:: Intervista a Lisa Unger

5 ottobre 2010 by

Grazie Lisa per avere accettato la mia intervista. Parlaci brevemente di te, i tuoi studi , il tuo background
 
Dal mio sitoweb: Per lungo tempo ho creduto che fosse veramente impossibile vivere facendo la scrittrice, soprattutto perché era quello che la gente mi ha sempre detto. Così ne ho fatto un hobby. Per tutto il liceo ho vinto premi e anche una borsa di studio parziale grazie alla scrittura. Al college i miei insegnati mi hanno consigliato di coltivare davvero il mio talento e di cercarmi un agente. Ma c’era una vocina che mi diceva con calma ma con insistenza che non era possibile. Quando mi sono laureata alla New School for Social Research, fare la scrittrice non la conisderavo una possibilità di carriera reale. Avevo bisogno di un lavoro vero. Così iniziai una professione che mi avvicinò il più possibile al mio sogno. Divenni addetto editoriale. Nel corso degli anni ho lavorato veramente duramente. Il mio lavoro ha iniziato ad assorbire la maggior parte del mio tempo e sempre meno tempo ho potuto dedicare alla scrittura. Scrivevo nei ritagli di tempo, la sera dopo il lavoro, la mattina presto, sul mio treno da pendolari, durante la pausa pranzo. Mi ci è voluto molto tempo per terminare il mio primo romanzo. Per saperne di più del mio percorso da aspirante scrittrice ad autrice pubblicata visitate il mio sito:
http://blog.lisaunger.com/getting-published/
 
Perché sei diventata scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina? 
 
Sono sempre stata una scrittrice. Non riesco a ricordare un momento in cui non lo sono stata. Quindi sicuramente è stato un sogno che è diventato realtà quando ho potuto farne un lavoro e sono stata pubblicata.
 
Mi piacerebbe sapere quali scrittori ti hanno maggiormente influenzata?
 
Ho sempre letto moltissimo ero decisamente un’ onnivora letteraria  e sono stata molto influenzata sia dalla narrativa popolare che dalla letteratura classica. Ho amato moltissimo Truman Capote, Gabriel Garcia Marquez, Jane Austen, Patricia Highsmith, le sorelle Bronte. Ma ho anche amato Stephen King, Sidney Sheldon, Joy Feilding … potrei andare avanti all'infinito. Uno dei miei thriller preferiti era Rebecca di Daphne DuMurier. Mi è piaciuta moltissimo l'idea della ragazza ordinaria che si trova coinvolta in circostanze straordinarie. Ed è un tema che ho sempre tenuto in considerazione nel mio lavoro. Per ulteriori informazioni sui libri che mi hanno cambiato, visitate il sito:
http://abytesgen01.securesites.net/lisa_unger/2007/05/
 
Quale è stato il tuo primo lavoro che hai scritto. Raccontaci un po’ il tuo esordio e la tua strada verso la pubblicazione.
 
Considerando che in tutta la mia vita ho sempre scritto, presumo che in assoluto il mio primo scritto sia stata qualche poesia orribile. Ho anche scritto opere teatrali, pezzi giornalistici, e racconti. Ma il mio primo romanzo è stato Angel Fire pubblicato negli Stati Uniti da  St. Martin’s Minotaur con il mio cognome da nubile Lisa Miscione. E 'stato un libro che ho iniziato quando avevo diciannove anni e ho terminato quando ne avevo 29. Mi ci è voluto molto tempo per arrivare alla pubblicazione. Una volta che ho completato il romanzo, lo ho inviato a diversi editori e ho avuto  la fortuna di firmare subito un contratto. Ho pubblicato tre libri di questa serie con per protagonista Lydia Strong. Quando ho scritto Beautiful lies, ho cambiato gli editori e ho iniziato a scrivere con il mio nome da sposata Lisa Unger. C’è stata una grande evoluzione nella mia scrittura  per cui era un po’ come un nuovo inizio, una reinvenzione.
 
Cosa ne pensi dei personaggi femminili nei crime contemporanei? Sempre vittime o donne fatali?

Tendo a non generalizzare. Alcuni dei migliori scrittori oggi scrivono romanzi polizieschi. Naturalmente, ci sono le convenzioni di genere e i personaggi standard – come la vittima o come la femme fatale. Ma lo stesso si può dire dei personaggi maschili del genere. Quando penso ai miei scrittori femminili preferiti, come Ruth Rendell, Laura Lippman, Kate Atkinson, Tana French, Gillian Flynn – ebbene sono capaci di creare sempre personaggi ricchi e interessanti.
 
Sei femminista?
 
Non sono sicura di come rispondere. Non credo che le donne abbiano un posto di parità nella società, anche se meritano la stessa paga, le scelte, il trattamento, ed i vantaggi che  vengono fatti agli uomini  Sì. Suppongo che tutto ciò faccia di me una femminista.
 
Dimmi qualcosa del tuo paese.

Il mio paese è  grande,  incredibilmente vario, complesso e magnifico. Abbiamo certo i nostri problemi. Ma la mia citazione preferita sugli Stati Uniti è di Bill Clinton. Disse: "Non c'è niente di sbagliato in America che non possa essere corretto  con ciò che c’è di giusto in America." Ho il più profondo amore e possibili per la fede nel mio paese. L'elezione del presidente Obama ha dato a molti di noi un’enorme speranza e ottimismo per il nostro futuro.
 
Dove sei nata? Raccontami qualcosa sulla tua infanzia.
 
Sono nata in Connecticut, ma mio padre lavorava per la Exxon, così abbiamo viaggiato un bel po '. Ho passato una buona parte della mia infanzia in Inghilterra e in Olanda. Penso che sia stato per questo che mi sono sempre sentito un po 'al di fuori e bisogna diventare osservatori per scrivere. E 'stato anche per questo che ho molto fatto affidamento su libri, e sono diventata un’ avida lettrice. Mi sono innamorata della storia in età molto precoce.
 
Nuovi progetti per verisoni italiane dei tuoi libri?
 
In realtà non conosco la risposta a questa domanda. Cercherò di scoprirlo.
 
I tuoi debuttanti preferiti?
 
I miei debuttanti preferiti negli ultimi due anni sono stati Heartsick di Chelsea Cain e Into the Woods di Tana French.
 
Progetti di film tratti dai tuoi libri?
 
BLACK OUT è stato opzionato per il cinema l'anno scorso. Ma non ci sono notizie sullo sviluppo in questo momento.
 
Cosa stai scrivendo in questo momento?
 
Attualmente sto lavorando ad un romanzo che uscirà negli Sati Uniti nel 2011.
 
Ti piace l’Italia?
 
Io amo l'Italia. Parte della famiglia di mio padre viene dall’ Italia, i miei nonni sono americani di prima generazione. Ho trascorso tre settimane in Italia per il mio viaggio di nozze, visitando il lago di Como, Venezia, Roma e Firenze. Si tratta di un paese magnifico, magico, bello, caldo e piacevole e non vedo l'ora di tornarci con mia figlia.
 
Raccontaci qualcosa di divertente su di te.
 
Ho una terribile paura delle motoseghe e dei parchi di divertimento. Stranamente molte delle ragioni sono le stesse: il rumore, il potenziale disastro imminente, forse gli operatori inetti. Non mi piacciono le condizioni in cui uno spensierato momento potrebbe portare alla perdita di qualcosa di importante, come il tuo braccio per esempio. Fore cose più divertenti su di me, le trovate visitando il sito: http://abytesgen01.securesites.net/lisa_unger/interviews/

