Recensione di L'istinto del sangue di Jean Christophe Grangé a cura di Stefano Di Marino

28 giugno 2010 by

lMi sono avvicinato all’ultima fatica di Grangé con qualche timore. Premesso che considero ‘Il Giuramento’ uno dei romanzi migliori degli ultimi anni e Grangé uno tra gli autori più personali e anticonformisti del nostro tempo, avevo letto alcune critiche d’oltralpe piuttosto negative su La Foret des Manes. Lo liquidavano come una caccia al serial killer di stampo piuttosto prevedibile. Mai dare retta ai recensori… L’aspetto criminale anche se avvincente e con un bel colpo finale è solo una parte, come sempre, del lavoro dell’autore. Grangé è un autore per pochi, raffinati palati che cercano molto di più della soluzione del mistero in un romanzo. Mescola con abilità noir metropolitano, avventura esotica, horror,e una serie di altre materie che vanno dall’antropologia alla geopolitica al paranormale con la capacità di  coagulare tutto in un unico flusso che ti prende e non ti lascia più. In questo romanzo mi sembra evidente una continuità con Misere, la ricerca delle radici della malvagità umana. Una crudeltà che passava per i nazisti e il regime cileno nel romanzo precedente e qui ripercorre la pista sudamericana dal Nicaragua sino all’Argentina. Grangé informa, ci fa partecipe delle sue ricerche ma non annoia con inutili ‘spiegoni’, alla fine racconta sempre una storia avvincente. Unica nota di perplessità in questo ultimo lavoro (forse) il personaggio della protagonista molto lontano dalle coppie di poliziotti dannati o dalle ragazze perdute come la protagonista del Concilio di Pietra.  Jeanne Korowa sembra un po’ costruita a tavolino con un occhio alle eroine yuppie di certa narrativa thriller americana. Ma è un peccato veniale perché la narrazione avvince e la scrittura è sempre sopra la media. Ma perché quel titolo italiano che abbassa il tono di un romanzo con aspirazioni(realizzate) più alte. Forse si pensava che il pubblico italiano non capisse cosa fossero ‘i Mani’.  Il titolo L’istinto del sangue, assieme alla fascetta che strombazza inutilmente sul numero di copie vendute all’estero, irrita il lettore accorto. Una verniciatura di ‘popolarità’ che il lavoro di Grangé proprio non merita.

Jean Christophe  Grangé- L’istinto del sangue(La Foret des Manes) traduzione di Doriana Comerlati-Garzanti- pp510-euro 19,60

:: Intervista ad Angela Bubba a cura di Nicoletta Scano

24 giugno 2010 by

la_casaAngela Bubba è  nata a Catanzaro nel 1989. Pur essendo una scrittrice così giovane ha già riscosso grande successo e la critica le ha già attribuito importantissimi riconoscimenti: ha vinto il Premio Verga nel 2006, si è classificata seconda al Premio Campiello Giovani nel 2007 e al Premio Italo Calvino nel 2008. Nel 2010 è stata inserita tra i dodici finalisti del Premio Strega per il suo primo romanzo, “La casa” (Elliot), presentato da Paolo Giordano (autore del celebre “La solitudine dei numeri primi”).

Il tuo modo di scrivere e inventare la lingua italiana è molto originale ed è stato subito riconosciuto come uno dei principali punti di forza del tuo romanzo d’esordio, “La casa”. Dove e come nasce l’idea di utilizzare un registro così ricco ed innovativo? E’ davvero una finzione letteraria, o fa parte del tuo vissuto, un po’ come il Lessico famigliare della Ginzburg? Credi che questo registro linguistico andrà a connotare le tue prossime opere,oppure lo immagini già radicato nella realtà della famiglia Manfredi, fulcro de “La casa”?

C'è sia finzione sia immaginazione in questo linguaggio. Non scrivo soltanto in questo modo, l'ho preferito per "La Casa" in quanto era l'unico che riuscisse a darle quella lontananza, quella sospensione necessaria. Non sono la prima a compiere questa operazione. Una grande maestra, non solo di scrittura, come Elsa Morante, mi ha insegnato a    impastare i dialoghi le frasi gli aggettivi..tutto insomma!, a dare dignità al verbo umile come al più colto. Si tratta sempre di parole in fin dei conti, la cosa più "terribile"che esista ovvero. Per "La Casa" era necessario che venissero gestite, o meglio, fotografate, in questa maniere. Ogni libro vuole la sua lingua, è stata La Casa a scegliere.

So che alcuni lettori hanno osservato che ne “La casa” la trama risulta un po’ sfumata, rispetto alla grande forza stilistica e di linguaggio che rendono unico il racconto. Sapendo  che ami molto anche la musica, ti chiedo: credi che la musicalità, il ritmo di un’opera spesso ne determinino anche il successo, l’efficacia?

Anche la parola può essere musica, certo. Prima di essere una lettrice di romanzi, io sono una lettrice di poesia, e la poesia appunto non si capisce se non si hanno le spalle i suoi architravi, eminentemente musicali appunto. "Musica" è poi un concetto veramente ampio, ingestibile per certi versi. Le frasi, e non solamente i versi, devono essere composte per me. Se voglio rendere solare un'affermazione, ad esempio, se voglio immettere una nota di purezza o felicità e gioia, certamente "sfrutto" il potere delle lettere, e sotto tutti i punti di vista.
Non so quanto questa accortezza possa determinare l'efficacia (in termini di vendite) di un'opera. Il gusto è anch'esso qualcosa di complesso, è duro lottare contro lettori (non tutti per fortuna) abituati a pagine "facili", dove la facilità (se così la possiamo chiamare) non è quella di un McCarthy (magari!, direi), quella facilità è banalità, è carenza. Ho avuto delle sorprese in ogni caso, soprattutto da parte di ragazzi molto più giovani di me, e questo mi ha emozionata molto.

