:: Recensione di 360 gradi di rabbia di Elena Mearini a cura di Giulia Guida

13 luglio 2010 by

360 gradi di rabbia di Elena MeariniQuando sbranavo la vita a piccoli morsi” [Rileggendo “360 gradi di rabbia”, E. Mearini]

La prima volta in cui mi sono imbattuta nel romanzo di Elena Mearini è stata abbastanza insolita. Stavo girovagando tra i video dell’attrice e blogger Maddalena Balsamo, quando mi è caduto lo sguardo su un’intervista in cui la Balsamo presentava il romanzo della Mearini, leggendone alcuni estratti per poi commentarli con l’autrice, con le domande di rito. Quando inizia a leggere, sento la sua voce incrinarsi, curvare storta lungo i confini magnetici delle parole, ricalcare le loro linee spezzate e mai richiuse, fino a scavalcare la recinzione del loro campo elettrico. Fino ad illuminare le loro intermittenze, a infilarsi tra le parentesi lasciate aperte, a sollevare il loro peso dimezzato. Gratta contro le pagine con un’amarezza timida, lasciata in disparte, come di un dolore sofferto a lungo e poi sconfitto, non senza prima raccontare tutti i tagli.Dice parole che non fanno da terapia d’urto.Sono loro, l’urto. Il muro, la bolla senza più ossigeno.Parla del corpo di una donna. Esasperato, mutilato, raschiato attraverso gli anni.Parla di polmoni compressi, senza più aria incontaminata dall’ossessione. Di uno stomaco chiuso a lucchetto senza più chiave. Di muscoli sfibrati. Di due dita in gola per espiare il senso di colpa. Di un paio di fianchi scavati fino all’osso come terra carsica. Di gambe lunghissime che hanno dimenticato la direzione giusta da prendere, di pelle seccata dalla mancanza d’acqua, di capelli corvini, ormai radi, sottili filamenti di cellulosa, appiattiti contro la testa. Parla di un corpo schedato come già deceduto in una serie di cifre da referto medico: 35 chili per 1.70 di altezza. Se continui così, morirai. Se continui così, svanirai, evaporerai, evacuerai quel poco di te che non ti è riuscito di biodegradare su questa terra. Un cumulo di ossa e di vestiti taglia 34-36. Parla di un corpo e di pensieri che non combaceranno mai. E attraverso il corpo descrive la vita del sangue che rallenta, del respiro che interrompe la gola, dei crampi che spezzano un utero freddo da camera mortuaria.Parla di Vera, della sua storia di bambina e donna tra Milano e Parigi, dell’assenza di suo padre, della perfezione lontana di sua madre, dei suoi piatti svuotati, delle sue mele tagliate e mangiate a metà, delle sue spese compulsive nei supermercati per smussare gli spigoli che le crescono dentro e poi aguzzarli di nuovo. La Mearini spezza la riga, ne fa verso libero, sregolato, intrappolato dentro troppo bianco. Ogni frase, un punto. Ogni periodo, uno spazio. Ogni parola, una pausa del respiro. La narrazione degli eventi in una costante intermittenza passato-presente si snoda attraverso l’immagine e la sensazione. Ogni ricordo è un’istantanea essenziale, i contorni rubati insieme ai centimetri mancanti del suo corpo. Sono messe a fuoco sfocate, in cui Vera si rannicchia per ritrovare il capo di quel filo che l’ha portata a diventare così inconsistente, a ridursi al riflesso delle sue mancanze, senza mai riuscire a sentirsi presente, a riacquistare realtà, ad occupare uno spazio suo, ad adattare il suo corpo alle curve delle sue stanze. Non ci sono subordinate, virgole, pause brevi. Non ci sarebbe abbastanza aria per parlare così a lungo, per dar voce ai suoi silenzi chirurgici, alle sue ossa spolpate, alla sua carne disossata. Dopo aver letto il primo estratto dal romanzo, la Balsamo chiede all’autrice milanese, classe ’78, perché abbia deciso di adottare proprio uno stile del genere per raccontare questa storia, in parte vissuta in prima persona dalla Mearini, durante i suoi dieci anni di anoressia. Ed è  stata questa la frase che più mi ha colpito, che mi ha fatto pensare che dietro l’esperienza di vita di questa donna si potesse nascondere molto di più che un semplice resoconto autobiografico. La Mearini risponde che “quando scrive sente il bisogno dell’arresto, che non è altro che la riproduzione del movimento mandibolare quando mastichi. E’ un riprodurre la masticazione della realtà. Quindi ogni punto rappresenta la fine di un morso dato alla realtà per poterne catturare la carne, la vita che sta dietro questa realtà”. Nel suo romanzo d’esordio, Elena Mearini, allieva della scuola di Raul Montanari, dà prova della sua grande capacità di mettere la poesia in prosa, di dare ritmo e movimento alla fissità dell’immagine, di raccontarsi dall’interno, dagli incavi del collo al battito spento dei ventricoli, di parlare di un argomento così attuale e così discusso in modo essenziale e personalissimo, scrivendo per raccontare prima che per salvarsi.

Autore: Elena Mearini
Editore: Excelsior 1881
Collana: Acquario
Pp: 151
Prezzo: 12, 50

:: Recensione di I senza nome di Barry Eisler (Garzanti 2010) a cura di Stefano di Marino

12 luglio 2010 by

I senza nome di Barry EislerAutori di spy story non ci si improvvisa. Ci sono decine di dettagli da controllare, trucchi da conoscere, proprio come accade a un vero agente in missione. E soprattutto bisogna amare l’intrigo e provare quella perversa forma di appagamento nel dispiegare i tasselli di un complicato intrigo dove tutti tradiscono tutti. Fan incondizionato della serie dedicata al killer John Rain, ero rimasto vagamente deluso dal precedente Il Codice del Silenzio soprattutto per l’ingombrate presenza di un fratello del protagonista Ben Traven, Alex la cui ‘normalità’ rallentava l’azione. Con I senza nome torniamo in un mondo di professionisti, spietati, abili e al tempo stesso vulnerabili in modi che si rivelano inaspettati al lettore. La scomparsa compromettente di novantadue cassette che testimoniano sistemi di tortura aggressiva contro terroristi veri o presunti, getta nel panico quella che Eisler, chiama l’Ologarchia, un sistema di potere al tempo stesso occulto e sotto gli occhi di tutti. Tutto comincia a tornare, si allacciano persino le fila tra le due serie. L’azione è sempre splendidamente descritta ma ci sono sfumature psicologiche, espresse nel caso del rapporto tra Ben e Paula personaggi attraverso un’interazione brillante come una commedia sofisticata, e in quello del ‘nemico’ Larison con un crescendo di emozioni coltivate all’interno di un animo stremato. Sfumature che movimentano una trama molto ‘tecnica’ che richiede attenzione. Il sostrato della vicenda è un’amara riflessione sul potere e sull’ineludibile necessità di affrontare lo ‘sporco mestiere di spia’. Rapido, profondo, avvincente. Mi è piaciuto moltissimo. Eisler ha molto da insegnare a tutti coloro che si vogliono cimentare con il genere. O semplicemente vogliono approfondirlo.

Barry Eisler (Newark 1964), avvocato, esperto di arti marziali e cultura giapponese, ha lavorato tre anni per la CIA prima di diventare la più grande rivelazione del thriller americano di questi anni, salutato dalla critica e dal pubblico come l’erede di John Le Carré.

Intervista a Fulvio Ervas, autore di “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos) a cura di Cristina Marra

8 luglio 2010 by

cover ErvasFerragosto caldo, anzi caldissimo per Stucky, l’ispettore veneto di origini persiane, protagonista dei gialli di Fulvio Ervas. Dopo “Commesse di Treviso”, “Pinguini arrosto” e “Buffalo Bill a Venezia”, l’ironia e l’esilarante tecnica narrativa di Ervas si “trasferiscono” sulle colline del prosecco. Stucky si aspettava “un noioso ferragosto, uno di quelli in cui anche il crimine si stende sotto l’ombrellone” e invece si ritrova in gita sulle colline trevigiane in compagnia delle attraenti vicine di casa, “le sorelle di vicolo Dotti” che a distanza ravvicinata “erano pericolose come una daga affilata”. Al suo ritorno comincia a indagare su una morte sospetta: il suicidio del conte Desiderio Ancillotto, fornitore di vini pregiati. “C’era troppo ordine in quella tragedia” e anche in mancanza di un biglietto e di una firma, per Stucky “c’era un messaggio in quella morte”. Dopo qualche giorno è rinvenuto il cadavere dell’ingegnere Tranquillo Speggiorin, direttore del cementificio di Cison di Valmarino, patria del prosecco e paese del conte Ancillotto. C’è un nesso tra le due morti?Cosa si nasconde dentro il cementificio? In competizione col commissario Leonardi che rivendica di “essere il perno della omicidi” e affidandosi alla sperimentata tecnica dei due cestini, “metteva tutte le domande che si poneva nel corso dell’indagine nel primo e le passava nell’altro via via che trovava la risposta”, Stucky si “immerge” nei luoghi del prosecco e si barcamena tra indizi e supposizioni. Pur non essendo un intenditore di vini, Stucky non disdegna un bicchierino all’osteria di Secondo e “illuminato” dalle lezioni dell’oste e dagli interrogatori ai membri della Confraternita del prosecco, scopre l’affascinante mondo che ruota intorno alla produzione dei vini ma anche quel “male” provocato dall’avidità umana che si insinua sulle colline, ne intacca la terra, si libra nell’aria e colpisce le persone.

foto ErvasPer Stucky il prosecco è un vino simpatico, per gli esperti è “un vino per una stagione sociale”, perché lo ha scelto come “protagonista” del suo romanzo?”

”Perché è stata la principale attività produttiva del Veneto ad essere cresciuta nell’anno 2009, cioè in piena crisi economica. Perciò è un simbolo: di imprenditorialità, di  rapporto con il territorio, di immagine.  Perché è una monocultura e dopo essermi occupato, con Buffalo Bill a Venezia della monocultura turistica, mi piaceva ricordare che le monoculture esigono un’attenzione, una cura, un’intelligenza compensatoria di altissimo livello. Il prosecco rappresenta una sfida: mi è piaciuto narrarla.”

