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:: Un po’ di follia in primavera, Alessia Gazzola (Longanesi, 2016)

7 ottobre 2016
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Un verso di Emily Dickinson dà il titolo al nuovo romanzo di Alice Allevi, personaggio nato dalla penna della messinese Alessia Gazzola. Questa è la breve poesia da cui è tratto:

A little Madness in the Spring / Is wholesome even for the King, / But God be with the Clown – / Who ponders this tremendous scene – / This whole Experiment of Green – / As if it were his own!

E’ primavera, una mite primavera romana, e di follia si parla, un soffio si follia nella vita di Alice, che rivoluzionerà tutta la sua vita, e una follia più drammatica e crudele, che vede coinvolto un rinomato e famoso psichiatra, ucciso nel suo studio con una stranissima arma del delitto.
Toccherà ad Alice, e all’umano Calligaris, seguire le tracce del colpevole e risolvere il caso. Intorno a questo delitto, anima gialla del romanzo, la vita di Alice scorre come un fiume tranquillo, con piccole gioie e grandi dolori. La vita sentimentale, la vita familiare, la vita professionale, tutto si intreccia nel narrare la vita di una ragazza di oggi, certo atipica, e forse immersa in un mondo che solo lei vede così luminoso, buffo, e ricco di promesse. Un po’ forse davvero la nostra Alice indossa un paio di occhiali rosa, e lascia che il cuore si prenda spazi che nella vita vera è sempre più difficile conquistarsi.
Ma i romanzi della Gazzola sono così. Romanzi leggeri, spensierati, vaporosi come panna montata, ma non dimentichiamo su cui hanno lavorato editor di tutto rispetto come Fabrizio Cocco, tanto per dire, apparentemente semplici, anche a livello di approfondimento dei caratteri, dei personaggi, sintattico, ma che semplici non sono. Capaci di far entrare un personaggio, Alice Allevi, nell’immaginario di molte giovani ragazze che in un certo senso sono cresciute con i suoi romanzi (mentre Alice è restata sempre la stessa).
Alice Allevi è un personaggio eccessivo, buffo, per certi versi inverosimile, per l’ esagerata caratterizzazione della sua patologica imbranataggine e immaturità. Ma il tutto viene fatto con leggerezza, umorismo, non diventa oggetto di fenomeni di bullismo, (nella realtà probabilmente lo sarebbe) ma anzi a modo suo, i suoi limiti non le fanno perdere punti, nella vita come nella carriera. E’ un medico, si specializza in Medicina legale, si appresta a prendere un dottorato, ha due uomini, a modo loro perfetti, che si contendono il suo amore, ha una famiglia che la ama, una nonna che l’adora, amiche fidate, considerazione, Calligaris ne apprezza le doti investigative fino a chiedere il suo aiuto nelle indagini.
Insomma Alice Allevi è una vincente, ha servito in un piatto d’argento tutto ciò che le ragazze di oggi cercano con mille difficoltà: affermarsi nella carriera e trovare il vero amore. Aspirazioni forse antiche, (le aspirazioni di carriera forse lo sono meno) ma comunque attuali, con tutte le difficoltà che la vita ci mette in mezzo. Alice Allevi è una ragazza acqua e sapone, un’anima candida, buona, una pura se vogliamo, in un mondo che candido, buono e puro proprio non è, e questa è la sua forza, la sua inguaribile fiducia nella felicità, nel pensare che dei miti e degli umili sarà questa terra.
Insomma è anche una contraddizioni in termini, ma proprio per questo non ostante il suo mondo sembri lievitare nell’irrealtà, (sì, non sono romanzi esattamente realistici), questa via di fuga permette al lettore di distrarsi e sì di divertirsi. Di giocare con un umorismo mai feroce, mai cattivo, testimone di un mondo che forse vorremmo esistesse, almeno per un momento, senza eccessive derive zuccherose o edulcorate.
Nel mondo di Alice le Wally di questo mondo esistono, le carrieriste pronte a tutto pure, i professionisti che dietro vite socialmente perfette nascondono grettezza e avidità, c’è la guerra, Arthur lavora per enti umanitari in zone disagiate del pianeta, la gente muore, è razzista, islamofoba, viene uccisa, nasconde lati orrendi, è vittima e carnefice. Insomma la realtà filtra non ostante tutto, ma sempre mitigata e immunizzata dai toni della commedia, di una finzione frizzante e anche, perché no, poetica.
E ogni tanto sfuggono scampoli di verità, riflessioni, considerazioni di buon senso, lezioni di vita, che ancora più buffo ci vengano date da un personaggio così, e questa volta, inaspettatamente, anche da Claudio Conforti, che dopo tutto non è così superficiale o egoista come ama far credere. Certo questo suo fondo di bontà lo vede solo Alice, o forse solo a lei si manifesta, un’altra freccia all’arco di questa ragazza, saper fare emergere il meglio dalle persone.
Il romanzo comunque inizia con una proposta di matrimonio, e un desiderio di paternità. Sarà la volta che finalmente Alice Allevi crescerà e troverà quella stabilità affettiva ed emotiva, che sembra tanto mancarle? Lascio a voi scoprirlo. Buona lettura.