Nel tuo romanzo traspare un certo affetto e attaccamento verso le proprie origini e verso la famiglia, la casa, cosa che colpisce sempre in un autore tanto giovane. Che importanza hanno nella tua vita le radici e il legame con il territorio?

La Casa non è un romanzo campanilistico, non ci sono tripudi della mia regione e quant'altro. La geografia anzi sembra qualcosa di accessorio, volutamente. L'epigrafe del libro non è altro che l'incipit di Anna Karenina infatti, siamo in Russia perciò, e facendo dunque capire che sì, stiamo parlando di una famiglia calabrese, con i suoi tratti tipici, con il suo marchio anzi, ma per il resto (azioni, reazioni, confusioni, accuse, scuse..) tutto rientra nel globale concetto di famiglia.  
Certamente ha importanza per me il ricordo della mia regione, di ciò che mi ha dato e continuerà a darmi. Non sono tuttavia una persona faziosa, non sono una persona che antepone la sua origine alle altre. Tutto è misterioso, tutto è vergine ai miei occhi, lo è ancora la Calabria per certi versi, come molte altre terre.

Paolo Giordano è stato il tuo Sponsor al Premio Strega. Una curiosità: cosa hai pensato quando te lo hanno detto? Eri già un’ammiratrice del suo libro d’esordio, “La solitudine dei numeri primi”?

Ho immediatamente ringraziato Paolo per il suo sostegno, è stato un gesto che ho apprezzato molto. Non conosco troppo bene la sua scrittura per esprimere un giudizio, è in ogni caso diversa dalla mia.

Credi che il mondo editoriale italiano offra sufficiente spazio ai giovani e agli autori emergenti? Quale consiglio ti sentiresti di dare a chi si appresta a scrivere un romanzo per la prima volta?

Lo spazio per i giovani c'è, nel senso che se ci si sforza si riesce a trovare un editore che possa pubblicare. Il momento critico è quello successivo, quando il libro cioè va a finire sullo scaffale della libreria: come lo sistemeranno, chi lo comprerà, quanta visibilità gli verrà data? A chi scrive un romanzo per la prima volta non vorrei dare nessun consiglio, non sarebbe giusto. Dico solo che deve partire da una condizione a lungo covata, un dolore, la letteratura è dolore. Certe volte mi sconvolgo, sentendo alcuni autori che parlano della scrittura come se andassero a comprare un sacco di patate, la programmano come un'attività ordinaria, come una sorta di hobby. La letteratura, la scrittura non è un hobby, non è un hobby, lo scrivo per due volte. La scrittura è un po' quello che dice Platone nel Simposio riguardo all'amore: desiderio e ricerca dell'intero. A ciò si dà il nome di amore, io a questo do il nome di scrittura. Qualcosa di assolutamente, meravigliosamente demoniaco perciò.

Ottenere grandi riconoscimenti e il plauso della critica mette le ali o incatena, magari per ansia da prestazione, quella fantasia che tanto è stata importante nella tua esperienza e alla quale hai dedicato il tuo romanzo d’esordio?

La critica, come dire, fa parte del gioco. C'è chi fa il critico con purezza, chi meno. Personalmente cerco di trovare una mia critica, di essere io il mio primo severo giudice, di rodermi fino all'impossibile.
Amo ascoltare i consigli però, e tanti ne ho ascoltati, da molti anni ormai. Molti di questi sono stati utili, e sono stata io la prima a dire: Avevi ragione, grazie! Questo fa parte della crescita, del migliorarsi. Più difficile è parlare con un critico che urla senza neanche aver letto il libro, o lo ha letto a metà, lì non rimane che arrendersi, arrendersi alla mancanza umana.

Molti ti faranno domande legate alla tua giovane età. A me incuriosisce capire se il successo ottenuto nei concorsi cui hai partecipato abbia indirizzato la tua scelta universitaria. E’ stata una
scelta “obbligata” iscriverti a Lettere? Cosa ti aspetti dall’Università?

No, Lettere non è stata una scelta obbligata. In realtà era proprio la Facoltà a cui non volevo iscrivermi. Ricordo ancora quel mese, un mese rovente, poi quella certezza mi si presentò chiara, a un tratto, senza inganno. Fu una rivelazione.
Riguardo all'Università mi aspetto che migliori prima di tutto, non solo per gli studenti. L'Università è un vero e proprio mondo, e accanto alle cose belle ci sono le truffe, le furbizie, le cose non dette o dette male, le miserie..C'è la speranza comunque, quella non manca di certo. Il discorso, in ogni caso, sarebbe davvero troppo lungo.

So che sei anche una appassionata lettrice: ci sono autori a cui ti ispiri? Romanzi che hanno inevitabilmente segnato la tua crescita?

Tutti i romanzi mi segnano, anche quelli che reputo non belli. L'Isola di Arturo è però quello che sento cucito non nella pelle ma di più, nei globuli rossi, anzi nei quark dei miei globuli rossi. Non sono mai stata a Procida, quando ci andrò so che sentirò un'emozione più forte di quella provata sull'Acropoli di Atene, so che ci sarà qualcosa di magico e di estremo. Questa è una delle mie grandi (stupide forse) certezze.

D’obbligo, in chiusura, è domandarti se stai lavorando a nuovi progetti. Ci vuoi dare un’anticipazione?

Sì, ho a lungo covato questa nuova storia. Da un anno circa. Sarà tutto molto diverso da La Casa, o meglio, alcuni dati obbliganti della casa ci saranno, ma più come ricordo, come sfumatura. Non è ambientato in Calabria e non ci saranno i Manfredi comunque, loro non potrebbero vivere fuori dal loro rifugio.

:: Recensione di Salto d'ottava di Antonio Paolacci a cura di Giulia Guida

23 giugno 2010 by

Giochiamo a riciclare la rivoluzione?” [Rileggendo “Salto d’ottava”, A. Paolacci.]