Quanto sono influenti e quanto contano le sue origini persiane di Stucky nel suo modus operandi?

Ostinato e cortese, un poco seduttore come certi venditori di tappeti persiani, attento ai dettagli del comportamento umano, sensibile al non detto, amante delle bellezze del mondo: anche molto veneziano. Un incrocio tra  grandi tradizioni  di civiltà.

“Le due vittime. Desiderio Ancillotto e Tranquillo Speggiorin. Me ne tratteggia brevemente le caratteristiche?” 

Il conte Ancillotto è il grande vignaiolo, rappresenta il conservatore che s’accorge che il mondo che ha amato e difeso  rischia di svanire.  Ne imputa la colpa al meccanismo sociale di cui  egli stesso è stato propugnatore.   L’ingegner Speggiorin, che dirige il cementificio, è l’uomo del PIL sempre in crescita, dei bilanci in attivo, dell’efficienza produttiva ad ogni costo.  Una  locusta con il telefonino.

Vino e cemento. I procedimenti per produrli a confronto con le relative speculazioni. Tradizione e innovazione spregiudicata, chi ha la meglio? 

La tradizione, in alcune nicchie di produzione ( come vino ed altri alimenti) resiste.  Minacciata, magari, ma non vinta. Certo, la spinta a fare solo soldi con il vino ed altro, cioè a fare del profitto ad ogni costo, è fortissima. Ma le filiere alimentari sono  questioni   molto complesse e i romanzi, davvero, non hanno strumenti per narrarle compitamente.

Nel romanzo ci sono morti violente che diventano casi eclatanti e altre che si perpetuano in silenzio ma che sono ancora più tremende. Il romanzo fa anche denuncia

Uccidono di più le automobili, l’amianto e il monoclururo di vinile che tutti i serial killer del mondo.  Ma le morti “diluite”, un po’ occultate, non suscitano attenzione e repulsione come il colpo di pistola dell’assassino.  La rete di responsabilità diffuse  ci confonde e si confonde. Non vogliamo accettare e riconoscere che il rischio di  malattia e morte  è persistente nel tempo e nello spazio ed esigerebbe una grande attenzione collettiva.

Intervista a Marco Monina, direttore editoriale di peQuod, a cura di Maurizio Landini.

7 luglio 2010 by

La peQuod nasce come collana de Il Lavoro editoriale-Transeuropa nel 1996. Come è cambiato il mondo dell’editoria italiana da allora?

In questi quindici anni, ma soprattutto negli ultimi sette, otto, l’editoria libraria è molto cambiata. In peggio, neanche a dirlo. Ci vorrebbe un’intervista per parlare solo di questo e non mi sembra il caso, qui, di dilungarmi troppo. Il problema è lo stesso che riguarda tutta l’editoria in generale (giornali, televisioni): quello delle concentrazioni editoriali. Un tempo ci si poteva almeno “consolare” facendo riferimento all’eterno scontro industria editoriale contro editoria di cultura. Adesso, in definitiva, non c’è più neanche quello. Le librerie sono ormai “occupate militarmente” dai gruppi editoriali più grandi e importanti e, anche noi piccoli, o ci si piega alle “logiche del mercato” (ma è una lotta impari!) o si rischia di scomparire. Per chi non lo conoscesse, comunque, consiglio la lettura del saggio “Editoria senza editori” di André Schiffrin edito da Bollati Boringhieri che racconta meglio di ogni altro come è cambiata l’editoria da un po’ di tempo a questa parte.

Marco, la tua Editrice è famosa per aver pubblicato per prima molti talenti della narrativa italiana: Mancassola, Pallavicini, Genna… Come ti trovi nella veste di talent scout?

La mia casa editrice, posso dirlo senza timore di smentita (non sapendo, altresì, se è un vanto o un rammarico), è stata quella più saccheggiata dagli editori più grandi (che non sempre sono grandi editori) negli ultimi dieci, dodici anni. Quelli che citi, purtroppo (o per fortuna?), sono solo una minimissima parte degli autori  che son passati da peQuod, potrei continuare l’elenco (e comunque ne dimenticherò qualcuno) con Severini, De Silva, Desiati, Gozzi, Lerro, Majorino, Santi, Bajani, D’Amicis, Parente, Domanin, Antonelli, Monina, Scanzi, Goisis, Mancinelli…mi fermo qui. Ci si ricollega, in qualche modo, al discorso che facevamo prima. Si, perché poi, alla fin fine, i grandi editori altro non fanno se non offrire agli autori anticipi sulle royalties rispetto ai quali io non posso competere. Qualsiasi scrittore si “sente un po’ più scrittore” di fronte a un anticipo importante. E’ sacrosanto, è umano, io non ci trovo niente di strano o di male. Mi consolo pensando che se i miei autori non fossero finiti in quei cataloghi “prestigiosi”, quasi nessuno li conoscerebbe e, conseguentemente, quasi nessuno conoscerebbe me. Io, d’altronde, mi trovo a ricoprire, come molti altri “piccoli”, il doppio ruolo di editore/editor. L’editor (senza e finale), definizione che preferisco a talent scout,  è colui che sa vedere prima che lo vedano gli altri il talento, è colui che lo intuisce prima ancora che si faccia sentire davvero.

Quanto pesa avere “piccole” dimensioni e nel contempo disporre di un catalogo qualitativamente indiscutibile?

Bella domanda. Il grande editore Valentino Bompiani, già negli anni ’60, profetizzava: “Nelle case editrici avanzano i nuovi redattori. Li incontro secchi, precisi, nei corridoi. Tra qualche anno saranno i capi. Il linguaggio è cambiato: non si offre più questo o quel libro indicandone il prestigio letterario, ma la tiratura.”. Pesa, quindi, pesa essere consapevoli di disporre della qualità e sapere invece di dover soccombere a vantaggio della quantità. Anche perché, lo dicevo prima, è una lotta impari. Io, per quel che mi riguarda, ho ancora ben presente in cosa consiste il mio lavoro. So, cioè, che dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.

PeQuod ha riproposto nel tempo classici perduti come La distruzione di Dante Virgili. È difficile conciliare passato e presente nella tua proposta editoriale?

La mia casa editrice, oltre a “La distruzione” di Dante Virgili, ha riproposto anche altri grandi autori che le “regole del mercato” avevano fatto sì che fossero finiti nell’oblio. Cito, ad esempio, uno scrittore di straordinaria bravura come Vincenzo Pardini. Pardini ha esordito con Mondadori nel 1983 ed è passato poi per editori importanti come Bompiani e Rizzoli, per poi venire letteralmente accantonato, dimenticato quasi. Io, nel 2003, me lo sono andato a cercare, ho pubblicato un suo meraviglioso romanzo inedito (“Lettera a Dio”) e con il libro successivo, “Tra uomini e lupi”, una raccolta di racconti del 2005, abbiamo vinto il Premio Viareggio nel 2006. Pardini, Virgili, comunque, sono in buona compagnia. Nel mio catalogo ci sono anche Barbolini, Parazzoli, Siciliano e ancora piccoli classici come Piersanti, Tamburini o lo stesso Severini.  No, non è  affatto difficile, quindi, conciliare passato e presente nella mia proposta editoriale. Anzi, ritengo che dovrebbe essere un dovere di tutti gli editori.

In peQuod non mancano pubblicazioni che si distanziano dalla sua consueta linea editoriale, come l’antologia cyberpunk Sangue Sintetico o il simpatico tributo al Solitario di Providence de Le rane di Ko Samui. C’è ancora spazio, in Italia, per una letteratura fantastica di qualità?

Non so se in Italia ci sia ancora spazio per la “letteratura fantastica di qualità”. Non lo so, davvero. Io, personalmente, sono abbastanza contrario a tutte le definizioni di genere. Penso, quindi, che ci sia solo la “letteratura di qualità” punto e basta. Allora la risposta è no, non c’è più spazio in Italia per la letteratura di qualità.

Dall’autoritratto in versi de la Donna d’oro di Cristina Babino all’isola di dolente inquietudine di Giuseppe Donnini in Il Disperso e altre poesie,c’è un filo che unisce le “Rive poetiche” di peQuod?

Innanzitutto, io credo fortemente che un editore con le nostre caratteristiche, anche per tutto quello che ho detto in precedenza, non possa prescindere dalla poesia. Questo,  esclusivamente questo, è il filo che unisce la collana Rive. La poesia in Italia non ha praticamente mercato, ma noi, ostinatamente, continuiamo a pubblicarla. Ci tengo a ricordare qui anche Stefano Simoncelli e i suoi “Giocavo all’ala”, che nel 2006 ha vinto il Premio Gozzano, e “La rissa degli angeli”, e ancora Carlo Carabba che nel 2009 con “Gli anni della pioggia” si è aggiudicato il Premio Mondello Opera Prima. Piccole, ma grandi, gratificazioni.

Vuoi parlarci della nuova avventura Italic ?

Italic non è una nuova avventura, è sempre la solita vecchia avventura. La verità è che con le nostre dimensioni, ciclicamente, ci si ritrova davanti al fatidico “Che faccio smetto? Lascio?”. Ebbene, no. Noi non abbiamo lasciato, abbiamo deciso invece di raddoppiare. Veste grafica nuova, un po’ minimale, formato più pic
colo, ma dietro la solita voglia di scoprire o riscoprire scrittori autentici, veri. Sono ancora talmente pochi, Italic ha iniziato a ottobre del 2009, che potrei nominarli tutti. Ma qui voglio segnalarvene tre: Francesco Savio e il suo “Mio padre era bellissimo”, già in corso di traduzione in Francia, il portentoso esordio di Silvia Colangeli, “Energia di digestione”, forse l’opera prima più bella che ho mai pubblicato e, infine, “Cuore e fantasmi” di Enzo Siciliano che non ha certo bisogno di commenti .