Alessia Gazzola, medico chirurgo specialista in medicina legale, è nata nel 1982 a Messina. L’allieva è il romanzo con cui nel 2011 ha esordito nella narrativa e che ha fatto conoscere e amare al pubblico italiano, e a quello dei principali Paesi europei dove è uscito, un nuovo e accattivante personaggio, Alice Allevi. Alice è ancora al centro dei romanzi Un segreto non è per sempre (2012), Sindrome da cuore in sospeso (2012), Le ossa della principessa (2014) e Una lunga estate crudele (2015). Nel 2016 ha pubblicato Non è la fine del mondo e Un po’ di follia in primavera, l’ultimo romanzo della serie L’Allieva.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il ladro di nebbia, Lavinia Petti (Longanesi, 2015) a cura di Elena Romanello

17 giugno 2016
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In una casa antica e con qualcosa di nascosto della Napoli di oggi, nei Quartieri Spagnoli, vive Antonio M. Fonte, scrittore di successo ma completamente asociale e isolato dai suoi lettori, con i quali non ha nessun rapporto per una sua scelta esplicita. L’unico essere vivente che condivide la sua vita solitaria è la gatta Calliope, mentre il suo agente letterario deve periodicamente pungolarlo per fargli rispettare scadenze. Un giorno, tra le lettere dei suoi ammiratori, unico contatto che ha con loro visto che rifugge presentazioni e simili, riceve una lettera scritta da lui quindici anni prima, rivolta ad una donna che per lui è sconosciuta ma che parla di un legame tra di loro, di un ricordo smarrito e di un omicidio forse comesso da Antonio stesso.
Dopo questo fatto, Antonio esce dal suo isolamento e si perde nei vicoli di Napoli, trovando un palazzo mai visto prima dove incontra un misterioso Ufficio Oggetti Smarriti, che raccoglie tutto ciò che gli esseri umani perdono, chiavi, libri, abiti, ma anche ricordi di infanzia, di amori, di speranze e sogni dimenticati. Da lì Antonio potrà partire per capire il senso della lettera, ma il pericolo è perdersi definitivamente senza aver scoperto niente e senza aver ritrovato quello a cui si è voluto rinunciare.
Il modello che viene in mente è ovviamente Carlos Ruiz Zafon, con Napoli al posto di Barcellona, ma lo stesso fascino dei misteri nascosti, in un luogo analogo, dove luoghi antichi e insoliti possono portare dietro storie da scoprire e raccontare. Tra le righe, si troveranno riferimenti anche a Lewis Carroll, a Bulkakov e Baricco, in una storia di genere fantastico molto diversa da quelle proposte oggi, soprattutto dai giovani autori, come è Lavinia Petti, ospite l’anno scorso di Lucca Comics and Games, cresciuta con Harry Potter e le WITCH ma capace di saper dire qualcosa di diverso e di nuovo.
Il personaggio di Antonio M. Fonte è qualcosa di atipico nel panorama della letteratura di genere, un antieroe chiuso in un suo mondo da cui ha bandito emozioni, emozioni perse forse di proposito e da ritrovare nel viaggio parallelo che si troverà a dover intraprendere per ritrovare e riscoprire qualcosa di sé: curioso tra l’altro che non sia un ragazzo ma un uomo maturo, con tutte le rimozioni dell’età non più giovane, in una metafora di quello che ci si lascia dietro molto interessante.
Il ladro di nebbia è una storia onirica che avvince e inquieta, che in questi giorni uscirà per Tea in edizione economica: se la si è persa nella versione rilegata dell’anno scorso, la si può recuperare, per scoprire un viaggio fantastico originale, da cui nessuno può uscire indenne, meno che mai il diretto protagonista.
Il tutto in attesa delle prossime prove narrative dell’autrice che si spera che non si facciano attendere.

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici all’Istituto Orientale di Napoli, ha vinto vari concorsi letterari (Premio Tabula Fati, Premio Robot, Premio Book’s Bar, Scrittura Giovane). Ha scritto con Massimo Izzi il saggio Fate. Da Morgana alle Winx.
Il ladro di nebbia è il suo primo romanzo, un fantasy anomalo che l’ha segnalata anche in fiere del settore come Lucca Comics and Games.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Come cani selvaggi, Ian Rankin, (Longanesi, 2016) a cura di Micol Borzatta

9 giugno 2016
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John Rebus non è adatto per la vita da pensionato. Le sue giornate sono tutte uguali passate in solitudine e le serate al bar. Una sera viene chiamato da Siobhan Clarke che insieme a Malcolm Fox sta indagando sul ritrovamento di un avvocato ucciso, e cosa ancora più strana nel portafoglio della vittima viene ritrovato un bigliettino con su scritta una minaccia di morte.
Quella stessa sera, dall’altra parte della città di Edimburgo a Big Ger Cafferty, la nemesi di Rebus, sparano attraverso la finestra, ma per fortuna il proiettile lo manca. Dopo una chiacchierata con Rebus si scopre che anche lui aveva ricevuto lo stesso biglietto. Clarke inizia subito a indagare mentre Fox viene incaricato di aiutare la squadra speciale arrivata per indagare sugli Stark, rivali mafiosi di Cafferty.
Tutto sembra portare a un regolamento di conti tra capi mafia, quando viene trovato morto Dennis Stark e anche lui con lo stesso biglietto.
La polizia decide di riprendere in servizio Rebus come consulente esterno perché è l’unico che potrà fare chiarezza sia su quello che sta succedendo tra le famiglie che riguardo al serial killer.
Un romanzo avvincente come ci ha abituato Rankin, con il suo classico ritmo veloce che rispecchia appieno l’andamento frenetico delle indagini poliziesche.
Le descrizioni sono molto minuziose, sia per quanto riguarda i paesaggi che per quanto riguarda i personaggi, specialmente la descrizione relativa a Rebus che è esattamente come ce lo ricordavamo, un poliziotto fuori dai canoni che sa come affrontare le persone, siano malavitosi o persone perbene.
Molto intuitivo e un po’ scorbutico, in questo libro lo vediamo ammorbidirsi un po’ grazie al ritrovamento di un cagnolino abbandonato che fa breccia nel suo cuore, cuore che non avremmo mai immaginato potesse aprirsi e provare sentimenti del genere. Un gran cambiamento che rivela una crescita del personaggio che lo fa amare ancora di più dal lettore.
Un romanzo che si legge tutto in un fiato grazie alla bravura di Rankin di saper coinvolgere il lettore trasportandolo all’interno del romanzo.

