:: Intervista a Graziano Versace a cura di Maurizio Landini

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raimGraziano, iniziamo con un aspetto delle tue ricerche che mi affascina in modo particolare: ho letto che hai approfondito gli studi di Carl Gustav Jung e dei neo-junghiani: quanto del grande psicoanalista svizzero -e della sua corrente-, è presente nella tua narrativa?
 
In Raimondo Mirabile, futurista lo trovi in certi passaggi che riecheggiano il concetto di sincronicità o, per dirla con Deepak Chopra, il sincrodestino. In parole povere, il ruolo che le coincidenze hanno nella nostra vita. E, proseguendo, in certi brani incentrati sul sogno, sui miti e gli archetipi in genere. Ma sto giusto scrivendo dei racconti che, in parte, si basano sugli spunti di questo geniale pensatore e psicanalista, e su quelli altrettanto originali di James Hillman. 
Raimondo Mirabile Futurista è stato apprezzato molto dagli appassionati di fantascienza. Tu stesso coltivi la passione per il genere da anni e sei stato finalista al Premio Urania per ben due volte. Quando hai scritto il romanzo, pensavi a questi lettori in particolare o avevi in programma una storia di genere fantastico nel senso più ampio del termine?
 
A essere sinceri, e senza grandi pretese, speravo un po’ di ampliare i temi della fantascienza. L’idea di un maggiordomo che fosse anche l’io narrante mi stuzzicava non poco. Per cui, sì, pensavo nello specifico ai lettori di fantascienza, per quanto il romanzo strizza l’occhio ad altri generi.
 
Raimondo Mirabile strizza l’occhio a Verne, Wells, Conan Doyle e, per certi versi, anche allo Steampunk. Quali sono le fonti d’ispirazione per questo romanzo?
 
Oltre ai grandi che tu citi, imprescindibili per la realizzazione del romanzo, direi James Blaylock, uno scrittore forse sottovalutato in Italia. Poi, i fumetti di Ruse di Mark Waid, il Docteur Mystere scritto da Castelli, i fumetti di Rex Mundi, certi echi orrorifici, scrittori come Machen, Hoffmann, Stoker e M.R. James. Ricordo che l’idea, comunque, partì dalla lettura de Il diario segreto di Phileas Fogg di P. J. Farmer, nel quale si scopriva che Phileas Fogg era in realtà un agente segreto in lotta contro nemici cosmici che ambivano a invadere la Terra. Inoltre, R. G. Assagioli e i suoi saggi sulla volontà, C. G. Jung, F. T. Marinetti, la mitologia indiana e l’occultismo in genere.
 
Nel tuo blog ci sono diversi post dedicati al cinema. Come è nato l’amore per la settima arte?
 
Quando vivevo in Australia, stavo alzato fino a tarda notte a vedere film con mia madre. Lei si teneva su grazie a un thermos pieno di caffè; io grazie alla sua vicinanza e alla meraviglia di quello che vedevo. E’ una magia che mi accompagnerà per sempre.
 
Tra la passione per il cinema del tuo libro Ladri di Locandine e l’alchimia paranormale di Raimondo Mirabile Futurista esiste una sorta di filo conduttore?
 
No, non credo. Si tratta solo dell’espressione di due mie grandi passioni. Però, a pensarci bene, Ladri di locandine è un romanzo di formazione sul valore dell’amicizia; Raimondo Mirabile, futurista è un romanzo di formazione truccato che mette in campo valori anche qui assimilabili all’amicizia. Raimondo e Gregorio sono di fatto indivisibili, anche se qui, rispetto a Ladri di locandine, entra in gioco l’amore filiale e quello paterno. Ad ogni modo, restano due libri diversi, e forse distanti, tra loro.
 
Passare da una storia per ragazzi a una destinata a un pubblico più maturo ha comportato per te delle difficoltà? Pensi che al giorno d’oggi esista ancora una separazione “di scaffale” tra letteratura per ragazzi e per adulti?
 
Nessuna difficoltà. Quando una storia mi piace, la sento, non esito a mettermi a scriverla. Non ho preferenze di genere. Passo dal giallo alla fantascienza, dal libro per ragazzi a quello per così dire mainstream, senza dubbi o esitazioni. Per quanto riguarda la separazione “di scaffale”, direi che oggi non esiste più di tanto. Anzi, è mia modestissima opinione che ci troviamo in un periodo che prelude a un nuovo Rinascimento letterario. Lo scrittore oggi è e deve sentirsi libero di muoversi a suo piacimento tra i generi letterari. Deve sentirsi libero di sperimentare, di giocare, di osare; in una sola parola, di inventare. L’invenzione di nuove storie è un modo per esperire meglio il reale, ma anche per avvicinarci (come insegna proprio la fantascienza) a ciò che sta in alto, a ciò che vediamo, all’assoluto tout court. Come diceva non ricordo quale autore di fantascienza, forse Arthur C. Clarke: “Se voglio parlare con Dio, posso farlo solo con una storia di fantascienza”. Ecco, la mia idea è che non debbano esistere separazioni o divisioni: la letteratura è una sola, ma per scriverla abbiamo bisogno di infiniti linguaggi.
 
Quanto, secondo te, c’è dello “spirito futurista” decantato da Marinetti & Company nella fantascienza contemporanea?
 
Beh, senza andare lontani, ed evitando scomodi paragoni con il Cyberpunk o il Transumanesimo, il Connettivismo italiano riflette a suo modo il Futurismo. O forse ne costituisce l’ideale prosecuzione. Per quanto, da quello che ho potuto capire, si riallaccia anche ai crepuscolari e ai surrealisti, forse anche all’Ermetismo come idea o concetto. A ogni modo, quella dei connettivisti mi sembra una delle realtà più sensate, più ardite e più agguerrite della fantascienza italiana. Prevedo un grande futuro per questi neo-futuristi che forse hanno avuto (e hanno tuttora) il merito di aver ampliato gli orizzonti della percezione e del sentire.
 
Come è nata la collaborazione con le Edizioni XII?
 
Ho letto il bando del concorso iNarratori su http://www.frantascienza.com, ho partecipato con Raimondo Mirabile, futurista, e da lì è nata la mia collaborazione con i terribili 12.
 
Segui la letteratura italiana del fantastico? Ci sono degli autori di genere le cui opere ti hanno colpito in modo particolare?
 
Se parliamo di fantascienza, sì. Negli anni, ho letto più che volentieri i lavori di Valerio Evangelisti, Luca Masali, Massimo Pietroselli, Francesco Grasso, Giovanni De Matteo, Francesco Verso, Donato Altomare, Clelia Farris, Giuseppe De Felice, Lanfranco Fabriani, Claudio Asciuti e, last but not least, Errico Passaro di cui ho molto apprezzato Zodiac.
 
Nella vita, Graziano Versace ha più la temerarietà di Raimondo Mirabile o più l’aplomb del suo maggiordomo Gregorio?
 
Né l’una, né l’altro. Sono solo un fabbricatore di storie che ama la pace e la tranquillità. Mi bastano una cucina, un computer e una pausa caffè ogni tanto. Non chiedo altro.

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