Secondo quanto attesta Cartesio nel suo Compendium musicae, l’ottava sarebbe il punto di partenza, dal quale per sottrazione si ricaverebbero tutte le dissonanze e consonanze. Infatti essa rappresenta l’intervallo sonoro in cui i gradi vengono ad essere ordinati. Gli estremi dell’intervallo d’ottava sono due gradi diversi tra loro, ma caratterizzati dallo stesso aspetto strutturale che si ripete sempre uguale a se stesso. Il salto d’ottava pertanto, che si presenta in genere nel senso contrario alla linea melodica da cui proviene, consiste nel passaggio da una vibrazione sonora alla stessa identica vibrazione, soltanto più acuta. Met è  un adolescente. Deve avere quattordici, forse quindici anni. Sta tutto dentro la sua felpa nera con la zip, una tavola da skate sopra quattro rotelle malconce per sfidare i propri limiti, abbattere le barriere delle convenzioni sociali. Un paio di All Star piene di buchi, scolorite, mezze scollate, perchè è così che le portano tutti. Altrimenti meglio non portarle affatto. I segni del tempo che passa raschiano contro le suole, fanno a pezzi la tela, ma lasciano intatta la pelle. Anche se Met sente che c’è qualcosa di storto in tutto questo. Che forse le cicatrici non ce le dovrebbero avere i vestiti, ma le persone. Che la rivoluzione non può stare in un paio di scarpe tutte uguali. Che la convenzione da combattere è annodata proprio tra quei lacci, in cui ci si sente così al sicuro, così invisibili, così arrabbiati, tutti assoldati nella fila di un’anarchia giovanilista antistituzionale, a pestare i piedi, abbattere ogni punto fermo, senza pensare a cosa costruire dopo. Destrutturare, fracassare, spezzare, creare distorsioni, tutti allo stesso modo, tutti senza un’idea di come rimontare i pezzi, né la voglia di domandarsi cosa farsene di un ipotetico futuro. E’ un’eventualità che non si mette in conto. Met si fa domande, ma non parla. Continua a camminare alla stessa velocità in questa spirale senza curve, aspettando di cavalcare la rampa giusta, segnando il punto decisivo, per fare quel salto nel vuoto e cambiare il corso degli eventi. Essere lui a scegliere le sue probabilità, le sue ipotesi di futuro, la sua definizione di rivolta. Essere lui lo spartiacque della sua vita, inseguendo sbagli che siano solo suoi,  cambiando livello, dimensione, intervallo sonoro. Riscrivere sopra queste rovine, che si ritrova tra i piedi, una musica del tutto nuova, lontana da etichette pseudo-alternative, senza ripetizioni, ritornelli, strofe fisse. Uscire dal loop di questo revival beat e costruire un mito tutto suo, che non sia riciclato da nient’altro.  Matteo è  un uomo adulto. Deve avere trentaquattro, forse trentasei anni, non riesce proprio a ricordare bene questa mattina. E’ il suo compleanno, così gli dicono i suoi dipendenti. Ma lui non riesce a decidersi. Faccia contro faccia. Lo specchio gli rimanda indietro un riflesso maldestro, un ipotetico presente di cui ha deciso poco o niente. Un divorzio alle spalle, due figli con cui non riesce mai a parlare, una casa di produzione cinematografica regalatagli dal padre- lui che di far cinema non ne aveva proprio voglia, ma chi mai potrebbe dire di no- una casa da soap opera americana in cui sembra un intruso. Lui che si sentiva così storto in tutto quel marcio, quando era ragazzo. In quegli ambienti da salotto pseudo-intellettuale, tra quei discorsi fatti di fumo, tutti a ricercare la parola più difficile, l’inquadratura più sofisticata, il montaggio più cerebrale. Tutti a fare acqua da ogni parte. Ci si era ritrovato dentro fino al collo, così come era piombato nella sua casa a cristalli liquidi. Vestiti, soprammobili, bottiglie di vino sui tavoli. Non si muove niente, tutto è disposto secondo un ordine artificiale, innaturale, finto. Non sembra ci sia abbastanza ossigeno per poterci abitare. Non c’è niente di usato, logorato, poi buttato via. I pavimenti non conoscono il rumore dei suoi passi, sono bianco freddo, senza una mattonella spaccata, senza una palla di polvere negli angoli. Matteo fruga le pareti con gli occhi questa mattina. Cerca disperatamente una macchia, un graffio, una crepa che gli raccontino qualcosa su di lui, che gli indichino finalmente il punto di rottura dove ogni movimento s’è fermato, mentre il tempo ha continuato a scorrere. Quel momento in cui tutta la sua vita è finita per diventare una linea retta, una spirale che si rincorre in tondo, un rivivere situazioni già vissute a diversi gradi di intensità e di consapevolezza, un salto d’ottava, un ciclico rincorrersi di svolte immaginarie, curve apparenti, un gioco di pieni e vuoti, l’inversione di direzione nello stesso intervallo sonoro, da una vibrazione all’altra. Sempre lo stesso suono ripetuto fino all’ossessione, alla paranoia, alla vertigine della monotonia. Met trova un cadavere di un ragazzo in una fabbrica abbandonata, il Rottame.Guarda la morte in faccia, ma non ne parla a nessuno.Matteo deve girare un documentario su quella fabbrica, riprendere il ferro ossigenato delle lamiere di giorno, le storie torbide che si racconta accadano lì la notte.Ora, non avrò  la giusta obiettività o competenza per scriverlo, ma non credo che di teste come quella di Antonio Paolacci se ne trovino molte in giro. Non è solo una prova di talento o di stile, questa sua seconda fatica. E’ una grande prova di intelligenza. Paolacci sa scrivere e soprattutto pensa prima di farlo, cosa che vi sembrerà banale, ma visti i tempi che corrono non lo è affatto. In più pensa con coraggio, tira fuori una salda coscienza critica antigenerazionale, una vitale e brutale  onestà intellettuale, tenendosi lontano dall’etichetta di genere come già aveva dimostrato di saper fare nel suo romanzo d’esordio, “Flemma” (Perdisa Pop, 2007).E soprattutto riesce a dire quello che deve e che vuole dire nei suoi romanzi, senza il bisogno di dirlo al di fuori.
Se non è  roba rara, questa. Fate voi.