Ian Rankin nasce a Fife nel 1960.
Inizia a scrivere già ai tempi del liceo, prevalentemente poesie e brevi racconti. Guidato da questa passione decide di iscriversi all’università di Edimburgo dove si laurea in Letteratura Inglese e si specializza in Letteratura Americana e Scozzese.
Nel 1997 vince il Macallan Gold Dagger con il romanzo Morte grezza e nel 2004 vince l’Edgar Award con il romanzo Casi sepolti.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: La stagione del sangue, Samuel Bjørk (Longanesi, 2016)

1 Maggio 2016
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Hugo Lang sorrise e con una mano sfiorò lo schermo per accarezzarle una guancia. Si era tanto affezionato e quella prima, quella più giovane con il tatuaggio, da aver pensato che non potesse esistere nulla di meglio, mentre adesso, anche se la conosceva solo da due giorni, si rendeva conto che quest’altra gli piaceva ancora di più. Strano, eppure era così.
Il primo giorno non gli era parsa granché sveglia: non si era resa conto di come dovessero andare le cose. Poi però era arrivato lui, il tizio coperto di piume. Era entrato nella stanza chiusa a chiave, e da allora lei aveva fatto quello che doveva.

Chi ha letto La stagione degli innocenti (Det henger it engel alene i skogen, 2013), romanzo di esordio di Samuel Bjørk, uscito l’anno scorso in Italia per Longanesi, già conosce i personaggi di Holger Munch e Mia Krüger. Lui capo dell’unità investigativa di Mariboes gate, divorziato, barbuto, sovrappeso, cinquantenne amante di enigmi, giochi enigmistici e di scacchi (Una stanga di ferro si trova in un lago. Metà della stanga è sottoterra. Un terzo della stanga è sott’acqua. Otto metri spuntano dalla superficie. Quanto è lunga la stanga?). Lei esile, capelli neri da indiana, occhi azzurri chiarissimi, un passato difficile che cerca di esorcizzare con alcol e psicofarmaci, sempre a un passo dal suicidio, ma con un talento infallibile per decifrare le scene del crimine e sondare le menti criminali (Io credo sia il suo lavoro a farla ammalare).
A unire i loro destini questa volta un nuovo caso, (sono passati solo pochi mesi dai fatti di La stagione degli innocenti) che inizia con il ritrovamento di un cadavere. Così appunto inizia La stagione del sangue, (Uglen, 2015), tradizione letterale del titolo originale “La civetta”. Sempre edito da Longanesi, e tradotto questa volta oltre che da Ingrid Basso, anche da Alessandro Storti.
Siamo in autunno, i primi giorni di ottobre, il fresco sole del sabato inondava il paesaggio circostante con una luce magnifica: tenui raggi sulle foglie d’autunno rosse e gialle che molto presto sarebbero cadute lasciando il posto all’inverno. Tom Petterson, un botanico che lavora all’istituto di biologia dell’Università di Oslo, lascia la vista del fiordo di Oslo (è un fiordo della Norvegia meridionale che si estende per un centinaio di chilometri, sullo Skagerrak) e si inoltra in un bosco sulla punta della penisola di Hurunlander. In una radura trova il corpo senza vita di un’ adolescente. La particolarità del ritrovamento consiste nella messinscena organizzata dall’assassino che fa pensare a un rito sacrificale di qualche strampalato culto satanico.
La ragazza, magrissima quasi scheletrica, con una parrucca in testa giace nuda con gli occhi spalancati in un letto di piume. Con un giglio bianco in bocca. Intorno a lei, candele disposte a formare un pentacolo, una stella a cinque punte, un simbolo magico. Occultismo. Satanismo. Ma la cosa davvero strana è che dal referto autoptico risulta che lo stomaco è pieno di mangime per animali. Da qui la magrezza. La ragazza è stata imprigionata, seviziata dalla sua scomparsa tre mesi prima da un centro per ragazzi problematici. Si chiamava Camilla Green.
Holger Munch capisce al volo che c’è un’unica strada per cercare di decifrare la scena del crimine e catturare l’assassino, avvalersi dell’aiuto di Mia Krüger, giudicata instabile e estromessa dalla squadra. Holger Munch non è uno che lecca il culo a nessuno, ma per riaverla e pronto a farlo convincendo il suo capo che non c’è altra scelta. Così Mia più o meno ufficiosamente torna al lavoro. Tra interrogatori, false piste, antropologi radiati dall’università, e direttori di musei di storia naturale a cui hanno rubato un’ intera sezione del museo, i passi avanti non sono molti, finchè un hacker amico di Gabriel, uno dei membri più giovani della squadra, non scopre nei meandri più oscuri di Internet un video, e pur non amando le forze dell’ordine, lo consegna alla polizia. E allora sì, finalmente le nebbie si diradano e la chiave del mistero è nelle loro mani.
La stagione del sangue è dunque certamente un poliziesco all’altezza del precedente. Oscuro, realistico, per certi versi anche splatter, sebbene non è la paura di un horror la sensazione principale che riesce a trasmettere. Diviso in nove parti, suddivise in capitolo molto brevi, il romanzo è senza dubbio capace di tenere desta l’attenzione del lettore con un intreccio sì complesso, ma non confuso e sicuramente non banale. La parte che ho apprezzato di più è sicuramente la descrizione della vita dei giovani di Oslo, tra pub e locali dove l’alcol scorre a fiumi, associazioni animaliste, cortei contro il potere dello Stato, e un’avversione endemica per il “sistema”.
La Norvegia di Samuel Bjørk è sicuramente diversa da quella che vediamo nei depliant turistici. Proliferano le sette, e le associazioni esoteriche, l’ Ordo Templis Orientis, i massoni, il satanismo. In Norvegia. Oggi. Vivi e vegeti. Su internet si organizzano live feed, i giovani hacker sono attivissimi, (e non sono tutti white hat) la branca norvegese delle associazioni animaliste organizzano veri atti di guerriglia contro le persone o le aziende che maltrattano gli animali, i professori universitari vengono radiati per l’uso della marijuana. Insomma è una società molto vivace e per nulla statica. Interessante nei suoi intrecci tra il “sistema” (non è in parlamento che si decidono le cose) e i giovani ribelli che ad esso vogliono sfuggire.
Il quadro generale penso di averlo fatto, spero di non aver parlato troppo della trama, ma ho cercato di essere criptica il più possibile pur dandovi un’ idea della storia. Buona lettura.

