Intervista a Pasquale Romeo autore di “Maschio addio” (Armando Editore) a cura di Cristina Marra

21 giugno 2010 by

Foto Romeo e libroAlla figura naturalizzata del maschio e al ruolo sociale e familiare indebolito dalla caduta degli stereotipi nei rapporti uomo-donna è dedicato “Maschio addio” (Armando editore, collana Uroboros, euro 9,50), l’ultimo saggio di Pasquale Romeo. Psichiatra e psicoterapeuta, Romeo, già autore di saggi sui rapporti di coppia e sulle dinamiche familiari tra i quali, “Soli soli soli”(Bietti Media”, “Tradire, l’altra faccia dell’amore” (Bastoni editrice), “Amore e caos” (Rubbettino Editore), “Senza Legami” (Armando Editore), in “Maschio addio” si concentra sul concetto di crisi del maschio e sulle sue cause. Figlio, mammo, puer aeternus, l’uomo non ricopre più il suo ruolo di seduttore e capo famiglia ma è sempre più propenso a cedere lo scettro alla donna. Secondo Romeo, la donna raggiunta la parità e il potere, ha privato l’uomo delle sue prerogative predominanti e lo ha inevitabilmente imprigionato in un ruolo secondario in cui l’aspetto esteriore e la cura della propria persona diventano prerogative fondamentali.  L’autore, ripercorrendo le tappe fondamentali della formazione dell’identità maschile e dei suoi disagi nella società, si sofferma su particolari periodi storici fino all’età post-moderna e incalza il lettore con domande creando una sorta di dialogo scrittore-lettore che stimola alla riflessione e alla partecipazione.

Dopo “Senza Legami”, sulle problematiche del rapporto uomo-donna, dedica il suo ultimo saggio all’uomo, anzi al maschio e all’indebolimento del suo ruolo sociale.  Alla crisi del maschio corrisponde una mascolinizzazione della donna?

“Sì, esatto. Il cambio dei ruoli ha invertito alcuni aspetti e modificato la mascolinizzazione e la femminilizzazione”.

“ Esiste, dunque,  rivalità tra uomo e donna?”

“Una volta esisteva una complementarità ora invece sembra emergere un vero e proprio conflitto assolutamente rilevante come dimostrano alcune frange culturali perverse  vedi la misandria”. 

La nostra società propende in modo sempre più evidente verso un appiattimento delle diversità tra genere femminile e maschile?

“Uomo versus donna è diventato uomo contro donna appiattendo le differenze che davano ricchezza”

Che ruolo ha oggi il maschio all’interno della famiglia?””

Il pater familias è finito con il 1971 con il nuovo diritto di famiglia oggi l’uomo sembra aver cambiato  ruolo senza assumerne uno preciso, mentre prima il padre aveva anche a tavola un posto definito ora questo sembra essere incerto e mal definito”.

“ Nel suo saggio offre tante risposte ma pone anche molte domande, è nel suo stile “dialogare” con i lettori?”

“Sì, mi piace molto avere un rapporto umano con l’altro altrimenti non potrei fare lo psicoterapeuta.”

“ Nel suo tour promozionale del saggio incontra tanti lettori, quali sono le loro domande o curiosità più ricorrenti?”

“Sono molte le loro curiosità, tra le domande più frequenti sono quelle su cosa fare e come comportarsi nelle nuove famiglie come quelle dei separati con figli a carico e risposati.”

“Maschio addio” è rivolto soprattutto a lettori giovani?”

“No a tutti ,certo i più giovani vivono soprattutto queste problematiche figlie dell’epoca.”

“  Ma il macho latino  è davvero scomparso?”

“Quello tradizionale penso proprio di sì”

“ In Appendice tratta gli argomenti delicati della misandria e delle case chiuse…..”

“Un grande giornalista sosteneva che le case chiuse erano un puntello fondamentale per la  nostra società insieme alla scuola e lo  Stato.”

Le sue ricerche cliniche e le sue esperienze professionali influiscono sulla scelta  degli argomenti dei saggi così come i racconti dei pazienti hanno un ruolo centrale all’interno dei libri. Qualche anticipazione sul suo prossimo lavoro?”

“Un lavoro che mi sta prendendo molto riguarda il tema dell’identità e come questa sia cambiata a tal punto che sono aumentati a dismisura i disturbi di personalità”.

:: Recensione di Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona a cura di Maurizio Landini

21 giugno 2010 by

bassavilla-cover“Da quelle parti viaggiano le idee” scrive Danilo Arona a proposito di Bassavilla e i suoi dintorni.  “Qui spesso sono le rappresentazioni mentali e le costruzioni dell'immaginario a determinare i comportamenti sociali.” E un bravo detective dell’altro mondo, questo lo sa: per condurre le sue indagini, si avvale di strani consulenti e non manca di seguire le “conferenze” del popolo dei bar.
Spettri, vampiri, streghe, possessioni mediatiche… Storie vere che sembrano fantastiche o storie fantastiche che sembrano vere? Ritorno a Bassavilla è un viaggio suggestivo tra l'insolito del quotidiano e la quotidianità dell'insolito ma è anche un motivo per riflettere sui mutamenti della società e sulle nostre paure che invece restano intatte, sembrano tener bene all'attacco impietoso del tempo.
“Bassavilla” scrive l’Autore, “si offre come dimostrazione tangibile che le paure della cosiddetta finzione letteraria non sono il parto fantastico di autori più o meno geniali. Paure che sono invece vita, né più né meno, in grado di fecondare e nutrire l'unica corrente realistica di cui disponiamo.”
Bassavilla come Castle Rock –locus horridus della produzione kinghiana-, dove “il reale può ancora configurarsi come prodotto del fantastico”.
Reale e fantastico si alimentano vicendevolmente, costituendo un’entità simbiotica che è allo stesso tempo ectoplasma e vita nei campi. “La più ricca conoscenza dell’albero comprende sia il mito che la botanica” affermava l’antropologo Gregory Bateson
E Danilo Arona, narratore e cacciatore di misteri, percorre abilmente questo limen; lo fa con  soprannaturale maestria.

Ritorno a Bassavilla
Danilo Arona
2010 Edizioni XII
pagine 190

:: Recensione di Buttarsi di Dan Fante

19 giugno 2010 by

ButTutto era cambiato a Los Angeles, ma niente era diverso. L.A. era diventata un esempio perfetto dell’America del Ventunesimo secolo. Una città a gettoni.

