:: Recensione di ¡Tu la pagaràs! di Marilù Oliva a cura di Giulia Guida

5 luglio 2010 by

“E’ nelle notti senza pietà che devi continuare a ballare.” [Rileggendo “¡Tu la pagaràs!”, M. Oliva]

Gabriele Basilica segue da lontano il contorno accidentato del suo viso. Nascosto in un angolo buio della sala da ballo, lascia scivolare il suo sguardo sul sorriso fiero della Guerrera, sui suoi capelli arrabbiati, sulle cicatrici inchiostrate a dovere che le rigano la pelle come trincee di una terra deturpata, abbandonata da tutti, su cui le piante crescono forti per sopravvivere all’orrore del ricordo. E non ha ancora incontrato i suoi occhi, due diamanti neri, spezzati nel mezzo, lucidati da una passione irrequieta, che non trova tregua. Se non quando pratica la capoeira, arte marziale brasiliana spesso scambiata per una forma di danza. Se non quando balla nelle notti di salsa, lasciando che le sue mani e le sue gambe disegnino traiettorie sempre nuove, sconosciute anche a lei stessa. Mentre il suo corpo si trasfigura, riesce a sentirsi al centro e alla deriva di ogni cosa, perde il contatto con la realtà che la circonda, sente il battito del suo cuore sempre più veloce, che le ricorda che non sarà mai viva come in quei momenti. Perciò si fa dea tribale, fenice immortale, amazzone rapace, grido di guerra. E balla. Sotto il sole artificiale di una discoteca di Bologna, mentre il tempo si scheggia, gli spazi si mescolano, i corpi si sfiorano, i ballerini in pista cambiano maschera, almeno per una sera avranno un altro nome, un’identità diversa, una storia da raccontare che non sia quella della propria vita. E la Guerrera cambia forma: i muscoli si distendono, i tendini si sfilacciano, il sangue diventa elettrico. Elisa è pura energia, Basilica ne è come aggredito. E’ più di una donna, è una forza primitiva, un terremoto delle viscere, è una femmina di lupo. Inavvicinabile.
E intorno a lei si dimena quel bollente e stravagante universo latinoamericano che brucia di gelosie, vendette passionali, amori alcolici usati e poi chiusi a chiave chissà dove. E’ l’unica parte di mondo in cui Elisa sente di potersi liberare dal peso della sua infanzia di orfana, dalle intermittenze grigie del presente, dalle giornate stinte passate dentro la redazione-garage del temibile Torinelli ad accatastare notizie su notizie per la sua sottospecie di giornale locale. La salsa è il regno della “regla de ocha”, la santerìa, la religione africana esportata a Cuba dagli schiavi del continente, con il suo complesso santuario “yoruba” e i suoi numerosissimi “orishas”, divinità immateriali, impercettibili per l’uomo. E’ l’unico luogo in cui Elisa non deve giustificarsi, perché niente del mondo fuori ha importanza lì dentro. Quella è la sua gente, quelle sono le sue divinità. Tra il bancone di Azùk e i divanetti dove sta seduta per ore a chiacchierare con la sua coinquilina Catilina, cartomante e visionaria, vede gravitare sotto i suoi occhi tutta quella vita che non può morire né temere niente fin quando ci sarà musica su cui ballare. C’è El Cubano, il ballerino pugliese che si spaccia per nativo cubano e nasconde la sua ossessione per le donne super- size, Princesa nella sua pelliccia bianca di ermellino, vanitosa salsera dalla pelle bruna divorata dal sole, Manuela, l’insegnante di danza che dirige il locale insieme al dj El Pony, e nonostante abbia già una figlia e troppi anni per non sentirsi sola, non vuole essere messa da parte, deve avere la certezza di riuscire a piacere ancora.

E poi c’è  Thomàs Delgado sulla pista, spietato don Giovanni dei bassifondi, con cui la Guerrera porta avanti da un pò di tempo una relazione di sesso. E poi c’è Thomàs nel bagno, gli occhi forati, due buchi vuoti senza più sangue, infilzati da un oggetto contundente a due lame.
Ed ecco apparire sul luogo del delitto il fedele Mussito al fianco dell’ispettore Gabriele Basilica, personaggio maschile di primo piano in questo secondo lavoro di Marilù Oliva, già presente, seppur come figura di sfondo nel romanzo d’esordio dell’autrice bolognese, “Repetita” (Perdisa Pop, 2009, finalista premio Camaiore), nominato solo attraverso articoli di giornale. Tra le pagine di “¡Tu la pagaràs!” “Basilica assume uno spessore psicologico diverso, a tutto tondo, quello di un uomo che attraversa una profonda crisi matrimoniale e assiste stordito al crollo di tutti i suoi punti fermi. Marilù Oliva riesce a tratteggiare abilmente le debolezze, le insicurezze e il senso d’inadeguatezza di quest’uomo incamiciato, tutto d’un pezzo, che si ritrova catapultato in una dimensione da cui non potrebbe essere più lontano. Imparerà a conoscerne i meccanismi, le dinamiche umane, i rapporti di sangue grazie all’aiuto della Guerrera, valida collaboratrice nel corso delle indagini, ma anche probabile indiziata dell’omicidio di Delgado.
Per il suo secondo romanzo Marilù Oliva sceglie un approccio più diretto, che ben si adatta al ritmo movimentato del  noir d’azione, con uno svolgimento dinamico, denso di avvenimenti, in un susseguirsi di storie sapientemente intrecciate e di incontri-scontri tra i personaggi. Un romanzo, dunque, che si discosta dalla tendenza all’approfondimento psicopatologico, dettata dalla natura stessa del personaggio di  Lorenzo Cerè, ma che permette all’autrice di dar prova di un aspetto diverso della sua scrittura, meno riflessivo e più narrativo, che non lascia spazio all’approssimazione e si accompagna ancora una volta ad un’accurata conoscenza delle ambientazioni e della materia narrativa di cui si sta parlando. Un noir con i crismi, come lei stessa l’ha definito, in cui tutti i personaggi vengono spinti a forza sotto i riflettori in un barbaro faccia a faccia contro la loro imperfezione.

Autore: Marilù Oliva
Editore: Elliot
Collana: Scatti
Pp: 275
Euro: 16, 50

:: Intervista a Gian Paolo Serino

2 luglio 2010 by

GianpaoloSerino_BioGian Paolo Serino, critico letterario e giornalista, classe 1972, fondatore di Satisfiction il primo free press letterario italiano per rimborsare i lettori scontenti di aver acquistato libri grazie alle loro recensioni. Satisfiction dal mese di Maggio vede in Vasco Rossi il nuovo editore “spericolato” sorprendendo non pochi detrattori con il suo generoso mecenatismo. Collabora con la Repubblica, Il Riformista, Il Giornale, Il Venerdì di Repubblica, D-la Repubblica, Rolling Stone, GQ, Wuz.it e Radio Capital. Nel 2006 ha pubblicato USA&Getta, Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: storia di un amore al tritolo (Aliberti Editore). È autore della postfazione all’edizione italiana del romanzo Il compromesso di Elia Kazan (Mattioli 1885). Ha curato, insieme a Carla Tolomeo e Lorenzo Butti, Così tante vite con prefazione di Claudio Magris (Mattioli 1885). Ha curato l’edizione italiana, uscita quest’anno per Mattioli 1885, del libro Dylan Thomas: la biografia di Paul Ferris, con poesie, lettere e foto inedite. Dal libro è stato tratto il film sulla vita del poeta gallese, prodotto da Mick Jagger. . Nel 2010 è stato inserito nella raccolta “Ho parato un rigore a Pelè” (Giulio Perrone editore) con tra gli altri Gianrico Carofiglio, Antonio Tabucchi, Raffaele La Capria.

Benvenuto Gian Paolo su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Come prima domanda mi piacerebbe chiederti qualche cosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo lavoro, dei tuoi hobby, raccontaci qualche risvolto sconosciuto della tua vita.

Vi ringrazio. Che sono libero di leggere, basta? Il mio lavoro è la mia passione: ho sempre adorato leggere, ho imparato a quattro anni e da lì non ho più smesso. Amo leggere perché leggere significa essere letti da ciò che si legge.