Samuel Bjørk è lo pseudonimo di Frode Sander Øien, poliedrico artista norvegese. Autore di pièce teatrali, musicista e cantautore, ha tradotto alcune delle opere di Shakespeare. Vive a Oslo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

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:: Il porto delle anime, Lars Kepler (Longanesi, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 novembre 2015
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Jasmin Pascal-Anderson è un soldato svedese in stanza in Kosovo quando viene quasi uccisa. Al suo risveglio scopre che due dei suoi uomini, a differenza di lei, non ce l’hanno fatta, così presa dal senso di colpa e dal dolore decide di ritirarsi dall’esercito, fare la segretaria e dedicarsi a Dante, il figlio che ha avuto da Mark, un suo commilitone.
Un giorno, mentre è a scuola con il figlio, il padre di una delle compagne di scuole di Dante muore di infarto nei corridoi della scuola, Jasmin inizia subito a dire delle frasi folli nell’orecchio del morto incitandolo a dirigersi verso un terminale e non verso il porto cinese. I soccorritori la prendono per folle e viene così rinchiusa in un ospedale psichiatrico, dove la convincono che il fantomatico porto cinese è solo nella sua testa, un sogno fatto in stato di premorte, ma che non esiste davvero.
Jasmin se ne convince e così riesce a essere dimessa, ma il padre di Dante vuole usare questo fatto per portarle via il figlio e richiedere la custodia del figlio.
Un giorno mentre Jasmin, Dante e la madre di Jasmin si stanno recando dal giudice per la custodia di Dante rimangono vittime di un incidente stradale. La madre di Jasmin muore sul colpo, Jasmin invece si ritrova nuovamente in uno stato di premorte e si ritrova nuovamente nel porto cinese.
Mentre aiutata da Ting si sta dirigendo verso il terminal dove le anime ritornano in vita è spettatrice di un’azione efferata, degli uomini stanno uccidendo un vecchio per convincere la nipotina di sei anni a donare a loro il suo pass per il ritorno in vita.
Jasmin rimane terrorizzata dal fatto e quando ritorna in vita e scopre che Dante deve essere operato, ma che per farlo devono prima fermargli il cuore, va in panico e decide così di farsi aiutare dalla sorella per fermare anche il suo cuore e poter stare al fianco del figlio in quello strano regno mentre lo guiderà al terminal.
Inizia così una corsa contro il tempo per salvare la propria vita e quella di Dante.
Un romanzo avvincente, appassionante, a volte inquietante, pieno di suspance e colpi di scena.
Molto diverso dai soliti romanzi a cui ci ha abituato Kepler, molto più simile a quelli di Glenn Cooper, trasmette un senso di angoscia e di ansia al lettore che deve a sua volta correre nella lettura perché rapito dal ritmo frenetico della narrazione, come se solo finendo il libro possa tornare anche lui nel mondo reale.
Un capolavoro che non fa rimpiangere i personaggi che abbiamo conosciuto negli altri romanzi e ci avvicina a nuovi personaggi, nuovi mondi e nuove trame.

Lars Kepler è lo pseudonimo con cui si firmano i coniugi Alexander Ahndoril, nato nel 1967, e Alexandra Coelho Ahndoril, nata nel 1966. Entrambi scrittori nel 2009 decidono di provare ad affrontare un romanzo giallo a quattro mani, nasce così L’ipnotista. Per evitare di mescolare le loro carriere da singoli con questo nuovo progetto decidono di usare lo pseudonimo Lars Kepler. Da allora ottengono un grandissimo successo, L’ipnotista viene richiesto per una trasposizione cinematografica. Nel 2010 pubblicano L’esecutore, nel 2011 La testimone del fuoco, nel 2012 L’uomo della sabbia, nel 2014 Nella mente dell’ipnotista, tutti con il commissario di polizia Joona Linna e l’ipnotista Erik Maria Bark, per poi nel 2015 pubblicare Il porto delle anime che si scosta completamente da tutti gli altri, con una nuova protagonista Jasmin Pascal-Anderson.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio Stampa Longanesi.

