:: Recensione di La formazione culturale di Antonio Gramsci 1910-1918 di Michele Marseglia

16 settembre 2010 by

marsegliaNel solco della rinascita dell’interesse per gli studi gramsciani va inserito il saggio di Michele Marseglia La formazione culturale di Antonio Gramsci 1910- 1918, opera notevole che pur nella sua essenzialità e brevità getta uno sguardo su quel periodo delicato e fondamentale in cui  si formarono le basi del pensiero non solo culturale, ma più nello specifico filosofico e politico del celebre pensatore di Ales. Ricostruire la genesi e gli sviluppi del pensiero gramsciano si preannuncia un’ impresa complessa se non titanica ma Marseglia con una lucidità di pensiero e una precisione concettuale di prim’ordine si addentra nella materia e la padroneggia con l’onestà intellettuale dello studioso e nello stesso tempo la vivacità dell’appassionato, non a caso il saggio è risultato vincitore alla XI edizione del prestigioso premio Gramsci  conferitogli dall’ Associazione Casa Natale Gramsci. Filologicamente ineccepibile, il testo di Marseglia, attraverso l’ analisi critica e comparativa delle fonti e la correttezza delle metodologie di indagine giunge ad un livello di analisi così accurato e chiaro da essere comprensibile a tutti pure a coloro che si avvicinano per la prima volta allo studio di queste tematiche. Il saggio si divide in tre capitoli: Gramsci e il sardismo, il garzonato universitario e Gramsci tra positivismo, idealismo e marxismo. Con chiarezza espressiva e una trattazione completa e approfondita inizia ad analizzare la formazione scolastica di Gramsci al liceo Dettori di Cagliari e i suoi primi scritti tra cui il bel saggio scolastico intitolato Oppressi e oppressori in cui è già evidente la precisa dirittura politica del giovane Gramsci e le sue componenti civili e morali. Già in quest’opera inesperta e per molti tratti ingenua sono visibili le caratteristiche di originalità e di interpretazione critica e soggettiva che pongono lo studio ben al di sopra di un semplice scritto scolastico. Certamente bisogna aspettare il periodo universitario torinese per trovare le prime espressioni complete del pensiero gramsciano della sua formazione, ma già nel periodo sardo  sono presenti quei germi e quelle radici che caratterizzeranno tutto il suo pensiero successivo. Marseglia analizza e compara tutti gli scritti giovanili e con intuizioni decisamente originali apre nuove ipotesi di studio e getta una nuova luce su quelle problematiche a lungo trascurate o del tutto ignorate. Interessante è il risalto che l’autore da all’influenza di Salvemini nella formazione culturale e politica del giovane Gramsci e al suo avvicinarsi al socialismo “contadino” e alla sua interpretazione della questione meridionale. Questa ultima tematica è strettamente legata al sardismo di Gramsci ovvero a quel preciso stato d’animo “intriso di patriottismo locale e di risentimento polemico contro i continentali”che lo porterà a intraprendere una vera e propria lotta contro il governo centrale per difendere gli interessi e l’indipendenza della sua isola. Durante il periodo universitario, il fermento intellettuale, la vicinanza con illustri professori capaci di grande erudizione ma anche di trasmettere un più vivido insegnamento umano, tutto contribuisce a spingere Gramsci ad intraprendere un serio studio delle condizioni economiche, sociali e politiche del suo periodo. Si appassionerà per esempio alla glottologia, farà il suo esordio nel giornalismo scrivendo sul Corriere Universitario, verrà influenzato dall’idealismo e infine si avvicinerà a Marx. L’ intransigenza morale, la curiosità intellettuale e lo spirito critico che accompagnano Gramsci sin dagli anni giovanili sono le fondamenta stesse del suo pensiero a capendo questo si potrà fare poi meglio comprendere gli scritti dell’età matura.

La formazione culturale di Antonio Gramsci (1910-1918)  Michele Marseglia Editore Aracne, pagine 200, brossura, anno di pubblicazione 2010, prezzo di copertina Euro14,00 

Michele Marseglia, Avvocato,  Funzionario di  Trenitalia , è nato a Frattamaggiore il 5 agosto 1952, Consigliere comunale 1978-1981  e segretario della locale sezione dell’ex Pci nel 1978. E’ laureato , oltre che in Giurisprudenza,   in Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università  degli Studi di Napoli Federico 2° ed ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento  in Filosofia e scienze dell’educazione.

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:: Recensione di La psichiatra di Wulf Dorn (Corbaccio 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2010 by
La psichiatra

La mente umana è davvero una terra inesplorata. Lo sa bene Ellen Roth da anni psichiatra alla Waldklinik nei dintorni di Stoccarda. Il suo compagno Chris, anch’egli psichiatra e anch’egli impiegato presso la stessa clinica, prima di partire per una vacanza in Australia le segnala un caso da analizzare. Nella stanza 7 si trova ricoverata una donna, vittima di abusi e maltrattamenti, che per un meccanismo di autodifesa ha prodotto un’ incontrollabile fobia verso un misterioso uomo nero. Ellen tenta di entrare in contatto con la donna, di superare le barriere che ha posto tra sé e il mondo esterno, ma non fa a tempo di produrre alcun progresso che la donna scompare. La cosa inquietante è che nessuno oltre lei sembra averla vista. Nessuno conosce il suo nome. Non ci sono documenti che certifichino il suo ricovero. Ellen inizia subito a cercarla e non passa molto che l’uomo nero si materializza davvero e inizia a perseguitare anche lei. Sulle tracce della donna scomparsa Ellen è sempre accompagnata da inquietanti interrogativi. Si può davvero fidare di Mark, il collega tanto premuroso? Chris, il suo compagno è davvero andato in Australia? Chi è quella bambina che vaga nel bosco? Perché tutti sembra che mentano o che nascondano qualche oscuro segreto? In un crescendo di angoscia e inquietudine la verità viene a galla a poco a poco ed è davvero inaspettata. Romanzo d’ esordio molto atteso, edito da Corbaccio, La psichiatra racchiude tutti gli ingredienti che fanno dello psychothriller un genere adatto ad essere il candidato perfetto per diventare un best seller. C’è suspance, colpi di scena ben congegnati, inquietanti rivelazioni, angoscia. Poi Dorn conosce a fondo il meccanismo che genera la paura e che non sorge da litri e litri di sangue sparsi ma è più sottile si insinua prima in silenzio in modo quasi subdolo e poi ti avvolge come le spire di un’idra. La paura non nasce infatti da qualcosa di reale e tangibile, ma si sprigiona quando la coscienza non vigila, quando il buio della mente crea i mostri della nostra infanzia mai veramente esorcizzati poi nell’età adulta. Tutti si ricorderanno la filastrocca dell’uomo nero che rapiva i bambini cattivi e che forse avrà  creato incubi e non pochi, ebbene Dorn riprende questo filo nero per portarci  a conoscere lati della mente che forse proprio per paura preferiamo ignorare. Bello, interessante, intelligente, scritto da uno che si è documentato parecchio sulle dinamiche psichiatriche e sui lati oscuri della mente, non a caso Dorn da 15 anni lavora in una clinica psichiatrica simile a quella descritta nel libro e si occupa della riabilitazione professionale dei pazienti psichici. Lo stile di scrittura è molto fluido e il libro scorre senza problemi e senza appesantimenti. Ho trovato molto coinvolgente il modo con cui Dorn fa affezionare il lettore alla protagonista. Per di più il finale è davvero spiazzante, durante la lettura avevo fatto diverse ipotesi nessuna delle quali si avvicinava poi neanche minimamente alla realtà. Un romanzo consigliatissimo agli amanti degli psychothriller, che a violenza gratuita e azione preferiscono gli abissi non meno oscuri della mente.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:: Intervista con Davide Rondoni a cura di Nicoletta Scano