Non deve essere facile essere il figlio di un’icona della letteratura americana, un figlio del sogno americano, non lo è certo stato facile per Dan Fante, figlio del celeberrimo John Fante autore di Aspetta primavera Bandini e Chiedi alla polvere. Esce in questi giorni per Marcos y Marcos il suo Buttarsi quarto episodio della vita tormentata di Bruno Dante dopo Angeli a pezzi, Agganci e dell’edizione non ancora disponibile in traduzione italiana di Spitting Off Tall Buildings. Siamo a Los Angels, la sfavillante capitale del sogno americano e Bruno, sempre tormentato dai suoi demoni interiori, dall’ingombrante figura paterma e dalla voce nella sua testa, che ha deciso di chiamare Jimmy, che gli ricorda ogni momento di essere un fallito, cerca di fare l’unica cosa che ancora lo tiene vivo: scrivere. Almeno una pagina al giorno, questo è il patto con se stesso, l’unica ancora di salvezza in un mare di alcool  e psicofarmaci. Una vita alla deriva la sua, senza scopo, folle, una vita molto simile a quella dell’autore e proprio per questa aderenza tra vissuto e  creazione artistica, il sapore della verità acre, sgradevole, sulfureo emerge dalle pagine in tutta la sua  caustica nitidezza. Per sbarcare il lunario Bruno si improvvisa chaffeur di auto di lusso cosa c’è di meglio che scarrozzare per Los Angeles celebrità, rockstar e pezzi grossi del cinema di New York e Los Angeles in cambio di un tetto sulla testa, l’assicurazione medica, ferie pagate e una partecipazione del venticinque percento dopo sei mesi se fosse riuscito a tenersi fuori dai guai. Bhe certo c’è sempre il problema dell’alcool ma la promessa al suo capo di recarsi ogni tanto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi sembra bastare. Bruno accetta con entusiasmo questa offerta del destino che per una volta sembra guardarlo con benevolenza e finanche sorridergli e ci mette tutto se stesso per prendere al volo questa occasione di riscatto, ma tutta questa pacchia non sembra destinata a durare c’è ad attenderlo un conto da pagare ma l’incontro con un’anziana editrice e poetessa proprio ad un passo dal precipizio sarà la sua salvezza. Buttarsi è un romanzo bellissimo e disperato, il canto del cigno di un’America che dietro la sua patina scintillente di paladina del progresso e dell’ottimismo nasconde un’anima nera e malata. Con lucidità e senza compassione Dan Fanta scava nel nero magma che si agita sotto la superfice del sogno americano, dell’Eldorado di benessere e finta opulenza e con una sincerità senza compromessi cerca le ragioni per cui vale ancora la pena vivere e morire. Scrittura nitida e scintillante, diretta a colpire al cuore, sparata a mille in un sesseguirsi di vertiginose discese e risalite. La disperazione è feroce ma mai assoluta e pure nei momenti più bui c’è un piccolo spiraglio da cui si può intravedere un futuro migliore illuminato da un barlume di speranza. Figlio letterario di Bukowski forse più che del suo vero padre, Dan Fante si appresta sicuramente ad essere una delle voci più interesssanti dell’America contemporanea e non solo. Traduzione Michele Foschini.

Intervista a Dan Fante qui.

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010 by

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Novità in uscita per Sperling Kupfer in libreria dal 22 giugno

18 giugno 2010 by

– LEGACY di Cayla Kluver
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004886)
– GUIDA AGLI UOMINI di Belle de Jour
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004907)
– LE REGOLE DEL CUORE di Maeve Binchy
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004868)

poi usciranno in versione paperback

– LA CORONER di M.R. Hall
(http://www.sperling.it/scheda/978886061662)
– UNA VOLTA ANCORA di Danielle Steel
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061638)
– SEMPRE CON ME di Abigail Thomas
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061641)

:: Recensione di Il sole sorge sul Vietnam di Lorenzo Mazzoni e Tommy Graziani

18 giugno 2010 by

il_sole_sorge_sul_vietnam_176_0_100_imgkIL SOLE SORGE SUL VIETNAM, TENERO E ORIGINALE OMAGGIO AL PAESE ASIATICO

Nel 2005, il 30 aprile, in concomitanza con il trentennale della Liberazione di Saigon, il coraggioso editore modenese Edizioni Kult Virtual Press, pubblica in rete un e-book, scaricabile gratuitamente e democraticamente. Il sole sorge sul Vietnam con testi di Lorenzo Mazzoni e fotografie di Tommy Graziani. Non un reportage giornalistico, non un vero e proprio diario di viaggio, non un racconto di fantasia, ma un insieme di tutto questo, miscelato con arte e supportato da istantanee suggestive.Fra ricette culinarie, estratti de La guerra di popolo del generale Giap, poesie d’amore, reportage dai bassifondi di Ho Chi Minh Ville, accenni alle guerre combattute da questo eroico popolo, l’e-book si snoda avvincente, in una riuscita sinergia di immagini e parole. Un tributo ad un Vietnam contemporaneo e antico.Sono presenti le belle liriche di Ho Chi Minh, il suo commovente addio alla nazione. Annotazioni prese in fretta dalla spiaggia di Nha Trang. Scatti rubati per le strade caotiche di Huè. Consigli utili per viaggiare nel Vietnam evitando gli altri turisti. E c’è la rubrica “spendere una cifra socialista in un paese socialista” che consiste semplicemente nell’adattarsi.I due, all’epoca collaboratori de “il reporter”, sempre per lo stesso editore, hanno fatto uscire un secondo e-book, un portfolio sul Laos, Mekong Blues (Edizioni Kult Virtual Press, 2007). Un viaggio all’interno dello sconosciuto paese del sud-est asiatico, con mezzi locali, insieme alla gente del luogo. Un e-book che mescola con sapienza il classico reportage giornalistico d’avventura con accenni e notazioni storiografiche. Del resto, anche nella sua carriera di romanziere, Lorenzo Mazzoni non ha mai abbandonato il piacere per il reportage vero e proprio. Accenni ai suoi “cattivi maestri” Kapuscinski, Hartley e Greene, sono presenti sia nella spy-story Ost. Il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), sia nel surreale Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), dove le descrizioni della città infestata dai fumi venefici sembrano dettate dal compianto reporter polacco.Oggi, dopo cinque anni da quell'importante prima edizione, LineaBN Edizioni ha deciso di ripubblicare Il sole sorge sul Vietnam impreziosito da foto inedite di Tommy Graziani e da estratti di Mekong blues e anche in questa veste cartacea la forza principale del libro rimane nella capacità di descrivere un paese così distante come il Vietnam, togliendogli la patina, molto spesso sgradevole, dell'attrazione turistica ed esotica. Un libro dove I brani storici e i disagi del viaggio sono raccontati in poche righe e i volti delle persone ritratte , rendono l'idea di un percorso intimo aperto all'altro, al nuovo.

IL SOLE SORGE SUL VIETNAM (MEKONG BLUES), DI LORENZO MAZZONI E TOMMY GRAZIANI
LINEABN EDIZIONI
EURO 13,00
ISBN 9788896437155

:: Intervista a Roberto Saporito

17 giugno 2010 by

CARENZE_DI_FUTURO_-_copertina_solo_primaBenvenuto Roberto su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori: dove sei nato, studi, hobby, rituali.

Grazie  a voi per l’ospitalità. Sono nato ad Alba (CN), città dove ancora vivo e lavoro, ho studiato a Torino, qualche anno di università e poi una scuola di giornalismo. Hobby non ne ho, avendo smesso di praticare sport (coltivo la mia pigrizia come una cosa preziosa), e non considerando la lettura, una delle cose che più mi piace fare, un hobby, ma una necessità primaria irrinunciabile. 

Scrittore e antiquario, hai diretto per anni un galleria d’arte contemporanea frequentando il mondo degli artisti sempre un po’ bohemienne. Arte e letteratura è un binomio strettamente legato.

