:: Recensione di Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

21 luglio 2010 by

Sangue di mezz’inverno di Mons KallentoftLinkoping, cuore della Svezia più profonda, campagna innevata, bucolica tranquillità agreste, sembra di vederla emergere dall’opuscolo pubblicitario di qualche tour operator specializzato in vacanze nei fiordi nordici. L’inverno è freddo a Linkoping e febbraio è il cuore dell’inverno, un inverno in cui la colonnina di mercurio è capace di scendere a distanze vertiginose dallo zero. Il cadavere di un uomo obeso viene rinvenuto nella campagna, nudo, impiccato ad un albero, con evidenti segni di torture. A Malin Fors, giovane e determinata detective della polizia locale con un vissuto tormentato, divorziata, troppa propensione per il bere e una figlia da crescere da sola, spetta l’ingrato compito di fare luce sul caso partendo dallo scoprire chi era la vittima, per poi procedere tra deduzioni e indizi semi ingoiati dalla neve e raggiungere il colpevole, capire le sue motivazioni, fare luce sull’intricato ginepraio che può generare un delitto. Perché le vittime sono indissolubilmente legate ai colpevoli e uccidere è sempre come morire un poco. Uscito il 10 giugno per l’ Editrice Nord, Sangue di mezz’inverno è il libro d’esordio di Mons Kallentoft un talentuoso giovane scrittore svedese che, osannato dalla critica e forte del successo ottenuto in patria con più di 300.000 copie vendute nella sola Svezia, si appresta a diventare un caso editoriale internazionale approdando contemporaneamente in ben 12 paesi europei tra cui l’Italia. Originalità del racconto è che anche i morti hanno voce. Segnalo tra l’altro l’ottima distribuzione, in tutte le librerie che ho visitato la sua copertina rossa era in bella mostra tra le novità. 

Traduttore Alessandro Storti

:: Recensione di Un mattino da cani di Christopher Brookmyre

20 luglio 2010 by

9788882372231Dura la vita per Jack Parlabane giornalista scozzese in trasferta a Los Angeles, mettersi nei guai è un attimo per cui l’unica soluzione possibile è lasciare gli Stati Uniti in tutta fretta e tornare a Edimburgo. Già ma i giornalisti d’assalto san mettersi nei guai ovunque per cui è del tutto naturale che Jack svegliandosi un mattino con i postumi di una sbornia colossale si trovi seminudo in mutande nel pianerottolo e l’unica porta aperta sia quella di un appartamento dove è appena avvenuto un efferato omicidio con tanto di membra amputate, litri di sangue e vomito e uno stronzo enorme sulla mensola del caminetto, come guarnizione… Se foste un poliziotto e trovaste sul luogo di un delitto il succitato  tizio che tenta di scappare dalla finestra che fareste credereste alle sue farneticanti giustificazioni o lo ammanettereste e lo portereste alla centrale stampandogli in fronte l’etichetta di sospettato numero uno?   Ecco a voi servito l’incipit extra pulp di Un mattino da cani, opera prima uscita nel 1996 ora in versione tascabile di  Christopher Brookmyre, un tipo poco raccomandabile ma dal talento innegabile che è riuscito grazie alla sua vena dissacratoria e al suo umorismo sulfureo a dare uno spaccato della società britannica sconcertante e nerissimo. Non contento ha aggiunto quel tanto di satira sociale e politica che crea la differenza e caratterizza tutta la letteratura noir nord europea per cui la malasanità diventa il centro di un guazzabuglio di corruzione, nefandezze, atrocità dove killer psicopatici al soldo di insospettabili si muovono liberamente e danno filo da torcere al nostro curiossimo Parlabane deciso a tutti i costi a scoprire la verità portando alla luce non pochi altarini. 

Un mattino da cani di Christopher Brookmyre Meridiano Zero Collana Sottozero Edizione tascabile Traduzione di Vittorio Curtoni Euro 10,00.

:: Recensione di The getaway man – L’uomo della fuga di Andrew Vachss a cura di Stefano Di Marino

20 luglio 2010 by

the_getaway_manRECENSIONE THE GETAWAY MAN-L’uomo della fuga di Andrew Vachss- traduzione di  Luca Conti- Fanucci – pagine 185 –Euro 16- thriller

Si sentiva la mancanza nelle librerie italiane di Andrew Vachss pubblicato negli anni ‘90 all’interno della collezione Interno Giallo con una serie di romanzi hard-boiled (Oltraggio-Flood il primo) con protagonista il detective Burke impegnato contro la pedofilia. Argomento noto a Vachss che esercita anche come avvocato in questo ramo. Ma la vena narrativa dell’autore è, come ricorda Joe Lansdale è strettamente legata al Pulp nella sua migliore accezione. Ne sono testimoni sceneggiature per fumetti e raccolte di racconti come Nato sotto una cattiva stella (Sperling) che colgono  nell’arco di vicende brevi tutta l’anima di un genere popolare. E questo romanzo datato 2003 ha tutta l’adrenalina, la capacità di coinvolgere il lettore anche in una storia che ormai è un archetipo del nero criminale. L’iniziazione, la passione per le auto, l’amicizia, le donne, il colpo impossibile. Naturalmente non manca neanche la dark Lady e, come è quasi d’obbligo, in questo filone un pizzico di autoreferenzialità del genere. Sembra di rivedere un vecchio film di  Walter Hill, Driver l’imprendibile, eppure tutto cambia, ha un sapore diverso. Siamo ai giorni nostri ma potrebbe essere un nero degli anni 50. Le dinamiche trai personaggi sono le medesime, la tensione la stessa. Scontato? Neanche per sogno. Tutto fila veloce, rapido come dovrebbero essere i colpi perfetti. Ma se ci si mettono di mezzo i sogni di una donna, la ragione vacilla e diventa un gioco al massacro per dimostrare di essere i più duri, i più scaltri. E, come sempre, la vita è una severa maestra. Per tutti. Un piccolo cult per gli amanti del genere.

Stefano Di Marino

Leggere fa male

19 luglio 2010 by

leggere fa male 2Alessandro Zannoni c'è riuscito! Finalmente dopo una pausa di tre stagioni ritorna il festival letterario “Leggere fa male/scrittori criminali – lettori fuorilegge”.

Tre serate il 21 il 22 il 23 dedicate agli autori e ai loro libri.

Ma la vera novità di quest’anno sarà il legame Rete e Scrittori: saranno infatti i responsabili dei blog letterari italiani più seguiti a presentare gli autori della manifestazione.

:: Recensione di Luna di Lory Costabile a cura di Nicoletta Scano

18 luglio 2010 by

CostabileCoverLUNA è  una fiaba scritta da Lory Costabile, al suo esordio per Aletti. Un’opera  semplice e fantasiosa, narrata con un linguaggio molto informale che offre la sensazione di leggere un’avventura raccontata da un bambino. Anzi, da una piccola extraterrestre. Perché la protagonista della favola, Luna, è un’aliena, proveniente dal satellite omonimo. Come se la voce narrante fosse realmente quella di una ragazzina, la protagonista si chiede “Ma perché gli abitanti di tutti i pianeti li conosciamo e invece i terrestri non possiamo conoscerli?” Così, mentre si trova alla festa della “prima stella accanto alla Luna” apprende come gli altri extraterrestri (i Venusiani, i Marziani, i Gioviani, i Lunatici…) si tenessero ben lontani dalla Terra per la scarsa accoglienza e  per la negatività degli abitanti del vecchio pianeta. Anziché  arrendersi, Luna propone una spedizione agli altri pianeti, che infine viene accolta da tutti. Iniziano così  le avventure della piccola lunatica sulla nostra Terra, dove saprà  riscoprire i nostri lati positivi, e farci dono di un messaggio di pace. La fiaba è  senz’altro destinata ai più piccoli, ma è di stimolo anche per noi adulti la domanda di fondo proposta dall’autrice: e se non fossimo soli nell’Universo? Lory Costabile, LUNA, Aletti editore, euro 12,00.

:: Intervista a Fabrizio Fulio Bragoni curatore del blog letterario Nonsolonoir

14 luglio 2010 by

SERIABenvenuto Fabrizio su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. E’ un piacere ospitare il curatore di uno dei più interessanti blog letterari in circolazione. Raccontaci qualcosa di più  del creatore di Nonsolonoir: quanti hanni hai, dove sei nato, descriviti con pregi e difetti. 

