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:: Intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

1 febbraio 2010
Enrico
Ciao Enrico e benvenuto su Liberidiscrivere. Come tradizione inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, anche fisicamente. I tuoi studi, i tuoi interessi, difetti e pregi.
Era un uomo piuttosto alto, corpulento, dava l’idea di aver fatto della ginnastica in gioventù ma di aver tirato i remi in barca da parecchio tempo. Nonostante l’età non più giovane, i capelli ancora del colore originale e le iridi chiare gli davano un’aria scanzonata e attraente, appena affaticata da un paio di borse sotto gli occhi. «Se i miei vecchi non mi avessero mandato allo scientifico» ha detto sollevando appena le spalle, «forse sarei diventato un grand’uomo. Invece, in vita mia non ho mai preso una sufficienza in matematica.» Ha ridacchiato mostrando una chiostra di denti piuttosto regolari e nemmeno tanto gialli. «È per questo che ho lasciato Architettura, non volevo che a qualche deficiente crollasse in testa una casa progettata da me.» Ha messo su un disco dei Led Zeppelin che stonava piuttosto con l’arredamento sobrio ma disordinato della sua casa, con i quadri moderni, le grandi fotografie e tutti quei libri il cui peso, prima o poi, avrebbe fatto passare l’appartamento al piano di sotto. «Mi hanno sempre dato molto, i Led Zeppelin» ha detto battendo il tempo di Misty mountain hop con la punta del piede, «Quando scrivo ascolto quasi sempre loro, oppure Brassens, a volte Aimee Mann. Ce ne sono tanti che mi piacciono, la musica mi ha sempre ispirato.» Una grossa pistola semi automatica era smontata sul tavolino accanto alla poltrona, contornata da stracci spazzolini cilindrici e olio lubrificante. Gli piacevano le armi, questo era fuor di dubbio. Del resto, dato il suo mestiere, la cosa non mi sorprendeva più di tanto. Ha preso la canna tra le dita e le ha dato due colpetti di spazzolino guardandola poi contro luce  davanti al vetro della finestra.«Non ho più voglia di fare niente» ha brontolato rimettendo l’oggetto al suo posto, «l’indolenza è il mio peggior difetto. Con l’avanzare dell’età il mio solo desiderio è quello di scappare.» Si è seduto pesantemente in poltrona. «Mi rimane solo la curiosità» ha detto con un sorriso tranquillo, «di quella ne ho ancora tanta, immagino che non si esaurirà  mai. E mi piace la gente, sorprendentemente sono ancora attratto dai miei simili.» Accanto alla porta era appesa una foto di Parigi, un lungo Senna trafficato e pieno di gente. La luce era quella del pomeriggio inoltrato, l’acqua del fiume ribolliva di riflessi. Me lo sono immaginato sul quai, davanti alla Prefettura di Polizia, immobile, le mani in tasca e lo sguardo perso su quella città che amava da morire. Sicuramente intento a pensare qualche altra cretinata da far fare ai suoi italiens.

Torinese di adozione o la torinesitudine fa parte del tuo dna? Parlami un po’ della tua Torino, ambientazione assai frequente per storie con sfumature noir. Hai in progetto di ambientarci qualche tuo libro?

Torino è una città molto bella e molto stanca. Ma allo stesso tempo molto viva, anche se pare sia una delle due più inquinate d’Italia. Io Mi ci trovo bene, ci sono nato e vissuto a parte qualche breve periodo a Milano che, invece, non mi attrae affatto. Torino ha parecchie affinità con Parigi, c’è il fiume, ci sono i palazzi, i monumenti e una certa luce. C’è troppo traffico, quello sì, troppe auto a tutte le ore del giorno e della notte. Io uso spesso la bicicletta ma questo mi serve solo a respirare un mucchio di schifezze. Non ho ambientato il mio romanzo a Torino perchè avevo bisogno di una città nella quale la politica vi si svolgesse a livello nazionale. Roma è bella ma la conosco poco, Parigi, invece la conosco come le mie tasche, così sono nati les italiens. Il romanzo che sto scrivendo, una terza storia del commissario e dei suoi colleghi, inizia a Parigi e finirà a Torino. Mi diverte l’idea di vederla con gli occhi di una persona che non la conosce per niente.

In un certo senso Torino  e Parigi si somigliano, parlami della tua Parigi.

Parigi è senza dubbio un personaggio dei miei romanzi, dico “miei” perchè un secondo uscirà a breve in libreria. È un personaggio bellissimo e discreto, che appare e scompare senza bisogno di protagonismo. Quando sono a Parigi la giro in lungo e in largo, cerco posti e ambientazioni, aiutato anche da certi amici che abitano lì. A volte sono io a cercare i luoghi che ho in mente, altre volte sono loro che trovano me suggerendomi storie e avvenimenti. Parigi è molto più grande di Torino, più vasta e complessa. Pur essendole affine man mano che la si attraversa muta aspetto molto più frequentemente. È una gran bella bestia.

Lavori come grafico pubblicitario, un lavoro creativo, raccontami cosa ami di più in questo settore.

In realtà  il mio mestiere è il grafico editoriale, la pubblicità  è un’altra cosa. La grafica ha a che vedere con la parola scritta, con i colori, con le figure e ha l’odore  della carta stampata di fresco, un profumo inconfondibile. Era un bel mestiere, una volta. Adesso è diventato una specie di catena di montaggio dove la sola cosa importante è che il prezzo sia basso. Non si ha più il tempo di pensare, di ragionare sulle cose. L’imperativo è “dev’essere fatto per ieri”. La grafica è stata spogliata della sua parte più  importante, quella del pensiero, che era fatta di ricerca, di tentativi, di ripensamenti. Queste cose non te le puoi più permettere oggi. Ho anche lavorato tanto tempo in un quotidiano, e questa è stata una grande esperienza che mi ha lasciato molte cose, volti, caratteri e situazioni.

Definiscimi il noir.

Il buio. Un movimento, uno sparo, un rivolo di sangue che attraversa la lama di luce. Lo scalpiccio frenetico di una fuga, la città che scorre e lo sguardo improvviso di una bella donna. Il sapore delle sue labbra, la morbidezza del suo seno. Una violenza improvvisa, un inseguimento e un boccone amaro da inghiottire. Nel finale, un domani incerto.

Da lettore hai apprezzato autori come Izzo, Quadruppani, Simenon, Manchette, e il polar francese?

Non li ho solo apprezzati, li ho anche molto invidiati per quella facilità  di scrivere che compare, vera o finta che sia, dai loro romanzi. Vorrei avere io le idee che molti di loro hanno avuto e sulle quali hanno costruito storie meravigliose. Una per tutte. Principessa di sangue di Manchette, la sua straordinaria e poetica incompiuta che nel momento stesso in cui si interrompe ti lascia in bocca il sapore amaro tipico del noir. Mi piacciono le differenze stilistiche, le trovo molto stimolanti. Questi autori hanno scritto storie memorabili facendo letteratura di altissimo livello.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Sembrerà  assurdo, ma i romanzi che per la prima volta mi hanno fatto venire voglia di scrivere sono quelli del commissario San-Antonio, d
i Frédéric Dard. Avventure esilaranti, senza capo né coda assieme ai suoi sottoposti Berurier e Pinuche. Da allora parlo addirittura come loro. Poi il grande sentimentalismo di Philip Marlowe, che ti rimane attaccato alle dita e non te ne puoi più liberare, neppure nel comportamento di tutti i giorni. E senz’altro la volenza del buon Polar di annata, l’ironico surrealismo di Japrisot, la calma riflessiva di Maigret, la violenza vsionaria di Manchette e il grande humour degli scrittori anglosassoni contemporanei. Negli italiani trovo che manchino un po’ l’umorismo e l’ironia, c’è troppa serietà, molta tristezza. Nonostante l’altissima qualità della scrittura, non ci si diverte molto. Capisco che in questo paese ci sia poco da ridere, ma qualche risata ogni tanto fa proprio bene.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho appena cominciato Su nella stanza di Honey di Elmore Leonard. Tanto per cambiare è molto divertente, una storia un po’ noir un po’ di spionaggio che si svolge verso la fine della seconda guerra mondiale. Credo che Elmore potrebbe tenenrti incollato alle pagine descrivendo semplicemente ciò che fanno due vecchiette al mercato. Uno scrittore coi fiocchi.

Ti piacerebbe fare lo scrittore a tempo pieno?

Diciamo che è il mio sogno. Alla mia età, uno dei pochi che mi sono rimasti.

“Les italiens” è il tuo romanzo d’esordio vuoi parlarcene?

Les italiens è la storia di una fuga, due persone costrette a scappare perchè  qualcuno le vuole uccidere. Sono un commissario della brigata criminale disilluso e scanzonato e una giovane pittrice transessuale, bella e fascinosa, di 24 anni. È la storia del loro rapporto forzato e conflittuale, un rapporto che nei tre giorni violenti della loro fuga sanguinosa muterà trasformandosi prima in amicizia e poi in affetto. Sullo sfondo l’intolleranza, il razzismo, la sopraffazione, il fascismo e l’ignoranza, cose che camminano sempre a braccetto. La loro storia cambierà radicalmente la visione che hanno l’uno dell’altra rimettendo in discussione il loro mondo e le loro convinzioni. È un libro, credo, che professa la tolleranza e l’altruismo. In pratica, prima di giudicare un’altra persona, parla con lei.

Hai fatto fatica a trovare un editore? Come è  stato il tuo percorso verso la pubblicazione?

Finito il romanzo, sentivo di aver scritto una cosa migliore del solito, è come un formicolio sulla pelle. I personaggi mi piacevano e rileggendolo ridevo da solo di ciò che avevo scritto. Mi sembravano sintomi interessanti, così una sera ne ho parlato a una amica editrice. Lei lo ha letto e mi ha detto di darmi da fare perchè me lo avrebbero certamente pubblicato. Anche mio fratello lo ha letto e mi ha chiesto se ero diventato cretino a chiudere una storia del genere con un finale buonista. Così l’ho riscritto rendendola più amara e reale. Lo devo proprio ringraziare perchè questo ha cambiato radicalmente lo spirito del romanzo, migliorandolo molto. Alla fine c’è stata la prova paterna. È piaciuto anche a mio padre (i padri non perdono occasione per mortificare i figli) e questo mi ha fatto sentire pronto. L’ho spedito in giro a qualche editore, Einaudi, Feltrinelli e altri. Con il padrone di Instar Libri ci si incontrava sotto casa portando giù il cane a pisciare la notte. Una sera ho detto che avevo scritto un romanzo e gli ho chiesto se aveva voglia di leggerlo. Lui mi ha detto di si. Tre mesi dopo mi telefonava dicendomi che avevano deciso di fare una nuova collana e che cominciavano con il mio. È stato il giorno più bello della mia vita (mia moglie non me ne vorrà, anche il matrimonio non era male), un giorno che non dimenticherò mai.

Ho letto critiche entusiastiche da parte dei lettori, sei stato accostato ai grandi del noir, che effetto ti fa?

Mi fa un piacere immenso e allo stesso tempo mi sorprende. Sono un insicuro e quindi quando faccio qualcosa di bello e me lo dicono arrossisco. Però è bellissimo sapere che qualcuno ha letto la tua storia e che gli è piaciuta e ne parla. È una sensazione fantastica. Un signore che non conoscevo mi ha scritto un giorno una mail per farmi i complimenti. Aveva appena finito il mio romanzo in aeroporto aspettando il suo volo. Mi ha detto che rideva da solo e che tutti lo guardavano. Ho goduto come un riccio. Qualche giorno fa, mi ha scritto una persona importante, che io stimo molto come scrittore e sceneggiatore e mi ha fatto un bel complimento. È stata una grande mattina.

Ti piacciono le detestive story americane degli anni 30’?

Le ho lette e rilette in italiano e in inglese. L’hard-boiled è il seme meraviglioso dal quale è nata tutta la letteratura poliziesca moderna. Ne è fiorita una pianta dalle mille ramificazioni che alla fine è arrivata fino a me. Credo ci sia molto di quei detective nei miei personaggi, soprattutto l’umanità disincantata.

Chandler o Hammett?

Il sentimentalismo di Chandler e la scanzonata violenza di Hammet. Come fare a meno di una delle due?

Ti piacciono i fumetti? Quali sono i tuoi preferiti? Ti piacerebbe trasformare Les Italiens in un fumetto?

I fumetti sono stati l’inizio della mia carriera, i miei primi racconti. Ho pubblicato sul Mago le mie storie poliziesche e su Orient Express la fantascienza. Mi divertivo molto, ma facevo fatica. Il disegno non mi veniva fuori liscio come la scrittura, tendevo a scopiazzare i grandi senza riuscire a trovare la mia strada. Così ho abbandonato l’idea, anche se alla fine ho semplicemente tolto le vignette continuando a raccontare le mie storie. Mi piacciono molto i fumetti francesi e belgi, Tintin, ovviamente, e tutta la scuola di Hergé. Mi sbalordiscono autori come Moebius, Bilal, Tardi eccetera. Leggevo volentieri Corto Maltese e le storie di Giardino. Il mio preferito, comunque, rimane “The Spirit” di Will Eisner. Per quanto riguarda Les italiens sto lavorando con un amico fumettista a una versione comics delle mie storie, una “graphic novel” come si dice oggi. Se son rose fioriranno.