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:: Punto di non ritorno, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2015
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Jack Reacher piace, e continua a piacere, romanzo dopo romanzo, anno dopo anno. Punto di non ritorno (Never Go Back, 2013), il nuovo romanzo tradotto in italiano in uscita domani 24 settembre, è ormai il diciottesimo libro della saga. L’America di Jack Reacher forse non è esattamente l’America da depliant turistico che la gente ha imparato a sognare, a idealizzare, ma tuttavia racchiude in germe ancora qualcosa di quel sogno di libertà, di sconfinata vastità, che è difficile vivere negli spazi ristretti delle metropoli (soprattutto europee).
Non che Reacher non soggiorni in città come Los Angeles, Washington (la città dove succede tutto, dove è concentrato il potere e tutti i mali ad esso legati) o New York, ma ci vive per periodi molto circoscritti, la maggior parte del tempo vaga per autostrade assolate o sferzate dalla pioggia, riposandosi in scalcinati motel di infima, o per lo meno dozzinale categoria, o facendo colazione in tavole calde dall’insegne che si confondono ormai l’una con l’altra, con le le torte (che sembrano di cartone) dietro le vetrinette impolverate.
Jack Reacher è per i grandi spazi, per gli orizzonti senza fine, e questo si trasmette anche nel suo spazio interiore, caratteristica insolita per un action hero, di solito tutto muscoli e poche sottigliezze psicologiche. Jack Reacher ha anche un suo mondo interiore, una sua etica da cavaliere errante, una certa dolcezza che si stempera nella vita dura che vive, senza certezze, punti fermi, sicurezze. Il suo fisico muscoloso (non fa diete, non fa pesi, è tutto naturale) ma imperfetto, segnato come una carta geografica da mille cicatrici, più che rappresentare una sorta di machismo di fondo (Jack Reacher non è di destra, Lee Child ci tiene a precisare), è una corazza che maschera una scontrosa solitudine. Più che affidarsi alle armi, usa i pugni, o i calci quando è costretto a combattere con le braccia “legate” dietro la schiena, come appunto accade in questo romanzo nell’episodio del confronto nel parcheggio del motel.
In punto di non ritorno Jack Reacher torna a casa, in Virginia, nel quartiere generale della 110° Unità della polizia militare, per conoscere Susan Turner, una donna maggiore che ora l’ha sostituito al comando e che ha sentito solo per telefono. Vuole invitarla a cena, e naturalmente ci riuscirà ma prima gliene succederanno di tutti i colori, come è naturale che sia per un personaggio come Reacher: sarà reintegrato, accusato di aver picchiato a morte un personaggio del suo passato, accusato di aver messo incinta una donna, che ora dovrebbe vivere in auto bisognosa d’aiuto, sarà arrestato, fuggirà dal carcere in modo rocambolesco in compagnia di Susan Turner, anche lei nei guai fino al collo per una questione che in un primo tempo sembra un traffico d’armi tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti, e poi si rivelerà tutt’altro.
Con sullo sfondo personaggi molto ricchi, potenti e pericolosi (dai nomi improbabili di Giulietta e Romeo). Insomma a Jack e a Susan toccherà correre, inseguiti da un capo all’altro degli Stati Uniti, aiutati dalle carte di credito e dai soldi che sottraggono ai cattivi che si imbattono in loro (il primo bancomat tra le montagne è piuttosto suggestivo), e da un sergente (i sergenti possono fare tutto) e due avvocatesse volenterose.
Insomma questo è lo scenario, una storia tosta tanto che il prossimo 19 ottobre inizieranno ufficialmente a New Orleans le riprese dell’omonimo film, il secondo ispirato alla figura di Jack Reacher, interpretato nuovamente da Tom Cruise. Un action thriller avventuroso si potrebbe definirlo, ma a parte botte e cazzotti, inseguimenti e ossa rotte, in questo episodio mi è piaciuto il malinconico confronto di Jack Reacher con la presunta paternità. Infondo si vede che diventare padre gli piacerebbe, ma forse si sente escluso da questa dimensione (mogli, figli e famiglia, legami), e si ritrova sempre solo a una fermata di autobus in attesa di un luogo che non conosce, e di una nuova avventura. Traduzione di Adria Tissoni.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher. Da La prova decisiva è stato tratto un film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. I suoi romanzi sono tutti pubblicati in Italia da Longanesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ufficio stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il ricercato, Lee Child (Longanesi, 2015) a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2015

il-ricercato-674x1024Ritrovare Jack Reacher è un po’ come ritrovare un vecchio amico, che invecchia, come invecchiamo noi, ma in fondo resta sempre lo stesso, e soprattutto è sempre rassicurante e sicuramente il tipo che si vorrebbe incontrare quando si è davvero nei guai. Perché Jack Reacher, ex poliziotto militare ora in giro per le strade d’America come un hobo votato al viaggio e all’avventura, non è di quelli che si voltano dall’altra parte quando c’è qualcuno bisognoso d’aiuto.
E Karen Delfuenso è davvero nei guai quando Reacher la incontra all’inizio di Il ricercato (A Wanted Man, 2012) diciassettesimo romanzo della serie di Jack Reacher, scritto da Lee Child, pubblicato in Italia da Longanesi e sempre tradotto dall’ instancabile sua traduttrice ufficiale, la milanese Adria Tissoni. Anche se non così nei guai come le apparenze farebbero pensare, ma certo l’aiuto di Reacher le fa comodo e caso vuole che proprio lui si trovi sul ciglio della strada a fare l’autostop, una notte in una desolata contea del Nebraska, quando sfreccia e si ferma l’auto su cui anche Karen è a bordo.
Assieme a lei altri due uomini, tutti con indosso un’ anonima camicia di denim. Reacher ormai disperava di trovare un passaggio, e il naso rotto mal curato certo non aiuta, quando sale a bordo deciso ad arrivare in Virginia. In un primo tempo scambia i tre per colleghi in viaggio di lavoro ma qualcosa non torna. Il comportamento della donna soprattutto lo mette sul chi vive e quando lei riesce a comunicare utilizzando ingegnosamente il solo sbattere delle palpebre, Reacher capisce che è stata rapita e che i due uomini a bordo sono armati.
Vari posti di blocco gli danno la conferma che i due uomini sono ricercati dalla polizia. Ma non solo: FBI, CIA, Dipartimento di stato, tutte le forze disponibili sono impegnate in una caccia all’uomo senza esclusioni di colpi, perché c’è in ballo qualcosa di grosso. E quando Reacher durante una sosta in una stazione di servizio riesce a comunicare con l’FBI dandogli almeno le sue coordinate, l’indagine di Julia Sorenson, che indaga sulla morte di un uomo in una stazione di pompaggio, obbiettivo sensibile perché via per le falde acquifere della zona, prende la giusta direzione.
Un romanzo on the road dunque per Jack Reacher, pieno di sorprese, e repentini cambi di prospettiva. Un lungo inseguimento per le interminabili ‘highways’ americane, o meglio un viaggio nel paesaggio americano stesso, fatto di stazioni di servizio sperdute nel più assoluto nulla, motel, drive il tutto visto dagli occhi di un inglese ormai americano a tutti gli effetti.
E poi c’è Jack Reacher, eroe solitario ma dal cuore d’oro, con il suo fascino sgualcito, e stropicciato come le camicie da poco prezzo che indossa, pronto a riprendere la sua strada senza meta, finita un’avventura, che non ostante passino gli anni non perde il suo smalto.
Non ci si annoia poi leggendo i romanzi di Lee Child, questo è certo, l’azione non manca, come le false piste, gli improvvisi colpi di scena, le persone che non sono quello che sembrano e nascondono la loro vera identità cambiando pelle come i serpenti fanno alla muta. Solo Reacher resta sempre quello che è, punto fermo in storie sempre diverse che ormai si adeguano ai tempi proiettando lo spettro del terrorismo, del pericolo nascosto in casa propria.
Ah, dimenticavo: sapete dire un’ intera frase senza dire la lettera “a”? Il trucco c’è ma non sarò certo io a svelarvelo, lascio fare a Reacher.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Adria Tissoni Laureata presso la Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste, Adria Tissoni si è inizialmente dedicata alla traduzione di testi medico-scientifici e all’insegnamento della lingua inglese a livello universitario.
Ormai da molti anni traduce narrativa contemporanea, in particolare thriller medici e d’azione, spaziando talvolta anche in altri generi quale quello storico. Tra gli autori da lei tradotti figurano James McBride, Tracy Letts, Lee Child, Tess Gerritsen e Mo Hayder.
Nata a Milano nel 1962, vive tra la sua città natale e le Dolomiti.

