:: Recensione di La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina a cura di Giulietta Iannone

11 giugno 2010 by

Dopo avervi proposto thriller e noir, mie abituali letture preferite, ecco a voi una tenera storia ambientata a Orvieto, idilliaca cittadina umbra, luogo ideale per descrivere le dinamiche della vita di provincia. La libraia di Orvieto edita da Fanucci è la convincente opera prima dell’esordiente Valentina Pattavina, catanese, 42 anni, curatrice dal 1999 con Vincenzo Mollica della serie “Parole e Canzoni” di Einaudi Stile Libero. La Pattavina si avvicina per la prima volta alla narrativa con una storia delicata e divertente, una commedia nera in cui vari generi si intrecciano dando vita ad un piccolo gioiello davvero ben scritto, colto e raffinato. Scrittura minimalista, capitoli brevissimi, quasi schegge cadenzano, questo bizzarro e curioso romanzo che ha per protagonista Matilde una quarantenne single e irrequieta che dopo vari vagabondaggi per l’Italia, si rifugia ad Orvieto sfuggendo al proprio passato e raggiunge un’ oasi di sogno: può fare la libraia, sua grande aspirazione, grazie al vecchio e garbato professor Paolini; incontra buffi e teneri personaggi che l’accolgono come una naufraga e le fanno posto nella loro stretta cerchia di amicizie consolidate dagli incontri del sabato in cui si riuniscono per giovcare a carte, per mangiare piatti tipici umbri e per rinsaldare  una strana complicità che ben presto si rivelerà per lo meno sospetta agli occhi della attenta Matilde; finanche si innamora dell’affascinante e bel Michele, nipote del Paolini. Poi quasi per un gioco del caso emerge dal passato un omicidio irrisolto. Dieci anni prima infatti fu rinvenuto nel bosco il cadavere di un uomo, impiccato ad un albero, in una strana messinscena che apparentemente avrebbe dovuto fare pensare a un suicidio. I carabinieri indagarono svogliatamente facendo sì che le indagini raggiungessero un punto morto. Dieci anni dopo, quando ormai ogni pista sembra perduta e il colpevole vive indisturbato, Michele e Matilde riprendono le indagini e stranamente ostacolati dal gruppo di amici che li circonda, quasi trincerati dietro una fitta trama di silenzio complice, arriveranno finalmente a far luce sulla sconcertante verità.
La libraia di Orvieto di Valentina Pattavina, Fanucci, Collezione Vintage, 2010, 244 pagine, brossura, prezzo di copertina Euro 16,00.

Valentina Pattavina, editor, è nata a Catania nel 1968. Ha studiato archeologia. Dopo un’intensa attività nel mondo dello spettacolo, nel 1996 inizia a lavorare nell’editoria, ricoprendo diversi ruoli in ambito redazionale. Collabora tra gli altri con Fanucci, Chiarelettere e Einaudi, in special modo con Stile Libero, per la quale dal 1999 ha curato insieme a Vincenzo Mollica la serie Parole e canzoni dedicata ai cantautori. Per Stile Libero ha scritto i libri Non principe, ma imperatore. Storia di Totò, dalla polvere del palcoscenico alle luci del cinema (2008) e La grande anima d’Italia. Alberto Sordi, dal teatrino delle marionette ai fasti del cinema, una monografia su Paolo Villaggio e una su Vittorio Gassman. Per i tipi di Fanucci ha scritto i romanzi La libraia di Orvieto (2010) e La libraia di Orvieto. L’ultima eredità (2011).

:: Intervista a Sebastian Fitzek a cura di Giulietta Iannone

10 giugno 2010 by

Sebastian FitzekCiao Sebastian. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, i tuoi studi, i tuoi hobby. Chi è Sebastian Fitzek?

Beh, il mio curriculum vitae, dice che sono nato a Berlino nel 1971. Dopo essere andato alla scuola di legge e aver conseguito il  dottorato in legge, ho deciso di abbandonare la professione giuridica per una professione creativa nei media. Dopo il tirocinio presso una stazione radio privata sono passato all’ intrattenimento e in seguito sono diventato redattore capo. Io vivo a Berlino e lavoro ancora due volte a settimana per la più grande stazione radio della città. Se si vuole trovare qualcosa di più sulla mia vita privata si possono trovare tutti i “dettagli piccanti” qui in questo articolo sulla mia home page:  http://www.sebastianfitzek.com/?artikel=8

Raccontaci qualcosa della tua città Berlino. Qual è il tuo background?

Penso che Berlino sia una città ideale per uno scrittore, perché è possibile trovare qui tutto quello di cui si ha bisogno. Cittadini di quasi tutti i paesi vivono qui. Ci sono laghi e fiumi, montagne, quartieri e zone come Beverly Hills. E la città è conosciuta in tutto il mondo. Magari è per questo che i miei lettori italiani si appassionano  alle mie storie così tanto.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Ho iniziato a leggere alcuni romanzi polizieschi per bambini di Enid Blyton. Penso che la mia passione per il thriller sia nata poi leggendo Stephen King, quando avevo circa 14 anni.

Quando hai deciso che saresti voluto diventare uno scrittore? Come è nato il tuo interese per il thriller psicologico?

Ogni volta che leggevo un buon libro mi chiedevo: “Sarò mai capace di scrivere una storia così  anche io?” Un giorno, non molto tempo fa, nel 2002, ci ho provato. ( Sorride) Penso, che comunque ho sempre voluto intrattenere la gente con storie avvincenti. Mi interessano le persone. I pazzi sono i migliori. Come ho detto prima, per molti anni ho lavorato come direttore del programma per una stazione radio popolare tedesca. Questo è stato ed è ancora un luogo dove posso incontrare un sacco di “disturbati” i colleghi. (Sorride) Essi mi hanno molto ispirato aiutandomi ad avere uno sguardo più profondo per il comportamento umano e i disturbi psicologici. Ho studiato diritto e questo è stato utile per imparare a fare ricerca. E, naturalmente, ho sentito un sacco di storie strane durante le mie lezioni di diritto penale.

Qual era il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto e della tua strada verso la pubblicazione.

Tutto comincia sempre con un una domanda : “Cosa succederebbe se “. L’idea per il mio primo romanzo “La terapia” mi è venuta, per esempio, mentre stavo aspettando la mia ex fidanzata nella sala d’attesa, completamente affollata, di uno studio medico. Dopo mezz’ora non era ancora uscita dalla stanza d’esame e io ho pensato: e se tutti coloro che aspettano con me dicessero ad una mia richiesta: “Non abbiamo visto che sei arrivato con la tua ragazza.” Cosa succederebbe se il receptionist dicesse che il suo nome non c’è nell’elenco dei pazienti? E se la mia ragazza non uscisse mai effettivamente dalla sala di esame? Questo non era un pio desiderio, ma la mia fonte di ispirazione per “La terapia“, in cui una  ragazza scompare da uno studio medico senza lasciare traccia e il padre è l’unico a cercarla. Appena ho avuto l’idea ho iniziato a scrivere. E poi mi ci è voluto del tempo prima che il mio primo manoscritto venisse pubblicato. La verità è che ci sono voluti “solo” quattro anni dalla prima frase di scrittura a vederlo negli scaffali. Per fortuna, ho incontrato Roman Hocke, il mio agente letterario, durante questi quattro anni. Ha sottolineato tutti i miei errori da principiante e mi ha fatto rivedere il mio thriller di debutto  “La terapia” sette volte prima di affidarlo alla mia attuale casa editrice tedesca. Fu così che iniziò la mia carriera e ora sono molto felice che il mio nuovo thriller “Schegge” sia disponibile anche in Italia.

