:: Intervista a Giuseppe Pastore

23 settembre 2010 by

induesiuccidemeglioBenvenuto Giuseppe su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Allora sei nato ad Avellino nel 1979, ami l’horror e la fantascienza, sei uno scrittore, sei laureato, curi il sito Thriller Café. Vuoi aggiungere qualcos’altro?
 
Grazie innanzitutto per avermi invitato da questa parti, è un piacere e un onore per me. Che altro vorrei aggiungere? Mah, non è che ami molto parlare di me. Direi solo che più che di horror e sf, sono un forte lettore di thriller, anche se effettivamente come scribacchino mi sono cimentato diverse volte col fantastico.
 
Quando hai capito per la prima volta che avresti voluto diventare uno scrittore?
 
Questa è una domanda difficile, perché non c’è un momento preciso. Sono sempre stato uno che legge parecchio e a un certo punto, verso il 2003, ho cominciato a provare a scrivere, più che altro per vedere dove potevo arrivare. Ho prodotto delle cose veramente imbarazzanti allora, poi sono migliorato un po’ e ho portato a casa qualche targhetta. Ma ancora oggi sono lontano dall’essere uno “scrittore”. Facciamo uno scribacchino, va’!
 
C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare?
 
Alessio Valsecchi, il webmaster de Latelanera.com. Non fosse stato per lui e il suo sito, probabilmente non avrei concluso granché e avrei lasciato perdere in breve tempo. Gran parte di quello che ho combinato dal punto di vista letterario in qualche modo è da ricondurre a lui.
Dopo di lui, tanti amici del forum de La Tela Nera, nonostante le nostre strade si siano col tempo separate.
 
Quali sono gli autori che ti piacciono di più?
 
Dovrei fare un elenco interminabile. Dico Vachss
 
Sei il webmaster di Thriller Café. Collabori anche ad altri siti web che si occupano di letteratura?
 
Su Latelanera.com sono il responsabile della sezione dedicata ai Serial Killer, anche se negli ultimi anni il mio contributo al sito è stato molto sporadico, preso come sono da una miriade di cose tra cui dividere il poco tempo libero che ho. Sto cercando di capire come trovarmi un pugno di cloni per tenere dietro a tutte le attività a cui vorrei dedicarmi ma per ora non sono venuto a capo del problema, purtroppo (chiunque abbia suggerimenti sul tema, mi contatti!) (Sorride).
 
Quale scrittore sogni da sempre di intervistare?
 
Mi sarebbe piaciuto intervistare Edward Bunker, ma non c’è più, come pure Westlake. Uno che mi sta simpatico è Robert Crais: vedremo se prima o poi riuscirò a fargli qualche domanda…
 
Tra i tuoi molti racconti che hai scritto quale preferisci?
 
Molti sono stati una tappa importante per me. Forse quello che mi piace di più è “Vendetta Indù”, che arrivò 3° a un Premio Lovecraft. Lo trovo abbastanza riuscito, per quanto a distanza di tempo si possano sempre vedere dei punti migliorabili.
 
Raccontaci la genesi di In due si uccide meglio. Quanto tempo ci hai messo a scriverlo? Dove hai trovato ispirazione? Come ti sei documentato?
 
Io e Stefano, l’altro autore del saggio, abbiamo impiegato diversi mesi per completare la prima stesura. È stato un lavoro complicato trovare soprattutto il materiale necessario per le parti di approfondimento. Qualcosa è disponibile in rete, ma il grosso è venuto da testi specialistici, diversi dei quali non tradotti in italiano (fondamentale, per esempio il testo di Jennifer Furio, "Team killers").
 
Perché scegliere la formula del saggio e non che so io del romanzo tout court, o del reportage giornalistico?
 
Perché accanto alla cronaca ci sono fondamentali passaggi di criminologia, psicologia, sociologia. Sarebbe stato impossibile farle entrare in un romanzo o in un reportage. Credo che il saggio fosse l’unica formula possibile per quanto ci prefiggevamo di esporre, anche se nelle parti di narrazione dei fatti il testo si può leggere quasi come un romanzo, almeno a quanto hanno rilevato diversi lettori.
  
In In due si uccide meglio tu e Stefano Valbonesi analizzate le storie di persone che uccidono in modo seriale e per farlo decidono di farlo in coppia. In cosa consiste l’eccezionalità di questo fatto? Il fenomeno dei serial killer è prettamente americano o anche in Europa si sta diffondendo?
 
L’omicidio, soprattutto quello seriale, è l’esito estremo a cui certe persone giungono per realizzare le proprie fantasie. Si tratta di qualcosa di fortemente personale nella maggior parte dei casi, quindi è difficile che si riesca a trovare una persona “adatta” con cui condividere l’esperienza. Quando però la s’incontra, le fantasie dei partner si amplificano e si alimentano a vicenda, e conducono ad atti che in singolo non sarebbero stati neanche pensati.
Per quanto riguarda la collocazione geografica del fenomeno, c’è da considerare che, come spiega Maslow nella sua teoria dei bisogni, l'uomo cerca di soddisfare le proprie necessità a partire da quelle più elementari (cibo, tetto), fino ad arrivare a quelle di livello più elevato, scalando una vera e propria piramide, sulla cui cima è presente il bisogno di autorealizzazione. Nelle società più avanzate, e in particolare negli Stati Uniti, laddove la maggior parte dei bisogni primari è soddisfatto, è più forte la spinta a fare ciò che si vuole, e che in moltissimi casi è affermare il proprio Io con l’omicidio. Ma pur restando gli USA “la fabbrica mondiale dei serial killer”, anche in Europa (e in Italia) ci sono molti assassini seriali.
 
Come nelle dinamiche relazionali tra gemelli anche nelle coppie di serial killer c’è un carattere dominante?
 
Quasi sempre. Si parla di incube e succube, nella maggior parte dei casi, anche se ci sono coppie in cui è riscontrabile una “mutua concordanza”, come diceva Sighele. In generale, comunque, c’è un elemento dominante, soprattutto nelle coppie uomo/donna. Qui spesso abbiamo un sadico sessuale che ha plagiato la compagna al punto da trasformarla da persona normale in un’assassina seriale.
 
Tra le coppie che tu e Stefano avete esaminato quale per efferatezza, violenza, ti ha turbato di più?
 
Henry Lee Lucas e Ottis Toole. Uno psicopatico necrofilo abbinato a uno schizofrenico cannibale e ritardato. Lucas era fissato per lo stupro post-mortem, Toole mangiava parti di cadaveri. Dire chi davvero fosse il più perverso tra loro due a mio parere è proprio impossibile. E assieme hanno seminato paura e morte come forse nessun’altra coppia.
 
La prefazione di In due si uccide meglio è stata scritta da Ruben De Luca psicologo e criminologo, un luminare sul fenomeno dei serial killer che fa un resoconto oltremodo lusinghiero. Cosa hai apprezzato di più della sua prefazione? Cosa ti trova totalmente d’accordo e cosa meno?
 
Avere una prefazione dal professor De
Luca è stato per noi un onore, e quanto ha scritto ancora di più, considerando che è uno dei massimi esperti del fenomeno in Europa e che è uno che dice esattamente quello che pensa. Ha definito il nostro libro “onesto”, ed è proprio quello che volevamo realizzare: un’opera senza pretese di abbracciare il complesso e troppo esteso universo degli assassini seriali, ma focalizzata su un solo argomento, da trattare con profondità e sottolineando comunque di non volere dare risposte, ma semmai di far sorgere domande.
 
Che esperienza è stata scrivere un libro a quattro mani? Lo rifaresti?
 
Scrivere in coppia è un'esperienza che arricchisce, anche se è chiaro che ciascuno dei due autori debba confrontarsi con le esigenze dell'altro, i suoi tempi, i suoi ritmi. Non è facile, questo è certo. Ma è molto stimolante e poi quattro occhi sono meglio di due quando si tratta di trovare quello che non funziona e bisogna assolutamente correggere. Lo rifarei? Per un progetto interessante, sicuramente.
 
Che libro stai leggendo attualmente?
 
Solo Fango, di Giancarlo Narciso. Mi sta piacendo molto (come tutti i suoi, devo dire), e sicuramente lo consiglio, anche perché è un noir ambientalista e aiuta ad aprire gli occhi su ecomafie e abusivismi in genere.
 
Se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme quale è l’unico libro che salveresti?
 
Il Corsaro Nero, per una questione affettiva. È il primo libro romanzo che abbia letto: avevo otto anni, se non sbaglio, e se oggi mi piace leggere forse è anche perché l’impatto con la lettura è stato “esaltante”.
 
Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? Si può vivere al giorno d’oggi solo di letteratura?
 
Non pagate, prima di tutto. Se non trovate un editore che non vi pubblica investendo, è perché la vostra opera non è valida. Leggete di più, continuate a scrivere, frequentate forum, altri scrittori. Cercate di migliorarvi. Al romanzo successivo probabilmente raggiungerete l’obiettivo.
Alla seconda domanda, di certo non posso  rispondere io. Ma il fatto che non possano farlo neanche tanti scrittori con diversi libri nel curriculum dovrebbe bastare…
 
Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito anche italiani?
 
Il libro di esordio di Marilù Oliva, Repetita, è stato una vera sorpresa (e il secondo posto al premio Camaiore non è un caso): appena finisco il romanzo di Narciso di cui parlavo prima, sicuramente leggerò la sua seconda opera, “Tu la pagarás!”.
 
C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere leggere?
 
Fortunatamente tutte le recensioni finora ricevute a “In due si uccide meglio” sono state positive, ma ogni parere per me è importante: da quello dei lettori che mi scrivono via email o su facebook per farmi i complimenti, alle parole di apprezzamento di scrittori come Stefano Di Marino, Donato Carrisi, Barbara Baraldi, o Andrea G. Pinketts, che addirittura mi ha telefonato per dirmi che il libro gli era piaciuto.
 
A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?
 
C'è un romanzo che attende da tanto tempo, ma non sono soddisfatto al 100% dell'intreccio e il tempo da dedicargli pare sempre pochissimo. L'obiettivo è riprenderlo al più presto e portarlo a termine. Vedremo se il 2011 sarà l'anno buono oppure ancora no…
Intanto, grazie per avermi ospitato su Liberidiscrivere!

Grazie a te Giuseppe e sicuramente mi troverai spesso dietro il bancone di Thriller Cafè.