:: Recensione di Lick di Lulu Berton a cura di Giovanni Choukhadarian

22 giugno 2010 by

Lulu Berton, Lick, Venezia, Sonzogno, 2010, 188 pagg., 16 euro

Il sottotitolo di questo esordio narrativo non mente: “commedia erotica in 6 atti”, si annuncia, e giusto quello si legge. Lulu Berton, che sembra un nome finto ma pare non sia, è una giovanotta mezzo italiana e mezzo americana. Qui racconta le paradossali vicende di una ragazzotta di Venezia, trasferita a Londra per scoprire la vita, il mondo e, come pare, soprattutto i fatti dell’amore carnale. Se qualcuno sta pensando a una Melissa P. in salsa leghista, no, non è quello. Berton, di mestiere giornalista chic, è troppo scaltra per un prodotto del genere. No, qui prevale la dimensione umoristica, quando non propriamente comica. La protagonista, che si chiama senza gran fantasia Lola,  fa la spogliarellista nei pub meno consigliabili, poi cambia e diventa richiestissima telefonista erotica, fin che non s’innamora di un chitarrista rock piuttosto sfasciato. Il basso continuo della narrazione è però il vecchio padrone di casa di Lola, fanatico cultore del suo giardinetto, in apparenza burbero come un Mr. Rochester 150 anni dopo, in realtà di un’ingenuità quasi dolce. Lulu Berton lo inserisce ogni tanto, a segnare i cambi di vita di Lola, come fosse lui il faro di una vita così scombiccherata. Le storie di Lola e compagnia sono raccontate con partecipe disincanto e il desiderio anche troppo esplicito di far ridere il lettore. Berton detiene una lingua letteraria disinvolta, adopera a volte similitudini meno che dantesche ma ha buoni tempi comici e usa con discrezione il paradosso, strumento retorico affatto maschile. Siccome l’estate comincia in questi giorni, Lick sembra un buon libro per accompagnare le giornate in spiaggia. Il mare, un lettino e l’ombrellone e un buon libro: non è questa l’estate dei lettori forti?

:: Intervista a Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

22 giugno 2010 by

Mons Kallentoft

Ciao Mons. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mons Kallentoft ?

Sono un romanziere svedese, che vive a Stoccolma. Ho 42 anni e Midwinterblod è il mio primo romanzo poliziesco. Ho pubblicato tre romanzi “regolari” prima, e una raccolta di scritti di viaggio. Della serie su Malin Fors, in Svezia sono già stati pubblicati quattro libri.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia. Qual è il tuo background?

Ero un ragazzo cresciuto a Linköping nella campagna svedese, quando ho scoperto la letteratura. Fin da piccolo scrivevo storie, mi è sempre piaciuta la fuga dalla realtà che i libri offrono. E prima di riuscire ad essere pubblicato ho scritto un sacco lavorando nella pubblicità e come giornalista.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere? 

Sono stato costretto a letto dopo un intervento chirurgico a causa di un incidente subacqueo, quando avevo 14 anni. Non avevo nulla da fare e così alcuni amici mi hanno dato alcuni libri da leggere. Kafka, per esempio, e da allora ho scoperto la scrittura.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro? 

Il mio primo libro si intitola Pesetas ed è ambientato a Madrid. Volevo scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere come lettore… quindi è una storia di ladri di banca, cocaina, ecc …

Chi sono state le tue prime influenze?

Cormac McCarthy, F. Scott Fitzgerald, Walter Mosley, Kafka

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Sono stato rifiutato dagli editori per quindici anni. Non volevano pubblicare le mie poesie! Così decisi di scrivere sul crimine e la morte e finalmente arrivò il successo , sotto forma di audience e premi letterari!

Qual è il tuo libro preferito? 

Mi piace raccontare storie classiche. Meridiano di sangue di Cormac mcCrthy è il mio favorito.

I tuoi personaggi sono spesso molto simili a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, i miei personaggi non sono simili a me, anche se le emozioni e le speranze, ecc, sono le mie. Spesso uso alcuni stereotipi del genere poliziesco per creare i miei personaggi che risultano ai lettori familiari ma nello stesso tempo tendo a sorprendere e confondere. Tuto ciò rende, a mio parere, i miei personaggi molto credibili. Siamo tutti unici, e anche un po’ degli stereotipi, che ci piaccia  o no. E partendo da questo si possono costruire dei personaggi molto forti e interessanti.MonsKallentoft6638

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Canto degli uccelli, da Sebastian Faulks.

Dimmi qualcosa di Fors Malin.

Lei è la protagonista dei miei libri. Ha 34 anni, è un’ ispettore di polizia single con una figlia adolescente. Ho scelto un eroe femminile per molte ragioni. Fondamentalmente  perché era il personaggio che mi è venuto in mente quando ho deciso di scrivere un romanzo poliziesco, in secondo luogo volevo creare un eroe diverso dal resto dei romanzi polizieschi scandinavi. Ma poi ho voluto anche lei per avere la possiblità di descrivere alcuen daratteristiche personali: beve molto, lavora molto, ha problemi nei rapporti di coppia … il tutto al fine di creare qualcosa di familiare e nuovo. Questo era un sfida interessante per me. Per me personalmente Malin è interessante perché ha preso una vita tutta sua. Io non controllo più le sue azioni, lei ne ha il controllo, e mi piace la sua complessità e le sue contraddizioni, il suo dualismo e la sua  resistenza e le sue intuizioni. Lei è una persona che fa della realtà e del futuro un foglio bianco, tutto può succedere in sua compagnia. Io amo quel tipo di persone anche nella vita reale.