Sì, l’arte, qualunque tipo di arte (e quindi anche la scrittura), presuppone un’apertura mentale e un atteggiamento nei confronti della vita che in qualche modo ti aiuta a vivere meglio, o forse, solo in maniera diversa, quasi in un mondo a parte, non migliore, differente, ma con ritmi diversi, con sguardi più curiosi su quello che ti sta intorno. Il rapporto con l’arte contemporanea ritorna proprio nel mio prossimo romanzo dove uno dei personaggi è un artista (eroinomane) che vive  New York. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Direi di sì, specialmente per quanto riguarda il primo romanzo, è che pensavo che dopo i due libri di racconti pubblicati con Stampa Alternativa di Roma tutto sarebbe stato più facile (con ventimila copie vendute, mi sembrava un buon inizio), ma non è stato così. Ogni muovo libro è quasi un ricominciare da capo. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

No, all’inizio no, ma adesso sicuramente sì: Luigi Bernardi. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Se è  una vera passione, una “malattia incurabile” come considero io la scrittura, e quindi non puoi (e non vuoi) farne a meno, leggere molti libri e provare a far leggere i propri a quegli editori che ti senti in qualche modo più vicino (questo sembra nuovamente un buon periodo per gli “esordienti”, tanti editori stanno presentando nuovi autori inaugurando collane editoriali ad hoc, tutti i giorni nasce una nuova casa editrice). Però, purtroppo, in Italia è quasi impossibile vivere solo di letteratura, il mercato editoriale è un falso mercato, buona parte dei libri pubblicati vende pochissime copie, perché questa è una nazione di scrittori che non leggono, nel mio secondo romanzo “Eccessi di realtà / Sushi Bar” a un certo punto il protagonista dice: “In Italia i libri non si vendono, non si leggono, ma in compenso si scrivono in quantità industriale, libri che poi nessuno compra, libri che nessuno legge, neanche regalandoli, forse. Se gli scrittori italiani leggessero l’editoria italiana avrebbe risolto i suoi problemi, tutti.” 

Sei stato invitato a partecipare all’antologia di racconti “Nero Piemonte e Valle d’Aosta / Geografie del mistero” (Giulio Perrone Editore, Roma) vuoi parlarcene? Come è nato il progetto?

Barbara Balbiano, la curatrice dell’antologia, mi ha semplicemente parlato del progetto e mi ha chiesto se ero interessato a pubblicare un mio racconto (noir) con ambientazione piemontese (il mio racconto si svolge a Torino), e la cosa mi ha fatto molto piacere (è bello quando si passa dal proporre i propri lavori direttamente al momento in cui ti cercano gli altri perché interessati alla tua scrittura) dato che poi il prodotto finito è risultato un buon libro con ottimi ospiti, tra i quali Sergio Pent, Angelo Marenzana, Danilo Arona, Paola Ronco e Luca Rinarelli, che hanno scritto dei gran bei racconti. Un progetto sicuramente riuscito. 

Foto RobertoCi sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Paola Ronco, il suo “Corpi estranei” (Perdisa Pop) è un ottimo romanzo. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quelli che, forse, mi hanno influenzato di più sono J.D. Salinger, Ernest Hemingway, Charles Bukowski, Raymond Carver, Jay McInerney , Bret Easton Ellis, David Leavitt, Thomas Bernhard, Henry Miller, molti scrittori francesi, come Jean Paul Sartre (romanziere), Marcel Proust, Michel Huoellebecq, Jean-Philippe Toussaint, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Patrick Modiano. Senza dimenticare tutti i libri di Milan Kundera, Don DeLillo e Philip Roth. Mi piacciono anche Agota Kirstof, Martin Amis, Pier Vittorio Tondelli, Luigi Bernardi,  J.G. Ballard , Cees Nooteboom, Jonathan Coe, Ian McEwan, Douglas Coupland, Arnon Grunberg. Mi fermo ma potrei continuare.

 Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

Io sono dell’idea che gli scrittori dovrebbero scrivere e non parlare in pubblico, spesso gli scrittori hanno scelto di scrivere per non dover parlare. Luigi Bernardi nel suo (bel) romanzo “Senza luce” scrive:
“Agli scrittori si chiedeva sempre più di curare il loro aspetto pubblico: dovevano farsi vedere…erano costretti a parlare invece che scrivere, a farsi ascoltare invece che leggere, obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.”
,
e io sono assolutamente d’accordo con questa frase. La scrittrice Annie Francois dice anche:
"Il posto di uno scrittore non è in un teatro di posa. Se un uomo scrive, è spesso perché non può, non vuole, non sa parlare. L'orale è la sua via secondaria."
Detto questo poi le presentazioni dei miei libri sono sempre un momento piacevole, specialmente perché incontri i tuoi lettori, ti confronti con persone che ti racconto cose del tuo libro che tu non avevi neanche percepito, fondamentalmente sono momenti molto belli. Ma rimango della mia idea, gli scrittori dovrebbero scrivere e apparire il meno possibile. 

Hai un sito o un blog personale sul quale poter leggere tuoi racconti, aggiornamenti, curiosità?

Sì, il mio sito-blog è questo: http://romanzo.blog.tiscali.it

Parliamo di Carenze di futuro. Definito da molti critici un noir con venature esistenziali. Quanto sei debitore all’esistenzialismo? Ti senti in un certo senso figlio di Kafka, Camus, Josè Saramago
, Sartre?

L’esistenzialismo francese è stato molto importante per me, libri come “La nausea” di Jean-Paul Sartre e “Lo straniero” di Albert Camus hanno lasciato tracce profonde, radicandosi e venendo a galla raccontando le mie storie. E in un modo o nell’altro è successo in tutti i romanzi che ho scritto fino a questo momento. “Carenze di futuro” è essenzialmente la cronaca di una fuga, quella del protagonista (senza nome, come in tutti i miei libri, sorta di marchio di fabbrica, o se vogliamo di vezzo), da un paese non identificato dell’Italia del nord, alla Francia. Fuga che lo porta prima a Nizza, poi in Provenza e in fine in Camargue, e che è contrassegnata dall’incontro con vari personaggi, come un suo vecchio amico dei tempi dell’università (Cesare) o una strana ed inquietante ragazza (Sophie) che guida una chiatta fluviale. La vicenda è poi inframmezzata da continui e veloci flash-back, salti nel passato che preme per essere ricordato, come il tormentato rapporto con la moglie (Francesca), o l’appassionata e fuggevole relazione con una professoressa di francese (Simone) ai tempi dell’università a Torino. Il romanzo è strutturato in due parti, la prima raccontata da un io narrante e la seconda, dove, oltre alla “voce” dell’io narrante, si aggiunge, in parallelo, una narrazione in terza persona, dando un secondo punto di vista sulla vicenda, che pian piano, di pagina in pagina, comincia a tingersi sempre più di “nero”, e che approda, alla fine, a una quasi surreale e disperata fuga in bicicletta del protagonista per le strade della Francia. Il protagonista è in fuga perché oppresso dai debiti di gioco contratti con creditori che non si accontentano di pignorarti la macchina o la casa se non li paghi ma sono più propensi a tagliarti due dita della mano o a sparati in un ginocchio. Ma il gioco d’azzardo, l’usura, sono sullo sfondo, sono sfumati accenni narrativi, fantasmi di espedienti narrativi per raccontare i rapporti tra i personaggi e le loro dinamiche esistenziali, aprendo ma chiudendo velocemente finestre su esistenze che il protagonista sfiora nella sua fuga da un passato che non vuole passare verso un oscuro futuro. 