15 settembre 2010 by
Nei quattro giorni dedicati dalla città di Pavia al Festival dei Saperi si è  parlato del concetto di "Libertà". Un bellissimo incontro con l'autore, il poeta Davide Rondoni, si è tenuto domenica pomeriggio, giornata di chiusura. In una conversazione multicentrica si è discusso non solo di cosa sia la libertà  e di quanto questa significhi per un artista, ma dell'idea del tempo, del canto trentatreesimo del Paradiso di Dante e dell'opportunità dei metodi d’insegnamento della letteratura nelle scuole italiane. Della didattica tratta infatti l'ultima opera pubblicata dall'autore, un pamphlet pubblicato da Il Saggiatore da pochissimi giorni (Contro la letteratura. Poeti e scrittori. Una strage quotidiana nella nostra scuola), ove Rondoni si interroga sul perché i ragazzi italiani manifestino un sempre più allarmante distacco e disinteresse per la lettura. Questione annosa questa, ma trattata in modo poco retorico e molto concreto dal poeta, il quale al termine di una appassionata indagine del problema, senza risparmiare critiche agli insegnanti che impongono infinite letture obbligate senza saper trasmettere l'amore per un'arte ingabbiata in troppa teoria, lancia una proposta di riforma dell'insegnamento che può apparire come una provocazione: dato che la letteratura è indispensabile ma nessuno lo sa, per renderla davvero necessaria si deve scommettere sulla libertà rendendo facoltativo l'insegnamento della letteratura nella scuola italiana. Restituire la libertà ai ragazzi potrebbe permettere loro di tornare ad essere amanti della parola scritta, offrendo loro l’opportunità di apprezzare quella libertà che per Rondoni non significa incoscienza ma la capacità di non subire condizionamenti, anziché finire per disincentivare il loro interesse nel tentativo di renderli esperti o tecnici della materia. Immancabile la domanda sullo spirito religioso che molto spesso etichetta l'autore come "poeta cattolico": ancora una volta Rondoni offre il proprio punto di vista sull'argomento, osservando che essere cattolico, lungi dall'essere un ostacolo alla creatività, porta ad un'attenzione esagerata verso l'umanità. Disancorandosi da un'etichetta usata troppo spesso con intenti vagamente diminutivi e riagganciandosi al tema della giornata, la libertà, aggiunge che il Cristianesimo è l'unica religione che ponga al centro della propria essenza il libero arbitrio, dando valore al Credente in quanto uomo che decide, che perpetua nella sua scelta quotidiana il proprio atto di fede, senza che possa prevalere l’idea di sottomissione al divino. Gli ultimi minuti vengono dedicati alla lettura di alcune liriche tratte dalla raccolta edita da Mondadori nel 2008 Apocalisse Amore. Davide Rondoni ha fondato e dirige il Centro di Poesia Contemporanea presso l'Università di Bologna, ha pubblicato numerose raccolte di poesia, tradotte e apprezzate in tutto il mondo. Cura le collane di poesia de Il saggiatore e di Marietti, ha tradotto fra gli altri Rimbaud, Péguy, Dickinson e Baudelaire. Dirige la rivista di poesia e arte ClanDestino, conduce programmi televisivi dedicati alla poesia (Stupormundi, Parolà, Antivirus), è stato consulente Rai per la Fiction. Collabora abitualmente in occasioni di readings di suoi testi o di scelte da lui curate con i migliori attori del teatro italiano (tra gli altri, Iaia Forte, Franco Branciaroli, Sandro Lombardi) e con musicisti come Lucio Dalla, Eugenio Finardi, Morgan e altri. E’ direttore artistico del festival DANTE09 a Ravenna ed editorialista di Avvenire, de Il Tempo e de Il Sole24 ore.  

Benvenuto Davide Rondoni su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Lei ha cominciato a scrivere all'età di otto anni. Ha pubblicato una raccolta di poesie, La frontiera delle ginestre, giovanissimo. Come descriverebbe il suo rapporto con la lirica? Ha iniziato a scrivere per vocazione o ‘per avventura’? Diventare poeta era il suo sogno d'infanzia?

Non immaginavo lontanamente cosa sarebbe stata la mia vita. Non esiste una vita da poeta. Quando feci il primo libro non mi aspettavo se non di impegnarmi seriamente in questa strana passione ossessione obbedienza entusiasmo che è la poesia. Il mio rapporto con la poesia? Sono un cane che abbaia contro l'infelicità. La poesia è il morso della vita nel cuore, e la delicatezza del mistero dell'esistente. 

Parlando di approccio alla scrittura e alla lettura, e considerato il suo punto di vista circa la difficoltà dei ragazzi ad innamorarsi della letteratura, ci sono degli autori o delle opere che hanno rappresentato per lei, soprattutto nella giovinezza, una fonte di ispirazione?

Mi innamorai di Baudelaire, Rimbaud e altri poeti assoluti. Poi ne sono venuti tanti…maestri vicini e lontani. Ma uno si interessa alla poesia se è interessato alla propria avventura umana, non alla letteratura. I libri interessano di per sé solo pochi bibliofili o amanti dell'intrattenimento letterario. A meno che la indagine, la passione e la ferita per la vita non ti spingano a cercare nelle parole di uomini che hanno messo a fuoco la propria vita cose che parlano alla tua esperienza. Così vennero Luzi, Testori, Bigongiari e altri maestri, frequentati e studiati. Ma se scrivi un'altra volta "approccio", non risponderò mai più a una tua intervista! 

La accontento e mi impegno solennemente a non usare più questo verbo quando mi rivolgo a lei! 

Ha un sito Internet molto aggiornato e ricco di contenuti (www.daviderondoni.com): quale opinione ha dei nuovi canali di informazione, di Internet e delle nuove possibilità di fruizione dei testi e delle opere? Ci sono riviste, blog o siti di informazione letteraria che segue?

Cambiano i supporti, non l'esperienza della poesia. Una volta si scriveva su pergamena ora su aria elettronica. Di per sé il supporto non rende la poesia né più bella né più moderna, solo i babbei lo credono. Sì certo, ci sono condizionamenti nella nuova situazione: il primo è l'illusoria facilità di pubblicazione/esibizione che rende più arditi coloro che invece dovrebbero attendere un po' di più e lavorare meglio. Mi arrivano tante cose via mail, sono aperto a ogni canale. 

Immagino che più  volte le sia stato chiesto di esprimere un’opinione sulla funzione della poesia. Più in particolare, vorrei sapere se ritiene che questa forma d'arte possa essere apprezzata ancora oggi da un vasto pubblico, fino ad essere riconsiderata un patrimonio di tutti, oppure se in qualche modo la poesia sia destinata a rappresentare una passione d’élite.

Sono contrario all'uso del termine e della categoria di "pubblico" per quel che riguarda la poesia. Si tratta sempre di una esperienza personale. E’ difficile da misurare in termini mercantili e sociologici. I poeti devono offrirsi. Il resto c'è, l'ascolto di tanti c'è. La poesia è già un bene comune. E finché ci sarà un uomo ci sarà la poesia e lo stupore della sua esistenza 

Concludendo questa breve intervista, approfitto del suo eclettismo e della sua personale cultura per chiederle qualche consiglio di lettura: vuole suggerire, a suo gusto, tre opere, una che racconti la passione, una che faccia riflettere sull'etica ed una che semplicemente ispiri l'anima?

Ah, bizzarra sei! Te ne consiglio tre che valgono per tutte e tre le cose: La strada di Mc Carthy. Vita di un uomo di Ungaretti. Hermann (mio, e scuso l'accostamento…).  