Hai mai letto Derek Raymond? Ti ha influenzato in qualche modo?

Ho letto un libro di Raymond comprato all’aeroporto di Atlanta prima di prendere l’aereo per tornare a Torino. Non ne ricordo il titolo (My name is Dora Suarez?), ma parlava di un detective che indaga sull’omicidio brutale di una prostituta e su una serie di delitti terribilmente efferati. Forse la violenza nei suoi libri e la descrizione minuziosa e rivoltante di alcuni crimini trascende il limite che io mi sono imposto di rispettare parlando delle stesse cose. In Raymond mi è piaciuta però l’ossessione di certi personaggi e i dialoghi molto ben riusciti. Come tutti i libri di genere che leggo, sicuramente mi ha lasciato qualcosa attaccato alle dita. Con la violenza ho capito che non bisogna superare il limite del gratuito, a meno che non si voglia sconvolgere il lettore. Nonostante questo, qualche lamentela l’ho avuta lo stesso…

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

La mia esperienza non è così vasta da poter dare
grandi consigli, ma penso che la cosa più importante, una volta finito un romanzo, sia quella di trovare delle persone, amici o parenti, di cui ci si fida e che sappiano dirti se la storia funziona, se è ben scritta e se scorre. Persone che sappiano soprattutto dirti se nel romanzo ci sono delle incongruenze, cosa che capita spesso. Dico persone di cui ci si fidi perché a loro si deve dare retta, avendo il coraggio (ce ne vuole parecchio) di rimettere le mani sulla propria creatura per cambiarla, se del caso, e spesso togliere pezzi che magari a noi sembravano funzionare. Io non finirò mai di ringraziare coloro che lo hanno fatto con me. Poi, una volta pronti, lo si spedisce agli editori. A quel punto, chi ha conoscenze nel settore, tipo qualcuno che possa garantire la lettura del manoscritto, trovo faccia bene a usarle. Credo ci voglia anche un po’ di fortuna.

Trovato un editore la promozione di un libro è la parte più  complessa. Tu provenendo dal mondo della pubblicità, che soluzioni proporresti?

Un libro, alla fine, è un oggetto come tutti gli altri, lo comprano i lettori appassionati, ma anche coloro che seguono le mode e comprano quello che “devono” comprare. Più un libro viene pubblicizzato, più vende, che sia bello o mediocre non ha importanza. Penso sia tutta una questione di potenza di fuoco da parte dell’editore. Si dice che sia tutto pilotato, che gli spazi in libreria siano a pagamento, che i premi letterari si decidano a tavolino. Io non so se sia così e non mi interessa, vorrei che la gente leggesse il mio libro perchè altri ne hanno parlato bene. Le trasmissioni televisive sarebbero un gran bel trampolino di lancio, ma sono solitamente appannaggio di autori già affermati e conosciuti. Se dipendesse da me, sui giornali e in televisione darei più spazio agli autori emergenti, li farei parlare, li inviterei alle trasmissioni. Trovo che sarebbe molto interessante sentire cos’hanno da dire. Giocherei pulito, insomma. Invece, se non sei in classifica, al grande pubblico non ci puoi arrivare. Del resto, business is business, da li non si scappa.

Raccontami un episodio insolito o curioso che ti è successo durante la presentazione del tuo libro.

Il mio libro è uscito nell’aprile del 2009, in autunno c’è stato il caso Marrazzo e questo ha fatto si che, alle presentazioni del romanzo, la curiosità del pubblico riguardo alle persone transessuali è aumentata parecchio. Se ne parla sempre molto, così mi sono dovuto informare bene sulla materia. Una volta, a metà di una presentazione, si stava parlando delle armi e del loro effetto sulle persone, un sottufficiale della Guardia di Finanza mi ha portato via la parola e si è messo a raccontare cosa succede e non succede durante una sparatoria. La cosa incredibile è che parlava per esperienza personale, quindi era piuttosto agghiacciante. Qualche signora è rimasta impressionata. È stato divertente e interessante.

Quale è la scelta più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera?

Probabilmente smettere di scrivere e disegnare fumetti. Mi piaceva moltissimo ma sentivo di non essere all’altezza, ho capito che non ce l’avrei mai fatta.

Ci sono progetti di trasposizioni cinematografiche de “Les italiens”? Ti piacerebbe magari una coproduzione italo-francese? Che attore vedresti bene nella parte del protagonista? Magari qualche produttore cinematografico passasse di qui, cosa gli diresti?

Non esiste attualmente alcun progetto. Un amico regista ama molto il romanzo e sta provando a vedere se si riesce a combinare qualcosa.  Io sono terribilmente critico con il cinema italiano, perchè secondo me il cinema è prima di tutto recitazione e in Italia non c’è nessuno che sappia veramente recitare. Ci si sforzano, ci provano, ma, secondo me, recitare è un’altra cosa. Generalmente gli attori e le attrici italiane sanno a malapena interpretare sé stessi. Certo, una coproduzione italo-francese sarebbe molto interessante perchè  vorrebbe dire Parigi. E Parigi è  essenziale per les italiens. Nei panni del mio personaggio vedrei un’attore con la bella indolenza di Mastroianni mescolata alla fascinosa e sbruffona bruttezza di Vincent Cassel. A un produttore direi che sono convinto che Les italiens sarebbe un gran bel film, con tutti gli ingredienti per una storia appassionante. Gli direi anche che nella parte di Moët vorrei una vera transessuale, giovane e bella e non la solita attrice che finge di esserlo.

Hai un agente letterario? Hai mai pensato di cercarne uno?

Non ho un agente e qualcuno mi ha detto che lo dovrei avere. Non lo so, mi trovo bene con le persone di Instar Libri e mi fido di loro nel senso più ampio del termine. Soprattutto delle loro opinioni. Sono un esordiente attempato, e la mia storia letteraria è ancora tutta da scrivere.

Ti sei affidato ad un’agenzia letteraria per l’editing del tuo romanzo?

L’editing del mio romanzo è stato fatto all’interno della casa editrice. Hanno fatto un gran lavoro. All’inizio veder cambiare certe cose mi seccava, ma rileggendo mi sono reso conto che avevano ragione. L’editing ben fatto è importantissimo. So di editori che non lo curano affatto, mi è capitato di leggere i loro libri e di sentirne tanto la mancanza. Dell’editing, non dei libri.

Hai un blog, cosa pensi del rapporto internet – letteratura?

Ho aperto un blog, lesitaliens.wordpress.com, che cerco di tenere aggiornato il più possibile  compatibilmente con il tempo che ho a disposizione. Credo che Internet sia un grande strumento di diffusione e di contatti, ma non lo fa da solo. Bisogna stargli dietro, essere interessanti e divertenti e parlare con gli altri. Altrimenti non si muove. D’altra parte, per uno scrittore, Internet è una fonte illimitata di informazioni e di idee. Per la letteratura, poi, è un paradiso, una specie di immensa libreria dove puoi trovare non solo i libri che cerchi, ma anche le informazioni sugli autori, le interviste e le critiche più disparate. È molto, molto stimolante.

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Con alcuni di loro ho rapporti molto stretti, parlo delle cose che scrivo, accetto i consigli e ne discuto. Con molti altri ho un rapporto quasi quotidiano sul web. Cerco di rispondere a tutti quelli che mi scrivono parlando degli argomenti che mi propongono e rispondendo alle domande che mi fanno. Non lo faccio per cortesia, lo faccio perchè mi piace, perchè alla fine uno scrittore scrive per i suoi lettori e la cosa che mi interessa di più è parlare con loro del mio lavoro. Capita che alla fine di una presentazione i presenti facciano poche domande; in quel caso provo una sorta di delusione. La scrittura dovrebbe sempre scatenare una discussione.

Hai amici scrittori? Li frequenti?

Essendo un esordiente sto cominciando adesso a conoscere altri scrittori. E un altro dei lati affascinanti di questo mestiere, lo scambio con persone che hanno cose interessanti da dire, con i quali è divertente scambiare idee, progetti e opinioni. Vorrei avere più tempo per frequentare saloni, incontri e presentazioni in giro per il mondo.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Il prossimo romanzo si intitola “Troppo piombo” e uscirà a fine marzo. È una storia invernale, cupa e senza speranza, una piccola palla di neve che rotolando diventa velocemente una valanga. Giornaliste assassinate, moda, violenza, un’indagine molto drammatica per i miei poliziotti. Sullo sfondo una Parigi gelida investita da una nevicata opprimente che ricopre tutto senza riuscire a nascondere il marcio nel quale i flic della Crim dovranno scavare per trovare la soluzione. Mentre Les italiens era una fuga, Troppo piombo è una vera inchiesta, c’è un assassino, ci sono delle vittime e la squadra dovrà indagare. E ci sarà una novità. Il commissario, che nel primo romanzo non aveva nome, finalmente ne ha trovato uno: Jean-Pierre Mordenti.

:: Intervista con Karin Slaughter a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2010

Karin SlaughterKarin grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Siete voi i benvenuti. Grazie per aver pensato a me. Quanto alla tua domanda: quando ero al college ho studiato la poesia del Rinascimento, ma ho abbandonato due classi  prima della laurea, perché avevo aperto una mia azienda e volevo concentrare la mia attenzione sugli affari. Sebbene, mi  fosse stato detto dal mio advisor che  avrei potuto frequentare due corsi di matematica mi è sembrata una scelta migliore lasciare piuttosto che cercare di fare trigonometria!

Perché sei diventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Ho scritto la mia prima storia quando avevo sei anni. L’ho illustrata da me, ho  persino modellato il libro con una vecchia scatola di detersivo per lavatrici. Mi sono messa nei guai perchè ho utilizzato le forbici, ma credo che mio padre ora finalmente mi abbia perdonato. Mentre ho sempre voluto essere una scrittrice, non ho mai pensato che sarei stata in grado di guadagnarmi da vivere con la scrittura, così è stato qualcosa che ho tenuto per me. A partire dall’età di diciotto anni, da quando ho finito  il liceo, ho lavorato cercando di migliorare il mio modo di scrivere e ho cercato di ottenere un agente incaricato di rappresentarmi (negli Stati Uniti, devi avere un agente se vuoi  ottenere un contratto editoriale con i grandi editori ). Quindi, ci sono voluti circa otto anni, ma finalmente sono riuscita ad avere un agente che credesse nel mio lavoro.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata.

Sono un’ americana del sud, così naturalmente amo Via col vento di Margaret Mitchell. Il film è meraviglioso, ma nulla può eguagliare il libro. C’è una ragione la Mitchell ha vinto il Premio Pulitzer per la letteratura con questo romanzo. E ‘una storia incredibilmente avvincente, ed è uno dei libri più tradotti nella storia dell’editoria. Ho anche amato leggere i racconti di Flannery O’Connor. Per me è stata una rivelazione leggere gli scritti di una donna che parlava di violenza da un punto di vista morale. Lei è stata un’ abile narratrice, e credo che stia rapidamente diventando un’arte perduta. Mi è piaciuto anche leggere F. Scott Fitzgerald e Harper Lee. Sin da giovanissima mi ha sempre affascinato  la  differenza di classe e  come la nascita può incidere su di noi.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro scritto è stato un racconto intitolato “If Cats Had Thumbs”, che non vedrà mai la luce. E ‘stato il mio primo tentativo di scrivere qualcosa di più di un racconto. Il mio primo lavoro che è stato pubblicato si intitolava “Blindsighted”. Questo è stato anche il primo thriller che ho scritto. Io amo l’azione veloce e cerco di raccontare una storia  analizzando i personaggi e la società attraverso la violenza. Per quanto riguarda la mia strada per la pubblicazione, penso di averti  già risposto in precedenza. Ho lavorato  molto cercando l’ agente giusto. Ho anche lavorato sulla mia scrittura, cosa che credo che la gente che non è ancora riuscita a farsi pubblicare  tende a dimenticare che deve fare. Se avessi ri-presentato più e più volte le stesse storie che ho scritto quando avevo diciotto anni, non credo che nessun agente avrebbe mai seriamente guardato il mio lavoro. Quando si cresce e si matura cambiano le nostre opinioni sulla vita, le nostre situazioni, le  nostre esperienze, tutto cambia. Il nostro lavoro dovrebbe riflettere tutto questo. Non potrei mai scrivere Blindsighted di nuovo perché non sarò mai più la stessa di allora.