Critico letterario e giornalista definito “giovane” e addirittura “geniale”.  Ma in realtà un critico letterario cosa fa, come si forma?

Sono giudizi che non posso che condividere, soprattutto il “giovane”. Io non mi reputo un critico letterario ma un estensore di recensioni emotive. Amo che i miei articoli siano più lontano possibile dall’accademia, che trasmettano il suono dell’inchiostro che il libro di cui parlo mi ha trasmesso. Io credo che ogni libro contenga uno spartito che sta a noi eseguire.

Quando hai iniziato a chi ti sei ispirato? C’è qualche maestro che hai avuto che ti va di ringraziare?

Senz’altro Federico Roncoroni, che considero un padre non solo letterario. E’ stato Roncoroni, attraverso una sua antologia per il Liceo Classico “Testo e Contesto” a farmi scoprire come la letteratura sia entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo. Il che è fondamentale per un letterato ma soprattutto per uomo.

Se un giovane volesse fare il critico letterario che consigli gli daresti?

Credo che esista soltanto un lavoro peggiore dello scrittore: il critico letterario. Consigli? Non credo esistano. Non credo alle scuole, ai tirocini, agli stage. Credo alla passione, a quel richiamo indescrivibile che Ti porta a desiderare di condividere le proprie scoperte di lettura con altri .

Puoi raccontarci una tua giornata tipo?

Fortunatamente non ho una giornata tipo. Posso amministrare il mio tempo come voglio. Mi piace l’idea “amministrare” perché è esattamente quello che non faccio. Odio i programmi come ho sempre odiato le scuole. Un tempo andavo a letto molto tardi, ma la notte ha le sue trappole. Ora preferisco lavorare alle primissime ore del mattino: dalle cinque alle dieci, quando sai che il telefono non squilla e il tempo sembra mobilmente incantato.

Quali sono le tue letture preferite? Quale è il libro in assoluto che salveresti se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme?

Letture preferite molte. Su tutte, certo, la letteratura americana. E’ dagli States che arrivano, secondo me, gli scrittori che negli ultimi anni sono riusciti a lasciare davvero la narrativa approdando alla letteratura. Penso a Richard Yates, Saul Bellow, Wlliam Gaddis, Don De Lillo, John Barth, Jim Thompson, David Goodis, Mary McCarthy, Alice Munro, Mark strand per la poesia, Neil Postman per la sociologia. A proposito di sociologia adoro i francesi: da Guy Debord, un genio, a Jean Baudrillard e Paul Virilio.Il libro che salverei è “I Miserabili” di Victor Hugo, un romanzo straordinario, di uan attualità sconcertante.

Ideatore e fondatore di Satisfiction rivista di critica letteraria tra le più seguite in Italia. Come è nato il progetto? C’è qualche aneddoto curioso che ti va di raccontare?

E’ nato dall’idea di ritrovare una coscienza critica. Dall’idea che, davanti agli aumenti pazzeschi dei libri, chi consiglia un libro abbia la responsabilità e il dovere di mettere mano non soltanto sul cuore ma anche nel portafoglio.

Vasco Rossi è il vostro editore. Un personaggio curioso. Come l’avete convinto? O è stato lui a proporsi?

L’idea è nata dalla nostra amicizia ventennale e dalla sua idea che per affrontare la crisi economica vada affrontata prima la crisi culturale. E per fare cultura non basta suonare la chitarra all’Accademia della Crusca ma investire concretamente. Vasco Rossi è un grande lettore: lo dimostra la poesia di molti suoi testi. E ha molte affinità letterarie. Con Céline, ad esempio: stesso stile, stessa capacità di comunicare ad immagini senza farci perdere il gusto dell’immaginazione. In questo lo trovo il mio fratello d’inchiostro. Sono il fratello minore, naturalmente.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?

Non usare strategie.

Se dovessi dare un giudizio e tastare il polso della critica letteraria italiana quali sono i primi aggettivi che ti vengono in mente? Pensi sia indipendente e autonoma o a servizio del marketing?

Ho coniatu un neologismo: marchetting, che crdo sia esaustivo.

Quale è la recensione più difficile che hai scritto?

Quella che non ho ancora scritto.

Pensi che gli scrittori dovrebbero accettare con più umiltà anche le recensioni negative? Ho sentito di parechie polemiche, molti scrittori non accettano le stroncature e reagiscono anche vivacemente. Ti è mai capitato di dover fronteggiare uno scrittore furioso?

Moltissimi, soprattutto amici.  Anche se in realtà in molti sanno che una stroncatura, alcune volte, può decretare anche il successo di un libro.

Il fenomeno dei blog lettearari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?

Se non lo riducono a “menome” credo possano fare del bene.

Quali sono i tuoi blog letterari che segui con più assiduità? Ti capita mai di leggere Liberidiscrivere?

Liberi
discrivere, Letteratitudine, Lipperatura, e Nazione Indiana sono quelli che seguo con più assiduità.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Massimiliano Santarossa: lo trovo geniale nel suo essere propositivamente contro la violenza estetica di questi tempi (im)mediati. Tra i pochi a riuscire davvero a descrivere una generazione di Narcisi del Nulla che si ribellano dalla parte del silenzio.

Definiscimi il concetto di libertà. Nel tuo ambito c’è reale libertà? Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Viviamo tempi oscuri?

Siamo in un media Evo. La libertà credo sia non avere bisogno di descrivere cos’è la libertà. Finchè l’uomo sarà costretto a definirla non sarà mai libero.

In Italia ci sono molti concorsi e premi letterari, cito il più importante lo Strega, pensi che vinca veramente il libro migliore o ci sono giochi sottobanco orchestrati dagli editori più forti sul mercato?

Chiaramente, nella maggior parte dei casi, sono orchestrati da equilibri editoriali sconosciuti  ai lettori.

L’ebook sostituirà il libro di carta?

Credo proprio di no. Se scompare la carta scompare la scrittura. E di conseguenza la lettura.

Un consiglio di lettura di Gian Paolo Serino.

Richard Yates, Revolutionary Road (minimum fax): ,un romanzo che non lascia tracce ma lividi. Un radiografia sociale del nostro quotidiano, pur scritto nel 1961: la logica medio borghese, i valori non valori, la finzione di una recita quotidianoa reiterata che chiamiamo vita.

Hai pubblicato numerosi libri, hai mai pensato di scrivere un romanzo?

Credo che, nel 2010, chiunque scriva un romanzo prima dei 50 anni si autocondanna al Nulla.

Altri progetti oltre Satisfiction?

Essere liberi di scrivere.

:: RECENSIONE DI BRIGHT STAR – LA VITA AUTENTICA DI JOHN KEATS- di Elido Fazi a cura di Nicoletta Scano.

30 giugno 2010 by

Bright Star di Elido Fazi è un’opera delicata e sommessamente forte, che affresca con grazia i turbamenti e le motivazioni più profonde del poeta dell’uomo John Keats, svelandolo non solo nella sua originalità di autore, ma soprattutto ridonandolo al mondo nella sua umanità di artista.Pur non perdendo mai lo stretto riferimento e la fedeltà quasi maniacale alla vicenda biografica di Keats, le riflessioni del protagonista si innalzano spesso a paradigma ed archetipo dell’inquietudine dell’artista e degli animi sensibili e nobili costretti a mantenere intatta la propria natura in una realtà che non li comprende mai a fondo. L’uomo John Keats si svela attraverso le sue opere più significative, riportate nel testo da Fazi, ma soprattutto attraverso la corrispondenza con i colleghi, gli amici, la sua amata Fanny, lasciando al lettore l’indimenticabile immagine di un artista fragile e al contempo determinato, incapace di rinunciare ai propri ideali di bellezza ed arte, ma al contempo torturato dalla mediocrità e dall’incomprensione del mondo e della cultura della sua epoca, in cui qualunque società, in fondo, può specchiarsi.
Ma che felicità poteva esserci per uno come lui? Morbosamente sensibile e schiavo di un’indole sempre più ondivaga”, con queste poche parole l’autore tratteggia un mondo interiore, forza del Poeta e al contempo disgrazia dell’Individuo, l’universo di un’anima che ha innovato la poesia occidentale regalando al mondo versi eterni.