Parliamo del tuo lavoro di scrittore. Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro ?

Sono così fortunato che non ho una tipica giornata di lavoro. A volte scrivo giorno e notte, ora per esempio sono in  tour attraverso la Germania per promuovere il mio nuovo libro. E ieri ho passato tutto il mio tempo a dare interviste, come questa. ( Sorride) Tuttavia, vi è un rituale! Prima di finire la stesura di un libro , esco in macchina con i miei cani e vado  da qualche parte in direzione di Potsdam e mi fermo vicino ad un lago e proprio li esamino i capitoli del libro dalla A alla Z, più di una volta. A volte sono così perso nei suoi pensieri, che inizio a guidare in cerchio e dimentico i miei cani.

C’è qualche scrittore in particolare che ha influenzato il tuo stile?

Posso solo dare una risposta sleale perché non c’è abbastanza spazio per elencare tutti gli autori brillanti che ammiro e che mi hanno più volte ispirato nella mia vita. Nella mia gioventù, ho iniziato con Stephen King, quando studiavo giurisprudenza naturalmente ho divorato tutto, da Grisham, in seguito Crichton, Deaver, Follet … i soliti sospetti. Attualmente, mi piace consigliare le opere di Dennis Lehane e Harlan Coben.

I tuoi personaggi di fantasia, sono  spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

No, non ci sono personaggi simili a me o qualsiasi altra persona esistente. Cerco di evitare di farlo. Ma – la mia mente subcosciente è sempre un autore nascosto  – per cui  a volte capita che descriva persone che conosco, ma non è previsto. Accade per caso.

Ci sono critiche che hanno influenzato il tuo lavoro?

Sì, ascolto soprattutto le critiche del mio editor e della mia ragazza Sandra prima che il libro venga pubblicato.

Ti piacciono gli scrittori scandinavi di crime? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbo?

Devo ammettere che leggo più autori di lingua inglese. Ma comunque adoro Stieg Larsson e penso che la spiegazione del suo successo sia da ricercare nella sua straordinaria capacità di creare personaggi veri ed eccitanti come Lisbeth Salander.

Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Naturalmente. Ogni autore deve convivere con il fatto che possa non essere gradito a tutti.

Mi piacerebbe parlare un po ‘del tuo nuovo libro Schegge Elliot Edizioni. Dove hai trovato ispirazione?

In “Splinter” – un uomo perde la moglie incinta in un incidente stradale del quale si sente responsabile. Un mese dopo, non riuscendo quasi a convivere con questa perdita, si imbatte in un misterioso annuncio sul giornale – una clinica psichiatrica sperimentale è alla ricerca di persone che abbiano subito un trauma e che lo vogliano cancellare dalla loro memoria per sempre. Ho avuto l’idea mentre parlavo con un neurochirurgo, che mi ha detto che questo tipo di esperimenti sono in corso veramente, e che l’industria medica è alla ricerca di una pillola o una tecnica che possa portare via tutti i  brutti ricordi. Solitamnete in un thriller che tratta l’ amnesia  l’eroe vuole ottenere la sua memoria indietro. Qui ho voluto creare un romanzo facendo il contario – descrivere quando un uomo desidera perdere i suoi ricordi!

Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Vorrei dire ad un autore di considerarsi sempre come un personaggio di un romanzo, preferibilmente come l’eroe fortunato, in quanto nella maggior parte dei casi il protagonista subisce durante il corso della storia, una sconfitta dopo l’altro. Vince solo una volta: nel finale. L’insieme di sconfitte e colpi di scena sono anche le componenti naturali e necessarie di ogni buona storia, così come lo sono nella vita.

Se potessi riniziare la tua carriera di nuovo che cambiamenti apporteresti?

Neanche una sola cosa. In effetti a volte mi chiedo come mai ho avuto così tanto successo. Quindi devo rifare tutto dinuovo allo stesso modo per avere lo stesso successo. ( Sorride)

Pensi che la tua scrittura migliori di libro in libro?

Spero proprio di sì e tutti, non solo gli amici, mi dicono che è così. Ogni libro è un tentativo nuovo. Sono certo che il mio miglior romanzo non è ancora stato scritto.

Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

Attualmente 5 società di produzione stanno cercando di adattare i miei libri per il grande schermo. Ma ci vuole tempo, in Germania, per ottenere denaro dalle stazioni tv per la produzione di un film costoso, anche se è per il cinema. E le televisioni non credono nel genere psychothriller. Stiamo anche parlando con produttori italiani. Se ci volesse troppo tempo in Germania, forse lo produrremo nel vostro paese. Anzi penso che il film sarebbe meglio se lo facessimo in Italia, comunque. (Sorride)

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo libri di Cody McFadyen. Si chiama “Ausgelöscht” in Germania. Naturalmente un thriller.(Sorride)

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori?

Sono davvero lieto di avere così tanti lettori, soprattutto italiani. Ricevo un sacco di mail e  rispondo a tutti il più rapidamente possibile.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Oh, potrei dirvi parecchie storie divertenti su di me. Mentre stavo lavorando a Splinter per esempio ho pensato a tutti i brutti ricordi di cui avrei voluto sbarazzarmi se ci fosse stata una pillola per l’ amnesia che avesse permesso di cancellarli dalla mia mente. Ti racconto questo. Per esempio una notte ero nella mia camera d’ albergo a New York e volevo andare in bagno. Beh ho preso la porta sbagliata e mi sono ritrovato nel corridoio chiuso fuori. Ora dovete sapere che io dormo completamente nudo. Potete immaginare quello che ha pensato il receptionist di quel  tedesco pazzo, nudo nella hall, che chiedeva una nuova chiave nel bel mezzo della notte!

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

In questo momento non sto scrivendo perché sono in tour con il mio nuovo thriller “Il collezionista di occhi”, che parla di un serial killer che gioca a nascondino in un modo molto crudele. Prima uccide la madre, poi rapisce suo figlio. Il padre ha 45 ore di tempo per trovarlo altrimenti il bambino in ostaggio muore. Non ci sono accenni e indizi su chi potrebbe essere il killer e l’unico testimone di sesso femminile è cieco …

:: Novità in uscita per Sperling Kupfer in libreria dall' 8 giugno

9 giugno 2010 by

"Se fosse tutto facile" di Maria Daniela Raineri
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004879)
"Le vergini di Pietra" di Ben Pastor
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004896)
"Buttati!" di Gary Vaynerchuk
(
http://www.sperling.it/scheda/978882004908)

in più uscirà in versione paperback

"Più bella di così" di Maria Daniela Rianeri
(http://www.sperling.it/scheda/978886061640)
"L'amore non può attendere" di Barbara Taylor Bradford
(
http://www.sperling.it/scheda/978886061660)