Quali sono, secondo te, “gli spazi lasciati indebitamente vuoti dalla grande editoria italiana”?

In Italia, più che in altri paesi, esiste un fenomeno preoccupante: tutti leggono ossessivamente gli stessi libri (Camilleri, Carofiglio, Larsson, Giordano, Meyer, cito a caso). Non c’è più il gusto della scoperta. Questo provoca uno scenario che, giustamente, Ernesto Ferrero (il direttore del Salone del Libro di Torino) descrive come “fatto solo di picchi himalaiani o di pianure” e aggiunge “non esistono più le colline”. In pratica, sostiene Ferrero, in Italia i libri o vendono decine, centinaia di migliaia di copie o quasi nulla. Direi, allora, che gli spazi lasciati indebitamente vuoti sono “quelle colline”, libri, cioè, che si rivolgono a lettori con ancora la voglia e il gusto di scegliere, di non essere gregari. Perché  è vero che, comunque, siamo tutti “sul mercato”, ma un libro, prima che una merce, deve essere un libro e non si deve rivolgere a un cliente, ma a un uomo.

“Navigare in mare aperto, alla ricerca, tra recuperi e inediti, delle scritture di qualità”, dopo più di dieci anni di esperienza, significa affrontare una burrasca o godersi una crociera tranquilla?

Questa era, anzi è, la nostra “dichiarazione d’intenti” che, a distanza di anni, mi sembra ancora attualissima. Anzi, ancor più attuale di prima. E solo apparentemente banale. Metterla in pratica è stato, è, quanto di più difficile si possa immaginare.Perché  io credo fortemente che un editore, in definitiva, pubblica i libri che si merita. In un bellissimo saggio del 2001,  “L’editoria come genere letterario”, Roberto Calasso dell’Adelphi scrive: “Tutti i libri pubblicati da un certo editore possono essere visti come anelli di un’unica catena, o segmenti di un serpente di libri, o frammenti di un singolo libro formato da tutti i libri pubblicati da quell’editore.” , aggiunge poi: “Questo, ovviamente, è il traguardo più audace e ambizioso per un editore.”. Se mi si passa, per l’appunto, “l’audacia” dell’accostamento con Calasso, io la penso alla stessa maniera. Burrasca o crociera tranquilla, mi chiedi. Con tanta “navigazione” ormai alle spalle, inesorabilmente, abbiamo sperimentato entrambe. Adesso, che siamo “nocchieri di lungo corso” , non ci facciamo più impressionare dalle burrasche e, al contempo, non ci facciamo illusioni quando la crociera sembra “tranquilla”: la burrasca è sempre lì in agguato, appena “girerà il vento”, quel che conta è saperla prevedere. Ovviamente, non possiamo dimenticare chi ha condiviso con noi anni di “crociere tranquille” e, ancor di più, chi ha condiviso le burrasche. Sono stati tanti e tutti ugualmente importanti per noi. Anche se alcuni, qui lo devo proprio dire, sono stati autentici maestri; “maestri”, quelli che, l’hai notato?, sembra  in giro non ci siano più. Non si sente dire di nessuno, ormai, “allievo di”. Noi “maestri”, per fortuna, ne abbiamo avuti. In ordine rigorosamente alfabetico: Ferruccio Parazzoli che, dall’alto della sua cinquantennale esperienza in Mondadori, ci ha insegnato che in editoria è già stato inventato tutto e che le soluzioni più semplici sono sempre le più efficaci; Claudio Piersanti e Gilberto Severini fratelli maggiori e, a volte, addirittura padri, per anni ci hanno accompagnato quotidianamente con i loro consigli, le loro telefonate, i loro incoraggiamenti; Enzo Siciliano che ci ha insegnato come la curiosità si accompagni sempre all’umiltà e che per tanti anni si è fatto carico dei nostri “sentiamo cosa ne dice Enzo…” , non lesinandoci mai consigli, pensieri e pareri preziosissimi. A loro la nostra incondizionata riconoscenza e gratitudine.

Ringraziamo Marco Monina per la gentilezza e la disponibilità.

:: Intervista a Stefano Domenichini, a cura di Giulietta Iannone

6 luglio 2010 by

Ciao Stefano. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te: i tuoi studi, la tua città, i tuoi hobby. Chi è in realtà Stefano Domenichini ? Raccontati come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Ma, guarda, nel mio recente albero genealogico c’è: un rapinatore a mano armata, un esibizionista morto sotto le bombe mentre correva nudo nei campi, un guaritore modello “impongo le mani” che a Napoli ha riscosso per anni un grande successo; l’unico normale è mio padre con il quale, infatti, non ho mai avuto rapporti. Mia madre si è persa quando avevo imparato da poco a stare dritto in piedi (e, prima di perdersi, come ninna nanna mi cantava le più tristi canzoni di Luigi Tenco!). Totale: me la sono dovuta sbrigare da solo. Il chè ha comportato un enorme spreco di tempo perché l’urgenza non è scattata immediatamente: per anni ho aspettato invano che qualcuno in famiglia mi notasse, poi ho dovuto cercare di capire chi ero, buttare via le difese che mi ero creato per sopravvivere e finalmente essere felice come sono. Certi miei ritardi sulle cose che ho fatto si spiegano anche così. Gli studi? A scuola andavo molto volentieri (l’importante era uscire di casa), studiavo solo quello che mi piaceva, ma ero bravino. Arrivavo regolarmente in ritardo, mi aspettavano per l’appello; ora invece sono diventato un tipino puntuale. La parola hobby non la sopporto: fa molto americano nevrotico e infelice.

Parlaci della tua infanzia, già da ragazzo amavi leggere magari romanzi d’avventura, fumetti?

Quando avevo quattro anni sono stato espulso da un asilo privato milanese per insubordinazione (era il ’68 e si vede che in un modo o nell’altro volevo esserci anch’io!) e quindi passavo le mie giornate a casa con quell’allegrona di mia madre che mi recitava La Cavallina Storna e il X Agosto di Pascoli: mi piacevano da impazzire. Poi a otto anni sempre Lei mi ha regalato l’Antologia di Spoon River (tanto per rimanere in tema di allegria) e io ho capito che nella mia vita oltre al calcio ci sarebbe stata la poesia (le donne sarebbero arrivate poco più tardi). Ricordo perfettamente i primi libri che ho letto a quella età: “Il treno del sole” di Renée Reggiani (una famiglia di meridionali che emigrava al nord), “Gianni mezz’ala” di Antonio Ghirelli, “il gran sole di Hiroshima” di Bruckner e “L’Agnese va a morire” della Viganò; da lì non mi sono più fermato. I romanzi di avventura non mi hanno mai interessato, ho sempre preferito, fin da piccolo, scoprire quanto fosse strano e grande il mondo che sta dentro ciascuno di noi, piuttosto che leggere di posti strani lontani da noi. L’unico romanzo di avventura che adoro è “I Tre Moschettieri”, un romanzo bellissimo; ogni tanto lo rileggo con sotto la cartina di Parigi: un vero spasso (oddio, non lo so, diciamo che io mi diverto anche così!). I fumetti sono un caso a parte: credo sia una delle forme d’arte e di comunicazione più importanti che abbiamo, con possibilità espressive enormi. Ho iniziato perdendomi per Topolinia e Paperopoli, come quasi tutti, e quando tutti smettevano pensando che i fumetti fossero roba da ragazzini io ho iniziato ad amarli.

Innanzitutto sei un avvocato, quindi un professionista serio abituato a “giocare” con le parole. Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

Qualche sera fa un mio compagno delle medie mi ha raccontato che a scuola il professore di italiano leggeva mie poesie; io questa cosa qui non me la ricordavo proprio, ma questo mio compagno, ora diventato ingegnere, se ne ricordava perfino una a memoria e a me sono venuti i brividi. Voglio dire: scrivere deve essere una cosa che mi sono sempre portato dentro, senza mai farne un’ossessione, ma è sempre stata qui con me. Quanto all’Avvocato, è vero: mi guadagno da vivere così. Però non svolgo la professione in senso canonico, rappresentando qualcuno in Tribunale o difendendolo nelle aule penali. In realtà, in Tribunale non ci metto mai piede (per mia scelta, è un ambiente che non mi piace). Ho sempre fatto consulenza legale alle società  e alle Pubbliche Amministrazioni, un mestiere di studio, ricerca ed esposizione che, quanto al metodo, ha qualche attinenza con la scrittura.

Chi sono state le tue prime influenze? C’è qualche maestro letterario al quale ti senti debitore?

Innanzitutto devo molto ai libri, indistintamente, a quello che provo quando li sfioro, alla sicurezza che mi dà averli per casa. Quando sono agitato o un po’ storto entro in una libreria e mi rassereno: senza voler essere blasfemo, penso sia una cosa simile a quello che succede a uno che ci crede veramente quando entra in Chiesa. Credo anche che se uno va in un qualunque posto portandosi dietro un libro di poesie, non gli può succedere nulla di male (una roba alla Sergio Leone, per intenderci, la Bibbia sul cuore che ferma la pallottola). Quando ho iniziato a leggere io, la scuola proponeva molte letture sulla guerra partigiana; ho avuto maestri democristiani fino al midollo, il prete che mi faceva catechismo era stato partigiano, eppure allora la nostra storia era un motivo di orgoglio per tutti, di qualunque parte politica. Giravano cose come Marcia su Roma e dintorni di Lussu, I ventitré giorni della città di Alba del grande Fenoglio, Il taglio del bosco di Cassola, la riduzione per ragazzi del Partigiano Johnny, Il sergente nella neve di Rigoni Stern. E poi c’era Ragazzo negro di Wright e la mitica Capanna dello zio Tom. La cosa strepitosa è che la politica non c’entrava niente, quelle erano le letture per far crescere i bambini; per dirti: nella città più rossa d’Italia a scuola ci facevano leggere anche Arcipelago Gulag. Io sono molto contento di essere stato bambino in quegli anni. Poi mi hanno preso per mano Calvino e Pavese, con loro è iniziato il vero viaggio. Più tardi Parise (I Sillabari e Il prete bello sono libri pazzeschi). A vivere ho imparato leggendo I fiori blu di Queneau, ma ormai avevo più o meno quindici anni e dai libri mi ero fatto adottare: erano loro la mia famiglia.

