:: Dal 27 novembre: Slittamenti progressivi della RAI il folle romanzo di Simone Sarasso

17 novembre 2010 by

slittamenti_raiFabio: Che ne dici di questa copertina? È come la volevi, no?
Io: Sì, c’è l’idea della Rai e degli slittamenti, ma forse si vede
ancora poco il concetto di golpe.
Riesci a metterci un po’ più di golpe? Ce la fai?
Fabio: Un po’ più di…?
Io: Golpe.
Fabio: Ah, un po’ più di golpe… adesso è chiaro. Nessun problema (ma che cazzo…).

Dove sarà arrivata la RAI tra due anni? La perdita di credibilità e autorevolezza continuerà a sgretolare il prestigio del servizio pubblico fino al suo completo disgregamento? La carcassa dell'emittente spolpata fino al midollo dalle quote partito, e dilaniata da conflitto di interessi ed esternalizzazioni cosa avrà lasciato della Tv di Stato? Nel suo feroce breve romanzo Simone Sarasso mette in scena in una documentatissima e calibrata ucroina (il flash forward rispetto all'attualità è di soli due anni), quello che sarà il destino della Radiotelevisione se le cose continueranno ad andare come vanno. Negli Slittamenti progressivi della RAI Carlo Rubini lavora in Rai. Da venticinque anni varca la soglia del civico 27 di Corso Sempione a Milano, passa i controlli di sicurezza, timbra il cartellino. Una mattina, però, si accorge che qualcosa non quadra: i dipendenti volatilizzati, le guardie giurate sparite, la desolazione che abbraccia l'intero edificio. Carlo non fa in tempo a chiedersi cosa sia successo: viene tramortito e perde i sensi. Al suo risveglio si ritrova chiuso in uno sgabuzzino insieme ad altri tre colleghi: Gennaro La Porta (il vecchio usciere napoletano), Sandra (la bomba sexy delegata di produzione padana) e il misterioso Dirigente. I quattro condivideranno un'esperienza al limite della paranoia, incerti se essere i protagonisti di un sequestro o di un macabro reality show. Durante la prigionia forzata, discuteranno animatamente del passato e del futuro della Rai, della sua progressiva perdita di quote di democrazia (parallela alla graduale privazione di libertà del Paese). Intorno a loro, lentamente, il mondo scivolerà nel baratro della follia.
Un romanzo grottesco e spietato, a metà strada tra The Big Kahuna, The running man e un dialogo platonico.
Un'analisi feroce e accorata delle (pessime) condizioni di salute della Televisione di Stato.

Dice l'autore:

"Slittamenti progressivi della RAI è un folle romanzetto (centocinquantamila battute) sul passato, sul presente e soprattutto sul disastroso futuro della TV di Stato. Il tutto raccontato alla mia maniera, ça va sans dire".
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L'autore: Simone Sarasso, classe '78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. È suo il soggetto della serie inerattiva FRAMMENTI, andata in onda su Current TV (Canale 130 di Sky) nel 2009, e nel 2010 ha collaborato come soggettista con la casa di produzione TAODUE. Ha scritto racconti apparsi in diverse antologie (molte delle quali targate effequ) e, di quando in quando, firma articoli e recensioni per "Carmilla", "MilanoNera", e "FilmTV". Ha pubblicato i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d'Italia dal dopoguerra a Tangentopoli: Confine di Stato (Marsilio 2007, finalista al premio Scerbanenco) e Settanta (Marsilio 2009) È autore insieme a Lorenza Ghinelli e Daniele Rudoni di Jast (Marsilio 2010), il primo serial tv su carta. Sempre con Daniele Rudoni è autore della graphic-net-novel United We Stand (Marsilio 2009), futuro ideale della trilogia. Per effequ, nel 2007, è uscito Turkemar, strampalata biografia del più grande corner italiano di tutti i tempi, Fred Buscagione.
Slittamenti progressivi della RAI – di Simone Sarasso, Effequ, pp.120, euro 7,50