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Penso che dipenda dall’autore. A volte le donne che creano personaggi femminili tendono a renderli quasi  delle superdonne, in modo che nulla le tocchi. In altri casi subiscono tali maltrattamenti  che  le rendono personaggi completamente sgradevoli. Denise Mina e Mo Hayder scrivono spesso di donne molto complesse, a volte antipatiche, ma sempre eroiche. E non solo le donne possono fare questo. Peter Robinson scrive storie meravigliose sulle donne. Mark Billingham ha recentemente creato una splendida figura femminile. Nei miei romanzi, mi assicuro che le donne non siano mai salvate dagli uomini. Sono sempre abbastanza forti  da salvare se stesse. In uno o due casi, sono addirittura le donne che salvano gli uomini. Penso che anche importante considerare il rovescio della  tua domanda , perché nei miei libri, non sempre gli uomini  sono cattivi. Uno dei più orribili e brutali personaggi di cui io abbia mai scritto era una donna. Per me, che è stata una grande sfida, e per molti versi una svolta facile, perché le persone ritengono automaticamente che le donne  siano buone o almeno cerchino di essere buone. La verità è che alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi da donne. Possiamo essere abbastanza cattive quando lo vogliamo.

Sei femminista?

Sfacciatamente! Credo che qualsiasi donna che dica di non essere femminista, non sa bene  che cosa è una femminista. Spesso la parola è tutt’uno con l’odio per l’uomo, che è un utile strumento per mettere le donne una contro l’altra. Le femministe amano gli uomini. Sono sposate con uomini. Hanno figli, hanno padri, hanno amici che sono uomini. Il femminismo ha un obiettivo semplice: la parità  tra  uomini e donne. Questo è un obiettivo che tutti gli uomini, che dopo tutto sono nati da una donna, tendono a sposare donne e spesso  hanno figlie, dovrebbero  sostenere.

Quali sono le tue scrittrici preferite, europee o americane?

Karin Fossum, Liza Marklund, Mo Hayder, Denise Mina, Tess Gerritsen, Kate White, Kathy Reichs, Lisa Gardner, Sara Paretsky … La lista potrebbe continuare.

Lin Anderson è una tua grande fan. Conosci i suoi libri?

Mi dispiace dover dire di no. Se è tradotta in inglese, mi piacerebbe leggere i suoi libri. Negli Stati Uniti, si pubblicano oltre 200.000 libri l’anno, quindi è un mercato molto competitivo ed è difficile  riuscire ad essere tradotti. Mentre abbiamo Stieg Larsson e Henning Menkel, non abbiamo molti autori  donne che vengono tradotti. Suppongo che questo può essere collegato alla tua domanda sul femminismo: è molto più difficile nel mondo dell’editoria, se sei una donna. Non si riesce ad ottenere l’attenzione della critica che gli uomini ottengono. Per le donne essere tradotte è doppiamente difficile.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Beh, suppongo che una delle cose che la gente ha bisogno di sapere è che l’America è enorme. Si può attraversare tutto il New England fino al lago Michigan e ancora non toccare le coste. Abbiamo deserti, montagne (alcune delle quali sono le più antiche del mondo), paludi,  zone umide, due oceani, il Golfo e persino un Great Salt Lake. Se tu andassi con la  tua macchina dalla Georgia alla California, ci vorrebbero sette giorni. Viagg
iare al di fuori degli Stati Uniti (ad eccezione di Canada e Messico) è molto costoso e richiede tempo. Costa circa 1.000 dollari un biglietto per l’Europa.

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nata a Covington, in Georgia, ma sono cresciuta in un posto chiamato Jonesboro. Guardando indietro, vedo che ho avuto una vita un po ‘idilliaca, un’ esistenza di periferia. Ho vissuto vicino ad un lago e usavo l’autobus per andare a scuola. Tutto poi è cambiato nei tardi anni settanta quando si  sono verificati diversi omicidi di bambini ad Atlanta . Non potevo più andare in giro da sola e dovevo avere il controllo dei miei genitori costantemente. Sia  di notte che di giorno, e questo mi ha dato subito una certa comprensione  su come la criminalità, o la minaccia della criminalità, apporta cambiamenti del tessuto delle comunità.

“Kisscut” è un libro molto forte, con un tema sensibile, la violenza sui bambini. È una storia vera?

Parte della storia si basa su cose in cui  mi sono imbattuta durante le mie ricerche. Sono stata molto attenta quando ho scritto questo libro, perché c’è stata una linea che non volevo sicuramente attraversare. L’abuso dei bambini è un argomento difficile da affrontare, ma io sono molto orgogliosa di questo libro, perché penso di essere riuscita a raggiungere tutto quello che mi ero prefissata.

Ti piace il poliziesco scandinavo? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Non sono mai stata in grado di immedesimarmi nel lavoro di  Larsson, anche se ammiro ciò che stava cercando di fare. Devo ammettere che  è stato molto celebrato in America per aver scritto di personaggi femminili forti, quando ci sono un sacco di donne in tutto il mondo che lo fanno abitualmente, ma  non sono riuscite mai ad ottenere alcun  riconoscimento. Ho letto un solo libro di Jo Nesbø, ma mi ha molto impressionato. Mi piace leggere di altre culture e persone. Gli scrittori americani hanno sempre un tono smorzato perché la gente  negli altri paesi appena sente parlare di violenza pensa che quello di cui  scriviamo sia autentico. Anche se  ammetto  che  l’America è più violenta  di molti altri paesi, si tratta di un malinteso poichè la violenza è ovunque. Vediamo il sorgere stesso della criminalità a seconda dei fattori demografici e  socio-economici.

Puoi raccontarci qualcosa sulla trama di “Skin Privilege”, in poche parole. È il tuo libro preferito?

Amo veramente Skin Privilege, ma devo ammettere che sono la tipica autrice  che ama sempre il prossimo libro su cui sta lavorando. In Skin Privilege, la protagonista Lena  torna nella sua città natale Reese. Qui scopre che suo zio Hank è sparito. Si mette subito nei guai, mentre lei è lì,  Jeffrey  viene rilasciato e ottiene la libertà provvisoria. Suppongo che la gente dovrà leggere il libro per scoprire cosa succede dopo!

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Il prossimo libro della serie Grant County è quello che ho appena finito. Si chiama Broken e uscirà in estate negli Stati Uniti, Regno Unito e Olanda. Poi ci sono tre libri in ballo che  hanno per protagonista un personaggio di nome Will Trent: Triptych, Fractured and Undone.

C’è qualche debuttante che ti piace?

C’è una donna di nome Chevy Stevens che ha scritto un libro che fa veramente paura  che si intitola “Still Missing”. Penso che uscirà nel luglio di quest’anno negli Stati Uniti.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

In Inghilterra, sono in procinto di avviare la produzione su un adattamento del mio romanzo, Martin Misunderstood. Sono davvero impaziente. Ci sono state alcune voci a Hollywood su altri progetti, ma non posso dire nulla ancora in proposito.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato Broken, il prossimo libro di Grant County. Il mio prossimo progetto è intitolato provvisoriamente “Fallen”, e ci riporta nel mondo di Will Trent di Atlanta. L’inizio è piuttosto stridente e grintoso. Mi sono divertita parecchio durante le  ricerche per questo libro.

Ti piace l’Italia?

Certamente! Quando ero ragazzina, io e la mia famiglia abbiamo viaggiato un po’ in Europa e io da adolescente scontrosa ostentavo un grande disprezzo e disinteresse. L’Italia è stata il primo paese che  ha incrinato la mia facciata di disinteresse. Arrivammo dalla Francia, e gli italiani furono per me un raggio di sole!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Alcuni anni fa, ho deciso che ogni volta che mi sarei trovata in un paese nuovo avrei provato a fare qualcosa  di tipico. A Parigi, sono andata in giro su un moto-taxi. A Melbourne, ho nuotato con gli squali e percorso a piedi il ponte di Sydney Harbour. In Finlandia, ho fatto una sauna e  sono saltata nuda nel gelido Baltico. Beh, non so se quest’ ultima cosa  è divertente, quanto stupida, ma vi prego voglio che i miei lettori italiani  sappiano  che se verrò in  Italia,  sarò disposta a mangiare un sacco di pasta e a parlare di politica!

:: Intervista a Julie Reece Deaver a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2010
Julie Reece DeaverJulie grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi. Ho sempre scritto, da quando ero bambina. Ho iniziato a scrivere inviando storie alle riviste e case editrici quando ero un adolescente, ma, naturalmente, ci sono voluti molti anni (e molti rifiuti) prima che il mio primo libro fosse accettato per la pubblicazione.

Perchè seidiventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Sono cresciuta in una famiglia molto creativa. Mia madre era un’ artista, mio padre era uno scrittore di pubblicità, e mio fratello, Jeffery Deaver, è anche uno scrittore. Scrive i bestseller di  Lincoln Rhyme, una serie di romanzi gialli, tutti pubblicati in Italia.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Alcuni degli scrittori che mi hanno influenzato sono MJ Amft, William Wharton, Truman Capote, Carson McCullers, Neil Simon, Garry Marshall, Bill Persky, Saul Turteltaub, Bernie Orenstein, Treva Silverman, James L. Brooks. Questi ultimi scrittori non sono romanzieri, ma drammaturghi, sceneggiatori per la televisione, per il teatro e il cinema.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato è una poesia per il Jack and Jill Magazine (una rivista per bambini) che è stata pubblicata quando avevo sei anni! E ‘stata intitolata “Il gatto di mia nonna,” e non ci crederai ma si trattava proprio del gatto di mia nonna!

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Anche se il mio ultimo libro, “Quella notte Sono Scomparsa” è un thriller, generalmente i miei lavori non sono thriller. Naturalmente, io sono una grande fan delle eroine dei romanzi di mio fratello. I suoi personaggi femminili sono intelligenti e forti.

Sei femminista?

Femminista significa cose diverse per persone diverse. Credo che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini.

Quali sono le tue scrittrici preferiti, europee o americane?

Tre scrittori attuali mi piacciono molto e sono Halse Laurie Anderson e Meg Cabot e Francesca Lia Block.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Questa è una buona domanda. Io non sono una persona molto politica, e perché questo è il paese dove sono cresciuto, non posso paragonarlo ad un altro paese.

Dimmi qualcosa di divertente su tuo fratello.

Mio fratello è di tre anni più vecchio di me, e quando sono nata, non riusciva a ricordare il mio nome, così ha chiesto ai miei genitori di mandarmi indietro per avere un bambino con un nome che sarebbe stato più facile da ricordare!

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Mio fratello e io siamo cresciuti in un sobborgo di Chicago negli anni ’50 e ’60. Quando non eravamo  a scuola, abbiamo passato gran parte del nostro tempo libero scrivendo, solo per divertimento. Mio fratello oltre che scrittore è anche un musicista , e ho trascorso un sacco di tempo quando eravamo bambini e ragazzi andando con lui per i club di musica. Ha scritto ed eseguito le sue canzoni.

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Devo confessarti che non ho mai letto questi scrittori. Li leggerò certamente adesso, però.

Raccontaci qualcosa sulla trama di “La notte che sono scomparsa” in poche parole. È il tuo libro preferito?

“La notte che sono scomparsa” è un thriller psicologico. Il personaggio principale, Jamie, è una ragazza di diciassette anni, che scopre che non può più controllare i suoi sogni a occhi aperti. Si ritrova a visitare il suo amico Webb, ma solo nella sua mente. Ci vuole il lavoro di uno psichiatra di talento per scoprire il segreto Jamie. È il mio libro preferito? Bene, è il sequel del mio primo romanzo, “Say Goodnight, Gracie”. Che sarà sempre il mio libro preferito, credo, perché era il mio primo romanzo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Mi piacerebbe che anche altri miei libri fossero pubblicati in Italia perché ho davvero  avuto una buona accoglienza dai miei lettori italiani. E ‘davvero tutto dipende dalle decisioni del mio editore se pubblicare o meno i miei libri in Italia, e finora nessuna decisione è stata presa.

C’è uno scrittore esordiente che ti piace?

Vuoi dire se c’ è un nuovo scrittore che mi piace? Mi piace Alice Sebold, autrice del libro ” The Lovely Bones”. Credo che il suo stile sia nuovo e interessante.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Al momento nessuno studios cinematografico ha voluto fare versioni filmate dei miei romanzi, ma mi auguro che cambino idea, un giorno, naturalmente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito di scrivere una sceneggiatura originale e speriamo che uno studio cinematografico si interessi. Si tratta di un dramma con sfumature comiche.

Ti piace l’Italia?

Non sono mai stata in Italia, ma spero di visitarla  un giorno. Per la verità mi hanno scritto molti  miei lettori italiani e mi piace avere loro notizie, sono intelligenti e piacevoli!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Qualcosa di divertente su di me è che ho una memoria insolita per le date. Mi ricordo le date di specifici compiti di scuola di quando ero bambina.

:: Intervista ad Allan Guthrie a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2010

allan-guthrieCiao Allan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Allan Guthrie?

Il piacere è tutto mio. Grazie per avermi invitato. Sono un romanziere e un agente letterario, con sede a Edimburgo, in Scozia. Ho scritto romanzi polizieschi molto noir e a volte divertenti.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Edimburgo (pronunciato Embra) è la capitale della Scozia, anche se è solo la seconda città (Glasgow è molto più grande). La città è dominata da un castello che è arroccato sulla cima di un costone vulcanico. La maggior parte del tempo ad Edimburgo è sereno e bello, ma recentemente è stata lacerata dall’ installazione di una nuova rete di tram e gran parte della città si presenta come un sito dove è esplosa una bomba. Mi occupavo di informatica prima di iniziare ad essere coinvolto nel mondo del libro. Da allora, ho lavorato per una catena di  librerie, sono stato editor per una casa editrice cult degli Stati Uniti che stampa crime fiction, e infine sono diventato uno scrittore e agente letterario.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

La mia prima storia è apparsa nel giornale della scuola, quando avevo cinque anni. Mi ricordo che si trattava di un pic-nic, ma non riesco a ricordare tutti i dettagli. Ho scritto il mio primo romanzo, quando avevo nove anni.

