:: Intervista a Roberto Saporito

17 giugno 2010 by

CARENZE_DI_FUTURO_-_copertina_solo_primaBenvenuto Roberto su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori: dove sei nato, studi, hobby, rituali.

Grazie  a voi per l’ospitalità. Sono nato ad Alba (CN), città dove ancora vivo e lavoro, ho studiato a Torino, qualche anno di università e poi una scuola di giornalismo. Hobby non ne ho, avendo smesso di praticare sport (coltivo la mia pigrizia come una cosa preziosa), e non considerando la lettura, una delle cose che più mi piace fare, un hobby, ma una necessità primaria irrinunciabile. 

Scrittore e antiquario, hai diretto per anni un galleria d’arte contemporanea frequentando il mondo degli artisti sempre un po’ bohemienne. Arte e letteratura è un binomio strettamente legato.

Sì, l’arte, qualunque tipo di arte (e quindi anche la scrittura), presuppone un’apertura mentale e un atteggiamento nei confronti della vita che in qualche modo ti aiuta a vivere meglio, o forse, solo in maniera diversa, quasi in un mondo a parte, non migliore, differente, ma con ritmi diversi, con sguardi più curiosi su quello che ti sta intorno. Il rapporto con l’arte contemporanea ritorna proprio nel mio prossimo romanzo dove uno dei personaggi è un artista (eroinomane) che vive  New York. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Direi di sì, specialmente per quanto riguarda il primo romanzo, è che pensavo che dopo i due libri di racconti pubblicati con Stampa Alternativa di Roma tutto sarebbe stato più facile (con ventimila copie vendute, mi sembrava un buon inizio), ma non è stato così. Ogni muovo libro è quasi un ricominciare da capo. 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

No, all’inizio no, ma adesso sicuramente sì: Luigi Bernardi. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Se è  una vera passione, una “malattia incurabile” come considero io la scrittura, e quindi non puoi (e non vuoi) farne a meno, leggere molti libri e provare a far leggere i propri a quegli editori che ti senti in qualche modo più vicino (questo sembra nuovamente un buon periodo per gli “esordienti”, tanti editori stanno presentando nuovi autori inaugurando collane editoriali ad hoc, tutti i giorni nasce una nuova casa editrice). Però, purtroppo, in Italia è quasi impossibile vivere solo di letteratura, il mercato editoriale è un falso mercato, buona parte dei libri pubblicati vende pochissime copie, perché questa è una nazione di scrittori che non leggono, nel mio secondo romanzo “Eccessi di realtà / Sushi Bar” a un certo punto il protagonista dice: “In Italia i libri non si vendono, non si leggono, ma in compenso si scrivono in quantità industriale, libri che poi nessuno compra, libri che nessuno legge, neanche regalandoli, forse. Se gli scrittori italiani leggessero l’editoria italiana avrebbe risolto i suoi problemi, tutti.” 

Sei stato invitato a partecipare all’antologia di racconti “Nero Piemonte e Valle d’Aosta / Geografie del mistero” (Giulio Perrone Editore, Roma) vuoi parlarcene? Come è nato il progetto?

Barbara Balbiano, la curatrice dell’antologia, mi ha semplicemente parlato del progetto e mi ha chiesto se ero interessato a pubblicare un mio racconto (noir) con ambientazione piemontese (il mio racconto si svolge a Torino), e la cosa mi ha fatto molto piacere (è bello quando si passa dal proporre i propri lavori direttamente al momento in cui ti cercano gli altri perché interessati alla tua scrittura) dato che poi il prodotto finito è risultato un buon libro con ottimi ospiti, tra i quali Sergio Pent, Angelo Marenzana, Danilo Arona, Paola Ronco e Luca Rinarelli, che hanno scritto dei gran bei racconti. Un progetto sicuramente riuscito. 

Foto RobertoCi sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Paola Ronco, il suo “Corpi estranei” (Perdisa Pop) è un ottimo romanzo. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Quelli che, forse, mi hanno influenzato di più sono J.D. Salinger, Ernest Hemingway, Charles Bukowski, Raymond Carver, Jay McInerney , Bret Easton Ellis, David Leavitt, Thomas Bernhard, Henry Miller, molti scrittori francesi, come Jean Paul Sartre (romanziere), Marcel Proust, Michel Huoellebecq, Jean-Philippe Toussaint, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Patrick Modiano. Senza dimenticare tutti i libri di Milan Kundera, Don DeLillo e Philip Roth. Mi piacciono anche Agota Kirstof, Martin Amis, Pier Vittorio Tondelli, Luigi Bernardi,  J.G. Ballard , Cees Nooteboom, Jonathan Coe, Ian McEwan, Douglas Coupland, Arnon Grunberg. Mi fermo ma potrei continuare.

 Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

Io sono dell’idea che gli scrittori dovrebbero scrivere e non parlare in pubblico, spesso gli scrittori hanno scelto di scrivere per non dover parlare. Luigi Bernardi nel suo (bel) romanzo “Senza luce” scrive:
“Agli scrittori si chiedeva sempre più di curare il loro aspetto pubblico: dovevano farsi vedere…erano costretti a parlare invece che scrivere, a farsi ascoltare invece che leggere, obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.”
,
e io sono assolutamente d’accordo con questa frase. La scrittrice Annie Francois dice anche:
"Il posto di uno scrittore non è in un teatro di posa. Se un uomo scrive, è spesso perché non può, non vuole, non sa parlare. L'orale è la sua via secondaria."
Detto questo poi le presentazioni dei miei libri sono sempre un momento piacevole, specialmente perché incontri i tuoi lettori, ti confronti con persone che ti racconto cose del tuo libro che tu non avevi neanche percepito, fondamentalmente sono momenti molto belli. Ma rimango della mia idea, gli scrittori dovrebbero scrivere e apparire il meno possibile. 

Hai un sito o un blog personale sul quale poter leggere tuoi racconti, aggiornamenti, curiosità?

Sì, il mio sito-blog è questo: http://romanzo.blog.tiscali.it

Parliamo di Carenze di futuro. Definito da molti critici un noir con venature esistenziali. Quanto sei debitore all’esistenzialismo? Ti senti in un certo senso figlio di Kafka, Camus, Josè Saramago
, Sartre?

L’esistenzialismo francese è stato molto importante per me, libri come “La nausea” di Jean-Paul Sartre e “Lo straniero” di Albert Camus hanno lasciato tracce profonde, radicandosi e venendo a galla raccontando le mie storie. E in un modo o nell’altro è successo in tutti i romanzi che ho scritto fino a questo momento. “Carenze di futuro” è essenzialmente la cronaca di una fuga, quella del protagonista (senza nome, come in tutti i miei libri, sorta di marchio di fabbrica, o se vogliamo di vezzo), da un paese non identificato dell’Italia del nord, alla Francia. Fuga che lo porta prima a Nizza, poi in Provenza e in fine in Camargue, e che è contrassegnata dall’incontro con vari personaggi, come un suo vecchio amico dei tempi dell’università (Cesare) o una strana ed inquietante ragazza (Sophie) che guida una chiatta fluviale. La vicenda è poi inframmezzata da continui e veloci flash-back, salti nel passato che preme per essere ricordato, come il tormentato rapporto con la moglie (Francesca), o l’appassionata e fuggevole relazione con una professoressa di francese (Simone) ai tempi dell’università a Torino. Il romanzo è strutturato in due parti, la prima raccontata da un io narrante e la seconda, dove, oltre alla “voce” dell’io narrante, si aggiunge, in parallelo, una narrazione in terza persona, dando un secondo punto di vista sulla vicenda, che pian piano, di pagina in pagina, comincia a tingersi sempre più di “nero”, e che approda, alla fine, a una quasi surreale e disperata fuga in bicicletta del protagonista per le strade della Francia. Il protagonista è in fuga perché oppresso dai debiti di gioco contratti con creditori che non si accontentano di pignorarti la macchina o la casa se non li paghi ma sono più propensi a tagliarti due dita della mano o a sparati in un ginocchio. Ma il gioco d’azzardo, l’usura, sono sullo sfondo, sono sfumati accenni narrativi, fantasmi di espedienti narrativi per raccontare i rapporti tra i personaggi e le loro dinamiche esistenziali, aprendo ma chiudendo velocemente finestre su esistenze che il protagonista sfiora nella sua fuga da un passato che non vuole passare verso un oscuro futuro. 

Il genere noir è un genere difficilissimo da scrivere, molti ci provano ma pochi ci riescono veramente. Come ti sei avvicinato a questo genere quali sono gli scrittori di noir che preferisci e che pensi siano riusciti in questa difficile alchimia?

Il vero noir, in particolare quello francese, è un genere letterario molto interessante, è  fondamentalmente “vera” letteratura, e come diceva uno dei miei autori noir preferiti, Jean-Patrick Manchette, “il noir è un genere morale. E’ la grande letteratura morale della nostra epoca”. Il vero problema è che è diventato moda, e sembra che buona parte dei romanzi in circolazione sia, ormai, noir, diventando un genere sterile, vuoto, privo di forza e vero interesse, come tutti i fenomeni di moda. Anche se poi il vero distinguo dovrebbe essere tra due generi di libri: buoni libri (quelli scritti bene) e cattivi libri (quelli scritti male).Comunque tra i miei autori noir preferiti, oltre a Manchette, mi piace ricordare Didier Daeninckx, Jean-Claude Izzo, Patrick Raynal, Leo Mallet e André Héléna.

