni a Alain, che fa il medico a Parigi, ma che negli anni Ottanta sognava insieme a un gruppo di amici di fare il musicista e insieme fondano la rock band degli Hologrammes.
Quando la lettera della casa discografica, che era scivolata dietro all’armadio dell’ufficio postale, giunge con un ritardo di anni nelle mani di Alain, il gruppo ha abbandonato il suo sogno e ognuno dei componenti è andato per la sua strada.
Inizia così il viaggio nel tempo passato ma anche perduto di Alain che si mette alla ricerca dei suoi amici e della cassetta con le canzoni del gruppo che avevano inviato alla casa discografica.
Alain si accorge che non è sempre una buona idea andare a cercare nel proprio passato.
Il medico attraversa in lungo e in largo Parigi, sulla nostalgia dei suoi meravigliosi anni Ottanta, si mette sulle piste degli altri componenti della band. Quel tuffo nel passato lo porterà alla scoperta dei piccoli e grandi segreti che il tempo aveva sepolto insieme a quella lettera mai arrivata che forse avrebbe cambiato il corso di un pugno di vite.
Antoine Laurain scrive un romanzo corale capace di legare con piani narrativi diversi gli anni Ottanta e la Francia di oggi con la durezza dei problemi legati alla crisi.
Ma soprattutto Rapsodia francese è un viaggio nella gioventù perduta in cui il tempo si prende una rivincita su un destino che doveva essere e mai fu.
Come in un romanzo di Modiano, Antoine Laurain sparisce e si perde nei suoi ricordi, si smarrisce nella sua Parigi e nella ricerca di indizi scava nella memoria un’inquietante ragnatela che lo porterà a fare i conti con una verità che non aveva mai conosciuto: nulla ritorna come prima perché il tempo, in cui ci si può perdere o sparire, inesorabile ci dice che la gioventù è passata e i sogni si sono dissolti.

Antoine Laurain è nato a Parigi all’inizio degli anni Settanta. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha studiato cinema, ha girato diversi cortometraggi e ha lavorato come assistente antiquario. Nel 2007, con Ailleurs si j’y suis, vince il Prix Drouot. Il romanzo Il cappello di Mitterrand, vincitore del Prix Relay 2012, è stato pubblicato in Italia nel 2013 da Atmosphere. Nel 2011 era uscito per Vallecchi Undicesimo: fuma. Storia efferata di delitti e sigarette. La donna dal taccuino rosso, bestseller in Francia e pubblicato in Italia da Einaudi (2015), è stato tradotto in dodici paesi. Sempre per Einaudi ha pubblicato, nel 2017, Rapsodia francese.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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:: Exit West, Mohsin Hamid (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

21 luglio 2017
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In una città mediorientale devastata dalla guerra civile che non viene mai nominata inizia la storia di Exit West, il nuovo romanzo di Mohsin Hamid (tradotto da Norman Gobetti), uno scrittore che sa descrivere con incisività il disagio della contemporaneità.
Exit West è un libro da leggere davvero, direi imperdibile. La storia di Nadia e Saeed, che si incontrano tra le macerie di una guerra che sembra non avere mai fine è il filo conduttore che Hamid inventa per scrivere il suo romanzo totalmente contemporaneo che affronta soprattutto il tema delle migrazioni ma che sa raccontare l’incendio globale di un pianeta che ha letteralmente perso la bussola dell’umanità.
Quando si scoprono innamorati nella città sotto assedio, i due protagonisti avvertono che sul loro amore soffia il vento della morte. Non ce la fanno più a vivere in un luogo in cui crolla tutto: tra posti di blocco e rastrellamenti andare avanti sembra impossibile, come spesso accade quando la guerra prende il sopravvento sulla pace.
Esistono delle porte misteriose attraverso le quali si può fuggire e raggiungere immediatamente altri luoghi. Nadia e Saeed contattano gli organizzatori di questi viaggi e pagano profumatamente per poter attraversare quelle porte con il mezzo del teletrasporto e lasciarsi alle spalle le atrocità di un mondo di guerra.
Così inizia l’avventura dei due giovani innamorati che attraverseranno diverse porte per fuggire per dare un senso alla loro esistenza devastata dal massacro di una guerra e soprattutto per cercare fortuna altrove e sopravvivere dignitosamente.
Ha una grande potenza visionaria questo romanzo breve di Mohsin Hamid. Una storia spietata e tenera in cui l’autore è capace, attraverso l’invenzione della letteratura, di dare un’interpretazione forte e simbolica dei nostri tempi oscuri.
Lo scrittore allarga magnificamente il campo del reale per raccontare attraverso la storia d’amore e di fuga di Nadia e Saeed il fenomeno complesso delle migrazioni e il loro rapporto con le problematiche geopolitiche del mondo.
Con una scrittura diretta e scarna Hamid scrive uno dei romanzi più importanti sulla contemporaneità in cui emerge quella civiltà del disagio in cui noi tutti siamo costretti a vivere tutti i giorni.
Il nostro scrittore è davvero un maestro del romanzo breve come pochi. Ricordate Il fondamentalista riluttante, uscito nel 2007, uno dei pochi libri intelligenti sugli attentati dell’ 11 settembre
Exit West – tra il reale e fantastico – non racconta solo la storia di una coppia in fuga da un paese islamico martoriato dalla guerra civile in cerca di un posto dove poter finalmente iniziare a vivere.
Mohsin Hamid è essenziale e diretto sa farci vedere con un romanzo perfetto il quadro dell’ «apocalisse migratoria».
Nadia e Saeed, che vengono trasportati dal un luogo all’altro del pianeta attraverso porte che si aprono per una fuga dalla guerra, sono i testimone di una possibilità umana che non va ignorata in un mondo in cui, tutti proprio tutti, siamo migranti.
«La cosa più importante – dice Mohsin Hamid – da fare in questo momento è immaginare un nuovo modo di vivere insieme».
Exit West è un libro che viene dal futuro ma che sta nel disagio del nostro presente per dirci che nessuna porta può essere chiusa.