Come hai preso l’idea per il tuo primo libro?

Quello che ho scritto quando avevo nove o il primo che ho pubblicato? Ti risponderò il secondo perché non riesco a ricordare il primo. Ho un forte interesse per la narrativa noir, in particolare per il noir americano della prima metà del ventesimo secolo. E Two-Way Split è nato da questo. Ho scritto un paio di thriller comici che non hanno funzionato e ho deciso di scrivere qualcosa di un po’ più serio, più nello stile di David Goodis, per esempio. Io non riuscivo a eliminare il senso dell’umorismo però, quindi c’è un po’ di commedia nera nel libro.

Quali sono stati gli scrittori che ti hanno influenzato per primi?

Ho iniziato a leggere letteratura poliziesca dopo la lettura di Un’ indagine filosofica di Philip Kerr. E da li ho iniziato a leggere i  noir di Andrew Vachss. Ma mentre sicuramente questi scrittori hanno influenzato le mie letture, non sono proprio sicuro se abbiano influenzato anche la mia scrittura. La verità è che la maggior parte delle mie influenze letterarie proveniene dal palcoscenico e dello schermo. Da drammaturghi come Andrew Kevin Walker (celebre sceneggiatore).

Raccontaci qualcosa del suo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

TWO-WAY SPLIT ha per protagonista un pianista clinicamente psicotico diventato rapinatore che scopre la moglie a letto con un collega membro della gang. Il libro si svolge il giorno di una rapina in ufficio postale, pochi mesi dopo che l’eroe ha smesso di prendere le sue medicine. La mia strada verso la pubblicazione è stata lunga. TWO-WAY SPLIT ha vinto in Gran Bretagna il premio Dagger per le opere prime nel 2001 – un premio dato dal CWA per romanzi inediti. Ma non sono riuscito a farlo pubblicare fino al 2004 negli Stati Uniti, (2005 in Gran Bretagna). Ho ricevuto centinaia di lettere di rifiuto da agenti ed editori. Per fortuna io sono molto ostinato.

Puoi dirci qualcosa sui tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei libri esplorano il ventre di Edimburgo. I miei libri tendono a concentrarsi sui criminali e le vittime. La polizia non mi interessa molto  sono più preso dalla psicologia anormale o dal modo di reagire della gente comune quando si trova coinvolta in eventi straordinari. Il mio preferito è sempre il più recente, quindi al momento, è Slammer.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Ce ne sono troppi per parlarne. Non credo che ci sia stato un momento in cui ci sono stati tanti gli scrittori in circolazione come ora. Trovo che fare paragoni tra scrittori sia impossibile. Soprattutto quando sono amici e / o clienti. Così se me lo permetti non rispondo.

I tuoi personaggi di fantasia, spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?

No, semmai il contrario. Cerco di tenermi fuori dalla mia scrittura, per quanto possibile. Sono estremamente noioso, inserire me nella prosa sarebbe fatale. Ho utilizzato parte del mio background personale per il protagonista, Robin, in due-WAY SPLIT. Ha frequentato una scuola di musica e così ho fatto io. Ma a differenza di Robin, non ho mai voluto essere un pianista.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Il più recente è SLAMMER, un romanzo ambientato in un carcere ed  ha per protagonista una guardia carceraria molto giovane e inesperta che è mal equipaggiata per il  suo lavoro. E ‘ la storia di come è usato e abusato dai suoi colleghi e dai prigionieri, e racconta l’effetto che questo stress ha sulla sua vita.

Stai scrivendo adesso un nuovo romanzo?

Ho appena finito un romanzo chiamato Bye Bye Baby, che dovrebbe uscire il prossimo anno. Ora sto lavorando ad un romanzo che è più un thriller tradizionale e si intitola Blood Will OUT.

Sei un autore acclamato dalla critica. Avete ricevuto recensioni negative?

Oh, yeah. Molte, molte recensioni negative. Io non conosco nessuno scrittore che riceva solo buone recensioni. I critici hanno aspettative diverse, opinioni diverse. E’ impossibile accontentare tutti.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di manoscritti dei miei clienti in questi giorni. Più di recente, Choke Hold della straordinaria Christa Faust, un sequel di Money Shot che Newton Compton pubblicherà in Italia. La mia più recente lettura di un libro non di un mio cliente è stata della scrittrice brasiliana Patricia Melo The Killer – il miglior libro su un sicario che abbia mai letto.

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i lettori?

Davvero? Sono felice di sentirlo. Credo che i miei lettori devono essere timidi. Ho sentito un sacco di complimenti da scrittori (che sono anche lettori, ovviamente), ma molto di rado da parte di lettori che non sono scrittori.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Imparare il mestiere. Essere testardi. Fortunati.

Che cosa è la libertà per te?

Mel Gibson in Braveheart, naturalmente!

:: Intervista a T. Jefferson Parker a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2010

T. Jefferson ParkerCiao Jeff. Raccontaci qualcosa di te e del tuo background?

Sono nato nel 1953 a Los Angeles e ho vissuto qui, nel sud della California, tutta la mia vita. Sono andato a scuole pubbliche. Da bambino ho amato molto la lettura. E poi crescendo ho continuato a leggere. Penso che il mio amore per le storie derivi da queste letture. In più mia madre e mio padre erano grandi narratori, anche se non facevano gli scrittori.

Hai iniziato la tua carriera di scrittore, come giornalista. Quali sono le qualità tipiche di un buon giornalista?

Darsi un termine! E informarsi sui fatti per rendere sempre più interessante possibile la storia che si vuole raccontare. Ho scritto un sacco di cose diverse, quando ero un giovane reporter. La cosa migliore del giornalismo è che devi imparare subito come funziona il mondo intorno a te. Ho appena letto “Gomorra” di Roberto Saviano. Così il giornalismo è grande.

Internet è il futuro della letteratura?

Beh, i dispositivi di lettura elettronici, forse. Tuttavia, credo che gli amanti dei libri continueranno a leggere i libri convenzionali ancora per molto tempo.

Sei stato paragonato a molti scrittori di thriller famosi, tra cui Michael Connolly. A quali ti piacerebbe di più essere paragonato?

Mi piace essere paragonato a Mike. Lui è fantastico. Mi piacerebbe essere paragonato a Ross McDonald e Thomas Harris, che ho conosciuto. Mi piacerebbe essere paragonato anche a Thomas McGuane o Jonathan Lethem o Richard Ford, che non ho conosciuto!

I tuoi libri sono procedurals molto diversi dai romanzi polizieschi tradizionali. Sei un pioniere?

Forse un “ibridizzatore”. Pioniere suona meglio, però. Le procedure mi interessano sempre meno perlopiù scrivo. Il mio ultimo libro è basato poco sulle procedure da seguire, ma è ricco di velocità e di sorpresa.

I tuoi libri sono ambientati nella California meridionale. È un posto speciale per te?

Sì, molto. Mi sento libero qui. Dopo 55 anni, una persona dovrebbe trovare un posto che lo faccia sentire così. Ci sono cose buone e cose cattive a soggiornare nello stesso luogo per tutta la vita. Uno dei vantaggi, come la vedo io, è un indurimento della prospettiva. Si impara a vedere la vita a breve, medio e lungo termine. Che è buono per un romanziere. Ma a dire il vero ho ambientato in Messico i miei ultimi quattro libri – tutti i romanzi di Charlie Hood. C’è qualcosa di molto impegnativo e stimolante quando si descrive un nuovo paesaggio, per non parlare di un nuovo popolo con una storia condivisa.

Raccontaci qualcosa circa il tuo esordio con Laguna Heat.

Ho lavorato molto su questo libro. L’ho riscritto cinque volte prima di spedirlo agli editori. Ci ho messo cinque anni per farlo pubblicare. Ho imparato a scrivere con quel libro. Ogni scrittore fa così. Quando l’ho scritto non sapevo se fosse un buon libro o meno, ma sapevo di aver dato il meglio di me. E’ il libro di un giovane.

Quali scrittori leggi?

Leggo di tutto. Spesso mi lascio consigliare dalla critica. Dei miei coetanei mi piace Robert Crais e Elizabeth George e Don Winslow e CJ Box. Non ho mai perso un libro di Elmore Leonard e John LeCarre. Ho letto un sacco di non-fiction. Amo Calvino e Updike e Mailer e Marquez. Ho letto parecchio sin dal college e l’elenco degli scrittori che leggo non può che diventare sempre più lungo.

Insegni scrittura creativa?

Non l’ho mai fatto. Potrebbe essere divertente e appagante.

Che cosa è per te la “libertà”?

Per quanto riguarda la scrittura, la libertà è quando non ti viene detto cosa scrivere. Sono stato molto, molto fortunato nella mia vita, perché non ho mai avuto un editor che mi abbia imposto cosa scrivere. Sono sempre stato in grado di scrivere quello che volevo. La gente si chiede perché non scrivo di più fiction ma a me piace il mistery e il genere thriller. Ho messo tutto me stesso in questo. Credo che ciò estenda i limiti della forma sempre un po’. Ad ogni modo, una bella storia è una storia buona e una cattiva è una cattiva.

Hai amici scrittori?

Sono buon amico di C. J. Box. Peschiamo insieme. Donald Stanwood è un buon amico. Anche Don Winslow. Elizabeth George e io ci conosciamo da anni. Conosco anche Andrew Winer and Brian Wiprud. Non vedo nessuno di loro tanto quanto vorrei. Ma gli scrittori sono dei solitari e sono sempre occupati.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Di Laguna Heat è stato fatto un film per la HBO tanti anni fa. LA Outlaws e The Fallen sono in opzione per film e per la televisive. Chi sa che cosa accadrà?

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà nel 2010. Gli editori italiani vogliono sempre fare una cover di classe.

Basi i personaggi dei tuoi libri su persone reali?

No. Io uso alcuni tratti di persone vere. Ma mai tutta la persona! I personaggi immaginari sono sempre meno complessi delle persone reali. Sono distillati.

Ti piace Edgar Allan Poe?

Sì. Lui è uno dei primi scrittori ho letto quando ero un giovane lettore. Abbiamo avuto in casa le sue opere complete e mamma e papà sono stati suoi grandi fan. Lo leggo ancora oggi. Amo le sue atmosfere, la sua idea che la coscienza umana non può sopportare un peso più di tanto prima di cedere. Amo il modo in cui riesce a far si che i  cattivi rubino la scena.

Sei uno scrittore statunitense. Ti piacciono i gialli europei?

Ne ho letto solo alcuni. Ho letto Ken Bruen e Henning Mankel e Håkan Nesser e Ian Rankin. Splendida crittura, storie meravigliose. Vorrei saperne di più.

Che cosa consideri più difficile nell’ arte della scrittura?

Le operazioni preliminari. Mi ci vuole sempre più tempo prima di arrivare al punto in cui posso iniziare a scrivere il primo capitolo. A volte ci vogliono mesi. Devi essere pronto. E ‘un istinto, una fede, forse. E’ qualcosa di indefinibile.

Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.

Qual è la differenza tra una pizza e uno scrittore di gialli? Nessuna. Sia uno scrittore di gialli che una pizza possono sfamare una famiglia di quattro persone.

Quando vieni in Italia?

L’ho visitata da giovane, quando ero appena uscito dal college. Sono stato un paio di giorni a Roma e un paio di giorni a Venezia. Mi hai chiesto in precedenza che cos’è la “libertà”. Beh, la libertà è un viaggio in Italia, quando sei giovane. Quelli erano bei tempi. Ho tenuto un diario. Sarei rimasto in Italia più a lungo, molto più a lungo.

Scrivi racconti o solo romanzi?

Ho cominciato scrivendo racconti. Solo alcuni. Ma mi piaceva molto. Si tratta di una disciplina diversa e bisogna imparare  sempre cose nuove. Cosa c’è di meglio per un uomo che per imparare qualcosa di nuovo nella sua vita? Forse è per questo che amo andare a pesca. Perché i pesci sono sempre più intelligenti di me, e devo escogitare nuovi metodi per ingannarli, per prenderli al volo. E ‘una sfida senza fine. La amo.

Ti piace far tour promozionali per i tuoi libri?

Sì, è fantastico vedere nuove città e incontrare nuove persone. Non ho mai veramente saputo per chi scrivevo prima di farli e ora finalmente vedo i miei lettori e questo è fondamentale. Sono anche contento quando il tour è finito. È faticoso e non si riesce a scrivere molto. E soprattutto si sta lontano dai propri cari e dal resto.

Hai un agente letterario?