Recensione di “Ecosofia” di Paolo La Torre, Et/Et 2010 a cura di Riccardo Falcetta

17 novembre 2010 by

ecosofia_mediumPadre Paolo ha occhi che hanno visto il degrado del dolore divenire carne, vita degli “invisibili”; tessuto connettivo tra migliaia di persone lontane dall’occidente iperesposto e oltre il margine di ogni vivere che possa considerarsi civile. C’è severità nello sguardo e nelle parole di questo sacerdote, nessuno spazio per la retorica: parole che recano gelo, per il peso della loro verità, una severità che nel farsi denuncia rimane espressione di rigore e speranza, nonostante tutto.
Da anni Paolo Latorre, missionario comboniano, vive e opera presso Korogocho, una tra le oltre duecento baraccopoli che, ai bordi di Nairobi, raccolgono metà dei cinque milioni di abitanti di tutta la capitale del Kenia. Un paese che dall’Occidente attrae interessi economici e accoglie nei propri resort da sogno torme di turisti più o meno ignari dell’incubo di quell’umanità che si consuma a pochi passi.
San Daniele Comboni, la fondò nel 1967: dopo dieci anni sarebbe divenuto primo vescovo in Africa. Il suo piano per la rigenerazione di quel continente contemplava due principi rivoluzionari per la chiesa e il mondo di allora: l'evangelizzazione dell'Africa doveva attuarsi con l'opera diretta degli africani (salvare l'Africa con l'Africa, era il suo motto); evangelizzazione e promozione umana dovevano procedere insieme.
Padre Paolo e confratelli, da anni si battono per il recupero dei ragazzi che lavorano nelle discariche inquinanti, le cui esalazioni mietono vittime nell’intera popolazione dello slum. Come l’alcol, di pessima qualità, prodotto dalle donne per il guadagno. Come la prostituzione – la paura più grande non è per loro quella di poter morire, ma quella di rimanere incinte. I comboniani lavorano per evangelizzare e, soprattutto, istruire; tentano di restituire un tessuto sociale sano e autonomo a una comunità e a una terra che l’opulenza dell’Occidente continua a preferire eternamente “bambina”, mentre resta terreno di sfruttamento. L’Africa è il ripostiglio della nostra civiltà, dice padre Paolo.
Ma cosa possiamo fare noi, qui, nel nostro piccolo?, chiede qualcuno. Le offerte sono certamente un aiuto dice il frate, ma non sono la via maestra. Non vanno vissute come consolatorie o in senso pietistico. Serve soprattutto rendersi conto che uno sviluppo globale più equo è possibile, a partire dai piccoli cambiamenti apportabili alle nostre vite. Meno spreco, di spazi e risorse: la condivisione. Serve un ripensamento della nostra vita, prima che anche per noi sia troppo tardi”.
 