:: Recensione di Istruzioni per un addio di Luigi Romolo Carrino a cura di Giulia Guida

8 giugno 2010 by

copj13.asp"Mi ricordo il suo viso, scuro come un temporale." [Rileggendo "Istruzioni per un addio, L. R. Carrino].
Una serie di finestre che si aprono e si chiudono sulla piazza di San Lorenzo. C'è  una fontana, lì da sempre ma non per sempre.
Che guarda, ascolta e parla la vita che accade in punta di piedi.Le bombe a Roma e la guerra a rosicchiare quel che resta delle parole mai scritte, mai dette, interrotte nel silenzio perfetto di un'esplosione. C'è  una donna nella sua cucina al settimo piano che aspetta senza parlare la sua voce, seduta su una sedia, davanti a un mazzo di rose rosse. Le mani appese giù ai lati dei polsi, come cuciti addosso a una bambola di pezza, gli occhi lividi di niente. Anna.
Aspetta di imparare il colore dalle rose. Le rose aspettano, immobili, di imparare il suo bianco irrequieto e imbizzarrito. C'è una donna che ha perso l'amore, gliel'ha portato via la guerra ed ora si vede giovane stesa contro il muro, vede il suo sorriso abbarbicato contro il petto del suo amante, lo vede arrampicarsi lungo il contorno dei suoi occhi e ricalcarci sopra tutte le lettere d'amore lasciate dal fronte dentro al petto di un morto, come proiettili di carta.
Anna chiude gli occhi, piega il collo di lato, leggerissima. Rita appare, senza far rumore, come la sua ombra. Entra in cucina dalla camera da letto e chiama Anna. Rita ed Anna sono al settimo piano di un altro tempo e di un altro spazio. Sono metà spezzate, riflessi asimmetrici, sorelle nel ricordo, prima della vita e dopo la morte. Hanno i polsi incrociati nell'assenza e le vene piene di mancanze. Respirano con un solo cuore e invecchiano come in uno specchio. Non escono mai da casa, fanno salire solo il fioraio ogni mattina per portare due rose rosse, inchiodate sul tavolo della cucina ad accarezzare tutti gli spigoli dell'appartamento. Le rose respirano la vita di Rita e di Anna che vivono lì come cose dimenticate in un angolo, mangiate dalla polvere.
Al settimo piano di piazza San Lorenzo c'è Marta. Vicino a lei, sul piccolo balcone, c'è una culla. Dentro c'è Anna, nata per errore, sputata fuori da una violenza in un sottoscala, un paio di mani così piccole aggrappate a un destino che si ripete sempre uguale. Marta sul balcone, Anna nella culla. E poi Marta sospesa nell'aria, nessun attrito, sembra quasi che abbia le ali.
Al settimo piano di un appartamento c'è un uomo in caduta libera. Un uomo che è rimasto dentro una casa vuota, mentre il suo amore se ne è andato. E pensa al perchè non sia mai lui quello con la valigia in mano, sempre pronto per battere la ritirata. Lui è quello che resta, che non abbandona mai, che non lascia. Non può essere diversamente, lui è quello che deve sentire l'assenza delle cose, il freddo del letto come un buco nella terra, sapere l'inverno che ti infreddolisce tutto nelle ossa, mentre fuori il mondo già suda d'estate.
E poi ci sta una lista di istruzioni su come usare la lavatrice. Solo sette punti. In sette punti le istruzioni pratiche per la sopravvivenza. C'è  un uomo che se ne va sulla porta di casa. C'è il suo compagno distratto, testa fra le nuvole e la voglia di portargli un girasole tra le mani e tirargli via un pò di colore dalla faccia. C'è uno strappo. E due uomini che si allontanano. Una lavatrice, una vaschetta per l'ammorbidente, il detersivo per i colorati. E i vestiti dentro una valigia, via dalle grucce. I libri tutti in ordine di altezza, le tende pulite, i piatti lavati, i pavimenti lucidati come pezzi d'argenteria. E una lettera d'amore per dire addio.
E poi ancora un carteggio virtuale. Due amanti gay, due cugini stretti, Dada la Grande e Ivette senza tette sotto la pioggia di novembre muoiono tenendosi per mano, sul lungomare. Uno dei due scrive all'altro, gli scrive le poche parole che gli restano, le ultime notti senza il mare al contrario nei suoi occhi, gli ultimi giorni senza la sua voce a far scricchiolare le pareti.
Adriana Merola, editrice per Azimut, alla presentazione romana del nuovo lavoro di Carrino, "Istruzioni per un addio", ha tenuto a precisare a malincuore che sull'immagine di copertina c'era un errore imperdonabile. La parola racconti sotto al titolo. "Quella parola non ci doveva essere. Siamo stati indecisi fino all'ultimo giorno se inserirla o meno. Come vi accorgerete leggendo, Istruzioni per un addio si presenta in realtà come un romanzo sospeso, più che come una serie di racconti slegati l'uno dall'altro." A questo proposito devo dare pienamente ragione alla Merola. La nuova opera di Carrino non si configura come una classica raccolta di racconti distinti, seppur collegati da un filo narrativo e tematico comune. I personaggi, le ambientazioni, gli oggetti, i pensieri, le voci si sovrappongono e si inseguono in un continuo gioco di rimandi alternati tra i diversi racconti, che finiscono per evocarsi l'uno all'interno dell'altro attraverso la collisione dei piani temporali e degli spazi.
Carrino annulla il tempo, ne annulla l'ordine logico. Riesce a ricreare la geometria molecolare di un sentimento, l'addio, che è in realtà dato di fatto, uno stato irreversibile di cose, una realtà ruvida, sporca, l'inizio di una crisi, una crepa nella quotidianità, nei luoghi di sempre, nelle vecchie abitudini. L'addio è la vita che smette di scorrere all'improvviso. E' la frattura che non si ricompone o lo fa storta attraverso gli anni e s'attacca all'odore dei vestiti di chi se ne è andato, a un sorriso lasciato di sfuggita dentro una foto, nella pancia cava delle pareti delle case disabitate, tra le pieghe della carne di un corpo solo che si invecchia. L'addio è figura geometrica dagli angoli infiniti, è cerchio in cui ci si smarrisce, è linea retta che trema di infinito e di morte.
I personaggi di Carrino sono uomini e donne sbiancati di vuoto, caduti nel precipizio. Le loro pose fisse, i loro sguardi immobili, le loro attese prolungate, i loro passi mossi solo dall'inerzia descrivono l'impotenza inquieta di chi sa che il ritorno è impossibile. Hanno le istruzioni, certo. Per sopravvivere, d'altra parte, è necessario soddisfare una serie molto limitata di bisogni primari. Sopravvivere all'abbandono non è tra questi.
L'amore non sembra essere per definizione fisiologica una necessità elementare.
Verrà  da sè, nei giorni interrotti, negli anni afoni, nei colori indistinti, nei contorni dimenticati. Verrà da sè rimettere la carta da parati, pulire le tende, rifare la lavatrice, lasciare i libri in disordine e i letti sfatti, ricominciare a fumare, dividere il letto con qualcun altro.
Verrà  da sè la vita che continua, mentre chi se ne va resta in disparte, uno spillo in sottopelle che non ti appartiene più, ma che non riesce mai a scappare.
Carrino sceglie di parlare dell'addio con più linguaggi: il carteggio virtuale, la chat, il monologo, il racconto corale, la narrazione diretta, la poesia a seconda dei personaggi e dei contesti. Decide di distaccarsi dal genere noir, etichetta che era stata accostata ai due precedenti lavori di narrativa dell’autore, “Acqua storta” e “Pozzoromolo”(Meridiano Zero) per dare vita a qualcosa di diverso, che rifugge
anche la definizione stessa di racconto, figurarsi di genere.
Ora che rileggo queste parole a voce alta, mi viene da pensare che Carrino sia tutto quello che uno scrittore oggi dovrebbe essere. Lasciar parlare quello che si scrive prima che se stessi.
Le sue parole riempiono tutte le mie stanze, riscrivono sopra ai vuoti d'aria una mancanza diversa, in cui tutte le assenze si sommano per formare un unico spazio pieno: la terra dell'addio. Ed è lì che ritrovo la mia voce