:: 5 domande a Ian Rankin

14 settembre 2010 by

Rankin_COLPOPERFETTOTraduzione a cura di Raffaella Marchese della redazione Longanesi

Grazie Ian e benvenuto su Liberi di scrivere. E’ per me un onore intervistare il padre dell’ispettore Rebus una delle voci più significative del poliziesco non solo europeo. Mi piacerebbe conoscere qualcosa su di te che non hai mai detto nell’interviste, qualche lato privato del tuo carattere. 

Dunque, cosa posso dire che non ho mai detto a nessuno… sono ossessionato dall’idea di avere tutto sotto controllo. Sono una specie di “control freak”. Voglio fare tutto da me: e-mail, telefonate, andare in posta. Non ho mai voluto una segretaria che sbrigasse le cose pratiche al mio posto. Quando vado a fare la spesa mia moglie è terrorizzata perché sistemo tutti i barattoli e le lattine con l’etichetta rivolta all’esterno. Pensa che io sia totalmente matto! 

Sei stato definito da James Ellroy "Il re incontrastato del giallo scozzese". Se dovessi descrivere il panorama del “Tartan noir” quali autori apprezzi di più e cosa vi caratterizza e vi differenzia dal restante poliziesco nordico?

Quando ho iniziato a scrivere crime fiction non c’erano molti scrittori scozzesi. Ora siamo in molti. C’è Chris Brookmyre, Denise Mila, Val McDermid, Allan Guthrie, tutti scrittori che amo molto. C’è sempre stata una tradizione in Scozia legata al Gothic Psychological Novel e anche oggi, nei gialli, c’è una certa predilezione per l’oscurità, la cupezza. Il che ci avvicina agli scrittori scandinavi forse. In Inghilterra è più tipico il detective gentiluomo, la vecchia signora arguta, l’assassinio senza sangue. Il tutto magari si svolge in un tipico villaggio inglese dove si gioca a cricket la domenica. L’equivalente scozzese è ambientato in un paesaggio fortemente urbanizzato ed è caratterizzato da un forte realismo sociale. 

Edimburgo è per te più  di una città, ma un vero e proprio personaggio con pregi e difetti, umori e umanissime debolezze. La luce di Edimburgo deve avere qualcosa di magico. Cosa ami di più della tua città e cosa te la rende così speciale tanto da ambientarci frequentemente le tue storie?

Non sono cresciuto a Edimburgo. Ho iniziato a viverci a 18 anni, da studente. Vivendoci volevo però capire questa città, le sue contraddizioni e allora ho cominciato a scrivere e continuo a farlo, è un processo ancora in corso. Edimburgo è una città molto strana, misteriosa, ancora oggi non l’ho capita. Sembra conservare dei segreti. Ci sono castelli, musei, opere d’arte, ogni volta che la visiti si sente il senso del passato, ma non si riesce mai a conoscere bene la superficie, il presente. 

In un colpo perfetto tuo nuovo romanzo in uscita in questi giorni in Italia per Longanesi interrompi la serie di Rebus e ci presenti una banda un po’ bizzarra di aspiranti delinquenti alle prese con il colpo che dovrebbe cambiare la vita. Com’è raccontare il crimine dal punto di vista di chi lo compie? Ti sei divertito in questa nuova veste narrativa?  

È stato molto molto divertente perché i personaggi, la storia sono molto diversi da quelli cui ero abituato, dalla serie su Rebus intendo. Sono uomini d’affari, sono ricchi, colti e annoiati e pensano che la rapina sia una cosa entusiasmante da organizzare, una sfida che valga la pena. Il problema sorge quando il furto viene portato a termine. Da quel momento la loro vita cambierà completamente. 

Rebus tornerà? Attualmente stai scrivendo un nuovo capitolo della sua serie ? Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Rebus tornerà, tranquilli. Ma non subito, non tra pochissimo. Ora mi sto occupando di una squadra speciale di poliziotti che esiste in Scozia, sono gli Internal Police Affairs. Sono poliziotti che si occupano di casi irrisolti e ho creato dei personaggi molto diversi, psicologicamente, da Rebus: loro seguono le regole, non le rompono. Scriverò 2 libri su questa serie. Poi forse Rebus tornerà: o da solo o a fianco di qualcuno dei personaggi di questa nuova serie. 

:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Stefano Di Marino racconta “Quarto reich”

14 settembre 2010 by

Questo romanzo fa parte di una mia mai sopita passione per le storie avventurose svincolate (almeno parzialmente) da intrighi spionistici o noir. L’ho ripetuto diverse volte, nasco come lettore salgariano, consumatore di film e fumetti di  ‘avventura pura’ e anche nelle mie spy storie più esotiche questo genere di elemento non è mai venuto meno. Intorno agli anni 2000 continuavo a sentirmi ripetere che ‘ non scrivevo storie italiane’, che il mio problema sotto il profilo della promozione editoriale era che la mia vena era troppo ‘ internazionale’. Volete sapere cosa ne penso? Tutte balle… in questi anni ho scritto in egual misura storie italiane e straniere raccogliendo consensi da parte del pubblico e (diciamolo) anche dalla critica, ma evidentemente avevo già l’etichetta di ‘scrittore di  nicchia’ ,quindi il cambiamento di prospettiva non ha convinto nessuno a promuovermi meglio. Poco importa, finché posso continuerò a raccontare le mie… avventure. Dicevamo, in quel periodo, seguendo queste indicazioni, ho scritto una storia avventurosa con forti legami italiani e quel pizzico di ricerca storica che mi sembrava un  buon veicolo per rilanciare il mio lavoro. Il cavaliere del vento ( benché l’editore imponesse quel ‘Steve Di Marino’ con una finta biografia senza praticamente interpellarmi) andò piuttosto bene, tanto da essere ‘libro del giorno’ sul Corriere della Sera e avere una seconda edizione economica e una traduzione in tedesco. Diciamo che si trattava di un’avventura con un vago sapore prattiano (di cui vado fiero). Per lo stesso editore programmai quindi un altro romanzo che, nelle mie intenzioni, si doveva chiamare ‘Inferno verde’. Anche questa era la storia di ‘un italiano in fuga’ e copriva tra flashback e linea narrativa  principale uno spazio di tempo che andava dal 1936 al 1947. Bruno Spada, il protagonista, era un espatriato fuggito dall’Italia fascista a cercar fortunata in Etiopia. Con lo stesso personaggio scrissi anni dopo un racconto Il sogno dello Squalo che fu pubblicato in una prima versione su M, rivista del  Mistero e poi in una versione più lunga e completa in coda a un Segretissimo. La vicenda principale di Inferno verde si svolgeva nel  Congo belga all’indomani della seconda guerra mondiale. Era una vicenda di vecchi briganti arabi, schiavisti, legionari, piantatori e streghe yoruba. L’ispirazione mi era venuta un paio d’anni prima leggendo su National Geografic un bellissimo articolo sulle città-chiatte che risalivano il fiume Congo. Poi avevo letto due episodi della saga a fumetti Equator di Dany e letto diversi libri sull’argomento trai quali ricordo la magnifica navigazione  del fiume scritta da Xavier Reverte, Vagabondo in Africa. Poi, inutile negarlo c’era sempre un po’ di spirito salgariano e, se vogliamo, anche Cuore di tenebra. Però c’erano moltissimi altri stimoli tra i quali un vecchio romanzo di Silverberg (Prince of Darkness sugli schiavisti del XVII secolo in Africa occidentale) , le memorie di mio zio prigioniero in Indukush durante la seconda guerra mondiale dopo la cattura avvenuta a Bardia e la Bologna dove vive una parte della mia famiglia. Proprio ripescando tra i ricordi di quelle vecchie abitazioni su per via san Frediano avevo ricavato momenti interessanti che si alternavano alle avventure dei miei protagonisti. Un tesoro nascosto, un vulcano in eruzione e sì… anche un gruppo di cattivi nazistiche nutrivano la speranza di far rinascere il Reich con i diamanti trafugati da un vecchio pirata berbero. C’erano poi due personaggi femminili contrapposti nella più pura tradizione avventurosa. Ricordo in particolare la strega mulatta Katalè che forse è uno dei personaggi femminili che   rammento con più piacere. Quindi una storia di guerra e azione ma anche di sentimento e atmosfera legata a un continente magico, selvaggio, primordiale. Non so veramente per quale ragione in casa editrice decisero di cambiare il titolo mettendo una copertina che pareva ‘Mein Kampf’ a meno di un mese dall’uscita con la presentazione già fatta ai venditori. Quando scoprii tutto ciò mi fu fatto subito capire che… o uscivo così o chissà quando. Riuscii a impuntarmi ripristinando alcune parti del testo che un editing a dir poco  demente aveva massacrato ma sull’esteriorità del prodotto niente da fare. Dopotutto avevo un blurb di Lucarelli che diceva ‘Di Marino è sicuramente il più grande scrittore di avventure che abbiamo in Italia”. Quando andai a parlare con l’editor a luglio (il libro usciva a settembre) mi parve che, alla fine, fosse lo strillo la cosa cui tenevano di più. Poi a settembre scopro che l’editor non c’è più, l’ufficio stampa non fa una cippa per pubblicizzare l’uscita, insomma, come al solito, quel poco che ho potuto fare l’ho fatto da solo. Fine dei rapporti con quell’editore. Salvo poi ogni tanto sentire qualche lettore che mi segnala di aver visto pacchi del mio romanzo in qualche autogrill di una sperduta autostrada… avventure anche queste. Se si fa questo lavoro bisogna esserci preparati. Di fatto credo rimanga uno dei miei romanzi più avventurosi e ricchi di passioni, di storie che rimandano ad altre storie, di atmosfere, di personaggi di suggestioni. Non per nulla Andrea Carlo Cappi lo apprezzò moltisismo (e del suo giudizio mi fido più di chiunque altro) e lo avrebbe voluto rifare in Alacràn con il titolo ‘Il tatuaggio di sabbia’ molto più adatto e magari con una copertina consona. Poi come sono andate le cose in Alacràn lo sapete. Di fatto i diritti sono ancora miei e non è detto che ‘Inferno verde’ o comunque lo si decida di chiamare non possa  avere una seconda vita. È una storia dei tempi passati, di avventurieri e affascinanti fattucchiere, di tesori, vendettem amicizia e sortilegi… sono storie che non invecchiano mai.

