:: Maledetta fabbrica AA.VV curatrice Simona Mammano, recensione a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2010 by

Maledetta fabbrica a cura di Simona MammanoNon capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori. Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica – Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante. Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero. Invece di dare dignità a chi sceglie di non essere un delinquente ma più banalmente di lavorare per vivere si preferisce contare i morti, cifre inerti di una statistica, vittime di una guerra silenziosa che nessuno ha mai dichiarato e che non vedrà mai una fine. Da qualche tempo sì attraverso libri e articoli dei medici del lavoro, dei sindacalisti si inizia a denunciare i mali legati al lavoro:” lo stress, la disperazione, i suicidi, le malattie.” Si discute anche sempre di più che il lavoro uccide, ma non è ancora abbastanza. Maledetta fabbrica è un urlo silenzioso che sgomenta e indigna, una goccia di olio nel mare dell’indifferenza ma pur sempre un testo in cui nero su bianco si rivendica il diritto per i lavoratori di non essere numeri dimenticati di una statistica uccisi altre tutto anche dal silenzio. Un libro per riflettere, per arrabbirci, per piangere, per commuoverci, perché chi non ha perso in incidenti sul lavoro un padre, un figlio, un amico, un semplice conoscente? Questo libro è dedicato a loro.

Maledetta fabbrica Autori Vari curatore Simona Mammano Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, collana Senza Finzione, 2010 142 pagine, brossura,  Euro 14,00

:: Recensione di Lullaby di Barbara Baraldi a cura di Giulia Guida

14 giugno 2010 by

Lullaby-cover"Come pagine strappate da un libro di favole." [Rileggendo "Lullaby", B. Baraldi.]

Giada si abbraccia stretta nella sua felpa scura, mette il muso a una primavera che le cade di traverso, a lei che non sa parlare altro che l'inverno. Che si sente figlia delle piogge acide. Nuvola di un temporale di novembre. Ci sono giorni in cui crede di stare per svanire, tutto la attraversa in trasparenza, non riesce più a ricalcare i suoi confini, a volte sente di non averli affatto, a volte vorrebbe gridare così forte da riuscire a disintegrarli. Giada non è quello che gli altri si aspetterebbero da lei. Non ha il decoro della famiglia borghese in cui è cresciuta, si veste come un maschio, esce di nascosto con Mirko, il figlio del panettiere- dicono che sia un cattivo ragazzo, uno che si droga, le piace perdere il contatto con la realtà, mentre i nodi si sciolgono dentro la polvere bianca. Giada sta tutta in dieci unghie nere, tagliate con i denti, morse ai lati, pelle sbucciata. Giada sta  nelle sue mani di cartapesta, con quella voglia di rompere e spezzare che brucia solo dentro a chi ha quindici anni e in un modo o nell'altro finirà per averli per sempre.  Giada sta in una pelle da bambina, di un bianco rovente. Gocciola dentro un paio di occhi ametista spalancati su un vicolo cieco. Ed è un buio che non si racconta, perchè è un'oscurità clandestina, fatta di sotterfugi e desideri neri. E' la notte di chi ha quindici anni e non ha paura di dire la parola morte. E' il letargo ribelle dell'adolescenza, di chi non c'ha ancora fatto l'abitudine e vuole provare disprezzo per ciò che non condivide, di chi vuole conoscere l'amore e finisce per incontrarlo nella violenza. Giada ha quindici anni e vuole morire con le cicatrici addosso. Ingoiare giù tutte le sue fragilità e avere qualcosa da raccontare che sia fuori dal comune. Che sia solo suo, che appartenga al suo mondo. Vuole scriversi nei suoi incubi, nelle sue ninnananne della morte, nelle sue labbra sbavate, nelle sue gambe nervose, nei suoi capelli distratti. Nei suoi occhi scarabocchiati, come appunti presi troppo in fretta. Giada si perde nella leggerezza blu di Luana, la sua principessa dell'Est, la porta con sè, mano nella mano, labbra contro labbra. Compagne di giochi, complici segrete, la protagonista e la sua aiutante magica unite contro l'incubo. Marcello si guarda allo specchio, da lontano. Chiuso dentro una faccia giallo opaco, capelli scoloriti, una pelle ruvida, le prime rughe a tradire il ricordo che ha di sè. Non sorride, non ne ha mai avuto abbastanza coraggio. Quarant'anni quasi. Senza un lavoro, senza una donna. Scrittore in crisi creativa, da anni in cerca della musa giusta, pronto a sacrificare sangue, a mietere morte per la dea ispirazione. Quarant'anni vissuti attaccato al cordone ombelicale di una madre che non lo lascia respirare, una madre malata dietro cui continua a nascondersi. Quarant'anni passati ad accatastare scuse pur di non fuggire, per mascherare la sua inettitudine di fronte agli amici più cari, davanti a Federico, tutto preso dalle sue beghe familiari, da quella figlia uscita storta che non riesce proprio ad afferrare,  a mettere in riga, a capire. Marcello che passa le sue giornate di fronte a una pagina bianca del computer. Bianco sepolcro, bianco di ghiaccio, bianco senza battito cardiaco. Marcello che è  un uomo in attesa, si accarezza nella pancia la cattiveria di un bambino. Giada e Marcello sembrano disegnati in una di quelle vecchie fiabe in cui il lieto fine può  essere solo un colpo di scena, ma non arriva mai davvero, non arriva mai alla fine. Uno di quei racconti in cui anche il male esiste e spesso finisce per avere la meglio. Qualsiasi lotta è vana, l'eroe deve morire o sentire la morte. Vederla accadere. Tutte le sue peripezie, altrimenti, non avrebbero alcun senso. Resta lui solo aggrappato ai bordi dell'ultima pagina. Vivo, certo, ma irriversibilmente solo. Il sangue e la morte sono gli oggetti magici necessari a ristabilire l'ordine iniziale, tornare a riappropriarsi della vita, ridare un valore alle parole,  ripulire gli anni dai silenzi meteoritici e dai detriti di bugie ammucchiati in ogni stanza. Una serie di omicidi portano le loro strade ad incrociarsi. Il corpo di un ragazzo, in periferia, vicino a una baracca diroccata. Gli occhi sbarrati da una luce ferma, una mano di sangue contro il muro. E Giada che corre a perdifiato verso la strada, perchè non può far altro che tornare indietro e soffocare  in gola quell'urlo sfocato che le ha appannato gli occhi. E' con questa immagine che ha inizio "Lullaby", romanzo corale di Barbara Baraldi, edito quest'anno da Castelvecchi.  Una scrittura stregata e vitale soprattutto nei capitoli dedicati a Giada. Più concreta, pensosa, riflessiva nelle parti in cui prende la parola Marcello. La Baraldi aggiunge indubbiamente un'altra prova importante ai suoi lavori precedenti, avvicinandosi e discostandosi nei diversi passaggi dagli schemi convenzionali della letteratura gotica contemporanea, definizione da cui credo sia giusto prendere in parte le distanze in questo caso, per non correre il rischio di ricondurre l'intera struttura del romanzo alle dinamiche di base di un solo genere.Una Baraldi gotica, certo, ma senza troppe gabbie. 