Può, dunque, il puro spirito ambientalista sposare le istanze della teologia cristiana? Considerando alcuni passi della Bibbia, l’enciclica “In Caritas Veritate”, di Papa Benedetto XVI, e gli insegnamenti di quel San Francesco che dopo Cristo fu la vera coscienza rivoluzionaria della Chiesa cattolica, sì, parrebbe possibile. Anzi, “Ecosofia – per abitare il mondo”, erige l’ecologia a condizione del pensiero, forse ad autentico precetto di fede. Nel libretto, pubblicato dalla Et/Et, nella nuova collana “Riflessioni”, Paolo La Torre,  rivede i temi classici dell’ecologia, e dunque, il rispetto per l’ambiente, per il pianeta e le sue diversità, e la condivisione delle risorse, attraverso la parola evangelica. È estremamente importante proteggere il genere umano  dall’autodistruzione. C’è bisogno di una ecosofia, una ricerca del saper abitare questo mondo, mantenendo l’armonia tra il creato e l’Umanità. E ancora: La crescita e lo sviluppo significano cambiamento, i cambiamenti richiedono scelte e ogni scelta comporta un rischio, passando dal conosciuto all’ignoto. L’AMORE di Dio è presente in questo straordinario viaggio.
Punto di vista condivisibile o meno, a seconda che sia la Fede a guidarci o una visione laica. Chi scrive, è convinto che una idea antropocentrica come quella cattolica, totalmente imbevuta di specismo, nella misura in cui vede l’uomo al centro e come amministratore e custode del Creato (Dio li benedisse e disse loro: – siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, e soggiogatela. Abbiate dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra. Genesi 1:27-28) dia adito da sempre a fraintendimenti. Commentando, La Torre prosegue: Sottomettere la terra non è un invito a trattarla come ci pare e piace […] dovrebbe essere inteso come l’esercizio della nostra autorità e capacità a risolvere situazioni in cui la natura può sembrare difficile da viverci e ostacolare la nostra attitudine a continuare, completare la creazione… Un concetto che sposta più in là il pensiero cristiano ma che, a nostro avviso, antropocentrico e limitante, tuttavia, resta.
Allora forse bisognerebbe spiegare all’Uomo come egli non sia che una parte della “creazione”, in un breve arco della Storia e che non sarà per sempre. Il mondo non gli appartiene se non nella misura in cui lui stesso è parte di una biodiversità che non ha il diritto di calpestare in nome di una superiorità biologica e morale (morale??) che rischia anche, per le sue azioni, di tracollare ed estinguersi prima del tempo.
L’impianto teologico dello scritto, poco o nulla toglie, comunque, al peso universale delle riflessioni di padre Paolo. Comboniano, si diceva, di stanza nelle baraccopoli di Korogocho, in Kenia.
Un paese che dell’Occidente emula l’espansione urbanistica selvaggia, fatta di spazi divorati dal privilegio, innalzata da grattacieli imponenti e semideserti. Un’attitudine predatoria e neocolonialista che reca squilibrio a spese dei più poveri, producendo sui margini centinaia di slums: baraccopoli, metastasi di un corpo malato. Soltanto Korogocho conta 120.000 abitanti, e sette “villaggi”, stipati in soli 1,5 Km2.  Per casi simili, tutt’altro che sporadici, in Africa e altrove, la sola freddezza delle statistiche può indurci a riflettere.
L’upgrading, il risanamento di baraccopoli come Korogocho deve considerare che da una parte del mondo (o di Nairobi stessa) si vive quattro persone in uno spazio enorme, sprecato, e dall’altra parte si vive con una altissima densità di popolazione, dove lo spazio manca ma non il profumo della vita vissuta in profondità!Questo dell’urbanizzazione è il  tema pressante e terribile del secondo capitolo e delle appendici fotografiche del libro. Tutto ciò che consumiamo in più in termini di spazi e risorse, rispetto a quanto è necessario, lo sottraiamo a qualcun altro che rimane più povero di noi. Per questo a Korogocho non vogliamo frigoriferi. Fondamentale: acquistando “Ecosofia”, con soli 5 euro contribuirete all’opera dei missionari comboniani nei villaggi del Kenia.
http://www.comboniani.org
Riccardo Falcetta