Parliamo del tuo debutto. A chi hai presentato i tuoi racconti, che reazioni hai avuto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Prima dammi da bere. Grazie. Allora, Giulia: la pubblicazione. C’è una cosa che mi è piaciuta in questa vicenda e ha a che fare con i tempi in cui tutto succede. Voglio dire: a scrivere un libro ci vuole un sacco di tempo, poi devi trovare qualcuno che lo legga; io sono contrario alla spedizione del manoscritto al buio, ma qualunque strada uno scelga l’attesa è sempre lunga. Se hai la fortuna di trovare un lettore qualificato, non è che gli puoi rompere le palle in continuazione: si presume abbia anche molte altre cose da fare; quindi aspetti che trovi il tempo di soffermarsi un attimo sulla tua opera. Se poi quell’attimo coincide fatalmente con un momento di buona e decide di pubblicarti, come minimo passa un annetto prima che tu possa stringere nelle mani il bebè. Ecco: io trasferirei questi tempi lunghi a molte altre attività di questa contemporaneità smaniosa di fretta e scorciatoie. Con un avv
ertenza: mai prendersi sul serio, autodefinirsi scrittore non ha senso, nella vita bisogna fare anche altro, avere la testa impegnata altrove se no con il calendario che ti ho prospettato sopra uno la testa, a forza di aspettare (speso inutilmente) la perde matematico. Ciò posto, amore mio, ecco come è andata a me. Senza alcuna tecnica specifica ho distillato i racconti un po’ alla volta a quel genio di Luigi Bernardi; alla fine lui è crollato. Pensavo di averlo preso per stanchezza, poi un giorno ho capito che gli erano piaciuti veramente e per me è stato come se mi avessero messo del sangue nuovo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Due bellissime ragazze di Bologna, Francesca Rimondi e Silvia Teodosi, innamorate dei libri quanto me. Hanno un’agenzia letteraria che si chiama Gradozero e, da poco, un’omonima casa editrice di libri per bambini. Anni fa hanno letto La spider rossa e, senza troppe cerimonie né interessi personali, mi hanno detto che dovevo continuare. E poi Luigi Bernardi e non perché mi ha pubblicato, ma per come pubblica.

C’è parte di te nei tuoi personaggi, frammenti autobiografici o sono solo frutto della tua fantasia?

Nel libro ci sono due racconti in cui fatti, nomi, persone e luoghi sono esattamente uguali a quello che è successo nella realtà: sono il primo (For Michael Collins and me) e un altro che si intitola La morte del Tonno. Gli altri sono pura fantasia. Ovvio che in molti personaggi c’è una parte di me e delle situazioni che attraverso tutti i giorni. C’è un personaggio, nel libro, che mi piace molto: è il Tato de La febbre del Pellegrino. E’ un ragazzo di diciannove anni che nel 1969 ha la enorme fortuna di vedersi regalare dal papà, per la maturità, un viaggio a Los Angeles; lui ringrazia e parte, ma ha ben chiaro che il vero viaggio nella vita non sono le occasioni che ti può procurare tuo padre, ma la strada che decidi di fare da solo con i tuoi occhi e le tue gambe.

Hai scelto il racconto come canale espressivo, privilegiato. Come è nato Aquaragia?

E’ nato a poco a poco, nell’arco di cinque anni, scrivendo nel pochissimo tempo che avevo a disposizione. La forma del racconto nasce dall’esigenza di arrivare in fondo a qualcosa in quel poco tempo; arrivare in fondo a un romanzo potendo scrivere, se va bene, dieci-quindici giorni all’anno la vedevo come una cosa quasi insormontabile.

Ami l’assurdo e il paradosso, sei in un certo senso un surrealista. I tuoi racconti mi ricordano certe opere di Magritte o di De Chirico. Ti riconosci in questa definizione?

Aggiungi Chagall: mettimi a volare con un violino in mano sopra a un tetto. E’ vero, mi piace il controcanto delle cose e delle persone, la visione non scontata di ciò che accade. Intanto c’è più vita in quello che spesso si cerca di tenere nascosto. Ma se la vedi da questo punto di vista, in realtà, Acquaragia è un libro iperrealista: nei miei personaggi strampalati ci siamo tutti noi, tutti noi possiamo riconoscere quella parte viva che abbiamo e che teniamo sepolta dalle convenzioni, dalle abitudini, dal quieto vivere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Salto d’ottava, l’ultimo libro appena uscito di Antonio Paolacci. Paolacci è un tipo incredibile: ha un’espressione immodificabile e ti fissa senza battere le ciglia; poi ogni tanto apre la bocca e, con un garbo d’altri tempi, dice cose intelligentissime e molto spiritose. Il suo libro mi sta piacendo un sacco; seguo Antonio da quando a cominciato a scrivere e sono stupefatto dai suoi enormi margini di miglioramento, secondo me farà cose davvero importanti. Contemporaneamente sto leggendo La cognizione del dolore di Gadda. Leggere Gadda è come avere un rapporto sadomaso dove il lettore, ovviamente fa la parte del passivo: lui ti scaraventa addosso una serie di frustate fatte di magie, neologismi, costruzioni incredibili; alla fine sei pieno di segni, ma felice.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho tirato matto un neurologo; l’ho talmente esasperato con le cazzate che gli dicevo che questo è uscito completamente di testa. Si è messo a dare in escandescenze e mi ha cacciato dallo studio; poi mi rincorreva per le scale chiedendomi scusa per il suo comportamento poco professionale. Un vero spasso.

Definiscimi il concetto di libertà.

La libertà è il rispetto che abbiamo per noi stessi, per quello che siamo veramente. Libertà è dare il giusto peso a tutti quelli che, per il nostro bene, ci vorrebbero cambiare. Libertà è vivere sapendo che solo se sei felice tu lo sono anche le persone cui dici di volere bene.

Quali sono secondo te le qualità tipiche di un buon scrittore?

Giulietta amore, qui potrei sfangarla dicendo: perché lo chiedi proprio a me che faccio l’avvocato? Io adoro gli scrittori che, quando hai finito di leggerli, ti fanno venire voglia di scrivere. E poi, te l’ho già detto prima, credo: non prendersi mai troppo sul serio e non farsi ossessionare dal risultato. Divertirsi con quello che si fa è sempre un buon viatico per arrivare da qualche parte.

Domenichini e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Purtroppo sono più permaloso di un lama delle Ande; quindi: se avete notizia di qualche critica negativa che mi riguarda fate come i medici una volta, adottate la pietosa bugia.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’editoria italiana?

E’ un mondo che conosco poco, parlerei per sentito dire. Posso dirTi due cose: la prima è che mi sono accorto di come alla Perdisa lavorino bene, con vero affetto per i libri. Pubblicano solo roba di buona qualità, è impossibile prendere una fregatura con uno dei loro libri. Purtroppo, come tante case editrici emergenti, fanno fatica a trovare il giusto spazio nelle librerie. E questo ci collega alla seconda cosa che ho da dirTi: ti ho detto che per me le librerie sono come delle Chiese; ecco, sempre di più gli scaffali delle mie Chiese straripano di preservativi sgocciolanti.

Raccontami un episodio bizzarro e divertente accaduto durante una presentazione del tuo libro.

Ti racconto questa: mi telefona una radio e mi dice “la chiamiamo giovedì alle 11,30 per un’intervista”. Io mi scordo completamente e a quell’ora sono a una mega riunione di lavoro con venti persone presenti. Mi suona il telefono e una voce mi fa: “tra trenta secondi andiamo in onda, è pronto?”. Io chiedo scusa a clienti e colleghi e mi trovo nel corridoio in mezzo agli impiegati che passano, tutto bello incravattato, a tirare cazzate su Acquaragia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Io credo sinceramente che se uno ha letto molti libri deve essere in grado di capire se quello che scrive merita veramente di essere letto da qualcuno. Quindi prima di cercare un editore a qualunque costo, bisognerebbe spedire il manoscritto a se stessi e dire: “ma io la pubblicherei questa roba qui?”. Se la risposta, sincera e sofferta, è positiva, allora il giovane scrittore si deve mettere tranquillo e sereno e fare altre cose: prima o poi i risultati arrivano.

Sei risultato finalista al Premio Chiara 2010, un ottimo punto di partenza per un esordiente. Te lo aspettavi? Che effetto ti ha fatto?

Per fortuna ho un’età in cui l’emozione non si combina più con l’adrenalina, se no avrei fatto quelle cose da calciatore tipo tingermi i capelli di verde o farmi tatuare il profilo di Piero Chiara sul bicipite. E‘ una cosa incredibile e del tutto inaspettata, anche perché lì non è che chiedi di partecipare come ai concorsi.  Non so, è cosa talmente recente che ancora non l’ho metabolizzata del tutto. So che sarà un’esperienza bellissima. Me la gioco con Carofiglio, Jole Zanetti e Giorgio Falco. Il libro di Falco è magnifico, non vedo l’ora di conoscerlo e di farmi autografare la mia copia ormai sdrucita a forza di sottolineature. Però voi, se siete tra i giurati, votate per me.

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo libro. Ora stai scrivendo nuovi racconti o stai iniziando un romanzo?

Amore mio, posso dirTi che, per fortuna dei miei figli adorati, ho molto lavoro come avvocato, quindi faccio molta fatica a immaginare un prossimo libro all’orizzonte. A meno che tu non conosca un benedetto mecenate. Ma esistono ancora i mecenati?