Il protagonista di Carenze di futuro è un uomo in fuga, braccato dal destino, da veri e propri delinquenti, un uomo che scappa innanzitutto da se stesso. Questa conflittualità è un tema importante nel tuo libro. Come l’hai risolta? C’è una speranza di redenzione?

Non l’ho ancora risolta, i miei personaggi scappano praticamente tutti da se stessi (oltre che da situazioni più o meno complicate), è successo con “Carenze di futuro”, con i romanzi precedenti, e probabilmente anche con i prossimi. E’ un “tema” importante che non ho ancora sviscerato fino in fondo. Quindi per ora nessuna redenzione. 

Come è il tuo rapporto con la critica? C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?

Il mio rapporto con la critica è buono, ho sempre avuto ottime recensioni (con poche eccezioni, ma anche le stroncature esistono, fa parte del “gioco”), e “Carenze di futuro” ha avuto un numero impressionante di recensioni (e quasi tutte è stato un gran piacere leggere). Guardandomi indietro mi piace ricordare il mio primo riconoscimento importante, che non è stata una recensione ma una vignetta che la “Talpa Libri” (l’inserto culturale del quotidiano Il Manifesto) ha dedicato al mio libro di racconti “H-D / Harley-Davidson Racconti” (edito da Stampa Alternativa), anche perché di solito la vignetta era dedicata al libro più importante della settimana, per capirci la settimana prima era dedicata a Umberto Eco (o qualcosa del genere).

Sophie il personaggio femminile più importante del romanzo è una donna complessa, infelice, misteriosa e affascinante. E’ ispirata a qualche personaggio letterario o reale?

E’ un personaggio di pura invenzione, un personaggio assolutamente letterario, che però nasce da me e dal mio essere un curioso osservatore della gente (reale), dalle persone che incontro, dai discorsi che queste persone fanno, o più semplicemente io mi immagino che facciano: parto dalla realtà (o presunta tale) che pian piano si trasforma in finzione. 

Il tuo rapporto cone la musica. Sei un profondo conoscitore di un certo particolare tipo di musica. Quanto influenza la musica il tuo stile di scrittura?

La musica è  alla base di tutto quel che faccio, da sempre, quindi anche la scrittura arriva da lì, e dato che la mia scrittura arriva dalla lettura (io sono prima un lettore famelico e poi uno scrittore), e molte mie letture arrivano proprio dalla musica. Per esempio per tornare agli esistenzialisti francesi, io sono arrivato a leggere Albert Canus attraverso l’ascolto dei Cure, infatti la loro canzone “Killing an arab” è ispirata a “Lo straniero”, e allo stesso modo sono arrivato a Edgar Allan Poe e Bram Stoker ascoltando i Bauhaus, in pratica ho imparato ad amare i libri più dai miei gruppi musicali preferiti che dalla scuola. La musica mi piace tutta, dalla New Wave degli anni ottanta all’indie-rock, dal jazz all’elettronica, passando per la musica classica: l’unico vero distinguo è la qualità. Ho trovato una radio di Parigi, che si chiama FIP, che trasmette esattamente questo: il meglio della musica, da Miles Davis ai Sex Pistols passando per Beethoven e i Lali Puna. 

Puoi parlarci del Rumore della terra che gira?

“Il rumore della terra che gira” è il titolo del mio prossimo romanzo (che sarà in libreria il 22 settembre) e verrà pubblicato nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi (che, per questo, non smetterò mai di ringraziare abbastanza) dell’editore Perdisa Pop, uno dei più dinamici ed interessanti del momento. E’ un libro molto importante per me e, forse, uno dei più belli che abbia scritto (anche se detto da me probabilmente non vale), ed è un romanzo al quale sarà difficile dare un’etichetta, inserire in un “genere”, e dove la protagonista (uno dei tre io narranti, quello senza nome) sarà un
a donna: una bella sfida.
 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

A Luigi Bernardi (e quindi a Perdisa Pop, che li pubblicherà) sono piaciuti altri miei due progetti editoriali, uno è un romanzo sul mondo editoriale italiano raccontato “a modo mio”, una sorta di “breve storia di uno scrittore di successo”, e l’altro è un libro che dovrebbe mettere insieme i protagonisti dei miei ultimi tre romanzi pubblicati, tre personaggi ai quali mi sono affezionato e ai quali ho deciso di dare una seconda possibilità di essere raccontati.

:: Intervista a David Riva

16 giugno 2010 by

cover-opera-seiBenvenuto David su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti.

Grazie per il vostro cortese invito! Sono nato nel 1972, abito in Alta Brianza con mia moglie e i miei due figli, e mi interesso di molte cose oltre alla letteratura: canto musica classica e contemporanea in diverse formazioni corali, suono organo e pianoforte, adoro le escursioni all’aria aperta soprattutto con la bici da corsa e il trekking. Pregi e difetti? Non divido le categorie e lascio scegliere a voi dove collocare queste istanze: sono un curiosone vorace e disordinato, non inizio mai una cosa che so di non poter finire, sono determinato, distratto, estenuante nella dialettica, preciso fino alla leziosità, sobrio ma brioso, e non smetto mai di cercare. Cercare cosa?, direte voi. Ecco, quando lo trovo di solito non ne faccio mistero, e lo racconto. Un difetto evidente, invece, è che peso troppo poco per essere un buon passista: mi esprimo molto meglio in salita. 

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

Il percorso per me non avrebbe potuto essere più lineare, sebbene frutto di moltissimo lavoro. Dopo diversi anni di attività concorsistica, con numerosi piazzamenti e vittorie, ho partecipato all’iniziativa indetta da Edizioni XII che ha portato alla bellissima antologia intitolata “Archetipi”. Il mio racconto vinse e si aggiudicò la pubblicazione. In seguito a ciò, la stessa Redazione mi chiese se avessi qualche lavoro da sottoporre alla loro attenzione: così presentai “Opera sei”, che piacque e venne inserito nel piano editoriale.Credo che la fatica vera non risieda tanto nel trovare un editore disposto a pubblicare il tuo lavoro, quanto nel creare un lavoro di qualità: solo a seguito di ciò si può sperare di pubblicare. Questo, almeno, è ciò che penso.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

C’è stata una fase di passaggio abbastanza netta, nella mia esperienza letteraria: corrisponde al momento in cui ho iniziato a condividere i miei scritti con altri autori, via web o tramite iniziative culturali. Ho scoperto che nessuno ruba le idee, anzi: rivelare il tuo percorso ti aiuta in modo preziosissimo a guardare là dove non avresti mai pensato. Così vorrei in questa sede ringraziare tutti coloro che mi hanno permesso di crescere, tramite la condivisione e il confronto (a volte anche serrato) e se anche non ne faccio i nomi mi perdoneranno, perché sono davvero tanti. Inoltre una esperienza come quella che avviene in seno all’Associazione Culturale XII, attraverso il suo portale web e il suo forum, la auguro a chiunque voglia intraprendere questo lavoro, durissimo e difficile. E credo che Daniele Bonfanti, Luigi Acerbi e Strumm siano coloro che più di ogni altro potrei citare come miei mentori e come acutissimi professionisti della parola e del pensiero. 

Parliamo del tuo romanzo d’esordio Opera Sei. Difficilmente confinabile in un genere preciso, un po’ fantascienza, un po’ horror, un po’ thriller, un po’ noir. Hai preso il meglio di tutti i generi e ti sei tenuto lontano dalle etichette più ovvie. Il tuo stile è tutto contaminazioni e riflessioni su temi anche profondi. Come definiresti Opera sei?

“Opera sei” è un’opera di confini. Ci sono territori vastissimi che si aprono nel campo dell’indecidibile (bello/brutto, vero/falso, normale/anormale, Arte/non-Arte, ecc…) e io amo navigarci. Le categorie sono costruite a posteriori – e sono spesso utilissime, per carità – perché sono diversi i modi con cui ognuno di noi percepisce il mondo e le sue storie. Così posso inserire in 200 pagine eventi che dispiegano le vele su temi come la ricerca di se stessi, la commercializzazione dell’Arte, la morte dell’estetica, la questione di ciò che è Arte e di ciò che non lo è. La complessità emerge solo se tentiamo di far entrare “Opera sei” dentro un contenitore; altrimenti ha una identità sua propria, che per ognuno assume un riflesso, una sfumatura, un peso differente. Su queste tematiche sono i confini a essere insieme labili e immensi, soggettivi e universali.Tutto il romanzo parla del superamento di confini, di ciò che ogni giorno facciamo per andare al di là del Tollerabile e del Possibile, per annettere altri brani di verità e permetterci lo stupore, di fronte a esclamazioni come: “Non accadrà MAI!”, per essere subito contraddetti dalla realtà.Inoltre, nessun artista ha mai espresso forme d’Arte di tale portata: questo certo concorre a dare al romanzo un accento di originalità non indifferente.

foto-riva-1L’associazione internazionale che sponsorizza le opere tragiche e nello stesso tempo sublimi di Hao Myung si chiama Metafisica. Un caso o c’è un discorso più complesso alle spalle. Opera sei è un’opera metafisica?