Ripercorrendo l’ultimo periodo della breve vita del poeta, Elido Fazi ne scandaglia anche l’evoluzione e la crescita psicologica, ne mette in luce la tenacia di fronte alle avversità della sua vita, e al lettore ne lascia un ricordo vivido, un esempio fulgido di eroe romantico con sorprendenti tratti di modernità: Keats non si crogiola nell’angoscia, non perde di vista mai troppo a lungo la realtà, è determinato a tentar di raggiungere la perfezione artistica ma non si abbandona con voluttà al tormento, ben saldo nella sua consapevolezza anche morale: “Detto questo,” scrive al fratello George “non pensare che mi consideri un infelice. Non permetterò mai che ciò accada. Anzi, finalmente riesco a pensare con piacere alle mie responsabilità, soprattutto a quelle nei tuoi confronti, e prima che a te farò un grandissimo regalo a me stesso, se riuscirò in qualche modo ad esserti d’aiuto”.
Sempre combattuto, diviso tra il desiderio di una vita serena e felice e la sua stessa indole di artista votato ed inevitabilmente destinato al Bello (“Bellezza è verità, verità è bellezza. Questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta”), non riuscirà mai purtroppo a conoscere quale fama e quale gloria la storia gli abbia attribuito, tanto che, come ci riporta l’autore, sul finire della sua breve vita scriverà “Se morissi ora, dico a me stesso, non lascerei nessuna opera che sia degna di sopravvivermi, niente che possa rendere i miei amici orgogliosi della mia memoria. Eppure ho amato il principio della bellezza in ogni cosa, e se ne avessi avuto il tempo sarei riuscito a farmi ricordare”.

Elido Fazi ha omaggiato la figura di John Keats donando anche al lettore di oggi una figura complessa e moderna, permettendo a chi ha amato da sempre il Poeta di dare uno sguardo all’Uomo, che, malato ed in fin di vita, è ancora pronto a lasciare un’immagine di pura bellezza e serenità, che permette di ammirare la semplicità dell’animo superiore dell’Artista, così in contrasto con l’altisonante e a tratti aristocratica cerchia di altrettanto importanti autori dell’epoca che nell’opera sono magistralmente pennellati attorno al protagonista:
E’sorprendente, ma l’idea di lasciare questo mondo rende ancora più profondo in noi il senso delle sue bellezze naturali. Come il povero Falstaff, anche se non balbetto come lui, penso ai prati verdi. Medito con il più grande affetto su ogni fiore che conosco dall’infanzia. Le loro forme e i loro colori mi sembrano così nuovi, quasi li avessi appena creati io con fantasia sovrumana. Probabilmente è perché sono legati ai momenti più felici e ingenui della nostra vita. Ho visto fiori di paesi stranieri delle specie più meravigliose nelle serre, eppure non me ne importa niente. Gli unici fiori che voglio vedere sono quelli semplici della nostra primavera.
I turbamenti, i pensieri di John Keats sono autentici, vivi, struggenti ed facile è provare empatia e malinconia leggendone l’elaborazione; l’amore del protagonista per Fanny è decisamente anti convenzionale e peculiare, capace di ispirare i versi senza tempo che danno il titolo all’opera, davvero pregevole a mio parere, di Elido Fazi.

Elido Fazi,  Bright Star – La vita autentica di John Keats, pagg. 281, euro 15,00, Fazi Editore, 2010.

:: Intervista a Martita Fardin

30 giugno 2010 by

Hai voglia di parlarci della tua opera prima "ValeANA" (Elliot Edizioni)? Ragazzine anoressiche, madri frustrate, padri in odor di "mani pulte", alta borghesia, noia, perbenismo. Perché questi temi?

Perché sono realtà  che nessuno vorrebbe vivere o vedere, invece esistono. Quando scrivo sono affascinata dalla realtà più che dalla fantasia.

In Italia c'è  una forte crisi di lettori. Credi che per riacquistarli servano di più  opere di fantasia o una trasposizione di una realtà ridondante? 

Vai a sapere come riconquistare lettori, il pubblico è variegato e di umore ballerino. Bisogna osare. Credo che servano delle buone storie, originali.

Pensi che la narrazione del dolore sia un buon metodo per accaparrarsi una fetta di mercato?

No, credo che sia un pessimo metodo. Ma io ho un rapporto più forte con il dolore che con il pubblico

Prefersici storie autobiografiche (se pur parlano di un quotidiano conosciuto da tutti) o storie inventate che affrontino temi inusuali?

Non amo le storie autobiografiche, anche se in ogni storia c’è sempre qualcosa di autobiografico. Si scrive di altri mondi, ma poi inconsapevolmente si finisce a parlare del proprio. Io lascio qua e là fra le righe schegge autobiografiche.

Cosa stai leggendo?

Le onde del Mare di Yukio Mishima e una biografia su Mozart, sto provando a leggere Stephen King.

Ci sono autori esordienti che ti piacciono?

Sergio Nazzaro, Antonella Lattanzi. Poi altri ma non sono proprio esordienti.

Hai un metodo di lavoro?

Sì, consiste nel non avere un metodo.

Dai molta importanza al "mondo blog" per scrivere le tue storie?

No, do importanza al mio scavo interiore. Alle mie emozioni che devono essere filtrate. Come ho detto non amo l’autobiografia fine a se stessa.

Hai progetti per il futuro?

Scrivere una storia importante, un libro che lasci il segno.

:: Intervista a Massimo Maugeri

29 giugno 2010 by

Benvenuto Massimo è un vero piacere ospitarti sulle pagine di Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo come è nostra tradizione con le presentazioni. Parlaci dei tuoi studi, del tuo lavoro, dei tuoi hobby. Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori.

Ho conseguito una laurea in Economia e un paio di master post universitari. Oltre ai vari impegni letterari, mi occupo della elaborazione di progetti cofinanziati dall’Unione europea.
Amo molto la musica. In passato suonavo e cantavo in una band, dove arrangiavamo pezzi da me composti in lingua italiana.
Descrizione fisica: alto 1,77, peso 77 kg, capelli scuri, camicia celeste.

Scrittore, redattore culturale di magazine e quotidiani, curatore del fortunato blog letterario Letteratitudine punto di riferimento per scrittori, addetti ai lavori del mondo del libro e semplici lettori. La comunicazione è una parte importante della tua vita. Perché sia efficace quali regole d’oro deve seguire?

Secondo me la cosa più importante è fare in modo che la comunicazione non diventi autoreferenziale. Credo che una delle fortune di Letteratitudine sia stata determinata dall’apertura agli altri… in un’ottica di condivisione. L’obiettivo di fondo era (e rimane) quello di favorire l’incontro tra i vari operatori che svolgono una funzione importante nel mondo del libro: scrittori, lettori, critici, giornalisti culturali, ecc.

Parliamo innanzitutto di Massimo Maugeri scrittore. Come è nata in te la passione per la parola scritta? Quali autori hai amato particolarmente e letto fin da giovane?

Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, scrivo da quando ho imparato a scrivere. In prima elementare, mi racconta mia madre, scrivevo “pensierini” – lunghi intere pagine – che sorprendevano le maestre. Avevo il cassetto ricolmo di romanzi adolescenziali (che ho provveduto a distruggere, perché illeggibili e imbarazzanti). Dunque credo proprio che la scrittura sia “connaturata” in me. Il che però non significa che io sia un bravo scrittore, non sta a me dirlo. Sono un lettore onnivoro: ho letto praticamente di tutto. Da ragazzino leggevo da Moravia a Stephen King, dai classici della letteratura – che trovavo nella biblioteca di mio padre – ai gialli Mondadori acquistati in edicola.Uno dei miei autori preferiti è senz’altro Calvino. Ma ricorderei anche Don DeLillo e Philip Roth. Rimanendo nella cerchia degli autori americani, posso dire che uno dei miei libri preferiti (forse il preferito in assoluto) è “Furore” di Jonh Steinbeck.

A proposito dei tuoi esordi quale è stato in assoluto il tuo primo lavoro scritto e raccontaci il tuo percorso per arrivare alla pubblicazione.