:: Il ghigno di Arlecchino di Adriano Barone a cura di Stefano Di Marino

17 novembre 2010 by

il_ghigno_dellIL GHIGNO DI ARLECCHINO di Adriano Barone- Asengard- 9.90 euro
Stefano Di Marino
Lo dicevo io… Adriano Barone lo conosco da un sacco di anni. Si presentò a un festival di Udine sul cinema asiatico. Era stato studente della mia amica Nicoletta Vallorani. Un ragazzo pieno di entusiasmo e interessi. All’epoca era agitatissimo. Aveva appena consegnato un  soggetto a Johnnie To per un film. Non so come andò a finire. Non se la prenda Adriano (con cui abbiamo lavorato anche in un corso di scrittura): la sua professionalità è pari solo alla sua’ faccia’ o mancanza di tale che lo spinge a essere… ecco diciamo weird, come il filone narrativo in cui si è lanciato anima e corpo (affermazione non casuale perché  tutto l’essere di Adriano come persona e autore ha qualcosa di  estremamente  ‘fisico’). Quando lessi per presentare la sua antologia di racconti  Carni (e)strane(e) trovai la conferma di un grande talento. Il racconto d’esordio ‘Minibimbi’ è una fucilata al cervello che innesca il desiderio di entrare (a proprio rischio) nel suo universo fantastico. Il  Ghigno di Arlecchino prosegue per la strada del Weid. Non un genere facile, non un genere per tutti e credo che l’autore ne sia più che consapevole. Nondimeno una strada interessante da battere. Spero che sia considerato un complimento ma la lettura di questo romanzo complesso ma perfettamente strutturato ed eseguito con un linguaggio adeguato (che è lo specchio del suo autore) mi ha ricordato i testi di Jodorowski. La casta dei Metabaroni illustrata da Jimenez, le fantasie dell’autore di Psicomagia rese graficamente da Cadelo, da Bouq. Non che Adriano abbia copiato ma sicuramente l’influenza del maestro che ci ha regalato El Topo e La montagna  sacra si sentono e che io citi paragoni fumettistici e cinematografici non è casuale. Ecco, forse vi siete fatti un’idea. Be’, preparatevi a ribaltare completamente la vostra opinione perché uno dei tratti più weird di questo romanzo è il continuo ribaltamento di fronte. Come se i tracciati attraverso i quali ci si muove (o ci si vorrebbe muovere?) creati da Adriano mescolassero le carte. Essere unico o duplicazione di un tiranno? Osceno anti eroe o angelo di purezza costretto in un mondo di follia? Il Ghigno di Arlecchino merita anche una nota all’illustratrice-Rom che meglio non avrebbe potuto cogliere lo spirito del romanzo. Se credete di aver visto tutto nel fantastico… perdete ogni speranza o voi che entrate… vi aspettano cose che voi umani non immaginate neanche.

:: Recensione di L’uomo inquieto di Henning Mankell (Marsilio, 2010) a cura di Giulietta Iannone