I primi due capitoli di Devil Red di Joe R. Lansdale

22 settembre 2010 by

Devil_RedDevil Red di Joe R. Lansdale

 
Traduzione dall’inglese di Luca Conti
Per gentile concessione della Fanucci Editore
 
1
A bordo della macchina di Leonard, lungo il marciapiede e sotto un lampione fracassato, stavamo guardando una casa a circa un isolato di distanza. La strada era buia, la casa era buia e la casa vicina era altrettanto buia, mentre alle spalle di tutta quella roba c’era un campo da baseball abbandonato, con l’erba alta e bruciata dal sole estivo, ormai secca da un paio di mesi ma ancora intatta, i festoni ricurvi come lame di spada piegate all’estremità. Un vento autunnale e pungente spingeva tutt’attorno le foglie secche, e l’aria fresca entrava con effetto piacevole dai finestrini abbassati. Anche dietro il campo da baseball c’era un gran buio.
Tutta quella zona non era certo il luogo più indicato per il cazzeggio. Si rischiava di farsi ritrovare al mattino dentro un fosso con la gola tagliata, le tasche vuote e tracce di sperma – o, al limite, qualcosa di appuntito – dritte su per il culo. Il tipico posto in cui anche i topi sono di proprietà delle gang.
Fatto sta che eravamo lì. Vittime sacrificali del destino.
«Mi sembra d’essere uno spaccagambe a noleggio» dissi.
«Perché, cos’altro sei?» rispose Leonard.
«Che situazione del cazzo.»
«Ha menato una vecchia, Hap. L’ha ripulita ben bene. Sarà anche una situazione del cazzo, ma di quelle con tanto di cappello e cravatta.»
«Cappello e cravatta?»
«È un modo di dire.»
«Ma dai.»
«Va bene, me lo sono inventato io.»
«Ecco, bravo.»
«Il fatto è che gli sbirri non hanno mosso un dito.»
«Ma se l’hanno fermato per interrogarlo.»
«Mica cazzi» disse Leonard. «Solo che era la parola della signora Johnson contro la sua, e difatti adesso è libero come un fringuello e se la dorme della grossa in quella casa assieme al suo amichetto, con tutti i soldi della vecchia.»
«Però l’amichetto non l’ha menata» dissi.
«Sì, va be’, ma almeno impara a non frequentare la gente sbagliata.»
«Perché, io con te cosa faccio?»
«Ma io sono pieno di fascino» disse Leonard, scrocchiandosi le nocche. «Pronto?»
«Non sono mica sicuro» risposi.
«E che c’è da pensare? Ormai ’sto lavoro l’abbiamo preso.»
«Ai soldi, intanto. Venticinque dollari, da dividere in due. Tutto qui? Sul serio?»
«Da quand’è che stai dietro ai soldi?»
«Da quando la mia parte è dodici e cinquanta.»
«Ci ripaghiamo quelle mazze da baseball del cazzo» disse lui.
«Ah, poco ma sicuro. E magari, a festa finita, ci avanza anche mezzo dollaro.»
«Di che ti lamenti, allora? Tanto di guadagnato.»
«Rischiamo di ritrovarci in galera, tanto per dire. Io, te, Marvin e la signora Johnson, tutti e quattro seduti su una branda a sferruzzare maglioni con la scritta FESSO sul davanti
Leonard sospirò, lasciandosi andare contro il sedile col tipico tono del padre che intende spiegare al figlio perché i brutti voti a scuola ti fanno andare poco lontano nella vita. «’Sto coglione non aprirà bocca. Deve mantenere una reputazione da duro, lui. Secondo te vuole far sapere in giro che è stato colto di sorpresa e preso a botte da un biancuzzo spompato e da un bellissimo megafrocio armati di mazze da baseball?»
«Reputazione? Ha menato una vecchia, che razza di reputazione è?»
«Magari ’sta parte non la fa sapere. Dice soltanto che è un pezzo grosso di qualche gang eccetera. Magari si crede una leggenda. E noi siamo qui solo per recuperare i quattrini della signora Johnson.»
«Cioè dovremmo conciare per le feste qualcuno per la modica somma di ottantotto dollari?»
«E spiccioli.»
«Già, Leonard, vediamo di non scordarcelo. Più quarantacinque cent.»
«Quarantasei. ’Ste cose contano, se devi sfangartela solo con la pensione. E poi guarda che a noi ce ne vengono in tasca venticinque, più la parte che va a Marvin.»
«Lo sai anche tu che lui non vuole un centesimo, e noi pure, e che questo mica è un lavoro vero e proprio. Stiamo solo facendo un piacere a qualcuno, tutti quanti. Marvin alla vecchia, e noi a lui.»
«Sì, va be’, comunque possiamo sempre far finta» disse Leonard. «Almeno ci si diverte. Non ti è mai capitato?»
Gli rifilai un’occhiataccia. «E mentre noi giochiamo a far finta, in quella casa magari c’è gente che fa sul serio. E io sono stufo di menare le mani e di buscarne a mia volta.»
«D’accordo, allora. Le meno io. Tu non spacchi nulla, né i mobili né le ossa di quel tipo. Ci limitiamo a fargli sapere che non ci piace come s’è comportato, e io lo randello sulle parti molli.»
«Fai tanto per dire, eh? Tu sì che hai intenzione di spaccare qualcosa.»
Leonard non rispose subito. «Le ha rotto una mano, quindi mi sembra giusto romperla pure a lui. Ma tu puoi anche tenerti lontano da questa faccenda, fratello. Basta che te ne stai lì e tieni d’occhio il suo amico. Quello grosso, Chunk. Mi seccherebbe sentirmelo ficcare su per il culo.»
«Sbaglio, o gira voce che questo amico è un vero armadio? » dissi.
«Sei più contento se lo tengo d’occhio io, quel tale, e tu gli spacchi la mano?»
«No.»
«Ma che cazzo, fratello. Ti vuoi decidere? Eh?»
Tirai un sospiro. «Spaccagliela tu.»
«Possiamo andare, allora?»
«Va bene. Però, quando saremo dietro le sbarre a Huntsville, ricordati che quest’idea non mi piaceva.»
«Adesso me lo segno» disse Leonard. «Ti darò anche la mia razione di pane, in galera.»
«Ripeti un po’ il nome di questo tipo.»
«E che differenza fa?»
«Se devo menare qualcuno, preferisco sapere come si chiama.»
«Quello che ha preso i soldi è Thomas Traney. Il suo amico, quello grande e grosso, gira sotto il nome di Chunk. Non so altro. E già lo sapevi anche tu.»
«Sì, ma non ci stavo poi così attento. Mica credevo che lo facevamo davvero. Tra un po’ci toccherà torcere il polso a qualche bambinetto delle elementari per sapere chi ha fregato i soldi della merenda. O magari possiamo fregarglieli direttamente noi, duri come siamo.»
«Hai finito di rompere i coglioni?» disse Leonard, infilandosi un paio di guanti e porgendone un paio anche a me.
Feci di sì con la testa, li infilai a mia volta, mi sporsi dietro il sedile, presi le mazze da baseball e ne allungai una a Leonard.
 
2
Scendemmo dalla macchina, attraversando l’erba secca del prato buio per poi salire sulla veranda posteriore. Mi voltai a guardare il campo da baseball e l’oscurità che lo circondava, casomai qualcuno ci stesse tenendo d’occhio.
Niente.
Leonard appoggiò un orecchio sulla porta.
«Più silenzio che nel cervello di un politicante» disse.
«E faremmo meglio a lasciarlo così.» Leonard toccò la porta e la spinse appena. «Non regge un cazzo.»
Questa volta non commentai. Troppo tardi. Eravamo in ballo.
Lui fece un passo indietro e le affibbiò una robusta pedata. La serratura cedette, così come il legno, e la porta si aprì andando a sbattere contro il muro. Eccoci dentro.
C’era un corridoio, che imboccammo subito. Asinistra, una stanza con la porta aperta. Vi guardai dentro. Solo cumul
i di paccottiglia. Guardai Leonard e scossi il capo. Tutta la casa puzzava di sigaretta.