Recensione di I ragni zingari di Nicola Lombardi a cura di Maurizio Landini

13 giugno 2010 by

bogart05Nicola Lombardi “I ragni zingari” Edizioni XII, collana Eclissi, 2010, pagine 145.

Dopo l'armistizio del '43, Michele, un soldato italiano che ha combattuto in Albania, torna a casa, dalla sua famiglia. La trova cambiata, oppressa da una pesante cappa di dolore. Marco, suo fratello è scomparso. Mentre la minaccia che i tedeschi -ora nemici- arrivino anche lì, si fa sempre più concreta di ora in ora, Michele, resta in paese e si mette con coraggio alla ricerca del ragazzino. Cosa sanno i suoi famigliari di questa misteriosa sparizione? Sua sorella Adele, che ormai non è più una bambina… Suo zio Berto che sostiene di aver visto i ragni zingari e di averne anche uccisi alcuni. "In tutto e per tutto simili ai ragni comuni, piccoli o grossi che siano, che si incontrano nella case di campagna, nei fienili, nelle legnaie… Una caratteristica li rendeva ‘ragni zingari’, però: non erano reali."

I ragni zingari escono dagli specchi per rientrarvi a loro piacimento… E, nella disperata ricerca di Marco, Michele s'immerge in un flusso di eventi che fondono insieme il mondo reale e quello delle storie paurose di quando era bambino.

E i ragni, sempre ai margini del campo visivo, lo accompagnano silenziosi nel suo viaggio, portandosi appresso il loro fardello di sventura.

Una storia "malignamente" ben scritta da un veterano dell'orrore letterario come Nicola Lombardi. Un altro colpo messo a segno dalle edizioni XII che con la collana "Eclissi", diretta da Luigi Acerbi, si sono rivelate una delle più interessanti realtà del panorama fantastico italiano.

:: Intervista ad Alessandro Berselli

12 giugno 2010 by

Babele14_BerselliBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori . So da fonti indiscrete che sei un gran bel ragazzo, specie di persona, hai un ustionante senso dell’umorismo, a tratti sacrilego,  ami la musica, e sei stonato. Tutto vero? Vuoi aggiungere qualcosa?

In effetti c’è del vero in quello che dici. Sono un bel ragazzo (o preferisci un affascinante signore di mezza età?), ho un senso dell’umorismo parecchio caustico, sacrilego non direi, ma di certo non spendibile nei salotti, amo la musica e NON sono affatto stonato. Chi ti ha dato questa informazione?

Hai collaborato con il settimanale Comix. Che bilancio ne hai tratto?

Esperienza breve ma intensa, se mi passi il luogo comune. Illuminante anche. Mi ha messo di fronte al fatto che di letteratura umoristica in Italia NON si vive, non ci sono spazi e, soprattutto, non si pubblicano libri. L’umorismo letterario è ad esclusivo appannaggio dei comici televisivi. Non esiste lo scrittore umorista puro.

Raccontaci come è andata con Maurizio Costanzo. Puoi raccontarci un dietro le quinte, bizzarro, divertente, imbarazzante?

Tutte e tre le cose insieme. La macchina organizzativa del COSTANZO SHOW negli anni novanta era impressionante. Lui è un abilissimo burattinaio, capace di condurre gli ospiti nelle direzioni stabilite dal padrone. Io ero troppo giovane per capire le regole del gioco. Infatti non mi ha più chiamato.

Alessandro Berselli scrittore. Che effetto ti fa sentirtelo dire?

Bellissimo. E poi suona anche bene, no? Scrittore. Avere la possibilità di raccontare storie alla gente. Essere riconosciuti come degli osservatori privilegiati della realtà, perché è un po’ questo che sono gli scrittori, no? Interpreti particolarmente sensibili del sentire quotidiano. La gente ti legge e dice: ma quanto è bravo questo a capire cosa provo? Gli scrittori. Abilissimi a vedere dentro gli altri, ma incapaci di decodificare loro stessi. Strana gente

Scrivi a tempo pieno o fai anche altri lavori? Si può vivere di letteratura al giorno d’oggi?

Faccio anche altri lavori, sempre legati all’oggetto libro, non è facile vivere solo di letteratura. Mi occupo di promozione editoriale nelle scuole per un grande gruppo editoriale. Faccio corsi di scrittura creativa. Ogni tanto riesco anche a dormire un paio d’ore.

Sei un tipo vanitoso? Ti emozionano più i complimenti o le critiche?

I complimenti. Sono vanitosissimo e detesto le critiche. Cerco di assorbirle e di farle diventare costruttive, ma quando arrivano mi lacerano. Adoro essere adulato. Sono insopportabile vero?

Iniziamo dagli esordi. Come ti sei accotato alla scrittura? Quando ti sei veramente accorto che la scrittura poteva diventare la tua strada?

Scrivo da sempre. E’ vero, rispondono tutti così, ma non può essere altrimenti. Il bisogno di raccontare storie non è una cosa che fa irruzione all’improvviso, te la porti dentro fin da bambino. A livello “professionistico” ho cominciato a pubblicare cose nel 1991, proprio su COMIX. Poi sono arrivati L’APODITTICO, il mensile consociato a ZELIG, il sito di satira on line GIUDA . Nel 2003 ho cominciato a cimentarmi con le scritture nere. Prima racconti, poi romanzi. Il resto è storia recente

Quali sono state le tue prime letture e poi d’adulto quali libri hai amato? Cosa stai leggendo in questo momento?

Letture varie, eterogenee, in un incoerente alternarsi di letterature alte e letterature basse, prodotti di genere e grandi classici. Il novecento europeo, Kafka, Joyce, Mann. Stephen King. I minimalisti americani, Easton Ellis su tutti. La Fielding e la Chick lit. I noiristi francesi. Fumetti. In questo momento sto leggendo Gone baby Gone di Lehane e Il bacio della donna ragno di Puig. Due cose diversissime. Per l’appunto.

fotoale1Berselli e la musica. Vi lega un rapporto quasi simbiotico. Non a caso nel tuo ultimo romanzo ha un ruolo molto importante quasi fondamentale. Che musica ci vederesti bene come sottofondo a questa intervista?

La musica c'è sempre nelle cose che scrivo, mi serve per fornire "indizi" su come sono i miei personaggi. In IO NON SONO COME VOI il protagonista, Paolo Graziani aveva la mia età e ascoltava la musica della mia generazione, Nirvana, Smashing Pumpkins, una musica nichilista come il suo protagonista. Luca Parmeggiani invece è un adolescente contro anche nella sua playlist: vecchio heavy metal anni ottanta, quasi una dichiarazione d’odio contro tutto e tutti, un segnale di non omologazione

Cos’è secondo te il “minimalismo berselliano”? Esiste davvero? Ti senti uno scrittore minimalista?