16 novembre 2010 by

inquietoEra da quest’estate che aspettavo L’uomo inquieto di Henning Mankell, edito da Marsilio e tradotto da Giorgio Puleo, ultima avventura, dopo dieci anni di silenzio, del mitico ispettore di Ystad,  Kurt Wallander, portato sullo schermo sia da Kenneth Branagh per la BBC, che da Krister Henriksson e da Rolf Lassgard per la televisione svedese.
Ho avuto modo di leggere tutti i libri dedicati a Wallander e vedere tutti gli episodi delle trasposizioni televisive, (tranne forse gli ultimi della serie Henriksson),  per cui ho un’ idea del tutto personale di Kurt Wallander, e ci tengo a dire che  è uno dei personaggi letterari che nel bene e nel male mi hanno più colpito, non fosse altro che l’autore è una persona davvero singolare, che da anni tento di intervistare (invano).
Tutti ricorderanno quando questa primavera era a bordo della Sofia, l’imbarcazione svedese della Freedom Flottilla, la flotta di attivisti che portavano soccorsi agli abitanti della Striscia di Gaza, pesantemente attaccati dall’esercito israeliano. In quell’occasione Mankell, in cui ricordiamolo fu anche arrestato e rilasciato quasi subito grazie alla notorietà che ormai ha a acquistato a livello internazionale come romanziere, ebbe modo di rilasciare diverse dichiarazioni tra le quali disse: “Chi parla di solidarietà non capisce che quel che conta sono le azioni. È attraverso le azioni che dimostriamo di sostenere quello che riteniamo importante“. Ecco questa frase sicuramente caratterizza un uomo che crede in certi valori ed è pronto a rischiare in prima persona, mettendosi anche in pericolo, con coraggio e determinazione.
Premesso questo, mi sono avvicinata a L’uomo inquieto con una sorta di malinconica tristezza, innanzi tutto perché è un addio, con questo libro Kurt Wallander si congeda definitivamente dai suoi lettori e in un certo senso mi dispiace, come dispiacerà a molti fan della serie.
Ma Mankell ha scelto di far invecchiare il suo personaggio, di portarlo ad uno stadio di non ritorno, per dare conclusione ad un periodo della sua carriera di scrittore e dedicarsi ad altri obbiettivi, quasi volesse disfarsi di un compagno ormai ingombrante, seppure molto amato.
L’uomo inquieto, diciamolo subito non è un classico poliziesco con delitto, assassino e indagine; può averne le parvenze, ma è molto di più: è un’amara riflessione sulla vita, sulla vecchiaia, sulla malattia, sulla morte, sull’incapacità di adattarsi ad una società sempre più ostile. C’è un pessimismo di fondo, che non mi pare di aver riscontrato in altri libri della serie, che mi riporta ad altri narratori del Novecento come Camus e Kafka.
Ma analizziamo in breve la trama che potrebbe rimandarci ad un racconto spionistico, seppur tenuto conto delle premesse fatte.
Hakan von Enke, ex capitano di corvetta in pensione, (era stato al comando di sommergibili e cacciatorpedinieri e aveva fatto parte del comando militare che autorizzava le unità della marina ad aprire il fuoco contro navi straniere che avessero violato le acque territoriali), oltre che futuro suocero della figlia di Wallander, Linda, scompare un mattina d’inverno, durante la sua consueta passeggiata per le vie di Stoccolma.
Il commissario Wallander, turbato dalle recenti confidenze che gli aveva fatto durante la sua festa di compleanno su aspetti oscuri di un’ enigma politico-militare risalente a circa trent’anni prima, – di cui non è ben certo di aver compreso le inaspettate e complesse implicazioni- , inizia a indagare e più cerca di scoprire la verità, più si trova ad aver a che fare con un ginepraio di segreti e mistificazioni, alla cui base si trova un pericoloso segreto di stato che se rivelato potrebbe cambiare gli equilibri internazionali e che difficilmente potrebbe essere reso noto. Finale amaro e in un certo senso triste come un pomeriggio invernale in cui pian piano si spegne ogni luce.

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

Recensione di “Come cambierà tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuro” di John Brockman a cura di V. G. Colapinto

16 novembre 2010 by

Futuro Prossimo Venturo 

Come cambierà tutto. Le idee che trasformeranno il nostro futuro” di John Brockman (trad. di Irene Bartolozzi, Silvia Bencivelli e Chiara Roglieri): 371 pp. in brossura, prezzo di copertina €23 [il Saggiatore, 2010]. 

John Brockman (Boston, 1941) è un personaggio unico. Agente letterario di scienziati e divulgatore scientifico lui stesso, ha fondato nel 1988 la “Edge Foundation”, sito web e forum online con il compito di promuovere la cosiddetta “terza cultura” (termine da lui stesso coniato), ossia un luogo d'incontro tra cultura umanistica e scientifica in cui nascono forme di scienza-arte come la biomimetica, che si ispira alle soluzioni messe a punto dalla natura, o la neurocosmetica, che utilizzerà la stimolazione cerebrale profonda per modificare la nostra personalità. Perché a nuovi strumenti corrispondono nuove percezioni e grazie alla scienza creiamo nuove tecnologie che finiscono per ricreare noi stessi.

Il principio ispiratore di Brockman è che per arrivare alle ultime frontiere della conoscenza occorre cercare le menti più complesse e sofisticate e riunirle in una stessa stanza, affinché si pongano l'un l'altra le domande che rivolgono a loro stesse. Internet rende molto più facile il procedimento.