:: Recensione Indian Takeaway di Hardeep Singh Kohli a cura di Nicoletta Scano

5 ottobre 2010 by

indian takewayIndian Take away piacerà senza alcun dubbio a chi ama leggere libri di viaggio: ma non solo.
Questo romanzo è una vero viaggio nella cucina, nella cultura e nell’idea che abbiamo come occidentali dell’India.
L’opera è scritta d’altra parte con un punto di vista d’eccezione: un figlio di indiani espatriati a Glasgow prima della sua nascita, che parte per un lungo viaggio alla ricerca delle proprie radici e della propria identità di immigrato di seconda generazione.
L’idea di fondo del protagonista-esploratore apparirà alquanto bizzarra: cucinare per gli indiani piatti inglesi, così da riportare in terra natia un po’ di quel che la Gran Bretagna ha imparato dall’India. Ammesso che l’autore, Hardeep Singh Kohli sia un mago della tavola, pare comunque singolare l’idea che la cucina inglese, di certo non rinomata nel mondo per la propria raffinatezza, possa stupire i maestri delle spezie e dell’inventiva culinaria!
Ma pagina dopo pagina, l’autore affronta ben altri temi, descrivendo incontri, conversazioni, e offrendo un dettagliato diario di viaggio, ove particolare attenzione è data alla ricerca dell’India più autentica, non colonizzata, non sfruttata, non occidentalizzata.
E così apprendiamo, per opinione del protagonista, che attraverso la cucina e le avventure di viaggio è alla ricerca dello spirito di un popolo, che “L’India è una nazione immensa. A dire il vero non dovrebbe neppure essere una nazione, proprio come non lo è mai stata l’URSS. Ma sembra che le persone più disparate si sentano in qualche modo unite dalle pochissime cose che hanno in comune – tralasciando le miriadi di cose che le dividono. E sono convinto che uno degli elementi che tutti gli indiani hanno in comune sia proprio l’amore per le verdure”. Così, passando da un piano di osservazione all’altro, Hardeep Singh Kohli ci accompagna alla scoperta del suo stesso viaggio, attraverso Kovalam, Mamallapuram, Mysore, Bangalore, Goa, Delhi, Srinagar e Ferozepure, la sua città di origine, meta del suo cuore e della sua identità familiare.
Con una presenza di spirito singolare ammira, apprezza, critica, assaggia, sperimenta, confronta ed infine riferisce impressioni e sensazioni, speranze e sentimenti caratterizzati dal suo punto di vista complesso, perfettamente descritto circa a metà del suo viaggio con poche semplici parole: “Sapete, quando c’è in ballo l’India ho una doppia identità. Da un lato mi sento libero di criticare il Paese, ma dall’altro sono pronto a balzare in sua difesa se sento qualcuno parlarne male”.
In un mondo definitivamente globalizzato, in un’epoca in cui i temi dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’identità religiosa e culturale  sono attualissimi, un libro come questo ha il pregio di affrontare tutti questi argomenti con riflessioni apolitiche, senza pregiudizi e umoristiche, offrendo un positivo scorcio della realtà, vista attraverso gli occhi di un immigrato di seconda generazione, ancora alle prese con il sospetto dei nuovi compatrioti e con la scoperta delle proprie radici.

:: Recensione di Pinocchio .2112 di Silvio Donà a cura di Diego Di Dio

4 ottobre 2010 by

“Pinocchio .2112” è un romanzo di fantascienza.
Ma non proprio. E non solo.
L’atmosfera in cui si svolge la storia recupera alcuni cliché della fantascienza distopica (la razza umana costretta a vivere nel sottosuolo), ma li sviluppa in modo originale e sorprendente.
Il protagonista, Angelo, è un cercatore e uno spacciatore. Di droga, di alcool, di donne?
No, di libri.
I libri sono una merce preziosa, rara e ben pagata: sono i testimoni di un’epoca vissuta sulla superficie della Terra, alla luce del sole. Epoca della quale gli abitanti di questo sottomondo gretto, sporco e violento non hanno né ricordo né coscienza.
Il romanzo, narrato interamente in prima persona, riesce a creare attorno al lettore un’atmosfera cupa e rozza, un mondo in penombra nel quale morire è facile come respirare.
Ma questo è solo “l’inizio” del libro.
A mano a mano che si va avanti, il contesto fantascientifico lascia spazio allo sviluppo umano e psicologico. Il protagonista incontrerà un ragazzino, di cui deciderà di prendersi cura; e incontrerà una donna dalla bellezza mozzafiato: Eva, la moglie di Scipione Rega, il capo dei capi.
Ma soprattutto incontrerà la Verità: un’incredibile rivelazione capace di rovesciare l’intero universo distopico costruito sino a quel momento.
 
Silvio Donà, 45 anni, “quasi-esordiente”, ci sorprende con un romanzo dalla struttura narrativa impeccabile e dai protagonisti dipinti con realismo e malizia.
Il modo di scrivere è indice di una buona padronanza, non solo dei meccanismi della fantascienza, ma anche di quelli del thriller e del noir.
Questo romanzo è stato giustamente segnalato a uno dei concorsi indetti dalla “Leone Editore”.

:: Recensione di Il diario di Bobby Sand. Storia di un ragazzo irlandese di Silvia Calamati, Laurence McKeown, Denis O'Hearn

3 ottobre 2010 by

indexCos’è la libertà?
Che colore, che odore, che sapore ha?
In un mondo come il nostro dove l’omologazione e il conformismo sembrano aver trasformato la libertà in un concetto astratto e sbiadito, forse giusto importante per qualche dibattito filosofico confinato in un’ aula di università, vale ancora la pena di combattere, di arrivare fino al sacrificio supremo della propria vita in suo nome?
A domande come questa possiamo trovare risposta leggendo Il diario di Bobby Sands. Storia di un ragazzo irlandese, scritto da Silvia Calamati, Laurence McKeown e Denis O’Hearn per la Castelvecchi e uscito a maggio in occasione del 29° anniversario della morte di Bobby Sands.
Ci sono libri che non vorremo mai leggere, perché fanno male, perché ci costringono a riflettere su temi dolorosi o più semplicemente perché le cose capitate ai protagonisti non dovrebbero succedere mai a nessuno.
Ma non viviamo in un mondo perfetto, come nelle pubblicità del Mulino Bianco, viviamo anzi in un mondo dove l’ingiustizia, l’avidità, la soppressione dei diritti umani, la persecuzione di chi professa idee diverse dalle nostre, sono realtà frequenti e colpevolmente tollerate.
Dopo anni di censure, Il diario di Bobby Sand ci porta a riflettere su tutto questo, e non è una riflessione priva di senso.
Per alcuni Sand continua ad essere un terrorista, un delinquente comune privo della dignità di prigioniero politico, un disprezzabile fanatico; per altri è un eroe, un martire della libertà e della giustizia, un simbolo della lotta per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord.
Quello che è certo è che fino a poco tempo fa la sua voce era stata soppressa, era possibile solo ascoltare la versione ufficiale del governo britannico; dell’inferno di Long Kesh più  simile ad un campo di concentramento che ad un carcere, delle buie celle di punizione tra fame e freddo, delle violenze brutali subite, delle condizioni di vita disumane dove i detenuti vivevano “in luride celle circondati da mucchi di spazzatura e schifezze in ogni angolo, con i propri escrementi e quelli del compagno di prigionia spalmati sul muro” non trapelava nulla.
Ed è giusto invece per farsi un’idea corretta dei fatti ascoltare anche la sua voce.
Questo libro è un adattamento per le nuove generazioni, come si legge nella prefazione della biografia di Sands Nothing But an Unfinished Song scritta da Denis O’Hearn, un libro che ci porta a conoscere meglio Bobby Sands e la sua detenzione a Long Kesh, dove morì nell’infermeria del carcere all’una e diciassette del mattino di martedì 5 maggio 1981, a soli 27 anni, dopo poco più di due mesi di sciopero della fame.
Il 7 maggio oltre 100 mila persone parteciparono al suo funerale.
Le ultime parole che Bobby Sand scrisse nel suo diario non possono lasciare indifferenti:

“Se non riescono a distruggere il desiderio di libertà non possono stroncarti. Non mi stroncheranno perché il desiderio di libertà e la libertà del popolo irlandese sono nel mio cuore. Verrà il giorno in cui tutto il popolo irlandese avrà il desiderio di libertà. Sarà allora che vedremo sorgere la luna”.

Leggendo Il diario di Bobby Sand si ha anche modo di far luce sulla tragedia di una guerra, quella anglo-irlandese, che ha insanguinato il cuore dell’Europa, una guerra mai ufficialmente conclusa, una guerra troppo spesso trascurata e dimenticata dai mass media, una guerra nata per ragioni complesse, in cui le motivazioni politiche hanno sì una parte rilevante, ma non dobbiamo dimenticare la componente religiosa, il dissidio insanabile tra cattolici e protestanti, le rivendicazioni nazionalistiche, (l’Ulster vuole far parte dell’Irlanda e non rimanere sotto la sovranità della Corona Britannica), le componenti economiche.
Certo il processo di pace ha fatto numerosi passi avanti, il 23 ottobre del 2001 i militanti dell’Ira hanno deposto le armi accogliendo l’invito di Gerry Adams, il leader storico dello Sinn Fein, e si sono detti disponibili ad iniziare un processo di riconciliazione.
Ma i danni di trent’anni di guerra civile sono ancora visibili, l’odio che ha generato non sono cancellabili con un semplice colpo di spugna e serve a poco radere al suolo Long Kesh come sembra abbia deciso di fare il governo britannico per costruirvi al suo posto un centro commerciale o uno stadio internazionale da 38.500 posti.