Minimalismo berselliano è una definizione che mi fa sorridere, ogni tanto penso a una ipotetica storia della letteratura con l’ultimo volume che recita nel sottotitolo DAL SECONDO DOPOGUERRA AL MINIMALISMO BERSELLIANO. A parte gli scherzi, il minimalismo per me è fondamentale, non amo i fronzoli, le zavorre, le cose che non servono. Quel gigante di Carver recitava che se una cosa puoi dirla in dieci parole non usarne quindici o venti, usane dieci. Gli appesantimenti mi annoiano.

Il tuo stile è caratterizzato da frasi breve, secche, corrosive, quasi scolpite. Non ami le parti descrittive. Non ti dilunghi in dialoghi supreflui ma punti subito all’essenziale. Da chi pensi di aver e ereditato questo stile fulmineo e ipererrealistico?

Carver. Sicuramente. Lui è un maestro nell’andare subito al sodo, creando figure emotive di impatto enorme. Adoro Carver. E’ un narratore capace di farti entrare in un personaggio dopo quattro righe, i suoi racconti non li leggi, li attraversi. E non c’è una parola inutile nelle cose che scrive.

Dai molto spazio al rumore della mente. C’è un po’ in te traccia del James Joyce di Finnegans Wake o sto dicendo un’ eresia? 

Quel Joyce, anche lui un minimalista berselliano. Il flusso di coscienza dici? A me piace. Adoro pensare con la mente del protagonista e vedere la storia con i suoi occhi. E se riesco a farlo fare anche al lettore il gioco è riuscito.

In una tua recente intervista hai detto che per te scrivere è come fare una seduta di autoanlisi. Pensi che la scrittura abbia nella tua vita un ruolo catartico? Nel tuo io più profondo sei davvero così inquietante e terribile come i tuoi personaggi? Il Berselli gioioso e solare è solo una maschera?

No, il Berselli gioioso e solare è quello reale, la terribilità dei miei personaggi è l’interpretazione ipotetica della mia dark side, che c’è
ma ben nascosta, almeno cento metri sottoterra. La scrittura è sicuramente catartica, ti fa buttare fuori robe. Ne esci alleggerito

Luigi Bernardi è un grandissimo talent scout e in un certo senso ti ha scoperto. Raccontami il vostro primissimo incontro. Descrivimi sensazioni, impressioni, conferme.

Luigi è un grande. Gli ho mandato la sinossi e le prime pagine di CATTIVO e lui mi ha detto: continua. Quando a gennaio 2009 mi ha scritto che sarei uscito con BABELE SUITE ero felicissimo. Lavorare con Bernardi fa davvero curriculum. Non è uno che sceglie autori tanto per fare. E’ serissimo nel suo mestiere

Leggendo “Cattivo”edito per Perdisa si ha la sensazione che tu non giudichi il protagonista, anzi lo descrivi quasi con affetto seppure non fai niente per giustificarlo. C’è una parte di te che vive in questo personaggio, anche tu eri un adolescente ribelle?

No, non particolarmente. Ho sempre preferito una eversione interiore ai grandi gesti, non amo la violenza delle pose, spesso denuncia fragilità. Sull’assenza di giudizio hai ragione: non giudico mai i miei personaggi, nemmeno i più negativi. Con le dovute differenze, c’è tanto di Alessandro Berselli in Luca Parmeggiani. La musica, il rifiuto di vivere la vita come gli altri ci dicono di dovere fare

Berselli e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Stroncature? Non ne ho avute tante, grazie a Dio. Quando arrivano fanno male, non posso negarlo. Ma servono, ti riposizionano. Così come i pareri positivi ti galvanizzano, sono botte di adrenalina buona. I social networks sono fantastici strumenti di comunicazione con il lettore, che smettono di essere entità distanti. Diventano amici, comunichi con loro

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

Le presentazioni sono un momento fantastico, sia perché assecondano il mio bisogno di palcoscenico sia perché ti mettono in relazione con il tuo pubblico. La vita on the road mi piace: adoro le camere d’albergo, la vita randagia, conoscere gente. Credo di metterci molta passione in questo lavoro. Non per meriti particolari, ma solo perché mi diverto in tutto questo

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Certamente. NON FARE LA COSA GIUSTA, in uscita a novembre, sempre con PERDISA. Un libro duro, terribile, la disgregazione di una famiglia dell’alta borghesia attraverso adulterio, xenofobia, morte. Un libro a cui tengo tantissimo.

:: Intervista a Helga Schneider a cura di Maurizio Landini

11 giugno 2010 by

SalaniSignora, Schneider, la sua vita è legata indissolubilmente al nazismo: l’incontro con Hitler da bambina, sua madre che rinunciò alla famiglia per entrare nella Waffen-SS e prestare servizio come guardiana nei campi di sterminio. A partire dal caso letterario de Il rogo di Berlino, la narrazione di storie terribili legate agli anni della guerra l’hanno aiutata in qualche modo ad attenuare l’inferno che si porta dentro?

Scrivere é terapeutico, costringe a fare i conti con il proprio passato, ad analizzarlo, elaborarlo. Ma nello stesso tempo ho cercato di essere nei miei libri soprattutto la testimone di un regime devastante, anziché la vittima. Oggi sono sufficientemente serena, l’inferno, come dice lei, ha perso i suoi contorni più feroci, ho imparato a conviverci.

Sembra ciò che di più atroce sia stato vissuto nel corso della seconda guerra mondiale sia destinato a ripetersi anche nel Terzo Millennio: Africa, Bosnia, Iraq, Afganistan… Cosa manca ancora alla nostra modernità per riuscire a fare tesoro di uno dei momenti più orribili della storia umana?

Ma quale modernità? A me sembra che sia soprattutto tecnologica, umanamente la società sta regredendo. Quali miglioramenti ha acquisito la società globale? Il traffico e il consumo di droga sono aumentati. Il terrorismo internazionale é più che mai in agguato. Ancora oggi muoiono giovani, italiani compresi, per guerre che vorrebbero definirsi interventi di peacekeeping. Giornalmente migliaia di persone sono condannate a morte per fame. Nel 2010 esiste ancora il commercio di organi presi a bambini del terzo mondo. L’uomo si é sentito costretto a possedere atomiche in grado di cancellare la vita sul pianeta. Sempre l’uomo continua a distruggere l’habitat della maggior parte delle forme viventi ed inquina e distrugge buona parte del globo. E i valori? Quelli che un tempo aggregavano la società, oggi la dividono. Potrei continuare ancora per un bel po’.

Nel suo libro La baracca dei tristi piaceri, affronta il tema sconcertante e assai poco conosciuto della prostituzione nei lager nazisti, rimasto tabù per decenni. Il silenzio accompagna le violenze sessuali subite dalle donne, oggi come ieri; un silenzio che non appartiene solo alle vittime, ma anche alle istituzioni, all’opinione pubblica. Perché tanto silenzio, signora Schneider?