:: Uragano, Clive Cussler e Graham Brown, (Longanesi, 2013) a cura di Micol Borzatta

13 marzo 2015

7Oceano Indiano. Una squadra di ricercatori della NUMA sta raccogliendo alcuni campioni per indagare su alcune anomalie nella temperatura dell’acqua quando vengono attaccati da una strana chiazza scura e densa molto simile al petrolio, ma che come uno sciame di formiche rosse assassine avvolge il catamarano distruggendo e disintegrando l’equipaggio e bruciando l’imbarcazione.
I resti vengono trovati qualche giorno dopo alla deriva, insospettendo il direttore della NUMA, Dirk Pitt, che chiede immediatamente a Kurt Austin di indagare.
Le indagini li conducono prima su un’isola artificiale privata e poi in Yemen dove trovano una strana setta che vuole comandare il tempo atmosferico per poter comandare il mondo.
Romanzo avvincente non meno dei precedenti che racchiude tutte le abilità di Cussler.
Le descrizioni degli ambienti sono minuziose come siamo abituati dall’autore che oltre a trasportare il lettore in viaggi fantastici denota le enormi conoscenze di Clive Cussler.
I personaggi invece non sono descritti tutti così profondamente, infatti molti di essi hanno solo un nome e vengono definiti solo dalle loro azioni, ma a differenza di altri libri i personaggi di Cussler sono coerenti, ovvero i cattivi sono sempre e solo cattivi e i buoni sempre e solo buoni.
La trama sceglie una linea temporale lineare e liscia senza salti temporali.
Gli avvenimenti invece vengono narrati con ritmi diversi dando la sensazione di calma o di freneticità richiesti.
Il lessico usato è lo stesso che usa sempre Cussler, ovvero per niente tecnico e complicato, ma allo stesso tempo perfetto ed esauriente che cattura anche il lettore che non ha conoscenze specifiche.
I salti tra un’ambientazione e l’altra vengono fatti con il cambio di capitolo trasportando il lettore da un posto all’altro senza creargli confusione e tenendo ben separati i vari avvenimenti fino a quando la storia non richiede che si uniscano.
Molto avvincente che sa tenere il lettore legato anche nelle parti dove la narrazione è più lenta.

Clive Cussler nasce nel 1931 ad Aurora nell’Illinois, da madre americana e padre tedesco.
Interrotti gli studi a Pasadera si arruola nell’aviazione partecipando alla guerra di Corea, diventa sergente e lavora anche come meccanico e ingegnere aeronautico per il Military Air Transport Service.
Negli anni ’60, finito il militare, lavora nel settore pubblicitario come direttore creativo vincendo anche molti premi con le sue creazioni.
Nel 1978 fonda la National Underwater & Marine Agency (NUMA), una fondazione no profit specializzata nella localizzazione, identificazione e recupero dei relitti marini di rilevanza storica.
La sua carriera letteraria inizia nel 1965 mentre fa il turno di notte nel badare i figli essendo la moglie al lavoro in polizia.
Nel 1973 esordisce nella narrativa con Enigma, che anche se viene pubblicato per primo è in realtà il suo secondo romanzo.
Il primo, Vortice, viene pubblicato solo nel 1982.
Da allora fino a oggi ha pubblicato 57 romanzi, due dei quali sono avventure vere della sua vita.