Silvia Calamati si occupa della questione irlandese dal 1982. Ha tradotto ‘Un giorno della mia vita’ (Feltrinelli, 1996) di Bobby Sands e ‘Guerra e liberazione in Irlanda. La Chiesa del conflitto’ (Edizioni della Battaglia, 1998) di padre Joseph McVeigh.Tra le sue pubblicazioni, ‘Figlie di Erin. Voci di donne dell’Irlanda del Nord’ (Edizioni Associate, 2001, tradotto in inglese, spagnolo e gaelico), ‘Irlanda del Nord. Una colonia in Europa’ (Edizioni Associate, 2005) e ‘Qui Belfast. 20 anni di cronache dall’Irlanda di Bobby Sands e Pat Finucane’ (Edizioni Associate, 2008). Collaboratrice di Rai News 24, a Belfast ha ricevuto il premio internazionale Tom Cox Award per il suo impegno di giornalista e scrittrice.

Laurence McKeown, ex compagno di prigionia di Bobby Sands , nel 1981 condusse lo sciopero della fame per 70 giorni. Divenuto oggi scrittore, ha sceneggiato il film H3 (2001), ispirato alla tragica vicenda di Sands e dei suoi compagni di prigionia nel carcere di Long Kesh.

Dennis O’Hearn, negli anni Settanta ha lavorato a Belfast come giornalista contribuendo in maniera decisiva, grazie agli articoli pubblicati su «In These Times» e «The Guardian», a far conoscere le lotte carcerarie dei prigionieri politici irlandesi detenuti a Long Kesh. Insegna sociologia alla University of Binghamton di New York.

:: Le donne celebri di Denise Cartier a cura di Elena Romanello

1 ottobre 2010 by

Accanto a tanta produzione di romanzi storici di ambientazione anglosassone, al femminile e non, stupisce positivamente nel catalogo della Sperling & Kupfer la presenza di due libri di Denise Cartier, pseudonimo francesizzante pare di un'autrice italiana, dedicati a due figure affascinanti e forse poco conosciute, a parte che dagli addetti ai lavori, della storia di Francia: Ninon de Lenclos in Le passioni di Madame de Lenclos e Diana de Poitiers in Nel cuore del re.
Strano destino, quello della storia di Francia nel nostro Paese: ci sono stati due momenti di grande interesse per le vicende romanzesche in terra francese, Dumas a parte che è un sempreverde, individuabili abbastanza facilmente negli anni Sessanta con la serie, letteraria e cinematografica, di Angelica marchesa degli angeli di Anne e Serge Golon, e negli anni Ottanta con l'anime giapponese Lady Oscar di Riyoko Ikeda, ma a parte questi che sono ormai dei classici non c'è tutta questa pratica delle vicende storico romanzesche d'oltralpe, spesso legate a doppio filo alle nostre, in momenti che vanno dal Medio Evo alle guerre di religione, dalla Rivoluzione francese all'Ottocento.
I due libri di Denise Cartier possono servire come scoperta o riscoperta di due figure interessanti e romantiche, intriganti e passionali: Ninon de Lenclos, cortigiana vissuta sotto il Re Sole, mecenate di artisti e letterati (il suo ultimo protetto fu un ragazzino di nome Voltaire), spirito libero ma amante appassionata, attraversa le pagine de Le passioni di Madame de Lenclos con verve e fascino, in un romanzo che ne restiuisce la vita con brio e partecipazione. Il libro, uscito due anni fa in edizione rilegata (ancora reperibile in libreria, biblioteca e nei mercatini) è appena riuscito in tascabile per Sperling, ed è consigliabile a chi ama la Storia vista dal punto di vista delle donne, ma anche a chi vuole appassionarsi con una vicenda romantica e coinvolgente.
Diana de Poitiers, dama alla corte di Francia, amante di Enrico II di Valois che aveva vent'anni in meno di lei in un'epoca in cui a trent'anni eri considerata vecchia, grande rivale di Caterina de Medici e creatrice di uno dei più bei e magici castelli francesi, quello di Chenonceau nella Valle della Loira, rivive nelle pagine di Nel cuore del re, forse a tratti meno convincente dell'altro libro, un po' indeciso tra biografia e romanzo. Ma la storia che racconta è indubbiamente intrigante, e ricostruisce bene questa figura d'eccezione.
Entrambe, sia Diana che Ninon, sono state donne in anticipo sui tempi, per certi aspetti delle protofemministe, non inscrivibili solo alla categoria delle cortigiane, ma intellettuali, libere pensatrici, attive anche in una certa forma di promozione sociale e di visione tollerante e aperta della società. Scoprire queste figure, non di sante ma di donne in carne ed ossa, anche in un romanzo, è senz'altro un'esperienza interessante da scoprire o da ripassare, per capire che donne ci sono state e come si seppe andare contro gli schemi secoli prima del femminismo e delle lotte per i diritti civili.
In attesa di scoprire a chi si dedicherà la prossima volta Denise Cartier, e a chi si nasconde dietro questo pseudonimo…
Elena Romanello

:: Intervista a Daniel Levin

30 settembre 2010 by

Salve Mr Levin. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Ci racconti qualcosa di lei. Chi è Daniel Levin? Punti di forza e di debolezza.

Piacere mio essere qui. Chi è Daniel Levin? Questa è una domanda molto filosofica! I miei punti di forza beh vediamo sono affascinato dal mondo intorno a me. La sua storia. Le sue incongruenze. Il mondo antico prende vita in I sette fuochi del Tempio. La parte che mi è piaciuta più scrivere riguarda l’autentico spionaggio antico.

Ci racconti qualcosa del suo background, i suoi studi, la sua infanzia.

Ho studiato le civiltà romana e greca all’università, poi sono andato alla Harvard Law School. Per quanto riguarda gli studi classici, tutto quello che ho scritto nel romanzo del mondo antico è reale. Ad esempio, all’inizio del mio romanzo, i carabinieri trovano l’ antico cadavere perfettamente conservato di una donna all’interno di una colonna antica. Nel mondo antico romano, alcuni cadaveri sono stati realmente immersi nel miele, ambra, e in altri oli. Da studente di materie classiche, ho cercato di far si che tutti i dettagli fossero autentici. Da studente in giurisprudenza, ho fatto in modo che tutte le leggi internazionali nel romanzo fossero reali.

Quando ha capito che avrebbe voluto essere uno scrittore?

Mentre ero alla Law School. Amavo le storie dietro i casi.

Perché ha deciso di scrivere I sette fuochi del tempio?

Mentre lavoravo come avvocato in un caso a Gerusalemme, ho potuto vedere il revisionismo storico in atto. Una fondazione islamica segreta stava rimuovendo 20.000 tonnellate di macerie illegalmente scavate dal Monte del Tempio. Ho cominciato a chiedermi: e se una parte di questo intrigo è avvenuta provocando conseguenze nel mondo attuale? Nella ricerca di altri siti scavati illegalmente in tutto il mondo, ho trovato che la maggior parte degli scavi clandestini sono stati fatti per motivi politici da persone che cercano di controllare il passato, al fine di controllare il futuro. Poi ho cominciato a chiedermi: e se qualcuno volesse controllare, non il futuro, ma il passato? Da li ha avuto inizio la storia.

Quanto è durato il processo di scrittura di I sette fuochi del tempio?

Si potrebbe dire che ho iniziato le ricerche per I sette fuochi del tempio mentre mi stavo laureando in lettere classiche presso l’Università del Michigan. Il livello di spionaggio a Roma e in Grecia mi ha sempre affascinato. Continuavo a vedere  cose come una strana traduzione dal latino, un segno misterioso a margine, o qualche notazione inspiegabile. Quelle cose iniziarono a far volare la mia immaginazione e la storia continuava a cambiare, diventando sempre più credibile.

A quali altre opere si è ispirato durante la scrittura di questo romanzo?

Sono un appassionato lettore e senza dubbio sono stato ispirato dalle opere di altri scrittori contemporanei. I miei preferiti sono probabilmente Scott Turow, Tom Clancy, Ian Flemming, e John Le Carre. Sono stato ispirato anche dalle mie ricerche, naturalmente, che richiedevano spesso di studiare testi e manoscritti antichi, o di studiare una certa struttura narrativa utilizzata da un altro grande autore.