Leonard proseguì lungo il corridoio, determinato come chi deve aprire la strada. Feci fatica a stargli dietro. Aprì di colpo una porta sulla destra ed entrò. Detti un’occhiata. Un materasso sul pavimento, con sopra una donna, più una finestra che lasciava trapelare un raggio di luna. Per quel che riuscivo a capire, la tipa era scura di pelle, con gli occhi sbarrati e nuda dalla cintola in su. Quel che non si vedeva di lei era avvolto in un copriletto. Da come piegò appena la testa alla mia sinistra mi resi conto che stava guardando qualcuno nell’angolo. «Attento!» dissi.
Leonard ruotò su sé stesso e si udì uno sparo e tutto quanto si illuminò per un attimo e una pallottola sibilò in
aria e andò a conficcarsi nella parete. Lo vidi muoversi, Leonard, e attraversare la stanza con la rapidità di una freccia. Al suo mulinare la mazza, udii l’aria spaccarsi in due. Dall’ombra, l’arma esplose un secondo colpo. Feci un salto, precipitandomi all’interno della stanza, anche se era l’ultima cosa che avrei voluto.
Leonard aveva inchiodato qualcuno a terra, nell’angolo, e continuava a menare fendenti con la mazza. La sua
vittima attaccò a gridare, e io sentii un movimento alle mie spalle. Mi voltai appena in tempo per scorgere un gigantesco nero in mutande che riempiva l’intero vano della porta e che poi entrava brandendo un coltello per canne da zucchero, mentre la luna gli metteva in risalto un’espressione non certo di buonumore.
Il bestione alzò il coltello e stavolta fui io a mulinare la mazza, beccandolo allo stinco. Lui mollò un grido, barcollando. Lo colpii di nuovo, adesso su un fianco. Al suo grugnito seguì il rumore del coltello che cadeva ai miei piedi, e che allontanai subito con un calcio, spedendolo tra le ombre.
Udii Leonard calare la mazza con forza. «Che ne dici, eh?»
Ma avevo le mie faccende da sbrigare. Il gigante tentò di rialzarsi, e lo colpii su quell’enorme schiena. Lui tornò a grugnire e riuscì comunque a rimettersi in piedi. Allora mirai alla rotula. Andò giù con un urlo, rotolandosi sul pavimento col ginocchio tra le mani. E anche la sua ombra finì per rotolare lungo il muro assieme a lui.
«Soldi ne hai?» gli disse Leonard.
Il tizio sul pavimento, che doveva essere Thomas, indossava solo le mutande che – semplice annotazione
estetica, beninteso – non s’intonavano affatto a quelle di Chunk. «Cos’è, una rapina?» disse.
«Naaa» rispose Leonard. «Sto solo riprendendo quel che non ti appartiene. Dov’è il portafoglio? Spero che i soldi siano là dentro, per il tuo bene.»
Thomas aveva alzato una mano, nel tentativo di ripararsi dalla mazza. Per il resto, era allungato sul pavimento, la testa appena sollevata.
«Ho i calzoni per terra, accanto al letto. Nella tasca posteriore c’è il portafoglio.»
«Ci penso io» dissi. Mi avviai a recuperare i pantaloni, tirai fuori il portafoglio e mi accostai alla finestra da cui entrava la luna tenendomi su un lato, così da non perdere d’occhio il tizio sul pavimento, ancora impegnato a gemere e stringersi il ginocchio. Chissà, magari gliel’avevo fracassato sul serio. Era stata una randellata coi cazzi.
«Saranno un trecento dollari» dissi.
«Prendine cento» rispose Leonard, torreggiante sulla sua vittima e con la mazza ancora sollevata. «Bastano a
coprire il debito e avanza anche qualcosa per noi, oltre al fatto che ha cercato di spararci, più le mazze eccetera.»
Tirai fuori i cento e lasciai cadere il portafoglio sul pavimento. Poi guardai la ragazza. Carina, più o meno, o forse lo sarebbe stata con un’altra decina di chili addosso. Ci stava che il suo ultimo pasto fosse uscito dritto da un ago e che sapesse davvero di poco. Certo, volevo salvarla. D’altra parte volevo salvare tutti, io. Così come avrei voluto trovarmi altrove, essere tutt’altra persona, non aver fatto schifo ad algebra ai tempi del liceo.
Sventolai i cento dollari. «Presi» dissi.
«Bene» rispose Leonard.
«Tu sei pazzo, amico» disse Thomas. «Poi ti vengo a cercare.»
«Non credo proprio» rispose Leonard. «Sei un vigliacco di merda.»
Vidi il tizio girare la testa e fissare la pistola che aveva usato poco prima. Era anch’essa sul pavimento, dove
Leonard l’aveva gettata. Aneanche un paio di metri di distanza.
«Forza, provaci» disse Leonard. «Non vedo l’ora di battere un fuoricampo con la tua zucca.» E lo colpì leggermente sulla spalla con la mazza da baseball.
Da come le spalle di Thomas si piegarono verso il basso capii che anche la pistola aveva fatto la fine dei suoi sogni giovanili. L’aveva presa nel culo, e lo sapeva benissimo.
«Lasciati dare un paio di consigli» disse Leonard. «Uno teorico, e l’altro pratico. In primo luogo, evita di rapinare le vecchie signore, perché finisci per far loro del male. E questo è il secondo» e qui Leonard calò con forza la mazza sulla mano di Thomas, posata sul pavimento. L’urlo che uscì dalla bocca dell’uomo mi strisciò su per la schiena, andandosi a fermare proprio in cima alla capoccia per poi farsi una bella cacata.
«Questo era il consiglio pratico» disse Leonard. «Per farti capire che se rompi i coglioni alle vecchiette finisci per lasciarci le penne tu. La prossima volta che le torci solo un capello ti ritrovano con questa mazza ficcata su per il culo e la bocca attorno all’uccello di Chunk. Prima, però, vi ammazzo tutti e due.»
Ansimante e lungo disteso sul pavimento, Thomas si teneva ancora la mano, che alla luce della luna mi sembrava bella spiaccicata. Dalla bocca gli uscì un verso simile a quello di un topo che sta tirando le cuoia.
Leonard si sporse verso di lui. «Per scendere un po’più nei dettagli, se solo ti azzardi a darmi fastidio, a me e al mio qui presente brother, o se mandi qualcuno a farlo – ammesso che tu sappia ch  siamo – sta’ sicuro che vi ammazzo tutti quanti, anche se non so per certo che è opera tua. E poi, quando sei morto, ti ammazzo un’altra volta. Questo per dirti com’è che ti ammazzo. Intesi, rottinculo?»
Abocca aperta, Thomas continuava a reggersi la mano con l’aria di uno che vorrebbe dire qualcosa ma non riesce a emettere uno straccio di suono.
«Intesi?» disse Leonard.
«Intesi» disse Thomas.
«Bene» disse Leonard andando a raccogliere la pistola che s’infilò poi alla cintola. «Guarda che non sto scoreggiando a vuoto» riprese, girandosi verso Thomas. «Faccio sul serio.»
«Ho capito» disse Thomas.
«E mi credi?»
«Sì.»
«Fammi sentire un bell’amen.»
Thomas guardò Leonard come si guarda un matto. Leonard continuò a fissare Thomas, in attesa.
«Amen» disse infine Thomas.
«Bene così, testa di cazzo» disse Leonard girandosi verso la porta. Poi si fermò per abbassare gli occhi sul gigante. «Puoi diventare grosso quanto vuoi, Chunk, ma occhi e palle e rotule, quelli restano, com’è che si dice, vulnerabili. Diglielo un po’, Hap.»
«Vulnerabili» feci io.
«E anche tu cerca di starmi alla larga, Chunk» disse Leonard. «Potresti prendere in considerazione, che so, di trasferirti altrove. Non so se mi spiego.»
L’uomo non rispose. Per come se ne stavano zitti, lui e il suo compare, sembrava quasi di sentire il crollo del loro quoziente d’intelligenza. Non che il dislivello fosse così alto, beninteso.
Leonard gli mollò una pedata sulla rotula che Chunk ancora si stringeva. Seguì un urlo.
«Allora?» disse.
«Capito» rispose il gigante.
Abbassai anch’io gli occhi su Chunk, e anche nell’oscurità vidi che stava guardando Leonard come certe volte capita di fare a me, tipo dentro una fossa buia e senza fondo.
«Bene» disse Leonard. «Qui abbiamo finito.»
Guardai la donna sul letto. «Magari è un commento superfluo, ma anche tu faresti meglio a non dire o fare un bel niente. E vedi di mangiare qualcosa di sostanzioso, che se perdi un altro chilo rischi di farti venire un colpo.»
Lei annuì.
«Ottimo» dissi io. «Grazie.»

:: Intervista a James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2010 by

james-reasonerTraduzione di Luca Conti

Salve, James. Grazie per l’intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Ci racconti qualcosa di lei, ci dica chi è James Reasoner.

R: Un narratore. Un texano a vita. Un marito e un padre. E non sempre in quest’ordine.

Il suo ambiente, la sua infanzia?

R: Sono nato a Fort Worth e cresciuto in una cittadina dei paraggi. Ho avuto una normalissima infanzia. Mia madre era insegnante elementare, anche se ha smesso dopo la mia nascita, e mio padre lavorava nell’industria aeronautica, arrotondando lo stipendio come riparatore di televisori. Ho frequentato tutte le scuole in quella cittadina e mi sono iscritto al college con l’idea di diventare un bibliotecario o un insegnante. Ma in cuor mio già sapevo di voler fare lo scrittore.

Ha ricevuto qualche incoraggiamento in tal senso, all’epoca? E da chi?

R: Non dai miei genitori, che a dire il vero non hanno neanche tentato di dissuadermi. Solo che pensare a qualcuno che volesse fare lo scrittore di professione, specialmente venendo da una piccola città del Texas, non faceva proprio parte della loro mentalità. Chi si mostrava più entusiasta erano i miei amici, alcuni dei quali inserivo nei miei racconti, anche se non credo che nessuno di loro mi ritenesse davvero capace di guadagnarmi da vivere scrivendo. La gente delle mie parti non faceva queste cose, ecco tutto.

Ci parli di Texas Wind, il suo romanzo d’esordio che soltanto adesso è stato pubblicato in Italia da Meridiano Zero, con la traduzione di un grande appassionato del genere come Marco Vicentini. Ci ha lavorato molto? E da dove prende le sue idee?

R: Ho cominciato a scrivere Texas Wind nell’autunno del 1978, terminandolo nel gennaio del 1979. All’epoca ero già un autore professionista da quasi due anni. Ho venduto il mio primo lavoro nel dicembre del 1976, pubblicando in quei due anni diversi racconti polizieschi per la Mike Shayne Mystery Magazine. Da molto tempo ero un appassionato lettore del genere – avevo iniziato con i gialli per ragazzi – e in particolar modo dei romanzi che avevano investigatori privati come protagonisti. Così, dopo aver scritto per la MSMM un paio di racconti lunghi in cui figurava Mike Shayne, firmandoli Brett Halliday (come da tempo era consuetudine della rivista), decisi che forse era arrivato il momento di cimentarmi in proprio. Com’è ovvio mi orientai su un romanzo con investigatore privato, e mi parve il momento opportuno per scrivere qualcosa di realistico sul Texas che non ricalcasse i consueti stereotipi. D’altronde, per andare più sul pratico, gran parte dei romanzi del genere era ambientata a New York o Los Angeles: posti in cui non avevo mai messo piede. Però conoscevo Fort Worth come le mie tasche, avendoci trascorso tutta la mia vita, e non vedevo proprio cosa ci fosse di male ad ambientare il mio romanzo da quelle parti. Tutti i luoghi descritti e citati nel romanzo, eccetto forse un paio, esistono davvero. O esistevano a quei tempi.

È stato difficile trovare un editore? Ha ricevuto molte risposte negative?

R: Come gran parte degli scrittori, ne ho ricevute eccome; o, almeno, sufficienti a farmi valutare l’idea di piantarla lì. Solo che poco dopo mi sono sposato, e mia moglie Livia Washburn (divenuta in seguito, e a sua volta, una scrittrice di successo) mi ha convinto a darci dentro con maggiore tenacia. Alla fine sono riuscito a vendere il mio primo racconto, come ho già detto, e da allora ho continuato a pubblicare con regolarità, anche se i rifiuti non sono mai mancati.

Texas Wind inizia con il suo protagonista, Cody, che fa visita a un potenziale cliente. Una scena che ricorda situazioni analoghe nel Grande sonno di Raymond Chandler e in Bersaglio mobile di Ross Macdonald. Quali autori, se esistono, hanno influenzato il suo stile e il suo modo di accostarsi al genere? Forse, e più di altri, James Crumley?

R: Ai tempi del liceo e del college ho divorato qualunque romanzo hard-boiled mi capitasse sottomano. Hammett, Chandler e Ross Macdonald, certo, ma anche Richard S. Prather, Mickey Spillane, Brett Halliday (quando leggevo i suoi libri con Mike Shayne mai potevo immaginarmi che avrei finito per scrivere racconti utilizzando il suo personaggio), Michael Avallone e chissà quanti altri. Ma all’epoca no, di Crumley non sapevo niente. Ho scoperto i suoi romanzi solo dopo che ho iniziato a scrivere. È stato Joe R. Lansdale, di cui ero diventato amico, a raccomandarmi L’ultimo vero bacio, che resta ancora oggi uno dei miei libri preferiti, con uno dei migliori paragrafi iniziali di tutti i tempi, e da allora ho letto parecchi altri Crumley. Però non credo che la sua opera abbia influenzato più di tanto la mia.

Può dirci qualcosa in più su Cody, il suo protagonista?

R: Cody – e dovrebbe trattarsi del cognome, visto che a tutt’oggi non ho ancora ben capito se abbia o no un nome – è una persona in gamba e per bene, ma sa anche mostrarsi duro quando la situazione lo richiede. È nato e cresciuto in Texas: un posto che ama, anche se non apprezza in maniera indiscriminata il modo in cui si è trasformato nel corso degli anni. Una delle mie battute preferite del libro è quando Janice scorre il dorso dei libri nell’appartamento di Cody e fa: «Prima d’ora non avevo mai visto Hermann Hesse e Zane Grey sullo stesso scaffale.»
Non ricordo se l’ho mai detto prima d’ora, ma l’ispirazione per il suo cognome non mi è venuta, come sembrerebbe logico, da «Buffalo Bill» Cody bensì da Phil Cody, uno dei primi direttori di Black Mask prima dell’avvento di Joseph T. Shaw.