La violenza sulle donne é antica come il mondo. Oggi si affrronta l’argomento, ma solo a parole. Invece bisognerebbe cambiare la mentalità delle persone. E’ diventato “moderno” uccidere semplicemente colui o colei che non vogliono più stare con te, assassinare i genitori considerati scomodi, perseguitare ed “eliminare” la moglie, compresi i figlioli, nel caso che la donna abbia deciso di divorziare. Forse dobbiamo ancora capire che nessun essere umano, una moglie, un marito, nemmeno i figli sono nostra proprietà. Questa é diventata una società intollerante e violenta. Ciò che di violenza verbale si sente oggi in televisione é inaccettabile. Oltre tutto – la violenza verbale é una porta aperta verso la violenza fisica. Che immagine offriamo ai nostri giovani?

Il pubblico ha il diritto e il dovere di sapere. Eppure in quest’epoca dove l’informazione sembra aver preso il posto di Dio, la verità ci viene nascosta. Siamo tenuti lontani dall’avere una presa conoscitiva sulle guerre, sulle violenze quotidiane, sulle ingiustizie, mentre divoriamo quintali di morte e sofferenza dalla cronaca nera dei giornali e della televisione. In che modo, secondo lei, la gente comune può riappropriarsi della verità?

E’ verissimo, esiste una diffusa insoddisfazione circa la credibilità dei mezzi di comunicazione sia radiotelevisivi che a stampa: la non veridicità di molte informazioni, la tendenza a esagerare e a gonfiare le notizie, l’inesattezza dell’informazione, la dipendenza dei giornalisti al servizio di interessi specifici, l’abitudine a fornire informazioni “di parte” facendo prevalere l’appartenenza (per lo più politica), della testata o del singolo giornalista ecc. ecc. Come ottenere che la gente comune si riappropri della verità? Mi chiede una ricetta che nemmeno coloro che dovrebbero cambiare le cose posseggono, o ritengono attuabile.

Ritengo che il compito dello scrittore nel terzo millennio sia ancora quello di farsi “archeologo della verità”, forse anche di più che in passato; di scavare nel tentativo di riportare alla luce “tesori”, per quanto putridi e rivoltanti essi siano. È d’accordo?

E’ ciò che ho fatto nel mio piccolo in letteratura.

Nei suoi libri, ragazzi come Heike di Heike riprende a respirare o Willi de L’Albero di Goethe, si trovano ad affrontare realtà che sconvolgerebbero un adulto. La sua stessa infanzia è stata “bombe, terrore, fame, solitudine”. Che vivano nel primo o nel terzo mondo, nella povertà o nell’opulenza, in guerra o in pace, anche al giorno d’oggi molti ragazzi sono forzati a diventare adulti prima del tempo. Sfruttati per la guerra, per il sesso, per il lavoro o, nel migliore dei casi, scelti come bersaglio in operazioni di marketing che impongono loro modelli di “adulto” da imitare, i ragazzi hanno ancora spazio per vivere la loro età?

La società cosiddetta moderna ha defraudato le nuove generazioni di un diritto sacrosanto: essere bambini, essere ragazzi. Favorendo la loro fantasia, l’immaginazione, l’inventiva. Conservando la loro innocenza, il candore. Invece li abbiamo trasformati in ragazzi e ragazze cinici, precocemente erotizzati (sic!), e malati di telefonini e abiti griffati. E’ drammatico.

Ne La Baracca dei tristi piaceri, al tema della prostituzione dei lager, si affianca quello dell’omosessualità (si pensi alle vicende legate a personaggi come Marco e Roby) che bene si presta a una riflessione più estesa a tutte le discriminazioni: viste le violenze, le torture e le uccisioni ai danni del “diverso” perpetrate in alcune parti del mondo anche oggi, certe mostruosità ideologiche con cui il nazismo intendeva giustificare il suo operato non sembrano relegate in un tempo ormai lontano dal nostro. Che ne pensa in proposito?

Il “diverso” é ancora malvisto, guardato e trattato con diffidenza. Manca ancora una profonda cultura della serena convivenza con chi non é come noi, sia esso straniero, inabile, omosessuale. Siamo un bel po’ indietro.

Ne Il piccolo Adolf non aveva le ciglia la Lebensunwertes Leben di un bambino nato con delle imperfezioni porta a una presa di coscienza sulla reale identità del nazismo. L’impegno a tenere viva una memoria su questo e altri crimini contro l’umanità potrà vincere la banalità del male che non ha mai smesso di contaminare la nostra esistenza?

La Arendt ha c’entrato un concetto che valeva per i gerarchi nazisti. Ma a distanza di decenni quest
a “banalità del male” serpeggia ancora nella società odierna, seppure in un modo differente, più subdolo, più celato..

A tutt’oggi capita che in alcune parti del mondo, compresa la Germania, siano permesse manifestazioni a carattere neonazista. Che effetto fa vedere sfilare manifestanti che inneggiano al nazismo – o a ideali molto prossimi – a coloro, come lei, che lo hanno vissuto in prima persona? Questa sorta di libera e pericolosa “profanazione del dolore” è da ritenersi inclusa nel prezzo che deve pagare una democrazia?

Si. In Germania le manifestazioni neonaziste non sono permesse, ma se un qualsiasi partito esprime ideali simili al nazismo, dando loro un altro nome, può farlo. In un paese democratico, là dove chiunque può esprimere le proprie opinioni, certe manifestazioni non possono essere vietate.

Nel film Die Welle (l’Onda) il regista tedesco Dennis Gansel racconta l’esperimento di un professore per spiegare il nazismo ai suoi allievi, attraverso la creazione di un movimento (l’Onda), che finisce però col sfuggirgli di mano tragicamente; eppure gli allievi coinvolti avversavano apertamente il nazismo. È possibile che nella nostra Europa democratica si possa correre il rischio di non rendersi conto della potenziale pericolosità di certe posizioni politiche?

Ci si rende conto eccome, ma se queste posizioni politiche riscontrano il consenso dei votanti, significa che il popolo sta imboccando una determinata strada e – al contrario dei tedeschi dell’epoca di Hitler – questa volta in piena coscienza. E’ un segno dei nostri tempi e dà motivo per riflettere.

:: Novità in uscita per edizioni XII

11 giugno 2010 by

melodia-cover-thumbA partire dal giorno del solstizio d'estate 2010, sarà disponibile in libreria una nuova edizione di Melodia, opera dell'autore lecchese Daniele Bonfanti, già edita nel 2007, in una versione riveduta e corretta e con una nuova cover tutta felina, realizzata, come sempre, dal brillante duo Diramazioni.

Completa l'opera la postfazione Nuova musica dalle Sfere Oscure, di Danilo Arona.