Può dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Certo. Dal labirinto sotto il Colosseo fino al tunnel sotto la Gerusalemme biblica, un giovane avvocato americano deve fermare un gigantesco complotto teso a riscrivere il passato. Le sue scoperte rivelano non solo una operazione di intelligence antica per proteggere un artefatto nascosto per 2000 anni, ma anche una spietata trama moderna per distruggere ogni traccia della presenza ebraica e cristiana nel Monte del Tempio.

Può dirci un po’ di più sul  suo protagonista, Jonathan Marcus?

Marcus non è boyscout quando lo conosciamo per la prima volta. E’ un ex studente di dottorato che è diventato un avvocato molto richiesto tra i meno-che-scrupolosi commercianti di antichità. E’ pratico, mette la sua immensa conoscenza del mondo antico per un uso molto proficuo per difendere questi commercianti di antichità. Ho sempre trovato la tensione morale nel commercio di antichità molto affascinante. Noi vediamo questi antichi reperti in musei, scintillanti nelle loro vetrine, ma alcuni sono inzuppati nel sangue del commercio. Essere scagliato nel mezzo di tutto questo, come avvocato, mi sembrava un buon punto di partenza per presentare un personaggio avvincente. In altre parole: sì, sta usando il suo talento per difendere questi commercianti, ma d’altra parte, si può dire c’è anche ha una vera passione per il mondo antico. Scopriamo anche perché fu costretto ad abbandonare il suo lavoro di dottorato presso l’American Academy a Rome qualche anno prima: per la sua ricerca si era spinto troppo lontano. Aveva  osato troppo, ed ora è restio a farlo di nuovo.

I sette fuochi del tempio diventerà un film?

Ci sono produttori che attualmente stanno esaminando il progetto!

Mi piacerebbe parlare del suo processo di scrittura. Vuole descriverci una sua tipica giornata di lavoro?

Mi considero prima di tutto uno scrittore. Vado in ufficio ogni giorno – ho un ufficio, molto importante – e mi siedo a lavorare, e lavoro di filato fino a sera. Scrivo di solito al mattino, preferisco, interrompo nel pomeriggio, e riprendo la scrittura di nuovo alla sera, fino a quando vado a casa. Faccio ricerche, leggo e di nuovo leggo quando vado a casa, e posso passare il tempo con la mia famiglia.

Chi sono i suoi autori viventi preferiti?

Questa è una domanda interessante, perché penso che sia molto importante conoscere i propri contemporanei. I miei autori preferiti sono John Le Carre, Scott Turow, e Harlan Coben.

Cosa sta leggendo in questo momento?

Proprio ora, sto leggendo Il falsario Spell di Edward Dolnick, e la serie di James Bond di Ian Fleming.

Le piacciono i tour per la promozione letteraria? Racconti ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori perché ognuno ha appreso qualcosa di diverso dal libro. Molti mi chiedono quali parti del libro sono verità e quali parti sono fiction. Ho avuto diversi colloqui intensi con i lettori sul revisionismo storico e sul commercio illegale di antichità, la religione e la storia antica e ho avuto modo di stimolare il dibattito che circonda ognuno di questi argomenti. Mi piace perchè i  miei lettori sono intelligenti, sono persone con reali preoccupazioni e precise opinioni sulla nostra storia umana. Quindi sì, mi piacciono i  tour promozionali, perché mi permettono di interagire con persone interessanti.

Ha una base di fan molto intensa. Qual è il suo rapporto con i suoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con lei?

Cerco di rispondere ad ogni persona che mi contatta. Forse non accadrà subito, ma se mi contatti, il 99,9 per cento delle volte, otterrai una risposta. Se non succede, probabilmente è perchè la tua e-mail non mi è arrivata, quindi prova di nuovo. Potete contattarmi tramite il mio sito web o scrivermi tramite il mio editore.

Infine, l’inevitabile domanda:  a cosa sta lavorando ora?

A grande richiesta, sto lavorando su un follow-up di I sette fuochi del tempio. Jonathan Marcus non potrà avere un attimo di respiro. Sarà  ancora una volta impegnato a correre rischiando la vita in località esotiche!

:: Recensione di I sette fuochi del tempio di Daniel Levin.

29 settembre 2010 by

i-sette-fuochi-del-tempio1Per gli amanti dell’avventura all’Indiana Jones, anche se questa volta non ci sono nazzisti, segnalo un interessante thriller archeologico uscito recentemente per la Nord Edizioni  e intitolato I sette fuochi del tempio. Romanzo di esordio di Daniel Levin, giovane avvocato newyorkese con un curriculum di studi di tutto rispetto che presto avremo l’occasione di ospitare sulle pagine di Liberidiscrivere per una simpatica chiacchierata, ha per protagonista Jonathan Marcus anch’egli avvocato ed esperto in compravendita di opere d’arte che si reca a Roma per esaminare alcuni frammenti presumibilmente facenti parte della Forma Urbis, un‘enorme pianta della Roma antica incisa su lastre di marmo, con lo scopo di dimostrare che non sono stati trafugati illegalmente da un suo cliente come invece afferma l’archeologa romana Emilia Travia sicura di avervi visto su stampato un anno prima il marchio dell’Archivio di Stato. Quasi per caso illuminando i reperti Marcus scopre un messaggio nascosto, probabilmente scritto da Flavio Giuseppe custode della sacra Menorah il candelabro d’oro a sette braccia fatto in un solo blocco uno dei simboli più antichi della religione ebraica, che ha attraversato i secoli: Error Titi, l’errore di Tito. Marcus da principio non vuole proseguire le ricerche temendo di compromettere la sua brillante carrira di avvocato poi lasciandosi convincere da Emilia Travia con la quale in passato ha condiviso una burrascosa storia d'amore e con l'aiuto di Chandler Manning esperto di misticismo antico seguendo gli indizi sempre più criptici si troverà ad indagare tra i sotterranei del Colosseo e quelli della Domus Aurea arrivando a svelare una congiura del passato e scoprendone i suoi insospettabili protagonisti. E’ così l’inizio di una gigantesca caccia al tesoro sulle tracce della Menorah che coinvolgerà oltre al protagonista un intraprendente capitano dei carabinieri del reparto per la tutela del patrimonio culturale e un pericoloso e letale cacciatore di reperti arabo a cui l’Interpol da la caccia da anni. In un susseguirsi avvincente di scoperte e di disseppellimenti di verità perdute, tra inseguimenti, trappole mortali, colpi di scena sorprendenti e un pizzico di passione seguiremo i personaggi tra Roma e Gerusalemme in un’ avventura davvero coinvolgente che saprà regalarci ore di svago e di divertimento oltre a riflessioni su misteri davvero esistenti, va notato infatti che tutti i riferimenti a testi antichi in questo romanzo sono reali e le ipotesi avanzate dall’autore seppure rivoluzionarie non sono affatto prive di fondamento. Tra le recensioni ricevuta va senz'altro segnalata quella di un critico di eccezione come Elie Wiesel che dice:" Un romanzo scitto con phatos e competenza: un' efficace confutazione letteraria alle manipolazioni della Storia". Un libro che a mio parere diventerà un classico del genere. Consigliatissimo.
I sette fuochi del tempio di Daniel Levin, Nord Edizioni, collana Narrativa Nord, Traduzione Velia Februari, 2010, 444 pagine, rilegato, Prezzo di copertina 18,60.

:: Intervista ad Antonella Lattanzi, autrice di Devozione [Einaudi, 2010] a cura di Valentino G. Colapinto

29 settembre 2010 by

lattanziBenvenuta Antonella su “LiberidiScrivere” e grazie per aver accettato la nostra intervista. Come tradizione, iniziamo con le presentazioni. Sei nata a Bari nel 1979, ti sei laureata in Lettere Moderne e Contemporanee a Roma, dove tuttora risiedi e lavori come editor, traduttrice e lettrice dall’inglese. Vuoi aggiungere altro?
Beh, oddio, si potrebbero aggiungere mille cose o niente. Diciamo che leggo, e scrivo.
 