Non è  un caso.Il nome è  nato quando già componevo la struttura del romanzo (era il working-title, tra l’altro) e ho compreso entrambi i motivi etimologici della metafisica, in senso filosofico. Il significato è inteso come “ente che è oltre la fisica”, come superamento di confini fisici, fisiologici, etici, estetici: Hao Myung opera andando al di là di quelli che sono i termini normalmente accettati dall’etica medica e artistica, ma agisce su soggetti che vogliono giungere alla piena realizzazione di sé, oltre le regole imposte loro dalla natura che li ha fatti a loro dire imperfetti. Questo rende il suo lavoro non solo artisticamente valido, ma anche necessario per le sue opere, dal punto di vista esistenziale.Inoltre l’associazione Metafisica opera al di là della legalità e del controllo istituzionale.

La moralità  e la bellezza sono componenti antitetiche nell’arte? Pensi che l’arte sia essenzialmente immorale, o meglio amorale?

L’arte ha accompagnato la storia dell’umanità: inevitabile che abbia subito variazioni nelle sue funzioni. In passato l’arte era uno strumento moralizzatore (pensiamo all’arte classica religiosa, una delle cui funzioni era creare timor panico e raccontare gli aneddoti biblici inaccessibili agli analfabeti), oggi non credo sia più così, anzi. L’arte contemporanea, in molte delle sue espressioni, ha lavorato per rompere il concetto di morale pubblica e privata, per distruggere iconografie e imposizioni etiche, per ribaltare il concetto stesso di moralità.Vige ai giorni nostri una tale confusione di limiti e espressioni, poi, che è difficile rendere organico un discorso stretto sulla morale: di conseguenza anche l’arte ne risente, e si aggrappa sempre più a altri canoni, a altri riferimenti, per sopravvivere dentro altre forme e altre funzioni. Per fortuna.
L’orrore come nasce? Quali componenti caratterizzano il fascino e nello stesso tempo il senso di repulsione che alcune opere d’arte o eventi della natura creano? Per esempio anche solo l’eruzione di un vulcano. L’uomo è attratto dal  terrore e dalla paura?

L’orrore nasce da ciò che ci è sconosciuto, che sfugge al nostro controllo e alla nostra comprensione diretta (sono esempi la Natura nelle sue espressioni violente, e l’Oltrenatura perché sconosciuta e non catalogabile con certezza, scientifica o spirituale).Vi farei un esempio.Immaginate di trovarvi in una stanza, dalle finestre non filtra alcuna luce. Siete soli, dalla porta chiusa iniziano a giungere rumori indistinguibili, insistenti, sempre più ravvicinati. Ora qualcosa si appoggia alla porta e spinge, la scuote facendola scricchiolare.Già a questo punto, la nostra mente si è attivata (grazie a chissà  quali meccanismi ancestrali) per cercare una risposta alla domanda: “Cosa c’è oltre la porta?”. Attenzione: questo è un meccanismo di difesa!Le nostre stesse ipotesi mettono in moto l’ansia e la tensione, che annebbiano il raziocinio e lasciano che entri in noi la suggestione. Il passo verso la paura è brevissimo. (Per la cronaca: qualcuno di voi potrebbe aver pensato che, dietro la porta, ci fosse una presenza benigna. Ma, una volta che il battente è stato aperto, ecco, avete visto i suoi occhi? Ora è dietro di essi che potreste scorgere qualcosa di sconosciuto… E in questo modo, beh, la paura non tarderà a affacciarsi, ancora e ancora. Infine, una considerazione: c’è chi è attratto dal terrore, e chi invece non ne sopporta i meccanismi, in questo credo che ognuno abbia una propria modalità di relazione. C’è chi non guarderebbe mai un film horror, c’è chi ne ride, chi ne è indifferente, ecc… ).

Raccontaci la genesi di Opera sei. Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Dove hai trovato ispirazione? Ha un intento morale di monito e di avvertimento o è puro intrattenimento?

Come mi accade, se ho una storia la racconto, altrimenti lascio stare. “Opera sei” è un’idea che necessitava di uno spazio ampio per poter essere spiegata a dovere: ho impiegato un’estate in ricerche, mentre la stesura vera e propria è avvenuta nell’arco di circa quattro-cinque mesi. L’ispirazione mi è sorta dalla domanda: cosa accadrebbe se? – e se ci si riflette, è la molla che scatena quasi tutte le ispirazioni.Nel mio caso, sono partito da considerazioni sulla validità di alcune forme d’arte contemporanea, dal gusto per i confini da oltrepassare, da una giovane e bellissima donna che voleva mostrare a tutti com’era fatta dentro.“Opera sei” non vuole essere puro intrattenimento, anche se potrebbe, perché no. Ma chi ci vede altro, e a quanto pare sono molti per fortuna, riconosce contenuti che innescano curiosità, e che soprattutto fanno sorgere domande, sul mondo, su se stessi. Questi sono i libri che più mi piace leggere. E scrivere. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?

Scrivere è  un lavoro, una professione faticosa e complicata, fatta di lungo studio e preparazione. Oggi si può vivere di letteratura solo se si è capaci di diversificare: collaborazioni, pubbliche relazioni, abilità nel trovare spazio d’espressione. C’è chi è bravo a farlo, c’è chi riceve, come dire… aiuto e sostegno esterni, chi ha la fortuna di capitare nel posto giusto al momento giusto.Rimango dell’idea che bisogna sempre vedere con onestà interiore le motivazioni che spingono a scrivere. Trovare un proprio stile – una forma narrativa sempre migliore, distintiva e valida – lasciare che le idee abbiano una vita dignitosa (piccole idee non possono diventare romanzi, grandi idee non possono stare dentro poche righe), condividere e confrontarsi con altri che percorrono tratti di strada simile, ricercare una forma e una individualità letteraria ben definite. Questo permette che la pubblicazione diventi un approdo coerente con il proprio lavoro, e non una estemporanea risorsa, un accidente, un’operazione commerciale, come spesso accade nell’editoria italiana.

 Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Tre nomi su tutti, anche se non proprio esordienti in senso stretto: Samuel Marolla, Riccardo Coltri e Strumm. Teneteli d’occhio, scrivono con consapevolezze e stili diversi, ma sono capaci di regalare brividi per come sanno manipolare la parola, ognuno in modo peculiare e straordinariamente efficace. Bravissimi davvero. 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Dipende da cosa devo leggere e dallo stato d’animo in cui mi trovo. In generale non sono un grande appassionato di narrativa contemporanea; trovo negli autori classici brani da strappare urla interiori di acclamazione (e qui potrebbero essere Hugo, Shakespeare, Levi, ma mi capita di trovare emozioni in Omero, Ovidio e altre anticaglie). Come dicevo sono disordinato, anche nella lettura: certa saggistica per esempio è ricchissima di spunti. E la contaminazione di stilemi, contenuti e nozioni che riverso nei miei scritti vengono proprio da questa distanza che tengo da autori o temi specifici e ristretti, non per boria ma per naturale deferenza: si possono prendere magistrali lezioni di letteratura in ogni testo, se si è disponibili a imparare. E io cerco di imparare da tutti.

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri.

Certo, mi piace e mi dà la possibilità di avere incredibili riscontri, e inoltre è un mirabile strumento per conoscere meglio il mio lavoro. Poi, di norma, ho sempre un sacco di cose da dire e da raccontare. Un aneddoto? L’ultima volta, a metà della conferenza che precede la presentazione, si è rotto il proiettore. Questo contrattempo ha creato un ambiente meno formale – c’era un tecnico che ogni tanto cercava di farlo ripartire, invano – così si è aperto un canale di dialogo con il pubblico che, anche al termine della serata, si è fermato con noi relatori per approfondire alcuni temi e proporci domande e riflessioni personali: un inaspettato e piacevolissimo momento di condivisione.

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici?

Sono molto lusingato dai riscontri positivi che “Opera sei” raccoglie. E a volte sono sorprendenti i particolari che emergono dalle letture più disparate: rimango affascinato dalla potenza di alcune tematiche, davvero universali, e dall’attenzione che i Lettori mettono nel cogliere ognuno un dettaglio diverso. Sono immensamente grato in ogni occasione a chi coglie una sua visione del romanzo – e del resto del mio lavoro letterario – riportandomela: ricevere mail, apprezzamenti, commenti positivi (e critiche assennate) da parte di persone con formazione e provenienze diverse, è la vera ricompensa, è ciò che mi rende maggiormente soddisfatto per ciò che faccio in questo ambito. A costo di sembrare retorico, ma in tutta onestà è chi legge che fa esistere (e crescere) ciò che viene scritto.

C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere?

Fin dall’inizio del mio approdo sul web c’è stato un soggetto, sì, del quale ho sempre avuto rispetto e ammirazione, per la sua competente capacità di valutazione, per la sua trasparenza schietta, per l’attenzione che ha nei confronti della parola. E poi adoro il suo modo di raccontare.Gelostellato possiede l’istinto di chi vede nella letteratura una possibilità didattica, non per imparare cose, ma per imparare vita. Per questo è esigente e per questo lo ascolto e gli do credito: concordo con la sua visione della letteratura come mezzo per scoprire il mondo e, magari, per conoscere di più se stessi. Lui ha scritto queste cose su “Opera sei”: http://gelostellato.blogspot.com/2010/06/opera-sei-di-david-riva.html Leggete, divertitevi, pensateci, e ditemi se non vi farebbe piacere, un giorno, che qualcuno scrivesse così di un vostro romanzo.