Midvinterblod Sangue di mezz’inverno è il tuo quarto romanzo. Raccontami qualcosa.

E ‘una storia dura ma poetica su un omicidio raccapricciante nel più freddo degli inverni. Incontriamo Malin Fors per la prima volta. È un libro al tempo stesso poetico e classico e porta qualcosa di nuovo al genere poliziesco. Un giornalista rispetto a Dostojevsikj …. hmm.

Ami ascoltare  musica mentre scrivi o preferisci il silenzio?

Silenzio …

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Sono fanatico per la gastronomia e soprattutto amo l’Italia e la sua cucina. Ho scritto molto sulla cucina italiana e Massimo Bottura di Osteria Franscescana è il mio chef italiano preferito …

Hai molti fans. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Amo molto i miei lettori ma sono una persona molto riservata, comunque incontro spesso i mei  lettori nella vita reale. Rispondo a tutte le lettere e le mail che ricevo.

Cinema e scrittura sono una strana coppia, che cosa ne pensi? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

A dire la verità esistono pochi adattamenti di successo di film tratti da libri. Fare un film è  processo molto imprevedibile che non mi piace affatto. Sì, ci sono progetti di film tratti dai mei libri, ma io non non partecipo alla realizzazione. Questa è la mia scelta.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Ha ricevuto anche recensioni negative? 

Specie da alcuni, non da molti, e mi è capitato di perdere le staffe per cinque minuti. Alcune recensioni negative sono inevitabili nella vita di uno scrittore. Comunque la vita continua anche dopo una recensione non favorevole.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Scrivere, scrivere e  ancora scrivere. E’la pratica che ti rende migliore.

Che cosa è la libertà per te?

Viaggiare per il mondo con la mia famiglia e scrivere dove voglio senza dovermi preoccupare dei soldi!

Raccontami in esclusiva per Liberidiscrivere qualcosa del tuo prossimo romanzo. Ora stai scrivendo un nuovo romanzo? 

Si sto scrivendo il quinto libro su Malin Fors…

:: Recensione di La breve seconda vita di Bree Tanner a cura di Nicoletta Scano

22 giugno 2010 by

breetannerDopo due anni di attesa è uscito un nuovo libro di Stephenie Meyer, raggiungendo già  nella prima settimana di pubblicazione i primi posti della classifica dei libri più venduti nel periodo. Il romanzo, presentato dall’autrice stessa come “un episodio mai narrato in Eclipse”, svela ai lettori i retroscena di quanto narrato nel terzo volume della Saga che ha venduto oltre 100.000.000 di copie nel mondo. In questo breve romanzo (meno di 200 pagine senza divisione in capitoli), abbandonato il punto di vista dell’adolescente umana Bella Swan, protagonista dei primi quattro volumi della Saga, la scrittrice accompagna il lettore alla scoperta di un universo parallelo a quello dei Cullen, i vampiri “vegetariani” (poiché si nutrono solo di sangue animale) conosciuti nelle precedenti vicende, e presenta la realtà opposta dell’esercito di vampiri creati dalla letale Victoria per vendicarsi del clan dei Cullen. Ciò che colpisce chi si è già appassionato al piccolo universo creato dalla Meyer, è la capacità di questa scrittrice di creare un vero e proprio mondo, ampliandolo senza far venire mai meno la curiosità e il desiderio del lettore di conoscere nuovi dettagli, affezionarsi ad altri personaggi, che anche laddove solo accennati sembrano poter prendere vita autonoma e voler raccontare le proprie vicende. La protagonista di questo nuovo romanzo, Bree, presente per non più di due pagine in Eclipse, si trova a vivere la propria esistenza vampiresca in un contesto completamente diverso da quello che i fans aveva imparato a conoscere, e si avvicina molto di più all’immagine tradizionale del vampiro cui la letteratura ci ha abituati. Come i vampiri della tradizione più classica, Bree beve sangue umano, e si comporta da assassina, senza alcuna pietà né particolare interesse per gli umani. Tuttavia, nell’arco della sua breve esistenza, inizia a relazionarsi con altri della sua specie i quali la spingono a domandarsi se non ci sia qualcosa di più importante nella sua vita della continua caccia al sangue e dello scontro tra simili per la supremazia, portandola a rivalutare la sua visione dei rapporti e della realtà. Purtroppo, questo germoglio di consapevolezza non trova il tempo di sbocciare completamente, essendo il suo destino ormai segnato dall’appartenenza all’esercito creato dal vampiro Riley per Victoria: Bree si troverà coinvolta in una battaglia, narrata anche questa parallelamente in Eclipse, seppure da altro punto di vista, che avrà per lei un esito catastrofico. E’ come un cammeo, un omaggio agli appassionati della Saga, l’incontro di Bree con Bella ed il clan dei Cullen, narrato nelle ultime pagine del racconto, in cui al contrario non è che velatamente accennata la presenza degli indiani-lupi, coprotagonisti degli altri quattro volumi della storia. Attraverso gli occhi di Bree, si chiarisce ancora di più la grande originalità dei vampiri vegetariani inventai dall’autrice e contemporaneamente diviene lampante come siano proprio loro, ancora una volta, a risvegliare l’interesse per questi romanzi e ad aver catturato il cuore di milioni di lettori negli oltre cinquanta paesi in cui i libri sono stati tradotti. Da sincera ammiratrice di Stephenie Meyer non posso che apprezzare questo ulteriore piccolo tassello apportato all’universo di Twilight, dovendo però ammettere che, in fondo, ciò che gli appassionati più desiderano dall’autrice, sia il prosieguo delle vicende dei protagonisti principali o il completamento dell’ormai attesissimo ed incompiuto Midnight sun, opera in cui si potranno finalmente conoscere i punti di vista, i turbamenti e le emozioni dell’eroe indiscusso della saga, il vampiro innamorato di un’umana Edward Cullen.