Devozione nasce dallo sviluppo di un racconto presente nella tua prima antologia “Col culo scomodo (non tutti i piercing riescono col buco)” [Coniglio Editore, 2004]. Vuoi raccontarci come e perché?
Quando ho deciso di scrivere dei racconti e raccoglierli in un'antologia, ho pensato a quale poteva essere il file rouge. È stato lui a trovarmi. Mi spiego: i racconti che avevo scritto erano tutti a proposito di figure femminili limite: donne, per un motivo o per un altro, deragliate. Tra questi racconti ce n'era uno su un'eroinomane.
Quando l'ho scritto, ho pensato che sarebbe stato il racconto meno interessante per i lettori: pensavo, infatti, che l'eroina fosse un tema distante dai lettori, che non interessasse a nessuno. Invece, quello è stato il racconto più amato. Tutti, tutti, quando citavano la raccolta citavano quel racconto.
Mi chiedevo perché, e non lo capivo. Poi, un'amica di mia sorella, Rachele, che non conoscevo e che non conosceva me, ha letto la raccolta e mi ha detto: «Il racconto che mi è piaciuto di più è quello sull'eroina.Perché, nonostante io non abbia mai usato nessun tipo di droghe, in quel racconto tu hai parlato delle mie dipendenze, mi ha svelato degli aspetti di me che non conoscevo.»
È allora che mi è scattato il campanello, o che mi è apparsa la lampadina di Archimede: se volevo raccontare l'eroina, potevo farlo. Ma dovevo farlo come metafora di tutta un'altra serie di dipendenze. Perché l'eroina non è altro che la dipendenza per antonomasia. Del resto, non ho mai voluto scrivere un romanzo sull'eroina, che parlasse solo di e a un certo tipo di persone. Ho sempre voluto scrivere romanzi, e racconti, che parlassero anche di te.
 
Se potessi scegliere tra essere étoile all'Opéra o venire acclamata come la più grande scrittrice italiana vivente, cosa sceglieresti? E secondo te ci sono dei parallelismi tra le due grandi passioni: la danza e la scrittura?
Sai, nessuna delle due. Voglio dire, è normale che tra la danza e la scrittura ho scelto e sceglierei mille volte la scrittura. Perché davvero la sento come una vocazione, come l'unica cosa che può rendermi felice quando mi manca tutto il resto. È stata la scrittura, la lettura, la matrice di tutte le mie scelte, tutti i miei sforzi.
Quello che voglio, però, non è essere acclamata come la più grande scrittrice italiana vivente, ma meritarmi questo nome: scrittrice, scrittore. Ogni giorno, con la fatica, col sudore (del resto, lo diceva anche Fame: Voi fate sogni ambiziosi, successo, fama, ma queste cose costano, ed è esattamente qui che si comincia a pagare: col sudore). Con l'impegno a leggere, studiare, scrivere: ogni giorno, di più.
Poi certo, non solo ci sono dei parallelismi tra la scrittura e la danza, ma credo siano la stessa cosa: due passioni totalizzanti che ti richiedono la maggior parte della tua vita, due passioni che richiedono sforzi enormi, sforzi che, però, il lettore/pubblico non deve vedere: si dovrebbe riuscire a compiere i passi più difficili e dolorosi col sorriso sulle labbra, sembrando leggerissimi, volanti.
 
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
Domenico Starnone, certamente. È lui che mi ha fatto scoprire qual era la mia scrittura. Prima di conoscerlo – e prima, soprattutto, di diventare sua alunna – la mia scrittura era molto, molto più ingenua, più privata, più immatura. Dopo, non so come spiegare: grazie a lui ho avuto una sorta di rivelazione: ho capito come volevo scrivere. Da allora, Starnone non ha smesso mai di insegnarmi, di spronarmi, di rendermi una scrittrice – e una persona – migliore.
 
Per scrivere Devozione ti sei eroicamente finta una tossicodipendente per quasi cinque anni, al fine di documentarti il più possibile. Sei mai stata scoperta? Qualcuno degli eroinomani che hai conosciuto ha letto il tuo romanzo? E cosa ne pensa?
Questo non lo so. Penso di sì, è impossibile che qualcuna delle persone con cui mi sono finta tossicodipendente non abbia scoperto che ho scritto un libro. Sinceramente, un po' temo il momento in cui ci sarà un confronto tra me e questa persona.
 
I personaggi e le vicende del romanzo sono ispirati dalla realtà o sono completamente inventati?
Tutti e due. Cioè: la storia è inventata, le vicende pure. Ma si tratta di un romanzo su una cosa assolutamente reale, purtroppo, come l'eroina.
I cinque anni che ho passato nella ricerca, nello studio dell'eroina fanno ormai parte della mia vita. E la mia vita è tutta in questo romanzo: non come autobiografia – anzi, come autobiografia per niente – ma come sangue, come impegno, come “darsi”.
 
Ci racconti un aneddoto sul tuo lunghissimo lavoro di ricerca? I tuoi genitori e amici hanno mai sospettato che fossi diventata davvero una tossica, hai avuto problemi con le forze dell’ordine oppure non hai temuto di cadere tu stessa vittima della seduzione dell’eroina?
Gli stupefacenti, i deragliamenti seducono sempre. O almeno: seducono me. Sono sempre stata sedotta da tutto quello che era autodistruzione. La passione però, secondo me, fa questo: in qualche modo, ti protegge dal te stesso autodistruttivo (oppure lo alimenta, non lo so).
Gli episodi sono tantissimi: a Napoli, per esempio, al ritorno da Secondigliano mi ha fermato la polizia. Credeva davvero che fossi un'eroinomane. E, a San Lorenzo, una volta: poco mancava che dei ragazzi mi picchiassero,perché pensavano, ancora una volta, che fossi un'eroinomane. Ce ne sono mille di aneddoti così. Ma ne è valsa la pena. Rifarei tutto daccapo.

Qual è stato il commento di un lettore al tuo libro che ti ha fatto più piacere?
Leggendo Devozione ho scoperto molte co
se su di me, sulle mie dipendenze, sulla mia vita.

 
La protagonista di Devozione, Nikita, diventa eroinomane grazie alla fascinazione per libri come “Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino” o film come “Amore Tossico”, che – nell’intento degli autori – avevano ben più nobili fini, ossia mostrare la realtà più orribile di quella droga. Non hai mai avuto paura che anche Devozione potesse subire una simile eterogenesi dei fini e spingere qualche lettore particolarmente sensibile a provare l’eroina?
No, aspetta. Nikita non diventa eroinomane grazie alla fascinazione per i libri. È proprio questo che tento di spiegare nel libro: non c'è una sola causa per essere eroinomane. Nikita se lo chiede spesso: dov'è cominciato tutto? Di chi è la colpa? Una colpa, una sola, non c'è. Non sono i libri che ti portano alla droga, e nemmeno le cattive compagnie. Non ci sono scuse, né traumi che tengano: se diventi eroinomane, all'eroina ti ci porti tu.
 
Puoi raccontarci una tua giornata tipo? Quanto tempo dedichi alla lettura e quanto alla scrittura? Qual è il tuo metodo di lavoro?
Mi sveglio verso le 8 – a volte più tardi, le 9, le 9 e mezza, a volte, pochissime, prima – e mentre faccio colazione leggo. Mi piace da morire. È uno dei momenti della giornata che mi piace di più. Poi mi metto al computer, e leggo, scrivo, studio, lavoro, fino a sera. A volte smetto prima, o interrompo, se ho qualche impegno. Il più possibile la sera esco, se no divento claustrofobica. A volte non smetto finché non vado a dormire.
 
Scrittori si nasce o si diventa? E ritieni che siano utili i corsi di scrittura creativa adesso molto in voga?
Non so. Si nasce, forse, con la passione per la lettura e per la scrittura, per il racconto. Però non lo so, davvero. Di certo, scrittori non si è mai, per tutta la vita. Non c'è un momento in cui puoi dire: ecco, sono arrivata, sono una scrittrice, sono uno scrittore. Ogni nuova riga che scrivi è una nuova battaglia, una nuova sfida. Di certo, non è l'ispirazione, non è la magia: è l'impegno, la fatica, la dedizione, e la sincerità.
 
Come trovi l’ambiente letterario e culturale di Roma? E quello di Bari?
Quando si è scrittori sinceramente, si è delle belle persone. Quando invece si è scrittori falsi, non lo si è. A Roma, a Bari, dappertutto.
 
Cinque libri che porteresti su un’isola deserta?
Ti posso dire cinque autori, forse. Fenoglio, Bulgakov, Tolstoj, Kafka, Szabò, Cechov, Roth, Pavese, Dostoevskij… E ce ne sarebbero troppi altri.
 
Grazie mille Antonella per esserti sottoposta con infinita pazienza al nostro interrogatorio. Alla prossima!
 