:: Recensione di Anime assassine – I casi dell’ispettore Quetti di Diego Collaveri

8 giugno 2010 by
animeassassineofficialE’ recentemente uscita per Aletti editore Anime assassine- I casi dell’ispettore Quetti opera prima di Diego Collaveri, sceneggiatore e regista livornese, classe 1976. Il libro contiene una raccolta di sette racconti che passano dal poliziesco più tradizionale al noir con venature esistenzialiste ed hanno come protagonista uno strano ispettore, cinico e scontroso, con un passato misterioso e molti conti ancora in sospeso da regolare. I racconti di per sé apparentemente slegati e autonomi, con cui Collaveri ha potuto avere importanti premi e riconoscimenti riscuotendo un notevole successo di critica, sono stati scritti nell’arco di una decina d’ anni e solo ora per la prima volta sono raccolti in un unico volume che permette di vedere i vari stadi di crescita del personaggio principale e dei comprimari anch’essi ben amalgamati nel contesto narrativo. I racconti caratterizzati da un grande varietà espressiva, coniugano una felice sintesi del genere apportando elementi innovativi e originali che danno alla narrazione vivacità e dinamismo. La ricerca della verità, il perseguimento del colpevole sono le leve che determinano l’azione e la suspance è accresciuta da un paziente gioco investigativo in cui grazie all’abilità e all’acume dell’ispettore Quetti, con giuste e illuminate intuizioni, vengono risolti anche i casi più intricati. Un po’ anarchico, un po’antieroe, l’ispettore Quetti, pur mantenendo la sua spiccata individualità, è tuttavia debitore di tutta quella scuola specialmente cinematografica che ha fatto grande il noir statunitense e il polar francese. Ricchi di suggestioni gli intrecci dei vari racconti, in cui Collaveri dissemina abilmente indizi e tracce, danno una visione a più ampio respiro della personalità del protagonista che nell’episodio finale raggiunge quasi una catarsi liberatoria dando un senso compiuto all’ intera narrazione.

:: Recensione di Operazione Atlanta di Hugues Pagan

8 giugno 2010 by

pagan8grandeCi sono i morti e ci sono i vivi. E poi ci sono gli altri, quelli che sono provvisoriamente ancora in vita, ma hanno già oltrepassato il confine.”

Friedrich Bergmann detto Berg è un ex terrorista internazionale, pericoloso, addestrato a sfuggire ad ogni controllo, una bomba ad orologeria di immensa potenza, imprevedibile, pronta ad esplodere in qualsiasi momento. Per catturarlo o meglio per organizzare la sua defezione  esiste un piano denominato “Operazione Atlanta”, un piano teorico ma studiato nei minimi dettagli da chi era stato il responsabile della sua formazione negli anni Sessanta, prima che Berg tradisse. Ora Berg è pronto a costituirsi, a tornare all’ovile, in cambio di  protezione e di una “contropartita” ma non tutto andrà secondo i piani. Tre uomini per ragioni diverse sono sulle sue tracce: il commissario capo Château, il detective Milard, il mercenario Mauber con un passato nei corpi speciali. Mentre loro consumano le loro alleanze e si dipiegano in una caccia senza tregua lasciando dietro di sé un’ inevitabile scia di sangue, Berg come un’ ombra inquietante, come un fantasma sfugge ad ogni trappola, e si prepara ad attuare la sua atroce vendetta.

Per gli amanti del noir ormai Hugues Pagan è una garanzia, un’ icona indiscussa del polar francese capace di sfornare capolavori ogni volta che da alle stampe un libro. Operazione Atlanta è un libro semplicemente straordinario, scritto a mio avviso in modo perfetto. Sullo sfondo una Parigi stanca e malinconica, sporcata di pioggia , che ben rispecchia l’umore dei personaggi ombre consapevoli della propria debolezza e fragilità schiacciate da un destino ineluttabile che pesa come una maledizione come nel caso di Milard condannato da un male incurabile. Lo stile è essenziale, caratterizzato da dialoghi secchi e decisi, e da un contenuto romanticismo decadente molto chandleriano che da ai personaggi soprattutto quelli femminili una spiccata valenza mitica. La scrittura è serrata, quasi asfissiante, la narrazione caustica bilanciata dal realismo con cui descrive gli ambienti e le atmosfere a cui alterna uno scavo psicologico dei personaggi impietoso e spiazzante. Sprazzi improvvisi di lirismo struggente colorano la prosa  tersa e sincopata dai toni cupi e crepuscolari. L’intensità a tratti poetica, il fascino struggente, il dolore vero che affiora portando con sé un magma di disillusione e disincanto lasciano nel lettore un retrogusto amaro. Splendido e nello stesso tempo tragico il finale che dopo un crescendo drammatico e incalzante, in un vero gioco al massacro, non lascia vincitori. Ottima la traduzione di Peppino Campo e suggestiva la copertina illustrata da Jean-Claude Claeys.
Operazione Atlanta di Hugues Pagan Meridiano Zero 2010 253 pagine brossura, titolo originale Last affair Euro 14, 50 

Recensione di Carlo Vidua e l’Egitto di Roberto Coaloa

7 giugno 2010 by

colaoaLe avventure salgariane di Carlo Vidua

Agli inizi dell’Ottocento erano pochi gli europei in viaggio in Egitto che, risalendo il Nilo, avevano superato l’isola di File. Nessuno si era mai avventurato più  in là di Derr, allora capitale della Bassa Nubia. Carlo Vidua (1785-1830), il viaggiatore più intrepido dell’Ottocento, compì quell’impresa: il suo viaggio in Egitto è un capolavoro. Vidua arrivò ad Alessandria il 27 dicembre 1819 e ripartì dall’Egitto il 12 agosto 1820.  Viaggiò sul Nilo in battello. Visitò il tempio di Abu Simbel, facendo accurate esplorazioni, sfidando i coccodrilli, armandosi fino ai denti per contrastare gli attacchi di pericolosi banditi. Visitò i templi, facendone per primo una puntuale descrizione degli esterni e soprattutto degli interni. I suoi taccuini di viaggio conservati all’Accademia delle Scienze di Torino, inediti, raccontano quell’incredibile avventura ad Abu Simbel, iniziata all’inizio del marzo 1820 e proseguita in quattro intensi e proficui giorni tra il 24 e il 27 marzo 1820. Vidua eseguì disegni esterni di notte, alla luce della luna, per difendersi dal caldo e fece lunghe visite all’interno del tempio. Nel suo Carlo Vidua e l’Egitto (edito da LineaBN Edizioni) Roberto Coaloa racconta questa straordinaria avventura, in un formato molto e in un’ edizione in copie numerate. Carlo Vidua e l'Egitto è stato composto con ogni cura, scegliendo una raffinatissima carta. Tutto questo grazie al mitico direttore editoriale Roberto Meschini, che ha sposato subito il progetto di fare lo snello libro sul conte Vidua.