Ciao, e grazie a te per lo spazio, e per l'esageratissimo “uno dei più interessanti blog letterari in circolazione”. Che dire? Ho 29 anni e vivo a Torino dal 1986, ma sono nato a Rieti, in Lazio. Pregi (per chi mi legge): amo molto la musica, il cinema e la letteratura, e, quando me ne occupo, cerco di non approssimare. Difetti (per chi mi sta attorno) finisco per parlare sempre e soltanto di cinema, musica e letteratura… 

Toglimi subito una curiosità. Doppio nome o doppio cognome? E’ il tuo vero nome? 

Doppio cognome, e, sì,  è vero; pensi che qualcuno si sceglierebbe uno pseudonimo simile? No, perché, a me, tocca sempre ripeterlo due o tre volte, poi in genere finisco per fare lo spelling o mi accontento di documenti mal compilati…  

Nonsolonoir quando è  nato, raccontaci come ti è venuta l’idea di crearlo e parlaci dei tuoi collaboratori se eventualmente ne hai. 

Nonsolonoir è nato nel novembre 2005 (è ancora possibile risalire fino alla mia prima recensione, un pezzo tristemente incompiuto su “Il sole dei morenti” di Izzo al quale poi mi sono affezionato e ho finito per lasciarlo così) per rispondere alla mia necessità di parlare di letteratura e di tenere traccia delle mie osservazioni sui libri che leggevo: all'epoca uscivo da un'esperienza lavorativa in ambito informatico che mi aveva imprevedibilmente portato a confrontarmi con un lettore di noir di lungo corso; non avendo più a disposizione nessuno con cui discutere, ho dovuto scegliere: potevo archiviare tutto per un eventuale uso futuro, o aprire un blog, sperando di conquistare qualche malcapitato lettore. Ho optato per la seconda possibilità, e così è nato Nonsolonoir. Non ho mai reclutato collaboratori, anche se ogni tanto, colpito dalla sua lucidità critica, ho tentato (sempre con scarso successo) di coinvolgere la mia fidanzata. Comunque, un po' di tempo fa, ho riunito alcuni recensori per uno speciale sui finalisti del premio Scerbanenco. È per questo che sul blog si possono trovare recensioni di (in ordine alfabetico) Luigi Romolo Carrino, Matteo Di Giulio, Michele Fiano, Carlo Frilli, Seia Montanelli e Biagio Spoto (spero di non aver dimenticato nessuno). 

Dura la vita del curatore di blog letterari, bisogna proporre sempre materiale nuovo e originale, stare al passo con i tempi, aggiornarsi, rinnovarsi, cosa ami di più e cosa detesti di questo “lavoro”? 

Considerato che questo per me è ancora un hobby, direi che non ci sono parti che odio… non sarebbe del tutto onesto, però: occupandomi principalmente di letteratura di genere, ogni tanto mi sembra di recensire sempre la stessa cosa. Bisogna fare attenzione a scegliere romanzi di sottogeneri diversi per non annoiarsi, non tanto a leggere, quanto a recensire: la gamma delle possibilità tecniche e narrative (per non parlare delle ambientazioni, le dinamiche, i personaggi ecc.), sarebbe, in teoria, molto ampia, ma ovviamente, a livelli molto avanzati dello sviluppo di un genere, alcuni modi di raccontare finiscono per imporsi… Un'altra cosa che odio è non riuscire a recensire un libro “al volo”, diciamo entro una settimana dalla lettura: nonostante io tenda a prendere appunti e segnare citazioni e nomi di personaggi, mi è capitato di rileggere diversi romanzi che non ero riuscito a recensire alla prima lettura. 

Le tue recensioni sono molto curate e approfondite. Sei un innovatore e nello stesso tempo promotore di una critica letteraria analitica e documentata. Che studi hai fatto? A che modello ti sei ispirato? 

Innovatore, non so; promotore, lo spero. Nel corso di questi 5 anni, penso di aver cambiato “modello” molto spesso… Il fatto è che mi capita spesso (e volentieri) di leggere opere di teoria della letteratura, e non solo per motivi di studio. Direi che per me sono stati essenziali alcuni saggi di Barthes e Deleuze, Heidegger (in particolare “In cammino verso il linguaggio” e “L'origine dell'opera d'arte”) e Propp, le “Lezioni americane” di Calvino, Schleiermacher, Genette e Greimas, Adorno, Benjamin, Lukacs, Danto e Margolis, Sartre, Derrida, Gadamer, Nietzsche, Schelling, Ernst Bloch, e persino Kant; poi, ultimamente, Lotman e la scuola di Tartu, Szondi, gli analitici e Lamarc, ma con questi non ho ancora finito di fare i conti… Per quanto riguarda gli studi, dopo molte vicissitudini sono (ancora) iscritto all'università, e sto concludendo la laurea specialistica in filosofia. In questi anni ho avuto modo di sostenere vari esami di “storia della letteratura”, “ermeneutica”, “storia della critica letteraria”, “estetica”, “estetica musicale”, “storia culturale” e seguire l'ottimo corso di “teoria e tecnica delle scritture”, tenuto da Alessandro Perissinotto; tutti esami scelti con cura, che si sono rivelati essenziali per la mia auto-formazione da recensore… Attualmente sto lavorando a una tesi in “filosofia della letteratura”, disciplina analitica, nata in America nell'ambito delle riflessioni sulle “Ricerche filosofiche” di Wittgenstein. Che dire? Filosofia, teoria della letteratura, storia, sociologia e psicologia – penso che tutto ciò che sollecita una riflessione metaletteraria, o che agevola la comprensione di un contenuto letterario, sia assolutamente positivo per chi scrive recensioni e per chi si occupa di critica in generale. Anche perché sono sempre stato convinto che il “genere” meritasse osservazioni attente, informate e rigorose quanto quelle che caratterizzano la buona critica della cosiddetta “alta letteratura”. Anzi, ti dirò di più: sarà forse un pregiudizio pop, ma credo che la letteratura d'intrattenimento offra spazi di auto-riflessione (non solo sociale, ma culturale) meno controllati, meno costruiti, e dunque più “veri” rispetto a quelli offerti dai prodotti dell'“alta cultura”.  

Blog e siti letterari online ce ne sono molti cosa pensi bisogna fare per distinguersi ed emergere? 

Se sapessi cosa bisogna fare per emergere, probabilmente starei lavorando per farlo… purtroppo non so. Il mio è un impegno con me stesso prima che con i lettori: recensire onestamente, accordando a tutti i testi la massima attenzione, e tenendo conto (ma senza lasciarsene influenzare nel giudizio, che è e deve essere estetico) del complicato sistema produttivo e distributivo italiano. 

Per te è più  che altro un hobby , un vero lavoro, o vorresti che lo diventasse? 

Purtroppo, nonostante i vari anni di “applicazione” (non solo in ambito letterario: in passato ho scritto anche di cronaca -nera e giudiziaria in particolare- per un quotidiano online, e di arte contemporanea per una curatissim
o portale del settore), la scrittura è ancora un hobby… certo, mi piacerebbe che diventasse un vero lavoro, ma chi non lo vorrebbe? 

Ti occupi solo di recensioni o fai anche interviste? 

Principalmente recensioni… ho fatto anche alcune interviste, ma nessuna pubblicata su Nonsolonoir: un paio sono uscite su SugarPulp (Victor Gischler e Guano Padano), una su Pagina.to.it (Simone Sarasso), e qualcuna su Milano Nera Mag (Friedrich Von Schirach, Paula Vene Smith e Alan D. Altieri ecc.). 

Ora ti faccio una domanda che riguarda anche noi e tutti coloro che si occupano di blog letterari e vorrebbero passare da dilettanti a professionisti. Pensi sia possibile? Pensi che sia giusto venire retribuiti per il nostro lavoro di informazione al servizio dei lettori, in che modalità? 

Ovviamente mi piacerebbe passare dallo status di “dilettante” a quello di “professionista”, ma non penso sia possibile, almeno non per tutti, nelle condizioni attuali: certo, quello che facciamo è cercare di informare il lettore, ma essendo il web aperto e accessibile a chiunque, ed essendo il numero di recensori in costante aumento, è impossibile pensare di retribuire tutti. 

Quale è il tuo più  grande successo? La cosa di cui sei più orgoglioso? 

