:: Recensione di 360 gradi di rabbia di Elena Mearini a cura di Giulia Guida

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360 gradi di rabbia di Elena MeariniQuando sbranavo la vita a piccoli morsi” [Rileggendo “360 gradi di rabbia”, E. Mearini]

La prima volta in cui mi sono imbattuta nel romanzo di Elena Mearini è stata abbastanza insolita. Stavo girovagando tra i video dell’attrice e blogger Maddalena Balsamo, quando mi è caduto lo sguardo su un’intervista in cui la Balsamo presentava il romanzo della Mearini, leggendone alcuni estratti per poi commentarli con l’autrice, con le domande di rito. Quando inizia a leggere, sento la sua voce incrinarsi, curvare storta lungo i confini magnetici delle parole, ricalcare le loro linee spezzate e mai richiuse, fino a scavalcare la recinzione del loro campo elettrico. Fino ad illuminare le loro intermittenze, a infilarsi tra le parentesi lasciate aperte, a sollevare il loro peso dimezzato. Gratta contro le pagine con un’amarezza timida, lasciata in disparte, come di un dolore sofferto a lungo e poi sconfitto, non senza prima raccontare tutti i tagli.Dice parole che non fanno da terapia d’urto.Sono loro, l’urto. Il muro, la bolla senza più ossigeno.Parla del corpo di una donna. Esasperato, mutilato, raschiato attraverso gli anni.Parla di polmoni compressi, senza più aria incontaminata dall’ossessione. Di uno stomaco chiuso a lucchetto senza più chiave. Di muscoli sfibrati. Di due dita in gola per espiare il senso di colpa. Di un paio di fianchi scavati fino all’osso come terra carsica. Di gambe lunghissime che hanno dimenticato la direzione giusta da prendere, di pelle seccata dalla mancanza d’acqua, di capelli corvini, ormai radi, sottili filamenti di cellulosa, appiattiti contro la testa. Parla di un corpo schedato come già deceduto in una serie di cifre da referto medico: 35 chili per 1.70 di altezza. Se continui così, morirai. Se continui così, svanirai, evaporerai, evacuerai quel poco di te che non ti è riuscito di biodegradare su questa terra. Un cumulo di ossa e di vestiti taglia 34-36. Parla di un corpo e di pensieri che non combaceranno mai. E attraverso il corpo descrive la vita del sangue che rallenta, del respiro che interrompe la gola, dei crampi che spezzano un utero freddo da camera mortuaria.Parla di Vera, della sua storia di bambina e donna tra Milano e Parigi, dell’assenza di suo padre, della perfezione lontana di sua madre, dei suoi piatti svuotati, delle sue mele tagliate e mangiate a metà, delle sue spese compulsive nei supermercati per smussare gli spigoli che le crescono dentro e poi aguzzarli di nuovo. La Mearini spezza la riga, ne fa verso libero, sregolato, intrappolato dentro troppo bianco. Ogni frase, un punto. Ogni periodo, uno spazio. Ogni parola, una pausa del respiro. La narrazione degli eventi in una costante intermittenza passato-presente si snoda attraverso l’immagine e la sensazione. Ogni ricordo è un’istantanea essenziale, i contorni rubati insieme ai centimetri mancanti del suo corpo. Sono messe a fuoco sfocate, in cui Vera si rannicchia per ritrovare il capo di quel filo che l’ha portata a diventare così inconsistente, a ridursi al riflesso delle sue mancanze, senza mai riuscire a sentirsi presente, a riacquistare realtà, ad occupare uno spazio suo, ad adattare il suo corpo alle curve delle sue stanze. Non ci sono subordinate, virgole, pause brevi. Non ci sarebbe abbastanza aria per parlare così a lungo, per dar voce ai suoi silenzi chirurgici, alle sue ossa spolpate, alla sua carne disossata. Dopo aver letto il primo estratto dal romanzo, la Balsamo chiede all’autrice milanese, classe ’78, perché abbia deciso di adottare proprio uno stile del genere per raccontare questa storia, in parte vissuta in prima persona dalla Mearini, durante i suoi dieci anni di anoressia. Ed è  stata questa la frase che più mi ha colpito, che mi ha fatto pensare che dietro l’esperienza di vita di questa donna si potesse nascondere molto di più che un semplice resoconto autobiografico. La Mearini risponde che “quando scrive sente il bisogno dell’arresto, che non è altro che la riproduzione del movimento mandibolare quando mastichi. E’ un riprodurre la masticazione della realtà. Quindi ogni punto rappresenta la fine di un morso dato alla realtà per poterne catturare la carne, la vita che sta dietro questa realtà”. Nel suo romanzo d’esordio, Elena Mearini, allieva della scuola di Raul Montanari, dà prova della sua grande capacità di mettere la poesia in prosa, di dare ritmo e movimento alla fissità dell’immagine, di raccontarsi dall’interno, dagli incavi del collo al battito spento dei ventricoli, di parlare di un argomento così attuale e così discusso in modo essenziale e personalissimo, scrivendo per raccontare prima che per salvarsi.

Autore: Elena Mearini
Editore: Excelsior 1881
Collana: Acquario
Pp: 151
Prezzo: 12, 50

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