Ogni anno Edge pone alle menti più brillanti del mondo un quesito. La domanda del 2009 è “Che cosa cambierà tutto? Quale idea capace di stravolgere le regole del gioco ti aspetti di vedere nel corso della tua vita?” e questo libro raccoglie ben 133 risposte date da molte delle più autorevoli voci della scienza e della cultura contemporanee. Rispondono personaggi come J. Craig Venter, Richard Dawkins, Ian McEwan, Brian Eno, Nick Bostrom e molti altri. Le risposte sono, ovviamente, le più diverse possibili ma tutte o quasi interessanti, a volte sconcertanti.

Per Craig Venter costruiremo in laboratorio organismi viventi in grado di creare nuovi combustibili naturali o riciclare l'anidride carbonica, risolvendo così i grandi problemi che ci affliggono.

Secondo Sherry Turkle presto avremo robot di compagnia; ad accudirci nella vecchiaia non ci sarà una badante rumena ma un robot socievole (per la felicità dei movimenti xenofobi), i nostri nipotini giocheranno con un pet-robot (ideale per i bambini allergici) piuttosto che con un cagnolino e quando diventeranno più grandi forse preferiranno una fidanzata-robot a una in carne e ossa, molto più esigente e meno affidabile. Oggi discutiamo sui matrimoni gay, domani litigheremo su quelli tra uomini e robot. E le chiese poi riconosceranno un'anima ai robot intelligenti?

Richard Dawkins pone come uno dei prossimi obiettivi quello di combattere lo specismo, infrangendo la distinzione assoluta tra umano e animale. Questo avverrà probabilmente quando avremo ricreato in laboratorio l'anello mancante tra l'uomo e la scimmia, Lucy seconda.

Ian McEwan immagina città ricoperte da enormi pannelli fotovoltaici, le cui titaniche torri solari soppianteranno simbolicamente le vecchie cattedrali medievali.

Sono stati interpellati anche degli italiani, spesso cervelli in fuga, come l'arch. Stefano Boeri, che dà la risposta più lapidaria: “scoprire che qualcuno dal futuro è già venuto a trovarci”, la filosofa Gloria Origgi, secondo cui stiamo passando dall'Era dell'informazione all'Era della reputazione o il neuroscienziato Marco Iacoboni.

E ancora: scoperta della materia oscura o della vita su altri pianeti, bambini su misura o telepatia sintetica (con interfacce cervello-macchina), durata della vita estesa a mille anni o macchine coscienti, geoingegneria o fusione in laboratorio, genomica da banco o computer quantistici portatili.

Forse gli eventi in assoluto più pronosticati sono il contatto con civiltà aliene e l'avvento della Singolarità Tecnologica, ossia di un'intelligenza artificiale e dello sviluppo esponenziale che ne deriverà. Si spera anche che i progressi scientifici permetteranno una nuova età dell'abbondanza come quella del passato dopoguerra, allontanando i fantasmi di penuria, siccità e disastri ambientali che tormentano gli uomini del nuovo millennio. Il futuro che ci aspetta potrebbe quindi rivelarsi meraviglioso e sorprendente, sfatando il catastrofismo oggi tanto di moda, ma nulla è certo e deciso.

Alla fine della lettura, credo si possa riaffermare – come diceva il Nobel per la fisica Dennis Gabor, padre del laser – che “il futuro non si prevede, si inventa”. Di fronte a noi abbiamo un'infinità di possibilità, tutte straordinarie e tutte concretizzabili. Starà a noi decidere quali realizzare. Saremo noi a scegliere tra utopia e distopia, tra estinzione del genere umano o suo superamento con una super-specie nata dalla fusione tra uomini geneticamente modificati e macchine intelligenti. 