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

In questo periodo sto ultimando la stesura di un romanzo scritto a quattro mani con Daniele Bonfanti: posso dire che si tratta un’opera ambiziosa, nella quale si incrociano esoterismo, spionaggio, alchimia, paranormale, fanta-archeologia… Ci saranno molta azione, molte esplosioni, moltissime occasioni per riflettere sulla struttura della realtà e sulle nostre paure collettive più devastanti. Sono molto soddisfatto, è la mia prima esperienza in un lavoro di tale portata e con una collaborazione così stretta: l’affinità narrativa con Daniele è sorprendente, e poi sono accaduti strani eventi attorno a questo manoscritto, si muovono forze… Beh, dài, non posso mica svelare tutto!Intanto ho iniziato la raccolta di materiale attorno a un’idea. Anche questa volta salpo verso un confine (vita/morte, o meglio esistenza/non-esistenza), ci navigherò attraverso, e può darsi ne venga fuori una storia vera. Che potrebbe esserlo, via.Non vedo l’ora che si alzi il vento e al mio ritorno, prometto, vi racconterò tutto ciò che ho visto.

:: Novità di Casa Editrice Nord in libreria da giugno

15 giugno 2010 by

Sangue di mezz'inverno Mons Kallentoft
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6955&titolo=Sangue+di+mezz%27inverno

L'ombra del re James Rollins
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6964&titolo=L%27ombra+del+re

Istantanea di un amore Susana Fortes
http://www.editricenord.it16/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6950&titolo=Istantanea+di+un+amore

Untamed P.C. Cast – Kristin Cast
http://www.editricenord.it/scheda.asp?editore=Nord&idlibro=6949&titolo=Untamed

:: Recensione di I segreti della luna di Serena Beoni a cura di Nicoletta Scano

15 giugno 2010 by

nicolettaIl terzo libro di Serena Beoni racchiude tante storie in uno stesso racconto, dando vita a una corolla di personaggi appassionati e fragili, che scoprono e vivono l’intrecciarsi delle loro vite con risvolti imprevedibili. L’ambientazione, ai piedi del castello di Nipozzano, costruito nell’anno Mille come roccaforte difensiva e fulcro dell’omonimo borgo sin dal 1400, è carica di suggestioni, e si offre quale testimone silenzioso di amori inevitabili e contrastati, veri e propri protagonisti delle due principali vicende del romanzo.La vicende di Bianca e Ludovico, amanti sfortunati ed ospiti del castello di Nipozzano nel 1500, si trasformano in un vero e proprio giallo sfiorato dal soprannaturale nella contemporanea storia tra Sergio e Alice, che si scoprono immersi in un inaspettato intreccio di misteri ed intrighi che solo le ultime pagine del racconto sapranno svelare.
I segreti della luna pare avere il grande pregio di creare personaggi a tutto tondo, ben rappresentati nelle loro insicurezze e meschinità, e risulta difficile non provare un briciolo di simpatia per il personaggio di Vittoria, alter ego della medioevale e perfida Lucrezia, che nell’arco dei secoli pare incatenata al destino beffardo di essere ammirata e desiderata da tutti, fuorché da quello che è l’unico oggetto della sua brama.
La scrittura è fresca e moderna, con qualche divertente fuga dall’atteso, come la corrispondenza tra gli amanti vissuti nel 1500 o le conversazioni telefoniche di Consuelo, la portoricana collaboratrice domestica di Vittoria.
Come per le sue precedenti opere, l’Autrice devolve il ricavato delle vendite del libro, già vincitore del premio “La Trinità” del sito Scrittori d'Italia nel Maggio 2010, e che si può acquistare direttamente dal link 
http://www.serenabeoni.it/
ordini.asp, alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) ed alla ONAOMAC (Opera Nazionale per l’Assistenza agli Orfani dell’Arma dei Carabinieri).
I Segreti della Luna di Serena Beoni, I Libri di Pan, p.237, 15 euro, 2010

:: Intervista a Laura Costantini e Loredana Falcone

15 giugno 2010 by

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Laura Costantini e Loredana Falcone meglio conosciute come Laura et Lory. Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra: pregi, difetti. Raccontatevi come se foste personaggi dei vostri libri.

Lory su Laura:
Non poté fare a meno di notarla. Più alta della media, una massa di riccioli scuri sulle spalle, gli occhiali scivolati sulla punta del naso e lo sguardo, che ancora non sapeva di un nocciola intenso, perso tra le righe del libro. Il suo libro. Rimase ad aspettare che si voltasse e quando, con la grazia di un felino, lei gli offrì il viso, si sentì investito di un’energia che infondeva sicurezza, capacità, voglia di vincere…

Laura su Lory:
La vide apparire nello specchietto retrovisore. L’incedere deciso nonostante la stanchezza, la mano a frugare distratta nella capiente borsa. Non si chiese cosa cercasse. Il pacchetto delle sigarette le si materializzò in mano, insieme all’accendino. Una brevissima sosta contro il vento estivo, poi la prima, rilassante tirata. Aprì lo sportello, salì con il consueto movimento fluido e prima ancora di essersi seduta chiese: “Giornata dura?” La sua lo era stata, lo disse chiaramente la mano dalle unghie laccate di scuro che passava tra i capelli castani, come ad allontanare i pensieri.

Quando avete capito che diventare scrittrici era la vostra strada?

Quando hanno cominciato a far scrivere a noi le dediche sui bigliettini d’auguri per tutta la famiglia.

Amiche inseparabili fin dai banchi di scuola. Ditemi il primo ricordo che avete l’una dell’altra.

Due ragazze spaurite che il primo giorno di ginnasio siedono nello stesso banco ignare che quello sarebbe stato l’inizio di un percorso che dura da trent’anni.

Due amiche, due scrittrici con percorsi di vita differenti. Oltre a scrivere di cosa vi occupate?

Loredana si occupa della propria famiglia e fa la segretaria in una ditta. Laura è giornalista televisiva.

Raccontemi la vostra città. I luoghi che più amate, l’ora del giorno in cui preferite, passeggiare, prendere un gelato, incontrare gli amici.

Per raccontare una città  come Roma non basterebbe un intero romanzo. La amiamo talmente tanto che qualsiasi luogo le appartenga ci è caro. In quanto all’ora del giorno… Loredana ama il tardo pomeriggio, il momento di sospensione, di pace tra il concludersi della giornata e l’arrivo dell’ora di cena, quando si tirano le somme. Laura ama le ore notturne, quando le capita di rientrare tardi e di percorrere le strade sonnacchiose del centro, con le luci che dipingono una città diversa.

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

L’aneddoto in questione risponde a tutti e tre i requisiti. Eravamo nelle Scuderie di Villa Aldobrandini a Frascati per presentare il nostro “New York 1920 – il primo attentato a Wall Street”, alla presenza del sindaco e dell’assessore alla cultura della ridente cittadina laziale. Avevamo chiamato a leggere alcuni brani l’attrice Elena Russo. La sala era gremita da persone di tutte le età, bambini compresi. Nonostante avessimo specificato da che punto doveva partire la lettura, Elena fece di testa sua e sparò nella calma di un tardo pomeriggio invernale, una delle scene più erotiche contenute nel romanzo. Rapido gioco di sguardi tra noi due, ma era impossibile intervenire. Figuratevi le domande a fine presentazione.

Siete grandi lettrici? Quali autori vi hanno più influenzato e affascinato? Che libro state leggendo in questo momento?

Uno scrittore non può  non essere un grande lettore. Le nostre letture si sono diversificate nel tempo, ma dobbiamo ammettere che una grande influenza l’ha avuta la letteratura nord-americana del Novecento. Attualmente Laura sta leggendo “Italian Sharia” di Paolo Grugni, pubblicato da Perdisa. Loredana sta leggendo “Reperita” di Marilù Oliva, sempre Perdisa.

Raccontateci il vostro metodo di scrittura. Scrivete un capitolo a testa o collaborate strettamente per ogni singola frase?

La seconda che hai detto. E non aggiungiamo altro visto che è praticamente impossibile spiegare qualcosa che non ci spieghiamo neanche noi.

laura_costantini_e_loredana_falcone-fiume_pagano-coverDescrivetemi brevemente Fiume pagano edito da Historica Edizioni e ditemi almeno due buoni motivi per convincere un ipotetico lettore che non l’avesse fatto a leggerlo.

“Fiume pagano” è un omaggio alla nostra città. E come Roma è un luogo di intrecci, di misteri, di storie. Non c’è un singolo protagonista, è un romanzo corale. Tutto parte da un senzatetto che per puro caso si trova ad assistere ad un misterioso suicidio. L’ipotetico lettore potrebbe essere attratto dai rimandi alla Roma delle origini e a Vesta la sua dea primigenia. Oppure potrebbe appassionarsi alle indagini condotte in tandem dal luogotenente dei Carabinieri Vergassola e dal cinico e trasandato cronista Nemo Rossini.

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpite?

Laura: Mi ha colpita la fantasia e la padronanza di scrittura di Lara Manni e del suo “Esbat” pubblicato da Feltrinelli. E anche la prima prova di Simonetta Santamaria, “Dove il silenzio muore”, pubblicato da Centoautori.

Lory: “Esbat” non l’ho ancora letto, la Oliva la sto leggendo ora e ha buone possibilità. Insomma, prima o poi troverò l’esordiente che mi lascerà il segno.