A differenza di New York e Los Angeles, Fort Worth non è una metropoli. Non è piccola, ma ha anche dei tratti semi-rurali e delle caratteristiche che la rendono unica. In che modo un’ambientazione come questa può influenzare una trama?

R: Fort Worth lo ha fatto perché quando scrivevo il libro era ancora, per certi versi, una piccola città. Difficile perdere la strada nei suoi quartieri, all’epoca, e semplicissimo fare la conoscenza di chi ci abitava. Di uno come Cody, per esempio. In linea di massima era comunque un luogo che mi restava molto familiare e che non mi rendeva arduo scriverne con un certo grado di autenticità.

In Texas Wind  lei descrive il tramonto del Texas di un tempo. Cody è una sorta di ultimo cowboy in possesso di una legge morale non scritta. Pensa che il rimpianto per il Vecchio West sia un tema rilevante del libro?

R: Quando era ancora allo stato embrionale, Texas Wind avrebbe dovuto chiamarsi The Passing of the Buffalo. La prima immagine che mi era frullata per la testa era quella di Cody intento a osservare i dipinti esposti all’Amon Carter Museum e a rimpiangere la scomparsa del Vecchio West. Quindi sì, è vero, un senso di malinconia e di perdita occupa gran parte del romanzo. Il paragone tra il cowboy solitario della narrativa western e l’investigatore privato dei polizieschi non è certo nuovo, e io lo condivido in pieno. È un legame molto stretto. Se c’è una cosa di cui parla Texas Wind è proprio il fatto che tutto cambia, niente rimane mai com’era un tempo, buono o cattivo che sia. E questo è un tema che ricorre spesso nella mia opera, anche in maniera del tutto involontaria.

Lei è un autore molto prolifico e ha operato in svariati generi: narrativa d’ambientazione storico-militare, western, poliziesca. Qual è il suo terreno preferito?

R: Per lungo tempo sono stato considerato soprattutto un autore di western perché è il genere che ho trattato più di ogni altro. Ma i miei inizi sono nel poliziesco; tant’è vero che, prima di scrivere una sola riga di narrativa western, avevo già venduto oltre quattromila cartelle di hard-boiled. Il poliziesco è quindi il mio primo amore, ma lavorare su un buon western mi fa sempre piacere. Mi ritengo un privilegiato, perché sono sempre riuscito a trovare qualcosa di buono in tutti i generi con cui ho avuto a che fare. Mi piace la varietà. Il genere è irrilevante, per me: quel che conta è tentare di mettere su carta una buona storia, robusta, con azione a palate e personaggi interessanti.

Hammett o Chandler?

R: Dovessi proprio scegliere direi Hammett. Ma li apprezzo entrambi.

Qual è il suo preferito tra i libri che ha scritto?

R: Uno solo? Impossibile. Posso limitarmi a tre: Texas Wind, perché è stato il primo e trabocca di un certo, grezzo entusiasmo; Dust Devils, un poliziesco di parecchi anni fa in cui mi ero riproposto di scrivere un romanzo pieno di sorprese e credo di esservi riuscito (e che ha anche dei buoni tratti stilistici, soprattutto verso la fine); Under Outlaw Flags, un romanzo storico che è in parte western e in parte di guerra (la prima guerra mondiale), perché sono molto soddisfatto della voce narrante che ho saputo impostare e perché mi sono divertito un sacco. Ah, anche perché mi ci sono infilato dentro come personaggio, nei passaggi di raccordo tra le varie vicende del libro.

Legge molti scrittori contemporanei?

R: Sì, davvero tanti, e gliene fornirei anche un elenco, non fosse che mi seccherebbe – per dimenticanza – lasciar fuori qualcuno. Le mie letture si dividono in parti uguali tra la narrativa contemporanea, o abbastanza recente, e quella che risale all’epoca d’oro del pulp e dei tascabili, ovvero dagli anni Venti a tutti gli anni Settanta.

Ha un consiglio per gli aspiranti scrittori?

R: Leggere a manetta. Prima di riuscire a vendere una sola parola il sottoscritto ha letto centinaia, forse migliaia dei libri dello stesso genere che avrebbe poi finito per scrivere. E ancora oggi leggo più di cento libri l’anno, imparando sempre qualcosa di nuovo e scoprendo nuovi sistemi di mettere in pratica quel che ho in mente di fare. A volte mi capita di dire alla gente che soltanto adesso, dopo trentacinque anni nel mestiere, inizio ad avere le idee più chiare sulla mia attività. E c’è un’altra cosa importante: scrivere, scrivere e scrivere. Poi scrivere ancora e non fermarsi mai. Lo so, si tratta di consigli ormai classici, ma se sono diventati classici è perché funzionano.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Ci descriva la sua giornata tipo.

R: Inizio ogni giorno rileggendo quel che ho scritto il giorno prima, tagliando e perfezionando le varie parti ma, se del caso, riscrivendole senza pietà. Lavoro due o tre ore, poi vado a pranzo e riattacco per altre quattro o cinque. Il lavoro di ricerca e quello sulla trama occupano di solito le giornate che scelgo di non dedicare alla scrittura.

Lei è autore di tre romanzi della serie Walker, Texas Ranger. Ci parli di questa insolita iniziativa.

R: Fu il mio agente dell’epoca a chiedermi, un giorno, se avessi mai visto la serie Tv. Guarda caso sì, perché i nostri figli ne erano appassionati e aveva finito per piacere anche a noi. «Oltre ad aver visto tutte le puntate,» gli risposi, «posso anche cantarti la sigla di testa.» Meno male che non gli interessavano le mie esibizioni canore… Comunque saltò fuori che una delle case editrici con cui pubblicavo aveva appena acquisito i diritti del personaggio per realizzare una serie di romanzi legati alla serie TV, che sarebbero stati affidati alle cure di uno dei miei editor di riferimento. E tutti quanti avevano pensato a me come all’autore ideale. Così ne parlai con Aaron Norris, il fratello di Chuck, e con un paio di funzionari della CBS a New York, e la decisione comune fu quella di assegnarmi l’incarico. Iniziai quindi a lavorare con il produttore esecutivo e con l’autore principale dei soggetti della serie, sviluppando alcune possibili trame per i romanzi. Non mi è mai capitato di conoscere Chuck Norris, e neanche di parlarci per telefono. L’idea iniziale per il primo romanzo era quella di farlo diventare una sorta di sequel di uno degli episodi, e per far questo mi spedirono la sceneggiatura relativa. Le trame degli altri due libri, invece, sono completamente mie. Per un certo periodo la CBS si gingillò con l’eventualità di trasformare il terzo romanzo in un episodio in due parti, ma poi non ne fece di nulla. Sono convinto di aver fatto un buon lavoro, con quei libri. A molti dei fan della serie Tv sono piaciuti e ad altri no, ma è la sorte comune a tutti i romanzi di questo tipo. E mi sono anche divertito, a scriverli; avrei continuato volentieri, ma chi aveva potere decisionale preferì chiudere dopo il terzo.

Cosa sta leggendo, in questo periodo?

R: Una raccolta di racconti western di E. Hoffmann Price, Nomad’s Trail, pubblicati in origine su Spicy Western, una rivista pulp degli anni Trenta. È un volume che deve ancora uscire, e tocca a me scriverne l’introduzione. Aspetto solo di finire di leggerlo.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa sta lavorando?

R: A un romanzo western che fa parte di una serie già sul mercato da tempo e che sarà pubblicato sotto uno pseudonimo che non posso svelare. Ma garantisco che si tratta di un’ottima storia, piena di azione e di personaggi pittoreschi.

:: Intervista a Wulf Dorn

21 settembre 2010 by

Ciao Wulf. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Wulf Dorn?

Ciao Giulia, grazie per l’invito a questa intervista. L’uomo dietro La Psichiatra è uno scrittore quarantenne, che vive nel sud-ovest della Germania con la moglie e un gatto Caligo (questo nome significa un gatto di tre colori, secondo i cinesi questi gatti sono fortunati – e in effetti la mia lo è). Sono un corrispondente di lingua straniera, ma negli ultimi sedici anni ho lavorato in un ospedale psichiatrico, a sostegno dei pazienti in riabilitazione professionale. Dallo scorso anno ho ridotto il lavoro a part time per 2-3 giorni alla settimana, in modo da avere più tempo per scrivere. Nella mia vita privata mi piace trascorrere il mio tempo libero leggendo e facendo sport. E sto collezionando film, la maggior parte vecchi film horror in bianco e nero.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato e cresciuto in una piccola città vicino a Ulm. Immaginate una linea sulla mappa tra Monaco e Stoccarda e troverete la mia città, subito al centro. In realtà la mia infanzia è stata poco spettacolare. Ho frequentato il liceo, ha trascorso molto del mio tempo libero all’aria aperta con gli amici, sono stato un ospite ben noto nella nostra piccola ma bella biblioteca, e ogni volta che ho avuto abbastanza denaro per le piccole spese sono andato al cinema, che non era molto  lontano dalla casa dei miei genitori . Ero un bel ragazzo magro e mi ricordo che mia madre mi ha nutrito con tonnellate di cioccolato e torta, ma senza grandi risultati. Bene, oggi mi piacerebbe che fosse ancora così.

Perché sei diventato uno scrittore? Era il sogno di un bambino?

Alcuni anni fa mia nonna mi disse che quando avevo cinque anni le promisi di scrivere libri un giorno. Onestamente non posso ricordarmi di quella promessa, ma ricordo che mi piaceva raccontare storie sin da quando ero piccolo. Da piccolo amavo quando i miei genitori mi leggevano le favole, specialmente su maghi, streghe o luoghi frequentati dagli spiriti. All’età di dodici anni ho iniziato a scrivere brevi racconti. Da allora ho sempre scritto. E ora (molti, molti anni dopo) sto parlando con te della versione italiana del mio romanzo. Così la promessa fatta a cinque anni, è finalmente diventata realtà.

Quale è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Ho pubblicato il mio primo lavoro nel 1999. Era un racconto breve intitolato Jennifer in una antologia di racconti dell’orrore. Negli anni successivi ho scritto un sacco di altri racconti – horror, crime e perfino una fiaba. Alcuni di loro sono stati pubblicati in antologie e riviste. Nel 2007 ho scritto un thriller psicologico e mi sono rivolto ad un agente letterario. Lui mi ha aiutato a trovare un editore per ‘Trigger‘, che voi conoscete come ‘La Psichiatra’. Il romanzo fu pubblicato in Germania nel mese di ottobre del 2009. Ora è stato tradotto in diverse lingue. E quest’anno il mio secondo romanzo ‘Cold Silence’ è stato pubblicato in Germania.