:: Recensione di Glister di John Burnside a cura di Giulietta Iannone

5 luglio 2010 by
glister

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ammettiamolo, leggere Irvine Welsh che scrive: “Glister si colloca mille miglia dall’intrattenimento di massa dei polpettoni polizieschi che riempiono gli scaffali delle librerie ed è una delle più originali e entusiasmanti letture dell’anno” è senz’altro qualcosa che mette curiosità.
Cos’è Glister?
E’ innanzitutto un libro originale, e diverso dal solito, non solo una crime novel, ma un piccolo gioiello che trasmette al lettore un’ansia e un’inquietudine davvero rari. Parte della magia è creata senz’altro dal paesaggio e dall’ambientazione, una città postindustriale, circondata dallo scenario spettrale di un bosco avvelenato. I personaggi si muovono allucinati e straniti, e vagano come anime in pena in un deserto metropolitano, che rispecchia la desolazione che cola come lava incandescente e che come una ruggine sgretola ogni cosa.
L’inquinamento, dovuto ad una fabbrica chimica ormai chiusa, cosparge di un umore di morte ogni cosa, non solo gli alberi, l’aria, l’acqua ma anche l’anima degli abitanti, spettri, più che personaggi, di un dramma gotico senza redenzione o riscatto. Oltre a morire a casua dell’inquinamento, un’altra ombra nera pesa su Innertown. Ogni anno scompaiono, e presumibilmente vengono uccisi, i ragazzi del luogo.
Morrison, l’unico poliziotto di Innertown, invece che indagare sulle loro morti le occulta, e celebra uno strano rito costruendo – un giardino altare – nel bosco nel quale tenta di esorcizzare il suo senso di colpa e la sua debolezza e inettitudine.
Finchè Leonard, un ragazzo con l’hobby della lettura, si improvvisa detective e con l’aiuto degli altri ragazzi inizia a indagare, fino al terribile e sorprendente finale.
Glister, edito nella collana Le Strade di Fazi Editore, è un libro sorpendente; leggerlo è un’ esperienza insolita e sconcertante. John Burnside ha qualcosa in più, un valore aggiunto capace di trasformare un semplice giallo in un libro catartico e senza tregua. Che Burnside sia un poeta, oltre che un romanziere, è evidente dal culto che ha per la parola: ogni frase è cesellata e tornita come un merletto e sprigiona un fascino nero di indubbia suggestione. Poco alla volta si rimane catturati dal fascino ipnotico di questa prosa poetica, e non si può smettere di leggere fino alla fine.

John Burnside è nato nel 1955 a Dunfermline, in Scozia, ed è docente di scrittura creativa presso The University of St Andrews, a nord di Edimburgo. La sua vasta produzione poetica è stata insignita nel 2008 di uno dei più importanti premi di poesia del Regno Unito, The Cholmondeley Award, e la sua raccolta The Asylum Dance ha vinto nel 2000 il Whitbread Poetry Award. Autore di un memoir sul suo drammatico rapporto con il padre ( A Lie about My Fatheter, scelto dallo Scottish Arts Council come Non- finction Book of the Year), un uomo tirannico e violento che per anni ha vessato lui e la madre – tanto da spingere John all’alcolismo e alla droga prima, e più tardi a un temporaneo ricovero in un istituto psichiatrico -, Burnside ha scritto inoltre la raccolta di racconti Burning Elvis (2000) e numerosi romanzi: The Dumb House (La casa del silenzio, Meridiano Zero , 2007), The Mercy Boys (1999), insignito dell’Encore Award, The Locust Room (2001), Living Nowhere (2003) e The Devil’s Footprints (2007), finalista al James Tait Black Memorial Prize 2008 e all’International IMPAC Dublin Literary Award 2009. Glister è stato candidato al Warwick Prize 2009. John Burnside vive a Fife, in Scozia, con la moglie e i due figli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di ¡Tu la pagaràs! di Marilù Oliva a cura di Giulia Guida

5 luglio 2010 by

“E’ nelle notti senza pietà che devi continuare a ballare.” [Rileggendo “¡Tu la pagaràs!”, M. Oliva]

Gabriele Basilica segue da lontano il contorno accidentato del suo viso. Nascosto in un angolo buio della sala da ballo, lascia scivolare il suo sguardo sul sorriso fiero della Guerrera, sui suoi capelli arrabbiati, sulle cicatrici inchiostrate a dovere che le rigano la pelle come trincee di una terra deturpata, abbandonata da tutti, su cui le piante crescono forti per sopravvivere all’orrore del ricordo. E non ha ancora incontrato i suoi occhi, due diamanti neri, spezzati nel mezzo, lucidati da una passione irrequieta, che non trova tregua. Se non quando pratica la capoeira, arte marziale brasiliana spesso scambiata per una forma di danza. Se non quando balla nelle notti di salsa, lasciando che le sue mani e le sue gambe disegnino traiettorie sempre nuove, sconosciute anche a lei stessa. Mentre il suo corpo si trasfigura, riesce a sentirsi al centro e alla deriva di ogni cosa, perde il contatto con la realtà che la circonda, sente il battito del suo cuore sempre più veloce, che le ricorda che non sarà mai viva come in quei momenti. Perciò si fa dea tribale, fenice immortale, amazzone rapace, grido di guerra. E balla. Sotto il sole artificiale di una discoteca di Bologna, mentre il tempo si scheggia, gli spazi si mescolano, i corpi si sfiorano, i ballerini in pista cambiano maschera, almeno per una sera avranno un altro nome, un’identità diversa, una storia da raccontare che non sia quella della propria vita. E la Guerrera cambia forma: i muscoli si distendono, i tendini si sfilacciano, il sangue diventa elettrico. Elisa è pura energia, Basilica ne è come aggredito. E’ più di una donna, è una forza primitiva, un terremoto delle viscere, è una femmina di lupo. Inavvicinabile.
E intorno a lei si dimena quel bollente e stravagante universo latinoamericano che brucia di gelosie, vendette passionali, amori alcolici usati e poi chiusi a chiave chissà dove. E’ l’unica parte di mondo in cui Elisa sente di potersi liberare dal peso della sua infanzia di orfana, dalle intermittenze grigie del presente, dalle giornate stinte passate dentro la redazione-garage del temibile Torinelli ad accatastare notizie su notizie per la sua sottospecie di giornale locale. La salsa è il regno della “regla de ocha”, la santerìa, la religione africana esportata a Cuba dagli schiavi del continente, con il suo complesso santuario “yoruba” e i suoi numerosissimi “orishas”, divinità immateriali, impercettibili per l’uomo. E’ l’unico luogo in cui Elisa non deve giustificarsi, perché niente del mondo fuori ha importanza lì dentro. Quella è la sua gente, quelle sono le sue divinità. Tra il bancone di Azùk e i divanetti dove sta seduta per ore a chiacchierare con la sua coinquilina Catilina, cartomante e visionaria, vede gravitare sotto i suoi occhi tutta quella vita che non può morire né temere niente fin quando ci sarà musica su cui ballare. C’è El Cubano, il ballerino pugliese che si spaccia per nativo cubano e nasconde la sua ossessione per le donne super- size, Princesa nella sua pelliccia bianca di ermellino, vanitosa salsera dalla pelle bruna divorata dal sole, Manuela, l’insegnante di danza che dirige il locale insieme al dj El Pony, e nonostante abbia già una figlia e troppi anni per non sentirsi sola, non vuole essere messa da parte, deve avere la certezza di riuscire a piacere ancora.

E poi c’è  Thomàs Delgado sulla pista, spietato don Giovanni dei bassifondi, con cui la Guerrera porta avanti da un pò di tempo una relazione di sesso. E poi c’è Thomàs nel bagno, gli occhi forati, due buchi vuoti senza più sangue, infilzati da un oggetto contundente a due lame.
Ed ecco apparire sul luogo del delitto il fedele Mussito al fianco dell’ispettore Gabriele Basilica, personaggio maschile di primo piano in questo secondo lavoro di Marilù Oliva, già presente, seppur come figura di sfondo nel romanzo d’esordio dell’autrice bolognese, “Repetita” (Perdisa Pop, 2009, finalista premio Camaiore), nominato solo attraverso articoli di giornale. Tra le pagine di “¡Tu la pagaràs!” “Basilica assume uno spessore psicologico diverso, a tutto tondo, quello di un uomo che attraversa una profonda crisi matrimoniale e assiste stordito al crollo di tutti i suoi punti fermi. Marilù Oliva riesce a tratteggiare abilmente le debolezze, le insicurezze e il senso d’inadeguatezza di quest’uomo incamiciato, tutto d’un pezzo, che si ritrova catapultato in una dimensione da cui non potrebbe essere più lontano. Imparerà a conoscerne i meccanismi, le dinamiche umane, i rapporti di sangue grazie all’aiuto della Guerrera, valida collaboratrice nel corso delle indagini, ma anche probabile indiziata dell’omicidio di Delgado.
Per il suo secondo romanzo Marilù Oliva sceglie un approccio più diretto, che ben si adatta al ritmo movimentato del  noir d’azione, con uno svolgimento dinamico, denso di avvenimenti, in un susseguirsi di storie sapientemente intrecciate e di incontri-scontri tra i personaggi. Un romanzo, dunque, che si discosta dalla tendenza all’approfondimento psicopatologico, dettata dalla natura stessa del personaggio di  Lorenzo Cerè, ma che permette all’autrice di dar prova di un aspetto diverso della sua scrittura, meno riflessivo e più narrativo, che non lascia spazio all’approssimazione e si accompagna ancora una volta ad un’accurata conoscenza delle ambientazioni e della materia narrativa di cui si sta parlando. Un noir con i crismi, come lei stessa l’ha definito, in cui tutti i personaggi vengono spinti a forza sotto i riflettori in un barbaro faccia a faccia contro la loro imperfezione.