Il titolo è già disponibile in preordine, scontato fino al 15 giugno, presso l'eshop di Edizioni XII.

Per ulteriori informazioni e il booktrailer si veda la scheda libro sul sito di Edizioni XII: http://www.xii-online.com/daniele-bonfanti-melodia

:: Recensione di La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2010 by

Dopo avervi proposto thriller e noir, mie abituali letture preferite, ecco a voi una tenera storia ambientata a Orvieto, idilliaca cittadina umbra, luogo ideale per descrivere le dinamiche della vita di provincia. La libraia di Orvieto edita da Fanucci è la convincente opera prima dell’esordiente Valentina Pattavina, catanese, 42 anni, curatrice dal 1999 con Vincenzo Mollica della serie “Parole e Canzoni” di Einaudi Stile Libero. La Pattavina si avvicina per la prima volta alla narrativa con una storia delicata e divertente, una commedia nera in cui vari generi si intrecciano dando vita ad un piccolo gioiello davvero ben scritto, colto e raffinato. Scrittura minimalista, capitoli brevissimi, quasi schegge cadenzano, questo bizzarro e curioso romanzo che ha per protagonista Matilde una quarantenne single e irrequieta che dopo vari vagabondaggi per l’Italia, si rifugia ad Orvieto sfuggendo al proprio passato e raggiunge un’ oasi di sogno: può fare la libraia, sua grande aspirazione, grazie al vecchio e garbato professor Paolini; incontra buffi e teneri personaggi che l’accolgono come una naufraga e le fanno posto nella loro stretta cerchia di amicizie consolidate dagli incontri del sabato in cui si riuniscono per giovcare a carte, per mangiare piatti tipici umbri e per rinsaldare  una strana complicità che ben presto si rivelerà per lo meno sospetta agli occhi della attenta Matilde; finanche si innamora dell’affascinante e bel Michele, nipote del Paolini. Poi quasi per un gioco del caso emerge dal passato un omicidio irrisolto. Dieci anni prima infatti fu rinvenuto nel bosco il cadavere di un uomo, impiccato ad un albero, in una strana messinscena che apparentemente avrebbe dovuto fare pensare a un suicidio. I carabinieri indagarono svogliatamente facendo sì che le indagini raggiungessero un punto morto. Dieci anni dopo, quando ormai ogni pista sembra perduta e il colpevole vive indisturbato, Michele e Matilde riprendono le indagini e stranamente ostacolati dal gruppo di amici che li circonda, quasi trincerati dietro una fitta trama di silenzio complice, arriveranno finalmente a far luce sulla sconcertante verità.
La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina, Fanucci, Collezione Vintage, 2010, 244 pagine, brossura, prezzo di copertina Euro 16,00.

Valentina Pattavina, editor, è nata a Catania nel 1968. Ha studiato archeologia. Dopo un’intensa attività nel mondo dello spettacolo, nel 1996 inizia a lavorare nell’editoria, ricoprendo diversi ruoli in ambito redazionale. Collabora tra gli altri con Fanucci, Chiarelettere e Einaudi, in special modo con Stile Libero, per la quale dal 1999 ha curato insieme a Vincenzo Mollica la serie Parole e canzoni dedicata ai cantautori. Per Stile Libero ha scritto i libri Non principe, ma imperatore. Storia di Totò, dalla polvere del palcoscenico alle luci del cinema (2008) e La grande anima d’Italia. Alberto Sordi, dal teatrino delle marionette ai fasti del cinema, una monografia su Paolo Villaggio e una su Vittorio Gassman. Per i tipi di Fanucci ha scritto i romanzi La libraia di Orvieto (2010) e La libraia di Orvieto. L’ultima eredità (2011).

:: Intervista a Sebastian Fitzek a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2010 by

Sebastian FitzekCiao Sebastian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, i tuoi studi, i tuoi hobby. Chi è Sebastian Fitzek?

Beh, il mio curriculum vitae, dice che sono nato a Berlino nel 1971. Dopo essere andato alla scuola di legge e aver conseguito il  dottorato in legge, ho deciso di abbandonare la professione giuridica per una professione creativa nei media. Dopo il tirocinio presso una stazione radio privata sono passato all’ intrattenimento e in seguito sono diventato redattore capo. Io vivo a Berlino e lavoro ancora due volte a settimana per la più grande stazione radio della città. Se si vuole trovare qualcosa di più sulla mia vita privata si possono trovare tutti i “dettagli piccanti” qui in questo articolo sulla mia home page:  http://www.sebastianfitzek.com/?artikel=8

Raccontaci qualcosa della tua città Berlino. Qual è il tuo background?

Penso che Berlino sia una città ideale per uno scrittore, perché è possibile trovare qui tutto quello di cui si ha bisogno. Cittadini di quasi tutti i paesi vivono qui. Ci sono laghi e fiumi, montagne, quartieri e zone come Beverly Hills. E la città è conosciuta in tutto il mondo. Magari è per questo che i miei lettori italiani si appassionano  alle mie storie così tanto.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Ho iniziato a leggere alcuni romanzi polizieschi per bambini di Enid Blyton. Penso che la mia passione per il thriller sia nata poi leggendo Stephen King, quando avevo circa 14 anni.

Quando hai deciso che saresti voluto diventare uno scrittore? Come è nato il tuo interese per il thriller psicologico?

Ogni volta che leggevo un buon libro mi chiedevo: “Sarò mai capace di scrivere una storia così  anche io?” Un giorno, non molto tempo fa, nel 2002, ci ho provato. ( Sorride) Penso, che comunque ho sempre voluto intrattenere la gente con storie avvincenti. Mi interessano le persone. I pazzi sono i migliori. Come ho detto prima, per molti anni ho lavorato come direttore del programma per una stazione radio popolare tedesca. Questo è stato ed è ancora un luogo dove posso incontrare un sacco di “disturbati” i colleghi. (Sorride) Essi mi hanno molto ispirato aiutandomi ad avere uno sguardo più profondo per il comportamento umano e i disturbi psicologici. Ho studiato diritto e questo è stato utile per imparare a fare ricerca. E, naturalmente, ho sentito un sacco di storie strane durante le mie lezioni di diritto penale.

Qual era il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto e della tua strada verso la pubblicazione.