Dunque… grande successo è  un po' forte, però posso dirti che una delle maggiori soddisfazioni legate a Nonsolonoir l'ho avuta a dicembre 2008: in un momento di scoraggiamento avevo pensato di chiudere il blog; poi, in pochi giorni, ho vinto un concorso per recensioni indetto da Meridiano Zero e uno indetto dal portale “Terza Pagina”; Luca Conti (che, in virtù delle tante, ottime, traduzioni, introduzioni, postfazioni ecc., considero una personaggio chiave per la diffusione del buon noir in Italia, e che poi ho scoperto, aveva fatto la sua prima comparsa su Nonsolonoir a novembre 2005, citato come autore della postfazione di “Il Grande Orologio” di Kenneth Fearing) ha commentato una mia uscita un po' polemica in occasione della morte di James Crumley; Luigi Romolo Carrino mi ha scritto ringraziandomi (!) “per le belle parole” e “per l'attenzione” prestata al suo “Acqua storta”; Giovanni Zucca (altro mito del noir nostrano) mi ha segnalato un'imprecisione nella recensione di “Il prete” di Ken Bruen; Matteo Righetto e Matteo Strukul mi hanno coinvolto nel progetto Sugarpulp. Insomma, improvvisamente ho scoperto che “là fuori” qualcuno mi leggeva… così il blog è rimasto aperto. Be', poi ci sarebbe quella volta che Umberto Lenzi mi ha pubblicamente dato del “grande critico”; peccato che in quel momento non ci fosse nessuno con una telecamera accesa. 

Raccontami l’episodio più bizzarro o divertente che ti è successo legato a Nonsolonoir. 

Non saprei… be', c'è  stato da ridere quando sono stato invitato in un liceo di Alba per introdurre ai ragazzi il concetto di noir, in vista di un incontro con Massimo Carlotto; con me c'era l'amico scrittore Luca Rinarelli (che, tra l'altro, è stato il primo a propormi di presentare un libro – il suo “In perfetto orario”). Eravamo preparati per un incontro con una cinquantina di studenti dell'ultimo anno – diciamo sui 18 anni- e invece, entrati nella sala dove, dopo la proiezione del film “L.A. Confidential” avremmo dovuto parlare ai ragazzi, ci siamo trovati di fronte a circa 200 persone; sì, insomma, l'intero liceo… e io che avevo riempito il mio discorso di riferimenti a Marx e all'esistenzialismo francese… fortunatamente la proiezione è durata più del previsto: in nessun modo avremmo potuto mantenere l'attenzione delle masse (quasi) urlanti per più di mezz'ora. 

Parliamo di cosa ami leggere nel tuo tempo libero. Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 

Rispondere alla domanda sui miei autori preferiti è molto difficile: sono vittima di una sorta di bulimia letteraria e, leggendo molto, incontro molti autori di grande valore. Potrei farti un breve elenco di quelli che ritengo siano stati cruciali per la mia formazione di lettore: innanzitutto la grande letteratura americana -Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Dos Passos, Tennessee Williams, il quasi dimenticato Erskine Caldwell, Steinbeck, Malamud, DeLillo, McCarthy, e, ovviamente, Raymond Carver. Raymond Chandler, che mi ha “traghettato” dall'“alta letteratura” al genere, Hammet, McCoy e Latimer, David Goodis e Cornell Woolrich,  Charles Willeford e Jim Thompson e così via fino a Jack Ritchie; in seguito, George Higgins, James Crumley, Walter Mosley, Elmore Leonard, Joe R. Lansdale, Kem Nunn, James Lee Burke, Derek Raymond e Victor Gischler. Poi i francesi: da Simenon agli indimenticabili Léo Malet e Jean-Patrick Manchette, e così via fino a Izzo, passando per i  più “alti” Vian(/Sullivan), Eugène Dabit e Céline, Cossery, Robbe-Grillet, Drieu La Rochelle, Sartre e Camus. André Héléna (ri)scoperta recente; un autore che merita assolutamente di essere letto, magari nelle  bellissime (e curatissime) edizioni Aìsara. In area germanica Glauser e Durrenmatt oltre, ovviamente, ai classici, da Mann a Doblin ecc. Ci sarebbe, poi,  il Dostoevskij di “Delitto e castigo”,  che da anni mi ripropongo di rileggere… Mi fermo qui, e sto volutamente tralasciando gli italiani; per me la letteratura italiana di genere è una scoperta piuttosto recente (e forse se ne ricorda G.Z.,  primo ad avermi segnalato questa mancanza del blog, e in seguito responsabile di una serie di ottimi consigli bibliografici…), e poi l'elenco mi sembra già abbastanza lungo… 

Oltre a Nonsolonoir ti occupi anche di scrivere recensioni per altri siti letterari. Vuoi parlarci di questa esperienza? 

Sì. Oltre a Nonsolonoir ho scritto e scrivo anche per Sugarpulp e per Milano Nera; per quanto riguarda l'esperienza, però, non ho molto da dire: considerato che il mio modo di procedere, che scriva per Nonsolonoir o per qualche sito, blog o rivista, è lo stesso, sarebbe più interessante interrogare i capo-redattori; prevedere i tempi di preparazione di una recensione non è il mio forte, e così mi ritrovo spesso in ritardo ecc. 

Cosa ne pensi della critica letteraria in Italia. Pensi sia sufficientemente autonoma e indipendente? 

La critica letteraria in Italia? Non saprei; non posso dire di conoscerla. Certo, ci sono alcuni critici che apprezzo, ma farne un discorso generale è difficile: c'è gente, in giro (e penso a professionisti o presunti tali), che ha scambiato lo spazio critico per spazio pubblicitario, e spende un mucchio di energia nella ricerca di frasi a effetto (positive o negative), e ben poca per la lettura e l'analisi del testo.

Internet è diventato sempre più uno strumento indispensabile per promuovere i libri e per permettere un dialogo sempre più ravvicinato tra autori e lettori. Pensi che sia solo l’inizio di un processo di crescita o sei pessimista? 

Spero che la situazione attuale, che virtualmente permette l'incontro (non solo a fini promozionali) tra tutti gli au
tori e tutti i lettori, resista al sovraffollamento: i “giovani” autori che si servono di internet (e magari di facebook) come mezzo di promozione, possono permettersi di rispondere a tutti; i “grandi”, ovviamente no. È comunque una situazione molto interessante che mi ha permesso di conoscere, anche se solo virtualmente, persone che non avrei mai incontrato, né avrei saputo come rintracciare nel “mondo reale”. 

Quali sono i tuoi blog letterari più amati? 

Seguo molti blog e siti letterari tematici, da “Sugarpulp” a “MilanoNera”, da “Liberi di Scrivere” a “Thriller Magazine”, da “Corpi freddi” ad “Angolo Nero”, da “Senza una Destinazione” a “Thriller Cafè”. Dimenticavo “Il recensore” e, ovviamente “Carmilla” e “Nazione Indiana”. 

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Guarda, questa è una domanda molto spinosa… fortunatamente molti degli esordienti che ho incontrato negli ultimi anni, ormai sono degli ex-esordienti, e quindi non rientrano più nella categoria; detto questo, le due “prime prove” che mi hanno colpito di più in questa prima metà del 2010 sono “Biancaneve” di Marina Visentin e “L'occhio di porco” di Piero Calò. Sono due romanzi molto diversi tra loro, ma che mi sento di consigliare a tutti…

Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?  

Scherzi? Vi conosco e vi leggo sempre. 

E ora prima di salutarci quali sono i tuoi progetti per il futuro? 

Per il futuro? Be', premesso quel “se il blog sopravvive e se sopravvivo io” che apriva il mio primo post su Nonsolonoir, vorrei continuare a fare quello che sto facendo, e magari portare fino in fondo uno dei miei (molti) inizi di romanzo.