Autore: Marilù Oliva
Editore: Elliot
Collana: Scatti
Pp: 275
Euro: 16, 50

:: Intervista a Gian Paolo Serino

2 luglio 2010 by

GianpaoloSerino_BioGian Paolo Serino, critico letterario e giornalista, classe 1972, fondatore di Satisfiction il primo free press letterario italiano per rimborsare i lettori scontenti di aver acquistato libri grazie alle loro recensioni. Satisfiction dal mese di Maggio vede in Vasco Rossi il nuovo editore “spericolato” sorprendendo non pochi detrattori con il suo generoso mecenatismo. Collabora con la Repubblica, Il Riformista, Il Giornale, Il Venerdì di Repubblica, D-la Repubblica, Rolling Stone, GQ, Wuz.it e Radio Capital. Nel 2006 ha pubblicato USA&Getta, Oriana Fallaci e Alekos Panagulis: storia di un amore al tritolo (Aliberti Editore). È autore della postfazione all’edizione italiana del romanzo Il compromesso di Elia Kazan (Mattioli 1885). Ha curato, insieme a Carla Tolomeo e Lorenzo Butti, Così tante vite con prefazione di Claudio Magris (Mattioli 1885). Ha curato l’edizione italiana, uscita quest’anno per Mattioli 1885, del libro Dylan Thomas: la biografia di Paul Ferris, con poesie, lettere e foto inedite. Dal libro è stato tratto il film sulla vita del poeta gallese, prodotto da Mick Jagger. . Nel 2010 è stato inserito nella raccolta “Ho parato un rigore a Pelè” (Giulio Perrone editore) con tra gli altri Gianrico Carofiglio, Antonio Tabucchi, Raffaele La Capria.

Benvenuto Gian Paolo su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Come prima domanda mi piacerebbe chiederti qualche cosa di te, parlaci dei tuoi studi, del tuo lavoro, dei tuoi hobby, raccontaci qualche risvolto sconosciuto della tua vita.

Vi ringrazio. Che sono libero di leggere, basta? Il mio lavoro è la mia passione: ho sempre adorato leggere, ho imparato a quattro anni e da lì non ho più smesso. Amo leggere perché leggere significa essere letti da ciò che si legge.

Critico letterario e giornalista definito “giovane” e addirittura “geniale”.  Ma in realtà un critico letterario cosa fa, come si forma?

Sono giudizi che non posso che condividere, soprattutto il “giovane”. Io non mi reputo un critico letterario ma un estensore di recensioni emotive. Amo che i miei articoli siano più lontano possibile dall’accademia, che trasmettano il suono dell’inchiostro che il libro di cui parlo mi ha trasmesso. Io credo che ogni libro contenga uno spartito che sta a noi eseguire.

Quando hai iniziato a chi ti sei ispirato? C’è qualche maestro che hai avuto che ti va di ringraziare?

Senz’altro Federico Roncoroni, che considero un padre non solo letterario. E’ stato Roncoroni, attraverso una sua antologia per il Liceo Classico “Testo e Contesto” a farmi scoprire come la letteratura sia entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo. Il che è fondamentale per un letterato ma soprattutto per uomo.

Se un giovane volesse fare il critico letterario che consigli gli daresti?

Credo che esista soltanto un lavoro peggiore dello scrittore: il critico letterario. Consigli? Non credo esistano. Non credo alle scuole, ai tirocini, agli stage. Credo alla passione, a quel richiamo indescrivibile che Ti porta a desiderare di condividere le proprie scoperte di lettura con altri .

Puoi raccontarci una tua giornata tipo?

Fortunatamente non ho una giornata tipo. Posso amministrare il mio tempo come voglio. Mi piace l’idea “amministrare” perché è esattamente quello che non faccio. Odio i programmi come ho sempre odiato le scuole. Un tempo andavo a letto molto tardi, ma la notte ha le sue trappole. Ora preferisco lavorare alle primissime ore del mattino: dalle cinque alle dieci, quando sai che il telefono non squilla e il tempo sembra mobilmente incantato.

Quali sono le tue letture preferite? Quale è il libro in assoluto che salveresti se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme?

Letture preferite molte. Su tutte, certo, la letteratura americana. E’ dagli States che arrivano, secondo me, gli scrittori che negli ultimi anni sono riusciti a lasciare davvero la narrativa approdando alla letteratura. Penso a Richard Yates, Saul Bellow, Wlliam Gaddis, Don De Lillo, John Barth, Jim Thompson, David Goodis, Mary McCarthy, Alice Munro, Mark strand per la poesia, Neil Postman per la sociologia. A proposito di sociologia adoro i francesi: da Guy Debord, un genio, a Jean Baudrillard e Paul Virilio.Il libro che salverei è “I Miserabili” di Victor Hugo, un romanzo straordinario, di uan attualità sconcertante.

Ideatore e fondatore di Satisfiction rivista di critica letteraria tra le più seguite in Italia. Come è nato il progetto? C’è qualche aneddoto curioso che ti va di raccontare?

E’ nato dall’idea di ritrovare una coscienza critica. Dall’idea che, davanti agli aumenti pazzeschi dei libri, chi consiglia un libro abbia la responsabilità e il dovere di mettere mano non soltanto sul cuore ma anche nel portafoglio.

Vasco Rossi è il vostro editore. Un personaggio curioso. Come l’avete convinto? O è stato lui a proporsi?

L’idea è nata dalla nostra amicizia ventennale e dalla sua idea che per affrontare la crisi economica vada affrontata prima la crisi culturale. E per fare cultura non basta suonare la chitarra all’Accademia della Crusca ma investire concretamente. Vasco Rossi è un grande lettore: lo dimostra la poesia di molti suoi testi. E ha molte affinità letterarie. Con Céline, ad esempio: stesso stile, stessa capacità di comunicare ad immagini senza farci perdere il gusto dell’immaginazione. In questo lo trovo il mio fratello d’inchiostro. Sono il fratello minore, naturalmente.

Gli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?

Non usare strategie.

Se dovessi dare un giudizio e tastare il polso della critica letteraria italiana quali sono i primi aggettivi che ti vengono in mente? Pensi sia indipendente e autonoma o a servizio del marketing?

Ho coniatu un neologismo: marchetting, che crdo sia esaustivo.

Quale è la recensione più difficile che hai scritto?

Quella che non ho ancora scritto.

Pensi che gli scrittori dovrebbero accettare con più umiltà anche le recensioni negative? Ho sentito di parechie polemiche, molti scrittori non accettano le stroncature e reagiscono anche vivacemente. Ti è mai capitato di dover fronteggiare uno scrittore furioso?

Moltissimi, soprattutto amici.  Anche se in realtà in molti sanno che una stroncatura, alcune volte, può decretare anche il successo di un libro.

Il fenomeno dei blog lettearari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?

Se non lo riducono a “menome” credo possano fare del bene.

Quali sono i tuoi blog letterari che segui con più assiduità? Ti capita mai di leggere Liberidiscrivere?

Liberi
discrivere, Letteratitudine, Lipperatura, e Nazione Indiana sono quelli che seguo con più assiduità.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Massimiliano Santarossa: lo trovo geniale nel suo essere propositivamente contro la violenza estetica di questi tempi (im)mediati. Tra i pochi a riuscire davvero a descrivere una generazione di Narcisi del Nulla che si ribellano dalla parte del silenzio.

Definiscimi il concetto di libertà. Nel tuo ambito c’è reale libertà? Pensi ci sia in questo momento un serio tentativo di imbavagliare la stampa e limitare il potere di critica? Viviamo tempi oscuri?

Siamo in un media Evo. La libertà credo sia non avere bisogno di descrivere cos’è la libertà. Finchè l’uomo sarà costretto a definirla non sarà mai libero.

In Italia ci sono molti concorsi e premi letterari, cito il più importante lo Strega, pensi che vinca veramente il libro migliore o ci sono giochi sottobanco orchestrati dagli editori più forti sul mercato?

Chiaramente, nella maggior parte dei casi, sono orchestrati da equilibri editoriali sconosciuti  ai lettori.

L’ebook sostituirà il libro di carta?

Credo proprio di no. Se scompare la carta scompare la scrittura. E di conseguenza la lettura.

Un consiglio di lettura di Gian Paolo Serino.

Richard Yates, Revolutionary Road (minimum fax): ,un romanzo che non lascia tracce ma lividi. Un radiografia sociale del nostro quotidiano, pur scritto nel 1961: la logica medio borghese, i valori non valori, la finzione di una recita quotidianoa reiterata che chiamiamo vita.

Hai pubblicato numerosi libri, hai mai pensato di scrivere un romanzo?

Credo che, nel 2010, chiunque scriva un romanzo prima dei 50 anni si autocondanna al Nulla.

Altri progetti oltre Satisfiction?

Essere liberi di scrivere.

:: RECENSIONE DI BRIGHT STAR – LA VITA AUTENTICA DI JOHN KEATS- di Elido Fazi a cura di Nicoletta Scano.

30 giugno 2010 by

Bright Star di Elido Fazi è un’opera delicata e sommessamente forte, che affresca con grazia i turbamenti e le motivazioni più profonde del poeta dell’uomo John Keats, svelandolo non solo nella sua originalità di autore, ma soprattutto ridonandolo al mondo nella sua umanità di artista.Pur non perdendo mai lo stretto riferimento e la fedeltà quasi maniacale alla vicenda biografica di Keats, le riflessioni del protagonista si innalzano spesso a paradigma ed archetipo dell’inquietudine dell’artista e degli animi sensibili e nobili costretti a mantenere intatta la propria natura in una realtà che non li comprende mai a fondo. L’uomo John Keats si svela attraverso le sue opere più significative, riportate nel testo da Fazi, ma soprattutto attraverso la corrispondenza con i colleghi, gli amici, la sua amata Fanny, lasciando al lettore l’indimenticabile immagine di un artista fragile e al contempo determinato, incapace di rinunciare ai propri ideali di bellezza ed arte, ma al contempo torturato dalla mediocrità e dall’incomprensione del mondo e della cultura della sua epoca, in cui qualunque società, in fondo, può specchiarsi.
Ma che felicità poteva esserci per uno come lui? Morbosamente sensibile e schiavo di un’indole sempre più ondivaga”, con queste poche parole l’autore tratteggia un mondo interiore, forza del Poeta e al contempo disgrazia dell’Individuo, l’universo di un’anima che ha innovato la poesia occidentale regalando al mondo versi eterni.