Il genere noir è un genere difficilissimo da scrivere, molti ci provano ma pochi ci riescono veramente. Come ti sei avvicinato a questo genere quali sono gli scrittori di noir che preferisci e che pensi siano riusciti in questa difficile alchimia?

Il vero noir, in particolare quello francese, è un genere letterario molto interessante, è  fondamentalmente “vera” letteratura, e come diceva uno dei miei autori noir preferiti, Jean-Patrick Manchette, “il noir è un genere morale. E’ la grande letteratura morale della nostra epoca”. Il vero problema è che è diventato moda, e sembra che buona parte dei romanzi in circolazione sia, ormai, noir, diventando un genere sterile, vuoto, privo di forza e vero interesse, come tutti i fenomeni di moda. Anche se poi il vero distinguo dovrebbe essere tra due generi di libri: buoni libri (quelli scritti bene) e cattivi libri (quelli scritti male).Comunque tra i miei autori noir preferiti, oltre a Manchette, mi piace ricordare Didier Daeninckx, Jean-Claude Izzo, Patrick Raynal, Leo Mallet e André Héléna.

Il protagonista di Carenze di futuro è un uomo in fuga, braccato dal destino, da veri e propri delinquenti, un uomo che scappa innanzitutto da se stesso. Questa conflittualità è un tema importante nel tuo libro. Come l’hai risolta? C’è una speranza di redenzione?

Non l’ho ancora risolta, i miei personaggi scappano praticamente tutti da se stessi (oltre che da situazioni più o meno complicate), è successo con “Carenze di futuro”, con i romanzi precedenti, e probabilmente anche con i prossimi. E’ un “tema” importante che non ho ancora sviscerato fino in fondo. Quindi per ora nessuna redenzione. 

Come è il tuo rapporto con la critica? C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?

Il mio rapporto con la critica è buono, ho sempre avuto ottime recensioni (con poche eccezioni, ma anche le stroncature esistono, fa parte del “gioco”), e “Carenze di futuro” ha avuto un numero impressionante di recensioni (e quasi tutte è stato un gran piacere leggere). Guardandomi indietro mi piace ricordare il mio primo riconoscimento importante, che non è stata una recensione ma una vignetta che la “Talpa Libri” (l’inserto culturale del quotidiano Il Manifesto) ha dedicato al mio libro di racconti “H-D / Harley-Davidson Racconti” (edito da Stampa Alternativa), anche perché di solito la vignetta era dedicata al libro più importante della settimana, per capirci la settimana prima era dedicata a Umberto Eco (o qualcosa del genere).

Sophie il personaggio femminile più importante del romanzo è una donna complessa, infelice, misteriosa e affascinante. E’ ispirata a qualche personaggio letterario o reale?

E’ un personaggio di pura invenzione, un personaggio assolutamente letterario, che però nasce da me e dal mio essere un curioso osservatore della gente (reale), dalle persone che incontro, dai discorsi che queste persone fanno, o più semplicemente io mi immagino che facciano: parto dalla realtà (o presunta tale) che pian piano si trasforma in finzione. 

Il tuo rapporto cone la musica. Sei un profondo conoscitore di un certo particolare tipo di musica. Quanto influenza la musica il tuo stile di scrittura?

La musica è  alla base di tutto quel che faccio, da sempre, quindi anche la scrittura arriva da lì, e dato che la mia scrittura arriva dalla lettura (io sono prima un lettore famelico e poi uno scrittore), e molte mie letture arrivano proprio dalla musica. Per esempio per tornare agli esistenzialisti francesi, io sono arrivato a leggere Albert Canus attraverso l’ascolto dei Cure, infatti la loro canzone “Killing an arab” è ispirata a “Lo straniero”, e allo stesso modo sono arrivato a Edgar Allan Poe e Bram Stoker ascoltando i Bauhaus, in pratica ho imparato ad amare i libri più dai miei gruppi musicali preferiti che dalla scuola. La musica mi piace tutta, dalla New Wave degli anni ottanta all’indie-rock, dal jazz all’elettronica, passando per la musica classica: l’unico vero distinguo è la qualità. Ho trovato una radio di Parigi, che si chiama FIP, che trasmette esattamente questo: il meglio della musica, da Miles Davis ai Sex Pistols passando per Beethoven e i Lali Puna. 

Puoi parlarci del Rumore della terra che gira?

“Il rumore della terra che gira” è il titolo del mio prossimo romanzo (che sarà in libreria il 22 settembre) e verrà pubblicato nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi (che, per questo, non smetterò mai di ringraziare abbastanza) dell’editore Perdisa Pop, uno dei più dinamici ed interessanti del momento. E’ un libro molto importante per me e, forse, uno dei più belli che abbia scritto (anche se detto da me probabilmente non vale), ed è un romanzo al quale sarà difficile dare un’etichetta, inserire in un “genere”, e dove la protagonista (uno dei tre io narranti, quello senza nome) sarà un
a donna: una bella sfida.
 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

A Luigi Bernardi (e quindi a Perdisa Pop, che li pubblicherà) sono piaciuti altri miei due progetti editoriali, uno è un romanzo sul mondo editoriale italiano raccontato “a modo mio”, una sorta di “breve storia di uno scrittore di successo”, e l’altro è un libro che dovrebbe mettere insieme i protagonisti dei miei ultimi tre romanzi pubblicati, tre personaggi ai quali mi sono affezionato e ai quali ho deciso di dare una seconda possibilità di essere raccontati.

:: Intervista a David Riva

16 giugno 2010 by

cover-opera-seiBenvenuto David su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti.

Grazie per il vostro cortese invito! Sono nato nel 1972, abito in Alta Brianza con mia moglie e i miei due figli, e mi interesso di molte cose oltre alla letteratura: canto musica classica e contemporanea in diverse formazioni corali, suono organo e pianoforte, adoro le escursioni all’aria aperta soprattutto con la bici da corsa e il trekking. Pregi e difetti? Non divido le categorie e lascio scegliere a voi dove collocare queste istanze: sono un curiosone vorace e disordinato, non inizio mai una cosa che so di non poter finire, sono determinato, distratto, estenuante nella dialettica, preciso fino alla leziosità, sobrio ma brioso, e non smetto mai di cercare. Cercare cosa?, direte voi. Ecco, quando lo trovo di solito non ne faccio mistero, e lo racconto. Un difetto evidente, invece, è che peso troppo poco per essere un buon passista: mi esprimo molto meglio in salita. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Il percorso per me non avrebbe potuto essere più lineare, sebbene frutto di moltissimo lavoro. Dopo diversi anni di attività concorsistica, con numerosi piazzamenti e vittorie, ho partecipato all’iniziativa indetta da Edizioni XII che ha portato alla bellissima antologia intitolata “Archetipi”. Il mio racconto vinse e si aggiudicò la pubblicazione. In seguito a ciò, la stessa Redazione mi chiese se avessi qualche lavoro da sottoporre alla loro attenzione: così presentai “Opera sei”, che piacque e venne inserito nel piano editoriale.Credo che la fatica vera non risieda tanto nel trovare un editore disposto a pubblicare il tuo lavoro, quanto nel creare un lavoro di qualità: solo a seguito di ciò si può sperare di pubblicare. Questo, almeno, è ciò che penso.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

C’è stata una fase di passaggio abbastanza netta, nella mia esperienza letteraria: corrisponde al momento in cui ho iniziato a condividere i miei scritti con altri autori, via web o tramite iniziative culturali. Ho scoperto che nessuno ruba le idee, anzi: rivelare il tuo percorso ti aiuta in modo preziosissimo a guardare là dove non avresti mai pensato. Così vorrei in questa sede ringraziare tutti coloro che mi hanno permesso di crescere, tramite la condivisione e il confronto (a volte anche serrato) e se anche non ne faccio i nomi mi perdoneranno, perché sono davvero tanti. Inoltre una esperienza come quella che avviene in seno all’Associazione Culturale XII, attraverso il suo portale web e il suo forum, la auguro a chiunque voglia intraprendere questo lavoro, durissimo e difficile. E credo che Daniele Bonfanti, Luigi Acerbi e Strumm siano coloro che più di ogni altro potrei citare come miei mentori e come acutissimi professionisti della parola e del pensiero. 