Vi piace la poesia? Quale è il vostro poeta preferito? Citatemi un verso.

Lory: E’ un genere che ho cominciato a frequentare da poco, se escludiamo i banchi di scuola. Al momento la mia poetessa preferita è Cristina Bove. Da “Il respiro della luna”, edito da Il Foglio:

Ho un pianto di piccoli rintocchi/ spettinati/ e sfilacci di ciglia intorno agli occhi/ ma non ti mostrerò questo dolore.

Laura: Cristina Bove è una scoperta continua per noi. Ma il mio poeta preferito resta Leopardi del quale trovo particolarmente adatto a questi tempi il verso:

Dipinte in queste rive son le magnifiche sorti, e progressive.

Il vostro rapporto con la critica. Quale è stata la recensione che vi ha fatto più  felici leggere?

Diciamo che la critica autorevole non si è ancora accorta della nostra esistenza. Fatta eccezione per Severino Colombo che, sulle pagine culturali del Corriere della Sera, scrisse molto bene di noi.

Che rapporto avete con la televisione?

Laura: io ci lavoro e mi faccio un dovere ben preciso di essere al corrente di cosa propone ai telespettatori. Un dovere che non è un piacere.

Lory: seguo solo film e telefilm rigorosamente americani e di genere poliziesco.

Definitemi il concetto di libertà.

Laura: la libertà  personale finisce lì dove inizia quella degli altri. E non esiste
libertà senza doveri da rispettare.

Lory: la libertà  è una condizione mentale, può esistere anche lì dove ci sono coercizione,  violenza e sopruso. Come tale non è un traguardo per tutti.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima.

Ci siamo dette di tutto e di più, però se proprio insistete:

Laura a Lory: e piantala di cadere nella trappola dei tre per due al supermercato, che poi ti riempi casa di cera per il parquet. Non l’hai mai avuto.

Lory a Laura: solo se tu la pianti con le diete, il fitness e le creme anticellulite. E’ una battaglia persa.

Internet e letteratura. E’ cambiato il rapporto tra scrittori e lettori nell’era dei blogs, dei social network ?

Il rapporto è cambiato, è diventato più diretto. Il problema è che i lettori puri sono pochissimi, per lo più ci si legge tra scrittori e quindi le lodi sperticate a questo o quel racconto pretendono quasi sempre una reciprocità che non giova al senso critico. Posto che esista.

La cosa più difficile che vi è toccata fare durante le vostre carriere.

Laura: entrare nella camera ardente dove venivano custoditi i cadaveri dei bambini rimasti vittime del crollo della scuola di San Giuliano dopo il terremoto. E poi scriverne un articolo.

Lory: non definirei quella di segretaria una carriera. Sicuramente la cosa più difficile che ho fatto è stato allevare due figli nel mondo di oggi.

Vi è mai capitato di litigare? Cosa avete fatto per fare pace?

Abbiamo litigato seriamente solo un paio di volte, il resto sono state scaramucce. Abbiamo alle spalle trent’anni di amicizia, capirete che ci basta guardarci negli occhi e chiederci scusa. Non c’è nulla che valga un’amicizia come la nostra.

Raccontateci, in esclusiva per Liberidiscrivere, i vostri progetti futuri?

Vogliamo andare contro le tendenze editoriali del momento. Vogliamo voltare le spalle alle mode. Vogliamo raccontare una bella storia, con personaggi narrati a tutto tondo e vogliamo ambientarla in un’altra epoca storica e in un altro paese, sobbarcandoci di ricerche storiografiche e documentazione. Vogliamo lasciare spazio alla fantasia fregandocene di quanto dicono le classifiche dei più venduti. E, non se ne abbiano a male gli alberi, vogliamo scrivere una storia corposa, di quelle che piacciono ai lettori voraci come siamo noi. Se poi questa storia resterà nei nostri cassetti non sarà un problema. Noi non abbiamo mai scritto con lo scopo di pubblicare. Abbiamo scritto e scriviamo perché la nostra fantasia ci detta storie, vite e sentimenti da condividere.

Grazie a Liberidiscrivere e a chi avrà la pazienza di leggere questa intervista fino alla fine.

:: Recensione di Il gioco proibito. La casa degli orrori di Lisa Jane Smith

15 giugno 2010 by

il_gioco_proibito_inizia_la_nuova_trilogia_di_l_j_smithJenny Thornton è una ragazza come tante, innamorata di Tom, con una famiglia che le vuole bene e tanti amici. Per il compleanno del suo ragazzo decide di organizzare una festa e per passare una serata diversa cosa c'è meglio di un gioco di società che appassioni e diverta. Sfuggita ad una coppia di balordi che la insegue finisce, apparentemente per caso, in un eccentrico negozio di giochi di proprietà di un affascinante e strano ragazzo dai capelli d’argento. Ignara che quell’incontro non è affatto frutto del caso e guidata da una forza sovrannaturale,  rimane quasi ipnotizzata da un gioco di società racchiuso in una misteriosa scatola bianca senza scritte o immagini. Seppure accompagnata da inquietanti presentimenti lo acquista e lo porta a casa,  dove gli amici sono riuniti per festeggiare il compleanno. La scatola viene aperta e il gioco ha inizio. Prima però tutti i partecipanti devono prestare un solenne giuramente dove confermano di essere al corrente di sapere che devono essere pronti a rischiare anche… la vita. All’interno della scatola ci sono diverse figure di cartone che compongono una casa vittoriana simile ad una casa per le bambole. Ogni partecipante possiede una figurina che lo rappresenta e deve dipingere su un cartoncino il proprio  peggior incubo. Quello che non sanno è che il giuramento è la porta per entrare in un mondo parallelo dove la casa di cartone si materializza e l’Uomo Ombra non è altro che Julian il proprietario del negozio di giochi un demone innamorato di Jenny. Faccia a faccia con le proprie paure avranno una sola possibilità per raggiungere il tetto della casa e tornare nel mondo reale.
Primo volume della trilogia The forbidden game dell’autrice culto Lisa Jane Smith celebre per Il diario del vampiro, Il gioco proibito. La casa degli orrori, per la prima volta in Italia grazie alla Newton &Compton, è essenzialmente una romantica storia d’amore con risvolti horror. Indirizzata prevalentemente ad un pubblico di adolescenti e preadolescenti per tematiche e linguaggio è comunque una lettura consigliata a tutti gli amanti del fantasy e soprattutto  a coloro che amano l’hurban fantasy dove streghe, demoni, maghi e vampiri si trovano ad agire in un ambiente contemporaneo ed urbano. Pregio maggiore del libro è la continua tensione e suspance che la Smith riesce a creare durante la narrazione, la curiosità ti spinge a voltare le pagine e chiederti: riuscirà la bella Jenny a sfuggire al demone? Trattandosi di un libro per ragazzi il lieto fine è quasi assicurato ma non vi anticiperò i dettagli. Bellissima la copertina di Riccardo Falcinelli e l’impaginazione grafica con i profili neri che ne fanno un oggetto piacevole anche al tatto ottimo come idea regalo. Chi volesse saperne di più di Lisa Jane Smith può visitare il suo sito:
www.ljanesmith.net
Il gioco proibito. La casa degli orrori di Lisa Jane Smith, 2010, 236 pagine, rilegato, Newton Compton, collana Vertigo, traduzione di Lucia Mori, Euro 12,90.

:: Maledetta fabbrica AA.VV curatrice Simona Mammano, recensione a cura di Giulietta Iannone

14 giugno 2010 by

Maledetta fabbrica a cura di Simona MammanoNon capita giorno che non sentiamo per radio, per televisione o leggiamo sulle prime pagine dei quotidiani notizie di morti sul luogo di lavoro. Contadini schiacciati dai trattori o falcidiati dalla mietitrebbia, operai folgorati dai cavi dell’alta tensione, muratori precipitati dalle impalcature, guidatori di tir coinvolti in incidenti stradali mortali magari reduci da turni estenuanti, senza pause, senza che vengano rispettate le più elementari regole di sicurezza per la salvaguardia dell’incolumità dei lavoratori. Le loro vite sono vite a perdere, ci si indigna, si recrimina ma poi ogni giorno tutto si ripete da capo come da copione. Maledetta Fabbrica – Il lavoro che uccide è un breve saggio che racchiude 5 testimonianze, cinque racconti di importanti scrittori tra cui Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto, Patrick Fogli Jean, Pierre Levaray e Valerio Varesi che narrano in maniera coinvolgente e diretta, senza facili commiserazioni, questa immane tragedia perché la vita umana dei lavoratori in realtà è il bene meno tutelato e le campagne di sensibilizzazione ora in atto sono più o meno che un cerotto su una piaga sanguinante. Cinque racconti ustionanti, privi di retorica che portano all’attenzione una verità scomoda, un nervo scoperto che si vorrebbe ignorare, perché si preferisce ignorare che di lavoro si muore, che spesso le vittime non avevano alcun dispositivo di sicurezza, perché costa comprare caschi, scarpe rinforzate, cavi di sicurezza, è scomodo indossarli, è scomodo controllare che tutti i dispositivi di sicurezza delle macchine siano funzionanti, per una lamentela si può rischiare di perdere il posto di lavoro, non conviene, e il profitto è il vero dio da adorare e in suo nome che non si può perdere tempo ad occuparsi di una cosa così banale ed ininfluente come la vita degli operai. Tanto di disoccupati ce ne sono tanti, gente da sotituire come bullloni in un meccanismo disumano e inarrestabile. Carne da macello, italiana, straniera, più o meno in regola con i permessi di soggiorno alla faccia di tutte le manovre per regolamentare il lavoro nero. Invece di dare dignità a chi sceglie di non essere un delinquente ma più banalmente di lavorare per vivere si preferisce contare i morti, cifre inerti di una statistica, vittime di una guerra silenziosa che nessuno ha mai dichiarato e che non vedrà mai una fine. Da qualche tempo sì attraverso libri e articoli dei medici del lavoro, dei sindacalisti si inizia a denunciare i mali legati al lavoro:” lo stress, la disperazione, i suicidi, le malattie.” Si discute anche sempre di più che il lavoro uccide, ma non è ancora abbastanza. Maledetta fabbrica è un urlo silenzioso che sgomenta e indigna, una goccia di olio nel mare dell’indifferenza ma pur sempre un testo in cui nero su bianco si rivendica il diritto per i lavoratori di non essere numeri dimenticati di una statistica uccisi altre tutto anche dal silenzio. Un libro per riflettere, per arrabbirci, per piangere, per commuoverci, perché chi non ha perso in incidenti sul lavoro un padre, un figlio, un amico, un semplice conoscente? Questo libro è dedicato a loro.