Tutto comincia sempre con un una domanda : “Cosa succederebbe se “. L’idea per il mio primo romanzo “La terapia” mi è venuta, per esempio, mentre stavo aspettando la mia ex fidanzata nella sala d’attesa, completamente affollata, di uno studio medico. Dopo mezz’ora non era ancora uscita dalla stanza d’esame e io ho pensato: e se tutti coloro che aspettano con me dicessero ad una mia richiesta: “Non abbiamo visto che sei arrivato con la tua ragazza.” Cosa succederebbe se il receptionist dicesse che il suo nome non c’è nell’elenco dei pazienti? E se la mia ragazza non uscisse mai effettivamente dalla sala di esame? Questo non era un pio desiderio, ma la mia fonte di ispirazione per “La terapia“, in cui una  ragazza scompare da uno studio medico senza lasciare traccia e il padre è l’unico a cercarla. Appena ho avuto l’idea ho iniziato a scrivere. E poi mi ci è voluto del tempo prima che il mio primo manoscritto venisse pubblicato. La verità è che ci sono voluti “solo” quattro anni dalla prima frase di scrittura a vederlo negli scaffali. Per fortuna, ho incontrato Roman Hocke, il mio agente letterario, durante questi quattro anni. Ha sottolineato tutti i miei errori da principiante e mi ha fatto rivedere il mio thriller di debutto  “La terapia” sette volte prima di affidarlo alla mia attuale casa editrice tedesca. Fu così che iniziò la mia carriera e ora sono molto felice che il mio nuovo thriller “Schegge” sia disponibile anche in Italia.

Parliamo del tuo lavoro di scrittore. Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro ?

Sono così fortunato che non ho una tipica giornata di lavoro. A volte scrivo giorno e notte, ora per esempio sono in  tour attraverso la Germania per promuovere il mio nuovo libro. E ieri ho passato tutto il mio tempo a dare interviste, come questa. ( Sorride) Tuttavia, vi è un rituale! Prima di finire la stesura di un libro , esco in macchina con i miei cani e vado  da qualche parte in direzione di Potsdam e mi fermo vicino ad un lago e proprio li esamino i capitoli del libro dalla A alla Z, più di una volta. A volte sono così perso nei suoi pensieri, che inizio a guidare in cerchio e dimentico i miei cani.

C’è qualche scrittore in particolare che ha influenzato il tuo stile?

Posso solo dare una risposta sleale perché non c’è abbastanza spazio per elencare tutti gli autori brillanti che ammiro e che mi hanno più volte ispirato nella mia vita. Nella mia gioventù, ho iniziato con Stephen King, quando studiavo giurisprudenza naturalmente ho divorato tutto, da Grisham, in seguito Crichton, Deaver, Follet … i soliti sospetti. Attualmente, mi piace consigliare le opere di Dennis Lehane e Harlan Coben.

I tuoi personaggi di fantasia, sono  spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, non ci sono personaggi simili a me o qualsiasi altra persona esistente. Cerco di evitare di farlo. Ma – la mia mente subcosciente è sempre un autore nascosto  – per cui  a volte capita che descriva persone che conosco, ma non è previsto. Accade per caso.

Ci sono critiche che hanno influenzato il tuo lavoro?

Sì, ascolto soprattutto le critiche del mio editor e della mia ragazza Sandra prima che il libro venga pubblicato.

Ti piacciono gli scrittori scandinavi di crime? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbo?

Devo ammettere che leggo più autori di lingua inglese. Ma comunque adoro Stieg Larsson e penso che la spiegazione del suo successo sia da ricercare nella sua straordinaria capacità di creare personaggi veri ed eccitanti come Lisbeth Salander.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Ogni autore deve convivere con il fatto che possa non essere gradito a tutti.

Mi piacerebbe parlare un po ‘del tuo nuovo libro Schegge Elliot Edizioni. Dove hai trovato ispirazione?

In “Splinter” – un uomo perde la moglie incinta in un incidente stradale del quale si sente responsabile. Un mese dopo, non riuscendo quasi a convivere con questa perdita, si imbatte in un misterioso annuncio sul giornale – una clinica psichiatrica sperimentale è alla ricerca di persone che abbiano subito un trauma e che lo vogliano cancellare dalla loro memoria per sempre. Ho avuto l’idea mentre parlavo con un neurochirurgo, che mi ha detto che questo tipo di esperimenti sono in corso veramente, e che l’industria medica è alla ricerca di una pillola o una tecnica che possa portare via tutti i  brutti ricordi. Solitamnete in un thriller che tratta l’ amnesia  l’eroe vuole ottenere la sua memoria indietro. Qui ho voluto creare un romanzo facendo il contario – descrivere quando un uomo desidera perdere i suoi ricordi!

Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Vorrei dire ad un autore di considerarsi sempre come un personaggio di un romanzo, preferibilmente come l’eroe fortunato, in quanto nella maggior parte dei casi il protagonista subisce durante il corso della storia, una sconfitta dopo l’altro. Vince solo una volta: nel finale. L’insieme di sconfitte e colpi di scena sono anche le componenti naturali e necessarie di ogni buona storia, così come lo sono nella vita.

Se potessi riniziare la tua carriera di nuovo che cambiamenti apporteresti?

Neanche una sola cosa. In effetti a volte mi chiedo come mai ho avuto così tanto successo. Quindi devo rifare tutto dinuovo allo stesso modo per avere lo stesso successo. ( Sorride)

Pensi che la tua scrittura migliori di libro in libro?

Spero proprio di sì e tutti, non solo gli amici, mi dicono che è così. Ogni libro è un tentativo nuovo. Sono certo che il mio miglior romanzo non è ancora stato scritto.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Attualmente 5 società di produzione stanno cercando di adattare i miei libri per il grande schermo. Ma ci vuole tempo, in Germania, per ottenere denaro dalle stazioni tv per la produzione di un film costoso, anche se è per il cinema. E le televisioni non credono nel genere psychothriller. Stiamo anche parlando con produttori italiani. Se ci volesse troppo tempo in Germania, forse lo produrremo nel vostro paese. Anzi penso che il film sarebbe meglio se lo facessimo in Italia, comunque. (Sorride)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo libri di Cody McFadyen. Si chiama “Ausgelöscht” in Germania. Naturalmente un thriller.(Sorride)

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Sono davvero lieto di avere così tanti lettori, soprattutto italiani. Ricevo un sacco di mail e  rispondo a tutti il più rapidamente possibile.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Oh, potrei dirvi parecchie storie divertenti su di me. Mentre stavo lavorando a Splinter per esempio ho pensato a tutti i brutti ricordi di cui avrei voluto sbarazzarmi se ci fosse stata una pillola per l’ amnesia che avesse permesso di cancellarli dalla mia mente. Ti racconto questo. Per esempio una notte ero nella mia camera d’ albergo a New York e volevo andare in bagno. Beh ho preso la porta sbagliata e mi sono ritrovato nel corridoio chiuso fuori. Ora dovete sapere che io dormo completamente nudo. Potete immaginare quello che ha pensato il receptionist di quel  tedesco pazzo, nudo nella hall, che chiedeva una nuova chiave nel bel mezzo della notte!