In passato ho vissuto la mia scrittura in maniera piuttosto solitaria. Poi, intorno al 2001 (credo che l’anno sia quello, se non ricordo male) ho cominciato a frequentare un gruppo di scrittori e appassionati di letteratura operante nella mia città: Catania. Attraverso un’amica ho conosciuto il poeta e scrittore Mario Grasso, direttore editoriale della casa editrice “Prova d’Autore” e della rivista letteraria Lunarionuovo. Ho iniziato a collaborare con lui. Il mio esordio è segnato dalla pubblicazione del racconto Muccapazza su Lunarionuovo (nel 2003), e – soprattutto – con la pubblicazione del romanzo “Identità distorte” (nel 2005) per i tipi di “Prova d’Autore”.

“Identità distorte” è il tuo primo romanzo. Un libro difficile, ricco di metafore e interrogativi profondi. Pensi che l’uomo moderno sia ferito da una profonda crisi di identità, da una incapacità congenita di focalizzare il suo baricentro e che si veda come in uno specchio che deforma e distorce il reale a favore di un ideale illusorio ed estraniante. Viviamo tutti in una terra straniera?

In “Identità distorte” ho cercato di raccontare il mondo dominato dalla new economy, dalla globalizzazione, dalla velocità e dal culto dell’efficienza – e tutto quello che ne consegue – … utilizzando anche la metafora. Viviamo in una terra straniera? Non lo so. A volte ho l’impressione che siamo stranieri a noi stessi. Come ho già avuto modo di evidenziare in altre circostanze, secondo me il rischio principale che corre l’uomo occidentale del nuovo millennio non è solo quello di dover fare i conti con la possibile scissione tra identità e individuo (essere dunque stranieri a se stessi), ma quello di perdere anche la capacità critica per rendersi conto del rischio di incappare in tale scissione.

L’ 11 settembre è stato in un certo senso uno spartiacque nella storia del mondo occidentale. Ti ricordi cosa stavi facendo quel giorno? Come hai metabolizzato questo avvenimento che a distanza di anni lascia ancora strascichi nel subconscio collettivo?

Ricordo che un paio di giorni dopo mia moglie e io saremmo dovuti partire in viaggio di nozze per Los Angeles. A causa del blocco dei voli intercontinentali quel viaggio fallì. L’11 settembre è un avvenimento di portata epocale che rimarrà scolpito nella memoria della storia dell’umanità. Non credo che sia facile metabolizzarlo davvero. 

Sei uno dei coautori del romanzo Le Aziende In-Visibili (Scheiwiller, 2008). Vuoi parlarcene?

Con molto piacere. Si tratta di questo. Tempo fa Marco Minghetti mi parlò di questo suo progetto: “Le Aziende In-Visibili”, appunto. Quando mi chiese se ero disponibile a dargli una mano, accettai con entusiasmo. Si trattava di una sfida molto ambiziosa a cui hanno lavorato un centinaio di personalità  dell’economia e della cultura (scrittori, manager, sociologi, attori, filosofi, economisti, musicisti e designer) virtualmente costituenti la Living Mutants Society. La sfida fu quella di mettere a disposizione la propria conoscenza umana e professionale in un capitoletto di un’opera narrativa collettiva, ispirata alle Città Invisibili di Italo Calvino. Al posto di Marco Polo e l’Imperatore della Cina, ne “Le Aziende In-visibili” troviamo a dialogare l’Amministratore Delegato di una Corporation e il suo Direttore del Personale: una cornice che utilizza la metafora dell’azienda per parlare della nostra contemporaneità. A me fu proposto di tradurre, nella sezione Le aziende e i morti, la città calviniana di Adelma (Episodio n. 78 del volume). Ancora una volta accettai con entusiasmo, proponendo una sfida nella sfida: mescolare la mia scrittura a quella di Calvino (operazione rischiosissima), e paragonando il licenziamento di un lavoratore a una sorta di trapasso.

Quali altri libri hai scritto?

Nel 2008 è  uscito “Letteratitudine, il libro”, per i tipi della casa editrice Azimut. Un libro sui due primi anni di attività del mio blog. Nel 2009, sempre per Azimut, ho curato una raccolta di racconti per il progetto No-Profit “Città per le strade”. La raccolta, ambientata a Roma, si chiama “Roma per le strade”. Ho coinvolto nel progetto scrittori romani (nati a Roma) o residenti a Roma (con l’eccezione del sottoscritto… l’unico autore non romano e non residente a Roma presente nella raccolta): scrittori esordienti, ma anche noti (come – giusto per fare qualche esempio – Dacia Maraini, Mario Desiati, Antonio Pascale, Sandra Petrignan
i… e tanti altri).Sono narratori che conosco personalmente e con i quali, anche nella fattispecie, ho cercato di portare avanti la stessa esperienza di condivisione che caratterizza Letteratitudine

Parliamo del tua creazione più amata “Letteratitudine”. Il fenomeno dei blog letterari è in netta espansione. Serviva un luogo, un open space in cui potersi confrontare, discutere liberamente di editoria, di letteratura, di comunicazione. Da semplici strumenti di promozione stanno acquistando i contorni di una vera e propria agorà. Tu sei stato uno dei primi a capirne le potenzialità. Quale pensi sia il loro futuro e che strade intraprenderesti per migliorarli ulteriormente?

Credo che i blog continueranno ad avere lunga vita. Qualcuno, magari, si è  un po’ perso per strada… ma ne sono sorti di nuovi. Non credo che ci sia una strada più giusta delle altre da percorrere. Anzi, penso sia importante che ciascun blog provi a trovare il suo tratto distintivo, un proprio personale percorso. Chi riesce a portare avanti un progetto “personalizzato” e peculiare ha più possibilità di emergere.

Quali sono i tuoi blog letterari più amati?

Sono molto legato al blog collettivo La poesia e lo spirito, anche perché sono uno dei redattori. Ma seguo sempre con piacere anche Nazione Indiana, Lipperatura, Vibrisse, Satisfiction, Carmilla on line, Il primo amore, Sul Romanzo,  il sito di Giuseppe Genna… ma l’elenco potrebbe continuare. Li seguo sempre con affetto e li considero siti amici. La maggior parte dei loro animatori, peraltro, li conosco personalmente.

Letteratitudine è anche una trasmissione radiofonica in cui spesso inviti ospiti più o meno famosi e li invogli a parlare amichevolmente degli argomenti più vari. Raccontaci la tua esperienza di intrattenitore radiofonico.

Si tratta di un’esperienza nata per caso. Sono stato contattato da Gabriele Pugliese, il direttore di Radio Hinterland (una radio che trasmette in Fm nel territorio delle province di Milano e Pavia, ma che va in diretta – in streaming – anche via Internet), il quale mi conosceva per via di Letteratitudine. Pugliese mi ha proposto uno spazio all’interno della radio per condurre una trasmissione culturale che si occupasse di libri e letteratura. All’inizio ero piuttosto perplesso ed ero deciso a declinare l’invito. Poi Pugliese ha insistito, e mi ha convinto. Oggi, dopo qualche mese, gli sono grato. Per me, questa della radio è senz’altro un’esperienza entusiasmante e arricchente. Non pensavo proprio… ma mi diverto un mondo. Cerco sempre di mettere l’ospite a proprio agio e indurlo a raccontare e a raccontarsi nel modo più naturale possibile. Il mio intento, nel corso della chiacchierata, è “sparire” per dare risalto all’ospite e “offrirlo” agli ascoltatori. E questo trattamento lo riservo a tutti: sia agli autori noti al grande pubblico, sia agli esordienti.

Parlami della tua “sicilianitudine”. Cosa ami di più della tua terra; quali colori, sapori, odori, ti porti sempre con te? C’è un luogo particolare che ti appartiene in cui ti senti veramente a casa?

La mia terra, essendo un’isola, è circondata dal mare. E se dovessi indicare colori, sapori, odori, che porto sempre con me… direi quelli del mare. E lì che mi sento a casa. Non mi riferisco, però, alle spiagge estive sovraffollate e straripanti. Quelle, quando posso, le evito.

Quale libro stai leggendo adesso, il classico libro aperto sul comodino?

Ho il comodino ricolmo di “libri aperti”. Per vari motivi, leggo spesso più libri contemporaneamente. Ma ho voglia di rileggere qualche classico. Magari il citato “Furore” di Steinbeck… perché no!