Maledetta fabbrica Autori Vari curatore Simona Mammano Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, collana Senza Finzione, 2010 142 pagine, brossura,  Euro 14,00

:: Recensione di Lullaby di Barbara Baraldi a cura di Giulia Guida

14 giugno 2010 by

Lullaby-cover"Come pagine strappate da un libro di favole." [Rileggendo "Lullaby", B. Baraldi.]

Giada si abbraccia stretta nella sua felpa scura, mette il muso a una primavera che le cade di traverso, a lei che non sa parlare altro che l'inverno. Che si sente figlia delle piogge acide. Nuvola di un temporale di novembre. Ci sono giorni in cui crede di stare per svanire, tutto la attraversa in trasparenza, non riesce più a ricalcare i suoi confini, a volte sente di non averli affatto, a volte vorrebbe gridare così forte da riuscire a disintegrarli. Giada non è quello che gli altri si aspetterebbero da lei. Non ha il decoro della famiglia borghese in cui è cresciuta, si veste come un maschio, esce di nascosto con Mirko, il figlio del panettiere- dicono che sia un cattivo ragazzo, uno che si droga, le piace perdere il contatto con la realtà, mentre i nodi si sciolgono dentro la polvere bianca. Giada sta tutta in dieci unghie nere, tagliate con i denti, morse ai lati, pelle sbucciata. Giada sta  nelle sue mani di cartapesta, con quella voglia di rompere e spezzare che brucia solo dentro a chi ha quindici anni e in un modo o nell'altro finirà per averli per sempre.  Giada sta in una pelle da bambina, di un bianco rovente. Gocciola dentro un paio di occhi ametista spalancati su un vicolo cieco. Ed è un buio che non si racconta, perchè è un'oscurità clandestina, fatta di sotterfugi e desideri neri. E' la notte di chi ha quindici anni e non ha paura di dire la parola morte. E' il letargo ribelle dell'adolescenza, di chi non c'ha ancora fatto l'abitudine e vuole provare disprezzo per ciò che non condivide, di chi vuole conoscere l'amore e finisce per incontrarlo nella violenza. Giada ha quindici anni e vuole morire con le cicatrici addosso. Ingoiare giù tutte le sue fragilità e avere qualcosa da raccontare che sia fuori dal comune. Che sia solo suo, che appartenga al suo mondo. Vuole scriversi nei suoi incubi, nelle sue ninnananne della morte, nelle sue labbra sbavate, nelle sue gambe nervose, nei suoi capelli distratti. Nei suoi occhi scarabocchiati, come appunti presi troppo in fretta. Giada si perde nella leggerezza blu di Luana, la sua principessa dell'Est, la porta con sè, mano nella mano, labbra contro labbra. Compagne di giochi, complici segrete, la protagonista e la sua aiutante magica unite contro l'incubo. Marcello si guarda allo specchio, da lontano. Chiuso dentro una faccia giallo opaco, capelli scoloriti, una pelle ruvida, le prime rughe a tradire il ricordo che ha di sè. Non sorride, non ne ha mai avuto abbastanza coraggio. Quarant'anni quasi. Senza un lavoro, senza una donna. Scrittore in crisi creativa, da anni in cerca della musa giusta, pronto a sacrificare sangue, a mietere morte per la dea ispirazione. Quarant'anni vissuti attaccato al cordone ombelicale di una madre che non lo lascia respirare, una madre malata dietro cui continua a nascondersi. Quarant'anni passati ad accatastare scuse pur di non fuggire, per mascherare la sua inettitudine di fronte agli amici più cari, davanti a Federico, tutto preso dalle sue beghe familiari, da quella figlia uscita storta che non riesce proprio ad afferrare,  a mettere in riga, a capire. Marcello che passa le sue giornate di fronte a una pagina bianca del computer. Bianco sepolcro, bianco di ghiaccio, bianco senza battito cardiaco. Marcello che è  un uomo in attesa, si accarezza nella pancia la cattiveria di un bambino. Giada e Marcello sembrano disegnati in una di quelle vecchie fiabe in cui il lieto fine può  essere solo un colpo di scena, ma non arriva mai davvero, non arriva mai alla fine. Uno di quei racconti in cui anche il male esiste e spesso finisce per avere la meglio. Qualsiasi lotta è vana, l'eroe deve morire o sentire la morte. Vederla accadere. Tutte le sue peripezie, altrimenti, non avrebbero alcun senso. Resta lui solo aggrappato ai bordi dell'ultima pagina. Vivo, certo, ma irriversibilmente solo. Il sangue e la morte sono gli oggetti magici necessari a ristabilire l'ordine iniziale, tornare a riappropriarsi della vita, ridare un valore alle parole,  ripulire gli anni dai silenzi meteoritici e dai detriti di bugie ammucchiati in ogni stanza. Una serie di omicidi portano le loro strade ad incrociarsi. Il corpo di un ragazzo, in periferia, vicino a una baracca diroccata. Gli occhi sbarrati da una luce ferma, una mano di sangue contro il muro. E Giada che corre a perdifiato verso la strada, perchè non può far altro che tornare indietro e soffocare  in gola quell'urlo sfocato che le ha appannato gli occhi. E' con questa immagine che ha inizio "Lullaby", romanzo corale di Barbara Baraldi, edito quest'anno da Castelvecchi.  Una scrittura stregata e vitale soprattutto nei capitoli dedicati a Giada. Più concreta, pensosa, riflessiva nelle parti in cui prende la parola Marcello. La Baraldi aggiunge indubbiamente un'altra prova importante ai suoi lavori precedenti, avvicinandosi e discostandosi nei diversi passaggi dagli schemi convenzionali della letteratura gotica contemporanea, definizione da cui credo sia giusto prendere in parte le distanze in questo caso, per non correre il rischio di ricondurre l'intera struttura del romanzo alle dinamiche di base di un solo genere.Una Baraldi gotica, certo, ma senza troppe gabbie. 

Recensione di I ragni zingari di Nicola Lombardi a cura di Maurizio Landini

13 giugno 2010 by

bogart05Nicola Lombardi “I ragni zingari” Edizioni XII, collana Eclissi, 2010, pagine 145.

Dopo l'armistizio del '43, Michele, un soldato italiano che ha combattuto in Albania, torna a casa, dalla sua famiglia. La trova cambiata, oppressa da una pesante cappa di dolore. Marco, suo fratello è scomparso. Mentre la minaccia che i tedeschi -ora nemici- arrivino anche lì, si fa sempre più concreta di ora in ora, Michele, resta in paese e si mette con coraggio alla ricerca del ragazzino. Cosa sanno i suoi famigliari di questa misteriosa sparizione? Sua sorella Adele, che ormai non è più una bambina… Suo zio Berto che sostiene di aver visto i ragni zingari e di averne anche uccisi alcuni. "In tutto e per tutto simili ai ragni comuni, piccoli o grossi che siano, che si incontrano nella case di campagna, nei fienili, nelle legnaie… Una caratteristica li rendeva ‘ragni zingari’, però: non erano reali."

I ragni zingari escono dagli specchi per rientrarvi a loro piacimento… E, nella disperata ricerca di Marco, Michele s'immerge in un flusso di eventi che fondono insieme il mondo reale e quello delle storie paurose di quando era bambino.

E i ragni, sempre ai margini del campo visivo, lo accompagnano silenziosi nel suo viaggio, portandosi appresso il loro fardello di sventura.

Una storia "malignamente" ben scritta da un veterano dell'orrore letterario come Nicola Lombardi. Un altro colpo messo a segno dalle edizioni XII che con la collana "Eclissi", diretta da Luigi Acerbi, si sono rivelate una delle più interessanti realtà del panorama fantastico italiano.

:: Intervista ad Alessandro Berselli

12 giugno 2010 by

Babele14_BerselliBenvenuto Alessandro su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti anche fisicamente ai nostri lettori . So da fonti indiscrete che sei un gran bel ragazzo, specie di persona, hai un ustionante senso dell’umorismo, a tratti sacrilego,  ami la musica, e sei stonato. Tutto vero? Vuoi aggiungere qualcosa?