Chi sono i tuoi scrittori preferiti, europei o americani?

I miei scrittori  americani preferiti sono Poe, Hemingway e Stephen King. Ma ci sono anche un sacco di libri di scrittori europei nella mia libreria, come Andreas Eschbach, Mo Hayder, Bernard Werber e Andrea Camilleri.

Dimmi qualcosa sul tuo paese, la tua città. Qual è il tuo background?

Mia moglie ed io viviamo in un piccolo paese vicino a  Ulm e Stoccarda. La nostra casa è circondata da un giardino pieno di alberi di mele. Non lontano ci sono una riserva naturale di grandi dimensioni e il Danubio. Mi piace la natura e mi piace trascorrere molto del mio tempo all’aperto. Anche se mi piacciono anche città come Londra, Berlino, Monaco o Roma non potrei proprio immaginare di viverci. Sono ottime per lo shopping e per la cultura, ma sono troppo affollate per me.

Come hai avuto l’idea per il tuo primo libro, La psichiatra ora edito in Italia da Corbaccio?

L’idea si basa su una storia vera che una zia mi ha raccontato quando avevo circa dodici anni. Ero in vacanza a casa sua, nella Foresta Nera e amavo esplorare il bosco dietro casa sua. Un giorno ho scoperto le rovine di una casa colonica in una radura. Mia zia mi ha detto che la casa era stata bruciata nel 1910 dal proprietario che era impazzito. Era una storia avvincente e inquietante circa una tragedia umana, parlava di follia e omicidio, e ne rimasi affascinato. Venticinque anni più tardi ho avuto l’idea di scrivere una storia di una psichiatra che si mette nei guai quando uno dei suoi pazienti scompare. Ma non ero molto soddisfatto in quanto mancava un tocco speciale nella mia storia. Poi mi sono ricordato della storia che mi raccontava mia zia. Ed eccolo lì – la sequenza di apertura di ‘La Psichiatra’. Così è successo che la storia inizi proprio in quel luogo che mi aveva fatto venire la pelle l’oca quando ero un ragazzo.

Che tipo di ricerche hai fatto per il tuo primo libro?

Da un lato si basa sulla mia esperienza personale con il lavoro psichiatrico. Certo sono anche legato dal segreto professionale e non posso scrivere di casi con cui ho avuto a che fare, ma è stato utile per esempio per  sapere come è la routine quotidiana in un ospedale psichiatrico. Inoltre ho letto libri e articoli professionali e parlato con una psicologa sul fenomeno che stavo descrivendo nel mio romanzo. E poiché c’è una protagonista femminile ho parlato con molte donne facendomi dire come si sarebbero comportate in diverse situazioni. Non volevo rischiare che Ellen Roth diventasse il cliché di come un uomo vede una donna. Alla fine sono stato molto felice di scoprire che nessuna delle mie consigliere femminili pensava a Ellen in questo modo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei suoi libri?

Ci sarà una traduzione italiana del mio secondo romanzo ‘Cold Silence’. Per quanto ho sentito dovrebbe essere pubblicato in Italia il prossimo anno.

I tuoi personaggi di fantasia, sono spesso molto simile a te? Ci sono pezzi autobiografici?

Prima di iniziare a scrivere o anche a pianificare una storia, sono solito scrivere un profilo della vita dei miei personaggi. Mi chiedo quando è il loro compleanno, il luogo in cui sono nati, quali sono le loro strutture familiari, quali sono i loro amici, la scuola in cui sono andati, perché scelgono la loro professione e così via. Questa è la base su cui costruisco le loro caratteristiche. Nel complesso è tutto fittizio ma a volte può accadere che ci sia un po’ di somiglianza con me o con persone che conosco.

Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione di personaggi o i dialoghi ?

Beh, per me la cosa più importante in un libro è che la storia diventi viva nella mente del lettore. Si dovrebbe avere la possibilità di rimuovere se stessi dal proprio mondo per entrare in quello di un altro. Per raggiungere questo obiettivo, tutti e tre gli strumenti che hai citato sono importanti. Il lettore deve essere in grado di immaginare i luoghi e i personaggi, e naturalmente i loro dialoghi dovrebbero suonare come fatti da persone reali.

Il tuo scrittore esordiente preferito?

L’ultimo libro di un esordiente che ho letto è stato ‘Erebos‘ di Ursula Poznanski, una scrittrice austriaca. Una storia emozionante su alcuni teenager che rimangono intrappolati in un videogioco. Il libro è diventato un bestseller in Germania. E sono stato profondamente colpito da Il suggeritore di Donato Carrisi. Ai miei occhi uno dei migliori thriller dal Silenzio degli innocenti.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ci sono progetti per fare diventare ‘La Psichiatra’ un film da parte di una grande azienda cinematografica tedesca. La sceneggiatura è già finita e lo scrittore ha fatto un ottimo lavoro. Questo è tutto quello che posso dire al momento.

Che cosa stai scrivendo in questo momento?

Sto scrivendo il mio terzo thriller psicologico. E uscirà nella seconda metà del prossimo anno in Germania.

Ti piace l’Italia?

L’Italia è un paese bellissimo e mi piace la mentalità italiana per il suo temperamento e la sua cordialità. Siccome  amo il buon cibo e la cucina sono sempre stupito dalla varietà della cucina italiana. Mi piace anche molto la moda italiana e quello che si chiama ‘La Bella Figura’. Ultimo ma non meno importante sono sempre stato interessato alla storia romana, a come i Romani hanno costruito un sacco di città e strade e il Limes vicino al posto dove sono nato. Se camminate attraverso i campi  potete ancora scoprire resti di quel tempo.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

C’è un aneddoto molto simpatico legato al trailer del mio ultimo libro ‘Cold Silence’. Era girato in un parco secolare nei pressi di Berlino, che sembrava il parco della clinica che descrivo nel romanzo. Prima che il team del film arrivasse ho iniziato a camminare attraverso il parco per avere alcune impressioni del luogo. Era mattina presto e non c’era nessuno tranne me nel parco. Beh, nessuno tranne me e tre scoiattoli. Sono venuti da me e all’inizio ero molto divertito da questi piccoli “ragazzi” così carini. Ma poco dopo non ho potuto sbarazzarmene più. Mi hanno seguito attraverso tutto il parco e sono saliti sui miei jeans. Quando finalmente sono tornato al mio albergo c’erano alcuni clienti in attesa dei taxi. Non immagini le loro risate, quando mi videro saltare in giro come un maniaco, cercando di togliere gli scoiattoli dai miei vestiti. Durante le riprese che durarono quasi tutto l’intero giorno, la troup ed io ci guardavamo sempre intorno per vedere, se i miei piccoli fan pelosi fossero tornati. Ma non lo fecero. Sicuramente avevano trovato un’altra vittima.

Cosa stai leggendo in questo momento?

A causa del lavoro per il mio prossimo romanzo e il prossimo tour in tutta la Germania che inizierà tra due settimane io purtroppo non ho molto tempo per leggere al momento. L’ultimo libro che ho letto è stato “Gottes leere Hand” della scrittrice tedesca Marianne Efinger. Una storia molto toccante di un uomo che è nato con la malattia delle ossa fragili (in italiano: L’osteogenesi imperfetta). Quando sta per morire egli incontra il suo grande amore. E ‘una storia di vita, morte e amore che sicuramente non dimenticherò tanto presto.

Che ne pensi di e-publishing?

Anche se i miei romanzi sono anche pubblicati come e-book, io sono ancora un po’ all’antica in questo senso. Io preferisco la versione tradizionale della carta. Soprattutto per i romanzi ho bisogno di sentire un vero e proprio libro nelle mie mani. L’impressione tattile durante la lettura, per così dire. Forse perché questa è stata la mia esperienza di lettura per tanti anni. Inoltre mi piace essere circondato da libri e non riesco ad immaginare il mio studio o salotto senza scaffali. Ma vedo anche i vantaggi degli e-books. Ora si può portare in viaggio dieci o più romanzi e non importa quante pagine hanno la tua valigia non può scoppiare. Poi un paio di settimane fa ho sentito parlare di guide turistiche con GPS integrato, e-books che vi mostrano tutte le informazioni sul luogo dove ti trovi. Non so se questi libri siano già disponibili, ma questa idea mi sembra molto utile.

Come possono mettersi in contatto con te i lettori?

Potete contattarmi tramite la mia home page (www.wulfdorn.net) in inglese o in tedesco. Sono sempre lieto di ricevere commenti su i miei libri. Purtroppo non parlo italiano, ma per tutti coloro che sono interessati ad avere maggiori informazioni su di me e il mio romanzo vi suggerisco di visitare il sito web del ‘La Psichiatra’ (www.lapsichiatra.it) di Corbaccio. E ‘fantastico, in particolare il booktrailer è molto inquietante.

:: Recensione di Il rumore della terra che gira di Roberto Saporito

21 settembre 2010 by

Copertina-Il-rumore-della-terra-che-gira-2010Esce domani 22 settembre per Perdisa Editore l’ultimo romanzo di Roberto Saporito, Il rumore della terra che gira, già noto ai lettori di Liberidiscrivere per la sua ottima prova Carenze di futuro qui recensito. Se nell’opera precedente si era cimentato con il noir, con Il rumore della terra che gira imbastisce una storia di affetti o per lo meno di assenza di affetti all’interno della famiglia,  struttura sociale ormai in balia del caos in quest’epoca segnata da attentati terroristici e diffusione mediatica dell’insicurezza e della paura. La famiglia dovrebbe essere un baluardo, un rifugio in cui trovare certezze e stabilità ma così non è. Il sogno di un vecchio albese di vedere riunita almeno dopo la morte la sua famiglia si sgretola contro la realtà. Un realtà fatta di incomprensioni, risentimenti, egoismi. Le tre vite dei protagonisti, testimoniate in prima persona utilizzando la tecnica del monologo interiore, ormai corrono su binari paralleli e non sarà certo la cospicua eredità e la stabilità economica a interrompere questo flusso inarrestabile di cose. Venato di un sottile pessimismo e da un intimistico riflettere su se stessi Il rumore della terra che gira si potrebbe definire un romanzo minimalista sia per lo stile che per le tematiche. Caratterizzata infatti da uno flusso narrativo spoglio e diretto la narrazione evoca emozioni contraddittorie e stati esistenziali alterati, tematiche care all’autore. Per ottenere ciò Saporito utilizza una prosa essenziale, quasi frammentaria, cadenzata da continui flashback, scevra di artifizi e sofisticazioni e analizza il rumore di fondo di una società quella occidentale disancorata dai cardini rassicuranti del passato e proiettata in un futuro incerto e disgregante. I temi trattati dall’omosessualità, alla droga, alla solitudine dell’uomo moderno sempre in bilico su un estraniante nulla , inducono il lettore a far emergere attraverso i conflitti interiori dei protagonisti, sensazioni ed emozioni forse sopite ma presenti in tutte le coscienze. Saporito infatti da alle sue riflessioni, assolutamente originali e sottintese con pudore e quasi timidezza più che gridate, un respiro quasi universale che fa avvertire se si fa attenzione un brusio, il rumore proprio della terra che gira. Finale affatto scontato.  
Il rumore della terra che gira di Roberto Saporito – Alberto Perdisa Editore – I corsari – 2010 – pagine 112 – Prezzo di copertina  Euro 12,00.