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

In questo momento non sto scrivendo perché sono in tour con il mio nuovo thriller “Il collezionista di occhi”, che parla di un serial killer che gioca a nascondino in un modo molto crudele. Prima uccide la madre, poi rapisce suo figlio. Il padre ha 45 ore di tempo per trovarlo altrimenti il bambino in ostaggio muore. Non ci sono accenni e indizi su chi potrebbe essere il killer e l’unico testimone di sesso femminile è cieco …

:: Novità in uscita per Sperling Kupfer in libreria dall' 8 giugno

9 giugno 2010 by

"Se fosse tutto facile" di Maria Daniela Raineri
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004879)
"Le vergini di Pietra" di Ben Pastor
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004896)
"Buttati!" di Gary Vaynerchuk
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004908)

in più uscirà in versione paperback

"Più bella di così" di Maria Daniela Rianeri
(http://www.sperling.it/scheda/978886061640)
"L'amore non può attendere" di Barbara Taylor Bradford
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061660)

:: Recensione di Istruzioni per un addio di Luigi Romolo Carrino a cura di Giulia Guida

8 giugno 2010 by

copj13.asp"Mi ricordo il suo viso, scuro come un temporale." [Rileggendo "Istruzioni per un addio, L. R. Carrino].
Una serie di finestre che si aprono e si chiudono sulla piazza di San Lorenzo. C'è  una fontana, lì da sempre ma non per sempre.
Che guarda, ascolta e parla la vita che accade in punta di piedi.Le bombe a Roma e la guerra a rosicchiare quel che resta delle parole mai scritte, mai dette, interrotte nel silenzio perfetto di un'esplosione. C'è  una donna nella sua cucina al settimo piano che aspetta senza parlare la sua voce, seduta su una sedia, davanti a un mazzo di rose rosse. Le mani appese giù ai lati dei polsi, come cuciti addosso a una bambola di pezza, gli occhi lividi di niente. Anna.
Aspetta di imparare il colore dalle rose. Le rose aspettano, immobili, di imparare il suo bianco irrequieto e imbizzarrito. C'è una donna che ha perso l'amore, gliel'ha portato via la guerra ed ora si vede giovane stesa contro il muro, vede il suo sorriso abbarbicato contro il petto del suo amante, lo vede arrampicarsi lungo il contorno dei suoi occhi e ricalcarci sopra tutte le lettere d'amore lasciate dal fronte dentro al petto di un morto, come proiettili di carta.
Anna chiude gli occhi, piega il collo di lato, leggerissima. Rita appare, senza far rumore, come la sua ombra. Entra in cucina dalla camera da letto e chiama Anna. Rita ed Anna sono al settimo piano di un altro tempo e di un altro spazio. Sono metà spezzate, riflessi asimmetrici, sorelle nel ricordo, prima della vita e dopo la morte. Hanno i polsi incrociati nell'assenza e le vene piene di mancanze. Respirano con un solo cuore e invecchiano come in uno specchio. Non escono mai da casa, fanno salire solo il fioraio ogni mattina per portare due rose rosse, inchiodate sul tavolo della cucina ad accarezzare tutti gli spigoli dell'appartamento. Le rose respirano la vita di Rita e di Anna che vivono lì come cose dimenticate in un angolo, mangiate dalla polvere.
Al settimo piano di piazza San Lorenzo c'è Marta. Vicino a lei, sul piccolo balcone, c'è una culla. Dentro c'è Anna, nata per errore, sputata fuori da una violenza in un sottoscala, un paio di mani così piccole aggrappate a un destino che si ripete sempre uguale. Marta sul balcone, Anna nella culla. E poi Marta sospesa nell'aria, nessun attrito, sembra quasi che abbia le ali.
Al settimo piano di un appartamento c'è un uomo in caduta libera. Un uomo che è rimasto dentro una casa vuota, mentre il suo amore se ne è andato. E pensa al perchè non sia mai lui quello con la valigia in mano, sempre pronto per battere la ritirata. Lui è quello che resta, che non abbandona mai, che non lascia. Non può essere diversamente, lui è quello che deve sentire l'assenza delle cose, il freddo del letto come un buco nella terra, sapere l'inverno che ti infreddolisce tutto nelle ossa, mentre fuori il mondo già suda d'estate.
E poi ci sta una lista di istruzioni su come usare la lavatrice. Solo sette punti. In sette punti le istruzioni pratiche per la sopravvivenza. C'è  un uomo che se ne va sulla porta di casa. C'è il suo compagno distratto, testa fra le nuvole e la voglia di portargli un girasole tra le mani e tirargli via un pò di colore dalla faccia. C'è uno strappo. E due uomini che si allontanano. Una lavatrice, una vaschetta per l'ammorbidente, il detersivo per i colorati. E i vestiti dentro una valigia, via dalle grucce. I libri tutti in ordine di altezza, le tende pulite, i piatti lavati, i pavimenti lucidati come pezzi d'argenteria. E una lettera d'amore per dire addio.
E poi ancora un carteggio virtuale. Due amanti gay, due cugini stretti, Dada la Grande e Ivette senza tette sotto la pioggia di novembre muoiono tenendosi per mano, sul lungomare. Uno dei due scrive all'altro, gli scrive le poche parole che gli restano, le ultime notti senza il mare al contrario nei suoi occhi, gli ultimi giorni senza la sua voce a far scricchiolare le pareti.
Adriana Merola, editrice per Azimut, alla presentazione romana del nuovo lavoro di Carrino, "Istruzioni per un addio", ha tenuto a precisare a malincuore che sull'immagine di copertina c'era un errore imperdonabile. La parola racconti sotto al titolo. "Quella parola non ci doveva essere. Siamo stati indecisi fino all'ultimo giorno se inserirla o meno. Come vi accorgerete leggendo, Istruzioni per un addio si presenta in realtà come un romanzo sospeso, più che come una serie di racconti slegati l'uno dall'altro." A questo proposito devo dare pienamente ragione alla Merola. La nuova opera di Carrino non si configura come una classica raccolta di racconti distinti, seppur collegati da un filo narrativo e tematico comune. I personaggi, le ambientazioni, gli oggetti, i pensieri, le voci si sovrappongono e si inseguono in un continuo gioco di rimandi alternati tra i diversi racconti, che finiscono per evocarsi l'uno all'interno dell'altro attraverso la collisione dei piani temporali e degli spazi.
Carrino annulla il tempo, ne annulla l'ordine logico. Riesce a ricreare la geometria molecolare di un sentimento, l'addio, che è in realtà dato di fatto, uno stato irreversibile di cose, una realtà ruvida, sporca, l'inizio di una crisi, una crepa nella quotidianità, nei luoghi di sempre, nelle vecchie abitudini. L'addio è la vita che smette di scorrere all'improvviso. E' la frattura che non si ricompone o lo fa storta attraverso gli anni e s'attacca all'odore dei vestiti di chi se ne è andato, a un sorriso lasciato di sfuggita dentro una foto, nella pancia cava delle pareti delle case disabitate, tra le pieghe della carne di un corpo solo che si invecchia. L'addio è figura geometrica dagli angoli infiniti, è cerchio in cui ci si smarrisce, è linea retta che trema di infinito e di morte.
I personaggi di Carrino sono uomini e donne sbiancati di vuoto, caduti nel precipizio. Le loro pose fisse, i loro sguardi immobili, le loro attese prolungate, i loro passi mossi solo dall'inerzia descrivono l'impotenza inquieta di chi sa che il ritorno è impossibile. Hanno le istruzioni, certo. Per sopravvivere, d'altra parte, è necessario soddisfare una serie molto limitata di bisogni primari. Sopravvivere all'abbandono non è tra questi.
L'amore non sembra essere per definizione fisiologica una necessità elementare.
Verrà  da sè, nei giorni interrotti, negli anni afoni, nei colori indistinti, nei contorni dimenticati. Verrà da sè rimettere la carta da parati, pulire le tende, rifare la lavatrice, lasciare i libri in disordine e i letti sfatti, ricominciare a fumare, dividere il letto con qualcun altro.
Verrà  da sè la vita che continua, mentre chi se ne va resta in disparte, uno spillo in sottopelle che non ti appartiene più, ma che non riesce mai a scappare.
Carrino sceglie di parlare dell'addio con più linguaggi: il carteggio virtuale, la chat, il monologo, il racconto corale, la narrazione diretta, la poesia a seconda dei personaggi e dei contesti. Decide di distaccarsi dal genere noir, etichetta che era stata accostata ai due precedenti lavori di narrativa dell’autore, “Acqua storta” e “Pozzoromolo”(Meridiano Zero) per dare vita a qualcosa di diverso, che rifugge
anche la definizione stessa di racconto, figurarsi di genere.
Ora che rileggo queste parole a voce alta, mi viene da pensare che Carrino sia tutto quello che uno scrittore oggi dovrebbe essere. Lasciar parlare quello che si scrive prima che se stessi.
Le sue parole riempiono tutte le mie stanze, riscrivono sopra ai vuoti d'aria una mancanza diversa, in cui tutte le assenze si sommano per formare un unico spazio pieno: la terra dell'addio. Ed è lì che ritrovo la mia voce