Oh, sì. Uno bravo, Robert Gottlieb della Trident Media Group di New York. E ‘stato un amico ed un alleato formidabile nel corso degli anni. Dillo a tutti i vostri giovani scrittori che hanno bisogno di un agente. La maggior parte degli editori non inizia nemmeno a leggere un manoscritto di questi tempi a meno che non sia presentato da un agente.

:: Intervista a Barry Eisler a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2010

Barry EislerBenvenuto Barry su  Liberidiscrivere. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te e del tuo background. Dove sei nato e cresciuto?

Bene, vediamo. Sono nato e cresciuto nello stato del New Jersey, sulla costa orientale. In questi giorni vivo nella San Francisco Bay Area, una bellissima parte del mondo. Sono stato benedetto con una serie di lavori interessanti: una posizione di agente segreto presso la direzione della CIA; avvocato in uno studio legale internazionale, consigliere in-house presso la sede di Osaka di Matsushita Electric, executive in un’azienda tecnologica di Silicon Valley. Al momento posso scrivere a tempo pieno thriller con un sacco di azione realistica, località esotiche, e tanto sesso. La mia formazione in Agenzia, il mio periodo come avvocato, le mie esperienze in Giappone, e il mio background nelle arti marziali beh penso che tutte queste cose abbiano contribuito alla mia scrittura.

Tu sei stato una vera spia. Cosa ricordi di quel periodo della tua vita? Non informazioni segrete naturalmente.

Non ho fatto più di tanto. Ero operativo nella Direzione delle Operazioni (DO, oggi National Clandestine Service), che è dove vivono le spie. C’è anche la Direzione di Intelligence (DI), che è la sede degli analisti. E la direzione della Scienza e della Tecnologia (DS & T), dove i tecnici fanno gadjet per James Bond. Poi c’è la Direzione di Amministrazione (DA), che è un ente di sostegno. Sono stato addestrato a usare tutta una varietà di strumenti e mi hanno anche insegnato diverse tattiche paramilitari, così come la gamma completa di competenze che deve avere una spia: l’uso di armi di piccolo calibro, lunghe, a mano, ordigni esplosivi improvvisati, guida di piccole imbarcazioni, sorveglianza, countersurveillance, lotta al terrorismo, reclutamento di agenti e loro gestione, interrogatori, tecniche di manipolazione… in fondo è stato divertente.

Hai lasciato l’Agenzia nel 1992. Perché?

É una grande organizzazione burocratica (si pensi all’ufficio postale, ma con le spie), e non è necessariamente un luogo adatto per qualcuno con spirito imprenditoriale come me. Sono passato dal governo, a uno studio legale come avvocato, a fare start-up per un’ azienda tecnologica, infine a lavorare per me stesso. C’è sempre una lezione da imparare ovunque si vada.

Puoi dirci qualcosa circa il tuo esordio come romanziere. È stata un’esperienza entusiasmante? Quando è iniziato il tuo interesse per la scrittura?

É stato come un sogno che si avvera! Uno dei momenti più emozionanti della mia vita, non potevo credere che stesse tutto accadendo davvero.

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Avevo ricevuto 50 rifiuti, dopo l’invio del manoscritto per Rain Fall, il mio primo libro, da molti agenti, ma alcuni di essi mi hanno anche offerto buoni suggerimenti, così ho continuato a revisionare il libro. Alla fine, un amico di un amico che lavorava presso una casa editrice mi propose di inviare il manoscritto ad alcuni agenti con i quali aveva lavorato, uno dei quali era Nat Sobel, il signore che mi rappresenta ora. Nat visto che il manoscritto iniziale era promettente, ma non ancora pronto per il prime time, mi ha offerto alcune proposte di miglioramento che sono state così ampie tanto quanto sono state eccellenti, e, circa due anni più tardi, ha giudicato il manoscritto pronto. Sono contento di dire che il suo contributo è stato fondamentale. Nat poi ha avuto una grande idea: ha istituito una serie di incontri con gli editori giapponesi attraverso la sua sede a Tokyo, tramite il suo agente associato, Ken Mori di Tuttle Mori, e poi abbiamo messo all’asta i diritti in Giappone prima di offrirli altrove. Soprattutto perché Rain Fall è ambientato a Tokyo, perché il protagonista, John Rain, è un mezzo-giapponese, e perché parlo giapponese, abbiamo destato un sacco di interesse e due grandi case editoriali del Giappone ci hanno offerto un contratto. Publisher’s Weekly ha dato risalto alla vicenda negli Stati Uniti, e due mesi dopo Nat ha inviato il manoscritto a circa 20 case editrici statunitensi. Alla Putnam il libro è piaciuto così tanto che hanno anticipato l’asta, e hanno comprato Rain Fall e un sequel a quel tempo non ancora scritto, che divenne poi Hard Rain. Credo che, nella vita, ci sono cose che si possono controllare e cose che non lo si possono (o bisogna pensare a tutta la faccenda come un continuum, ci sono cose che sono relativamente assoggettabili alla nostra influenza e cose che sono relativamente intoccabili). Le cose di cui sei responsabile, e quindi le cose che possono essere fonte di legittimo orgoglio o vergogna, sono quelle che si possono controllare. Se vuoi essere uno scrittore, è possibile controllare quasi tutto quando è finito il libro. Trovare un agente, pubblicarlo … il fatto è che tutto richiede una certa quantità di fortuna e dei tempi e delle circostanze (anche se naturalmente il nostro duro lavoro su ciò che è possibile controllare è ciò che conta). Quindi il mio atteggiamento è stato questo: volevo essere pubblicato, ma se ciò non fosse successo, non volevo che fosse stata colpa mia. Volevo essere in grado di guardarmi allo specchio e dire: “Okay, non sono riuscito a farmi pubblicare, ma ho fatto tutto quello che potevo per farlo accadere, il libro è finito, così non ho niente di cui vergognarmi.” Questo atteggiamento, in un certo senso è nato dalla paura che ho provato quando pensavo che non mi pubblicassero per colpa mia, e ciò è durato per molti anni durante i quali non c’era alcun segno esterno di successo.

Hai un blog “The Heart of the Matter.” Internet è importante per uno scrittore oggi? Internet è il futuro della letteratura?

Beh, non so se è il futuro della letteratura, ma internet ha certamente avuto un impatto enorme sulla promozione dei libri. Con Internet, è possibile promuovere costantemente, per tutto il giorno, tutti i giorni. Il che significa che probabilmente è più difficile oggi di quanto lo sia mai stato per un autore di equilibrare la sua scrittura e la sua promozione. Perché sono ossessionati dalla politica, e scrivere un blog è principalmente un lavoro di amore, e se vende libri extra, tutto ciò è un bonus.

John Rain è un anti-eroe, non esattamente un bravo ragazzo, è in fondo un assassino professionista. É un personaggio basato su persone reali?

Beh, ci sono persone come Rain, e in effetti di recente ci sono stati una serie di misteriose morti per cause naturali di banchieri e di politici sia in Giappone che in America. Ma non è basato strettamente su persone che conosco.

Come hai fatto a sviluppare i tuoi personaggi?

É stato semplice in un certo senso i personaggi mi sono venuti incontro. Quando finisco un libro, mi chiedo, “Che cosa farebbe il protagonista ora, sulla base di ciò che è accaduto nel libro precedente?”.

Che tipo di ricerche hai fatto per i tuoi libri?

Bene, tutti i luoghi nei libri – Bangkok, Barcellona, Istanbul, Hong Kong, Macao, Manila, New York, Osaka, Parigi, Phuket, Rio, Tokyo – o sono città dove ho vissuto o che ho visitato in particolare per le mie ricerche. Le sequenze di arti marziali nei libri sono basate sulla mia formazione personale, compresa la cintura nera che ho guadagnato in judo presso il Kodokan di Tokyo. Il background di ogni libro è tratto dalla prima pagina. Il governo-Tradecraft è certificato. E mi sono conultato con esperti per tutto il tempo. Amo il mio lavoro!

Quali cambiamenti hai notato nella tua scrittura?

Penso di aver ottenuto risultati sempre migliori. Spesso sono tornato indietro e ho rifatto le cose, una due volte. Mi piace soprattutto come sono migliorato nel scrivere le scene di sesso.

I tuoi libri sono ambientati in Giappone. Raccontaci qualcosa di personale del Giappone, qualcosa di questo misterioso paese così difficile da capire per gli stranieri. È un posto speciale per te?

Molto speciale, e difficile da spiegare. Il legame emotivo che ho con il paese è iniziato fin dal momento in cui sono sceso dal Skyliner di Narita durante il mio primo viaggio a Tokyo. Appena sono sceso dal treno, mi sono guardato intorno, ed è stato amore a prima vista. Perché? Proprio come quando ti innamori di un’altra persona, non è facile mettere tutto ciò in parole. C’è qualcosa in questa città che prende sotto la pelle. Le dimensioni, la densità, le variazioni incredibile di locali (dove altro si potrebbe trovare un luogo come Takeshita-dori gomito a gomito con l’eleganza di Omotesando?). La città è così maledettamente piena d’atmosfera… posso citare John Rain a titolo di esempio? “Tokyo è così vasta, e può essere così crudelmente impersonale, che i luoghi forniti dalla sue oasi occasionali sono i più dolce di quelli di qualsiasi altro luogo che ho conosciuto. C’è la quiete dei santuari come Hikawa, che inducono ad una sorta di triste riflessione, che per me è sempre stata simile al riverbero di un carillon in un tempio, il conforto di Nomiya, delle pozze d’acqua di quartiere, che offrono più confort e comprensione di ogni divano di psichiatra, lo stranamente anonimo cameratismo di Yatai e Tachinomi, le bancarelle per mangiare all’aperto che servono la birra in tazze grandi, e grigliate allo spiedo, le bancarelle che spuntano come funghi negli angoli bui e all’ ombre di binari elevati, le risate che si diffondono nella notte come piccole tasche di luce contro il buio senza fine “. Ammiro anche la cultura giapponese. Non è una cosa facile riassumere una millenaria cultura in poche parole, ma ci proverò: nel linguaggio e nel comportamento, nell’ arte, vi è una ricerca dell’essenza delle cose gettando via tutto quello che è non è essenziale, in filosofia e nell’estetica, mi piace pensare come ho definito “la tristezza di un essere umano.” Ho parlato di più di ciò in una mia intervista per Booksense-per chi è curioso, è all’indirizzo: http : / / http://www.booksense.com / people / archive / e / eislerbarry.jsp; jsessionid = 2D57C06.

Quali scrittori leggi? Quali ti hanno influenzato di più?

Ho letto abbastanza, ho gusti eclettici. Leggo fiction, non-fiction, e poesia, soprattutto, e si penso che sono molti gli scrittori che mi hanno ispirato e influenzato. Amo Trevanian, i cui assassini Nicolai Hel (in “Shibumi”) e Jonathan Hemlock (in “Assassinio sull’Eiger” e “The Sanzione Loo”) sono simpatici in parte anche perché sono esseri umani superiori per intelligenza, gusto e cultura. Andrew Vachss, con la sua scura e granulosa atmosfera hard-boiled, anche i libri di Burke hanno avuto su di me una certa influenza. Pat Conroy e Dave Gutterson mi hanno ispirato per il lirismo della loro prosa. Le cadenze e le immagini di T.S. Eliot e Cormac McCarthy mi hanno certamente influenzato, come pure Stephen King che mi ha ispirato con il suo umorismo, l’onestà e il suo ammonimento che il lavoro dell’autore è quello di dire sempre la verità.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri? Ken Watanabe sarebbe adatto per il ruolo di John Rain?

Credo che Watanabe farebbe un interessante Rain. In realtà, la Sony Pictures in Giappone ha fatto una versione di Rain Fall, molto diversa dal libro, che è uscita in Giappone nel mese di aprile di quest’anno. Per chi è curioso, ecco il sito: http://www.so-net.ne.jp/movie/sonypictures/homevideo/rain_fall/

Ti piace Graham Greene?

Certamente! Molto, mi ha ispirato molto.

Preferisci la prima o la terza persona?

Non ho preferenze. Le uso entrambe, a seconda dell’effetto che voglio ottenere. Ma devo dire che mi piace la voce di Rain, e non credo che potrei presentarlo diveramente che usando la prima persona.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Blood’s A Rover, la terza parte della trilogia di James Ellroy’s di Underworld. É brillante. Incredibile. Ellroy non ha eguali.

Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Si tratta di un sequel del mio libro precedente, Fault Line, un libro di Ben Treven, non con Rain come protagonista (anche se Rain potrebbe comparire 😉 ). Richiama l’attenzione su fatti reali accaduti negli Stati Uniti, che comprendono la tortura e la scomparsa di videocassette di interrogatori della CIA in cui si fa l’uso di tortura.

Che cosa sono per te la libertà e il coraggio?

Libertà significa essere in grado di fare quello che vuoi, sempre senza danneggiare gli altri. Il coraggio è fare ciò che è possibile per garantire alla società di avere tale libertà.

Conosci la lingua italiana? Di qualcosa in italiano ai nostri lettori.

Grazie mille! (In italiano nel testo). Vorrei conoscere di più la lingua italiana, francese, spagnola e tedesca; sono le lingue più belle del mondo. Come l’ascolto della musica.

