:: Lorenzo Mazzoni intervista Ju Amoruso

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mi chiamo scrivocon sottofondo di "I Want to Take You Higher", di Sly and The Family Stone

Hai voglia di parlarci della tua opera prima "Mi chiamo Scrivo" (Elliot Edizioni)?

"Mi chiamo Scrivo" è una storia nata per caso, ogni capitolo è un incubo che ho fatto, scritto, risistemato e romanzato. Dodici incubi che alla fine, formano una storia. Quando mi chiedono di cosa si tratta, la risposta è difficile da trovare, credo che questo libro parli di tante cose, a partire dalla difficoltà di comunicare con se stessi. Scrivo ha perso la memoria, la recupera solo esplorando i meandri più nascosti della sua interiorità, guidata da uno psichiatra apparentemente marginale e da una schiera di dodici folli. E poi c'è la morale. Alla fine, non sempre esiste un lieto fine. Non sempre le cose finiscono come speriamo. Per questo il libro comincia con l'ultima pagina: non voglio creare speranze o aspettative nel lettore. L'aspetto interessante è che il libro inizia male. La fine che si legge all'inizio sembra tragica, è scoraggiante. Alla fine però, dopo un viaggio che dura dodici storie, quello stesso finale assume un significato diverso, quasi positivo. La follia che viene raccontata in queste pagine, in realtà, la conoscono tutti. Essere 'pazzi', come lo è Scrivo, a volte…può essere illuminante.

Possiamo dire che, al di là del tono surreale e a volte scanzonato del libro, quello che aleggia fra le pagine è una sorta di dolore interiore?

Certamente. Il dolore interiore è una componente fondamentale della storia. E' un punto di partenza. Da lì nasce tutto: il dolore interiore porta spesso alla volontà di liberarsene. La sofferenza più grande di Scrivo è legata alla perdita della memoria. La sofferenza più grande dei dodici scagnozzi, invece, è quella di non essere capiti, compresi. Tutti loro cercano una via d'uscita, una strada per la salvezza, delle risposte.  Si sentono incompleti, a metà. E' questa la loro sofferenza.

foto juChe importanza ha avuto l'esperienza autobiografica nella stesura del libro?

La storia di Scrivo parte da un disagio personale, dovuto ad attacchi di panico e momenti di 'buio'. Quando ho scritto questa storia, avevo diciassette anni. Alcuni dicono che durante l'adolescenza nessun giovane sarà mai soddisfatto, felice. Quindi il mio racconto può sembrare un banale grido d'allarme da parte di una generazione infelice. Nessun uomo sarà mai soddisfatto o completamente felice, rispondo io. Il disagio che ho provato sulla mia pelle lo conoscono in molti. Se non fosse stato per le mie esperienze personali sicuramente Scrivo non avrebbe preso vita.

Sei influenzata dalla musica o dal cinema mentre scrivi? Le altre arti ti stimolano nel tuo percorso creativo?

Sì, soprattutto dalla musica. Non ascolto un genere particolare, mi piace tutta la musica. Quando scrivo faccio scorrere brani causali, quando poi arriva quello giusto, lo riascolto più volte. Da una canzone possono nascere tantissime idee. Lo stesso vale per il cinema. Quando scrivo, è importante per me riuscire ad evocare un'ambientazione precisa, almeno nella mia testa, per riuscire a raccontare. Quando leggo un libro, voglio immergermi in un mondo a parte, riuscire ad immaginare la scena, come in un film. Vorrei imparare per riuscire a dare questo tipo di sensazione ai lettori, la sensazione di essere lì, nella storia. Spesso, quando scrivo, mi capita anche di disegnare, fare scarabocchi in giro per il foglio. Questo accade soprattutto per i personaggi, per trovare il loro volto. Gli stimoli per la scrittura li trovo in qualsiasi cosa: fotografie, disegni, canzoni, film, altri libri.

Stai pianificando/organizzando eventi legati alla promozione del romanzo?

Poche settimane fa il libro è stato presentato per la prima volta al Boscolo Hotel di Milano. Probabilmente ci sarà una seconda presentazione presso la NABA (nuova accademia di belle arti di Milano), la mia università, ma è ancora tutto da definire. Ci sono altri progetti legati alla promozione. Per il momento, però, sono solo idee.

Com'è stata l'esperienza di pubblicare così giovane?

Straordinaria. Non pensavo di riuscire a pubblicare. Non l'avevo proprio messo in conto. Scrivere è sempre stato per me l'unico modo di sfogarmi completamente. Quando sono andata a Roma per incontrare il mio editor Massimiliano Governi e gli altri componenti della casa editrice e ho visto il libro per la prima volta non riuscivo a crederci. Ancora oggi, con il mio libro sulla scrivania, mi domando se sia vero. Sono molto soddisfatta del percorso che ho fatto, e spero davvero sia solo l'inizio.

ju2Chi sono i tuoi cattivi maestri?

Devo ammetterlo, non sono una grandissima lettrice. Amo leggere i classici della letteratura inglese, è una passione che mi è stata trasmessa da una professoressa del liceo. Poi ci sono scrittori come Palahniuk, che mi trascinano nelle storie. Poi c'è Ammaniti ('Io non ho paura' è uno dei miei libri preferiti). E poi libri vecchi, che trovo nella libreria dei miei genitori. Mi piace leggere di tutto, ma proprio non riesco a leggere romanzi storici, ci ho provato, ma con scarsi risultati. Dopo due righe di lettura, devo tornare indietro e rileggere da capo. Mi perdo.
Ah e poi non ho mai letto Harry Potter. L'unica volta che ho provato a leggerlo, mi sono addormentata dopo due pagine. Di cattivi maestri ne ho avuto qualcuno in carne ed ossa. Uno di loro mi ha insegnato a scrivere.
Poi però, io ho fatto tutto il contrario di quello che mi aveva insegnato. Ed eccomi qui. Chissà cosa ne pensa adesso, avrà corretto a penna rossa tutto il libro?

Ci sono altri autori esordienti che ti piaccion?

Ultimamente sto leggendo Banana Yoshimoto, un libro dietro l'altro. Quindi non ho ancora avuto modo di dedicarmi ad 'altri esordienti', anche se 'La casa' di Angela Bubba, vorrei leggerlo al più presto (non perché si tratti della mia stessa casa editrice!), se ne parla tantissimo.

Hai un metodo di lavoro?

Sì, ce l'ho. Sedermi a scrivere solo quando ne sento davvero il bisogno, e farlo solo quando ho un'idea. Avere una canzone di riferimento, una sorta di colonna sonora della storia che voglio raccontare. La cosa più importante è non forzare la storia. L'avevo scritto, una volta, i personaggi hanno una vita propria. Fanno tutto da soli. Io mi limito semplicemente a seguire il 'flusso', a raccontarlo. Ogni volta che scrivo qualcosa, lo leggo ad un'amica, sempre la stessa. E' diventata una tradizione, ormai. La chi
amo al telefono, e leggo. Lei ascolta. Leggere ad alta voce serve, capisci dove hai sbagliato. A seconda delle risate, dei sospiri e dei commenti, capisci cosa sistemare, cosa tenere, cosa togliere.

Progetti per il futuro?

Tantissimi. Ho cinque storie nel cassetto, mi piacerebbe tirarle fuori tutte quante. Sono tutte molto diverse tra loro, un po' troppo complicate, forse. Ho fatto una scommessa con me stessa: riuscire a pubblicarne almeno 3 entro i trent'anni. Un sogno, più che un progetto. Però mi piacerebbe, si farebbero compagnia a vicenda sulla mensola della libreria.

Foto di Paola Colleoni

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