:: Intervista a Graziano Versace a cura di Maurizio Landini

20 settembre 2010 by

raimGraziano, iniziamo con un aspetto delle tue ricerche che mi affascina in modo particolare: ho letto che hai approfondito gli studi di Carl Gustav Jung e dei neo-junghiani: quanto del grande psicoanalista svizzero -e della sua corrente-, è presente nella tua narrativa?
 
In Raimondo Mirabile, futurista lo trovi in certi passaggi che riecheggiano il concetto di sincronicità o, per dirla con Deepak Chopra, il sincrodestino. In parole povere, il ruolo che le coincidenze hanno nella nostra vita. E, proseguendo, in certi brani incentrati sul sogno, sui miti e gli archetipi in genere. Ma sto giusto scrivendo dei racconti che, in parte, si basano sugli spunti di questo geniale pensatore e psicanalista, e su quelli altrettanto originali di James Hillman. 
Raimondo Mirabile Futurista è stato apprezzato molto dagli appassionati di fantascienza. Tu stesso coltivi la passione per il genere da anni e sei stato finalista al Premio Urania per ben due volte. Quando hai scritto il romanzo, pensavi a questi lettori in particolare o avevi in programma una storia di genere fantastico nel senso più ampio del termine?
 
A essere sinceri, e senza grandi pretese, speravo un po’ di ampliare i temi della fantascienza. L’idea di un maggiordomo che fosse anche l’io narrante mi stuzzicava non poco. Per cui, sì, pensavo nello specifico ai lettori di fantascienza, per quanto il romanzo strizza l’occhio ad altri generi.
 
Raimondo Mirabile strizza l’occhio a Verne, Wells, Conan Doyle e, per certi versi, anche allo Steampunk. Quali sono le fonti d’ispirazione per questo romanzo?
 
Oltre ai grandi che tu citi, imprescindibili per la realizzazione del romanzo, direi James Blaylock, uno scrittore forse sottovalutato in Italia. Poi, i fumetti di Ruse di Mark Waid, il Docteur Mystere scritto da Castelli, i fumetti di Rex Mundi, certi echi orrorifici, scrittori come Machen, Hoffmann, Stoker e M.R. James. Ricordo che l’idea, comunque, partì dalla lettura de Il diario segreto di Phileas Fogg di P. J. Farmer, nel quale si scopriva che Phileas Fogg era in realtà un agente segreto in lotta contro nemici cosmici che ambivano a invadere la Terra. Inoltre, R. G. Assagioli e i suoi saggi sulla volontà, C. G. Jung, F. T. Marinetti, la mitologia indiana e l’occultismo in genere.
 
Nel tuo blog ci sono diversi post dedicati al cinema. Come è nato l’amore per la settima arte?
 
Quando vivevo in Australia, stavo alzato fino a tarda notte a vedere film con mia madre. Lei si teneva su grazie a un thermos pieno di caffè; io grazie alla sua vicinanza e alla meraviglia di quello che vedevo. E’ una magia che mi accompagnerà per sempre.
 
Tra la passione per il cinema del tuo libro Ladri di Locandine e l’alchimia paranormale di Raimondo Mirabile Futurista esiste una sorta di filo conduttore?
 
No, non credo. Si tratta solo dell’espressione di due mie grandi passioni. Però, a pensarci bene, Ladri di locandine è un romanzo di formazione sul valore dell’amicizia; Raimondo Mirabile, futurista è un romanzo di formazione truccato che mette in campo valori anche qui assimilabili all’amicizia. Raimondo e Gregorio sono di fatto indivisibili, anche se qui, rispetto a Ladri di locandine, entra in gioco l’amore filiale e quello paterno. Ad ogni modo, restano due libri diversi, e forse distanti, tra loro.
 
Passare da una storia per ragazzi a una destinata a un pubblico più maturo ha comportato per te delle difficoltà? Pensi che al giorno d’oggi esista ancora una separazione “di scaffale” tra letteratura per ragazzi e per adulti?
 
Nessuna difficoltà. Quando una storia mi piace, la sento, non esito a mettermi a scriverla. Non ho preferenze di genere. Passo dal giallo alla fantascienza, dal libro per ragazzi a quello per così dire mainstream, senza dubbi o esitazioni. Per quanto riguarda la separazione “di scaffale”, direi che oggi non esiste più di tanto. Anzi, è mia modestissima opinione che ci troviamo in un periodo che prelude a un nuovo Rinascimento letterario. Lo scrittore oggi è e deve sentirsi libero di muoversi a suo piacimento tra i generi letterari. Deve sentirsi libero di sperimentare, di giocare, di osare; in una sola parola, di inventare. L’invenzione di nuove storie è un modo per esperire meglio il reale, ma anche per avvicinarci (come insegna proprio la fantascienza) a ciò che sta in alto, a ciò che vediamo, all’assoluto tout court. Come diceva non ricordo quale autore di fantascienza, forse Arthur C. Clarke: “Se voglio parlare con Dio, posso farlo solo con una storia di fantascienza”. Ecco, la mia idea è che non debbano esistere separazioni o divisioni: la letteratura è una sola, ma per scriverla abbiamo bisogno di infiniti linguaggi.
 
Quanto, secondo te, c’è dello “spirito futurista” decantato da Marinetti & Company nella fantascienza contemporanea?
 
Beh, senza andare lontani, ed evitando scomodi paragoni con il Cyberpunk o il Transumanesimo, il Connettivismo italiano riflette a suo modo il Futurismo. O forse ne costituisce l’ideale prosecuzione. Per quanto, da quello che ho potuto capire, si riallaccia anche ai crepuscolari e ai surrealisti, forse anche all’Ermetismo come idea o concetto. A ogni modo, quella dei connettivisti mi sembra una delle realtà più sensate, più ardite e più agguerrite della fantascienza italiana. Prevedo un grande futuro per questi neo-futuristi che forse hanno avuto (e hanno tuttora) il merito di aver ampliato gli orizzonti della percezione e del sentire.
 
Come è nata la collaborazione con le Edizioni XII?
 
Ho letto il bando del concorso iNarratori su http://www.frantascienza.com, ho partecipato con Raimondo Mirabile, futurista, e da lì è nata la mia collaborazione con i terribili 12.
 
Segui la letteratura italiana del fantastico? Ci sono degli autori di genere le cui opere ti hanno colpito in modo particolare?
 
Se parliamo di fantascienza, sì. Negli anni, ho letto più che volentieri i lavori di Valerio Evangelisti, Luca Masali, Massimo Pietroselli, Francesco Grasso, Giovanni De Matteo, Francesco Verso, Donato Altomare, Clelia Farris, Giuseppe De Felice, Lanfranco Fabriani, Claudio Asciuti e, last but not least, Errico Passaro di cui ho molto apprezzato Zodiac.
 
Nella vita, Graziano Versace ha più la temerarietà di Raimondo Mirabile o più l’aplomb del suo maggiordomo Gregorio?
 
Né l’una, né l’altro. Sono solo un fabbricatore di storie che ama la pace e la tranquillità. Mi bastano una cucina, un computer e una pausa caffè ogni tanto. Non chiedo altro.

:: Recensione di Il vento del Texas di James Reasoner, a cura di Giulietta Iannone

20 settembre 2010 by

vento texasA volte la vita sa riservarti delle sorprese, tanto più gradite quanto più sono inaspettate. È il caso di Il vento del Texas di James Reasoner che la Meridiano Zero ci propone questo mese e che non passerà di certo inosservato ai cultori dell’ hard boiled anni 70-80. Quelli per intenderci che hanno amato e continuano ad amare autori del calibro di James Crumley, James Lee Burke e Robert B. Parker solo per citarne alcuni.
Certo ai più il nome Reasoner non dirà proprio nulla, giusto a qualche amante del western farà scattare qualche reminiscenza, ma nel 1980 esordì con un piccola casa editrice newyorkese, la Manor Books,  e pubblicò Il vento del Texas  una detective story, o per meglio dire un noir nel più profondo senso del termine che, non ostante la tormentata storia editoriale, è diventato un vero romanzo di culto, osannato dai critici e venerato letteralmente da stuoli di cultori e appassionati seppure per molto tempo fosse del tutto irreperibile.
Non sto a descrivervi nei dettagli tutte le sue vicissitudini, molti critici l’ hanno fatto prima e meglio di quanto mai potrei fare io, ma per farvi capire l’importanza dell’evento basta notare che il patron della Meridiano Zero, Marco Vicentini, ne ha curato personalmente la traduzione tranciando letteralmente le mani a chiunque avesse voluto avvicinarvisi.
Dopo queste doverose premesse passiamo ad analizzare la trama che come molti hard boiled di stampo classico si apre con un investigatore privato che si reca a far visita a un danaroso e ambiguo potenziale cliente, pronto ad ingaggiarlo per ritrovare una ragazza scomparsa. Un senso di deja-vu ci porterà inevitabilmente a fare paragoni con l’ombra onnipresente di Marlowe nel Grande sonno o quella dell’aspro e disincantato Lew Archer in Bersaglio mobile, per non parlare dell’incattivito Sughrue nell’Ultimo vero bacio, ma a mio avviso le somiglianze esistono fino ad un certo punto, per il resto Reasoner cammina con le sue gambe e dà al genere una ventata di modernità, e di personale anarchia, tali da portarci fuori dai canoni consueti del già visto.
Innanzitutto, Cody, questo è il nome del detective privato al centro di questa intricata vicenda di famiglia, si differenzia da molti suoi simili per il fatto che ha poco dell’eroe integerrimo e senza macchia che affronta il marcio della società con la corazza scintillante del giustiziere. Cody è un uomo qualunque, pieno di difetti e debolezze, ancorato malinconicamente a un passato che se vogliamo non c’è più, o nel migliore dei casi sta svanendo, capace sì di amore e di gesti di coraggio, ma nello stesso tempo anche capace di commettere errori e dare false valutazioni.
Profondamente altruista, e anacronisticamente imperfetto, il detective di Reasoner si solleva dai suoi predecessori di carta acquistando connotazioni dolorosamente umane, venate da una sottile e quieta disperazione, che a tratti diventa resa.
Cody in fondo è un realista, non è un sognatore, è conscio dell’inutilità del suo agire tendenzialmente retto e morale. La realtà è fatta di violenza, follia e sopruso ed è molto più forte di lui. Nonostante ciò però si aggrappa a ciò che di buono e pulito ancora esiste e per cui vale la pena combattere, e soprattutto in questo sta la struggente bellezza che porta a considerare questo libro un vero, mi si perdoni il termine ma lo uso poche volte, capolavoro.