Mohsin Hamid è cresciuto a Lahore, ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. Il suo primo romanzo, Nero Pakistan, tradotto in Italia da Piemme, ha vinto il Betty Trask Award, è stato finalista nel PEN/Hemingway Award ed è stato un Notable Book of the Year per il «New York Times». Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Time», «The New York Times» e «The Guardian». Il fondamentalista riluttante, pubblicato da Einaudi nel 2007 e tradotto in piú di 25 lingue, è stato un bestseller internazionale, ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award e l’Asian American Literary Award, oltre a essere selezionato tra i finalisti del Man Booker Prize. Da questo libro è stato tratto un film per la regia di Mira Nair. Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente, vincitore del Premio Terzani 2014, nel 2016 Le civiltà del disagio e nel 2017 Exit West.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: Diario del ladro, Jean Genet (Il Saggiatore, 2017), a cura di Nicola Vacca

19 luglio 2017
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Jean Genet è uno scrittore ribelle che nella vita e nella letteratura ha violato ogni consuetudine, raggiungendo in ogni cosa l’antiretorica di un esistere. È stato, nella vita prima che nei suoi libri, sempre dalla parte maledetta di un se stesso che ha sempre toccato i bassifondi dell’esperienza.
Diario del ladro è il suo libro autoritratto in cui lo scrittore francese mette a nudo il racconto della propria vita raccontandone il degrado e il turpiloquio, non vergognandosi della sua immoralità scandalosa fatta di furti, prostituzioni, di abiezione e depravazione.
Il Saggiatore manda di nuovo in libreria il libro scandalo di Genet nella storica traduzione di Giorgio Caproni.
Pagine dalle tinte forti in cui lo scrittore racconta gli anni del suo vagabondaggio e la sua giovinezza da sbandato e da teppista per le vie di Barcellona e per l’Europa.
Genet, l’eroe tragico che sfida il proprio destino in compagnia di altri disperati come lui con cui condivide tutte le più infime bassezze.
Lo scrittore si degrada per anelare a una beatitudine terrestre e tiene il suo diario non per confezionare un’opera d’arte ma per fare in maniera immanente i conti con un presente e un passato che non ignorino tutti gli orrori del cammino intrapreso.
Diario del ladro è il capolavoro di uno scrittore che mette a nudo senza alcuna vergogna le sue debolezze di uomo incline al pericolo. La letteratura nelle pagine di Jean Genet si fa avventura di una caduta a cui lo scrittore non ha nessuna intenzione di rinunciare.
È la cronaca di un inferno in cui c’è spazio per la poesia:«Mi sentivo allora veramente in esilio, e il mio nervosismo stava rendendomi permeabile a quella che – in mancanza di altre parole – chiamerò poesia».
Genet è il narratore di se stesso e in ogni pagina (autobiogafica) mette sempre in discussione la sua stessa natura di essere umano che fa i conti con le violenze e tradimenti del suo carattere maledetto che lo porta a cercare la bellezza nell’orrore, nella depravazione e nel vizio.
«Voi che mi disprezzate, non siete fatti d’altro che di un susseguirsi di miserie analoghe, ma non avrete mai coscienza, e quindi l’orgoglio, vale a dire la conoscenza di una forza, che vi permetta di tenere testa alla miseria – non alla vostra propria miseria, ma a quella di cui è composta l’umanità».
Jean Genet usa la lingua dei derubati per scendere senza alcun paracadute nel proprio inferno di cui nel suo Diario del ladro ci racconta ogni singola tensione.
Quella di Genet è una lezione feroce che profana l’innocenza. Il tono del suo libro ha scandalizzato gli spiriti migliori, anziché i peggiori, anche se lo scrittore non ha mai cercato lo scandalo.
Nel Diario del ladro egli riporta la sua esperienza dolorosa, racconta gli abissi del suo percorso interiore verso l’annientamento, dà forma agli atti di una dissoluzione, facendo della letteratura un argine contro il mondo che lo inghiotte.