 

:. Intervista con Glenn Cooper, a cura di Giulietta Iannone

13 settembre 2010 by

Salve Glenn. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontami  qualcosa di te. Chi è Glenn Cooper? Punti di forza e di debolezza.

Ho molti, molti punti deboli ma una grande forza, suppongo. Sono molto ostinato e costante. Ho tenuto duro fino a quando non ho avuto successo. Quando stavo cercando di ottenere un agente letterario per rappresentare il mio primo libro, La Biblioteca dei Morti, ho ricevuto così tanti rifiuti che la maggior parte della gente sana di mente avrebbe lasciato perdere. Infatti il 65 disse di nuovo no. Il 66 invece ha detto sì.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Ho avuto un’educazione molto tradizionale da classe media – padre dentista, madre insegnante. Mia madre voleva che diventassi un medico, io volevo fare l’ archeologo. Ho prevalso per un po’ e ho ottenuto la mia prima laurea in archeologia. Lei ha vinto, alla fine, quando sono andato alla scuola di medicina.

Quando hai capito per la prima volta che saresti voluto diventare uno scrittore

Quando ero sulla trentina  mi è entrata in testa l’idea di scrivere sceneggiature cinematografiche. Non mi ricordo nemmeno il motivo. Per 20 anni ho prodotto uno script dopo l’altro senza che tutto ciò mi desse molto successo, ma ciascuno script  era un po’ meglio di quello precedente.

Quando sei approdato alla narrativa? Che scrittori contemporanei leggi?

Ho letto un sacco di fiction ma non mentre sto lavorando su un libro. Ho sempre paura di vedere  qualcosa che mi piace e di plagiare una frase o un pezzo di dialogo accidentalmente o di proposito! I miei scrittori viventi preferiti sono Ian McEwan, Umberto Eco, John Banville, John LeCarre e Cormac McCarthy. Tra quelli che sono morti: John Fowles, John Updike, Graham Greene. Ma il mio preferito in assoluto di tutti i tempi è John Steinbeck.

CooperRaccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Come ho detto, trovare un agente è stato diabolicamente difficile. Detto questo, una volta avuto un agente, La Biblioteca dei morti  è stato venduto agli editori abbastanza rapidamente e nel giro di pochi mesi ho avuto richieste da 30 paesi.

Perché hai deciso di scrivere La Biblioteca dei Morti?

L’ ho iniziato come il mio ventesimo script ma non potevo sopportare di avere ancora un altro progetto cinematografico che non stava andando da nessuna parte. Mi piaceva molto l’idea che c’era alla base (©Loius Fabian Bachrach) così dopo  poche pagine ho deciso di provare qualcosa di radicale – come scrivere un romanzo. Davvero non sapevo se potevo scrivere un romanzo così è stato un po’ scoraggiante. Sono in grado di terminare uno script in pochi mesi, ma la prospettiva di un progetto di scrittura che mi avrebbe coinvolto per un anno o due mi ha causato una certa ansia.

Il libro delle anime è il sequel. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza naturalmente svelarci il finale?

Un anno dopo la conclusione dell’azione della Biblioteca dei morti, il protagonista, Will Piper è tirato dentro una nuova avventura, quando un unico libro dalla grande biblioteca di Vectis appare in una casa d’aste di Londra. Come cerca di risolvere il mistero del libro scopre che la biblioteca ha avuto un’influenza su artisti del calibro di Giovanni Calvino, Nostradamus e William Shakespeare.

Raccontaci qualcosa del tuo protagonista, Will Piper?

Will è un uomo molto imperfetto, con molte fragilità, ma sa distinguere il bene dal male e come me è molto testardo.

Destino e la predestinazione sono temi centrali dei suoi libri. Parte della tradizione protestante certamente. Tu sei un uomo di scienza, razionale, pratico. In che modo hanno influenzato la tua esperienza?

Non è necessario che creda in tutte le idee che scrivo ma basta che mi interessino.  Questioni come il destino, le credenze sacre, i concetti della morte, la vita dopo la morte – tutti questi sono soggetti succosi che hanno catturato l’umanità.

La Tenth Chamber è una storia nuova. Quando sarà pubblicato in Italia?

Nel gennaio 2011. Sono nervoso perché è una  storia nuova ma sono anche emozionato, perché penso che sia il mio miglior libro che abbia scritto finora. Ha al centro una misteriosa grotta preistorica dipinta in Francia, che nasconde un segreto molto pericoloso. Come ho detto, mi piace l’archeologia!

Tutti i tuoi lettori si fanno  questa domanda. Sono parte di una trilogia La Biblioteca dei Morti e Il libro delle anime? Stai scrivendo la terza parte?

Se una trilogia ha funzionato per Steig Larson funzionerà anche per me! L’anno prossimo ho in programma di scrivere il terzo (e ultimo) capitolo della serie. Sarà ambientato in un futuro prossimo, nel 2025. Will Piper sarà un po’ più vecchio, ma ancora un ragazzaccio.