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Sono rimasto molto colpito dal primo romanzo di Simona Lo Iacono, scrittrice e magistrato. Si intitola “Tu non dici parole” ed è pubblicato da Perrone. Faccio un accenno alla trama… La storia è  ambientata in Sicilia (a Bronte), nel 1638: periodo di malcontento popolare e di Santa Inquisizione. La protagonista, Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una peculiare caratteristica: ama le parole belle. Parole liturgiche e dell’offertorio, sentite in convento, che “ruba” e ripete di continuo pur non conoscendone il significato. Parole che re-interpreta, ammaliata dalla loro austerità e musicalità. Questo suo amore, però, viene considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio L’anno scorso, questo libro, si è aggiudicato il premio Vittorini, sezione opera prima.

Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?

Vi seguo e vi leggo. Mi piace molto il nome, perché ho sempre pensato che la scrittura è la patria della libertà.

Attualmente stai scivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci in esclusiva qualcosa?

A dicembre dovrebbe uscire il nuovo volume di “Letteratitudine, il libro”. Sto ultimando un nuovo romanzo e ho pronta una raccolta di racconti. Il romanzo è ambientato in Sicilia. La storia incrocia il mondo del cinema (e Hollywood, in particolare) e il mito delle Gorgoni. Meglio, però, non anticipare troppo… Poi c’è un progetto di scrittura a quattro mani con la citata Simona Lo Iacono (di cui spero si vedranno i frutti molto presto). E questa è proprio una notizia in esclusiva…

Altri progetti oltre la scrittura?

Continuare a fra crescere il blog, puntando ancora di più sulla sua “internazionalizzazione”. E poi, ogni tanto, riposarmi un po’… (sorriso). Grazie di cuore a voi di “Liberi di scrivere”per l’opportunità.

:: Recensione di Raimondo Mirabile Futurista di Graziano Versace a cura di Maurizio Landini

29 giugno 2010 by

cover-raimGraziano Versace “Raimondo Mirabile Futurista”, 2010, XII Edizioni, Collana “Eclissi”, pagine 281 – Recensione di Maurizio Landini

“… Io non temo le tenebre infinite!… Io non sono un uomo strisciante che si sforza, durante la notte, di spingere la sua piccola testa di tartaruga fuori dall’immenso guscio del firmamento!…”
(Da “Mafarka il Futurista” – 1909)

Fare da maggiordomo a Raimondo Mirabile, non è da tutti. Soprattutto quando con lui si finisce per far parte di un gruppo di “straordinari gentlemen”, unico baluardo a difesa dell’umanità, contro un’oscura invasione aliena in territorio meneghino, celata dietro le attività della fantomatica Società degli Eletti che, con la scusa di riunioni futuriste, attira gli umani al fine di soggiogarli. 

    “Esseri vomitati dal più nascosto degli inferi, votati al male più puro; sono la stessa essenza della crudeltà (…)

   Gli Eletti sono reietti di altri mondi!”  Nemici pericolosi, che sanno unire volontà e linguaggio per veicolarli contro le loro prede, localizzare i loro avversari attraverso il sogno e la meditazione, fino ad anticiparne i movimenti. L’unica possibilità che l’uomo ha per contrastare il loro smisurato potere è quella di annullare la propria mente…   Riusciranno i nostri eroi a sventare i loschi piani degli alieni?  

Due volte finalista al premio Urania, Graziano Versace ci regala un romanzo avvincente, ben scritto, pieno di citazioni di fantascienza, senza mai tuttavia scadere in un tentativo maldestro di plagio, bensì realizzando un pregevole tributo al genere.

Recensione di L'istinto del sangue di Jean Christophe Grangé a cura di Stefano Di Marino

28 giugno 2010 by

lMi sono avvicinato all’ultima fatica di Grangé con qualche timore. Premesso che considero ‘Il Giuramento’ uno dei romanzi migliori degli ultimi anni e Grangé uno tra gli autori più personali e anticonformisti del nostro tempo, avevo letto alcune critiche d’oltralpe piuttosto negative su La Foret des Manes. Lo liquidavano come una caccia al serial killer di stampo piuttosto prevedibile. Mai dare retta ai recensori… L’aspetto criminale anche se avvincente e con un bel colpo finale è solo una parte, come sempre, del lavoro dell’autore. Grangé è un autore per pochi, raffinati palati che cercano molto di più della soluzione del mistero in un romanzo. Mescola con abilità noir metropolitano, avventura esotica, horror,e una serie di altre materie che vanno dall’antropologia alla geopolitica al paranormale con la capacità di  coagulare tutto in un unico flusso che ti prende e non ti lascia più. In questo romanzo mi sembra evidente una continuità con Misere, la ricerca delle radici della malvagità umana. Una crudeltà che passava per i nazisti e il regime cileno nel romanzo precedente e qui ripercorre la pista sudamericana dal Nicaragua sino all’Argentina. Grangé informa, ci fa partecipe delle sue ricerche ma non annoia con inutili ‘spiegoni’, alla fine racconta sempre una storia avvincente. Unica nota di perplessità in questo ultimo lavoro (forse) il personaggio della protagonista molto lontano dalle coppie di poliziotti dannati o dalle ragazze perdute come la protagonista del Concilio di Pietra.  Jeanne Korowa sembra un po’ costruita a tavolino con un occhio alle eroine yuppie di certa narrativa thriller americana. Ma è un peccato veniale perché la narrazione avvince e la scrittura è sempre sopra la media. Ma perché quel titolo italiano che abbassa il tono di un romanzo con aspirazioni(realizzate) più alte. Forse si pensava che il pubblico italiano non capisse cosa fossero ‘i Mani’.  Il titolo L’istinto del sangue, assieme alla fascetta che strombazza inutilmente sul numero di copie vendute all’estero, irrita il lettore accorto. Una verniciatura di ‘popolarità’ che il lavoro di Grangé proprio non merita.

Jean Christophe  Grangé- L’istinto del sangue(La Foret des Manes) traduzione di Doriana Comerlati-Garzanti- pp510-euro 19,60

:: Intervista ad Angela Bubba a cura di Nicoletta Scano

24 giugno 2010 by

la_casaAngela Bubba è  nata a Catanzaro nel 1989. Pur essendo una scrittrice così giovane ha già riscosso grande successo e la critica le ha già attribuito importantissimi riconoscimenti: ha vinto il Premio Verga nel 2006, si è classificata seconda al Premio Campiello Giovani nel 2007 e al Premio Italo Calvino nel 2008. Nel 2010 è stata inserita tra i dodici finalisti del Premio Strega per il suo primo romanzo, “La casa” (Elliot), presentato da Paolo Giordano (autore del celebre “La solitudine dei numeri primi”).

Il tuo modo di scrivere e inventare la lingua italiana è molto originale ed è stato subito riconosciuto come uno dei principali punti di forza del tuo romanzo d’esordio, “La casa”. Dove e come nasce l’idea di utilizzare un registro così ricco ed innovativo? E’ davvero una finzione letteraria, o fa parte del tuo vissuto, un po’ come il Lessico famigliare della Ginzburg? Credi che questo registro linguistico andrà a connotare le tue prossime opere,oppure lo immagini già radicato nella realtà della famiglia Manfredi, fulcro de “La casa”?

C'è sia finzione sia immaginazione in questo linguaggio. Non scrivo soltanto in questo modo, l'ho preferito per "La Casa" in quanto era l'unico che riuscisse a darle quella lontananza, quella sospensione necessaria. Non sono la prima a compiere questa operazione. Una grande maestra, non solo di scrittura, come Elsa Morante, mi ha insegnato a    impastare i dialoghi le frasi gli aggettivi..tutto insomma!, a dare dignità al verbo umile come al più colto. Si tratta sempre di parole in fin dei conti, la cosa più "terribile"che esista ovvero. Per "La Casa" era necessario che venissero gestite, o meglio, fotografate, in questa maniere. Ogni libro vuole la sua lingua, è stata La Casa a scegliere.