Jean Genet è nato a Parigi nel 1910 e morto, sempre a Parigi, nel 1986. Il Saggiatore pubblica in Italia le sue opere narrative.

Source: libro del recensore.

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:: L’ordine del tempo, Carlo Rovelli, (Adelphi, 2017), a cura di Nicola Vacca

17 luglio 2017
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Siamo davvero felici di tornare a leggere nuovamente Carlo Rovelli . Dopo Sette brevi lezioni di fisica, lo scienziato veronese torna con un altro libro affascinante.
Sempre da Adelphi esce L’ordine del tempo. Come nel suo fortunato libro precedente, il fisico si preoccupa prima di tutto di arrivare ai suoi lettori e in queste pagine gioca d’azzardo con il mistero del tempo.
Anche questa volta Rovelli raggiungerà un pubblico numeroso e possiamo dire che se lo merita tutto.
Facendo dialogare la filosofia con la religione e la scienza, passando per la fisica quantistica, Rovelli parla degli infiniti misteri che racchiude il tempo.
Scomoda la meccanica quantistica per mettere in gioco un magma rovente di idee in cui Newton dialoga con Aristotele, Einstein con il grande poeta Rilke, dove troviamo anche le riflessioni di S.Agostino e di Kant passando per la Recherche di Proust, il romanzo che racconta quello che c’è dentro la memoria ( che è la vera essenza del tempo), il libro del grande tempo ritrovato che è una disordinata, dettagliata passeggiata nella mente di Marcel.
Il volume di Carlo Rovelli è diviso in tre parti. Nella prima l’autore prende in esame quello che la fisica moderna ha compreso del tempo. Nella seconda e la terza il fisico coltiva una serie di interessanti e suggestivi paradossi per dirci, anche attraverso l’aiuto di pensatori, scrittori e scienziati che si sono cimentati con il mistero del tempo, che se il tempo non c’è è indubbio che noi esistiamo nel tempo.
Per comprendere e cogliere il tempo bisogna penare il mondo come un insieme di eventi. Il mondo non è un insieme di cose, è un insieme di eventi.
Bisogna essere nell’ accadere e non nell’essere per mettersi in contatto con la nozione di tempo.
«Noi, quindi, descriviamo il mondo come accade, non com’è. Meccanica di Newton, equazioni di Maxwell, meccanica quantistica, eccetera, come accadono eventi, non come sono cose».
Carlo Rovelli ci conduce con queste pagine fino dove arriva il sapere attuale sul tempo, ne sonda con la filosofia, la scienza e la letteratura il suo mistero soprattutto lanciando con la conoscenza una sfida perché sul tempo molte sono le cose che non sappiamo.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, sostiene giustamente Rovelli.
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Carlo Rovelli entra nelle pieghe più intime del mistero del tempo, ne attraversa le sue assenze fisiche e metafisiche, ne coglie gli aspetti gravitazionali e filosofici per dirci prima di tutto che il tempo è un concetto stratificato, complesso con molteplici proprietà distinte, che vengono soprattutto da approssimazioni diverse.
«Il tempo è allora la forma – scrive Rovelli – con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo, è la sorgente della nostra identità».
Il mistero del tempo si interseca con il mistero della nostra identità personale, con il mistero della coscienza.
Il mistero del tempo continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Carlo Rovelli (Verona, 3 maggio 1956) è un fisico italiano. Ha lavorato in Italia e negli Stati Uniti e attualmente lavora in Francia. La sua principale attività scientifica è nell’ambito della gravità quantistica, dove è uno dei fondatori della gravità quantistica a loop (loop quantum gravity). Si è occupato anche di storia e filosofia della scienza, della nascita del pensiero scientifico, e, in particolare, della posizione di Anassimandro nello sviluppo della riflessione scientifica dell’umanità. (Fonte wikipedia).

Source: libro del recensore.

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