Roberto Coaloa, giornalista del supplemento culturale de Il Sole 24 Ore è nato a Casale Monferrato nel 1971, studioso di storia dell’Ottocento e del Risorgimento, ha compiuto i propri studi nelle università di Milano, Heidelberg, Città del Messico e Aix-en-Provence. Ha pubblicato, fra l’altro, Da Plombières alla Seconda guerra d'indipendenza. Il rapporto tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II, corrispondenze e antagonismi (2009), Carlo Vidua, un romantico atipico (2003), Carlo Vidua e Alexis de Tocqueville. Il viaggio nell'America della democrazia (2002). Insegna all'Università Statale di Milano, alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Milano, nel corso di Laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione.

CARLO VIDUA E L’EGITTO, DI ROBERTO COALOA
LINEABN EDIZIONI
EURO 8,00
ISBN: 9788896437056

:: Lorenzo Mazzoni intervista Sonia Cosco

7 giugno 2010 by

copertina romanzo La Legge di OmosCon sottofondo di "Contact", di Brigitte Bardot

-Hai voglia di parlarci del tuo romanzo "La legge di Omos" (Edizioni Montag)?

Il mio romanzo è un fantasy all'insegna dell'eros. In un futuro non meglio precisato, in un'isola del Mediterraneo, un gruppo di persone ha deciso di creare una nuova civiltà autarchica, basata sull'esasperazione del principio dell'uguaglianza e di cultura. I rapporti eterosessuali sono aboliti in quanto fonte di disordini e ingiustizie. Omos è il profeta che ha creato la nuova civiltà, imponendo una legge che formalmente si richiama all'antica cultura greca ma di fatto è un dittatura dei sentimenti. Attraverso la voce e i sogni della protagonista Calipso, scultrice, viviamo il viaggio personale che la porterà a mettere in discussione non solo il proprio modo di essere e la relazione con la compagna, ma l'intero sistema in cui è nata. Lacerare il velo di Maya è sempre doloroso e infatti Calipso pagherà la sua consapevolezza a caro prezzo.

-E' stato difficile, come processo creativo, giocare con parole chiave della mitologia greca e della sessualità per fare un'analisi critica della società attuale?

L'ambientazione futura del romanzo è stata per me solo un pretesto per riflettere sul presente, sulle implicazioni dei pregiudizi di ogni tipo. Il mondo dell'antica Grecia ha sempre esercitato su di me un fascino particolare, i personaggi e le atmosfere dei miti, delle tragedie o dei poemi epici si sono sedimentati nel mio immaginario e sono diventati simboli utili per parlare anche del presente. Utilizzare l'affascinante contenitore della mitologia classica, ha significato impegnarsi in ricerche, per lasciare tracce, suggestioni e riferimenti ben precisi, senza però esagerare. Anche con l'eros ho cercato di alludere, più che descrivere. È sempre una sfida per me riuscire a raccontare l'erotismo rimanendo in equilibrio tra eccessi di realismo alla Bukowski e inadeguati pudori che rischiano l'effetto “ridicolo”. La mia storia ha già nell'idea di partenza una carica trasgressiva, e volevo condurla con eleganza, fino alla fine, anche nelle scene più esplicite. Questi ingredienti, mito ed eros, si sono legati a una riflessione molto attuale: cosa accadrebbe se le poche certezze che abbiamo venissero considerate eresie? Il risultato purtroppo è sempre lo stesso. Nel momento in cui qualcuno impone delle regole, ne diventiamo schiavi e vittime e quando il nostro cuore si ribella rimaniamo soli contro tutti.

-Com'è stata l'esperienza dell'antologia "Femmine" (edito da Delos Book) dove è apparso il tuo racconto "Cloe"?

Sono molto legata a “Cloe”. La casa editrice aveva indetto un concorso letterario a tema: donne che parlano di eros. Io non mi ero mai cimentata nel genere e quando il racconto è stato selezionato, nonché alcuni passi scelti per la quarta di copertina, è stata un 'emozione. Mi ha fatto crescere molto inoltre il rapporto che si era creato con le altre scrittrici, sono stati mesi di scambi di opinioni, di revisioni, di letture, di confronto anche attraverso il forum della casa editrice, spazio virtuale dove abbiamo vissuto e rielaborato l'esperienza della scrittura e abbiamo visto prendere forma il nostro libro. L'antologia è stata poi presentata in diverse occasioni.

copertina dizionario di antropologia ed etnologia-Oltre che scrittrice sei anche critico letterario e giornalista. Quale forma "creativa" prediligi?

Si tratta di diversi modi di vivere la scrittura. Il giornalismo per esempio mi ha insegnato a essere asciutta, rigorosa, essenziale. Quindi “la giornalista” dialoga spesso e volentieri con “la scrittrice” e la mette in guardia dagli eccessi e dai voli pindarici. Tornando alla tua domanda comunque costruire una storia per un romanzo o un racconto è sicuramente la soddisfazione più grande, perché costa fatica, attese di ispirazione, rigore e concentrazione, soprattutto è un bisogno, quasi fisiologico e se ci riesci ti senti più leggera.

-Fai parte dell'associazione, "DietroLeQuinteSavona", che realizza video, inchieste e cortometraggi. Che importanza ha il mezzo video nella tua opera?

Il passaggio dalla scrittura al video è una transizione da un linguaggio a un altro e noi, attraverso i video e i cortometraggi realizzati, sperimentiamo spesso questo percorso.
Per farti un esempio da un mio racconto “La conchiglia” , che parla degli ultimi giorni di vita del poeta Federico Garcìa Lorca, il regista Enrico Bonino ha tratto il cortometraggio “Garcìa” che ci ha dato molte soddisfazioni, ultima delle quali, la selezione allo Short Film Corner del Festival di Cannes 2010.
Quando ho visto il mio racconto trasformarsi in un cortometraggio mi sono resa conto che era mio, ma che non era più mio e questa sensazione mi accompagna a ogni visione.

-Quali sono i tuoi cattivi maestri?

Anais Nin, Amélie Nothomb, Michel Faber.

sonia cosco-C'è qualche nuovo autore della narrativa italiana che apprezzi?

Roberto Saviano.

-Erotismo e sensualità possono essere considerati fra i fattori predominanti della tua opera narrativa?

In parte sì, ma non c'è solo questo. Altri miei racconti
sono fiabe o storie in cui rielaboro figure del passato o del presente. Mi affascina sicuramente parlare dell'uomo, a 360 gradi, nella sua solitudine, nella sua dimensione erotica, nella sua dimensione sociale.