So che alcuni lettori hanno osservato che ne “La casa” la trama risulta un po’ sfumata, rispetto alla grande forza stilistica e di linguaggio che rendono unico il racconto. Sapendo  che ami molto anche la musica, ti chiedo: credi che la musicalità, il ritmo di un’opera spesso ne determinino anche il successo, l’efficacia?

Anche la parola può essere musica, certo. Prima di essere una lettrice di romanzi, io sono una lettrice di poesia, e la poesia appunto non si capisce se non si hanno le spalle i suoi architravi, eminentemente musicali appunto. "Musica" è poi un concetto veramente ampio, ingestibile per certi versi. Le frasi, e non solamente i versi, devono essere composte per me. Se voglio rendere solare un'affermazione, ad esempio, se voglio immettere una nota di purezza o felicità e gioia, certamente "sfrutto" il potere delle lettere, e sotto tutti i punti di vista.
Non so quanto questa accortezza possa determinare l'efficacia (in termini di vendite) di un'opera. Il gusto è anch'esso qualcosa di complesso, è duro lottare contro lettori (non tutti per fortuna) abituati a pagine "facili", dove la facilità (se così la possiamo chiamare) non è quella di un McCarthy (magari!, direi), quella facilità è banalità, è carenza. Ho avuto delle sorprese in ogni caso, soprattutto da parte di ragazzi molto più giovani di me, e questo mi ha emozionata molto.

Nel tuo romanzo traspare un certo affetto e attaccamento verso le proprie origini e verso la famiglia, la casa, cosa che colpisce sempre in un autore tanto giovane. Che importanza hanno nella tua vita le radici e il legame con il territorio?

La Casa non è un romanzo campanilistico, non ci sono tripudi della mia regione e quant'altro. La geografia anzi sembra qualcosa di accessorio, volutamente. L'epigrafe del libro non è altro che l'incipit di Anna Karenina infatti, siamo in Russia perciò, e facendo dunque capire che sì, stiamo parlando di una famiglia calabrese, con i suoi tratti tipici, con il suo marchio anzi, ma per il resto (azioni, reazioni, confusioni, accuse, scuse..) tutto rientra nel globale concetto di famiglia.  
Certamente ha importanza per me il ricordo della mia regione, di ciò che mi ha dato e continuerà a darmi. Non sono tuttavia una persona faziosa, non sono una persona che antepone la sua origine alle altre. Tutto è misterioso, tutto è vergine ai miei occhi, lo è ancora la Calabria per certi versi, come molte altre terre.

Paolo Giordano è stato il tuo Sponsor al Premio Strega. Una curiosità: cosa hai pensato quando te lo hanno detto? Eri già un’ammiratrice del suo libro d’esordio, “La solitudine dei numeri primi”?

Ho immediatamente ringraziato Paolo per il suo sostegno, è stato un gesto che ho apprezzato molto. Non conosco troppo bene la sua scrittura per esprimere un giudizio, è in ogni caso diversa dalla mia.

Credi che il mondo editoriale italiano offra sufficiente spazio ai giovani e agli autori emergenti? Quale consiglio ti sentiresti di dare a chi si appresta a scrivere un romanzo per la prima volta?

Lo spazio per i giovani c'è, nel senso che se ci si sforza si riesce a trovare un editore che possa pubblicare. Il momento critico è quello successivo, quando il libro cioè va a finire sullo scaffale della libreria: come lo sistemeranno, chi lo comprerà, quanta visibilità gli verrà data? A chi scrive un romanzo per la prima volta non vorrei dare nessun consiglio, non sarebbe giusto. Dico solo che deve partire da una condizione a lungo covata, un dolore, la letteratura è dolore. Certe volte mi sconvolgo, sentendo alcuni autori che parlano della scrittura come se andassero a comprare un sacco di patate, la programmano come un'attività ordinaria, come una sorta di hobby. La letteratura, la scrittura non è un hobby, non è un hobby, lo scrivo per due volte. La scrittura è un po' quello che dice Platone nel Simposio riguardo all'amore: desiderio e ricerca dell'intero. A ciò si dà il nome di amore, io a questo do il nome di scrittura. Qualcosa di assolutamente, meravigliosamente demoniaco perciò.

Ottenere grandi riconoscimenti e il plauso della critica mette le ali o incatena, magari per ansia da prestazione, quella fantasia che tanto è stata importante nella tua esperienza e alla quale hai dedicato il tuo romanzo d’esordio?

La critica, come dire, fa parte del gioco. C'è chi fa il critico con purezza, chi meno. Personalmente cerco di trovare una mia critica, di essere io il mio primo severo giudice, di rodermi fino all'impossibile.
Amo ascoltare i consigli però, e tanti ne ho ascoltati, da molti anni ormai. Molti di questi sono stati utili, e sono stata io la prima a dire: Avevi ragione, grazie! Questo fa parte della crescita, del migliorarsi. Più difficile è parlare con un critico che urla senza neanche aver letto il libro, o lo ha letto a metà, lì non rimane che arrendersi, arrendersi alla mancanza umana.

Molti ti faranno domande legate alla tua giovane età. A me incuriosisce capire se il successo ottenuto nei concorsi cui hai partecipato abbia indirizzato la tua scelta universitaria. E’ stata una
scelta “obbligata” iscriverti a Lettere? Cosa ti aspetti dall’Università?

No, Lettere non è stata una scelta obbligata. In realtà era proprio la Facoltà a cui non volevo iscrivermi. Ricordo ancora quel mese, un mese rovente, poi quella certezza mi si presentò chiara, a un tratto, senza inganno. Fu una rivelazione.
Riguardo all'Università mi aspetto che migliori prima di tutto, non solo per gli studenti. L'Università è un vero e proprio mondo, e accanto alle cose belle ci sono le truffe, le furbizie, le cose non dette o dette male, le miserie..C'è la speranza comunque, quella non manca di certo. Il discorso, in ogni caso, sarebbe davvero troppo lungo.

So che sei anche una appassionata lettrice: ci sono autori a cui ti ispiri? Romanzi che hanno inevitabilmente segnato la tua crescita?

Tutti i romanzi mi segnano, anche quelli che reputo non belli. L'Isola di Arturo è però quello che sento cucito non nella pelle ma di più, nei globuli rossi, anzi nei quark dei miei globuli rossi. Non sono mai stata a Procida, quando ci andrò so che sentirò un'emozione più forte di quella provata sull'Acropoli di Atene, so che ci sarà qualcosa di magico e di estremo. Questa è una delle mie grandi (stupide forse) certezze.

D’obbligo, in chiusura, è domandarti se stai lavorando a nuovi progetti. Ci vuoi dare un’anticipazione?

Sì, ho a lungo covato questa nuova storia. Da un anno circa. Sarà tutto molto diverso da La Casa, o meglio, alcuni dati obbliganti della casa ci saranno, ma più come ricordo, come sfumatura. Non è ambientato in Calabria e non ci saranno i Manfredi comunque, loro non potrebbero vivere fuori dal loro rifugio.

:: Recensione di Salto d'ottava di Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

23 giugno 2010 by

Giochiamo a riciclare la rivoluzione?” [Rileggendo “Salto d’ottava”, A. Paolacci.]