Mi piacerebbe parlare del tuo processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Scrivo sette giorni alla settimana, sempre al mattino quando sono più fresco. Inizio sempre con una grande quantità di letture e di ricerche da fare che è la parte migliore. La scrittura è quasi sempre duro lavoro, ma alcuni giorni sono più facili di altri. Poiché la maggior parte dei miei libri si svolgono in vari periodi di tempo non mi annoio di certo.

Qualche progetto cinematografico tratto dai tuoi libri?

Sono andato vicino ad ottenere un accordo per un film un paio di volte, ma i colloqui sono sempre stati interrotti. Così ho smesso di preoccuparmi di cose fuori dal mio controllo. E anche se accadesse, non c’è alcuna garanzia poi che un film non si rivelasse una delusione enorme. Ho troppa esperienza con Hollywood per essere eccessivamente ottimista.

Hai una base di fan molto numerosa. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Trascorro almeno mezz’ora al giorno rispondendo alle e-mail  o ai  messaggi su Facebook dei lettori. E ‘un grande piacere. La maggior parte delle persone mi contatta tramite il mio sito web: http://www.GlennCooperBooks.com.

Infine, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo un libro ambientato  a Roma e intitolato The Devil Will Come. Ha per tema il  fondamentale scontro del bene contro il male nel mondo. Una semplice suora italiana è l’unica persona che può fermare un orribile complotto per distruggere la Chiesa. Devo dire che mi sto divertendo parecchio con l’idea che una giovane suora possa avere così tanta influenza in un mondo totalmente dominato dagli uomini come è il Vaticano!

:: Recensione di Devozione di Antonella Lattanzi a cura di Valentino G. Colapinto

13 settembre 2010 by

Sul_Romanzo__Devozione_Antonella_LattanziDEVOZIONE di Antonella LATTANZI: 372 pp. in brossura, prezzo di copertina € 18,50 [Einaudi Stile Libero Big, 2010]

Esiste una ricca letteratura intorno alla tossicodipendenza. Si pensi a capolavori come “I Ragazzi dello Zoo di Berlino” di Christiane F., “Requiem per un sogno” di Selby Hubert jr o “Trainspotting” di Irvine Welsh. Mancava, però, nella letteratura italiana un romanzo che potesse paragonarsi a quelli succitati. Mancava fino a pochi mesi fa, perché Devozione di Antonella Lattanzi (Bari, 1979) è uno dei più bei libri mai scritti sull'eroina, nonché un capolavoro in assoluto e probabilmente il miglior esordio del 2010. Innanzitutto, è un libro che nasce da quasi cinque anni di lavoro di ricerca sul campo, alla “Gomorra”, durante i quali l'autrice si è finta tossicodipendente (senza provare però mai l'eroina, come avrebbe fatto invece, più o meno discutibilmente, un William T. Vollmann, ma non gliene facciamo certo una colpa, anzi!) e ha frequentato Sert, comunità di recupero, piazze di spaccio come Secondigliano o Scampia, mettendo a repentaglio la sua stessa incolumità fisica. Questa documentazione molto approfondita si unisce a una straordinaria capacità mimetica da parte della Lattanzi, che riesce a identificarsi completamente nei piccoli eroi di Devozione, travolgendo il lettore con un'ondata emotiva più unica che rara. Per rendersene conto, basta provare a leggere le prime pagine e ritrovarsi catapultati di colpo nel mondo feroce e frenetico degli eroinomani di oggi, ben diversi da quelli degli anni '80. Protagonista è Nikita, una ragazza della Bari bene, che – spinta dal ribellismo adolescenziale e dalla fascinazione per Christiane F. e Cesare di “Amore Tossico” di Caligari – si dà all'eroina, cominciando un percorso autodistruttivo che la porterà a vivere esperienze terribili e dolorose. Suo compagno è Pablo, uno studente universitario calabrese, che grazie al metadone riesce a continuare gli studi, a dispetto della sua tossicodipendenza, mantenendo così una parvenza di normalità. Insieme decideranno di rapire una ricca francesina, Annette, alla ricerca della sua prima pera nel quartiere delle stelle cadente, San Lorenzo, a Roma. Non vogliamo raccontare altro, per non rovinare la sorpresa al lettore. Basti sapere che a un intreccio romanzesco molto avvincente, ricco di colpi di scena, si affianca uno stile letterario davvero sapiente e maturo, sorprendente per una scrittrice così giovane, che va sicuramente tenuta d'occhio.

Valentino G. Colapinto 

:: Assassinio sul molo di Anne Perry (Fanucci 2010) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2010 by

asLondra, estate del 1864. William Monk, ispettore della polizia fluviale di Wapping, è impegnato in un rischioso inseguimento sul Tamigi per catturare Jericho Phillips, accusato dell’omicidio del piccolo Walter Figgis, detto Fig. Un monello, un ragazzino di strada, che si guadagnava da vivere recuperando sulle rive del fiume oggetti smarriti, viti, oggetti d’ottone, frammenti di porcellana, pezzi di carbone, tutto quello che poteva avere anche un minimo valore tanto da essere venduto. Il suo cadavere era stato recuperato nel fiume a Greenwich con la gola tagliata, segni di bruciatura sulle braccia e segni di abusi in altre parti del corpo.
Subito era parso chiaro dal modo in cui era stato trattato che era quasi certo che fosse finito nelle mani di quei delinquenti che vendevano i bambini ai bordelli o ai pornografi. I ragazzini servivano fino a quando non iniziavano a cambiare voce e a mostrare i segno della pubertà, allora gli uomini a cui piacevano i bambini non nutrivano più interesse per loro e solitamente venivano venduti come mozzi ai capitani di mercantile.
Forse Fig si era ribellato in qualche modo e questo ne aveva decretato la morte.
Durante le indagine tenute dal comandante Durban, prima della sua morte, un informatore gli riferì che Jericho Phillips teneva sulla sua barca una specie di via di mezzo tra un bordello e un locale di spogliarello e costringeva i bambini a pratiche contro natura, fotografandoli e vendendo le foto per guadagnare altri soldi oltre a quelli di chi assisteva di persona.
Dopo una serie di appostamenti e nuovi riscontri, alla fine dell’inseguimento, Monk finalmente riesce a catturare Phillips e a consegnarlo alla giustizia. Ma un nuovo colpo di scena si sta per verificare.
Durante il processo Phillips ha come avvocato difensore Oliver Rathbone, uno dei migliori avvocati di Londra, incaricato della difesa da un misterioso filantropo pronto a pagare tutte le spese in nome della giustizia. Grazie alla bravura di Rathbone che riesce a insinuare nella giuria una serie di dubbi sulla correttezza dell’operato della polizia, Phillips viene giudicato innocente e sfugge al capestro.
Monk non ostante lo sconcerto, in memoria del vecchio capitano Durban che era certo della colpevolezza di Phillips e della sua implicazione in un giro di prostituzione minorile, riprende le indagini e senza esitare è pronto ad addentrarsi negli squallidi e degradati vicoli dei bassifondi e a infiltrarsi nei pericoli della malavita di Londra pur di raccogliere prove e testimonianze che incastrino una volta per tutte Phillips.
Quello che scoprirà andrà ben oltre le peggiori aspettative fino a far luce, nel sorprendente finale, sui vizi e le perversioni inconfessabili di alcuni personaggi illustri e insospettabili della moralista e perbenista buona società londinese. Assassino sul molo,uscito in questi giorni per Fanucci, appartiene alla serie ambientata nella Londra del periodo vittoriano che la scrittrice inglese Anne Perry ha dedicato all’ispettore William Monk.
Anne Perry è una narratrice straordinaria, capace di trasportarti in un epoca lontana con una facilità e una naturalezza che evidenzia la sua profonda conoscenza del periodo. Oltre alla cura per le psicologie dei personaggi, l’accuratezza nella descrizione degli ambienti, dei costumi, della mentalità, la Perry non trascura l’analisi di questioni etiche e sociali, anche scabrose, come in questo caso trattando la prostituzione minorile.
Dosando sapientemente suspense e colpi di scena, la Perry, attraverso riflessioni e osservazioni dettagliate, ci porta a scoprire i lati più oscuri della luminosa e puritana società vittoriana che sotto una patina di progresso e ottimismo nascondeva sordidi crimini indegni di una società civile.
La scrittura è elegante, il linguaggio ricercato, per gli amanti del mystery di stampo classico una lettura da non perdere.
Assassinio sul molo di Anne Perry Traduzione Sara Brambilla, Fanucci Editore, collana Vintage, pagg. 371, 2010.