-Pensi che in Italia ci sia una reale crisi di lettori e di buoni autori?

Sicuramente gli italiani non leggono molto e questo non aiuta le case editrici a investire nei giovani e aspiranti autori promettenti. Oggi la cultura non paga.

-Stai lavorando a qualche nuovo romanzo?

Ho una raccolta di racconti e un romanzo nel cassetto che stanno solo aspettando un'ultima revisione e di prendere il volo.

Grazie e buona giornata

Grazie a te

:: Recensione di La conta di Luigi Bernardi a cura di Giulia Guida

5 giugno 2010 by

la conta 2"E l'ossessione per la morte in una provetta numerata." [Rileggendo "La conta", L. Bernardi.]

C'è un uomo al centro esatto del palcoscenico. In mano stringe la copia di un giornale. Mani annodate, faccia tirata dalla rabbia, denti nervosi, gambe che scattano frenetiche. Dice che ne hanno ammazzata un'altra. Un'altra donna, l'ennesima. Sul giornale c'è scritto tutto, con tanto di interviste e testimoni: un perfetto profilo identificativo usa e getta della vittima, un'autopsia della sua vita anonima dalla culla alla bara, un'asettica biografia post mortem, un referto medico cosparso da tutte le lacrime del parentado e dall'incredulità dei vicini di casa, finalmente in televisione. Finalmente loro i vicini di casa sul luogo del delitto. Il giorno prima era una donna trasparente, una sconosciuta per i più. Basta un giorno, un solo giorno, basta solo la morte alle volte, per poter diventare una stella mediatica, portata alla fama dal proprio assassino. Peccato che spesso la vittima non sia qui per godersi il successo. Non sempre quando si muore si hanno privilegi del genere, d'altra parte. Bisogna essere capaci di accontentarsi per quanto si può. L'uomo lo sa bene, nessuno lo sa meglio di lui, che da cinque anni tiene la conta.  Ogni giorno, ogni delitto, ogni morte ben sigillata in una provetta numerata. Sangue e acido cinico che battono contro la lingua. L'uomo vuole sapere, soffre di una curiosità sfrenata che sconfina nell'ossessione, nella morbosità della patologia, nell'allucinazione visiva. Vuole conoscere a memoria le vittime e i loro assassini, marchiare la sua pelle con le loro impronte digitali, codici da decriptare nel tempo fino alla soluzione finale, allo scioglimento dell'enigma, al crittogramma di svolta, quello che permetterà di tradurre la morte violenta anche ai vivi, di darle un movente, di catalogarla finalmente, trovarle un posto in una scatola impolverata per poi chiudere il caso. E ricominciare a contare. La conta non si azzera mai da cinque anni. L'uomo tiene a mente tutte le informazioni necessarie su ogni omicidio, studia le storie delle vittime come dati statistici, scavando fino a trovare il punto di contatto che gli possa far capire il momento in cui è avvenuto lo scarto. In cui si è  valicato il limite e si è compiuto quel passaggio irreversibile da una realtà regolata da convenzioni sociali prestabilite a una dimensione diversa, priva di punti di riferimento, di norme e di codici a cui attenersi, di un'etica da rispettare. E' la dimensione in cui l'omicidio diventa reale mentre la realtà esterna si sfalda a poco a poco, diventa invisibile, inconsistente al tatto, resta solo il gesto in primo piano.
foto la conta 2La mano che dà la morte, la lama nella carne, l'ultimo sguardo della vittima. Il suo non è lavoro, non è un reportage, non è materiale da documentario noir. L'uomo è  ossessionato da un pensiero fisso, a cui deve trovare risposta o non avrà pace. Perchè si uccide? Questo è l'interrogativo ricorrente. Quali e quanti possono essere i moventi di un omicidio? Si può  uccidere per soldi, per amore, per gelosia. Si può uccidere per vendetta o perché si è perso il senno. E si iniziano a sentire le voci, ad assecondare gesù cristo o il demonio. Potrebbero anche dare delle informazioni sbagliate, è chiaro. E' una questione di fede, sia in un caso che nell'altro. Lui non sente le voci, ma vede le facce, le scompone contro le palpebre da ogni prospettiva. Le facce no, quelle non gli danno tregua. Sono un punto fermo nella sua visuale.  All'inizio l'uomo dimostra una rabbia sprezzante nei confronti degli assassini. Non è  ancora arrivato allo scarto, è ancora lontano dal confine. Non riesce a comprendere la chiave di volta. Dove trovare la forza, la passione, l'odio sufficienti. Quanto si deve avere amato o odiato per lasciarsi andare senza incertezze né rimorsi. Poi, improvvisamente, dopo cinque anni, capisce. Il suo punto di svolta, il suo crittogramma decifrato, il suo movente: per conoscere tutto delle persone che mi interessano, mi basta ammazzarle. Nelle battute finali de "La conta" l'uomo diventa egli stesso un assassino. Le sue vittime abitano in luoghi diversi, fanno lavori diversi, non sono collegate in alcun modo le une alle altre. Vuole scongiurare l'ipotesi di una serialità d'omicidi. Non sa di niente loro, conosce soltanto la loro faccia.  Solo le facce a chiamarlo a loro. Sempre le facce, non smettono mai di fissarlo. Il resto glielo sveleranno i giornali nei giorni successivi, così che possa accumulare nuove informazioni e iniziare la conta. Questa volta solo sua.
"La conta" è un lavoro teatrale di Luigi Bernardi ispirato da un effettivo studio sui delitti in Italia, portato avanti dall'autore per cinque anni dal 1999 al 2003. Si configura come la chiusura ideale di una serie di cinque di libri in cui la realtà criminale in Italia viene scomposta, analizzata e riordinata alla ricerca dei meccanismi psicologici e delle dinamiche sociali alla base dell'azione criminale. Il quinto libro, "Il male stanco", come il titolo stesso suggerisce, chiude questo ciclo di indagini, completa il cerchio, ultima l'analisi. Sarebbe stato inutile e anche dannoso proseguire.
"La conta", che presenta struttura monologica, è già stato rappresentato in teatro dall'attore Fabio Scaramucci, richiesto in prima persona da Bernardi come interprete della sua riflessione a voce alta, come lui stesso l'ha definita. E' stato presentato in prima nazionale al festival di Sarzana, in seguito replicato a Pordenone in occasione del Festival del Teatro Indipendente. Scaramucci non è stato solo interprete, ma anche regista del monologo, che ha visto l'importante contributo delle musiche composte ed eseguite da Fabio Mazza.
L'autore vi invita a portarlo in teatro nelle vostre città.
Se rifiutate, minaccia di riniziare la conta. E di esperienza ne ha parecchia, lui. Non so quanto vi convenga.