Parliamo del tuo romanzo d’esordio Opera Sei. Difficilmente confinabile in un genere preciso, un po’ fantascienza, un po’ horror, un po’ thriller, un po’ noir. Hai preso il meglio di tutti i generi e ti sei tenuto lontano dalle etichette più ovvie. Il tuo stile è tutto contaminazioni e riflessioni su temi anche profondi. Come definiresti Opera sei?

“Opera sei” è un’opera di confini. Ci sono territori vastissimi che si aprono nel campo dell’indecidibile (bello/brutto, vero/falso, normale/anormale, Arte/non-Arte, ecc…) e io amo navigarci. Le categorie sono costruite a posteriori – e sono spesso utilissime, per carità – perché sono diversi i modi con cui ognuno di noi percepisce il mondo e le sue storie. Così posso inserire in 200 pagine eventi che dispiegano le vele su temi come la ricerca di se stessi, la commercializzazione dell’Arte, la morte dell’estetica, la questione di ciò che è Arte e di ciò che non lo è. La complessità emerge solo se tentiamo di far entrare “Opera sei” dentro un contenitore; altrimenti ha una identità sua propria, che per ognuno assume un riflesso, una sfumatura, un peso differente. Su queste tematiche sono i confini a essere insieme labili e immensi, soggettivi e universali.Tutto il romanzo parla del superamento di confini, di ciò che ogni giorno facciamo per andare al di là del Tollerabile e del Possibile, per annettere altri brani di verità e permetterci lo stupore, di fronte a esclamazioni come: “Non accadrà MAI!”, per essere subito contraddetti dalla realtà.Inoltre, nessun artista ha mai espresso forme d’Arte di tale portata: questo certo concorre a dare al romanzo un accento di originalità non indifferente.

foto-riva-1L’associazione internazionale che sponsorizza le opere tragiche e nello stesso tempo sublimi di Hao Myung si chiama Metafisica. Un caso o c’è un discorso più complesso alle spalle. Opera sei è un’opera metafisica?

Non è  un caso.Il nome è  nato quando già componevo la struttura del romanzo (era il working-title, tra l’altro) e ho compreso entrambi i motivi etimologici della metafisica, in senso filosofico. Il significato è inteso come “ente che è oltre la fisica”, come superamento di confini fisici, fisiologici, etici, estetici: Hao Myung opera andando al di là di quelli che sono i termini normalmente accettati dall’etica medica e artistica, ma agisce su soggetti che vogliono giungere alla piena realizzazione di sé, oltre le regole imposte loro dalla natura che li ha fatti a loro dire imperfetti. Questo rende il suo lavoro non solo artisticamente valido, ma anche necessario per le sue opere, dal punto di vista esistenziale.Inoltre l’associazione Metafisica opera al di là della legalità e del controllo istituzionale.

La moralità  e la bellezza sono componenti antitetiche nell’arte? Pensi che l’arte sia essenzialmente immorale, o meglio amorale?

L’arte ha accompagnato la storia dell’umanità: inevitabile che abbia subito variazioni nelle sue funzioni. In passato l’arte era uno strumento moralizzatore (pensiamo all’arte classica religiosa, una delle cui funzioni era creare timor panico e raccontare gli aneddoti biblici inaccessibili agli analfabeti), oggi non credo sia più così, anzi. L’arte contemporanea, in molte delle sue espressioni, ha lavorato per rompere il concetto di morale pubblica e privata, per distruggere iconografie e imposizioni etiche, per ribaltare il concetto stesso di moralità.Vige ai giorni nostri una tale confusione di limiti e espressioni, poi, che è difficile rendere organico un discorso stretto sulla morale: di conseguenza anche l’arte ne risente, e si aggrappa sempre più a altri canoni, a altri riferimenti, per sopravvivere dentro altre forme e altre funzioni. Per fortuna.
L’orrore come nasce? Quali componenti caratterizzano il fascino e nello stesso tempo il senso di repulsione che alcune opere d’arte o eventi della natura creano? Per esempio anche solo l’eruzione di un vulcano. L’uomo è attratto dal  terrore e dalla paura?

L’orrore nasce da ciò che ci è sconosciuto, che sfugge al nostro controllo e alla nostra comprensione diretta (sono esempi la Natura nelle sue espressioni violente, e l’Oltrenatura perché sconosciuta e non catalogabile con certezza, scientifica o spirituale).Vi farei un esempio.Immaginate di trovarvi in una stanza, dalle finestre non filtra alcuna luce. Siete soli, dalla porta chiusa iniziano a giungere rumori indistinguibili, insistenti, sempre più ravvicinati. Ora qualcosa si appoggia alla porta e spinge, la scuote facendola scricchiolare.Già a questo punto, la nostra mente si è attivata (grazie a chissà  quali meccanismi ancestrali) per cercare una risposta alla domanda: “Cosa c’è oltre la porta?”. Attenzione: questo è un meccanismo di difesa!Le nostre stesse ipotesi mettono in moto l’ansia e la tensione, che annebbiano il raziocinio e lasciano che entri in noi la suggestione. Il passo verso la paura è brevissimo. (Per la cronaca: qualcuno di voi potrebbe aver pensato che, dietro la porta, ci fosse una presenza benigna. Ma, una volta che il battente è stato aperto, ecco, avete visto i suoi occhi? Ora è dietro di essi che potreste scorgere qualcosa di sconosciuto… E in questo modo, beh, la paura non tarderà a affacciarsi, ancora e ancora. Infine, una considerazione: c’è chi è attratto dal terrore, e chi invece non ne sopporta i meccanismi, in questo credo che ognuno abbia una propria modalità di relazione. C’è chi non guarderebbe mai un film horror, c’è chi ne ride, chi ne è indifferente, ecc… ).

Raccontaci la genesi di Opera sei. Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Dove hai trovato ispirazione? Ha un intento morale di monito e di avvertimento o è puro intrattenimento?