Secondo quanto attesta Cartesio nel suo Compendium musicae, l’ottava sarebbe il punto di partenza, dal quale per sottrazione si ricaverebbero tutte le dissonanze e consonanze. Infatti essa rappresenta l’intervallo sonoro in cui i gradi vengono ad essere ordinati. Gli estremi dell’intervallo d’ottava sono due gradi diversi tra loro, ma caratterizzati dallo stesso aspetto strutturale che si ripete sempre uguale a se stesso. Il salto d’ottava pertanto, che si presenta in genere nel senso contrario alla linea melodica da cui proviene, consiste nel passaggio da una vibrazione sonora alla stessa identica vibrazione, soltanto più acuta. Met è  un adolescente. Deve avere quattordici, forse quindici anni. Sta tutto dentro la sua felpa nera con la zip, una tavola da skate sopra quattro rotelle malconce per sfidare i propri limiti, abbattere le barriere delle convenzioni sociali. Un paio di All Star piene di buchi, scolorite, mezze scollate, perchè è così che le portano tutti. Altrimenti meglio non portarle affatto. I segni del tempo che passa raschiano contro le suole, fanno a pezzi la tela, ma lasciano intatta la pelle. Anche se Met sente che c’è qualcosa di storto in tutto questo. Che forse le cicatrici non ce le dovrebbero avere i vestiti, ma le persone. Che la rivoluzione non può stare in un paio di scarpe tutte uguali. Che la convenzione da combattere è annodata proprio tra quei lacci, in cui ci si sente così al sicuro, così invisibili, così arrabbiati, tutti assoldati nella fila di un’anarchia giovanilista antistituzionale, a pestare i piedi, abbattere ogni punto fermo, senza pensare a cosa costruire dopo. Destrutturare, fracassare, spezzare, creare distorsioni, tutti allo stesso modo, tutti senza un’idea di come rimontare i pezzi, né la voglia di domandarsi cosa farsene di un ipotetico futuro. E’ un’eventualità che non si mette in conto. Met si fa domande, ma non parla. Continua a camminare alla stessa velocità in questa spirale senza curve, aspettando di cavalcare la rampa giusta, segnando il punto decisivo, per fare quel salto nel vuoto e cambiare il corso degli eventi. Essere lui a scegliere le sue probabilità, le sue ipotesi di futuro, la sua definizione di rivolta. Essere lui lo spartiacque della sua vita, inseguendo sbagli che siano solo suoi,  cambiando livello, dimensione, intervallo sonoro. Riscrivere sopra queste rovine, che si ritrova tra i piedi, una musica del tutto nuova, lontana da etichette pseudo-alternative, senza ripetizioni, ritornelli, strofe fisse. Uscire dal loop di questo revival beat e costruire un mito tutto suo, che non sia riciclato da nient’altro.  Matteo è  un uomo adulto. Deve avere trentaquattro, forse trentasei anni, non riesce proprio a ricordare bene questa mattina. E’ il suo compleanno, così gli dicono i suoi dipendenti. Ma lui non riesce a decidersi. Faccia contro faccia. Lo specchio gli rimanda indietro un riflesso maldestro, un ipotetico presente di cui ha deciso poco o niente. Un divorzio alle spalle, due figli con cui non riesce mai a parlare, una casa di produzione cinematografica regalatagli dal padre- lui che di far cinema non ne aveva proprio voglia, ma chi mai potrebbe dire di no- una casa da soap opera americana in cui sembra un intruso. Lui che si sentiva così storto in tutto quel marcio, quando era ragazzo. In quegli ambienti da salotto pseudo-intellettuale, tra quei discorsi fatti di fumo, tutti a ricercare la parola più difficile, l’inquadratura più sofisticata, il montaggio più cerebrale. Tutti a fare acqua da ogni parte. Ci si era ritrovato dentro fino al collo, così come era piombato nella sua casa a cristalli liquidi. Vestiti, soprammobili, bottiglie di vino sui tavoli. Non si muove niente, tutto è disposto secondo un ordine artificiale, innaturale, finto. Non sembra ci sia abbastanza ossigeno per poterci abitare. Non c’è niente di usato, logorato, poi buttato via. I pavimenti non conoscono il rumore dei suoi passi, sono bianco freddo, senza una mattonella spaccata, senza una palla di polvere negli angoli. Matteo fruga le pareti con gli occhi questa mattina. Cerca disperatamente una macchia, un graffio, una crepa che gli raccontino qualcosa su di lui, che gli indichino finalmente il punto di rottura dove ogni movimento s’è fermato, mentre il tempo ha continuato a scorrere. Quel momento in cui tutta la sua vita è finita per diventare una linea retta, una spirale che si rincorre in tondo, un rivivere situazioni già vissute a diversi gradi di intensità e di consapevolezza, un salto d’ottava, un ciclico rincorrersi di svolte immaginarie, curve apparenti, un gioco di pieni e vuoti, l’inversione di direzione nello stesso intervallo sonoro, da una vibrazione all’altra. Sempre lo stesso suono ripetuto fino all’ossessione, alla paranoia, alla vertigine della monotonia. Met trova un cadavere di un ragazzo in una fabbrica abbandonata, il Rottame.Guarda la morte in faccia, ma non ne parla a nessuno.Matteo deve girare un documentario su quella fabbrica, riprendere il ferro ossigenato delle lamiere di giorno, le storie torbide che si racconta accadano lì la notte.Ora, non avrò  la giusta obiettività o competenza per scriverlo, ma non credo che di teste come quella di Antonio Paolacci se ne trovino molte in giro. Non è solo una prova di talento o di stile, questa sua seconda fatica. E’ una grande prova di intelligenza. Paolacci sa scrivere e soprattutto pensa prima di farlo, cosa che vi sembrerà banale, ma visti i tempi che corrono non lo è affatto. In più pensa con coraggio, tira fuori una salda coscienza critica antigenerazionale, una vitale e brutale  onestà intellettuale, tenendosi lontano dall’etichetta di genere come già aveva dimostrato di saper fare nel suo romanzo d’esordio, “Flemma” (Perdisa Pop, 2007).E soprattutto riesce a dire quello che deve e che vuole dire nei suoi romanzi, senza il bisogno di dirlo al di fuori.
Se non è  roba rara, questa. Fate voi.

:: Recensione di Lick di Lulu Berton a cura di Giovanni Choukhadarian

22 giugno 2010 by

Lulu Berton, Lick, Venezia, Sonzogno, 2010, 188 pagg., 16 euro

Il sottotitolo di questo esordio narrativo non mente: “commedia erotica in 6 atti”, si annuncia, e giusto quello si legge. Lulu Berton, che sembra un nome finto ma pare non sia, è una giovanotta mezzo italiana e mezzo americana. Qui racconta le paradossali vicende di una ragazzotta di Venezia, trasferita a Londra per scoprire la vita, il mondo e, come pare, soprattutto i fatti dell’amore carnale. Se qualcuno sta pensando a una Melissa P. in salsa leghista, no, non è quello. Berton, di mestiere giornalista chic, è troppo scaltra per un prodotto del genere. No, qui prevale la dimensione umoristica, quando non propriamente comica. La protagonista, che si chiama senza gran fantasia Lola,  fa la spogliarellista nei pub meno consigliabili, poi cambia e diventa richiestissima telefonista erotica, fin che non s’innamora di un chitarrista rock piuttosto sfasciato. Il basso continuo della narrazione è però il vecchio padrone di casa di Lola, fanatico cultore del suo giardinetto, in apparenza burbero come un Mr. Rochester 150 anni dopo, in realtà di un’ingenuità quasi dolce. Lulu Berton lo inserisce ogni tanto, a segnare i cambi di vita di Lola, come fosse lui il faro di una vita così scombiccherata. Le storie di Lola e compagnia sono raccontate con partecipe disincanto e il desiderio anche troppo esplicito di far ridere il lettore. Berton detiene una lingua letteraria disinvolta, adopera a volte similitudini meno che dantesche ma ha buoni tempi comici e usa con discrezione il paradosso, strumento retorico affatto maschile. Siccome l’estate comincia in questi giorni, Lick sembra un buon libro per accompagnare le giornate in spiaggia. Il mare, un lettino e l’ombrellone e un buon libro: non è questa l’estate dei lettori forti?

:: Intervista a Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2010 by

Mons Kallentoft

Ciao Mons. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mons Kallentoft ?

Sono un romanziere svedese, che vive a Stoccolma. Ho 42 anni e Midwinterblod è il mio primo romanzo poliziesco. Ho pubblicato tre romanzi “regolari” prima, e una raccolta di scritti di viaggio. Della serie su Malin Fors, in Svezia sono già stati pubblicati quattro libri.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia. Qual è il tuo background?

Ero un ragazzo cresciuto a Linköping nella campagna svedese, quando ho scoperto la letteratura. Fin da piccolo scrivevo storie, mi è sempre piaciuta la fuga dalla realtà che i libri offrono. E prima di riuscire ad essere pubblicato ho scritto un sacco lavorando nella pubblicità e come giornalista.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere? 

Sono stato costretto a letto dopo un intervento chirurgico a causa di un incidente subacqueo, quando avevo 14 anni. Non avevo nulla da fare e così alcuni amici mi hanno dato alcuni libri da leggere. Kafka, per esempio, e da allora ho scoperto la scrittura.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro? 