:: Intervista a Lello Gurrado a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2009

Benvenuto Lello su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta qualcosa di te ai nostri lettori. Chi è Lello Gurrado?

Lello Gurrado oggi è uno scrittore, ieri un giornalista. Due mestieri che molti, per un insulso spirito di corpo, definiscono assai diversi, ma in realtà sono molto affini. Sono nato a Bari nell’aprile del 1943, ma vivo a Milano dal 1950, per cui posso dire di essere più milanese che barese. A Milano ho studiato, a Milano ho sempre lavorato.

Parlaci del tuo primo amore il giornalismo. Cosa è cambiato dagli anni 60 ad oggi?

Ho cominciato proprio negli anni Sessanta, esattamente nel 1961. Avevo 18 anni e mi ero appena iscritto all’Università (Giurisprudenza alla Statale, lasciata a tre esami dalla laurea perchè ormai costituiva un “legittimo impedimento” al mio lavoro). È stato davvero un grande amore, il mio, per il giornalismo. Un amore che per molto tempo è stato ricambiato, ma alla fine si è dissolto. Non finiscono tutti così i grandi amori, con uno dei due che improvvisamente cambia, diventando irriconoscibile? Il giornalismo infatti è cambiato. Oggi non è più quello che mi ha fatto innamorare, è un’altra cosa. Oggi è un mestiere piatto, asservito, noioso.

A soli 22 anni hai pubblicato il tuo primo libro Il Mestieraccio. Puoi parlarcene?

Non esageriamo. A 22 anni sono diventato giornalista professionista (credo che sia un piccolo record) ma Il Mestieraccio l’ho scritto più avanti, a 35 anni, quando avevo già fatto un po’ di esperienza nei giornali. Il Mestieraccio è un libro che ho molto amato, forse il migliore tra quelli che ho scritto, perché veniva dal cuore. Me l’ha pubblicato un editore sconosciuto; il grande Guido Crepax, sì, lui, il padre di Valentina, mi ha regalato il disegno della copertina ed era una satira divertente del mondo dei giornali: i luoghi comuni, i piccoli trucchi dei cronisti, l’incubo del foglio bianco, i pezzi dettati a braccio, una vita mai noiosa.

Raccontaci un avvenimento avventuroso o divertente della tua carriera di inviato.

Avventuroso e divertente insieme l’incontro con Enzo Ferrari, il “Drake” Enzo Ferrari. Avevo scritto un pezzo polemico nei suoi confronti perché, dopo aver detto, in estate, che Clay Regazzoni era un pilota estremamente scorretto che andava cacciato dalle piste di tutto il mondo, solo due mesi dopo, in autunno, Ferrari l’aveva ingaggiato come pilota ufficiale della sua scuderia. Io scrissi un articolo che si intitolava Siamo uomini o Regazzoni?  e raccontai l’incoerenza di quella scelta. Il giorno dopo l’uscita dell’articolo ricevetti una telefonata da Maranello. “L’ingegner Ferrari vorrebbe conoscerla”, mi disse una voce di ghiaccio, “Può venire in fabbrica?”. Mi spaventai molto (avevo solo 26 anni), pensai le cose più brutte ma ovviamente accettai l’invito. Entrai timidamente nel santuario dell’automobile, la mitica fabbrica del “cavallino rampante” ed ecco la sorpresa. Enzo Ferrari mi venne incontro sorridente, mi strinse la mano e, guardandomi fisso negli occhi e dandomi una pacca sulla spalla, mi disse: “Bravo. Bravo Gurrado. Ho letto il tuo articolo e devo dirti che hai fatto bene a scrivere quelle cose. La tua critica è giustissima. Hai ragione. Sono stato incoerente e tu hai fatto bene a sottolinearlo. Sei un giornalista coraggioso. L’unico. E sai perché nessun altro ha scritto le stesse cose? Perché sono tutti dei fifoni, hanno paura di questo vecchio. Tu non imitare mai questi tuoi colleghi codardi. Vai avanti così e non aver mai paura di scrivere quello che pensi”. Immaginate la mia reazione. Ho inciso quelle parole nella mente e ho cercato di non tradire mai la fiducia del grande Enzo Ferrari.

Quali sono i tuoi autori preferiti, i tuoi maestri letterari?

Joseph Heller, Kurt Vonnegut, Italo Svevo, Italo Calvino, Saul Bellow, Mordechai Richter, Garcia Marquez…

Quale è il libro più bello che hai letto che non ti stancheresti mai di rileggere?

È successo qualcosa, di Joseph Heller.  Geniale e attualissimo.

Raccontaci qualcosa della tua città, Milano, della tua gente.

Anche per Milano, come per il giornalismo, sono in una fase di disamore. Mi sembra che stia perdendo, o forse abbia già perduto, le caratteristiche che l’hanno fatta grande. Non è più la città col cuore in mano e men che meno la capitale morale d’Italia. In più si sta spegnendo intellettualmente. Ho l’impressione che le sia rimasta soltanto

la Scala.

Quale è la scelta più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera?

Mi dispiace, ma non me ne viene in mente neanche una. Ho sempre fatto ciò che ritenevo giusto e quindi non ho mai avuto il problema di fare scelte difficili.

Hai scritto San Siro

la Scala del calcio edito da Rizzoli. Parlaci della tua idea  di  giornalismo sportivo.

Mi tocca ripetere il concetto. Ai miei tempi, che erano quelli di Helenio Herrera, Mazzola, Rivera, Altafini, c’era la corsa all’intervista esclusiva, allo scoop, a evitare il “buco”. Oggi ci sono le conferenze stampa. Arriva Mourinho, o  Ferrara, Ranieri o chi vuoi tu, dice le stesse cose a tutti e il giorno dopo i quotidiani sono tutti uguali, con le stesse spiccicate parole. Anche i giornalisti sportivi hanno perso l’anima.

Cos’è per te la libertà? Pensi che in Italia la tanto dibattuta libertà di stampa esista?

Esiste, sì che esiste, ci mancherebbe altro. Ma purtroppo esistono anche i condizionamenti. Politici, economici, carrieristici. Sono questi a rendere i giornalisti meno liberi. È dunque non è una questione di negazione, ma di autoprivazione della libertà di stampa.

Ci sono autori esordienti che hanno attirato particolarmente la tua attenzione?

Sinceramente no.

L’ultimo tuo romanzo è Assassinio in libreria edito da Marcos y Marcos. Puoi parlarci di questo libro?

È una provocazione rivolta agli scrittori di gialli. Ho immaginato che durante una festa celebrata presso la “Libreria del giallo” di Milano la proprietaria, Tecla Dozio, venisse uccisa davanti agli occhi dei più grandi giallisti italiani e stranieri: Camilleri, Lucarelli, Carofiglio, Carlotto, Deaver, Connolly, Vargas, ecc. A quel punto ho sfidato proprio questi autori a trovare l’assassino della loro amica. In pratica ho detto: voi che siete così bravi a inventa
re intrighi, provate una volta tanto a mettervi in gioco. Mi sono divertito. Da notare che, a parte l’assassino e l’investigatore, i personaggi del libro sono tutti reali e viventi, vittima compresa.

Che rapporto hai con la critica, quale è la recensione che ti ha fatto più piacere leggere?

Un rapporto rispettoso e consapevole. La critica migliore? Tutte intelligenti, ma mi è apparsa particolarmente incisiva quella di Dino Messina sul Corriere della Sera. Ha colto il vero spirito del libro che non è soltanto un giallo, ma anche una denuncia di certe storture del mondo letterario ed editoriale.

Puoi darci una tua personale definizione di noir?

Il romanzo noir è miglior erede della cronaca nera di una volta. Ciò che non fanno più i cronisti della mala, oggi lo fanno i giallisti. Sono loro ad aprirci gli occhi sulla società odierna.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che oggi con l’esperienza non rifaresti più?

Bella domanda. Se dico tantissimi capisci che è un atto di finta modestia. Se dico di no passo per un presuntuoso o per un superficiale. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Che consigli daresti ai giovani che vogliono intraprendere la carriera di scrittore o giornalista?

Vedi alla risposta numero 4. Prendi un pennarello, scrivi su un cartello le parole di Enzo Ferrari e attaccalo al muro di fronte a te, in bella vista. 

Ti piace il polar francese?

Preferisco il camembert.

Hai mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Oh no. Quando mai? Non interesserebbe a nessuno. Chi mi vuole conoscere può cercarmi nelle cose che scrivo. C’è sempre qualcosa di personale  in uno scritto.

Hai un blog, un sito? Cosa pensi della scrittura al tempo di internet?

Ho un sito che si chiama, pensate un po’, www.lellogurrado.it, ma purtroppo lo aggiorno di rado. Ogni giorno mi riprometto di dedicargli un po’ di tempo, ma non riesco mai a farlo. Della scrittura al tempo di internet penso positivo. Avrà pure dei limiti stilistici, ma è viva, sattante, sempre tesa verso la ricerca.

A quali progetti stai lavorando in questo momento?

Sto ultimando un altro giallo. Si intitola La scommessa e uscirà in febbraio con Marcos y Marcos. Un romanzo un po’ sulla falsariga di Assassinio in libreria con uno scrittore al centro della storia. Ma lasciatemelo finire, poi ne parliamo.

Recensione: Senza luce di Luigi Bernardi (Perdisa 2009) a cura di Giulietta Iannone

30 novembre 2009

Uno dei più bei romanzi di John Steinbeck che lessi “L’Inverno del nostro Scontento” termina nelle sue ultime battute con una frase che da sempre mi ha fatto riflettere: “È tanto più buio quando una luce si spegne, più buio che se non fosse mai stata accesa” e a Steinbeck ho pensato leggendo questo bellissimo noir di Luigi Bernerdi. Nello spazio ristretto di una piccola comunità la sospensione della luce può creare strane dinamiche. È quello che succede in una serata piovosa di metà ottobre nell’hinterland bolognese. “Uno scocomerato pieno di schioppi” di cui si sa solo che è un pensionato sui settanta anni inizia a sparare e uccidere. La polizia per stanarlo ha l’idea piuttosto bizzarra  di sospendere l’erogazione della corrente elettrica gettando il paese nel buio. Questo è il pretesto, il fatto esterno che scatena un susseguirsi di avvenimenti inattesi. C’è Federica ausiliaria del 118, una ragazza insicura, taciturna, fragile che deve vedersela con le avances tutt’altro che gradevoli di un vicino di casa invadente, Mario Peretti, geometra del comune, intrallazzatore, un uomo che è un mastino nel suo lavoro ma un frustrato con le donne, meschino e vendicativo. C’è Umberto Valdinotti un professore universitario arrogante, vanesio, sleale sposato con Giuliana e padre di due figli terribili e inquietanti a cui propone un gioco per passare le ore di buio che si rivelerà fatale per gli equilibri della famiglia. Poi c’è Loretta la barista del paese, sorella e quasi madre di un piccolo delinquente, una donna sola, chiacchierata per la sua maniera disinvolta di accogliere i clienti a cui non concede mai troppo, di una tenerezza e innocenza disarmanti che la fanno sembrare quasi un personaggio felliniano che vede in Ivano un uomo di cui innamorarsi, un’ occasione per cambiere vita. Infine c’è Domenico, scrittore in crisi da quando la sua donna è morta lasciandogli un gatto e una valigia con un misterioso contenuto. Le storie minime di vita quotidiana sgualcite di poesia scorrono parallele, si alternano di capitolo in capitolo per poi unirsi nel capitolo finale dove una pallottola vagante guidata da una vendetta toglierà una vita, la vita di un colpevole che in un modo o nell’altro ha scatenato la spirale di violenza, producendo un atto liberatorio di giustizia finalmente compiuta. Senza luce è un romanzo complesso, un noir in cui l’emergenza del black out è il pretesto per guardare all’interno dell’animo di alcuni esseri umani, apparentemente comuni, banali, facendo luce nei meandri più oscuri dove nascono le passioni più inconfessabili e represse. È un analisi priva di retorica e di indulgenza dei nostri giorni solo in apparenza civilizzati dall’uso di computer, cordless, tostapani. Non è un libro comune, la scrittura è densa, fluida piena di riflessioni filosofiche, sociologiche, esistenziali. È un’opera vissuta, scheggiata di feroce ironia, di romanticismo, di malinconia. In questo tempo circoscritto in poche ore, rarefatto, isolato dove il mondo ha spento le sue luci perdendo la sua rassicurante normalità e si è nascosto, in questo tempo dove sembra che  tutto debba accadere, Bernardi affronta con ruvida sincerità temi seri, scomodi, parla della sua personale idea di scrittura, dell’editoria, dell’arroganza del potere, del terrorismo, dell’invadenza dei mass media, della famiglia, della vanità e supponenza di una certa cultura, scopre senza indiulgenza i vizi e le debolezze di una società che non ostante adori il progresso, e idolatri la democrazia è sempre dominata dalle ataviche leggi del branco dove la “solidarietrà umana” è solo una parola senza significato. Il buio dell’anima viene scandagliato con una sensibilità e una profondità di pensiero che ci porta a fare buio anche nella nostra anima per ascoltare i suoni del silenzio. “Senza luce” è un romanzo corale, insolito, strutturato a corrente alternata, frammentato, un romanzo dove un’umanità dolente e sconfitta trova voce e si dibatte portando a galla frustrazioni, illusioni, debolezze velate da una malinconia che è fatta di dolente poesia. In questo buio non ci si perde, la voce dell’autore ci guida, ci orienta portandoci a conoscere qualche cosa di noi che forse avremmo voluto ignorare o per lo meno sarebbe rimasta sommersa nel non detto. Bernardi ha coraggio, e un po’ ce lo presta, un po’ ci sprona nel percorrere questa strada in salita e senza appigli. Mentre Mario cerca di sedurre Federica, Umberto vede sgretolarsi la sua famiglia come sabbia tra le dita, Loretta si innamora e Domenico si prepara a dare vita ai suoi demoni interiori noi ci interroghiamo su quanto siano scure e profonde le tenebre dentro noi stessi. Da questo libro si esce cambiati, parte di queste tenebre si incollano alle nostre dita mentre voltiamo le pagine ed iniziamo ad essere più consapevoli come quando ci accorgiamo di respirare e dopo quel momento non lo facciamo più involontariamente.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Recensione: Quando gli yuppies tifavano Platinì di Carlotta Scozzari e Marco Innocenti a cura di Giulietta Iannone