:: Recensione di Anime assassine – I casi dell’ispettore Quetti di Diego Collaveri

8 giugno 2010 by
animeassassineofficialE’ recentemente uscita per Aletti editore Anime assassine- I casi dell’ispettore Quetti opera prima di Diego Collaveri, sceneggiatore e regista livornese, classe 1976. Il libro contiene una raccolta di sette racconti che passano dal poliziesco più tradizionale al noir con venature esistenzialiste ed hanno come protagonista uno strano ispettore, cinico e scontroso, con un passato misterioso e molti conti ancora in sospeso da regolare. I racconti di per sé apparentemente slegati e autonomi, con cui Collaveri ha potuto avere importanti premi e riconoscimenti riscuotendo un notevole successo di critica, sono stati scritti nell’arco di una decina d’ anni e solo ora per la prima volta sono raccolti in un unico volume che permette di vedere i vari stadi di crescita del personaggio principale e dei comprimari anch’essi ben amalgamati nel contesto narrativo. I racconti caratterizzati da un grande varietà espressiva, coniugano una felice sintesi del genere apportando elementi innovativi e originali che danno alla narrazione vivacità e dinamismo. La ricerca della verità, il perseguimento del colpevole sono le leve che determinano l’azione e la suspance è accresciuta da un paziente gioco investigativo in cui grazie all’abilità e all’acume dell’ispettore Quetti, con giuste e illuminate intuizioni, vengono risolti anche i casi più intricati. Un po’ anarchico, un po’antieroe, l’ispettore Quetti, pur mantenendo la sua spiccata individualità, è tuttavia debitore di tutta quella scuola specialmente cinematografica che ha fatto grande il noir statunitense e il polar francese. Ricchi di suggestioni gli intrecci dei vari racconti, in cui Collaveri dissemina abilmente indizi e tracce, danno una visione a più ampio respiro della personalità del protagonista che nell’episodio finale raggiunge quasi una catarsi liberatoria dando un senso compiuto all’ intera narrazione.

:: Recensione di Operazione Atlanta di Hugues Pagan

8 giugno 2010 by

pagan8grandeCi sono i morti e ci sono i vivi. E poi ci sono gli altri, quelli che sono provvisoriamente ancora in vita, ma hanno già oltrepassato il confine.”

Friedrich Bergmann detto Berg è un ex terrorista internazionale, pericoloso, addestrato a sfuggire ad ogni controllo, una bomba ad orologeria di immensa potenza, imprevedibile, pronta ad esplodere in qualsiasi momento. Per catturarlo o meglio per organizzare la sua defezione  esiste un piano denominato “Operazione Atlanta”, un piano teorico ma studiato nei minimi dettagli da chi era stato il responsabile della sua formazione negli anni Sessanta, prima che Berg tradisse. Ora Berg è pronto a costituirsi, a tornare all’ovile, in cambio di  protezione e di una “contropartita” ma non tutto andrà secondo i piani. Tre uomini per ragioni diverse sono sulle sue tracce: il commissario capo Château, il detective Milard, il mercenario Mauber con un passato nei corpi speciali. Mentre loro consumano le loro alleanze e si dipiegano in una caccia senza tregua lasciando dietro di sé un’ inevitabile scia di sangue, Berg come un’ ombra inquietante, come un fantasma sfugge ad ogni trappola, e si prepara ad attuare la sua atroce vendetta.

Per gli amanti del noir ormai Hugues Pagan è una garanzia, un’ icona indiscussa del polar francese capace di sfornare capolavori ogni volta che da alle stampe un libro. Operazione Atlanta è un libro semplicemente straordinario, scritto a mio avviso in modo perfetto. Sullo sfondo una Parigi stanca e malinconica, sporcata di pioggia , che ben rispecchia l’umore dei personaggi ombre consapevoli della propria debolezza e fragilità schiacciate da un destino ineluttabile che pesa come una maledizione come nel caso di Milard condannato da un male incurabile. Lo stile è essenziale, caratterizzato da dialoghi secchi e decisi, e da un contenuto romanticismo decadente molto chandleriano che da ai personaggi soprattutto quelli femminili una spiccata valenza mitica. La scrittura è serrata, quasi asfissiante, la narrazione caustica bilanciata dal realismo con cui descrive gli ambienti e le atmosfere a cui alterna uno scavo psicologico dei personaggi impietoso e spiazzante. Sprazzi improvvisi di lirismo struggente colorano la prosa  tersa e sincopata dai toni cupi e crepuscolari. L’intensità a tratti poetica, il fascino struggente, il dolore vero che affiora portando con sé un magma di disillusione e disincanto lasciano nel lettore un retrogusto amaro. Splendido e nello stesso tempo tragico il finale che dopo un crescendo drammatico e incalzante, in un vero gioco al massacro, non lascia vincitori. Ottima la traduzione di Peppino Campo e suggestiva la copertina illustrata da Jean-Claude Claeys.
Operazione Atlanta di Hugues Pagan Meridiano Zero 2010 253 pagine brossura, titolo originale Last affair Euro 14, 50