:: Recensione di 360 gradi di rabbia di Elena Mearini a cura di Giulia Guida

13 luglio 2010 by

360 gradi di rabbia di Elena MeariniQuando sbranavo la vita a piccoli morsi” [Rileggendo “360 gradi di rabbia”, E. Mearini]

La prima volta in cui mi sono imbattuta nel romanzo di Elena Mearini è stata abbastanza insolita. Stavo girovagando tra i video dell’attrice e blogger Maddalena Balsamo, quando mi è caduto lo sguardo su un’intervista in cui la Balsamo presentava il romanzo della Mearini, leggendone alcuni estratti per poi commentarli con l’autrice, con le domande di rito. Quando inizia a leggere, sento la sua voce incrinarsi, curvare storta lungo i confini magnetici delle parole, ricalcare le loro linee spezzate e mai richiuse, fino a scavalcare la recinzione del loro campo elettrico. Fino ad illuminare le loro intermittenze, a infilarsi tra le parentesi lasciate aperte, a sollevare il loro peso dimezzato. Gratta contro le pagine con un’amarezza timida, lasciata in disparte, come di un dolore sofferto a lungo e poi sconfitto, non senza prima raccontare tutti i tagli.Dice parole che non fanno da terapia d’urto.Sono loro, l’urto. Il muro, la bolla senza più ossigeno.Parla del corpo di una donna. Esasperato, mutilato, raschiato attraverso gli anni.Parla di polmoni compressi, senza più aria incontaminata dall’ossessione. Di uno stomaco chiuso a lucchetto senza più chiave. Di muscoli sfibrati. Di due dita in gola per espiare il senso di colpa. Di un paio di fianchi scavati fino all’osso come terra carsica. Di gambe lunghissime che hanno dimenticato la direzione giusta da prendere, di pelle seccata dalla mancanza d’acqua, di capelli corvini, ormai radi, sottili filamenti di cellulosa, appiattiti contro la testa. Parla di un corpo schedato come già deceduto in una serie di cifre da referto medico: 35 chili per 1.70 di altezza. Se continui così, morirai. Se continui così, svanirai, evaporerai, evacuerai quel poco di te che non ti è riuscito di biodegradare su questa terra. Un cumulo di ossa e di vestiti taglia 34-36. Parla di un corpo e di pensieri che non combaceranno mai. E attraverso il corpo descrive la vita del sangue che rallenta, del respiro che interrompe la gola, dei crampi che spezzano un utero freddo da camera mortuaria.Parla di Vera, della sua storia di bambina e donna tra Milano e Parigi, dell’assenza di suo padre, della perfezione lontana di sua madre, dei suoi piatti svuotati, delle sue mele tagliate e mangiate a metà, delle sue spese compulsive nei supermercati per smussare gli spigoli che le crescono dentro e poi aguzzarli di nuovo. La Mearini spezza la riga, ne fa verso libero, sregolato, intrappolato dentro troppo bianco. Ogni frase, un punto. Ogni periodo, uno spazio. Ogni parola, una pausa del respiro. La narrazione degli eventi in una costante intermittenza passato-presente si snoda attraverso l’immagine e la sensazione. Ogni ricordo è un’istantanea essenziale, i contorni rubati insieme ai centimetri mancanti del suo corpo. Sono messe a fuoco sfocate, in cui Vera si rannicchia per ritrovare il capo di quel filo che l’ha portata a diventare così inconsistente, a ridursi al riflesso delle sue mancanze, senza mai riuscire a sentirsi presente, a riacquistare realtà, ad occupare uno spazio suo, ad adattare il suo corpo alle curve delle sue stanze. Non ci sono subordinate, virgole, pause brevi. Non ci sarebbe abbastanza aria per parlare così a lungo, per dar voce ai suoi silenzi chirurgici, alle sue ossa spolpate, alla sua carne disossata. Dopo aver letto il primo estratto dal romanzo, la Balsamo chiede all’autrice milanese, classe ’78, perché abbia deciso di adottare proprio uno stile del genere per raccontare questa storia, in parte vissuta in prima persona dalla Mearini, durante i suoi dieci anni di anoressia. Ed è  stata questa la frase che più mi ha colpito, che mi ha fatto pensare che dietro l’esperienza di vita di questa donna si potesse nascondere molto di più che un semplice resoconto autobiografico. La Mearini risponde che “quando scrive sente il bisogno dell’arresto, che non è altro che la riproduzione del movimento mandibolare quando mastichi. E’ un riprodurre la masticazione della realtà. Quindi ogni punto rappresenta la fine di un morso dato alla realtà per poterne catturare la carne, la vita che sta dietro questa realtà”. Nel suo romanzo d’esordio, Elena Mearini, allieva della scuola di Raul Montanari, dà prova della sua grande capacità di mettere la poesia in prosa, di dare ritmo e movimento alla fissità dell’immagine, di raccontarsi dall’interno, dagli incavi del collo al battito spento dei ventricoli, di parlare di un argomento così attuale e così discusso in modo essenziale e personalissimo, scrivendo per raccontare prima che per salvarsi.

Autore: Elena Mearini
Editore: Excelsior 1881
Collana: Acquario
Pp: 151
Prezzo: 12, 50

:: Recensione di I senza nome di Barry Eisler (Garzanti 2010) a cura di Stefano di Marino

12 luglio 2010 by

I senza nome di Barry EislerAutori di spy story non ci si improvvisa. Ci sono decine di dettagli da controllare, trucchi da conoscere, proprio come accade a un vero agente in missione. E soprattutto bisogna amare l’intrigo e provare quella perversa forma di appagamento nel dispiegare i tasselli di un complicato intrigo dove tutti tradiscono tutti. Fan incondizionato della serie dedicata al killer John Rain, ero rimasto vagamente deluso dal precedente Il Codice del Silenzio soprattutto per l’ingombrate presenza di un fratello del protagonista Ben Traven, Alex la cui ‘normalità’ rallentava l’azione. Con I senza nome torniamo in un mondo di professionisti, spietati, abili e al tempo stesso vulnerabili in modi che si rivelano inaspettati al lettore. La scomparsa compromettente di novantadue cassette che testimoniano sistemi di tortura aggressiva contro terroristi veri o presunti, getta nel panico quella che Eisler, chiama l’Ologarchia, un sistema di potere al tempo stesso occulto e sotto gli occhi di tutti. Tutto comincia a tornare, si allacciano persino le fila tra le due serie. L’azione è sempre splendidamente descritta ma ci sono sfumature psicologiche, espresse nel caso del rapporto tra Ben e Paula personaggi attraverso un’interazione brillante come una commedia sofisticata, e in quello del ‘nemico’ Larison con un crescendo di emozioni coltivate all’interno di un animo stremato. Sfumature che movimentano una trama molto ‘tecnica’ che richiede attenzione. Il sostrato della vicenda è un’amara riflessione sul potere e sull’ineludibile necessità di affrontare lo ‘sporco mestiere di spia’. Rapido, profondo, avvincente. Mi è piaciuto moltissimo. Eisler ha molto da insegnare a tutti coloro che si vogliono cimentare con il genere. O semplicemente vogliono approfondirlo.

Barry Eisler (Newark 1964), avvocato, esperto di arti marziali e cultura giapponese, ha lavorato tre anni per la CIA prima di diventare la più grande rivelazione del thriller americano di questi anni, salutato dalla critica e dal pubblico come l’erede di John Le Carré.

Intervista a Fulvio Ervas, autore di “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos) a cura di Cristina Marra

8 luglio 2010 by

cover ErvasFerragosto caldo, anzi caldissimo per Stucky, l’ispettore veneto di origini persiane, protagonista dei gialli di Fulvio Ervas. Dopo “Commesse di Treviso”, “Pinguini arrosto” e “Buffalo Bill a Venezia”, l’ironia e l’esilarante tecnica narrativa di Ervas si “trasferiscono” sulle colline del prosecco. Stucky si aspettava “un noioso ferragosto, uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone” e invece si ritrova in gita sulle colline trevigiane in compagnia delle attraenti vicine di casa, “le sorelle di vicolo Dotti” che a distanza ravvicinata “erano pericolose come una daga affilata”. Al suo ritorno comincia a indagare su una morte sospetta: il suicidio del conte Desiderio Ancillotto, fornitore di vini pregiati. “C’era troppo ordine in quella tragedia” e anche in mancanza di un biglietto e di una firma, per Stucky “c’era un messaggio in quella morte”. Dopo qualche giorno è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio di Cison di Valmarino, patria del prosecco e paese del conte Ancillotto. C’è un nesso tra le due morti?Cosa si nasconde dentro il cementificio? In competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” e affidandosi alla sperimentata tecnica dei due cestini, “metteva tutte le domande che si poneva nel corso dell’indagine nel primo e le passava nell’altro via via che trovava la risposta”, Stucky si “immerge” nei luoghi del prosecco e si barcamena tra indizi e supposizioni. Pur non essendo un intenditore di vini, Stucky non disdegna un bicchierino all’osteria di Secondo e “illuminato” dalle lezioni dell’oste e dagli interrogatori ai membri della Confraternita del prosecco, scopre l’affascinante mondo che ruota intorno alla produzione dei vini ma anche quel “male” provocato dall’avidità umana che si insinua sulle colline, ne intacca la terra, si libra nell’aria e colpisce le persone.

foto ErvasPer Stucky il prosecco è un vino simpatico, per gli esperti è “un vino per una stagione sociale”, perché lo ha scelto come “protagonista” del suo romanzo?”