22 novembre 2009

Quando gli yuppies tifavano Platinì di Carlotta Scozzari e Marco InnocentiQuando gli yuppies tifavano PlatinìI ramapanti anni Ottanta edito da Mursia di Carlotta Scozzari e Marco Innocenti è un omaggio, dolceamaro, al nostro vicino passato, quando la Milano era da bere, i ragazzi si radunanavano vicino alle scuole vestiti da paninari, Mikhail Gorbaciov predicava la glasnost e la perestrojka, Bob Geldof organizzava il Liv Aid, per raccogliere fondi per l’Africa e Lady Diana sorrideva dalle prime pagine di tutte le riviste. E’ un tuffo nella nostalgia, in anni in cui tutti eravamo più ingenui, ottimisti, educati, cialtroni, allegri, in cui il boom economico portava benessere ed euforia e i muri cadevano aprendo la strada a un futuro pieno di opportunità e aspettative. Fa tenerezza vedere le immagini di come eravamo che si alternano nel libro, Bob Geldof giovane che con accanto i principi di Galles saluta la folla, Michel Palatinì che innalza al cielo il Pallone d’oro del 1985, una giovanissima Madonna che ghermisce il microfono e canta in concerto a Firenze nel 1987, i ragazzi dell’ ’89 che scavalcano il Muro di Berlino con negli occhi la speranza e l’entusiasmo. Ogni capitolo è dedicato a una squadra di calcio: alla Juventus delle meraviglie, alla magica Roma, al Napoli di Maradona, ma non si parla solo di calcio, si parla di musica, di costume, di film. Leggere questo libro è un po’ come salire sull’ottovolante di un grande luna park e rivivere i ruggenti anni Ottanta. Per chi non c’era ancora è l’occasione di conoscere un’epoca irripetibile; per chi quegli anni li ha vissuti è un occasione per ricordare, e forse rimpiangere, un periodo forse un po’ kitsch ma fondamentale della nostra storia.      

Recensione: In perfetto orario di Luca Rinarelli a cura di Giulietta Iannone

20 novembre 2009

unnamedIn questi giorni è arrivato in redazione un libricino rosso, neanche tanto spesso, “In perfetto orario” Robin Edizioni collana i Luoghi del delitto Euro 9 noir di esordio di uno scrittore torinese Luca Rinarelli e credetemi se vi dico che ne sentirete parlare di questo ragazzo.
Innanzitutto leggendo il suo libro non ti viene voglia di saltare neanche una pagina, come spesso capita per troppe descrizioni o noise divagazioni, ma anzi vai di filato fino in fondo all’ultima pagina non perché non sai chi è l’assassino, è evidente fin dalle prime pagine, ma perché la scrittura è essenziale, coinvolgente e scandita da un buon ritmo narrativo.
La trama è semplice. Werner Hartenstein arriva a Torino in una fredda notte di novembre. Non ha documenti, non ha un telefono cellulare, non ha residenza, cambia sovente casa senza firmare contratti d’affitto, non ha né parenti né amici, cambia spesso aspetto fisico, abbigliamneto, modo di camminare, accento perché è un killer, il suo mestiere è uccidere.
Arriva a Torino per onorare un contratto, per uccidere i managers di una società che non curandosi delle conseguenze non ha badato a rendere innocui i propri residui tossici causando così dei morti tra cui la figlia dell’operaio che lo ha assoldato per portare avanti la sua personale vendetta. Werner si muove per Torino e semina morte non perché ami uccidere ma perché è l’unica cosa che ha imparato a fare quando ancora il Muro di Berlino era in piedi.
Lo accoglie una Torino ostile, diffidente verso lo straniero, con la sua aria sporca di smog, i suoi palazzi ottocenteschi, i suoi viali alberati, il rumore del traffico, la sua buona dose di povertà. Una Torino di cantieri a cielo aperto, di ruspe all’opera, che si prepara alle Olimpiadi invernali, dominata da una strana euforia, mentendo a sé stessa, cercando di dimenticare la crisi industriale che apre ferite nel contesto sociale, la disoccupazione che letteralmente dall’oggi al domani getta la gente in mezzo alla strada senza lavoro, casa, famiglia, speranza. Una Torino che oltre alla crisi vede aumentare l’immigrazione straniera, vede popolare le strade di nordafricani, ragazzi dell’est provenienti dalle più sperdute regioni dell’ex Unione Sovietica, e personaggi come la prostituta Irina e il suo protettore Alexeij non è pù così difficile incontrarli anche nel supermercato sotto casa. Loro sono il nuovo volto di Torino, la sua nuova ibrida identità. Rinarelli osserva, riflette, scrive con alle spalle la sua esperienza di membro di un’ associazione che si occupa di persone senza fissa dimora e vede la Torino reale quella che non frequenta i salotti buoni di Piazza San Carlo ma dorme nei saccoapeli e lotta ogni notte per sopravvivere e vedere il mattino.

:: Intervista a Gordiano Lupi a cura di Giulietta Iannone

19 novembre 2009

GordianoBenvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti. 

Sono nato a Piombino nel 1960, dove vivo ancora. Scrivo romanzi e racconti di genere (ambientati a Cuba ma anche in provincia), saggi sul cinema italiano anni 70 – 80 e su problematiche criminali, traduco autori cubani, faccio pure l’editore… forse uno dei miei difetti è fare troppe cose! Nel tempo libero collaboro con la Stampa di Torino (traduco Yoani Sanchez) e con i quotidiani di provincia del Gruppo Espresso (recensioni), ma anche con Profondo Rosso di Luigi Cozzi e Dario Argento. Pregi: sincerità, passione, dedizione, entusiasmo. Difetti: un brutto carattere, abbastanza polemico, da maledetto toscano.

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore? 

Il mio primo editore non merita di essere ricordato perché  era un pirata a pagamento. Non sapevo niente di questo ambiente e come tanti ci sono caduto. Considero il mio primo vero editore Mursia, che ha pubblicato Cuba magica. Ho inviato la proposta ed è stata accettata, così come è capitato con Stampa Alternativa, Olimpia, Rizzoli, Mediane, Perdisa (il mio miglior editore in assoluto)… Credo che essere pubblicati non dipenda tanto dal nome quanto da cosa proponi. Mi capita spesso – ancora oggi – di veder rifiutare progetti che a me piacciono, ma che gli editori ritengono non vendibili. Credo sia un loro diritto… 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare? 

Marcello Baraghini di Stampa Alternativa e Luigi Cozzi di Profondo Rosso. Hanno creduto in me quando non ci credeva nessuno. Per contrasto voglio dedicare quanto di buono ho fatto (e non è poco) a personaggi del mondo letterario come Giulio Mozzi, Marco Drago e Giorgio Pozzi che per fortuna non frequento più… 

Sei direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio. E’ un impegno che ti appassiona? 

Certo, ogni cosa che faccio mi appassiona. Se così non fosse, non lo farei. Il guadagno economico è talmente modesto che senza la passione non si può fare l’editore. 

Hai tradotto molti romanzi dell’autore cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. Che esperienza è stata, vuoi parlarcene? 

Ho tradotto molti autori cubani. Spero sappiate che ho scoperto Yoani Sanchez e l’ho fatta conoscere in Italia, curando il suo primo libro (Cuba libre) per Rizzoli. Adesso traduco Yoani per La Stampa di Torino (www.lastampa.it/generaciony). Alejandro è un parente di mia moglie, un giovane scrittore avanero che scrive con stile satirico e pungente cercando di mettere alla berlina i vizi del potere. Gli scrittori che traduco mi assomigliano molto, esiste consonanza spirituale tra me e loro, altrimenti non lo farei. L’ultimo libro di Torreguitart è Mister Hyde all’Avana (Edizioni Il Foglio – www.ilfoglioletterario.it).

Puoi parlarci di “Una Terribile Eredità” per Perdisa Editore? 

E’ il mio miglior libro di narrativa. Racconto una storia a metà tra la guerra d’Angola e le gesta cruente di un cannibale metropolitano. Il sonno della ragione genera mostri, è il messaggio del libro, ma come sempre la storia è una scusa per raccontare Cuba. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? 

Sono i soliti luoghi comuni, me ne rendo conto, ma non possiedo altri consigli se non la mia esperienza. Scrivere solo di cose che appassionano e cercare l’editore più adatto al proprio lavoro. Darsi molto da fare, credere nelle proprie possibilità e insistere. Se ci sono le doti qualcosa viene fuori. Un avvertimento: non sperate di campare scrivendo. E’ cosa per pochi. 

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito? 

Moltissimi. Mi colpiscono più loro dei soliti noti… 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? 

Impossibile fare un elenco. Leggo di tutto. Cito in ordine sparso: Leonardo Padura Fuentes, Pedro Juan Gutierrez, Heberto Padilla, Roberto Ampuero, Luis Sepulveda, Milan Kundera, Abilio Estevez, Alejandro Torreguitart, Yoani Sanchez, Aldo Zelli… 

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri? 

Sono cose che vanno fatte, pure se a volte si rischia di trovarsi in una sala semideserta. Aneddoti? Quando parlo di Cuba davanti a un auditorio di sinistra capita spesso che si rischi lo scontro fisico. Notare che io sono di sinistra… 

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici? 

Non sono uno scrittore famoso, ma molti lettori mi scrivono e la cosa mi fa piacere. Rispondo a tutti personalmente. Il contatto con il lettore è la cosa più gratificante per uno scrittore.  

Gordiano Lupi e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere? 

Sì, quella di Mario Baudino su la Stampa a Una terribile eredità. Molto bella davvero… Resta il fatto che una recensione non ti cambia la vita e non fa la fortuna di un libro. 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa? 

Dovrebbe uscire Sangue habanero per Eumeswill, ma ho altri noir cubani che mi piacerebbe proporre a Perdisa. Sto finendo una monumentale Storia del cinema horror italiano. Spero di trovare un editore disposto a pubblicare circa 700 cartelle…

:: Intervista a Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

11 novembre 2009

GRaul Montanarirazie Raul di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori.

E’ lunga, sai? Provo a sintetizzare: benché nato indigente, vivo da molti anni, e largamente, di letteratura. Non è male! Ho pubblicato dieci romanzi, più di cento racconti (riuniti anche in tre raccolte) e un sacco di altre cose fra cui tengo molto al libro di poesie Nelle galassie oggi come oggi – Covers, bestseller della “Collezione di Poesia” Einaudi, scritto a sei mani con Tiziano Scarpa e Aldo Nove. Ne abbiamo tratto uno spettacolo che ha fatto più di cento date in Italia. Ho tradotto tanto, da diverse lingue antiche e moderne. Fra le cose più belle metterei L’Edipo Re e l’Edipo a Colono di Sofocle, il Tieste di Seneca, il Macbeth di Shakespeare, Doppio sogno di Schnitzler e la Salomè di Oscar Wilde per il teatro. Nella prosa, quattro romanzi di Cormac McCarthy, uno di Philip Roth, un bellissimo e difficilissimo romanzo di Allan Gurganus che in Italia non ha letto nessuno eccetera. Nella poesia, una scelta di liriche di Edgar Allan Poe (uscite quest’anno nei “Classici Feltrinelli”). Anche da queste ho tratto un reading. Ho sempre fatto solo traduzioni letterarie di autori molto impegnativi che mi hanno insegnato tantissimo. Oltre a ciò, ho dal ’99 una scuola di scrittura creativa che adoro e da cui sono usciti alcuni grandi talenti. Ma tutto questo si trova sul mio sito.

Il bene più  prezioso che ho è la libertà. Come mi è già capitato di dire, ero nato per essere un servo e invece sono il padrone assoluto di me stesso. Non esiste nessuno al mondo che possa darmi un ordine, tranne un poliziotto a un posto di blocco. Scrivo quello che mi pare, grazie anche al mio editore che mi aspetta sempre fiducioso, e faccio quello che mi pare, con molta severità verso me stesso. E questo vale per ogni aspetto della mia esistenza. E’ buffo: vivo più o meno come un aristocratico libertino del ‘700, anche se mio padre era un impiegato e mia mamma una casalinga.  