Anne Perry, pseudonimo di Juliet Marion Hulme (Londra, 28 ottobre 1938), è una scrittrice britannica, condannata in gioventù per omicidio.
Figlia del professor Henry Hulme, medico e rettore dell’Università di Canterbury in Christchurch, alla giovane Anne (all’epoca ancora Juliet) venne diagnosticata la tubercolosi, così che fin dalla tenera età viaggiò in molti posti caldi del mondo (Caraibi, Sud Africa, ecc.) nel tentativo di migliorare la sua salute. All’età di 13 anni si riunisce con il padre, che si trasferisce all’Università di Cambridge della Nuova Zelanda.
Qui diviene amica intima di Pauline Parker, un’amicizia in cui molti all’epoca vollero vedere connotazioni omosessuali. La famiglia Hulme, però, era vicino al divorzio, e così Juliet pensò che poteva tornare in Inghilterra con l’amica. La madre di quest’ultima, Honora Rieper, era decisamente contraria, così nel 1954 Juliet e Pauline la uccidono. Il processo per omicidio ha eco internazionale e solleva l’indignazione pubblica. Il 29 agosto 1954 Juliet e Pauline vengono condannate per omicidio, ma essendo appena sedicenni ottengono una pena inferiore: cinque anni di detenzione e il divieto assoluto di incontrarsi di nuovo.
Finita la detenzione, Juliet parte dalla Nuova Zelanda per l’Inghilterra, poi dopo un periodo negli Stati Uniti si trasferisce in Scozia, nel paese di Portmahomack, dove vive tuttora con la madre. Suo padre ha avuto una carriera da eminente scienziato, guidando il programma britannico della bomba all’idrogeno. Juliet si cimenta con la scrittura e nel 1979 dà alle stampe il suo primo romanzo: Il boia di Cater Street (The Cater Street Hangman). Per tagliare i ponti con il passato, prende lo pseudonimo di Anne Perry, dal cognome del suo patrigno. Inizia così una prolifica carriera letteraria, che affronta i vari generi della letteratura gialla.
Sia Anne Perry che l’amica di una volta, Pauline Parker, vivono in Gran Bretagna, ma dal giorno del processo non si sono più incontrate.

:: Intervista con Alex Preston

11 settembre 2010 by

questacittachesanguinaCiao Alex. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Alex Preston?

Grazie per avermi invitato. Alex Preston è un giovane romanziere inglese che di recente è sfuggito ad una  terribile vita da banchiere. Ha una moglie splendida e due bei figli e vive a Londra. Scrive per un giornale di sinistra britannica chiamato The New Statesman e ha appena consegnato il suo secondo romanzo al suo editore inglese, Faber and Faber. Il suo primo libro, Questa città che sanguina, è stato un best-seller in Inghilterra e ha vinto il Spear’s Best First Book Award. Passo ora a smettere di riferirmi a me stesso in terza persona: mi suona molto pretenzioso.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato in Surrey, in Inghilterra. E 'appena fuori Londra. Ho vissuto un'infanzia felice che è stata crudelmente interrotta dal collegio all'età di tredici anni. Molti dei miei più cari ricordi d'infanzia sono in Italia: la famiglia di mio padre aveva una casa appena fuori di Asti in Piemonte. Ho trascorso tutte le mie vacanze li in quelle bellissime colline.

Perché sei diventato uno scrittore?

Mio nonno, Samuel Hynes, è uno scrittore e professore di Letteratura Inglese all'Università di Princeton negli Stati Uniti. L’ ho sempre ammirato enormemente. Ho scritto per tutto il tempo che posso ricordare e penso che sia stata sempre come una sorta di omaggio a lui.

Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Questa città che sanguina è la storia di un giovane uomo che tenta di farsi un’ esistenza nel materialistico e oscuro secolo ventunesimo. Charlie Galles frequenta università ad Edimburgo in Scozia e poi va a lavorare per un hedge fund nella City di Londra. Lui è innamorato di una ragazza francese, Vero, e ritiene che se può avere un enorme successo finanziariamente, egli sarà in grado di conquistarla. Poi i colpi della crisi finanziaria colpisce e  tutte le certezze di Charlie vengono eliminate. Il romanzo parla di come lui cerca di rialzarsi da terra e farsi una nuova vita. Mio nonno, ha scritto una grande opera critica, la generazione Auden, ed è stato pubblicato da Faber and Faber, nel 1979, anno della mia nascita. Ho chiesto al mio agente di inviare il mio romanzo solo a loro. Mi ha fatto piacere che l' abbiano accettato. Quindi un percorso indolore ed emotivo per la pubblicazione.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti, europei o americani?

Roberto Bolano, WG Sebald, Georges Perec, F. Scott Fitzgerald, PG Wodehouse.

Dimmi qualcosa sul tuo paese, la tua città. Qual è il tuo background?

Il mio trisnonno era primo ministro d'Inghilterra: l'Earl Grey. Il nome del tè è in suo onore. Io vivo ora nel nord-ovest di Londra, vicino a Notting Hill.

Come hai avuto l'idea per il tuo primo libro, Questa città che sanguina edito in Italia da Elliot Edizioni?

Ero stato orribilmente annoiato dal mio posto di lavoro in finanza. Infine, quando la crisi ha colpito, mi sentivo al centro di qualcosa di veramente monumentale. Anche se qualcuno potrebbe pensare che il mondo della City sia troppo astratto, troppo noioso per un romanzo, infatti la straordinaria volatilità dei mercati azionari ha fornito un montaggio parallelo al boom emotivo.

Che tipo di ricerca hai svolto per il tuo primo libro?

Molto poca. Era un mondo che conoscevo molto bene.

È un romanzo sulla City con trama romantica? Perché hai deciso di scriverlo?

Non sto cercando di discolpare i banchieri. La maggior parte di loro erano persone terribili. Ma ho pensato che vederli solo come dei mostri non sarebbe giusto, poi potrebbero aiutarci a capire cosa è successo nel 2008. Volevo aprire le menti di questi personaggi, cercare di capire cosa li ha resi così. Mentre la stampa inglese ha naturalmente fatto uno enorme rumore circa gli elementi del romanzo che riguardano la City, è per me soprattutto una storia d'amore: la storia di un giovane, ossessionato da una ragazza e le cose folli che facciamo nella ricerca dell’ amore .

La crisi finanziaria del 2007 fino ad oggi è un tema importante del tuo libro. Ogni giorno giungono notizie allarmanti. È il materialismo del tuo personaggio principale conseguenza di questo?

Assolutamente. Egli è, in fondo, una brava persona, ma è stato orribilmente sfregiato dal materialismo del suo tempo. Il romanzo è incentrato sui suoi tentativi di rimpiazzare i comfort inconsistenti e deprimenti del materialismo con più autentiche esperienze di lunga durata.