:: La verità non basta, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2014

la-verità-non-bastaLa vita di Jack Reacher, personaggio iconico nato dalla penna del britannico Lee Child, si divide in un prima e un dopo. Nella vita prima del punto di svolta era un poliziotto militare, nella vita dopo un cane sciolto per le vie polverose d’America. Cosa successe tra questo prima e questo dopo ci viene raccontato in La verità non basta, (The Affair, 2011), sedicesimo episodio della saga, edito come sempre da Longanesi e tradotto dalla brava Adria Tissoni.
Che dire non ostante gli anni passino e le avventure si succedano ad avventure, il personaggio non perde di smalto né l’autore denota segni di affaticamento e questa è senz’altro una cosa singolare e un’ottima notizia per tutti i lettori che negli anni hanno seguito le avventure dell’ultimo eroe americano, Jack Reacher (non so voi ma io più che in Tom Cruise, lo vedrei bene interpretato da Max Martini, quello di The Unit).
Forse leggendo le avventure precedenti, molti lettori si sono chiesti cosa era potuto succedere per spingere un uomo come Reacher a lasciare l’esercito in un congedo forzato, e a dire il vero abbandonare tutto, per vagabondare tra autobus e autostop, in giro per l’America cacciandosi inevitabilmente in guai più grandi di lui, ma dai quali sempre elegantemente, (beh a volte non proprio elegantemente) si tira fuori. Innanzitutto il suo istinto investigativo, il suo addestramento militare, il suo senso di giustizia non sono scemati col tempo, ma qualcosa successe, qualcosa di grave che in un certo senso lo deluse, e forse uccise parte dei suoi ideali, senz’altro la certezza che le leggi militari non sempre coincidono perfettamente con la giustizia. E per Reacher giustizia e libertà sono valori insindacabili, più forti del senso di appartenenza a un corpo o a una comunità.
Nel marzo del 1997, nel cuore profondo del sud degli Stati Uniti, una sperduta cittadina del Mississippi di nome Carter Crossing, accanto a una ferrovia e a una base militare,  il nostro eroe si trovò tra i piedi un senatore degli Stati Uniti d’America e una scelta. Nessuno di noi dubita che fece la scelta giusta, per lo meno l’unica possibile, per salvare parte dei suoi ideali, parte di cosa l’esercito significava per lui, dando un calcio a compromessi, carriera, e insabbiamenti.
Perché è in realtà un insabbiamento quello che i suoi superiori vogliono da lui, quando lo spediscono sotto copertura a Carter Crossing ad indagare, o meglio a nascondere le prove di un delitto. Infatti la prima cosa che gli chiedono e di distruggere prove, (la targa di un’auto polverizzata da un treno in corsa) cosa che in un certo senso lo mette subito sul chi vive. Non è lì per trovare la verità, ma per parare il culo a qualcuno, qualcuno della base militare, probabilmente. O forse no, o forse tutte le prove, (si scopriranno altre morti, un po’ di qualche mese prima un po’ fresche fresche intorno al perimetro della base) portano dritto dritto verso una sua nuova conoscenza, Elisabeth Deveraux, sceriffo della sperduta cittadina, ex marine, e donna affascinante con la quale vive una breve relazione.
A parte la parte puramente investigativa, se vogliamo gialla, resta uno spaccato dell’America fine anni 90, pre 11 settembre, pre Obama, un America rurale, attraversata nella notte da treni ad alta velocità, fatta di cittadine intorno alle basi militari con i suoi spacci, i suoi ristoranti dove si serve cheesburger e torte di pesche oltre a litri di caffè, i suoi pub, con la sua povertà, i suoi cantieri abbandonati, i suoi boschi, le sue truppe di mercenari improvvisati, fatta di giovani che vedono nell’arruolarsi nell’esercito o nei marine, l’unica forma di riscatto, se non di mera sussistenza, di pregiudizi razziali, di faide scatenate da futili motivi (e Reacher se ne troverà proprio in mezzo a una).
Insomma è sempre un piacere leggere Lee Child, sempre un piacere ritrovare Jack Reacher al suo posto di eroe fuori dagli schemi, per alcuni versi eccezionale, per altri specchio di una normalità o per lo meno quotidianità con l’etica e la coscienza che dovrebbe essere di tutti. Che sia un inglese a parlarci così dell’America è singolare, ma forse chi meglio di un osservatore esterno può vedere cose che ad un americano potrebbero sfuggire, nascoste sullo sfondo monotono della realtà. Segnalo solo una manciata di refusi, non invasiva, ma senz’altro evitabile.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

:: Un passo di troppo, Lee Child, (Longanesi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2014

patropgrandeMaestro indiscusso dell’action thriller Lee Child, pseudonimo di James R. Grant, è un autore capace di imbastire trame, giocate quasi interamente sui dialoghi, che grazie al personaggio di Jack Reacher rimangono nell’immaginario comune. Così è anche questa volta con Un passo di troppo, (The Hard Way, 2006), decimo episodio della serie. Un buon thriller, scritto in terza persona, duro, veloce, pubblicato ormai qualche anno fa, (per la precisione nel 2006, in America per la Delacorte Press, ramo della Random House, e in Italia quest’anno per Longanesi e tradotto dall’ormai traduttrice storica di Child, Adria Tissoni), ma che non accusa il passare degli anni. Come il buon whiskey anzi il tempo lo migliora, e se anche l’ordine di pubblicazione in Italia non è stato cronologico, (ne ignoro i motivi, forse questioni di diritti) poco ne risente il lettore sempre felice di accompagnare Jack Reacher nei suoi vagabondaggi senza meta in giro per l’America.
Questa volta siamo a New York, Jack se ne sta per i fatti suoi a sorseggiare un caffè in un bicchierino di polistirolo in una di quelle tavole calde, immortalate da Edward Hopper (immagine tra l’altro ripresa dalla copertina americana). Fuori seduto ai tavolini in una piacevole notte estiva vede dall’altra parte della strada un uomo che si avvicina a una Mercedes e qualcosa scatta nella sua mente. Il suo spirito di osservazione registra un’anomalia, che sfuggirebbe a chiunque ma non a lui. E non si sbaglia. Il giorno seguente ritorna nello stesso bar e un uomo si avvicina al suo tavolo. Lavora per Edward Lane, proprietario di un’agenzia di contractor, e cerca testimoni.
L’uomo visto la sera prima da Reacher non era altro che un rapitore che andava a ritirare un riscatto. Infatti moglie e figliastra di Edward Lane sono apparentemente state rapite e la trattativa per il rilascio sembra andare per le lunghe. Sempre nuove richieste di soldi e la liberazione degli ostaggi sempre più lontana. Reacher è consapevole che i casi di rapimento quasi mai vanno a buon fine, ma quando Lane gli chiede aiuto, proponendogli di assumerlo e promettendogli un milione di dollari, accetta. Il suo senso del dovere e della giustizia supera l’antipatia che prova per l’uomo che senza dubbio nasconde qualcosa. E di cose poco chiare su Edward Lane Reacher ne scoprirà parecchie. Aiutato da un’ex agente del FBI, che dirigeva il caso del rapimento della moglie precedente di Lane, ora diventata investigatore privato, arriverà alla verità, in un finale alla Jack Reacher naturalmente.
Dunque è la storia di un rapimento, tipica di molti plot giocati sulla suspense, (la domanda che ci accompagnerà fino alla fine è: riuscirà il protagonista a salvare madre e figlia?) ma caratterizzata dallo stile inconfondibile di Child che alterna azione pura, alla Robert Crais per intenderci, (altro autore che, per chi piace il genere, è sempre una conferma), a un ottimo ritratto di luoghi e personaggi, anche i minori, su cui naturalmente spicca Jack Reacher di cui finalmente abbiamo un ritratto fisico: alto, massiccio, capelli corti biondi, occhi azzurri, aria un po’ sgualcita di chi ama fare a botte. Questa volta coinvolto, per caso, in un rapimento anomalo, se vogliamo.
Naturalmente il nostro eroe non se ne può stare con le mani in mano quando c’è una donna e una bambina in pericolo, e a suo modo farà di tutto per salvarle, anche se significa mettersi nei guai e avere a che fare con ex militari, rapitori, poliziotti, insomma gente pericolosa, armata fino ai denti e che conosce la violenza. Lee Child comunque non si smentisce e imbastisce un thriller adrenalinico, serrato, in cui lo scorrere del tempo accresce la tensione verso un finale spiazzante, (anche se naturalmente che un certo personaggio fosse un bastardo è un sospetto che viene già dalla sua prima apparizione). Quindi dimenticate la noia e i tempi morti, Lee Child in questo campo è il migliore. Unico punto debole, è che i suoi romanzi si leggono troppo in fretta e subito sono già finiti.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro Zona pericolosa è stato salutato da un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dal suo autore come «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Da La prova decisiva è stato tratto il film con Tom Cruise nei panni di Jack Reacher. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998. www.leechild.com  Sito ufficiale (in inglese)