In effetti c’è del vero in quello che dici. Sono un bel ragazzo (o preferisci un affascinante signore di mezza età?), ho un senso dell’umorismo parecchio caustico, sacrilego non direi, ma di certo non spendibile nei salotti, amo la musica e NON sono affatto stonato. Chi ti ha dato questa informazione?

Hai collaborato con il settimanale Comix. Che bilancio ne hai tratto?

Esperienza breve ma intensa, se mi passi il luogo comune. Illuminante anche. Mi ha messo di fronte al fatto che di letteratura umoristica in Italia NON si vive, non ci sono spazi e, soprattutto, non si pubblicano libri. L’umorismo letterario è ad esclusivo appannaggio dei comici televisivi. Non esiste lo scrittore umorista puro.

Raccontaci come è andata con Maurizio Costanzo. Puoi raccontarci un dietro le quinte, bizzarro, divertente, imbarazzante?

Tutte e tre le cose insieme. La macchina organizzativa del COSTANZO SHOW negli anni novanta era impressionante. Lui è un abilissimo burattinaio, capace di condurre gli ospiti nelle direzioni stabilite dal padrone. Io ero troppo giovane per capire le regole del gioco. Infatti non mi ha più chiamato.

Alessandro Berselli scrittore. Che effetto ti fa sentirtelo dire?

Bellissimo. E poi suona anche bene, no? Scrittore. Avere la possibilità di raccontare storie alla gente. Essere riconosciuti come degli osservatori privilegiati della realtà, perché è un po’ questo che sono gli scrittori, no? Interpreti particolarmente sensibili del sentire quotidiano. La gente ti legge e dice: ma quanto è bravo questo a capire cosa provo? Gli scrittori. Abilissimi a vedere dentro gli altri, ma incapaci di decodificare loro stessi. Strana gente

Scrivi a tempo pieno o fai anche altri lavori? Si può vivere di letteratura al giorno d’oggi?

Faccio anche altri lavori, sempre legati all’oggetto libro, non è facile vivere solo di letteratura. Mi occupo di promozione editoriale nelle scuole per un grande gruppo editoriale. Faccio corsi di scrittura creativa. Ogni tanto riesco anche a dormire un paio d’ore.

Sei un tipo vanitoso? Ti emozionano più i complimenti o le critiche?

I complimenti. Sono vanitosissimo e detesto le critiche. Cerco di assorbirle e di farle diventare costruttive, ma quando arrivano mi lacerano. Adoro essere adulato. Sono insopportabile vero?

Iniziamo dagli esordi. Come ti sei accotato alla scrittura? Quando ti sei veramente accorto che la scrittura poteva diventare la tua strada?

Scrivo da sempre. E’ vero, rispondono tutti così, ma non può essere altrimenti. Il bisogno di raccontare storie non è una cosa che fa irruzione all’improvviso, te la porti dentro fin da bambino. A livello “professionistico” ho cominciato a pubblicare cose nel 1991, proprio su COMIX. Poi sono arrivati L’APODITTICO, il mensile consociato a ZELIG, il sito di satira on line GIUDA . Nel 2003 ho cominciato a cimentarmi con le scritture nere. Prima racconti, poi romanzi. Il resto è storia recente

Quali sono state le tue prime letture e poi d’adulto quali libri hai amato? Cosa stai leggendo in questo momento?

Letture varie, eterogenee, in un incoerente alternarsi di letterature alte e letterature basse, prodotti di genere e grandi classici. Il novecento europeo, Kafka, Joyce, Mann. Stephen King. I minimalisti americani, Easton Ellis su tutti. La Fielding e la Chick lit. I noiristi francesi. Fumetti. In questo momento sto leggendo Gone baby Gone di Lehane e Il bacio della donna ragno di Puig. Due cose diversissime. Per l’appunto.

fotoale1Berselli e la musica. Vi lega un rapporto quasi simbiotico. Non a caso nel tuo ultimo romanzo ha un ruolo molto importante quasi fondamentale. Che musica ci vederesti bene come sottofondo a questa intervista?

La musica c'è sempre nelle cose che scrivo, mi serve per fornire "indizi" su come sono i miei personaggi. In IO NON SONO COME VOI il protagonista, Paolo Graziani aveva la mia età e ascoltava la musica della mia generazione, Nirvana, Smashing Pumpkins, una musica nichilista come il suo protagonista. Luca Parmeggiani invece è un adolescente contro anche nella sua playlist: vecchio heavy metal anni ottanta, quasi una dichiarazione d’odio contro tutto e tutti, un segnale di non omologazione

Cos’è secondo te il “minimalismo berselliano”? Esiste davvero? Ti senti uno scrittore minimalista?

Minimalismo berselliano è una definizione che mi fa sorridere, ogni tanto penso a una ipotetica storia della letteratura con l’ultimo volume che recita nel sottotitolo DAL SECONDO DOPOGUERRA AL MINIMALISMO BERSELLIANO. A parte gli scherzi, il minimalismo per me è fondamentale, non amo i fronzoli, le zavorre, le cose che non servono. Quel gigante di Carver recitava che se una cosa puoi dirla in dieci parole non usarne quindici o venti, usane dieci. Gli appesantimenti mi annoiano.

Il tuo stile è caratterizzato da frasi breve, secche, corrosive, quasi scolpite. Non ami le parti descrittive. Non ti dilunghi in dialoghi supreflui ma punti subito all’essenziale. Da chi pensi di aver e ereditato questo stile fulmineo e ipererrealistico?

Carver. Sicuramente. Lui è un maestro nell’andare subito al sodo, creando figure emotive di impatto enorme. Adoro Carver. E’ un narratore capace di farti entrare in un personaggio dopo quattro righe, i suoi racconti non li leggi, li attraversi. E non c’è una parola inutile nelle cose che scrive.

Dai molto spazio al rumore della mente. C’è un po’ in te traccia del James Joyce di Finnegans Wake o sto dicendo un’ eresia? 

Quel Joyce, anche lui un minimalista berselliano. Il flusso di coscienza dici? A me piace. Adoro pensare con la mente del protagonista e vedere la storia con i suoi occhi. E se riesco a farlo fare anche al lettore il gioco è riuscito.

In una tua recente intervista hai detto che per te scrivere è come fare una seduta di autoanlisi. Pensi che la scrittura abbia nella tua vita un ruolo catartico? Nel tuo io più profondo sei davvero così inquietante e terribile come i tuoi personaggi? Il Berselli gioioso e solare è solo una maschera?

No, il Berselli gioioso e solare è quello reale, la terribilità dei miei personaggi è l’interpretazione ipotetica della mia dark side, che c’è
ma ben nascosta, almeno cento metri sottoterra. La scrittura è sicuramente catartica, ti fa buttare fuori robe. Ne esci alleggerito

Luigi Bernardi è un grandissimo talent scout e in un certo senso ti ha scoperto. Raccontami il vostro primissimo incontro. Descrivimi sensazioni, impressioni, conferme.

Luigi è un grande. Gli ho mandato la sinossi e le prime pagine di CATTIVO e lui mi ha detto: continua. Quando a gennaio 2009 mi ha scritto che sarei uscito con BABELE SUITE ero felicissimo. Lavorare con Bernardi fa davvero curriculum. Non è uno che sceglie autori tanto per fare. E’ serissimo nel suo mestiere

Leggendo “Cattivo”edito per Perdisa si ha la sensazione che tu non giudichi il protagonista, anzi lo descrivi quasi con affetto seppure non fai niente per giustificarlo. C’è una parte di te che vive in questo personaggio, anche tu eri un adolescente ribelle?

No, non particolarmente. Ho sempre preferito una eversione interiore ai grandi gesti, non amo la violenza delle pose, spesso denuncia fragilità. Sull’assenza di giudizio hai ragione: non giudico mai i miei personaggi, nemmeno i più negativi. Con le dovute differenze, c’è tanto di Alessandro Berselli in Luca Parmeggiani. La musica, il rifiuto di vivere la vita come gli altri ci dicono di dovere fare

Berselli e la critica. Leggi tutte le tue recensioni comprese le stroncature a patto che tu ne abbia ricevute? Quali sono i commenti che ti fanno più felice e quelli che ti infastidiscono?

Stroncature? Non ne ho avute tante, grazie a Dio. Quando arrivano fanno male, non posso negarlo. Ma servono, ti riposizionano. Così come i pareri positivi ti galvanizzano, sono botte di adrenalina buona. I social networks sono fantastici strumenti di comunicazione con il lettore, che smettono di essere entità distanti. Diventano amici, comunichi con loro

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

Le presentazioni sono un momento fantastico, sia perché assecondano il mio bisogno di palcoscenico sia perché ti mettono in relazione con il tuo pubblico. La vita on the road mi piace: adoro le camere d’albergo, la vita randagia, conoscere gente. Credo di metterci molta passione in questo lavoro. Non per meriti particolari, ma solo perché mi diverto in tutto questo

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere?

Certamente. NON FARE LA COSA GIUSTA, in uscita a novembre, sempre con PERDISA. Un libro duro, terribile, la disgregazione di una famiglia dell’alta borghesia attraverso adulterio, xenofobia, morte. Un libro a cui tengo tantissimo.