James Reasoner è nato e vive in Texas. È uno dei più prolifici e richiesti autori americani – con oltre 200 romanzi pubblicati a proprio nome o sotto pseudonimo – al punto da meritarsi una nomination agli Spur Award. Reasoner è altresì celebre come autore di mistery grazie al romanzo Texas Wind (Il vento del Texas), che con il tempo si è guadagnato lo status di romanzo di culto, vero e proprio must per collezionisti.

I primi due capitoli di Devil Red di Joe R. Lansdale

17 settembre 2010 by

Devil_RedIl 30 settembre uscirà per Fanucci editore Devil Red di Joe R. Lansdale, nuovo episodio della serie di Hap e Leonard, la coppia di investigatori più divertente e insolita del noir. Nell'attesa, prima di leggerlo e recensirlo, la prossima settimana, pensando di farvi cosa gradita, pubblicheremo integralmente su Liberidiscrivere i primi due capitoli del libro.

"Un realismo e un’intensità che solo la penna di questo scrittore sa regalare ai suoi lettori”
Horror mania
 

“Lansdale è un creatore di personaggi, i suoi romanzi e racconti – venduti a milioni in tutto il mondo – sono fatti per chi ama le tinte forti e surreali: incursioni dal fiabesco alla fantascienza all’horror, caratteri spesso sopra le righe, sgangherati e nevrotici, omicidi e spacconi, a modo loro innocenti, più spesso orribilmente furbi, oscillanti fra umorismo e violenza, edonismo e sopraffazione.”
La Stampa

Il libro: Non ancora paghi delle ultime avventure e dell’incontro con la leggendaria killer Vanilla Ride, Hap e Leonard decidono di continuare la loro attività di investigatori privati, anche se vorrebbero poterla svolgere nella legalità, una volta tanto. Il primo caso che affrontano, però, è uno dei più
incredibili che sia mai capitato loro, e tra una specie di setta vampirica, una strampalata organizzazione di killer mercenari, Hap è sull’orlo di una crisi di nervi. Ma non c’è tempo
per riposare: lui e Leonard sono troppo impegnati nel disperato tentativo di non farsi ammazzare da una serie di personaggi che li hanno presi di mira, tra cui il killer Devil Red, la Dixie mafia e una loro vecchia conoscenza, che potrebbe rivelarsi un prezioso alleato o il peggiore nemico mai affrontato.
 
L'autore: Joe R.Lansdale (1951) è autore di oltre venti romanzi e più di duecento racconti. Ha ricevuto moltissimi premi e riconoscimenti, tra cui l’Edgar Award per In fondo alla palude, e il Bram Stoker Horror Award (sei volte). Per Fanucci Editore, che oggi pubblica in esclusiva le sue opere, sono usciti anche i romanzi Atto d’amore, Freddo a luglio, L’anno dell’uragano, Il lato oscuro dell’anima, L’ultima caccia, Echi perduti, Freddo nell’anima, Il valzer dell’orrore, La ragazza dal cuore d’acciaio, Fuoco nella polvere, La morte ci sfida, Il carro magico, Sotto un cielo cremisi (quest’ultimo parte della fortunatissima serie di Hap e Leonard) e le antologie di racconti Maneggiare con cura e Altamente esplosivo.

:: DI NUOVO I PORTICI DI CARTA A TORINO a cura di Elena Romanello

17 settembre 2010 by

Sabato 18 e domenica 19 settembre il centro di Torino ospita l’edizioni del 2010 di Portici di carta, dove la passeggiata tra piazza Carlo Felice, di fronte a Porta Nuova, e piazza Castello passando per via Roma e piazza San Carlo diventa una gigantesca libreria all’aperto, protetta dalle intemperie (purtroppo le previsioni per il week-end danno pioggia) e dall’accesso di calore, proponendo poi in piazza San Carlo gli spazi per gli incontri e i dibattiti.

 

Quest’anno Portici di carta spegne le quattro candeline: è riuscita a sopravvivere più che dignitosamente ai tagli alla cultura e alla crisi, anche se non si possono più mettere in palio Fiat 500 piene di libri, ma in compenso si focalizza il tutto sul mondo dei libri, tenendo conto che quest’anno non ci sono sovrapposizioni con Torino Spiritualità, che si terrà il week-end successivo. In ogni caso l’entusiasmo di presentare e confrontarsi sui libri resta uguale, in una città come Torino che conta su uno dei migliori sistema bibliotecari italiani, su oltre cento librerie indipendenti e su un Salone del libro annuale al Lingotto, a cui Portici di carta è collegato dalla stessa fondazione, La Fondazione per il libro e la cultura.

 

Come sempre i libri verranno organizzati per aree tematiche, con nome di vie, in base all’argomento: ci sarà una via apposita degli editori piemontesi, la Via dei ragazzi, uno spazio dedicato alla degustazione del cioccolato, e lo spazio interessantissimo del Libro ritrovato, dove acquistare i best-seller di qualche anno fa.

 

La parte più interessante degli incontri di piazza San Carlo riguarderà Italo Calvino, con una conferenza sabato alle 21 e una passeggiata tra i luoghi dell’autore domenica dalle 10, e Gianni Rodari, grande protagonista dello Spazio ragazzi, gestito dalle Biblioteche torinesi, che propongono anche letture di fiabe popolari in varie lingue, a cominciare da Pinocchio letto in cinese. Tra gli altri appuntamenti, si potranno ascoltare i docenti universitari Carlo Ossola e Gian Luigi Beccaria, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino che parlerà del suo libro La sfida, l’autrice albanese Ornella Vorpsi che parlerà di emigrazione, così come Nejma Bani e Daniela Boarino.

 

Ma Portici di carta è innanzitutto un’occasione per poter passeggiare in mezzo ai libri, essere informati sulle novità, confrontarsi con librai ed editori. L’accesso alla manifestazione e a tutti i suoi appuntamenti è gratuito, per ulteriori informazioni visitare il sito http://www.porticidicarta.it/

 

 

 

Elena Romanello

:: Intervista con Lucia Tilde Ingrosso

17 settembre 2010 by

Benvenuta Lucia su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Come tradizione la prima domanda è dedicata alle presentazioni. Iniziamo da quello che so io di te: sei nata a Milano nel 68, oltre che scrittrice sei anche giornalista professionista, ti sei laureata in Economia Aziendale presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi con una tesi sul marketing librario, lavori nella redazione del mensile Millionaire. Vuoi aggiungere qualcosa, magari qualche lato del tuo vissuto più privato?

«Ottima sintesi. Aggiungo che fra quando ci sono nata e quando sono tornata a Milano per frequentare l¹università, c¹è stata una lunga parentesi, vissuta a Cortona, graziosa cittadina toscana. Qui ho ambientato parte del mio giallo A nozze col delitto. Per me i luoghi sono importanti per l’ispirazione, quasi come le persone. Qualche altra curiosità? Sono del segno dell¹acquario, tifo Fiorentina, pratico il pilates e colleziono stivali rossi».

Parlami del tuo lavoro di giornalista. Quale pensi sia la parte più difficile?

«Fare la giornalista è bellissimo. Ti permette di confrontarti con argomenti sempre diversi, parlare con persone ogni volta nuove. E¹ stimolante, dinamico, mai ripetitivo. E poi, per chi ama scrivere come me, è il massimo. Il giornalismo è una delle fonti principali della mia ispirazione».

Un ricordo di Lucia bambina. Quale è il primo libro che ti hanno letto?

«Mi ricordo il primo giornalino: Il Corriere dei Piccoli, ma di annate molto antecedenti alla mia nascita. Mio padre, infatti, aveva cominciato a comprarlo ben prima che io nascessi. Tanto che una volta in edicola gli chiesero “Ma quanti anni ha sua figlia, sarà grande ormai?” lui li stupì rispondendo: “Sei mesi!»

Come è nato in te l¹amore per la scrittura?

«Tutto parte dall¹amore per la lettura, ereditata dai miei genitori. La casa di Cortona è piena di libri. Migliaia. Dalla lettura alla scrittura il passo è stato breve. Ho sempre avuto una fervida immaginazione. Scrivevo con una vecchia Olivetti, inventando racconti ispirati ai romanzi che leggevo, ai telefilm che vedevo in tv».

Hai pubblicato numerosi romanzi tra cui La morte fa notizia con Pendragon, e A nozze col delitto,  Io so tutto di lei, Nessuno, nemmeno tu, con Kowalski. Come è nato il tuo amore per il giallo?

«Quando ero ragazzina, mio padre lavorava in Mondadori. Tutte le volte, tornava da Milano con un nuovo romanzo di Agatha Christie per me. Cominciai ad adorarla. Apprezzavo le sue trame geniali, i personaggi sfaccettati, le ambientazioni evocative. Non faceva mancare mai nulla ai suoi lettori: intrigo, passione, amore, delitti, ironia. Romanzi belli e divertenti. Da allora cominciai a pensare che mi sarebbe piaciuto intrattenere e divertire i lettori come faceva lei. Be¹, quasi»

Quanto l¹ambientazione influisce sulla creazione dei tuoi personaggi?

«E¹ fondamentale. Milano, nei miei gialli, non è un semplice fondale, ma un personaggio a tutti gli effetti. Ho scelto questa città per i miei gialli perché ci vivo e la conosco, ma anche perché ­ con la sua vastità e la sua imprevedibilità ­ si presta al genere. Qui puoi incontrare chiunque. E può succedere di tutto».

Parliamo del tuo processo di scrittura. Come passi dall¹idea imbastita ancora solo nella mente alla prima stesura del romanzo. Sei una perfezionista, rivedi molte volte il testo prima di considerarlo la stesura definitiva?

«L¹idea per un libro nasce da una scintilla: uno sguardo, una notizia sul giornale, un¹immagine in tv. Da lì, do libero sfogo alla fantasia. Costruisco un plot. Di solito, ci penso mentre cammino (ho la fortuna di andare in ufficio a piedi). Poi comincio a scrivere. La scaletta la compilo via via. Non voglio sapere fin dall¹inizio dove andrò a parare, sennò mi annoio. Preferisco lasciarmi trasportare dalla storia e dai personaggi. Se questa magia accade a me, penso che sia più facile che tocchi anche i miei lettori. Ovviamente, nel caso di un giallo, il nome dell¹assassino devo averlo chiaro fin dall¹inizio. Le revisioni più importanti si fanno con gli editor della casa editrice, per smussare gli angoli, tagliare se necessario, sanare le incongurenze».