Parlaci della tua Milano. Vi lega un rapporto di amore e odio?

E’ soprattutto odio. Milano è una città orrenda, presa a mezzo fra una vocazione continentale mancata per troppa inciviltà e un vago rimorso mediterraneo. C’è un modo infallibile per capire quanto è schifosa questa metropoli: girarci solo in bici, come faccio io. Come luogo narrativo invece è eccellente, perché tutta la città tende a essere un nonluogo, cioè un luogo delle possibilità infinite. Un po’ come il West di McCarthy. Da ogni angolo di strada, da ogni porta può uscire l’inatteso. 

Hai iniziato come traduttore. Che ricordi hai di questo periodo? Ci sono dei segreti per fare una buona traduzione?

Il più  grande equivoco che c’è sulla traduzione è l’idea che per tradurre bene si debba soprattutto conoscere molto a fondo la lingua di partenza. In realtà è più importante lavorare creativamente sulla lingua d’arrivo. Nessun lettore, tranne qualche maniaco, verrà mai a rimproverarti perché a pagina 187 hai inserito un aggettivo che nell’originale non c’era o hai sbagliato di brutto la resa di un verbo; in compenso tutti si accorgeranno se la tua traduzione nel suo insieme è noiosa, senza ritmo, bolsa. 

Hai esordito nella narrativa nel 1991 con “Il buio divora la strada”. Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo percorso.  

E’ stato un percorso faticoso, perché come certi ragazzotti che fanno ora il giallo noir NON sanno, vent’anni fa c’era una diffidenza enorme verso la narrativa di tensione. Eravamo in pochissimi a farla partendo da una base letteraria, cioè non volendo scrivere nello stile semplificato del giallo Mondadori, per capirci. Verso la fine dell’88 sono entrato in contatto quasi casualmente con Leonardo Mondadori, che aveva appena creato la sua costola della casa-madre. Ho cominciato come traduttore, ma ho presentato subito i miei racconti. Sono piaciuti molto, tanto che mi hanno fatto un contratto, che ho ancora, proprio per un libro di racconti. Siccome però nell’estate dell’88 avevo scritto questo romanzo, alla fine gli è stata data la precedenza. I racconti sono usciti molto più tardi, nel ’98, con Rizzoli. In parte verranno ripubblicati in un albo antologico che il Giallo Mondadori mi dedicherà nell’estate dell’anno prossimo.

“Che cosa hai fatto” è un libro particolarmente forte. Per i suoi contenuti e il suo linguaggio è stato difficile pubblicarlo?

Ci ho messo 10 anni! Per fortuna nel frattempo uscivano altri libri miei. Lo considero il mio libro della vita: forse non è il più bello, di sicuro non è il più piacevole da leggere (specie per la parte del pubblico femminile che è più delicata e pudibonda), ma è il più impressionante e importante che ho fatto. Totalmente inclassificabile. Racconta la storia di un uomo che decide di mollare tutto e concedersi dieci ultimi giorni di vita in cui sperimentare i piaceri più efferati. Il tutto sullo sfondo di una Milano allucinante, invasa da soldati e carri armati, dove alla crisi etica del protagonista fa eco lo sfacelo politico di tutto un mondo. Proprio una cosa grossa. E’ stato rifiutato da tutti, finché parlandone per l’ennesima volta con Scarpa (grande sostenitore del libro insieme ad Ammaniti, ma nemmeno loro erano riusciti a convincere gli editori!) non è venuta fuori l’idea di cambiare il modo in cui la storia veniva raccontata: non più in terza persona al passato, ma in prima persona al presente, in modo da bypassare la continua domanda che i lettori delle case editrici si facevano: “Ma perché lui fa questo? Perché?” Ho imparato così che raccontando una storia in prima persona hai meno bisogno di motivare psicologicamente il protagonista. Il lettore accetta il gioco di mettersi per così dire in faccia la sua maschera e di vivere l’avventura insieme a lui. Anche Arancia Meccanica è raccontato in prima persona. Comunque per Che cosa hai fatto il nome che è stato citato più spesso è stato Sade, il che mi ha onorato perché è stato uno scrittore immenso. 

Andrea Camilleri ti ha definito uno “scrittore mistico”, da ateo dichiarato che rapporto hai con il concetto di divinità non necessariamente quello cristiano?

Io sono un ateo cattolico. Sono cresciuto nel cattolicesimo, come tutti, e quando ho smesso di credere in Dio non ho smesso di fare due cose. La prima: conservare la mia cultura cattolica e mescolarla con quella classica e quella illuminista. Del cattolicesimo mi rimane per esempio il senso di colpa, che è  una molla fortissima nell’azione dei miei personaggi. La seconda cosa: non ho mai smesso di interrogarmi sui misteri grandi, quelli per i quali la fede in Dio è una risposta possibile, rispettabile, da me non condivisa. Comunque, se io non credo in Dio credo però nella fede degli uomini e nella sua forza incredibile. Qualunque oncologo ti dirà che è più facile curare un credente che un ateo – o, peggio ancora, uno che magari va a messa la domenica ma in realtà non crede. In questo la fede assomiglia alle arti marziali: ti dà risposte certe, veloci, su come reagire alle aggressioni della vita. Pensa cos’è la preghiera. Un uomo in crisi, magari in pericolo di vita, pregando convoca addirittura le entità supreme, chiama ad aiutarlo, ad assisterlo, Dio, Cristo, la Madonna, gli angeli! Ti rendi conto? Prova per un attimo a considerare la potenza di questo gesto. Un ateo non può fare nulla di simile. D’altronde per me la verità vale più della felicità. Io sarei un uomo più felice se potessi far conto sulla fede, ma la fede non ce l’ho e mi farebbe orrore simularla. Sarebbe anche inutile simularla, perché potrei ingannare gli altri ma non me stesso. La verità, per me, è che siamo soli, senza nessun dio che ci assista e nessuna speranza di sopravvivere alla morte. A volte non è facile vivere con questo grande nulla intorno a sé. 

Molti critici ti hanno definito capostipite del post noir ovvero un noir non più costretto nei paletti dell’investigazione classica ma un noir dell’anima. Sei d’accordo, ti riconosci in questa definizione?

L’ho suggerita io stesso per primo. E’ anzitutto una forma di onestà verso il lettore: non voglio che un vero appassionato di narrativa criminal-poliziesca prenda per equivoco un mio libro e ne rimanga deluso perché mancano il detective e/o il criminale, manca la cadenza metronomica degli omicidi e così via. E non voglio che una lettrice di romanzi psicologici scarti a priori un mio libro temendo appunto che contenga quegli elementi. 

Parlaci di “Strane cose domani”, il tuo ultimo libro edito per Baldini Castoldi Delai. Senti di aver raggiunto una certa maturità stilistica e anche personale?

Sai, la voce di un autore che lavora e fa esperimenti con la sua scrittura evolve sempre. E’ come lo stile di un musicista o di un pittore. Io penso di aver trovato la mia voce attuale parecchi anni fa, direi nei primi anni ’90, quando ho cominciato a cercare una grande fluidità. Nei racconti scritti prima d’allora e anche nei miei primi romanzi c’era un linguaggio più inarcato, più “colto”, diciamo, anche perché allora per farti accogliere nella società letteraria dovevi un po’ mostrare i muscoli. Direi che nei romanzi degli anni 2000 c’è un linguaggio più maturo, scorrevole, gentile con il lettore. La cultura resta nascosta, eppure si sente. Sul piano personale, curiosamente quello che ora sto facendo è mettere molto più di me stesso in quello che scrivo. Di solito è il contrario: uno comincia facendo autobiografia (è un classico dell’opera prima!) e poi allarga la visuale. Io ho cominciato cercando una scrittura molto oggettiva, nascondendomi dietro i personaggi e le storie. Oggi cerco di usare protagonisti che mi somiglino e mi consentano, senza forzature, di esprimere concetti personali e, spero, profondi sulla vita e sulle relazioni fra le persone. Cerco sempre la massima leggibilità, ma adesso oltre alla storia cerco di dare al lettore più spunti di riflessione. Un’altra curiosità è che nei miei ultimi libri c’è un umorismo che era assente nelle cose degli anni ’90. I lettori mi sembrano molto contenti di questa novità. Infatti sia L’esistenza di dio, sia La prima notte sia ora Strane cose domani, i romanzi in cui più si nota questa evoluzione, hanno avuto una risposta assai forte, in crescendo.

Strane cose, domani, non a caso, nasce da un fatto vero: due anni fa ho trovato su una panchina di parco Sempione il diario di una ragazza. L’ho cercata e incontrata. Lei mi ha confessato che quel giorno nel parco aveva abbandonato non uno ma SETTE diari! Appena me l’ha detto ho immaginato: e se io mi innamorassi di lei? E se un altro uomo, a mia insaputa, avesse trovato a sua volta uno dei diari e si innamorasse pure lui di Federica? Potrebbe cominciare una sorta di partita a scacchi fra due avversari invisibili, che non sanno nulla l’uno dell’altro, finché piano piano ciascuno dei due comincia a percepire questa presenza estranea e ostile… Da lì è partito tutto. E’ una delle storie più belle che ho mai raccontato, e pare che anche critica e pubblico la pensino così. E’ in corso scrittura la sceneggiatura. 

Quale è il libro più bello in assoluto che hai letto?

Se devo dire un titolo secco: Franz Kafka, Il processo. Se Dio fosse uno scrittore avrebbe scritto quel libro lì, e non mi sento di escludere che l’abbia fatto davvero. Dio ha questa tendenza irritante a incarnarsi negli ebrei, mai nei bergamaschi! Però sull’isola deserta io mi porterei tutto Shakespeare. Lo rileggo interamente ogni quattro o cinque anni.  

C’è uno scrittore esordiente che ti ha particolarmente colpito?

Quest’anno? Gaia Manzini con il suo Nudo di famiglia (Fandango). E’ stata un’allieva della mia scuola, ma se devo dire la verità aveva pochissimo da imparare. 

La cosa più  difficile che hai dovuto fare nella tua carriera di scrittore.

Accettare il mio destino. Cioè capire che non avrei mai fatto il botto iniziale che era toccato al primo o secondo libro di autentici cretini (ma anche di autori che invece ammiravo e di cui ero amico, come i già citati Scarpa, Ammaniti, Aldo Nove), ma che dovevo accettare di allargare il mio consenso di pubblico e critica gradualmente, come infatti è avvenuto. E intanto leggere, scrivere, tradurre, insegnare agli esordienti, aiutare i talenti, andare sui media e in tv a dire la mia opinione sul mondo, insomma essere felice della fortuna che mi era toccata di poter parlare. Di avere la parola e chi l’ascolta.

Un giorno, quand’ero bambino, ho chiesto ai miei genitori: “Cos’è la felicità? Quand’è che uno è felice?” “Quando è innamorato” ha risposto mia mamma. Mio padre ha sorriso: “Quando fa il lavoro che gli piace”. Credo che avesse ragione mio padre. Benché l’amore… 

Raul Montanari e la critica letteraria. Più soddisfazioni o delusioni?

Nessuno mi ha mai offeso. Ho avuto pochissime stroncature: credo cinque o sei in tutta la mia carriera, soprattutto nella prima metà. Semmai mi è dispiaciuto non essere stato recensito, finora, da un paio di critici che stimo. 

Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho finito la prima stesura del prossimo romanzo, che penso di far uscire nell’inverno-primavera del 2011. Io farei un romanzo all’anno, ma è sbagliato. I critici si innervosiscono e rischia di passare l’immagine di un routinier. E’ la storia di uno scrittore di cinquant’anni a cui succedono alcune cose molto curiose. Diventa l’amante di una sua allieva di creative writing, della quale non ha nessuna stima come autrice, e che invece gli riserverà delle sorprese e lo metterà in crisi nera. Nel frattempo è perseguitato dall’uomo che vive con la sua ex moglie, che gli chiede continuamente soldi e lo ricatta nel modo più subdolo e paradossale: non facendo del male a lui o ai suoi cari, ma ai suoi nemici! Il che lo mette nei guai ugualmente, perché tutti pensano che lui sia il mandante di questo farabutto. E altro ancora. Se non mi tirano sotto mentre giro in bici e non mi viene qualche brutto male, o non mi accoltella qualche marito (o padre) furioso, penso che avrò tempo di scrivere ancora almeno una decina di romanzi. Forse di più, dipende da tante cose. Poi morirò e la gioia e il dolore e il rancore e il perdono e i capelli profumati delle donne e le pagine meravigliose scritte da altri e il lago dove sono nato e la paura e l’amore indeciso e la stanchezza e gli odori e i colori delle cose e tutto il prendere e tutto il dare finiranno, puff. Buio. Spero che avrò  un ultimo attimo di coscienza, per poter dire: ”Be’, è stato bello, grazie”. Oppure: “Oh, cazzo!”.  Forse più  facile la seconda.

Recensione di Corpi Freddi