I tuoi personaggi sono di fantasia, o molto spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?

Meno di quanto si possa pensare. Io non sono certo Charlie Galles. Forse c’è qualcosa di me nel suo amico Henry: un osservatore, sempre un po' scostato dal cuore delle cose.

Preferisci in un libro la descrizione del luogo, la descrizione di caratteri o i dialoghi?

Mi piace descrivere i luoghi, ma è soprattutto nel dialogo che si rivelano i personaggi di un romanzo.

Cos’ è per e il talento? Un regalo o un lavoro artigianale?

Un regalo che si deve trattare di tanto in tanto con tutta la serietà  che ci mettiamo quando facciamo le  dichiarazioni dei redditi o spacchiamo legna. E 'importante non farsi troppo prendere ad immagine un autore come un creatore divino.

Il tuo  scrittore debuttante preferito?

Salinger? Se si intendi uno recente, poi mi è piaciuto molto A Whole Wide Beauty di Emily Woof.

Ci sono progetti cinematografici tratti dal tuo libro?

Sì. E 'stato opzionato da Films Hartswood e sono attualmente in trattative con la BBC.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Ho appena finito il mio secondo romanzo che sarà pubblicato alla fine dell'anno prossimo.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Io gioco a calcio con l'attore James McAvoy (che era in Espiazione e L'ultimo re di Scozia).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Haunts of the Black Masseurdi Charles Sprawson. Una storia meravigliosa di nuoto.

Hai un agente letterario?

Sì: Anna Power della  Johnson e Alcock.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta famosa nella City.

Un uomo in abito da sera entra in un bar con un alligatore al guinzaglio.
"Servite i banchieri qui?" chiede.
"Certo", risponde il barista.
"Bene. Per me una birra e due banchieri per il mio coccodrillo, per favore."

Che cosa
è la libertà per te?

Camminare a piedi nudi nella sabbia con il mio bambino.

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Tramite il mio sito web: http://www.alexhmpreston.com.

Vincitori II Concorso Letterario Nazionale “Giri di parole”- Navarra Editore

10 settembre 2010 by

Si conclude oggi venerdì  10 Settembre 2010 la seconda edizione del concorso letterario nazionale “Giri di Parole – Io e gli altri” indetto dalla siciliana Navarra Editore, casa editrice specializzata in autori emergenti, e rivolto a racconti o romanzi inediti. Oggi, tra tutti i testi pervenuti, la giuria di qualità, presieduta da Beatrice Agnello e Gian Mauro Costa ha reso noti i nomi dei selezionati le cui opere saranno pubblicate nel catalogo della casa editrice. La premiazione dei vincitori avverrà a Palermo all’interno di un speciale evento organizzato dalla casa editrice a fine ottobre. Nei prossimi giorni la comunicazione dei testi segnalati anche dalle due giurie speciali: Giuria popolare di face book e Giuria giornalistica. (Nella giuria Facebook c'eravamo anche noi).

L'elenco dei vincitori per le due sezioni:

Vincitori Sezione a) Racconti

Il vincitore assoluto, primo classificato della sezione è  Marco Minnucci con “Il Baldacchino di uomini”.

Vincitori Sezione b) Romanzi 

La giuria indica come vincitore del concorso il romanzo “Pimmicella e la comunità” di Francesca Picone. 
 
 

:: Intervista con Elisabetta Bucciarelli

10 settembre 2010 by

bucciaBenvenuta Elisabetta su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nata a Milano, oltre che scrittrice sei anche giornalista, ti sei diplomata in Drammaturgia presso il Laboratorio di Scrittura Drammaturgica del Piccolo Teatro di Milano, lavori per Booksweb.tv. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

Grazie a te Giulia per la tua attenzione. Amo il teatro e il cinema, vengo da lì. 

Un ricordo di Elisabetta bambina. Eri un maschiaccio o una bimba timida e introversa?

Ero estroversa e molto socievole. Poi la vita mi ha modificata. Tra i ricordi? Mia nonna paterna. E' stata lei a insegnarmi a raccontare storie.

La scrittura non è solo un mestiere ma è una vera e propria passione, per alcuni addirittura un male necessario. Come è nato in te l’ amore per la scrittura e soprattutto per  il noir genere che sembra particolarmente adatto alle tue corde?

L’esistenza del male mi angoscia. Il noir  mi permette di guardarlo da vicino, “per finta”. La scrittura c’è sempre stata, non ricordo un inizio.

Hai pubblicato fino ad oggi numerosi  romanzi: Happy hour, Dalla parte del torto, Femmina de luxe, Io ti perdono e il bellissimo Ti voglio credere. Raccontaci per ognuno di essi una frase che lo caratterizza.

Il primo è acerbo e nervoso, con una rabbia ingenua. Dalla parte del torto è barocco nel linguaggio e racconta più storie (forse troppe) che hanno un peso specifico molto alto (un paio si sono avverate negli anni successivi, mi fa paura a volte). Femmina de luxe è un libro a cui sono molto legata, crudele  e sincero. Io ti perdono è un concentrato emotivo, ho lavorato sulla scrittura per renderla tagliente e fastidiosa, così come la storia, difficile  ma  intensa. Ti voglio credere sta iniziando a vivere adesso, l’onda lunga di Io ti perdono continua e non gli sta lasciando lo spazio che si merita  (sorride) . Non so ancora cosa ho scritto davvero. Le mie intenzioni erano di lavorare sulla differenza tra verità e giustizia. Ma i pareri che mi arrivano dicono anche altro.  

Io ti perdono si è aggiudicato la Menzione speciale della giuria al Premio Scerbanenco 2009. Il tema del perdono è un tema molto forte che ha radici profonde. Pensiamo solo alle vittime del terrorismo, ai genitori che vedono il proprio figlio falcidiato da un pirata della strada. Il perdono è davvero lo strumento migliore per essere veramente liberi? Perché è così difficile perdonare?

Per il mio personaggio, Maria Dolores Vergani, perdonare è persino impossibile. Però lei, che è una donna normale, non vendicativa, senza rabbie represse sconosciute, ma normalmente al centro di torti inflitti e subiti, decide di non scartare mai nessuna possibilità di cambiamento. La sua vita puo’ e deve migliorare. Quindi vuole capire cosa significhi il perdono per chi lo “pratica” quotidianamente. Un prete pedofilo con una comunità omertosa intorno. Un crimine senza scampo contro la purezza e il candore. L’ipocrisia del quotidiano, che alimenta tanti rapporti di coppia.  

Dolores Vergani è un personaggio complesso e sfaccettato una donna dall’apparenza molto forte ma con un cuore fragile e sensibile. Ti riconosci in lei o è solo frutto della tua fantasia?
S
ono esattamente il contrario. All’apparenza fragile e insicura, ma in realtà molto forte e determinata.(Anche la Vergani si sta rafforzando, però J) In un paio di cose invece siamo simili: detestiamo la guerra e la violenza, gratuita o fintamente motivata. Non è per carità cristiana ma per profondo senso civico. E non ci piacciono gli opportunismi. Le cose si fanno perché si ha il piacere di farle, non per avere qualcosa in cambio.

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travolto dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l’odorato, la vista?

Ho la sfortuna di avere un olfatto molto sviluppato. Le cose brutte sono legate a questo senso. Le belle, invece, alla vista.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con consigli e incoraggiamenti all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?