 
Valentino G. Colapinto

:: Recenisone di Scrivere Crime Story a cura di Stefano di Marino

28 settembre 2010 by

scrive_crime_storySCRIVERE CRIME STORY a cura di Sue Grafton  con J Burke e Barry Zeman in collaborazione con gli autori della Mystery Writers Association of America- traduzione Delia Mazzocchi- 310pp- Delos Books euro 18
 
di Stefano Di Marino
Si può insegnare a scrivere thriller? Visto che partecipo a seminari, insegno in corsi di scrittura, scrivo articoli e ho persino firmato un manuale credo che la  ‘mia’ risposta più logica dovrebbe essere sì. La verità è che la creatività è un dono che può essere coltivato ma deve essere innato e purtroppo molti pensano di averlo o di poterlo carpire ad altri. Quindi vi dirò che si può trasmettere qualcosa della nostra esperienza ed essere utili a coloro che sono predisposti ad apprendere ma anche ad elaborare. E credo sia proprio lo spirito che ha spinto gli autori della Mystery Writers Association americana a partecipare a questo bel volume curato da Sue Grafton. Ognuno di loro ha scritto un articolo (una ‘lezione’ se vogliamo) su un aspetto della scrittura coprendo praticamente tutto l’argomento. Sono d’accordo con tutti i loro pareri? Non sempre ma è logico, gli autori stessi seguono vie personali e a qualcuno potranno saltare agli occhi divergenze. Ma questo è il nostro lavoro. Raccontare una buona storia richiede la conoscenza di alcune regole che, negli anni, magari sono cambiate. A seconda del genere di  ‘crime story’ cui vogliamo dedicarci ci sono norme che in una altro filone non sarebbero valide. Lo scopo di questo manuale non credo sia tanto ‘insegnare’ un’elusiva tecnica per sfornare best seller quanto far partecipe chi legge8profano o professionista come me) di una esperienza. E ritrovo con piacere autori che amo, altri che non conoscevo e persino amici che ci anno lasciato come Sturart Kaminski. Ognuno di loro ha qualcosa da dire. Ascoltatelo e poi decidete da soli sei suoi suggerimenti fanno per voi. Anche questo fa parte del processo creativo. Il libro si legge comunque con grandissimo piacere ed è anche una guida alla lettura, all’affinamento di quel gusto che purtroppo manca a moltissimi lettori che si accontentano di acquistare scegliendo dalla pila più alta o  attirati dalla fascetta che (sempre!) ci informa che si tratta di ‘un autore da milioni di copie’. Invece il denominatore comune di tutti i pezzi dei colleghi qui raccolti mi sembra un altro, più vero. Se volete scrivere un bel libro fatelo credendoci… e dateci dentro.

:: Intervista con Alessandra Buccheri curatrice del blog letterario AngoloNero

28 settembre 2010 by

ale3Benvenuta Alessandra su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Dove sei nata, dove vivi, che studi hai fatto? Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori.
Grazie e te per l'ospitalità! Sono nata a Palermo 38 anni fa, vivo e lavoro a Roma da dieci anni. Ho frequentato il liceo classico, poi mi sono laureata in Giurisprudenza a Firenze. Un corso di studi anomalo per una blogger che si occupa di gialli, eh? Sono (eufemisticamente) non alta, scura, capelli lunghi, tipicamente mediterranea. In passato sono stata un po' più abbondante, adesso mi definirei in forma.
 
Un ricordo di Alessandra bambina. Quale è il primo libro che ti hanno letto?
Non me lo ricordo. Le classiche favole, penso. Di una cosa sono certa: ho imparato a leggere prestissimo, intorno ai due anni. Devo ringraziare mia nonna materna: si sedeva di fronte a me e leggeva ad alta voce per ore, e un giorno si accorse che io leggevo insieme a lei. E leggevo al contrario, visto che il libro stava davanti a lei (quindi per me era capovolto). Dopo qualche mese ho imparato a leggere normalmente e da allora, salvo brevissimi periodi, non ho mai smesso.
 
Scrittrice, giornalista, blogger, dove trovi il tempo per tutte le tue molteplici attività?
Togli le prime due: non scrivo e non faccio la giornalista, se non occasionalmente. La vera domanda è: lavori, leggi, scrivi per il blog, guardi un monte di tv, passi un mucchio di tempo tra telefono e pc, giochi a Go e vai in piscina, dove trovi il tempo? La risposta è: non lo so. La verità è che ne risentono le attività di ordinaria amministrazione: non ho il tempo di andare dal parrucchiere, spesso pago le bollette in ritardo e quasi sempre i miei pasti si riducono a un panino davanti al pc. Stendiamo un velo pietoso sul disordine che regna in casa…
 
Gestisci il blog letterario Angolo Nero uno dei più seguiti della rete. Come e quando è nato? Da dove ne hai preso il nome?
L'Angolo Nero è nato poco meno di cinque anni fa. Io avevo un surplus di materiale che non trovava spazio sul Falcone Maltese (la rivista cartacea per cui scrivevo e che adesso ha chiuso i battenti), il network Blogosfere aveva appena iniziato la sua attività e cercava blogger “a tema”. Offerta e domanda si sono incontrate al momento giusto.
Il nome è stato scelto insieme alla redazione di Blogosfere, ma è azzeccato. È un gioco di parole su un vecchio noir di Cornell Woolrich, L'Angelo Nero; dà l'idea di una nicchia in cui si parla di mistero; inoltre ha a che vedere con un'altra mia attività, il gioco del Go. Infine, cosa per me gradevole, mi permette di firmarmi A., che sta sia per AngoloNero che per Alessandra.
 
Il fenomeno dei blogs letterari più o meno professionali che forniscono recensioni e consigli di lettura sta vivendo un vero e proprio boom. Da semplici strumenti di promozione stanno assumendo il ruolo di coscienza critica. Quanto pensi facciano bene al fenomeno libro?
La verità? Poco, se non si fa attenzione. Il cosiddetto passaparola su internet, che in gran parte transita attraverso i blog, ha assunto una dimensione quasi totalizzante. È un fenomeno pilotato dagli stessi editori attraverso gli uffici stampa: riceviamo tutti lo stesso materiale e lo pubblichiamo (spesso, almeno nel mio caso, in forma praticamente grezza) in tempo reale. In questo senso si fornisce un buon servizio di informazioni, ma nulla di più. Il rapido susseguirsi delle uscite fa sì che spesso, a fronte di una segnalazione tempestiva, con altrettanta rapidità i libri vengano dimenticati, sepolti dalle uscite successive. Sarebbe invece importante valorizzare i libri anche successivamente, a breve (ma non brevissima) distanza dall'uscita, dandone un parere critico. Cosa che, ovviamente, non può essere fatta con tutti, almeno nel caso di un blog “a gestione monocratica” come l'Angolo Nero. Però lo sforzo va in quel senso: segnalare (quasi) tutti, promuovere solo alcuni, quelli ritenuti più meritevoli. In questo modo sì, si riesce a fare qualcosa di veramente utile. Non è facile, ma ci provo. 
 
Quali sono i tuoi blogs letterari più amati? Conosci Liberidiscrivere? Ci leggi ogni tanto?
Certo che vi leggo! Anche perché FaceBook agevola la segnalazione e la diffusione degli articoli. Leggo regolarmente quasi tutti i blog “di genere”, da Corpi Freddi a Pegasus Descending passando per Thriller Cafè e Thriller Magazine; Lipperatura; BooksBlog; il blog personale di alcuni scrittori (Sandrone Dazieri, Ugo Mazzotta, Elisabetta Bucciarelli, Cristina Zagaria…) e giornalisti. Ma in maniera occasionale seguo circa duecento blog.
 
Quale è la recensione più difficile che hai scritto? Ti è mai capitato di destreggiarti con uno scrittore scontento dopo una tua stroncatura?
Stroncature pochissime: se un libro non va, non ne parlo (almeno rimane il dubbio che non l'abbia nemmeno letto). Non ricordo recensioni difficili, di solito scrivo sull'onda dell'entusiasmo per ciò che ho letto e non mi “costringo” mai a finire qualcosa che non mi piace. E, di regola, non esprimo pareri su ciò che non termino.
 
Quale è il segreto per una buona recensione?
Aver letto un buon libro (Sorride) Parlare bene è facile. Ma è una linea che seguo da sempre. Il tempo è poco, lo spazio anche: meglio segnalare ciò che merita che perdere (e far perdere) tempo con ciò che non merita.
 