Come mi accade, se ho una storia la racconto, altrimenti lascio stare. “Opera sei” è un’idea che necessitava di uno spazio ampio per poter essere spiegata a dovere: ho impiegato un’estate in ricerche, mentre la stesura vera e propria è avvenuta nell’arco di circa quattro-cinque mesi. L’ispirazione mi è sorta dalla domanda: cosa accadrebbe se? – e se ci si riflette, è la molla che scatena quasi tutte le ispirazioni.Nel mio caso, sono partito da considerazioni sulla validità di alcune forme d’arte contemporanea, dal gusto per i confini da oltrepassare, da una giovane e bellissima donna che voleva mostrare a tutti com’era fatta dentro.“Opera sei” non vuole essere puro intrattenimento, anche se potrebbe, perché no. Ma chi ci vede altro, e a quanto pare sono molti per fortuna, riconosce contenuti che innescano curiosità, e che soprattutto fanno sorgere domande, sul mondo, su se stessi. Questi sono i libri che più mi piace leggere. E scrivere. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Scrivere è  un lavoro, una professione faticosa e complicata, fatta di lungo studio e preparazione. Oggi si può vivere di letteratura solo se si è capaci di diversificare: collaborazioni, pubbliche relazioni, abilità nel trovare spazio d’espressione. C’è chi è bravo a farlo, c’è chi riceve, come dire… aiuto e sostegno esterni, chi ha la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto.Rimango dell’idea che bisogna sempre vedere con onestà interiore le motivazioni che spingono a scrivere. Trovare un proprio stile – una forma narrativa sempre migliore, distintiva e valida – lasciare che le idee abbiano una vita dignitosa (piccole idee non possono diventare romanzi, grandi idee non possono stare dentro poche righe), condividere e confrontarsi con altri che percorrono tratti di strada simile, ricercare una forma e una individualità letteraria ben definite. Questo permette che la pubblicazione diventi un approdo coerente con il proprio lavoro, e non una estemporanea risorsa, un accidente, un’operazione commerciale, come spesso accade nell’editoria italiana.

 Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Tre nomi su tutti, anche se non proprio esordienti in senso stretto: Samuel Marolla, Riccardo Coltri e Strumm. Teneteli d’occhio, scrivono con consapevolezze e stili diversi, ma sono capaci di regalare brividi per come sanno manipolare la parola, ognuno in modo peculiare e straordinariamente efficace. Bravissimi davvero. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Dipende da cosa devo leggere e dallo stato d’animo in cui mi trovo. In generale non sono un grande appassionato di narrativa contemporanea; trovo negli autori classici brani da strappare urla interiori di acclamazione (e qui potrebbero essere Hugo, Shakespeare, Levi, ma mi capita di trovare emozioni in Omero, Ovidio e altre anticaglie). Come dicevo sono disordinato, anche nella lettura: certa saggistica per esempio è ricchissima di spunti. E la contaminazione di stilemi, contenuti e nozioni che riverso nei miei scritti vengono proprio da questa distanza che tengo da autori o temi specifici e ristretti, non per boria ma per naturale deferenza: si possono prendere magistrali lezioni di letteratura in ogni testo, se si è disponibili a imparare. E io cerco di imparare da tutti.

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri.

Certo, mi piace e mi dà la possibilità di avere incredibili riscontri, e inoltre è un mirabile strumento per conoscere meglio il mio lavoro. Poi, di norma, ho sempre un sacco di cose da dire e da raccontare. Un aneddoto? L’ultima volta, a metà della conferenza che precede la presentazione, si è rotto il proiettore. Questo contrattempo ha creato un ambiente meno formale – c’era un tecnico che ogni tanto cercava di farlo ripartire, invano – così si è aperto un canale di dialogo con il pubblico che, anche al termine della serata, si è fermato con noi relatori per approfondire alcuni temi e proporci domande e riflessioni personali: un inaspettato e piacevolissimo momento di condivisione.

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici?

Sono molto lusingato dai riscontri positivi che “Opera sei” raccoglie. E a volte sono sorprendenti i particolari che emergono dalle letture più disparate: rimango affascinato dalla potenza di alcune tematiche, davvero universali, e dall’attenzione che i Lettori mettono nel cogliere ognuno un dettaglio diverso. Sono immensamente grato in ogni occasione a chi coglie una sua visione del romanzo – e del resto del mio lavoro letterario – riportandomela: ricevere mail, apprezzamenti, commenti positivi (e critiche assennate) da parte di persone con formazione e provenienze diverse, è la vera ricompensa, è ciò che mi rende maggiormente soddisfatto per ciò che faccio in questo ambito. A costo di sembrare retorico, ma in tutta onestà è chi legge che fa esistere (e crescere) ciò che viene scritto.

C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere?

Fin dall’inizio del mio approdo sul web c’è stato un soggetto, sì, del quale ho sempre avuto rispetto e ammirazione, per la sua competente capacità di valutazione, per la sua trasparenza schietta, per l’attenzione che ha nei confronti della parola. E poi adoro il suo modo di raccontare.Gelostellato possiede l’istinto di chi vede nella letteratura una possibilità didattica, non per imparare cose, ma per imparare vita. Per questo è esigente e per questo lo ascolto e gli do credito: concordo con la sua visione della letteratura come mezzo per scoprire il mondo e, magari, per conoscere di più se stessi. Lui ha scritto queste cose su “Opera sei”: http://gelostellato.blogspot.com/2010/06/opera-sei-di-david-riva.html Leggete, divertitevi, pensateci, e ditemi se non vi farebbe piacere, un giorno, che qualcuno scrivesse così di un vostro romanzo.

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

In questo periodo sto ultimando la stesura di un romanzo scritto a quattro mani con Daniele Bonfanti: posso dire che si tratta un’opera ambiziosa, nella quale si incrociano esoterismo, spionaggio, alchimia, paranormale, fanta-archeologia… Ci saranno molta azione, molte esplosioni, moltissime occasioni per riflettere sulla struttura della realtà e sulle nostre paure collettive più devastanti. Sono molto soddisfatto, è la mia prima esperienza in un lavoro di tale portata e con una collaborazione così stretta: l’affinità narrativa con Daniele è sorprendente, e poi sono accaduti strani eventi attorno a questo manoscritto, si muovono forze… Beh, dài, non posso mica svelare tutto!Intanto ho iniziato la raccolta di materiale attorno a un’idea. Anche questa volta salpo verso un confine (vita/morte, o meglio esistenza/non-esistenza), ci navigherò attraverso, e può darsi ne venga fuori una storia vera. Che potrebbe esserlo, via.Non vedo l’ora che si alzi il vento e al mio ritorno, prometto, vi racconterò tutto ciò che ho visto.