Ti dirò che all’inizio non mi ha aiutato proprio nessuno. Non sono abituata a chiedere. E’ stata dura ma le soddisfazioni, dicono, siano maggiori. Dal secondo libro in poi ho cominciato a incontrare persone che hanno apprezzato il mio lavoro e di conseguenza hanno creato consenso e opportunità nuove. L’elenco è lunghissimo, ho provato a farlo ma avrei riempito una cartella solo di nomi e cognomi. Posso dire, però, che per la maggior parte sono donne e di questo sono molto felice. Adesso che ci penso un nome lo faccio, la mia insegnante di Italiano del Liceo Donatelli. Si chiamava Miranda Carrea, sto cercando di rintracciarla in tutti i modi ma non ci riesco… chissà mai che qualcuno dei tuoi lettori la consca…

Quanto l’ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi? Ti senti legata ai luoghi. Quale ti fa sentire di più a casa?

Ogni luogo che racconto ha con me un rapporto speciale. Non ho sempre vissuto a Milano, ma è la mia città e non la scambierei con un’altra. Ma anche la Valle d’Aosta, Cefalù, Roma, Torino e Ancona hanno un posto privilegiato nella mia vita.

Hai vinto numerosi premi letterari l’ultimo in ordine di tempo il premio prestigioso premio Fedeli quest’anno. Che esperienza è stata? Ti emozioni sempre come se fosse la prima volta?

I premi sono un’occasione promozionale. Se vinci o arrivi in finale è bello. Non mi piace quando lo scrittore deve fare spettacolo sul palco. Quel tipo di emozione non mi rende felice. Assistere alle votazioni in diretta, per esempio. Abolirei questo meccanismo a vantaggio di premiazioni che riconoscano le differenze dei libri e dei gusti del pubblico. Per esempio oltre a un primo classificato, assegnerei agli altri finalisti un alloro per la trama, uno per stile, uno per i personaggi… così sarebbero tutti ugualmente presenti per lo show e finalmente si parlerebbe dei libri e dei loro contenuti, più che delle performance di chi li ha scritti. E servirebbe anche allo scrittore, per valutare i punti di forza e di debolezza del suo lavoro.

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall’idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei una perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

Lavoro tanto, con istinto e costanza. Ma solo dopo aver lasciato a lungo nel pensiero l’idea, magari dei mesi (anche degli anni).

So che sei una lettrice instancabile. Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Cosa stai leggendo in questo momento? 

In questo momento ho appena finito di leggere Tutti gli uomini sono bugiardi, di Alberto Manguel (Feltrinelli). Le mie autrici culto sono Simone de Beauvoir e Clarice Lispector. Leggo molta poesia, cartacea e in rete. E saggi filosofici che qualche amico fissato mi consiglia a seconda del periodo emotivo che sto attraversando.

Nel panorama letterario italiano c’è un esordiente che ti ha particolarmente colpito per originalità , contenuti, coraggio? 

Il coraggio degli esordienti (quelli veri, non quelli autopubblicati o a pagamento…) mi colpisce sempre tanto. Sono carne da macello in questo momento, quindi sto dalla loro parte a prescindere da quello che scrivono.

Definiscimi cosa è per te l’amore? Sei una donna romantica?
Siccome sono molto romantica, tengo Psiche lontana da Amore e mi sembra una buona strategia.

So che il  teatro è un tuo grande amore. Hai collaborato alla stesura di diversi testi teatrali e cinematografici. In cosa scrivere per il teatro differisce dallo scrivere un romanzo?

Il teatro ha la forza del gesto che sostituisce le parole e l’emozione fortissima del rapporto diretto con il pubblico. Il libro è un tango a due, pieno di silenzi.

Hai pubblicato oltre ai romanzi anche due saggi Io sono quello che scrivo. La scrittura come atto terapeutico e Le professioni della scrittura. Come trasformare una passione in un lavoro di successo. Come ti sei documentata per la stesura di questi libri?

Li ho scritti dopo aver lavorato per dieci anni con un gruppo di malati di mente cronici e di portatori di handicap psicofici. La scrittura, per molti di loro, era l’unico canale espressivo. Ho iniziato a condurre corsi di scrittura prima ancora di pubblicare. Corsi strani,  avventurosi. Tipo: “Sai come iniziano ma non come finiscono”. Nel primo libro c’è parte di questa esperienza. Nel secondo invece c’è la mia attesa di pubblicazione. Mentre aspettavo l’uscita di Happy Hour ho provato a chiedermi cosa avrei potuto fare con la scrittura se l’editoria non mi avesse accolto. Per questo il libro è dedicato a tutti coloro che sanno scrivere ma non raccontare.

Progetti per il futuro?

Sto cercando di vivere il presente. Che è intenso, estetico e molto stimolante.

Grazie Giulia per la tua intervista e grazie a i lettori del tuo blog.

Grazie a te Elisabetta è stato un piacere.

:: Recensione di ‘I love mini shopping’ di Sophie Kinsella a cura di Nicoletta Scano.

10 settembre 2010 by

iloveminishopping1Okay. Niente panico. Ho la situazione sotto controllo. Sono io, Rebecca Brandon (nata Bloomwood), l'adulta. Non la mia bambina di due anni. Il problema è che non so bene se lei se ne renda conto. "Minnie, tesoro, dammi il pony." Cercò  di assumere un tono pacato deciso, come quello che ha Tata Sue in televisione.’

Una delle prime scene raccontate dall'autrice, giunta al sesto capitolo delle divertenti vicende di Becky Bloomwood, l’inimitabile e ormai leggendaria shopaholic famosa in tutto il mondo per le sue strampalate avventure tra centri commerciali, carte di credito, debiti ed esilaranti trovate che la salvano sempre ad un passo dall’inevitabile caduta libera nel baratro finanziario in cui riesce a catapultarsi in ogni episodio, fa il verso alle precedenti peripezie, richiamando l'apertura del primo episodio di questa saga moderna e divertente, tutta al femminile. Ma questa volta non è solo la bizzarra protagonista a creare pasticci, ad essere al centro di situazioni imbarazzanti e a stupire il lettore suscitando il sorriso, ma la sua piccola figlia di due anni che, nemmeno a dirlo, sembra aver ereditato dalla mamma l'amore per l'acquisto e la passione per i guai. Questo romanzo, come i precedenti cinque, è un inno al buonumore, una cordiale presa in giro che coinvolge un po' tutte le donne di oggi, fatalmente attratte dalle shopping, sbadate, forse ingenue ma in fondo sognatrici e generose, alle prese con le sfide della vita quotidiana, con la creazione di una famiglia, con l'amore e le difficoltà economiche. I critici possono anche storcere il naso, ma se pensate, come la sottoscritta, che la lettura debba essere anche uno svago, questo libro, come tutte le altre opere di Sophie Kinsella, è un garbato capolavoro di umorismo, una creazione leggera ma intelligente, che regala alle lettrici l'opportunità di ridere sui piccoli difetti comuni quasi tutte le donne, filtrandoli attraverso la sconcertante, vulcanica ed inattesa personalità della protagonista. Confermando la tendenza già mostrata nella sua penultima opera edita in Italia da Mondadori, ‘La ragazza fantasma’ (2009), l'autrice posa il suo sguardo anche sulle difficoltà emotive ed affettive delle famiglie moderne, raccontando con delicatezza i contrasti generazionali, le tensioni tra genitori e figli che non riescono a riconciliare un passato di separazione e mostrando una particolare predisposizione a suscitare il desiderio di un'armonia familiare del tutto moderna e sfrondata dalla retorica, ma pervasa da buoni sentimenti. Non si tratta di un libro imperdibile, ma questa è un'opera che non inganna il lettore, che è scritta per far sorridere ed intrattenere, obbiettivo che centra pienamente, presentandosi come un prodotto perfettamente confezionato, di qualità, di certo adatto per chi voglia prendersi una pausa e liberare la mente senza abbandonare un pizzico di autoironia.