”Perché è stata la principale attività produttiva del Veneto ad essere cresciuta nell’anno 2009, cioè in piena crisi economica. Perciò è un simbolo: di imprenditorialità, di  rapporto con il territorio, di immagine.  Perché è una monocultura e dopo essermi occupato, con Buffalo Bill a Venezia della monocultura turistica, mi piaceva ricordare che le monoculture esigono un’attenzione, una cura, un’intelligenza compensatoria di altissimo livello. Il prosecco rappresenta una sfida: mi è piaciuto narrarla.”

Quanto sono influenti e quanto contano le sue origini persiane di Stucky nel suo modus operandi?

Ostinato e cortese, un poco seduttore come certi venditori di tappeti persiani, attento ai dettagli del comportamento umano, sensibile al non detto, amante delle bellezze del mondo: anche molto veneziano. Un incrocio tra  grandi tradizioni  di civiltà.

“Le due vittime. Desiderio Ancillotto e Tranquillo Speggiorin. Me ne tratteggia brevemente le caratteristiche?” 

Il conte Ancillotto è il grande vignaiolo, rappresenta il conservatore che s’accorge che il mondo che ha amato e difeso  rischia di svanire.  Ne imputa la colpa al meccanismo sociale di cui  egli stesso è stato propugnatore.   L’ingegner Speggiorin, che dirige il cementificio, è l’uomo del PIL sempre in crescita, dei bilanci in attivo, dell’efficienza produttiva ad ogni costo.  Una  locusta con il telefonino.

Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio? 

La tradizione, in alcune nicchie di produzione ( come vino ed altri alimenti) resiste.  Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono  questioni   molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente.

Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia

Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo.  Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino.  La rete di responsabilità diffuse  ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di  malattia e morte  è persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva.

Intervista a Marco Monina, direttore editoriale di peQuod, a cura di Maurizio Landini.

7 luglio 2010 by

La peQuod nasce come collana de Il Lavoro editoriale-Transeuropa nel 1996. Come è cambiato il mondo dell’editoria italiana da allora?

In questi quindici anni, ma soprattutto negli ultimi sette, otto, l’editoria libraria è molto cambiata. In peggio, neanche a dirlo. Ci vorrebbe un’intervista per parlare solo di questo e non mi sembra il caso, qui, di dilungarmi troppo. Il problema è lo stesso che riguarda tutta l’editoria in generale (giornali, televisioni): quello delle concentrazioni editoriali. Un tempo ci si poteva almeno “consolare” facendo riferimento all’eterno scontro industria editoriale contro editoria di cultura. Adesso, in definitiva, non c’è più neanche quello. Le librerie sono ormai “occupate militarmente” dai gruppi editoriali più grandi e importanti e, anche noi piccoli, o ci si piega alle “logiche del mercato” (ma è una lotta impari!) o si rischia di scomparire. Per chi non lo conoscesse, comunque, consiglio la lettura del saggio “Editoria senza editori” di André Schiffrin edito da Bollati Boringhieri che racconta meglio di ogni altro come è cambiata l’editoria da un po’ di tempo a questa parte.

Marco, la tua Editrice è famosa per aver pubblicato per prima molti talenti della narrativa italiana: Mancassola, Pallavicini, Genna… Come ti trovi nella veste di talent scout?

La mia casa editrice, posso dirlo senza timore di smentita (non sapendo, altresì, se è un vanto o un rammarico), è stata quella più saccheggiata dagli editori più grandi (che non sempre sono grandi editori) negli ultimi dieci, dodici anni. Quelli che citi, purtroppo (o per fortuna?), sono solo una minimissima parte degli autori  che son passati da peQuod, potrei continuare l’elenco (e comunque ne dimenticherò qualcuno) con Severini, De Silva, Desiati, Gozzi, Lerro, Majorino, Santi, Bajani, D’Amicis, Parente, Domanin, Antonelli, Monina, Scanzi, Goisis, Mancinelli…mi fermo qui. Ci si ricollega, in qualche modo, al discorso che facevamo prima. Si, perché poi, alla fin fine, i grandi editori altro non fanno se non offrire agli autori anticipi sulle royalties rispetto ai quali io non posso competere. Qualsiasi scrittore si “sente un po’ più scrittore” di fronte a un anticipo importante. E’ sacrosanto, è umano, io non ci trovo niente di strano o di male. Mi consolo pensando che se i miei autori non fossero finiti in quei cataloghi “prestigiosi”, quasi nessuno li conoscerebbe e, conseguentemente, quasi nessuno conoscerebbe me. Io, d’altronde, mi trovo a ricoprire, come molti altri “piccoli”, il doppio ruolo di editore/editor. L’editor (senza e finale), definizione che preferisco a talent scout,  è colui che sa vedere prima che lo vedano gli altri il talento, è colui che lo intuisce prima ancora che si faccia sentire davvero.

Quanto pesa avere “piccole” dimensioni e nel contempo disporre di un catalogo qualitativamente indiscutibile?

Bella domanda. Il grande editore Valentino Bompiani, già negli anni ’60, profetizzava: “Nelle case editrici avanzano i nuovi redattori. Li incontro secchi, precisi, nei corridoi. Tra qualche anno saranno i capi. Il linguaggio è cambiato: non si offre più questo o quel libro indicandone il prestigio letterario, ma la tiratura.”. Pesa, quindi, pesa essere consapevoli di disporre della qualità e sapere invece di dover soccombere a vantaggio della quantità. Anche perché, lo dicevo prima, è una lotta impari. Io, per quel che mi riguarda, ho ancora ben presente in cosa consiste il mio lavoro. So, cioè, che dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.

PeQuod ha riproposto nel tempo classici perduti come La distruzione di Dante Virgili. È difficile conciliare passato e presente nella tua proposta editoriale?

La mia casa editrice, oltre a “La distruzione” di Dante Virgili, ha riproposto anche altri grandi autori che le “regole del mercato” avevano fatto sì che fossero finiti nell’oblio. Cito, ad esempio, uno scrittore di straordinaria bravura come Vincenzo Pardini. Pardini ha esordito con Mondadori nel 1983 ed è passato poi per editori importanti come Bompiani e Rizzoli, per poi venire letteralmente accantonato, dimenticato quasi. Io, nel 2003, me lo sono andato a cercare, ho pubblicato un suo meraviglioso romanzo inedito (“Lettera a Dio”) e con il libro successivo, “Tra uomini e lupi”, una raccolta di racconti del 2005, abbiamo vinto il Premio Viareggio nel 2006. Pardini, Virgili, comunque, sono in buona compagnia. Nel mio catalogo ci sono anche Barbolini, Parazzoli, Siciliano e ancora piccoli classici come Piersanti, Tamburini o lo stesso Severini.  No, non è  affatto difficile, quindi, conciliare passato e presente nella mia proposta editoriale. Anzi, ritengo che dovrebbe essere un dovere di tutti gli editori.

In peQuod non mancano pubblicazioni che si distanziano dalla sua consueta linea editoriale, come l’antologia cyberpunk Sangue Sintetico o il simpatico tributo al Solitario di Providence de Le rane di Ko Samui. C’è ancora spazio, in Italia, per una letteratura fantastica di qualità?

Non so se in Italia ci sia ancora spazio per la “letteratura fantastica di qualità”. Non lo so, davvero. Io, personalmente, sono abbastanza contrario a tutte le definizioni di genere. Penso, quindi, che ci sia solo la “letteratura di qualità” punto e basta. Allora la risposta è no, non c’è più spazio in Italia per la letteratura di qualità.

Dall’autoritratto in versi de la Donna d’oro di Cristina Babino all’isola di dolente inquietudine di Giuseppe Donnini in Il Disperso e altre poesie,c’è un filo che unisce le “Rive poetiche” di peQuod?