:: Novità di Casa Editrice Nord in libreria da giugno

15 giugno 2010 by

Sangue di mezz'inverno Mons Kallentoft
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6955&titolo=Sangue+di+mezz%27inverno

L'ombra del re James Rollins
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6964&titolo=L%27ombra+del+re

Istantanea di un amore Susana Fortes
http://www.editricenord.it16/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6950&titolo=Istantanea+di+un+amore

Untamed P.C. Cast – Kristin Cast
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6949&titolo=Untamed

:: Recensione di I segreti della luna di Serena Beoni a cura di Nicoletta Scano

15 giugno 2010 by

nicolettaIl terzo libro di Serena Beoni racchiude tante storie in uno stesso racconto, dando vita a una corolla di personaggi appassionati e fragili, che scoprono e vivono l’intrecciarsi delle loro vite con risvolti imprevedibili. L’ambientazione, ai piedi del castello di Nipozzano, costruito nell’anno Mille come roccaforte difensiva e fulcro dell’omonimo borgo sin dal 1400, è carica di suggestioni, e si offre quale testimone silenzioso di amori inevitabili e contrastati, veri e propri protagonisti delle due principali vicende del romanzo.La vicende di Bianca e Ludovico, amanti sfortunati ed ospiti del castello di Nipozzano nel 1500, si trasformano in un vero e proprio giallo sfiorato dal soprannaturale nella contemporanea storia tra Sergio e Alice, che si scoprono immersi in un inaspettato intreccio di misteri ed intrighi che solo le ultime pagine del racconto sapranno svelare.
I segreti della luna pare avere il grande pregio di creare personaggi a tutto tondo, ben rappresentati nelle loro insicurezze e meschinità, e risulta difficile non provare un briciolo di simpatia per il personaggio di Vittoria, alter ego della medioevale e perfida Lucrezia, che nell’arco dei secoli pare incatenata al destino beffardo di essere ammirata e desiderata da tutti, fuorché da quello che è l’unico oggetto della sua brama.
La scrittura è fresca e moderna, con qualche divertente fuga dall’atteso, come la corrispondenza tra gli amanti vissuti nel 1500 o le conversazioni telefoniche di Consuelo, la portoricana collaboratrice domestica di Vittoria.
Come per le sue precedenti opere, l’Autrice devolve il ricavato delle vendite del libro, già vincitore del premio “La Trinità” del sito Scrittori d'Italia nel Maggio 2010, e che si può acquistare direttamente dal link 
http://www.serenabeoni.it/
ordini.asp, alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) ed alla ONAOMAC (Opera Nazionale per l’Assistenza agli Orfani dell’Arma dei Carabinieri).
I Segreti della Luna di Serena Beoni, I Libri di Pan, p.237, 15 euro, 2010

:: Intervista a Laura Costantini e Loredana Falcone

15 giugno 2010 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Laura Costantini e Loredana Falcone meglio conosciute come Laura et Lory. Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra: pregi, difetti. Raccontatevi come se foste personaggi dei vostri libri.

Lory su Laura:
Non poté fare a meno di notarla. Più alta della media, una massa di riccioli scuri sulle spalle, gli occhiali scivolati sulla punta del naso e lo sguardo, che ancora non sapeva di un nocciola intenso, perso tra le righe del libro. Il suo libro. Rimase ad aspettare che si voltasse e quando, con la grazia di un felino, lei gli offrì il viso, si sentì investito di un’energia che infondeva sicurezza, capacità, voglia di vincere…

Laura su Lory:
La vide apparire nello specchietto retrovisore. L’incedere deciso nonostante la stanchezza, la mano a frugare distratta nella capiente borsa. Non si chiese cosa cercasse. Il pacchetto delle sigarette le si materializzò in mano, insieme all’accendino. Una brevissima sosta contro il vento estivo, poi la prima, rilassante tirata. Aprì lo sportello, salì con il consueto movimento fluido e prima ancora di essersi seduta chiese: “Giornata dura?” La sua lo era stata, lo disse chiaramente la mano dalle unghie laccate di scuro che passava tra i capelli castani, come ad allontanare i pensieri.

Quando avete capito che diventare scrittrici era la vostra strada?

Quando hanno cominciato a far scrivere a noi le dediche sui bigliettini d’auguri per tutta la famiglia.

Amiche inseparabili fin dai banchi di scuola. Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altra.

Due ragazze spaurite che il primo giorno di ginnasio siedono nello stesso banco ignare che quello sarebbe stato l’inizio di un percorso che dura da trent’anni.

Due amiche, due scrittrici con percorsi di vita differenti. Oltre a scrivere di cosa vi occupate?

Loredana si occupa della propria famiglia e fa la segretaria in una ditta. Laura è giornalista televisiva.

Raccontemi la vostra città. I luoghi che più amate, l’ora del giorno in cui preferite, passeggiare, prendere un gelato, incontrare gli amici.

Per raccontare una città  come Roma non basterebbe un intero romanzo. La amiamo talmente tanto che qualsiasi luogo le appartenga ci è caro. In quanto all’ora del giorno… Loredana ama il tardo pomeriggio, il momento di sospensione, di pace tra il concludersi della giornata e l’arrivo dell’ora di cena, quando si tirano le somme. Laura ama le ore notturne, quando le capita di rientrare tardi e di percorrere le strade sonnacchiose del centro, con le luci che dipingono una città diversa.

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

L’aneddoto in questione risponde a tutti e tre i requisiti. Eravamo nelle Scuderie di Villa Aldobrandini a Frascati per presentare il nostro “New York 1920 – il primo attentato a Wall Street”, alla presenza del sindaco e dell’assessore alla cultura della ridente cittadina laziale. Avevamo chiamato a leggere alcuni brani l’attrice Elena Russo. La sala era gremita da persone di tutte le età, bambini compresi. Nonostante avessimo specificato da che punto doveva partire la lettura, Elena fece di testa sua e sparò nella calma di un tardo pomeriggio invernale, una delle scene più erotiche contenute nel romanzo. Rapido gioco di sguardi tra noi due, ma era impossibile intervenire. Figuratevi le domande a fine presentazione.

Siete grandi lettrici? Quali autori vi hanno più influenzato e affascinato? Che libro state leggendo in questo momento?

Uno scrittore non può  non essere un grande lettore. Le nostre letture si sono diversificate nel tempo, ma dobbiamo ammettere che una grande influenza l’ha avuta la letteratura nord-americana del Novecento. Attualmente Laura sta leggendo “Italian Sharia” di Paolo Grugni, pubblicato da Perdisa. Loredana sta leggendo “Reperita” di Marilù Oliva, sempre Perdisa.

Raccontateci il vostro metodo di scrittura. Scrivete un capitolo a testa o collaborate strettamente per ogni singola frase?

La seconda che hai detto. E non aggiungiamo altro visto che è praticamente impossibile spiegare qualcosa che non ci spieghiamo neanche noi.

laura_costantini_e_loredana_falcone-fiume_pagano-coverDescrivetemi brevemente Fiume pagano edito da Historica Edizioni e ditemi almeno due buoni motivi per convincere un ipotetico lettore che non l’avesse fatto a leggerlo.

“Fiume pagano” è un omaggio alla nostra città. E come Roma è un luogo di intrecci, di misteri, di storie. Non c’è un singolo protagonista, è un romanzo corale. Tutto parte da un senzatetto che per puro caso si trova ad assistere ad un misterioso suicidio. L’ipotetico lettore potrebbe essere attratto dai rimandi alla Roma delle origini e a Vesta la sua dea primigenia. Oppure potrebbe appassionarsi alle indagini condotte in tandem dal luogotenente dei Carabinieri Vergassola e dal cinico e trasandato cronista Nemo Rossini.

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpite?

Laura: Mi ha colpita la fantasia e la padronanza di scrittura di Lara Manni e del suo “Esbat” pubblicato da Feltrinelli. E anche la prima prova di Simonetta Santamaria, “Dove il silenzio muore”, pubblicato da Centoautori.

Lory: “Esbat” non l’ho ancora letto, la Oliva la sto leggendo ora e ha buone possibilità. Insomma, prima o poi troverò l’esordiente che mi lascerà il segno.

Vi piace la poesia? Quale è il vostro poeta preferito? Citatemi un verso.