Per Piemme è uscito da poco Uomo giusto cercasi. Racconta le avventure di un simpaticissimo personaggio sempre in viaggio, che si trova ad affrontare la difficile scelta tra carriera e maternità. Molte donne ci si riconosceranno. Ma al giorno d¹oggi è ancora necessaria una scelta? La maternità è ancora vista come un ostacolo alla carriera?

«Sì, è necessaria una scelta. Sì, la maternità è vista come un ostacolo alla carriera, almeno in Italia. Personalmente, sono fortunata. Il mio lavoro e il mio capo mi hanno consentito di optare per un compromesso. Lavoro part time e non ho ambizioni di carriera. Mia figlia Stella è sempre al primo posto. Come Lara Rebecca fatico a conciliare tutto. Ci riesco grazie all¹amore, alla flessibilità, all¹ironia. E ad aiuti validi. In primis, quello di mio marito».

Moglie di Giuliano Pavone autore per Marsilio de L¹eroe dei due mari. Un¹opera di cui si parla prima ancora della pubblicazione. L¹hai letto? Cosa ne pensi?

«Quando l¹ho conosciuto, Giuliano faceva un altro lavoro. Al suo attivo aveva solo un libro pubblicato, sulla commedia italiana degli anni Settanta. Dico sempre che ho intuito il suo talento e l¹ho incoraggiato subito a scrivere. I fatti mi dicono che avevo ragione. Dopo alcuni libri pubblicati sul calcio, ecco il primo romanzo. L¹ho letto sin dalle prime versioni. E, con sollievo, l¹ho trovato bellissimo. E¹ un romanzo corale, godibile,  che fa ridere e commuovere i lettori. Ma è anche una storia attuale, che fa riflettere sull¹Italia di oggi e le sue contraddizioni. In più, il romanzo ha una genesi particolare. Era ancora un manoscritto in cerca di editore, quando venne recensito dal critico e scrittore Tommaso Labranca su una rivista. La notizia rimbalzò sul Web. A quel punto gli editori se lo contesero. La spuntò Marsilio, che poi lo ha seguito con amore e attenzione. In uscita il 29 settembre, si promuoverà anche con un booktrailer d¹autore ».

Con tuo marito pubblicherai nel 2011 per Newton Compton il saggio 101 cose da fare in gravidanza e prima di diventare genitori. Quali pensi siano gli errori che un genitore non dovrebbe mai compiere?

«Credo che fare il genitore sia il mestiere più difficile al mondo. Anzi, non lo credo: lo so. Si può solo cercare di limitare gli errori e i danni. In questo, l¹esperienza di chi ha già vissuto certe esperienze è di aiuto. E poi ho letto da qualche parte che il buon senso di una madre è comunque meglio di qualsiasi consiglio di un esperto. Consoliamoci così»

Proust assaggiando una madeleine si sentiva travol
to dai ricordi. Quale senso evoca di più in te la memoria e la creatività: il gusto, il tatto, l¹odorato, la vista?

«La vista. Le mie idee migliori sono nate da un¹immagine, anche fuggevole. Una ragazza che attraversa veloce al semaforo. Un tramonto rosso fuoco. Un cespuglio di more. Una latina di birra per strada. Sembra che non abbiano un grande significato, ma è proprio da lì che scaturisce un¹intuizione decisiva. Per risolvere un nodo nella trama o trovare l¹ispirazione per un racconto».

Sei nella giuria dell¹ ottava edizione del premio Lama e trama 2010 dedicato al giallo e al noir. Nato nel 2003 ha come presidente lo scrittore ed editore Luigi Bernardi. Qualche anticipazione?

«Sto aspettando i racconti. Come ogni anno, se ne prevede qualche centinaio. Non so dove troverò il tempo per leggerli, ma lo farò e con grande attenzione. Ho partecipato a mia volta a dei concorsi letterari e so quanto ci si investa, ogni volta. In termini di scrittura, ma anche di emotività. Per me è un onore essere in giuria. Cercherò di riconoscere la scintilla del talento. In ogni caso, chi non verrà selezionato non si deve scoraggiare. La buona scrittura trova sempre la sua strada».

Cosa ami leggere di più nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti? Se dovessi scappare da una biblioteca in fiamme quale è l¹unico libro che salveresti?

«Di tutto. Solo così si alimenta la creatività, secondo me. Gialli, noir, rosa, premi Nobel, classici. Adoro, in ordine sparso, Massimo Carlotto, Renato Olivieri, Cornell Woolrich, David Lodge, Stefania Bertola»

Cosa stai leggendo in questo momento?

«Ho appena finito Bambino 44 e Archangel: grandi thriller  rinfrescanti (sono ambientati in Russia)».

C¹è un esordiente che ti ha particolarmente colpita?

«Enzo Gianmaria Napolillo con Remo contro e Andrea Ballerini (anche se non è un esordiente) con Il trionfo dell¹asino».

Progetti per il futuro?

«Inizierò a breve a lavorare sulla sceneggiatura della fiction che verrà tratta dalla serie dei miei gialli. Si girerà in primavera a Milano, per andare in onda su Mediaset, nell¹autunno 2011. Il mio ispettore Rizzo credo che abbia la possibilità di giocarsela con i migliori detective del piccolo schermo. E¹ fascinoso, colto, intelligente e un po¹ ombroso. E ha attorno a sé un variegato gruppo di comprimari. Chi vuole avere un assaggio di Rizzo low cost, troverà a ottobre in edicola A nozze col delitto, il primo della serie, allegato il Giorno, la Nazione e Il resto del Carlino. A dicembre, come strenna natalizia, uscirà poi (con Newton Compton) un¹antologia di racconti noir ispirati a fatti di cronaca realmente accaduti a Milano, dall¹omicidio Jucker all¹arciere di san Siro. Anche questo è il frutto di una collaborazione con mio marito Giuliano Pavone. Nel 2011 uscirà poi il nuovo capitolo della saga Rizzo. Vi chiederete dove troviamo il tempo Be¹ stiamo raccogliendo i frutti di anni e anni di lavoro. E poi.. dormiamo poco!»

:: Recensione di Siculospirina di Pippo Russo

16 settembre 2010 by

966952424La “sicilianitudine” come si sa è più di una filosofia di vita e il dialetto siciliano, una vera lingua a tutti gli effetti, assume un ruolo determinante nel caratterizzarla. Per chi volesse curiosare nei segreti del dialetto siciliano, conoscere parole quasi incomprensibili per noi continentali e fantasiosi modi di dire che non trovano riscontro in nessuna altra lingua propongo un divertente e originale volumetto uscito quest’estate per la Dario Flaccovio Editore, e scritto dall’arguta penna del giornalista, professore universitario e saggista agrigentino Pippo Russo che di “sicilianitudine” se ne intende. Russo ha curato per anni, per l’edizione siciliana del quotidiano La Repubblica, la rubrica “Sicilianismi” e da poco ha deciso di raccogliere gli articoli più divertenti e interessanti in Siculospirina45 compresse di purissimo siciliano. Già la copertina raffigurante la grafica di una confezione di aspirina ci trasporta nello spirito vagamente goliardico del libro che a tratti spassoso e a tratti riflessivo promette comunque di farci passare qualche ora in allegria. Curiosando tra le pagine scopriamo che se il pericolo incombe il siculo dice Accura!  o che quando c’è da chiudere il siciliano dice Accurzamu! Per non parlare poi del fatto che la cosa più degradante per il siculo è essere chiamato sceccù. Russo con esilarante simpatia ci descrive le vicissitudini di un siciliano che cerca di farsi dare da un barista continentale uno scioppetto e ci intrattiene con la dettagliata spiegazione di espressioni come comprare un figlio, buttarsi malati, buttare voci, far cadere la faccia a terra. Divertentissimo l’ episodio in cui ipotizza cosa sarebbe successo se Diana Ross fosse nata nissena.
Siculospirina. 45 compresse di purissimo siciliano. Pippo Russo. Dario Flaccovio Editore Anno: 2010. Pagine: 192. Prezzo: € 12,00.

Intervista a Carolina De Robertis a cura di Cristina Marra

16 settembre 2010 by

tn_200_300_la-bambina-nata-due-volteAutrice di racconti e traduttrice pluripremiata, Carolina De Robertis esordisce come scrittrice con “La bambina nata due volte” (Garzanti, pag.447 euro 18,60) un romanzo che attraverso tre generazioni di donne racconta le vicende storico-sociali sudamericane. Cresciuta in Uruguay e di origini italiane, De Robertis vive in California ma mantiene forte il suo legame con la terra della sua infanzia a cui dedica il romanzo “è la mia lettera d’amore all’Uruguay, e il viaggio per scriverlo mi ha riportato al cuore del mio retaggio familiare”. Nel romanzo c’è tanto della sua famiglia e sono numerosi i personaggi e le situazioni tratte dalla sua vita e dai suoi incontri  in Uruguay. Pajarita, Eva e Salomè sono le tre protagoniste, donne forti, donne speciali che lottano per i loro ideali e per  le loro passioni. Da Montevideo a Buenos Aires a Cuba, le storie delle tre donne si intrecciano con i cambiamenti di un continente in continuo fermento.

 

Carolina, hai scritto il romanzo in otto anni. Mi racconti com’è stato il tuo lavoro di ricerca?

“Ho fatto tantissime ricerche dal primo anno all’ultimo, sempre esplorando, imparando e immergendomi totalmente nel lavoro. Ho letto molti libri, ho studiato vecchie fotografie ed ho ascoltato i racconti della tradizione orale e poi ho camminato per le strade assorbendo sguardi, odori, suoni ed emozioni”.

Quanto sono importanti i colori, gli odori e i sapori nel romanzo?

“ Mentre scrivevo il libro mi sforzavo di includere tutti i cinque sensi per quanto potessi. Spesso gli scrittori si fermano a dettagli visivi o fonetici, ma è importante e utile riuscire a riportare anche tutto il resto, i profumi, tessuti, aromi, gusti di quel mondo che narriamo. Realizzare questo  era importante soprattutto per me perché stavo scrivendo un romanzo storico e volevo trasportare me stessa e il lettore in un altro tempo e in un altro spazio”.

Dedichi il romanzo all’Uruguay. Quanto conta l’ambientazione nel tuo libro?

“Moltissimo. È profondamente importante. Per me, Montevideo e la nazione dell’Uruguay  sono dei veri e propri personaggi. A livello personale il romanzo per me rappresenta una lettera d’amore all’Uruguay.”

Le tre protagoniste sono donne determinate e coraggiose. I personaggi femminili sono più forti di quelli maschili?

“ Non vedrei questa distinzione. Tutti i personaggi hanno i loro difetti, pregi ed esperienze che caratterizzano i loro ruoli in modo differente.

Carolina-lettrice. Che ami leggere?

“Amo leggere qualsiasi cosa ma in particolare romanzi. Quest’anno mi è particolarmente piaciuto “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk e “l’Odissea” di Omero”.