Innanzitutto, io credo fortemente che un editore con le nostre caratteristiche, anche per tutto quello che ho detto in precedenza, non possa prescindere dalla poesia. Questo,  esclusivamente questo, è il filo che unisce la collana Rive. La poesia in Italia non ha praticamente mercato, ma noi, ostinatamente, continuiamo a pubblicarla. Ci tengo a ricordare qui anche Stefano Simoncelli e i suoi “Giocavo all’ala”, che nel 2006 ha vinto il Premio Gozzano, e “La rissa degli angeli”, e ancora Carlo Carabba che nel 2009 con “Gli anni della pioggia” si è aggiudicato il Premio Mondello Opera Prima. Piccole, ma grandi, gratificazioni.

Vuoi parlarci della nuova avventura Italic ?

Italic non è una nuova avventura, è sempre la solita vecchia avventura. La verità è che con le nostre dimensioni, ciclicamente, ci si ritrova davanti al fatidico “Che faccio smetto? Lascio?”. Ebbene, no. Noi non abbiamo lasciato, abbiamo deciso invece di raddoppiare. Veste grafica nuova, un po’ minimale, formato più pic
colo, ma dietro la solita voglia di scoprire o riscoprire scrittori autentici, veri. Sono ancora talmente pochi, Italic ha iniziato a ottobre del 2009, che potrei nominarli tutti. Ma qui voglio segnalarvene tre: Francesco Savio e il suo “Mio padre era bellissimo”, già in corso di traduzione in Francia, il portentoso esordio di Silvia Colangeli, “Energia di digestione”, forse l’opera prima più bella che ho mai pubblicato e, infine, “Cuore e fantasmi” di Enzo Siciliano che non ha certo bisogno di commenti .

Quali sono, secondo te, “gli spazi lasciati indebitamente vuoti dalla grande editoria italiana”?

In Italia, più che in altri paesi, esiste un fenomeno preoccupante: tutti leggono ossessivamente gli stessi libri (Camilleri, Carofiglio, Larsson, Giordano, Meyer, cito a caso). Non c’è più il gusto della scoperta. Questo provoca uno scenario che, giustamente, Ernesto Ferrero (il direttore del Salone del Libro di Torino) descrive come “fatto solo di picchi himalaiani o di pianure” e aggiunge “non esistono più le colline”. In pratica, sostiene Ferrero, in Italia i libri o vendono decine, centinaia di migliaia di copie o quasi nulla. Direi, allora, che gli spazi lasciati indebitamente vuoti sono “quelle colline”, libri, cioè, che si rivolgono a lettori con ancora la voglia e il gusto di scegliere, di non essere gregari. Perché  è vero che, comunque, siamo tutti “sul mercato”, ma un libro, prima che una merce, deve essere un libro e non si deve rivolgere a un cliente, ma a un uomo.

“Navigare in mare aperto, alla ricerca, tra recuperi e inediti, delle scritture di qualità”, dopo più di dieci anni di esperienza, significa affrontare una burrasca o godersi una crociera tranquilla?

Questa era, anzi è, la nostra “dichiarazione d’intenti” che, a distanza di anni, mi sembra ancora attualissima. Anzi, ancor più attuale di prima. E solo apparentemente banale. Metterla in pratica è stato, è, quanto di più difficile si possa immaginare.Perché  io credo fortemente che un editore, in definitiva, pubblica i libri che si merita. In un bellissimo saggio del 2001,  “L’editoria come genere letterario”, Roberto Calasso dell’Adelphi scrive: “Tutti i libri pubblicati da un certo editore possono essere visti come anelli di un’unica catena, o segmenti di un serpente di libri, o frammenti di un singolo libro formato da tutti i libri pubblicati da quell’editore.” , aggiunge poi: “Questo, ovviamente, è il traguardo più audace e ambizioso per un editore.”. Se mi si passa, per l’appunto, “l’audacia” dell’accostamento con Calasso, io la penso alla stessa maniera. Burrasca o crociera tranquilla, mi chiedi. Con tanta “navigazione” ormai alle spalle, inesorabilmente, abbiamo sperimentato entrambe. Adesso, che siamo “nocchieri di lungo corso” , non ci facciamo più impressionare dalle burrasche e, al contempo, non ci facciamo illusioni quando la crociera sembra “tranquilla”: la burrasca è sempre lì in agguato, appena “girerà il vento”, quel che conta è saperla prevedere. Ovviamente, non possiamo dimenticare chi ha condiviso con noi anni di “crociere tranquille” e, ancor di più, chi ha condiviso le burrasche. Sono stati tanti e tutti ugualmente importanti per noi. Anche se alcuni, qui lo devo proprio dire, sono stati autentici maestri; “maestri”, quelli che, l’hai notato?, sembra  in giro non ci siano più. Non si sente dire di nessuno, ormai, “allievo di”. Noi “maestri”, per fortuna, ne abbiamo avuti. In ordine rigorosamente alfabetico: Ferruccio Parazzoli che, dall’alto della sua cinquantennale esperienza in Mondadori, ci ha insegnato che in editoria è già stato inventato tutto e che le soluzioni più semplici sono sempre le più efficaci; Claudio Piersanti e Gilberto Severini fratelli maggiori e, a volte, addirittura padri, per anni ci hanno accompagnato quotidianamente con i loro consigli, le loro telefonate, i loro incoraggiamenti; Enzo Siciliano che ci ha insegnato come la curiosità si accompagni sempre all’umiltà e che per tanti anni si è fatto carico dei nostri “sentiamo cosa ne dice Enzo…” , non lesinandoci mai consigli, pensieri e pareri preziosissimi. A loro la nostra incondizionata riconoscenza e gratitudine.

Ringraziamo Marco Monina per la gentilezza e la disponibilità.

:: Intervista a Stefano Domenichini, a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2010 by

Ciao Stefano. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te: i tuoi studi, la tua città, i tuoi hobby. Chi è in realtà Stefano Domenichini ? Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Ma, guarda, nel mio recente albero genealogico c’è: un rapinatore a mano armata, un esibizionista morto sotto le bombe mentre correva nudo nei campi, un guaritore modello “impongo le mani” che a Napoli ha riscosso per anni un grande successo; l’unico normale è mio padre con il quale, infatti, non ho mai avuto rapporti. Mia madre si è persa quando avevo imparato da poco a stare dritto in piedi (e, prima di perdersi, come ninna nanna mi cantava le più tristi canzoni di Luigi Tenco!). Totale: me la sono dovuta sbrigare da solo. Il chè ha comportato un enorme spreco di tempo perché l’urgenza non è scattata immediatamente: per anni ho aspettato invano che qualcuno in famiglia mi notasse, poi ho dovuto cercare di capire chi ero, buttare via le difese che mi ero creato per sopravvivere e finalmente essere felice come sono. Certi miei ritardi sulle cose che ho fatto si spiegano anche così. Gli studi? A scuola andavo molto volentieri (l’importante era uscire di casa), studiavo solo quello che mi piaceva, ma ero bravino. Arrivavo regolarmente in ritardo, mi aspettavano per l’appello; ora invece sono diventato un tipino puntuale. La parola hobby non la sopporto: fa molto americano nevrotico e infelice.

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti?

Quando avevo quattro anni sono stato espulso da un asilo privato milanese per insubordinazione (era il ’68 e si vede che in un modo o nell’altro volevo esserci anch’io!) e quindi passavo le mie giornate a casa con quell’allegrona di mia madre che mi recitava La Cavallina Storna e il X Agosto di Pascoli: mi piacevano da impazzire. Poi a otto anni sempre Lei mi ha regalato l’Antologia di Spoon River (tanto per rimanere in tema di allegria) e io ho capito che nella mia vita oltre al calcio ci sarebbe stata la poesia (le donne sarebbero arrivate poco più tardi). Ricordo perfettamente i primi libri che ho letto a quella età: “Il treno del sole” di Renée Reggiani (una famiglia di meridionali che emigrava al nord), “Gianni mezz’ala” di Antonio Ghirelli, “il gran sole di Hiroshima” di Bruckner e “L’Agnese va a morire” della Viganò; da lì non mi sono più fermato. I romanzi di avventura non mi hanno mai interessato, ho sempre preferito, fin da piccolo, scoprire quanto fosse strano e grande il mondo che sta dentro ciascuno di noi, piuttosto che leggere di posti strani lontani da noi. L’unico romanzo di avventura che adoro è “I Tre Moschettieri”, un romanzo bellissimo; ogni tanto lo rileggo con sotto la cartina di Parigi: un vero spasso (oddio, non lo so, diciamo che io mi diverto anche così!). I fumetti sono un caso a parte: credo sia una delle forme d’arte e di comunicazione più importanti che abbiamo, con possibilità espressive enormi. Ho iniziato perdendomi per Topolinia e Paperopoli, come quasi tutti, e quando tutti smettevano pensando che i fumetti fossero roba da ragazzini io ho iniziato ad amarli.