:: Recensione di I confini del nulla di Carsten Stroud (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2013

confini nullaEccoci di nuovo a Niceville, ridente e solare (quanto le apparenze ingannano…) cittadina del Sud degli Stati Uniti, simile per certi versi a tante cittadine di provincia che hanno popolato i racconti sulfurei di Stephen King o i film malsani e onirici di David Lynch. Si sa la linda e irreprensibile provincia americana nasconde mostri e a Niceville sicuramente non mancano. A Niceville alberga il Male, entità ben poco filosofica e capace di entrare nella vita delle persone con le più funeste conseguenze.
Abbiamo conosciuto Niceville e i suoi personaggi nell’omonimo romanzo che da l’avvio alla trilogia thriller – horror di Carsten Stroud ed ora ne I confini del nulla, (The Homecoming, 2013) secondo episodio della medesima, sempre edito da Longanesi e tradotto da  Michele Fiume, veniamo a conoscenza di sempre nuovi dettagli di questo puzzle in cui soprannaturale e trama poliziesca si intrecciano con bizzarre e insolite conseguenze. La paura serpeggia sinistra, o meglio più che paura la potrei definire inquietudine, non che poi sia infatti un horror esplicito, molti romanzi di Stephen King mi hanno messo molta più paura, tuttavia anche la trilogia di Stroud non scherza, e se lo leggete di notte, attenti alle ombre e agli scricchiolii.
Dunque cercherò di non perdere il filo della trama, pericolo piuttosto insidioso dato il modo piuttosto ellittico di raccontare di Stroud. Innanzitutto è bene avere fresco in mente il romanzo precedente, e per chi l’avesse letto l’anno scorso, è bene fare un piccolo ripasso giusto per fare il punto della situazione. (Vi consiglio la lettura della mia recensione di Niceville.) Comunque l’autore fa espliciti rimandi svelando parti del romanzo precedente quindi sarebbe imperdonabile non tenerne conto.
I confini del nulla riprende esattamente dove Niceville finiva: uno stormo di corvi vola in formazione contro un aereo e lo fa precipitare in un campo da golf. Eviterò di dirvi chi c’era a bordo e cosa stava trasportando, limitandomi a dirvi che il soprannaturale non è estraneo a questo incidente. Due poi sono le sottotrame principali  che si dipanano parallele: le conseguenze della rapina in banca finita nel sangue che aveva visto protagonisti Charlie Danziger, Cocker, e Merle Zane, a cui si collega la fuga rocambolesca di Byron Deitz, deciso a uccidere i veri responsabili e prendersi il bottino, (se non fosse che un misterioso killer a pagamento lo segue passo passo) e gli avvenimenti legati al piccolo Rainey Teague, (il ragazzino scomparso nel romanzo precedente e ritrovato in una cripta), ora affidato a Nick Kavanaugh e Kate Walker.
Allora non dirò troppo per non rovinare i momenti di suspense e imprevisto, (ce ne sono meno che nel capitolo precedente) tuttavia vi basti sapere che Cocker sarà un osso duro e sarà difficile da tenere a bada, Merle Zane conserva i suoi segreti mettendo a  dura prova il senso della realtà di Nick Kavanaugh, e tra sogni, allucinazioni, specchi come porte di mondi sconosciuti, fantasmi che avvertono di pericoli, ragazzini che parlano tra loro linguaggi sconosciuti, non c’è di che annoiarsi.
Tutto ciò che rimane in sospeso, troverà “forse” spiegazione nell’ultimo capitolo della trilogia probabilmente incentrato sul personaggio di Rainey Teague. Qualche ipotesi sulla piega che potrebbero prendere i fatti me la sono fatta, anche se Stroud ha l’abilità di spiazzare con un certo anarchico gusto per l’assurdo e il bizzarro. Ma ho la sensazione che qualcosa continuerà sempre a sfuggirci, e forse è proprio questo il fascino di questa serie. Meno adrenalinico del primo, ma sicuramente un bel romanzo. Divertente, ironico, scritto e tradotto con originalità e un pizzico di sovversiva oscurità.

Carsten Stroud, uno scrittore bestseller in cima alle classifiche del New York Times e vincitore di numerosi premi letterari. Nato nel 1946 in Germania da madre tedesca e padre canadese, vive a Toronto. Prima di diventare un autore best seller internazionale è stato cronista di nera in un piccolo giornale della California e poliziotto nella squadra omicidi di New York.