:: L’abisso della solitudine di Boston Teran a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2010 by

51yIcacXrBL._SX317_BO1,204,203,200_Mi è capitato questo libro tra le mani quasi per caso, non è recentissimo avverto è uscito per la Fanucci nell’ottobre del 2005, ma devo dire che mi sono chiesta come fosse possibile che in tutto questo tempo non abbia mai sentito parlare di Boston Teran. Davvero una rivelazione.
Ma partiamo dall’inizio.
L’abisso della solitudine è innanzitutto la storia di una vendetta, la vendetta di un uomo John Victor Sully, sceriffo anonimo della contea di Los Angeles, che per ironia del caso finisce al centro delle macchinazioni di una banda di criminali che prima costruiscono delle prove a suo carico e poi lo vogliono morto. Ad occuparsi dell’incarico mandano un killer spietato, crudele, fatto di anfetamine, una donna Dee Storey che decide di portare con se la figlia tredicenne Shay per insegnarle cosa significa uccidere.
Ma tutto non va come previsto.
Sully è un osso duro, pure se sopraffatto, ferito, sepolto nel deserto, trova la forza di emergere dalla sua tomba, di sopravvivere. Comunque non potendo discolparsi dall’accusa di colpe non commesse decide semplicemente di sparire, attendendo il momento per vendicarsi e riscattare il proprio nome. L’occasione gli arriva undici anni dopo quando il destino riporta sulla sua strada sia Dee Storey, che sua figlia,  ma questa volta le cose andranno diversamente, Sully ormai ha cambiato nome si fa chiamare Victor Trey, tutto è cambiato tranne gli abissi più oscuri del cuore umano pronti a sanguinare rabbia e disperazione.
L’abisso della solitudine è una scheggia impazzita tra il pulp e il noir, la storia di una vendetta con personaggi sopra le righe e bizzarri che difficilmente si dimenticheranno. I dialoghi sono acidi, fulminanti, pieni di feroce ironia. La solitudine e soprattutto la violenza filo conduttore di tutta la storia è descritta quasi al rallentatore in un montaggio di immagini iperrealistiche e sgranate. Non c’è redenzione ne possibile riscatto, tutti i personaggi sono vinti e battuti e in questo l’anima noir del libro accresce la tensione creata magistralmante e alimentata da uno stile diretto, allucinato, al vetriolo, pieno di accelerazioni, di scoppi improvvisi.

L’abisso della solitudine di Boston Teran Collana  Dark , Fanucci Editore, pag. 463 , traduzione di Umberto Rossi.

Boston Teran è lo pseudonimo di uno scrittore statunitense. È nato nel South Bronx, a New York. Vive a Los Angeles. È diventato famoso con il suo primo romanzo “Dio è un proiettile”, (“God is a Bullet”, 1999) un thriller noir, crudo e spietato ambientato nella California della fine del XX secolo. Teran ha vinto importanti premi tra cui il premio “Winner of the 1999 Stephen Crane Literary First Fiction Award” per il suo primo romanzo “God is a Bullet”. Ha ottenuto anche delle nomination in altre competizioni letterarie

:: Lorenzo Mazzoni intervista Ju Amoruso

4 giugno 2010 by

mi chiamo scrivocon sottofondo di "I Want to Take You Higher", di Sly and The Family Stone

Hai voglia di parlarci della tua opera prima "Mi chiamo Scrivo" (Elliot Edizioni)?

"Mi chiamo Scrivo" è una storia nata per caso, ogni capitolo è un incubo che ho fatto, scritto, risistemato e romanzato. Dodici incubi che alla fine, formano una storia. Quando mi chiedono di cosa si tratta, la risposta è difficile da trovare, credo che questo libro parli di tante cose, a partire dalla difficoltà di comunicare con se stessi. Scrivo ha perso la memoria, la recupera solo esplorando i meandri più nascosti della sua interiorità, guidata da uno psichiatra apparentemente marginale e da una schiera di dodici folli. E poi c'è la morale. Alla fine, non sempre esiste un lieto fine. Non sempre le cose finiscono come speriamo. Per questo il libro comincia con l'ultima pagina: non voglio creare speranze o aspettative nel lettore. L'aspetto interessante è che il libro inizia male. La fine che si legge all'inizio sembra tragica, è scoraggiante. Alla fine però, dopo un viaggio che dura dodici storie, quello stesso finale assume un significato diverso, quasi positivo. La follia che viene raccontata in queste pagine, in realtà, la conoscono tutti. Essere 'pazzi', come lo è Scrivo, a volte…può essere illuminante.

Possiamo dire che, al di là del tono surreale e a volte scanzonato del libro, quello che aleggia fra le pagine è una sorta di dolore interiore?

Certamente. Il dolore interiore è una componente fondamentale della storia. E' un punto di partenza. Da lì nasce tutto: il dolore interiore porta spesso alla volontà di liberarsene. La sofferenza più grande di Scrivo è legata alla perdita della memoria. La sofferenza più grande dei dodici scagnozzi, invece, è quella di non essere capiti, compresi. Tutti loro cercano una via d'uscita, una strada per la salvezza, delle risposte.  Si sentono incompleti, a metà. E' questa la loro sofferenza.

foto juChe importanza ha avuto l'esperienza autobiografica nella stesura del libro?

La storia di Scrivo parte da un disagio personale, dovuto ad attacchi di panico e momenti di 'buio'. Quando ho scritto questa storia, avevo diciassette anni. Alcuni dicono che durante l'adolescenza nessun giovane sarà mai soddisfatto, felice. Quindi il mio racconto può sembrare un banale grido d'allarme da parte di una generazione infelice. Nessun uomo sarà mai soddisfatto o completamente felice, rispondo io. Il disagio che ho provato sulla mia pelle lo conoscono in molti. Se non fosse stato per le mie esperienze personali sicuramente Scrivo non avrebbe preso vita.

Sei influenzata dalla musica o dal cinema mentre scrivi? Le altre arti ti stimolano nel tuo percorso creativo?

Sì, soprattutto dalla musica. Non ascolto un genere particolare, mi piace tutta la musica. Quando scrivo faccio scorrere brani causali, quando poi arriva quello giusto, lo riascolto più volte. Da una canzone possono nascere tantissime idee. Lo stesso vale per il cinema. Quando scrivo, è importante per me riuscire ad evocare un'ambientazione precisa, almeno nella mia testa, per riuscire a raccontare. Quando leggo un libro, voglio immergermi in un mondo a parte, riuscire ad immaginare la scena, come in un film. Vorrei imparare per riuscire a dare questo tipo di sensazione ai lettori, la sensazione di essere lì, nella storia. Spesso, quando scrivo, mi capita anche di disegnare, fare scarabocchi in giro per il foglio. Questo accade soprattutto per i personaggi, per trovare il loro volto. Gli stimoli per la scrittura li trovo in qualsiasi cosa: fotografie, disegni, canzoni, film, altri libri.

Stai pianificando/organizzando eventi legati alla promozione del romanzo?

Poche settimane fa il libro è stato presentato per la prima volta al Boscolo Hotel di Milano. Probabilmente ci sarà una seconda presentazione presso la NABA (nuova accademia di belle arti di Milano), la mia università, ma è ancora tutto da definire. Ci sono altri progetti legati alla promozione. Per il momento, però, sono solo idee.

Com'è stata l'esperienza di pubblicare così giovane?