Innanzitutto sei un avvocato, quindi un professionista serio abituato a “giocare” con le parole. Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Qualche sera fa un mio compagno delle medie mi ha raccontato che a scuola il professore di italiano leggeva mie poesie; io questa cosa qui non me la ricordavo proprio, ma questo mio compagno, ora diventato ingegnere, se ne ricordava perfino una a memoria e a me sono venuti i brividi. Voglio dire: scrivere deve essere una cosa che mi sono sempre portato dentro, senza mai farne un’ossessione, ma è sempre stata qui con me. Quanto all’Avvocato, è vero: mi guadagno da vivere così. Però non svolgo la professione in senso canonico, rappresentando qualcuno in Tribunale o difendendolo nelle aule penali. In realtà, in Tribunale non ci metto mai piede (per mia scelta, è un ambiente che non mi piace). Ho sempre fatto consulenza legale alle società  e alle Pubbliche Amministrazioni, un mestiere di studio, ricerca ed esposizione che, quanto al metodo, ha qualche attinenza con la scrittura.

Chi sono state le tue prime influenze? C’è qualche maestro letterario al quale ti senti debitore?

Innanzitutto devo molto ai libri, indistintamente, a quello che provo quando li sfioro, alla sicurezza che mi dà averli per casa. Quando sono agitato o un po’ storto entro in una libreria e mi rassereno: senza voler essere blasfemo, penso sia una cosa simile a quello che succede a uno che ci crede veramente quando entra in Chiesa. Credo anche che se uno va in un qualunque posto portandosi dietro un libro di poesie, non gli può succedere nulla di male (una roba alla Sergio Leone, per intenderci, la Bibbia sul cuore che ferma la pallottola). Quando ho iniziato a leggere io, la scuola proponeva molte letture sulla guerra partigiana; ho avuto maestri democristiani fino al midollo, il prete che mi faceva catechismo era stato partigiano, eppure allora la nostra storia era un motivo di orgoglio per tutti, di qualunque parte politica. Giravano cose come Marcia su Roma e dintorni di Lussu, I ventitré giorni della città di Alba del grande Fenoglio, Il taglio del bosco di Cassola, la riduzione per ragazzi del Partigiano Johnny, Il sergente nella neve di Rigoni Stern. E poi c’era Ragazzo negro di Wright e la mitica Capanna dello zio Tom. La cosa strepitosa è che la politica non c’entrava niente, quelle erano le letture per far crescere i bambini; per dirti: nella città più rossa d’Italia a scuola ci facevano leggere anche Arcipelago Gulag. Io sono molto contento di essere stato bambino in quegli anni. Poi mi hanno preso per mano Calvino e Pavese, con loro è iniziato il vero viaggio. Più tardi Parise (I Sillabari e Il prete bello sono libri pazzeschi). A vivere ho imparato leggendo I fiori blu di Queneau, ma ormai avevo più o meno quindici anni e dai libri mi ero fatto adottare: erano loro la mia famiglia.

Parliamo del tuo debutto. A chi hai presentato i tuoi racconti, che reazioni hai avuto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Prima dammi da bere. Grazie. Allora, Giulia: la pubblicazione. C’è una cosa che mi è piaciuta in questa vicenda e ha a che fare con i tempi in cui tutto succede. Voglio dire: a scrivere un libro ci vuole un sacco di tempo, poi devi trovare qualcuno che lo legga; io sono contrario alla spedizione del manoscritto al buio, ma qualunque strada uno scelga l’attesa è sempre lunga. Se hai la fortuna di trovare un lettore qualificato, non è che gli puoi rompere le palle in continuazione: si presume abbia anche molte altre cose da fare; quindi aspetti che trovi il tempo di soffermarsi un attimo sulla tua opera. Se poi quell’attimo coincide fatalmente con un momento di buona e decide di pubblicarti, come minimo passa un annetto prima che tu possa stringere nelle mani il bebè. Ecco: io trasferirei questi tempi lunghi a molte altre attività di questa contemporaneità smaniosa di fretta e scorciatoie. Con un avv
ertenza: mai prendersi sul serio, autodefinirsi scrittore non ha senso, nella vita bisogna fare anche altro, avere la testa impegnata altrove se no con il calendario che ti ho prospettato sopra uno la testa, a forza di aspettare (speso inutilmente) la perde matematico. Ciò posto, amore mio, ecco come è andata a me. Senza alcuna tecnica specifica ho distillato i racconti un po’ alla volta a quel genio di Luigi Bernardi; alla fine lui è crollato. Pensavo di averlo preso per stanchezza, poi un giorno ho capito che gli erano piaciuti veramente e per me è stato come se mi avessero messo del sangue nuovo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Due bellissime ragazze di Bologna, Francesca Rimondi e Silvia Teodosi, innamorate dei libri quanto me. Hanno un’agenzia letteraria che si chiama Gradozero e, da poco, un’omonima casa editrice di libri per bambini. Anni fa hanno letto La spider rossa e, senza troppe cerimonie né interessi personali, mi hanno detto che dovevo continuare. E poi Luigi Bernardi e non perché mi ha pubblicato, ma per come pubblica.

C’è parte di te nei tuoi personaggi, frammenti autobiografici o sono solo frutto della tua fantasia?

Nel libro ci sono due racconti in cui fatti, nomi, persone e luoghi sono esattamente uguali a quello che è successo nella realtà: sono il primo (For Michael Collins and me) e un altro che si intitola La morte del Tonno. Gli altri sono pura fantasia. Ovvio che in molti personaggi c’è una parte di me e delle situazioni che attraverso tutti i giorni. C’è un personaggio, nel libro, che mi piace molto: è il Tato de La febbre del Pellegrino. E’ un ragazzo di diciannove anni che nel 1969 ha la enorme fortuna di vedersi regalare dal papà, per la maturità, un viaggio a Los Angeles; lui ringrazia e parte, ma ha ben chiaro che il vero viaggio nella vita non sono le occasioni che ti può procurare tuo padre, ma la strada che decidi di fare da solo con i tuoi occhi e le tue gambe.

Hai scelto il racconto come canale espressivo, privilegiato. Come è nato Aquaragia?

E’ nato a poco a poco, nell’arco di cinque anni, scrivendo nel pochissimo tempo che avevo a disposizione. La forma del racconto nasce dall’esigenza di arrivare in fondo a qualcosa in quel poco tempo; arrivare in fondo a un romanzo potendo scrivere, se va bene, dieci-quindici giorni all’anno la vedevo come una cosa quasi insormontabile.

Ami l’assurdo e il paradosso, sei in un certo senso un surrealista. I tuoi racconti mi ricordano certe opere di Magritte o di De Chirico. Ti riconosci in questa definizione?

Aggiungi Chagall: mettimi a volare con un violino in mano sopra a un tetto. E’ vero, mi piace il controcanto delle cose e delle persone, la visione non scontata di ciò che accade. Intanto c’è più vita in quello che spesso si cerca di tenere nascosto. Ma se la vedi da questo punto di vista, in realtà, Acquaragia è un libro iperrealista: nei miei personaggi strampalati ci siamo tutti noi, tutti noi possiamo riconoscere quella parte viva che abbiamo e che teniamo sepolta dalle convenzioni, dalle abitudini, dal quieto vivere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Salto d’ottava, l’ultimo libro appena uscito di Antonio Paolacci. Paolacci è un tipo incredibile: ha un’espressione immodificabile e ti fissa senza battere le ciglia; poi ogni tanto apre la bocca e, con un garbo d’altri tempi, dice cose intelligentissime e molto spiritose. Il suo libro mi sta piacendo un sacco; seguo Antonio da quando a cominciato a scrivere e sono stupefatto dai suoi enormi margini di miglioramento, secondo me farà cose davvero importanti. Contemporaneamente sto leggendo La cognizione del dolore di Gadda. Leggere Gadda è come avere un rapporto sadomaso dove il lettore, ovviamente fa la parte del passivo: lui ti scaraventa addosso una serie di frustate fatte di magie, neologismi, costruzioni incredibili; alla fine sei pieno di segni, ma felice.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho tirato matto un neurologo; l’ho talmente esasperato con le cazzate che gli dicevo che questo è uscito completamente di testa. Si è messo a dare in escandescenze e mi ha cacciato dallo studio; poi mi rincorreva per le scale chiedendomi scusa per il suo comportamento poco professionale. Un vero spasso.