Quale scrittore sogni da sempre di intervistare?
Sai che non sono mai riuscita a intervistare Massimo Carlotto? Pur avendolo incontrato più volte di persona, non gli ho mai fatto una domanda. Tra gli stranieri, Fred Vargas.
 
Che libro stai leggendo attualmente?
Un manoscritto in anteprima; i libri che presenteremo insieme a Enzo BodyCold Carcello durante il prossimo ciclo di presentazioni romane; e poi La legge di Fonzi di Omar Di Monopoli, Queenpin di Megan Abbott e I quattro fiumi, il graphic novel di Fred Vargas (appunto) con Baudoin. Ma, anche se leggo diversi libri insieme, li finisco uno per volta. Il finale è fondamentale e richiede concentrazione.
 
Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito anche italiani?
Quelli dell'ultimo anno, sicuramente: Luigi Romolo Carrino, Sacha Naspini e Enrico Pandiani. Un trio pazzesco. Sono sicura che faranno strada. Per altri versi mi è sembrato promettente il romanzo di esordio di Paola Ronco. Ma in generale giudicare un esordiente è difficilissimo: potrebbe aver avuto un colpo di genio (che non si ripeterà mai più) o, al contrario, potrebbe migliorare con enorme rapidità. L'esordiente è sempre un azzardo.
 
Definiscimi cosa è per te l’amore? Sei una donna romantica?
Aaah domanda terribile, avrei voglia di passare alla prossima… Ma no, dai, parliamone. Sono romantica, sì, e sono vittima dei classici “colpi di fulmine”. Mi innamoro con passione smodata. L'amore, al contrario, ha più a che vedere con la solidità, la fiducia, il progettare, la consuetudine; e richiede tempo. In questo momento della mia vita sono folle
mente innamorata ma non amo, e un po' mi manca, 'sta cosa. Spero sia solo una breve fase. 
 
Tu e Enzo Bodycold Carcello del sito Corpi Freddi avete organizzato a Roma un ciclo di incontri letterari. Vuoi parlarcene?
Beh, l'iniziativa è di Enzo, lui è vulcanico, è una di quelle persone per le quali i problemi sembrano non esistere. Io, da sola, non sarei mai riuscita a realizzare un'iniziativa del genere. Lui ha superato ogni genere di ostacolo. La selezione di autori è stata fatta a poco a poco: solo leggendo i loro nomi uno di seguito all'altro mi sono resa conto che abbiamo messo su un parterre di importanza imbarazzante. Credo che anche lo sforzo profuso in queste iniziative rientri nel desiderio di far conoscere i libri che abbiamo amato e gli scrittori in cui crediamo.
 
Raccontaci un episodio bizzarro, divertente, imbarazzante che ti è successo o a cui hai assistito durante la presentazione di uno scrittore. Se vuoi puoi anche non fare nomi.
No, no, farò tranquillamente il nome: è il mio. Durante il primo ciclo di incontri romani, alla presentazione di Pozzoromolo di Luigi Carrino, sono scoppiata a piangere. Enzo aveva letto un brano tremendamente triste ed emozionante nel quale, tra l'altro, in quel periodo mi riconoscevo in pieno. Non sono riuscita a trattenermi. Il libro, per inciso, è meraviglioso. Non mi risultano agli atti altre presentazioni con il presentatore che si scioglie in lacrime e il pubblico e l'autore che passano i kleenex.
 
Cosa ne pensi della critica letteraria in Italia. Pensi sia sufficientemente autonoma e indipendente?
Assolutamente no, tant'è che io ormai mi fido più del parere degli amici che di quello dei critici (anche se in qualche caso le due figure coincidono). In generale diffido dei capolavori annunciati: salvo rarissime eccezioni, sono tutt'altro che capolavori.
 
Progetti per il futuro?
No: tutte le volte che provo a fare progetti, puntualmente accade qualcosa che smonta tutto. In questo momento preferisco lasciare che le cose accadano. Cerco come sempre di dare il massimo, ma non ho idea di cosa succederà domani. E confesso che non mi dispiace affatto.
 
Grazie ancora dell'ospitalità e a presto.
 
Grazie a te Alessandra

:: Drood di Dan Simmons (Elliot, 2010) a cura di Giulietta Iannone

27 settembre 2010 by

droodCi sono libri capaci di creare intorno a sé un alone di mistero, con venature vagamente soprannaturali; ci sono libri che forse racchiudono realmente segreti ed eventi inspiegabili capaci di intrigare e far scervellare generazioni di lettori.
Questa sorte capitò, nel bene e nel male, a Il mistero di Edwin Drood, opera incompiuta, di quel genio monumentale ottocentesco che fu Charles Dickens, poi pubblicata postuma nel 1870.
Con la sua morte Dickens rese sconosciuto per sempre il finale della sua storia e diede involontariamente inizio ad un fenomeno singolare detto droodismo, (che Valerio Magrelli spiega esaurientemente in un suo interessante articolo apparso recentemente su Repubblica intitolato “Il circolo Dickens se la vita d’ autore diventa un giallo”).
In sintesi il droodismo può essere spiegato come un fiorire di variopinte ipotesi sul finale de Il mistero di Edwin Drood, dalle più scontate alla più eccentriche, e non mi stupirei che qualcuno avesse fatto una seduta spiritica per chiedere a Dickens in persona lumi in proposito.
In questo affollato filone droodista si inserisce a pieno titolo Drood di Dan Simmons, autore dell’ Illinois acclamato per le sue opere di fantascienza e conosciuto soprattutto per la saga nota come i Canti di Hyperion.
Non ostante sia americano, Simmons è riuscito a ricreare una Londra vittoriana con così tanta cura per i dettagli e uno stile così raffinato ed elegante da soddisfare anche i palati più esigenti. Ma diamo uno sguardo alla trama per analizzare le originali soluzioni del caso date da Simmons.
Tutto ruota intorno agli ultimi cinque anni di vita di Charles Dickens narrati in prima persona, non privi di una velata beffarda ironia dissacratoria, da Wilkie Collins, schiavo del laudano, anch’egli scrittore, anch’egli amico o più che altro rivale di Dickens, (maggiormente conosciuto per i suoi romanzi gialli e per la celeberrima La donna in bianco, capostipite assieme ad alcune opere di Edgard Allan Poe di tutta la letteratura poliziesca che pone nei colpi di scena e nella suspense il segreto del suo successo).
Drood entra in scena in modo misterioso e inquietante il 9 giugno del 1865 su un luogo di un disastro che coinvolse Charles Dickens. Ma andiamo con ordine. Wilkie Collins ci informa che Dickens soffrendo di superlavoro si era preso una settimana di pausa dalla scrittura e si era recato in vacanza a Parigi con una misteriosa signora di cui si sa ben poco oltre al fatto che non era sua moglie.
Sbarcati a Folkestone, Dickens e la sua amante presero il treno delle quattordici e trent’atto per Londra, ignari che sul percorso un gruppo di operai era intento a svolgere alcuni lavori di manutenzione che consistevano nella sostituzione di alcune vecchie travi ormai usurate. Per un disguido del tutto fortuito l’espresso Folkstone-Londra con a bordo Dickens si trovò così lanciato a tutta velocità verso un binario mancante.
Inevitabile il deragliamento con tanto di vagoni precipitati nel fiume sottostante. Fu allora, tra morti e feriti agonizzanti, che Dickens come in una visione soprannaturale vide per la prima volta un uomo alto e magrissimo che indossava una cappa nera e pesante.
Magro fino ad essere scheletrico, pallidissimo, con una testa calva e bianca, occhi spiritati e cerchiati di nero, senza palpebre, un naso cortissimo simile a “due fenditure nere che si aprivano su una faccia dal biancore di una larva”, denti a aguzzi e distanziati, Drood si preannuncia più come uno spettro che un uomo e da questo momento in poi ossessionerà le vite sia di Collins che di Dickens.
Decisi infatti a far luce sul suo mistero gli intraprendenti scrittori si lanceranno sulle sue tracce inseguendolo per tutto il libro nelle viscere più oscure e pericolose di Londra, altrimenti detta “Babilonia” o il “Grande Forno” espressioni predilette da Dickens per indicarne i peggiori sobborghi, in luoghi dai nomi sinistri come Whitechapel, Ratcliff Cross, Gin Alley, Three Foxes Court, Butcher Row, Continental Road, the Mint, tra sinistri e umidi sotterranei, fumerie d’oppio clandestine e sette segrete depositarie di agghiaccianti culti.
Ma Drood sarà sempre un passo davanti a loro, avvolto dalla sua fama e dalla sua aura di straordinarietà, protetto dalle tenebre, lasciando nei suoi inseguitori il dubbio se sia una creatura diabolica capace di più di 300 omicidi o un essere superiore dotato di poteri soprannaturali.
A voi scoprire se il mistero di Drood verrà svelato, quello che posso dirvi senza rovinarvi il piacere della lettura è che è un viaggio allucinato e sconvolgente negli abissi della mente umana, dove il genio si confonde con la follia, o forse è anche un viaggio alle origini del processo creativo di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi perduto nei mondi creati dalla sua immaginazione, per lui forse più reali della realtà stessa.
Drood è a mio avviso un libro bellissimo che ho avuto la fortuna di leggere non facendomi spaventare dalla mole, sono ben 800 pagine, e che mi ha stregato un po’ per lo stile e un po’ per il fatto che ogni pagina è un gioco di intelligenza, non ci sono sbavature, parole inutili, parti che vorresti saltare per arrivare più in fretta al finale.
La ricostruzione storica è impeccabile, si ha davvero la sensazione di vivere in un mondo ormai scomparso per sempre fatto di carrozze a cavalli, lampioni a gas, treni a vapore, caminetti scoppiettanti, donne in crinolina e uomini in panciotto, orologio da tasca e cappelli a cilindro. Simmons è un maestro nel creare suspense e tensione aggiungendoci un tocco di soprannaturale con venature horror davvero inquietanti.
Sembra di vederle muovere le zampette dello scarabeo che Wilkie Collins ritiene Drood gli abbia messo nel cervello.
Traduzione di Anna Tagliavini.