Straordinaria. Non pensavo di riuscire a pubblicare. Non l'avevo proprio messo in conto. Scrivere è sempre stato per me l'unico modo di sfogarmi completamente. Quando sono andata a Roma per incontrare il mio editor Massimiliano Governi e gli altri componenti della casa editrice e ho visto il libro per la prima volta non riuscivo a crederci. Ancora oggi, con il mio libro sulla scrivania, mi domando se sia vero. Sono molto soddisfatta del percorso che ho fatto, e spero davvero sia solo l'inizio.

ju2Chi sono i tuoi cattivi maestri?

Devo ammetterlo, non sono una grandissima lettrice. Amo leggere i classici della letteratura inglese, è una passione che mi è stata trasmessa da una professoressa del liceo. Poi ci sono scrittori come Palahniuk, che mi trascinano nelle storie. Poi c'è Ammaniti ('Io non ho paura' è uno dei miei libri preferiti). E poi libri vecchi, che trovo nella libreria dei miei genitori. Mi piace leggere di tutto, ma proprio non riesco a leggere romanzi storici, ci ho provato, ma con scarsi risultati. Dopo due righe di lettura, devo tornare indietro e rileggere da capo. Mi perdo.
Ah e poi non ho mai letto Harry Potter. L'unica volta che ho provato a leggerlo, mi sono addormentata dopo due pagine. Di cattivi maestri ne ho avuto qualcuno in carne ed ossa. Uno di loro mi ha insegnato a scrivere.
Poi però, io ho fatto tutto il contrario di quello che mi aveva insegnato. Ed eccomi qui. Chissà cosa ne pensa adesso, avrà corretto a penna rossa tutto il libro?

Ci sono altri autori esordienti che ti piaccion?

Ultimamente sto leggendo Banana Yoshimoto, un libro dietro l'altro. Quindi non ho ancora avuto modo di dedicarmi ad 'altri esordienti', anche se 'La casa' di Angela Bubba, vorrei leggerlo al più presto (non perché si tratti della mia stessa casa editrice!), se ne parla tantissimo.

Hai un metodo di lavoro?

Sì, ce l'ho. Sedermi a scrivere solo quando ne sento davvero il bisogno, e farlo solo quando ho un'idea. Avere una canzone di riferimento, una sorta di colonna sonora della storia che voglio raccontare. La cosa più importante è non forzare la storia. L'avevo scritto, una volta, i personaggi hanno una vita propria. Fanno tutto da soli. Io mi limito semplicemente a seguire il 'flusso', a raccontarlo. Ogni volta che scrivo qualcosa, lo leggo ad un'amica, sempre la stessa. E' diventata una tradizione, ormai. La chi
amo al telefono, e leggo. Lei ascolta. Leggere ad alta voce serve, capisci dove hai sbagliato. A seconda delle risate, dei sospiri e dei commenti, capisci cosa sistemare, cosa tenere, cosa togliere.

Progetti per il futuro?

Tantissimi. Ho cinque storie nel cassetto, mi piacerebbe tirarle fuori tutte quante. Sono tutte molto diverse tra loro, un po' troppo complicate, forse. Ho fatto una scommessa con me stessa: riuscire a pubblicarne almeno 3 entro i trent'anni. Un sogno, più che un progetto. Però mi piacerebbe, si farebbero compagnia a vicenda sulla mensola della libreria.

Foto di Paola Colleoni

:: Recensione de Il porto degli spiriti di John Ajvide Lindqvist a cura di Giulietta Iannone

3 giugno 2010 by

Il porto degli spiritiDomarő è un luogo che non è tracciato sulle carte nautiche, una piccola isola a nord di Stoccolma, vicino alla terra ferma, al limite del mare aperto, un angolo misterioso di Svezia fatto di ghiaccio e neve. A Domarő si erge il faro di Gåvasten che domina il villaggio vecchio, il piccolo porto, la cappella, la campana che avverte dell’arrivo delle tempeste. Tutto è pace e bellezza a Domarő, un rassicurante luogo in cui portare la famiglia in gita e Anders, Cecilia e la piccola Maja sono una famiglia, una famiglia felice piena di tenerezza e calore. Poi un giorno di febbraio un avvenimento inspiegabile giunge inatteso a rovinare la pace, a frantumarla come uno specchio in tante schegge scintillanti. Anders, Cecilia e Maja escono per fare una piccola gita fino al faro di Gåvasten, il vecchio faro di pietra simbolo solitario dell’isola. Avevano aspettato tutto l’inverno una giornata luminosa e serena come quella per andarci. Il vento si era placato, la neve scintillava ovunque in un accecante biancore e nessun pericolo sembrava dare pensiero. Il ghiaccio sotto gli sci era spesso, il cielo terso e rassicurante. Ad attenderli la porta del faro è aperta, possono entrare e visitarlo. Salgono la scala che porta al riflettore, il cuore del faro, le pareti circolari sono interamente in vetro, sembra di essere sospesi nel cielo e da li il panorama è mozzafiato. Maja con gli occhi e le mani schiacciate contro il vetro indica qualcosa sul ghiaccio, qualcosa che solo i suoi occhi possono vedere e un attimo dopo lascia i genitori per controllare la cosa o la persona misteriosa che ha appena visto. Da quel momento la piccola Maja svanisce nel nulla. Anders e Cecilia la cercano ovunque ma sembra quasi che sia stata inghiottita dal ghiaccio, pure le impronte sembrano scomparse. Sembra impossibile ma della bambina non c’è più alcuna traccia. Anni dopo Anders ormai quasi alcolizzato, con un matrimonio distrutto alle spalle, torna sull’isola come ubbidendo ad uno oscuro richiamo, non ancora rassegnato, sempre in cerca della sua bambina. Avvenimenti strani e minacciosi iniziano a costellare la sua indagine, inquietanti presenze popolano l’isola e solo indagando sul suo passato arriverà a scoprire che l’amore è una forza che supera ogni ostacolo e che fa attraversare anche gli abissi del mare e il regno dell’altrove pur di liberare la piccola Maja e riportarla alla realtà. Il porto degli spiriti appena uscito per Marsilio è il terzo romanzo dopo Lasciami entrare e L’estate dei morti viventi, di John Ajvide Lindqvist autore di culto scandinavo che a differenza dei suoi celebri colleghi interessati al poliziesco puro esplora il sovrannaturale con venature horror di notevole impatto emotivo. La trama è semplice si parte dalla scomparsa di una bambina per indagare su gli abissi di orrore e disperazione in cui cala un padre non rasseganato a perderla. Le frequenti incursioni nel sovrannaturale sono così immediate e spontanee che quasi ci fanno dimenticare che stiamo toccando le dimensioni dell’impossibile. Lo stile è limpido, a tratti brillante e poetico seppure utilizza un linguaggio semplice e diretto che ricorda il migliore King. Il protagonista Anders poi raggiunge quasi una dimensione epica nel suo ergersi contro le forze oscure che dominano gli abissi del mare e dell’inconscio. Con apprensione e tifando per lui seguiamo la sua indagine immersi nell’atmosfera inquietante, se non proprio angosciante dell’isola, e arriviamo allo stupendo finale sconcertati e nello stesso tempo avvolti da un che di liberatorio.

Il porto degli spiriti di John Ajvide Lindqvist, Marsilio editore, collana Farfalle, brossura,  2010, 493 pagine, traduttore Giorgio Puleo, prezzo di copertina 19,00 Euro.