Lory: E’ un genere che ho cominciato a frequentare da poco, se escludiamo i banchi di scuola. Al momento la mia poetessa preferita è Cristina Bove. Da “Il respiro della luna”, edito da Il Foglio:

Ho un pianto di piccoli rintocchi/ spettinati/ e sfilacci di ciglia intorno agli occhi/ ma non ti mostrerò questo dolore.

Laura: Cristina Bove è una scoperta continua per noi. Ma il mio poeta preferito resta Leopardi del quale trovo particolarmente adatto a questi tempi il verso:

Dipinte in queste rive son le magnifiche sorti, e progressive.

Il vostro rapporto con la critica. Quale è stata la recensione che vi ha fatto più  felici leggere?

Diciamo che la critica autorevole non si è ancora accorta della nostra esistenza. Fatta eccezione per Severino Colombo che, sulle pagine culturali del Corriere della Sera, scrisse molto bene di noi.

Che rapporto avete con la televisione?

Laura: io ci lavoro e mi faccio un dovere ben preciso di essere al corrente di cosa propone ai telespettatori. Un dovere che non è un piacere.

Lory: seguo solo film e telefilm rigorosamente americani e di genere poliziesco.

Definitemi il concetto di libertà.

Laura: la libertà  personale finisce lì dove inizia quella degli altri. E non esiste
libertà senza doveri da rispettare.

Lory: la libertà  è una condizione mentale, può esistere anche lì dove ci sono coercizione,  violenza e sopruso. Come tale non è un traguardo per tutti.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima.

Ci siamo dette di tutto e di più, però se proprio insistete:

Laura a Lory: e piantala di cadere nella trappola dei tre per due al supermercato, che poi ti riempi casa di cera per il parquet. Non l’hai mai avuto.

Lory a Laura: solo se tu la pianti con le diete, il fitness e le creme anticellulite. E’ una battaglia persa.

Internet e letteratura. E’ cambiato il rapporto tra scrittori e lettori nell’era dei blogs, dei social network ?

Il rapporto è cambiato, è diventato più diretto. Il problema è che i lettori puri sono pochissimi, per lo più ci si legge tra scrittori e quindi le lodi sperticate a questo o quel racconto pretendono quasi sempre una reciprocità che non giova al senso critico. Posto che esista.

La cosa più difficile che vi è toccata fare durante le vostre carriere.

Laura: entrare nella camera ardente dove venivano custoditi i cadaveri dei bambini rimasti vittime del crollo della scuola di San Giuliano dopo il terremoto. E poi scriverne un articolo.

Lory: non definirei quella di segretaria una carriera. Sicuramente la cosa più difficile che ho fatto è stato allevare due figli nel mondo di oggi.

Vi è mai capitato di litigare? Cosa avete fatto per fare pace?

Abbiamo litigato seriamente solo un paio di volte, il resto sono state scaramucce. Abbiamo alle spalle trent’anni di amicizia, capirete che ci basta guardarci negli occhi e chiederci scusa. Non c’è nulla che valga un’amicizia come la nostra.

Raccontateci, in esclusiva per Liberidiscrivere, i vostri progetti futuri?

Vogliamo andare contro le tendenze editoriali del momento. Vogliamo voltare le spalle alle mode. Vogliamo raccontare una bella storia, con personaggi narrati a tutto tondo e vogliamo ambientarla in un’altra epoca storica e in un altro paese, sobbarcandoci di ricerche storiografiche e documentazione. Vogliamo lasciare spazio alla fantasia fregandocene di quanto dicono le classifiche dei più venduti. E, non se ne abbiano a male gli alberi, vogliamo scrivere una storia corposa, di quelle che piacciono ai lettori voraci come siamo noi. Se poi questa storia resterà nei nostri cassetti non sarà un problema. Noi non abbiamo mai scritto con lo scopo di pubblicare. Abbiamo scritto e scriviamo perché la nostra fantasia ci detta storie, vite e sentimenti da condividere.

Grazie a Liberidiscrivere e a chi avrà la pazienza di leggere questa intervista fino alla fine.

:: Recensione di Il gioco proibito. La casa degli orrori di Lisa Jane Smith

15 giugno 2010 by

il_gioco_proibito_inizia_la_nuova_trilogia_di_l_j_smithJenny Thornton è una ragazza come tante, innamorata di Tom, con una famiglia che le vuole bene e tanti amici. Per il compleanno del suo ragazzo decide di organizzare una festa e per passare una serata diversa cosa c'è meglio di un gioco di società che appassioni e diverta. Sfuggita ad una coppia di balordi che la insegue finisce, apparentemente per caso, in un eccentrico negozio di giochi di proprietà di un affascinante e strano ragazzo dai capelli d’argento. Ignara che quell’incontro non è affatto frutto del caso e guidata da una forza sovrannaturale,  rimane quasi ipnotizzata da un gioco di società racchiuso in una misteriosa scatola bianca senza scritte o immagini. Seppure accompagnata da inquietanti presentimenti lo acquista e lo porta a casa,  dove gli amici sono riuniti per festeggiare il compleanno. La scatola viene aperta e il gioco ha inizio. Prima però tutti i partecipanti devono prestare un solenne giuramente dove confermano di essere al corrente di sapere che devono essere pronti a rischiare anche… la vita. All’interno della scatola ci sono diverse figure di cartone che compongono una casa vittoriana simile ad una casa per le bambole. Ogni partecipante possiede una figurina che lo rappresenta e deve dipingere su un cartoncino il proprio  peggior incubo. Quello che non sanno è che il giuramento è la porta per entrare in un mondo parallelo dove la casa di cartone si materializza e l’Uomo Ombra non è altro che Julian il proprietario del negozio di giochi un demone innamorato di Jenny. Faccia a faccia con le proprie paure avranno una sola possibilità per raggiungere il tetto della casa e tornare nel mondo reale.
Primo volume della trilogia The forbidden game dell’autrice culto Lisa Jane Smith celebre per Il diario del vampiro, Il gioco proibito. La casa degli orrori, per la prima volta in Italia grazie alla Newton &Compton, è essenzialmente una romantica storia d’amore con risvolti horror. Indirizzata prevalentemente ad un pubblico di adolescenti e preadolescenti per tematiche e linguaggio è comunque una lettura consigliata a tutti gli amanti del fantasy e soprattutto  a coloro che amano l’hurban fantasy dove streghe, demoni, maghi e vampiri si trovano ad agire in un ambiente contemporaneo ed urbano. Pregio maggiore del libro è la continua tensione e suspance che la Smith riesce a creare durante la narrazione, la curiosità ti spinge a voltare le pagine e chiederti: riuscirà la bella Jenny a sfuggire al demone? Trattandosi di un libro per ragazzi il lieto fine è quasi assicurato ma non vi anticiperò i dettagli. Bellissima la copertina di Riccardo Falcinelli e l’impaginazione grafica con i profili neri che ne fanno un oggetto piacevole anche al tatto ottimo come idea regalo. Chi volesse saperne di più di Lisa Jane Smith può visitare il suo sito:
www.ljanesmith.net
Il gioco proibito. La casa degli orrori di Lisa Jane Smith, 2010, 236 pagine, rilegato, Newton Compton, collana Vertigo, traduzione di Lucia Mori, Euro 12,90.