Definiscimi il concetto di libertà.

La libertà è il rispetto che abbiamo per noi stessi, per quello che siamo veramente. Libertà è dare il giusto peso a tutti quelli che, per il nostro bene, ci vorrebbero cambiare. Libertà è vivere sapendo che solo se sei felice tu lo sono anche le persone cui dici di volere bene.

Quali sono secondo te le qualità tipiche di un buon scrittore?

Giulietta amore, qui potrei sfangarla dicendo: perché lo chiedi proprio a me che faccio l’avvocato? Io adoro gli scrittori che, quando hai finito di leggerli, ti fanno venire voglia di scrivere. E poi, te l’ho già detto prima, credo: non prendersi mai troppo sul serio e non farsi ossessionare dal risultato. Divertirsi con quello che si fa è sempre un buon viatico per arrivare da qualche parte.

Domenichini e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Purtroppo sono più permaloso di un lama delle Ande; quindi: se avete notizia di qualche critica negativa che mi riguarda fate come i medici una volta, adottate la pietosa bugia.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

E’ un mondo che conosco poco, parlerei per sentito dire. Posso dirTi due cose: la prima è che mi sono accorto di come alla Perdisa lavorino bene, con vero affetto per i libri. Pubblicano solo roba di buona qualità, è impossibile prendere una fregatura con uno dei loro libri. Purtroppo, come tante case editrici emergenti, fanno fatica a trovare il giusto spazio nelle librerie. E questo ci collega alla seconda cosa che ho da dirTi: ti ho detto che per me le librerie sono come delle Chiese; ecco, sempre di più gli scaffali delle mie Chiese straripano di preservativi sgocciolanti.

Raccontami un episodio bizzarro e divertente accaduto durante una presentazione del tuo libro.

Ti racconto questa: mi telefona una radio e mi dice “la chiamiamo giovedì alle 11,30 per un’intervista”. Io mi scordo completamente e a quell’ora sono a una mega riunione di lavoro con venti persone presenti. Mi suona il telefono e una voce mi fa: “tra trenta secondi andiamo in onda, è pronto?”. Io chiedo scusa a clienti e colleghi e mi trovo nel corridoio in mezzo agli impiegati che passano, tutto bello incravattato, a tirare cazzate su Acquaragia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Io credo sinceramente che se uno ha letto molti libri deve essere in grado di capire se quello che scrive merita veramente di essere letto da qualcuno. Quindi prima di cercare un editore a qualunque costo, bisognerebbe spedire il manoscritto a se stessi e dire: “ma io la pubblicherei questa roba qui?”. Se la risposta, sincera e sofferta, è positiva, allora il giovane scrittore si deve mettere tranquillo e sereno e fare altre cose: prima o poi i risultati arrivano.

Sei risultato finalista al Premio Chiara 2010, un ottimo punto di partenza per un esordiente. Te lo aspettavi? Che effetto ti ha fatto?

Per fortuna ho un’età in cui l’emozione non si combina più con l’adrenalina, se no avrei fatto quelle cose da calciatore tipo tingermi i capelli di verde o farmi tatuare il profilo di Piero Chiara sul bicipite. E‘ una cosa incredibile e del tutto inaspettata, anche perché lì non è che chiedi di partecipare come ai concorsi.  Non so, è cosa talmente recente che ancora non l’ho metabolizzata del tutto. So che sarà un’esperienza bellissima. Me la gioco con Carofiglio, Jole Zanetti e Giorgio Falco. Il libro di Falco è magnifico, non vedo l’ora di conoscerlo e di farmi autografare la mia copia ormai sdrucita a forza di sottolineature. Però voi, se siete tra i giurati, votate per me.

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo libro. Ora stai scrivendo nuovi racconti o stai iniziando un romanzo?

Amore mio, posso dirTi che, per fortuna dei miei figli adorati, ho molto lavoro come avvocato, quindi faccio molta fatica a immaginare un prossimo libro all’orizzonte. A meno che tu non conosca un benedetto mecenate. Ma esistono ancora i mecenati?

:: Recensione di Glister di John Burnside a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2010 by
glister

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Ammettiamolo, leggere Irvine Welsh che scrive: “Glister si colloca mille miglia dall’intrattenimento di massa dei polpettoni polizieschi che riempiono gli scaffali delle librerie ed è una delle più originali e entusiasmanti letture dell’anno” è senz’altro qualcosa che mette curiosità.
Cos’è Glister?
E’ innanzitutto un libro originale, e diverso dal solito, non solo una crime novel, ma un piccolo gioiello che trasmette al lettore un’ansia e un’inquietudine davvero rari. Parte della magia è creata senz’altro dal paesaggio e dall’ambientazione, una città postindustriale, circondata dallo scenario spettrale di un bosco avvelenato. I personaggi si muovono allucinati e straniti, e vagano come anime in pena in un deserto metropolitano, che rispecchia la desolazione che cola come lava incandescente e che come una ruggine sgretola ogni cosa.
L’inquinamento, dovuto ad una fabbrica chimica ormai chiusa, cosparge di un umore di morte ogni cosa, non solo gli alberi, l’aria, l’acqua ma anche l’anima degli abitanti, spettri, più che personaggi, di un dramma gotico senza redenzione o riscatto. Oltre a morire a casua dell’inquinamento, un’altra ombra nera pesa su Innertown. Ogni anno scompaiono, e presumibilmente vengono uccisi, i ragazzi del luogo.
Morrison, l’unico poliziotto di Innertown, invece che indagare sulle loro morti le occulta, e celebra uno strano rito costruendo – un giardino altare – nel bosco nel quale tenta di esorcizzare il suo senso di colpa e la sua debolezza e inettitudine.
Finchè Leonard, un ragazzo con l’hobby della lettura, si improvvisa detective e con l’aiuto degli altri ragazzi inizia a indagare, fino al terribile e sorprendente finale.
Glister, edito nella collana Le Strade di Fazi Editore, è un libro sorpendente; leggerlo è un’ esperienza insolita e sconcertante. John Burnside ha qualcosa in più, un valore aggiunto capace di trasformare un semplice giallo in un libro catartico e senza tregua. Che Burnside sia un poeta, oltre che un romanziere, è evidente dal culto che ha per la parola: ogni frase è cesellata e tornita come un merletto e sprigiona un fascino nero di indubbia suggestione. Poco alla volta si rimane catturati dal fascino ipnotico di questa prosa poetica, e non si può smettere di leggere fino alla fine.

John Burnside è nato nel 1955 a Dunfermline, in Scozia, ed è docente di scrittura creativa presso The University of St Andrews, a nord di Edimburgo. La sua vasta produzione poetica è stata insignita nel 2008 di uno dei più importanti premi di poesia del Regno Unito, The Cholmondeley Award, e la sua raccolta The Asylum Dance ha vinto nel 2000 il Whitbread Poetry Award. Autore di un memoir sul suo drammatico rapporto con il padre ( A Lie about My Fatheter, scelto dallo Scottish Arts Council come Non- finction Book of the Year), un uomo tirannico e violento che per anni ha vessato lui e la madre – tanto da spingere John all’alcolismo e alla droga prima, e più tardi a un temporaneo ricovero in un istituto psichiatrico -, Burnside ha scritto inoltre la raccolta di racconti Burning Elvis (2000) e numerosi romanzi: The Dumb House (La casa del silenzio, Meridiano Zero , 2007), The Mercy Boys (1999), insignito dell’Encore Award, The Locust Room (2001), Living Nowhere (2003) e The Devil’s Footprints (2007), finalista al James Tait Black Memorial Prize 2008 e all’International IMPAC Dublin Literary Award 2009. Glister è stato candidato al Warwick Prize 2009. John Burnside vive a Fife, in Scozia, con la moglie e i due figli.

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