Ripercorrendo l’ultimo periodo della breve vita del poeta, Elido Fazi ne scandaglia anche l’evoluzione e la crescita psicologica, ne mette in luce la tenacia di fronte alle avversità della sua vita, e al lettore ne lascia un ricordo vivido, un esempio fulgido di eroe romantico con sorprendenti tratti di modernità: Keats non si crogiola nell’angoscia, non perde di vista mai troppo a lungo la realtà, è determinato a tentar di raggiungere la perfezione artistica ma non si abbandona con voluttà al tormento, ben saldo nella sua consapevolezza anche morale: “Detto questo,” scrive al fratello George “non pensare che mi consideri un infelice. Non permetterò mai che ciò accada. Anzi, finalmente riesco a pensare con piacere alle mie responsabilità, soprattutto a quelle nei tuoi confronti, e prima che a te farò un grandissimo regalo a me stesso, se riuscirò in qualche modo ad esserti d’aiuto”.
Sempre combattuto, diviso tra il desiderio di una vita serena e felice e la sua stessa indole di artista votato ed inevitabilmente destinato al Bello (“Bellezza è verità, verità è bellezza. Questo solo sulla terra sapete, ed è quanto basta”), non riuscirà mai purtroppo a conoscere quale fama e quale gloria la storia gli abbia attribuito, tanto che, come ci riporta l’autore, sul finire della sua breve vita scriverà “Se morissi ora, dico a me stesso, non lascerei nessuna opera che sia degna di sopravvivermi, niente che possa rendere i miei amici orgogliosi della mia memoria. Eppure ho amato il principio della bellezza in ogni cosa, e se ne avessi avuto il tempo sarei riuscito a farmi ricordare”.

Elido Fazi ha omaggiato la figura di John Keats donando anche al lettore di oggi una figura complessa e moderna, permettendo a chi ha amato da sempre il Poeta di dare uno sguardo all’Uomo, che, malato ed in fin di vita, è ancora pronto a lasciare un’immagine di pura bellezza e serenità, che permette di ammirare la semplicità dell’animo superiore dell’Artista, così in contrasto con l’altisonante e a tratti aristocratica cerchia di altrettanto importanti autori dell’epoca che nell’opera sono magistralmente pennellati attorno al protagonista:
E’sorprendente, ma l’idea di lasciare questo mondo rende ancora più profondo in noi il senso delle sue bellezze naturali. Come il povero Falstaff, anche se non balbetto come lui, penso ai prati verdi. Medito con il più grande affetto su ogni fiore che conosco dall’infanzia. Le loro forme e i loro colori mi sembrano così nuovi, quasi li avessi appena creati io con fantasia sovrumana. Probabilmente è perché sono legati ai momenti più felici e ingenui della nostra vita. Ho visto fiori di paesi stranieri delle specie più meravigliose nelle serre, eppure non me ne importa niente. Gli unici fiori che voglio vedere sono quelli semplici della nostra primavera.
I turbamenti, i pensieri di John Keats sono autentici, vivi, struggenti ed facile è provare empatia e malinconia leggendone l’elaborazione; l’amore del protagonista per Fanny è decisamente anti convenzionale e peculiare, capace di ispirare i versi senza tempo che danno il titolo all’opera, davvero pregevole a mio parere, di Elido Fazi.

Elido Fazi,  Bright Star – La vita autentica di John Keats, pagg. 281, euro 15,00, Fazi Editore, 2010.

:: Intervista a Martita Fardin

30 giugno 2010 by

Hai voglia di parlarci della tua opera prima "ValeANA" (Elliot Edizioni)? Ragazzine anoressiche, madri frustrate, padri in odor di "mani pulte", alta borghesia, noia, perbenismo. Perché questi temi?

Perché sono realtà  che nessuno vorrebbe vivere o vedere, invece esistono. Quando scrivo sono affascinata dalla realtà più che dalla fantasia.

In Italia c'è  una forte crisi di lettori. Credi che per riacquistarli servano di più  opere di fantasia o una trasposizione di una realtà ridondante? 

Vai a sapere come riconquistare lettori, il pubblico è variegato e di umore ballerino. Bisogna osare. Credo che servano delle buone storie, originali.

Pensi che la narrazione del dolore sia un buon metodo per accaparrarsi una fetta di mercato?

No, credo che sia un pessimo metodo. Ma io ho un rapporto più forte con il dolore che con il pubblico

Prefersici storie autobiografiche (se pur parlano di un quotidiano conosciuto da tutti) o storie inventate che affrontino temi inusuali?

Non amo le storie autobiografiche, anche se in ogni storia c’è sempre qualcosa di autobiografico. Si scrive di altri mondi, ma poi inconsapevolmente si finisce a parlare del proprio. Io lascio qua e là fra le righe schegge autobiografiche.

Cosa stai leggendo?

Le onde del Mare di Yukio Mishima e una biografia su Mozart, sto provando a leggere Stephen King.

Ci sono autori esordienti che ti piacciono?

Sergio Nazzaro, Antonella Lattanzi. Poi altri ma non sono proprio esordienti.

Hai un metodo di lavoro?

Sì, consiste nel non avere un metodo.

Dai molta importanza al "mondo blog" per scrivere le tue storie?

No, do importanza al mio scavo interiore. Alle mie emozioni che devono essere filtrate. Come ho detto non amo l’autobiografia fine a se stessa.

Hai progetti per il futuro?

Scrivere una storia importante, un libro che lasci il segno.

:: Intervista a Massimo Maugeri

29 giugno 2010 by

Benvenuto Massimo è un vero piacere ospitarti sulle pagine di Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo come è nostra tradizione con le presentazioni. Parlaci dei tuoi studi, del tuo lavoro, dei tuoi hobby. Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori.

Ho conseguito una laurea in Economia e un paio di master post universitari. Oltre ai vari impegni letterari, mi occupo della elaborazione di progetti cofinanziati dall’Unione europea.
Amo molto la musica. In passato suonavo e cantavo in una band, dove arrangiavamo pezzi da me composti in lingua italiana.
Descrizione fisica: alto 1,77, peso 77 kg, capelli scuri, camicia celeste.

Scrittore, redattore culturale di magazine e quotidiani, curatore del fortunato blog letterario Letteratitudine punto di riferimento per scrittori, addetti ai lavori del mondo del libro e semplici lettori. La comunicazione è una parte importante della tua vita. Perché sia efficace quali regole d’oro deve seguire?

Secondo me la cosa più importante è fare in modo che la comunicazione non diventi autoreferenziale. Credo che una delle fortune di Letteratitudine sia stata determinata dall’apertura agli altri… in un’ottica di condivisione. L’obiettivo di fondo era (e rimane) quello di favorire l’incontro tra i vari operatori che svolgono una funzione importante nel mondo del libro: scrittori, lettori, critici, giornalisti culturali, ecc.

Parliamo innanzitutto di Massimo Maugeri scrittore. Come è nata in te la passione per la parola scritta? Quali autori hai amato particolarmente e letto fin da giovane?

Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, scrivo da quando ho imparato a scrivere. In prima elementare, mi racconta mia madre, scrivevo “pensierini” – lunghi intere pagine – che sorprendevano le maestre. Avevo il cassetto ricolmo di romanzi adolescenziali (che ho provveduto a distruggere, perché illeggibili e imbarazzanti). Dunque credo proprio che la scrittura sia “connaturata” in me. Il che però non significa che io sia un bravo scrittore, non sta a me dirlo. Sono un lettore onnivoro: ho letto praticamente di tutto. Da ragazzino leggevo da Moravia a Stephen King, dai classici della letteratura – che trovavo nella biblioteca di mio padre – ai gialli Mondadori acquistati in edicola.Uno dei miei autori preferiti è senz’altro Calvino. Ma ricorderei anche Don DeLillo e Philip Roth. Rimanendo nella cerchia degli autori americani, posso dire che uno dei miei libri preferiti (forse il preferito in assoluto) è “Furore” di Jonh Steinbeck.

A proposito dei tuoi esordi quale è stato in assoluto il tuo primo lavoro scritto e raccontaci il tuo percorso per arrivare alla pubblicazione.

In passato ho vissuto la mia scrittura in maniera piuttosto solitaria. Poi, intorno al 2001 (credo che l’anno sia quello, se non ricordo male) ho cominciato a frequentare un gruppo di scrittori e appassionati di letteratura operante nella mia città: Catania. Attraverso un’amica ho conosciuto il poeta e scrittore Mario Grasso, direttore editoriale della casa editrice “Prova d’Autore” e della rivista letteraria Lunarionuovo. Ho iniziato a collaborare con lui. Il mio esordio è segnato dalla pubblicazione del racconto Muccapazza su Lunarionuovo (nel 2003), e – soprattutto – con la pubblicazione del romanzo “Identità distorte” (nel 2005) per i tipi di “Prova d’Autore”.

“Identità distorte” è il tuo primo romanzo. Un libro difficile, ricco di metafore e interrogativi profondi. Pensi che l’uomo moderno sia ferito da una profonda crisi di identità, da una incapacità congenita di focalizzare il suo baricentro e che si veda come in uno specchio che deforma e distorce il reale a favore di un ideale illusorio ed estraniante. Viviamo tutti in una terra straniera?

In “Identità distorte” ho cercato di raccontare il mondo dominato dalla new economy, dalla globalizzazione, dalla velocità e dal culto dell’efficienza – e tutto quello che ne consegue – … utilizzando anche la metafora. Viviamo in una terra straniera? Non lo so. A volte ho l’impressione che siamo stranieri a noi stessi. Come ho già avuto modo di evidenziare in altre circostanze, secondo me il rischio principale che corre l’uomo occidentale del nuovo millennio non è solo quello di dover fare i conti con la possibile scissione tra identità e individuo (essere dunque stranieri a se stessi), ma quello di perdere anche la capacità critica per rendersi conto del rischio di incappare in tale scissione.