Intervista a Pasquale Romeo autore di “Maschio addio” (Armando Editore) a cura di Cristina Marra

21 giugno 2010 by

Foto Romeo e libroAlla figura naturalizzata del maschio e al ruolo sociale e familiare indebolito dalla caduta degli stereotipi nei rapporti uomo-donna è dedicato “Maschio addio” (Armando editore, collana Uroboros, euro 9,50), l’ultimo saggio di Pasquale Romeo. Psichiatra e psicoterapeuta, Romeo, già autore di saggi sui rapporti di coppia e sulle dinamiche familiari tra i quali, “Soli soli soli”(Bietti Media”, “Tradire, l’altra faccia dell’amore” (Bastoni editrice), “Amore e caos” (Rubbettino Editore), “Senza Legami” (Armando Editore), in “Maschio addio” si concentra sul concetto di crisi del maschio e sulle sue cause. Figlio, mammo, puer aeternus, l’uomo non ricopre più il suo ruolo di seduttore e capo famiglia ma è sempre più propenso a cedere lo scettro alla donna. Secondo Romeo, la donna raggiunta la parità e il potere, ha privato l’uomo delle sue prerogative predominanti e lo ha inevitabilmente imprigionato in un ruolo secondario in cui l’aspetto esteriore e la cura della propria persona diventano prerogative fondamentali.  L’autore, ripercorrendo le tappe fondamentali della formazione dell’identità maschile e dei suoi disagi nella società, si sofferma su particolari periodi storici fino all’età post-moderna e incalza il lettore con domande creando una sorta di dialogo scrittore-lettore che stimola alla riflessione e alla partecipazione.

Dopo “Senza Legami”, sulle problematiche del rapporto uomo-donna, dedica il suo ultimo saggio all’uomo, anzi al maschio e all’indebolimento del suo ruolo sociale.  Alla crisi del maschio corrisponde una mascolinizzazione della donna?

“Sì, esatto. Il cambio dei ruoli ha invertito alcuni aspetti e modificato la mascolinizzazione e la femminilizzazione”.

“ Esiste, dunque,  rivalità tra uomo e donna?”

“Una volta esisteva una complementarità ora invece sembra emergere un vero e proprio conflitto assolutamente rilevante come dimostrano alcune frange culturali perverse  vedi la misandria”. 

La nostra società propende in modo sempre più evidente verso un appiattimento delle diversità tra genere femminile e maschile?

“Uomo versus donna è diventato uomo contro donna appiattendo le differenze che davano ricchezza”

Che ruolo ha oggi il maschio all’interno della famiglia?””

Il pater familias è finito con il 1971 con il nuovo diritto di famiglia oggi l’uomo sembra aver cambiato  ruolo senza assumerne uno preciso, mentre prima il padre aveva anche a tavola un posto definito ora questo sembra essere incerto e mal definito”.

“ Nel suo saggio offre tante risposte ma pone anche molte domande, è nel suo stile “dialogare” con i lettori?”

“Sì, mi piace molto avere un rapporto umano con l’altro altrimenti non potrei fare lo psicoterapeuta.”

“ Nel suo tour promozionale del saggio incontra tanti lettori, quali sono le loro domande o curiosità più ricorrenti?”

“Sono molte le loro curiosità, tra le domande più frequenti sono quelle su cosa fare e come comportarsi nelle nuove famiglie come quelle dei separati con figli a carico e risposati.”

“Maschio addio” è rivolto soprattutto a lettori giovani?”

“No a tutti ,certo i più giovani vivono soprattutto queste problematiche figlie dell’epoca.”

“  Ma il macho latino  è davvero scomparso?”

“Quello tradizionale penso proprio di sì”

“ In Appendice tratta gli argomenti delicati della misandria e delle case chiuse…..”

“Un grande giornalista sosteneva che le case chiuse erano un puntello fondamentale per la  nostra società insieme alla scuola e lo  Stato.”

Le sue ricerche cliniche e le sue esperienze professionali influiscono sulla scelta  degli argomenti dei saggi così come i racconti dei pazienti hanno un ruolo centrale all’interno dei libri. Qualche anticipazione sul suo prossimo lavoro?”

“Un lavoro che mi sta prendendo molto riguarda il tema dell’identità e come questa sia cambiata a tal punto che sono aumentati a dismisura i disturbi di personalità”.

:: Recensione di Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona a cura di Maurizio Landini

21 giugno 2010 by

bassavilla-cover“Da quelle parti viaggiano le idee” scrive Danilo Arona a proposito di Bassavilla e i suoi dintorni.  “Qui spesso sono le rappresentazioni mentali e le costruzioni dell'immaginario a determinare i comportamenti sociali.” E un bravo detective dell’altro mondo, questo lo sa: per condurre le sue indagini, si avvale di strani consulenti e non manca di seguire le “conferenze” del popolo dei bar.
Spettri, vampiri, streghe, possessioni mediatiche… Storie vere che sembrano fantastiche o storie fantastiche che sembrano vere? Ritorno a Bassavilla è un viaggio suggestivo tra l'insolito del quotidiano e la quotidianità dell'insolito ma è anche un motivo per riflettere sui mutamenti della società e sulle nostre paure che invece restano intatte, sembrano tener bene all'attacco impietoso del tempo.
“Bassavilla” scrive l’Autore, “si offre come dimostrazione tangibile che le paure della cosiddetta finzione letteraria non sono il parto fantastico di autori più o meno geniali. Paure che sono invece vita, né più né meno, in grado di fecondare e nutrire l'unica corrente realistica di cui disponiamo.”
Bassavilla come Castle Rock –locus horridus della produzione kinghiana-, dove “il reale può ancora configurarsi come prodotto del fantastico”.
Reale e fantastico si alimentano vicendevolmente, costituendo un’entità simbiotica che è allo stesso tempo ectoplasma e vita nei campi. “La più ricca conoscenza dell’albero comprende sia il mito che la botanica” affermava l’antropologo Gregory Bateson
E Danilo Arona, narratore e cacciatore di misteri, percorre abilmente questo limen; lo fa con  soprannaturale maestria.