:: Intervista a Helga Schneider a cura di Maurizio Landini

11 giugno 2010 by

SalaniSignora, Schneider, la sua vita è legata indissolubilmente al nazismo: l’incontro con Hitler da bambina, sua madre che rinunciò alla famiglia per entrare nella Waffen-SS e prestare servizio come guardiana nei campi di sterminio. A partire dal caso letterario de Il rogo di Berlino, la narrazione di storie terribili legate agli anni della guerra l’hanno aiutata in qualche modo ad attenuare l’inferno che si porta dentro?

Scrivere é terapeutico, costringe a fare i conti con il proprio passato, ad analizzarlo, elaborarlo. Ma nello stesso tempo ho cercato di essere nei miei libri soprattutto la testimone di un regime devastante, anziché la vittima. Oggi sono sufficientemente serena, l’inferno, come dice lei, ha perso i suoi contorni più feroci, ho imparato a conviverci.

Sembra ciò che di più atroce sia stato vissuto nel corso della seconda guerra mondiale sia destinato a ripetersi anche nel Terzo Millennio: Africa, Bosnia, Iraq, Afganistan… Cosa manca ancora alla nostra modernità per riuscire a fare tesoro di uno dei momenti più orribili della storia umana?

Ma quale modernità? A me sembra che sia soprattutto tecnologica, umanamente la società sta regredendo. Quali miglioramenti ha acquisito la società globale? Il traffico e il consumo di droga sono aumentati. Il terrorismo internazionale é più che mai in agguato. Ancora oggi muoiono giovani, italiani compresi, per guerre che vorrebbero definirsi interventi di peacekeeping. Giornalmente migliaia di persone sono condannate a morte per fame. Nel 2010 esiste ancora il commercio di organi presi a bambini del terzo mondo. L’uomo si é sentito costretto a possedere atomiche in grado di cancellare la vita sul pianeta. Sempre l’uomo continua a distruggere l’habitat della maggior parte delle forme viventi ed inquina e distrugge buona parte del globo. E i valori? Quelli che un tempo aggregavano la società, oggi la dividono. Potrei continuare ancora per un bel po’.

Nel suo libro La baracca dei tristi piaceri, affronta il tema sconcertante e assai poco conosciuto della prostituzione nei lager nazisti, rimasto tabù per decenni. Il silenzio accompagna le violenze sessuali subite dalle donne, oggi come ieri; un silenzio che non appartiene solo alle vittime, ma anche alle istituzioni, all’opinione pubblica. Perché tanto silenzio, signora Schneider?

La violenza sulle donne é antica come il mondo. Oggi si affrronta l’argomento, ma solo a parole. Invece bisognerebbe cambiare la mentalità delle persone. E’ diventato “moderno” uccidere semplicemente colui o colei che non vogliono più stare con te, assassinare i genitori considerati scomodi, perseguitare ed “eliminare” la moglie, compresi i figlioli, nel caso che la donna abbia deciso di divorziare. Forse dobbiamo ancora capire che nessun essere umano, una moglie, un marito, nemmeno i figli sono nostra proprietà. Questa é diventata una società intollerante e violenta. Ciò che di violenza verbale si sente oggi in televisione é inaccettabile. Oltre tutto – la violenza verbale é una porta aperta verso la violenza fisica. Che immagine offriamo ai nostri giovani?

Il pubblico ha il diritto e il dovere di sapere. Eppure in quest’epoca dove l’informazione sembra aver preso il posto di Dio, la verità ci viene nascosta. Siamo tenuti lontani dall’avere una presa conoscitiva sulle guerre, sulle violenze quotidiane, sulle ingiustizie, mentre divoriamo quintali di morte e sofferenza dalla cronaca nera dei giornali e della televisione. In che modo, secondo lei, la gente comune può riappropriarsi della verità?

E’ verissimo, esiste una diffusa insoddisfazione circa la credibilità dei mezzi di comunicazione sia radiotelevisivi che a stampa: la non veridicità di molte informazioni, la tendenza a esagerare e a gonfiare le notizie, l’inesattezza dell’informazione, la dipendenza dei giornalisti al servizio di interessi specifici, l’abitudine a fornire informazioni “di parte” facendo prevalere l’appartenenza (per lo più politica), della testata o del singolo giornalista ecc. ecc. Come ottenere che la gente comune si riappropri della verità? Mi chiede una ricetta che nemmeno coloro che dovrebbero cambiare le cose posseggono, o ritengono attuabile.

Ritengo che il compito dello scrittore nel terzo millennio sia ancora quello di farsi “archeologo della verità”, forse anche di più che in passato; di scavare nel tentativo di riportare alla luce “tesori”, per quanto putridi e rivoltanti essi siano. È d’accordo?

E’ ciò che ho fatto nel mio piccolo in letteratura.

Nei suoi libri, ragazzi come Heike di Heike riprende a respirare o Willi de L’Albero di Goethe, si trovano ad affrontare realtà che sconvolgerebbero un adulto. La sua stessa infanzia è stata “bombe, terrore, fame, solitudine”. Che vivano nel primo o nel terzo mondo, nella povertà o nell’opulenza, in guerra o in pace, anche al giorno d’oggi molti ragazzi sono forzati a diventare adulti prima del tempo. Sfruttati per la guerra, per il sesso, per il lavoro o, nel migliore dei casi, scelti come bersaglio in operazioni di marketing che impongono loro modelli di “adulto” da imitare, i ragazzi hanno ancora spazio per vivere la loro età?

La società cosiddetta moderna ha defraudato le nuove generazioni di un diritto sacrosanto: essere bambini, essere ragazzi. Favorendo la loro fantasia, l’immaginazione, l’inventiva. Conservando la loro innocenza, il candore. Invece li abbiamo trasformati in ragazzi e ragazze cinici, precocemente erotizzati (sic!), e malati di telefonini e abiti griffati. E’ drammatico.

Ne La Baracca dei tristi piaceri, al tema della prostituzione dei lager, si affianca quello dell’omosessualità (si pensi alle vicende legate a personaggi come Marco e Roby) che bene si presta a una riflessione più estesa a tutte le discriminazioni: viste le violenze, le torture e le uccisioni ai danni del “diverso” perpetrate in alcune parti del mondo anche oggi, certe mostruosità ideologiche con cui il nazismo intendeva giustificare il suo operato non sembrano relegate in un tempo ormai lontano dal nostro. Che ne pensa in proposito?

Il “diverso” é ancora malvisto, guardato e trattato con diffidenza. Manca ancora una profonda cultura della serena convivenza con chi non é come noi, sia esso straniero, inabile, omosessuale. Siamo un bel po’ indietro.

Ne Il piccolo Adolf non aveva le ciglia la Lebensunwertes Leben di un bambino nato con delle imperfezioni porta a una presa di coscienza sulla reale identità del nazismo. L’impegno a tenere viva una memoria su questo e altri crimini contro l’umanità potrà vincere la banalità del male che non ha mai smesso di contaminare la nostra esistenza?

La Arendt ha c’entrato un concetto che valeva per i gerarchi nazisti. Ma a distanza di decenni quest
a “banalità del male” serpeggia ancora nella società odierna, seppure in un modo differente, più subdolo, più celato..

A tutt’oggi capita che in alcune parti del mondo, compresa la Germania, siano permesse manifestazioni a carattere neonazista. Che effetto fa vedere sfilare manifestanti che inneggiano al nazismo – o a ideali molto prossimi – a coloro, come lei, che lo hanno vissuto in prima persona? Questa sorta di libera e pericolosa “profanazione del dolore” è da ritenersi inclusa nel prezzo che deve pagare una democrazia?

Si. In Germania le manifestazioni neonaziste non sono permesse, ma se un qualsiasi partito esprime ideali simili al nazismo, dando loro un altro nome, può farlo. In un paese democratico, là dove chiunque può esprimere le proprie opinioni, certe manifestazioni non possono essere vietate.

Nel film Die Welle (l’Onda) il regista tedesco Dennis Gansel racconta l’esperimento di un professore per spiegare il nazismo ai suoi allievi, attraverso la creazione di un movimento (l’Onda), che finisce però col sfuggirgli di mano tragicamente; eppure gli allievi coinvolti avversavano apertamente il nazismo. È possibile che nella nostra Europa democratica si possa correre il rischio di non rendersi conto della potenziale pericolosità di certe posizioni politiche?

Ci si rende conto eccome, ma se queste posizioni politiche riscontrano il consenso dei votanti, significa che il popolo sta imboccando una determinata strada e – al contrario dei tedeschi dell’epoca di Hitler – questa volta in piena coscienza. E’ un segno dei nostri tempi e dà motivo per riflettere.

:: Novità in uscita per edizioni XII

11 giugno 2010 by

melodia-cover-thumbA partire dal giorno del solstizio d'estate 2010, sarà disponibile in libreria una nuova edizione di Melodia, opera dell'autore lecchese Daniele Bonfanti, già edita nel 2007, in una versione riveduta e corretta e con una nuova cover tutta felina, realizzata, come sempre, dal brillante duo Diramazioni.

Completa l'opera la postfazione Nuova musica dalle Sfere Oscure, di Danilo Arona.

Il titolo è già disponibile in preordine, scontato fino al 15 giugno, presso l'eshop di Edizioni XII.

Per ulteriori informazioni e il booktrailer si veda la scheda libro sul sito di Edizioni XII: http://www.xii-online.com/daniele-bonfanti-melodia