Il mio primo libro si intitola Pesetas ed è ambientato a Madrid. Volevo scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere come lettore… quindi è una storia di ladri di banca, cocaina, ecc …

Chi sono state le tue prime influenze?

Cormac McCarthy, F. Scott Fitzgerald, Walter Mosley, Kafka

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato rifiutato dagli editori per quindici anni. Non volevano pubblicare le mie poesie! Così decisi di scrivere sul crimine e la morte e finalmente arrivò il successo , sotto forma di audience e premi letterari!

Qual è il tuo libro preferito? 

Mi piace raccontare storie classiche. Meridiano di sangue di Cormac mcCrthy è il mio favorito.

I tuoi personaggi sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, i miei personaggi non sono simili a me, anche se le emozioni e le speranze, ecc, sono le mie. Spesso uso alcuni stereotipi del genere poliziesco per creare i miei personaggi che risultano ai lettori familiari ma nello stesso tempo tendo a sorprendere e confondere. Tuto ciò rende, a mio parere, i miei personaggi molto credibili. Siamo tutti unici, e anche un po’ degli stereotipi, che ci piaccia  o no. E partendo da questo si possono costruire dei personaggi molto forti e interessanti.MonsKallentoft6638

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Canto degli uccelli, da Sebastian Faulks.

Dimmi qualcosa di Fors Malin.

Lei è la protagonista dei miei libri. Ha 34 anni, è un’ ispettore di polizia single con una figlia adolescente. Ho scelto un eroe femminile per molte ragioni. Fondamentalmente  perché era il personaggio che mi è venuto in mente quando ho deciso di scrivere un romanzo poliziesco, in secondo luogo volevo creare un eroe diverso dal resto dei romanzi polizieschi scandinavi. Ma poi ho voluto anche lei per avere la possiblità di descrivere alcuen daratteristiche personali: beve molto, lavora molto, ha problemi nei rapporti di coppia … il tutto al fine di creare qualcosa di familiare e nuovo. Questo era un sfida interessante per me. Per me personalmente Malin è interessante perché ha preso una vita tutta sua. Io non controllo più le sue azioni, lei ne ha il controllo, e mi piace la sua complessità e le sue contraddizioni, il suo dualismo e la sua  resistenza e le sue intuizioni. Lei è una persona che fa della realtà e del futuro un foglio bianco, tutto può succedere in sua compagnia. Io amo quel tipo di persone anche nella vita reale.

Midvinterblod Sangue di mezz’inverno è il tuo quarto romanzo. Raccontami qualcosa.

E ‘una storia dura ma poetica su un omicidio raccapricciante nel più freddo degli inverni. Incontriamo Malin Fors per la prima volta. È un libro al tempo stesso poetico e classico e porta qualcosa di nuovo al genere poliziesco. Un giornalista rispetto a Dostojevsikj …. hmm.

Ami ascoltare  musica mentre scrivi o preferisci il silenzio?

Silenzio …

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Sono fanatico per la gastronomia e soprattutto amo l’Italia e la sua cucina. Ho scritto molto sulla cucina italiana e Massimo Bottura di Osteria Franscescana è il mio chef italiano preferito …

Hai molti fans. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Amo molto i miei lettori ma sono una persona molto riservata, comunque incontro spesso i mei  lettori nella vita reale. Rispondo a tutte le lettere e le mail che ricevo.

Cinema e scrittura sono una strana coppia, che cosa ne pensi? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

A dire la verità esistono pochi adattamenti di successo di film tratti da libri. Fare un film è  processo molto imprevedibile che non mi piace affatto. Sì, ci sono progetti di film tratti dai mei libri, ma io non non partecipo alla realizzazione. Questa è la mia scelta.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Ha ricevuto anche recensioni negative? 

Specie da alcuni, non da molti, e mi è capitato di perdere le staffe per cinque minuti. Alcune recensioni negative sono inevitabili nella vita di uno scrittore. Comunque la vita continua anche dopo una recensione non favorevole.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Scrivere, scrivere e  ancora scrivere. E’la pratica che ti rende migliore.

Che cosa è la libertà per te?

Viaggiare per il mondo con la mia famiglia e scrivere dove voglio senza dovermi preoccupare dei soldi!

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo romanzo. Ora stai scrivendo un nuovo romanzo? 

Si sto scrivendo il quinto libro su Malin Fors…

:: Recensione di La breve seconda vita di Bree Tanner a cura di Nicoletta Scano

22 giugno 2010 by

breetannerDopo due anni di attesa è uscito un nuovo libro di Stephenie Meyer, raggiungendo già  nella prima settimana di pubblicazione i primi posti della classifica dei libri più venduti nel periodo. Il romanzo, presentato dall’autrice stessa come “un episodio mai narrato in Eclipse”, svela ai lettori i retroscena di quanto narrato nel terzo volume della Saga che ha venduto oltre 100.000.000 di copie nel mondo. In questo breve romanzo (meno di 200 pagine senza divisione in capitoli), abbandonato il punto di vista dell’adolescente umana Bella Swan, protagonista dei primi quattro volumi della Saga, la scrittrice accompagna il lettore alla scoperta di un universo parallelo a quello dei Cullen, i vampiri “vegetariani” (poiché si nutrono solo di sangue animale) conosciuti nelle precedenti vicende, e presenta la realtà opposta dell’esercito di vampiri creati dalla letale Victoria per vendicarsi del clan dei Cullen. Ciò che colpisce chi si è già appassionato al piccolo universo creato dalla Meyer, è la capacità di questa scrittrice di creare un vero e proprio mondo, ampliandolo senza far venire mai meno la curiosità e il desiderio del lettore di conoscere nuovi dettagli, affezionarsi ad altri personaggi, che anche laddove solo accennati sembrano poter prendere vita autonoma e voler raccontare le proprie vicende. La protagonista di questo nuovo romanzo, Bree, presente per non più di due pagine in Eclipse, si trova a vivere la propria esistenza vampiresca in un contesto completamente diverso da quello che i fans aveva imparato a conoscere, e si avvicina molto di più all’immagine tradizionale del vampiro cui la letteratura ci ha abituati. Come i vampiri della tradizione più classica, Bree beve sangue umano, e si comporta da assassina, senza alcuna pietà né particolare interesse per gli umani. Tuttavia, nell’arco della sua breve esistenza, inizia a relazionarsi con altri della sua specie i quali la spingono a domandarsi se non ci sia qualcosa di più importante nella sua vita della continua caccia al sangue e dello scontro tra simili per la supremazia, portandola a rivalutare la sua visione dei rapporti e della realtà. Purtroppo, questo germoglio di consapevolezza non trova il tempo di sbocciare completamente, essendo il suo destino ormai segnato dall’appartenenza all’esercito creato dal vampiro Riley per Victoria: Bree si troverà coinvolta in una battaglia, narrata anche questa parallelamente in Eclipse, seppure da altro punto di vista, che avrà per lei un esito catastrofico. E’ come un cammeo, un omaggio agli appassionati della Saga, l’incontro di Bree con Bella ed il clan dei Cullen, narrato nelle ultime pagine del racconto, in cui al contrario non è che velatamente accennata la presenza degli indiani-lupi, coprotagonisti degli altri quattro volumi della storia. Attraverso gli occhi di Bree, si chiarisce ancora di più la grande originalità dei vampiri vegetariani inventai dall’autrice e contemporaneamente diviene lampante come siano proprio loro, ancora una volta, a risvegliare l’interesse per questi romanzi e ad aver catturato il cuore di milioni di lettori negli oltre cinquanta paesi in cui i libri sono stati tradotti. Da sincera ammiratrice di Stephenie Meyer non posso che apprezzare questo ulteriore piccolo tassello apportato all’universo di Twilight, dovendo però ammettere che, in fondo, ciò che gli appassionati più desiderano dall’autrice, sia il prosieguo delle vicende dei protagonisti principali o il completamento dell’ormai attesissimo ed incompiuto Midnight sun, opera in cui si potranno finalmente conoscere i punti di vista, i turbamenti e le emozioni dell’eroe indiscusso della saga, il vampiro innamorato di un’umana Edward Cullen.