Ritorno a Bassavilla
Danilo Arona
2010 Edizioni XII
pagine 190

:: Recensione di Buttarsi di Dan Fante

19 giugno 2010 by

ButTutto era cambiato a Los Angeles, ma niente era diverso. L.A. era diventata un esempio perfetto dell’America del Ventunesimo secolo. Una città a gettoni.

Non deve essere facile essere il figlio di un’icona della letteratura americana, un figlio del sogno americano, non lo è certo stato facile per Dan Fante, figlio del celeberrimo John Fante autore di Aspetta primavera Bandini e Chiedi alla polvere. Esce in questi giorni per Marcos y Marcos il suo Buttarsi quarto episodio della vita tormentata di Bruno Dante dopo Angeli a pezzi, Agganci e dell’edizione non ancora disponibile in traduzione italiana di Spitting Off Tall Buildings. Siamo a Los Angels, la sfavillante capitale del sogno americano e Bruno, sempre tormentato dai suoi demoni interiori, dall’ingombrante figura paterma e dalla voce nella sua testa, che ha deciso di chiamare Jimmy, che gli ricorda ogni momento di essere un fallito, cerca di fare l’unica cosa che ancora lo tiene vivo: scrivere. Almeno una pagina al giorno, questo è il patto con se stesso, l’unica ancora di salvezza in un mare di alcool  e psicofarmaci. Una vita alla deriva la sua, senza scopo, folle, una vita molto simile a quella dell’autore e proprio per questa aderenza tra vissuto e  creazione artistica, il sapore della verità acre, sgradevole, sulfureo emerge dalle pagine in tutta la sua  caustica nitidezza. Per sbarcare il lunario Bruno si improvvisa chaffeur di auto di lusso cosa c’è di meglio che scarrozzare per Los Angeles celebrità, rockstar e pezzi grossi del cinema di New York e Los Angeles in cambio di un tetto sulla testa, l’assicurazione medica, ferie pagate e una partecipazione del venticinque percento dopo sei mesi se fosse riuscito a tenersi fuori dai guai. Bhe certo c’è sempre il problema dell’alcool ma la promessa al suo capo di recarsi ogni tanto alle riunioni degli Alcolisti Anonimi sembra bastare. Bruno accetta con entusiasmo questa offerta del destino che per una volta sembra guardarlo con benevolenza e finanche sorridergli e ci mette tutto se stesso per prendere al volo questa occasione di riscatto, ma tutta questa pacchia non sembra destinata a durare c’è ad attenderlo un conto da pagare ma l’incontro con un’anziana editrice e poetessa proprio ad un passo dal precipizio sarà la sua salvezza. Buttarsi è un romanzo bellissimo e disperato, il canto del cigno di un’America che dietro la sua patina scintillente di paladina del progresso e dell’ottimismo nasconde un’anima nera e malata. Con lucidità e senza compassione Dan Fanta scava nel nero magma che si agita sotto la superfice del sogno americano, dell’Eldorado di benessere e finta opulenza e con una sincerità senza compromessi cerca le ragioni per cui vale ancora la pena vivere e morire. Scrittura nitida e scintillante, diretta a colpire al cuore, sparata a mille in un sesseguirsi di vertiginose discese e risalite. La disperazione è feroce ma mai assoluta e pure nei momenti più bui c’è un piccolo spiraglio da cui si può intravedere un futuro migliore illuminato da un barlume di speranza. Figlio letterario di Bukowski forse più che del suo vero padre, Dan Fante si appresta sicuramente ad essere una delle voci più interesssanti dell’America contemporanea e non solo. Traduzione Michele Foschini.

Intervista a Dan Fante qui.

:: Schegge di Sebastian Fitzek (Elliot 2010) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2010 by

Schegge di Sebastian FitzekBerlino, tardo autunno, giorni nostri. Marc Lucas è un avvocato e assistente sociale, il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri: ragazzi sbandati per lo più abbandonati per strada, drogati, disperati. Marc Lucas ha un dono, è un sensitivo, può avvertire stati d’animo, provare empatia e compassione. Marc Lucas è anche fortunato, è felicemente sposato con Sandra, è in attesa di un figlio, è felice, nulla potrebbe andare meglio, poi all’improvviso la tragedia. A causa di un incidente stardale di cui lui si sente responsabile, Sandra muore e con lei il bambino. La vita di Marc Lucas diventa di colpo insopportabile finchè un annuncio su un giornale non gli ridà speranza, un’ ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con tutte le sue forze:

“Avete subito un grave trauma e volete cancellarlo dalla vostra memoria? Allora rivolgetevi a noi tramite e-mail. La clinica privata Bleibtreu cerca volontari per un esperimento sotto stretto controllo medico.”