:: Intervista con Stefano Giovinazzo direttore di Edizioni della Sera

27 settembre 2010 by

Benvenuto Stefano su Liberidiscrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Parliamo un po’ di te, ti va, dell’uomo dietro molteplici attività editoriali e da poco creatore e direttore della casa editrice Edizioni della sera. Sei romano, nato nel 1980, laureato in Scienze della Comunicazione all’Università degli studi “La Sapienza” di Roma. Punti di forza e di debolezza.
Direttore responsabile di Ghigliottina.it, settimanale di informazione e de Il Recensore.com, quotidiano di cultura editoriale. Qualche considerazione su queste tue attività.
Innanzitutto grazie per l’interesse. Le mie attività sono la mia vita: faccio quel che mi piace, svolgo i lavori quotidiani con impegno, interesse ma soprattutto leggerezza. Sono consapevole delle difficoltà ma la voglia che metto nella mia professione mi dona serenità e motivazioni.

Quale è il segreto di una buona recensione?
Beh non c’è un modello fisso. Per la mia esperienza posso dirti che  quando da un articolo il lettore riesce a farsi un’opinione del libro, a venirne colpito sia in maniera positiva che negativa, allora la recensione ha svolto il proprio compito. Sicuramente la recensione deve lanciare degli spunti di riflessione che il lettore potrà poi approfondire nella lettura.

Qualche commento sulla critica letteraria in Italia da un addetto ai lavori. Tutta provincialismo e salottini buoni o c’è di più?
La critica letteraria in Italia esiste. Questo voglio sottolinearlo. Sicuramente quello che posso riscontrare è un certo buonismo nel recensire che si lega molto spesso a dei contatti professionali che non si vogliono, in alcuni casi possono, perdere.

Parliamo più nello specifico di Edizioni della Sera. Quando è perché e nata? Quanti collaboratori siete?
La casa editrice Edizioni della Sera è nata alla fine 2009 con il primo libro pubblicato a gennaio 2010. L’esperienza accumulata negli anni, l’amore per i libri, la volontà di creare dal nulla prodotti editoriali di qualità e sfidare il mercato attuale sono stati degli impulsi importanti per partire. La struttura della casa editrice è completa, sempre in evoluzione, e particolarmente curata. Oltre al Direttore editoriale che sono io, ci sono gli editor che curano il libro in ogni minima parte confrontandosi con l’autore, gli addetti stampa che sono impegnati nella comunicazione esterna del libro, i grafici che lavorano sull’aspetto “estetico” che sin ad ora è stato molto apprezzato dal pubblico e i curatori delle collane editoriali.

I nostri lettori saranno curiosi di sapere un dietro le quinte;  in cosa consiste in effetti il tuo lavoro? Di cosa ti occupi principalmente? Puoi raccontarci una tua giornata tipo in casa editrice?
La mia giornata ruota a 360° sul libro in ogni suo aspetto. Si inizia la mattina con la solita, interessante, doverosa lettura delle mail. Si prosegue con la verifica dei lavori che stiamo eseguendo sul libro “attuale” da pubblicare. Ci si confronta con l’ufficio stampa per organizzare i lavori quotidiani relativi alla comunicazione tradizionale (rapporto con i giornalisti, verifica recensioni uscite, proposta volumi, rassegna stampa), e online (gestione profili virtuali della casa editrice) e gestire gli eventi. Si scrutano i nuovi manoscritti e si mettono all’attenzione quelli più meritevoli di essere valutati a breve. La gran parte del lavoro consiste nella programmazione.

steGli italiani leggono poco, soprattutto i giovani. Luogo comune o realtà? Che strategie si dovrebbero attuare per avvicinarli alla lettura?
Beh io vivo di una realtà quotidiana praticamente fondata sul libro. Le persone che frequento, soprattutto per lavoro, i luoghi che vivo, ruotano attorno ai libri. Non si legge molto, quanto si dovrebbe. La colpa investe più attori in gioco, non solo il pubblico: da un lato gli editori che molto spesso non puntano sulla qualità ma sulla quantità, da una parte il circuito monopolistico editoriale che crea la stessa cerchia degli editori importanti lasciando poco spazio ala piccola e media editoria soprattutto in libreria. Sicuramente bisogna coinvolgere il lettore in prima persona, andar incontro al pubblico e stimolarlo. Sicuramente le fiere per l’editoria che si stanno sviluppando in giro per l’Italia stanno riscuotendo buoni successi. La strada è lunga ma si può e si deve percorrere.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?
Francamente è dura, molto dura. La soddisfazione, l’esperienza, le possibilità connesse alla pubblicazione di un libro sono veramente tante. Se si riesce ad uscire dalla nicchia e ad imporre la propria scrittura, unita ad un talento che di base deve esserci e nel tempo essere affinato, sicuramente la strada può essere rosea. E molto stimolante.

Internet e letteratura. E’ cambiato il rapporto tra editori e lettori nell’era dei blogs, dei social network?
E’ cambiato, l’editoria ha sfruttato e sta sfruttando tuttora il nuovo modo di comunicare con il proprio pubblico di riferimento: dalle fan page di Facebook ai gruppi su Anobii, ai book trailer confezionati e diffusi su Youtube. Il motivo dominante, ovviamente, è la fidelizzazione.

Cosa ne pensi dell’editoria digitale, degli ebooks? Pensi sia un valido strumento per abbattere i costi o pensi che il libro cartaceo abbia ancora maggiore presa?
Ti rispondo così: meglio un libro elettronico che un non libro. Sicuramente il valore del libro di carta è qualcosa di indiscutibile. Questa ulteriore chance di diffondere cultura, tuttavia, è sicuramente un buon modo per avvicinarsi alle nuove generazioni.

Sul tuo sito ho letto che avete in uscita il 28 settembre un libro a cui sicuramente terrai molto. Il volto delle donne. Conversazioni con Dacia Maraini. Vuoi parlarcene?
Come hai ben detto, è un testo a cui tengo molto. Sia per l’idea della collana che ritengo molto valida, sia per l’importanza della scrittrice che abbiamo intervistato Dacia Maraini. Quando un colosso della letteratura si dimostra disponibile ed entusiasta per i nuovi progetti editoriali, è sempre da sottolineare.

Edizioni della sera parteciperà con uno stand al prossimo salone del libro di Torino? Cosa pensi di questo tipo di manifestazioni?
Ci stiamo muovendo con le fiere. Saremo presenti a Nettuno per la fiera della Poesia i primi di ottobre, dal 22 al 24 dello stesso mese andremo al Pisa Book Festival a presentare un libro sul giornalismo d’inchiesta mentre a fine novembre parteciperemo alla manifestazione Un libro a Milano. Il salone del libro di Torino è l’obiettivo principale del 2011.

Quali sono i progetti per il futuro?
Crescere come realtà editoriale nella piccola e media editoria, lanciare qualche giovane promettente, essere nei salotti che contano.