L’ 11 settembre è stato in un certo senso uno spartiacque nella storia del mondo occidentale. Ti ricordi cosa stavi facendo quel giorno? Come hai metabolizzato questo avvenimento che a distanza di anni lascia ancora strascichi nel subconscio collettivo?

Ricordo che un paio di giorni dopo mia moglie e io saremmo dovuti partire in viaggio di nozze per Los Angeles. A causa del blocco dei voli intercontinentali quel viaggio fallì. L’11 settembre è un avvenimento di portata epocale che rimarrà scolpito nella memoria della storia dell’umanità. Non credo che sia facile metabolizzarlo davvero. 

Sei uno dei coautori del romanzo Le Aziende In-Visibili (Scheiwiller, 2008). Vuoi parlarcene?

Con molto piacere. Si tratta di questo. Tempo fa Marco Minghetti mi parlò di questo suo progetto: “Le Aziende In-Visibili”, appunto. Quando mi chiese se ero disponibile a dargli una mano, accettai con entusiasmo. Si trattava di una sfida molto ambiziosa a cui hanno lavorato un centinaio di personalità  dell’economia e della cultura (scrittori, manager, sociologi, attori, filosofi, economisti, musicisti e designer) virtualmente costituenti la Living Mutants Society. La sfida fu quella di mettere a disposizione la propria conoscenza umana e professionale in un capitoletto di un’opera narrativa collettiva, ispirata alle Città Invisibili di Italo Calvino. Al posto di Marco Polo e l’Imperatore della Cina, ne “Le Aziende In-visibili” troviamo a dialogare l’Amministratore Delegato di una Corporation e il suo Direttore del Personale: una cornice che utilizza la metafora dell’azienda per parlare della nostra contemporaneità. A me fu proposto di tradurre, nella sezione Le aziende e i morti, la città calviniana di Adelma (Episodio n. 78 del volume). Ancora una volta accettai con entusiasmo, proponendo una sfida nella sfida: mescolare la mia scrittura a quella di Calvino (operazione rischiosissima), e paragonando il licenziamento di un lavoratore a una sorta di trapasso.

Quali altri libri hai scritto?

Nel 2008 è  uscito “Letteratitudine, il libro”, per i tipi della casa editrice Azimut. Un libro sui due primi anni di attività del mio blog. Nel 2009, sempre per Azimut, ho curato una raccolta di racconti per il progetto No-Profit “Città per le strade”. La raccolta, ambientata a Roma, si chiama “Roma per le strade”. Ho coinvolto nel progetto scrittori romani (nati a Roma) o residenti a Roma (con l’eccezione del sottoscritto… l’unico autore non romano e non residente a Roma presente nella raccolta): scrittori esordienti, ma anche noti (come – giusto per fare qualche esempio – Dacia Maraini, Mario Desiati, Antonio Pascale, Sandra Petrignan
i… e tanti altri).Sono narratori che conosco personalmente e con i quali, anche nella fattispecie, ho cercato di portare avanti la stessa esperienza di condivisione che caratterizza Letteratitudine

Parliamo del tua creazione più amata “Letteratitudine”. Il fenomeno dei blog letterari è in netta espansione. Serviva un luogo, un open space in cui potersi confrontare, discutere liberamente di editoria, di letteratura, di comunicazione. Da semplici strumenti di promozione stanno acquistando i contorni di una vera e propria agorà. Tu sei stato uno dei primi a capirne le potenzialità. Quale pensi sia il loro futuro e che strade intraprenderesti per migliorarli ulteriormente?

Credo che i blog continueranno ad avere lunga vita. Qualcuno, magari, si è  un po’ perso per strada… ma ne sono sorti di nuovi. Non credo che ci sia una strada più giusta delle altre da percorrere. Anzi, penso sia importante che ciascun blog provi a trovare il suo tratto distintivo, un proprio personale percorso. Chi riesce a portare avanti un progetto “personalizzato” e peculiare ha più possibilità di emergere.

Quali sono i tuoi blog letterari più amati?

Sono molto legato al blog collettivo La poesia e lo spirito, anche perché sono uno dei redattori. Ma seguo sempre con piacere anche Nazione Indiana, Lipperatura, Vibrisse, Satisfiction, Carmilla on line, Il primo amore, Sul Romanzo,  il sito di Giuseppe Genna… ma l’elenco potrebbe continuare. Li seguo sempre con affetto e li considero siti amici. La maggior parte dei loro animatori, peraltro, li conosco personalmente.

Letteratitudine è anche una trasmissione radiofonica in cui spesso inviti ospiti più o meno famosi e li invogli a parlare amichevolmente degli argomenti più vari. Raccontaci la tua esperienza di intrattenitore radiofonico.

Si tratta di un’esperienza nata per caso. Sono stato contattato da Gabriele Pugliese, il direttore di Radio Hinterland (una radio che trasmette in Fm nel territorio delle province di Milano e Pavia, ma che va in diretta – in streaming – anche via Internet), il quale mi conosceva per via di Letteratitudine. Pugliese mi ha proposto uno spazio all’interno della radio per condurre una trasmissione culturale che si occupasse di libri e letteratura. All’inizio ero piuttosto perplesso ed ero deciso a declinare l’invito. Poi Pugliese ha insistito, e mi ha convinto. Oggi, dopo qualche mese, gli sono grato. Per me, questa della radio è senz’altro un’esperienza entusiasmante e arricchente. Non pensavo proprio… ma mi diverto un mondo. Cerco sempre di mettere l’ospite a proprio agio e indurlo a raccontare e a raccontarsi nel modo più naturale possibile. Il mio intento, nel corso della chiacchierata, è “sparire” per dare risalto all’ospite e “offrirlo” agli ascoltatori. E questo trattamento lo riservo a tutti: sia agli autori noti al grande pubblico, sia agli esordienti.

Parlami della tua “sicilianitudine”. Cosa ami di più della tua terra; quali colori, sapori, odori, ti porti sempre con te? C’è un luogo particolare che ti appartiene in cui ti senti veramente a casa?

La mia terra, essendo un’isola, è circondata dal mare. E se dovessi indicare colori, sapori, odori, che porto sempre con me… direi quelli del mare. E lì che mi sento a casa. Non mi riferisco, però, alle spiagge estive sovraffollate e straripanti. Quelle, quando posso, le evito.

Quale libro stai leggendo adesso, il classico libro aperto sul comodino?

Ho il comodino ricolmo di “libri aperti”. Per vari motivi, leggo spesso più libri contemporaneamente. Ma ho voglia di rileggere qualche classico. Magari il citato “Furore” di Steinbeck… perché no!

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità, contenuti, coraggio?

Sono rimasto molto colpito dal primo romanzo di Simona Lo Iacono, scrittrice e magistrato. Si intitola “Tu non dici parole” ed è pubblicato da Perrone. Faccio un accenno alla trama… La storia è  ambientata in Sicilia (a Bronte), nel 1638: periodo di malcontento popolare e di Santa Inquisizione. La protagonista, Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una peculiare caratteristica: ama le parole belle. Parole liturgiche e dell’offertorio, sentite in convento, che “ruba” e ripete di continuo pur non conoscendone il significato. Parole che re-interpreta, ammaliata dalla loro austerità e musicalità. Questo suo amore, però, viene considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio L’anno scorso, questo libro, si è aggiudicato il premio Vittorini, sezione opera prima.

Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?

Vi seguo e vi leggo. Mi piace molto il nome, perché ho sempre pensato che la scrittura è la patria della libertà.

Attualmente stai scivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci in esclusiva qualcosa?

A dicembre dovrebbe uscire il nuovo volume di “Letteratitudine, il libro”. Sto ultimando un nuovo romanzo e ho pronta una raccolta di racconti. Il romanzo è ambientato in Sicilia. La storia incrocia il mondo del cinema (e Hollywood, in particolare) e il mito delle Gorgoni. Meglio, però, non anticipare troppo… Poi c’è un progetto di scrittura a quattro mani con la citata Simona Lo Iacono (di cui spero si vedranno i frutti molto presto). E questa è proprio una notizia in esclusiva…

Altri progetti oltre la scrittura?

Continuare a fra crescere il blog, puntando ancora di più sulla sua “internazionalizzazione”. E poi, ogni tanto, riposarmi un po’… (sorriso). Grazie di cuore a voi di “Liberi di scrivere”per l’opportunità.

:: Recensione di Raimondo Mirabile Futurista di Graziano Versace a cura di Maurizio Landini

29 giugno 2010 by

cover-raimGraziano Versace “Raimondo Mirabile Futurista”, 2010, XII Edizioni, Collana “Eclissi”, pagine 281 – Recensione di Maurizio Landini

“… Io non temo le tenebre infinite!… Io non sono un uomo strisciante che si sforza, durante la notte, di spingere la sua piccola testa di tartaruga fuori dall’immenso guscio del firmamento!…”
(Da “Mafarka il Futurista” – 1909)

Fare da maggiordomo a Raimondo Mirabile, non è da tutti. Soprattutto quando con lui si finisce per far parte di un gruppo di “straordinari gentlemen”, unico baluardo a difesa dell’umanità, contro un’oscura invasione aliena in territorio meneghino, celata dietro le attività della fantomatica Società degli Eletti che, con la scusa di riunioni futuriste, attira gli umani al fine di soggiogarli. 

    “Esseri vomitati dal più nascosto degli inferi, votati al male più puro; sono la stessa essenza della crudeltà (…)

   Gli Eletti sono reietti di altri mondi!”  Nemici pericolosi, che sanno unire volontà e linguaggio per veicolarli contro le loro prede, localizzare i loro avversari attraverso il sogno e la meditazione, fino ad anticiparne i movimenti. L’unica possibilità che l’uomo ha per contrastare il loro smisurato potere è quella di annullare la propria mente…   Riusciranno i nostri eroi a sventare i loschi piani degli alieni?  

Due volte finalista al premio Urania, Graziano Versace ci regala un romanzo avvincente, ben scritto, pieno di citazioni di fantascienza, senza mai tuttavia scadere in un tentativo maldestro di plagio, bensì realizzando un pregevole tributo al genere.