Marc Lucas senza pensarci manda la mail e viene contattato. Incuriosito, spaventato, pieno di speranza si reca alla clinica Bleibtreu, compila moduli, fa analisi poi all’ultimo non se la sente. Non firma il consenso e torna a casa. Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non va. La sua auto non è più parcheggiata al solito posto. Sulla sua porta non c’è più il suo nome. Le chiavi non entrano nella serratura e quel che è peggio quando suona alla sua porta viene ad aprirgli Sandra la sua moglie morta che non lo riconosce. Lo shock è paralizzante. Come può essere posssibile? Ma questo è solo l’inizio. Il suo telefonino è privo di memoria. L’unico numero che ricorda è il proprio, lo chiama e gli risponde Marc Lucas… ma non è lui. Si reca sul suo posto di lavoro e vi trova uno sconosciuto. Disperato raggiunge la clinica Bleibtreu e al suo posto trova un cantiere e una voragine aperta. Cosa gli sta succedendo? Sta forse impazzendo? Più indaga, e più invece di sciogliere i nodi scopre cose ancora più inverosimili: una sceneggiatura che sembra ripercorrere tutta la sua storia e anticipare il futuro, un numero di telefono al quale non può fare a meno di chiamare. Benvenuti nel mondo di Marc Lucas. Benvenuti nel peggior incubo che vi possa capitare dove verità e menzogna si confondono, dove tutto sembra una gigantesca allucinazione e si arriva persino a dubitare di esistere. Ma a tutto c’è una spiegazione, una logica, plausibile, spietata, ogni tassello anche il più isignificante si incastra alla perfezione nel perfetto ingranaggio ideato da Fitzek. Schegge è senz’altro uno dei più avvincenti e spiazzanti thriller degli ultimi tempi. Geniale nel suo esordio, incredibilmente coinvolgente, si legge tutto di un fiato non dandoti il tempo di fare altro. La curiosità ti spinge a giarare le pagine, e a chiederti sgomento, come il protagonista, ma che cosa sta succedendo? Sta tutto capitando solo nella mente del protagonista o i fatti sono reali e poi alla fine si troverà una spiegazione per tutto? I capitoli sono brevi, nervosi, la scrittura è sincopata, travolgente, i fatti descritti agghiaccianti nella loro apparente assurdità. Fitzek con un talento del tutto raro crea un gioco ad incastri senza descrivere in realtà avvenimenti violenti o raccapriccianti la tensione è puramente psicologica, tutto accade nella mente del protagonista e la sua angoscia viene trasmessa al lettore con naturalezza come in un meccanismo di vasi comunicanti.

Sebastian Fitzek è autore di una serie di romanzi (genericamente definibili psychothriller) di incredibile successo. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo.
Tra i titoli in edizione italiana ricordiamo Il ladro di anime (Elliot, 2009), Il bambino (Elliot, 2009), La terapia (Rizzoli, 2007 – Elliot, 2010), Schegge (Elliot, 2010), Il gioco degli occhi (Elliot, 2011), Il cacciatore di occhi (Einaudi, 2012), Il sonnambulo (Einaudi, 2013) e Noah (Einaudi, 2014).

:: Novità in uscita per Sperling Kupfer in libreria dal 22 giugno

18 giugno 2010 by

– LEGACY di Cayla Kluver
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004886)
– GUIDA AGLI UOMINI di Belle de Jour
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004907)
– LE REGOLE DEL CUORE di Maeve Binchy
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004868)

poi usciranno in versione paperback

– LA CORONER di M.R. Hall
(http://www.sperling.it/scheda/978886061662)
– UNA VOLTA ANCORA di Danielle Steel
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061638)
– SEMPRE CON ME di Abigail Thomas
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061641)

:: Recensione di Il sole sorge sul Vietnam di Lorenzo Mazzoni e Tommy Graziani

18 giugno 2010 by

il_sole_sorge_sul_vietnam_176_0_100_imgkIL SOLE SORGE SUL VIETNAM, TENERO E ORIGINALE OMAGGIO AL PAESE ASIATICO

Nel 2005, il 30 aprile, in concomitanza con il trentennale della Liberazione di Saigon, il coraggioso editore modenese Edizioni Kult Virtual Press, pubblica in rete un e-book, scaricabile gratuitamente e democraticamente. Il sole sorge sul Vietnam con testi di Lorenzo Mazzoni e fotografie di Tommy Graziani. Non un reportage giornalistico, non un vero e proprio diario di viaggio, non un racconto di fantasia, ma un insieme di tutto questo, miscelato con arte e supportato da istantanee suggestive.Fra ricette culinarie, estratti de La guerra di popolo del generale Giap, poesie d’amore, reportage dai bassifondi di Ho Chi Minh Ville, accenni alle guerre combattute da questo eroico popolo, l’e-book si snoda avvincente, in una riuscita sinergia di immagini e parole. Un tributo ad un Vietnam contemporaneo e antico.Sono presenti le belle liriche di Ho Chi Minh, il suo commovente addio alla nazione. Annotazioni prese in fretta dalla spiaggia di Nha Trang. Scatti rubati per le strade caotiche di Huè. Consigli utili per viaggiare nel Vietnam evitando gli altri turisti. E c’è la rubrica “spendere una cifra socialista in un paese socialista” che consiste semplicemente nell’adattarsi.I due, all’epoca collaboratori de “il reporter”, sempre per lo stesso editore, hanno fatto uscire un secondo e-book, un portfolio sul Laos, Mekong Blues (Edizioni Kult Virtual Press, 2007). Un viaggio all’interno dello sconosciuto paese del sud-est asiatico, con mezzi locali, insieme alla gente del luogo. Un e-book che mescola con sapienza il classico reportage giornalistico d’avventura con accenni e notazioni storiografiche. Del resto, anche nella sua carriera di romanziere, Lorenzo Mazzoni non ha mai abbandonato il piacere per il reportage vero e proprio. Accenni ai suoi “cattivi maestri” Kapuscinski, Hartley e Greene, sono presenti sia nella spy-story Ost. Il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007), sia nel surreale Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006), dove le descrizioni della città infestata dai fumi venefici sembrano dettate dal compianto reporter polacco.Oggi, dopo cinque anni da quell'importante prima edizione, LineaBN Edizioni ha deciso di ripubblicare Il sole sorge sul Vietnam impreziosito da foto inedite di Tommy Graziani e da estratti di Mekong blues e anche in questa veste cartacea la forza principale del libro rimane nella capacità di descrivere un paese così distante come il Vietnam, togliendogli la patina, molto spesso sgradevole, dell'attrazione turistica ed esotica. Un libro dove I brani storici e i disagi del viaggio sono raccontati in poche righe e i volti delle persone ritratte , rendono l'idea di un percorso intimo aperto all'altro, al nuovo.

IL SOLE SORGE SUL VIETNAM (MEKONG BLUES), DI LORENZO MAZZONI E TOMMY GRAZIANI
LINEABN EDIZIONI
EURO 13,00
ISBN 9788896437155