Valentino G. Colapinto

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

15 novembre 2010 by

‘Immagine: Tattoo Studio “La rue des Bons Enfants” http://www.tattoobonsenfants.it/

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard.

                                                                        (Stephane Mallarmé)

Tutte le storie sono, per loro natura, incompiute; le mie non fanno eccezione.

«Dimmelo se vuoi che venda il culo», aveva detto. Ma questo succedeva all’inizio. Le era bastato dirlo una volta, una sola, per non doverla minacciare mai più. Bastava tornare a casa, sbattere la porta con falsa, calcolata, rabbia, e chiedere dei soldi. Non c’era neppure bisogno di preavviso. Non più.

«Mamma, ho bisogno di soldi».

E i soldi arrivavano, perché, pur di non trovarsi esposta a quelle minacce, la donna teneva sempre, in casa, una piccola scorta di contante.

Le prime volte, rimasta sola, aveva pianto, attenta a non fare rumore, la faccia schiacciata contro il cuscino.

Tutto inutile: sua figlia non era in casa, e non l’avrebbe sentita comunque.

Ma almeno non era sui viali.

Forse.

A due isolati di distanza, il taxi scivolò verso il marciapiede, frenò dolcemente fermandosi di fronte alla Camera del Lavoro. La ragazza salì; aveva l’aria imbarazzata. Non credeva che avrebbe rincontrato lo stesso uomo al quale, una volta, aveva giurato di farla finita: cazzo, almeno non quella sera.

-Corso Emilia, angolo Corso Giulio Cesare,- disse.

–Ancora lui?– Le chiese l’uomo al volante, e lei annuì, imbarazzata.

Non le rinfacciò la sua promessa.

Staccò l’auto dal marciapiede, affrontando lentamente le strade deserte. Guardò la ragazza nello specchio centrale e si maledisse per aver smesso di fumare.

–Almeno hai una sigaretta?– le chiese, mentre svoltava mollemente a destra, e lei gliene passò una al di sopra del bracciolo.

Il tassista mise in bocca la sigaretta e continuò a guidare senza accenderla, gettando vaghe occhiate dallo specchio centrale.

Su Corso Brescia si vedevano pochi pedoni, quasi tutti immigrati appiedati, di ritorno verso casa. I locali notturni erano chiusi da tempo; da quando il quartiere era finito in mano agli “stranieri”, e i torinesi non ci si avventuravano più.

Solo una coppia di bar aperti tutta la notte vomitava sfocati riquadri di luce diafana, algidi bagliori da tubo al neon, sui marciapiedi grigi coperti di cicche e sputi.

Per il resto era tutto chiuso: anche le piccole drogherie-supermercato nigeriane e cinesi che fino a pochi giorni prima avevano lavorato ventiquattro ore su ventiquattro.

I sigilli della polizia, ben visibili anche dall’interno della vettura, bloccavano la porta di un mini-market bangladese.

Evasione fiscale, gioco d’azzardo, alimenti scaduti e in cattive condizioni di conservazione: erano necessari ulteriori accertamenti, aveva fatto sapere il dirigente del commissariato Dora Vanchiglia. I giornali ne avevano parlato, e il tassista lo sapeva, ma da allora non gli era ancora capitato di passare lì di fronte.

–Si può sapere perché una come te si perde dietro ad una coglione simile? Non potresti fare come tutte le ragazze della tua età? Cazzo, sei una bambina.– Di solito cercava di moderare il linguaggio, ma con quella non gli riusciva proprio. Solo quattordici anni. Due più di sua figlia.

Intanto, erano arrivati in Corso Giulio Cesare.

–Accosta– disse lei, –eccolo lì.

Era vero, anche se lui non lo aveva visto. Una testa ricciuta sporgeva leggermente da una porta chiusa, proiettando un’ombra tenue sul marciapiede.

Lo spacciatore lanciò un fischio mentre la ragazzina lanciava le gambe fuori dallo sportello; un fischio rivolto alla minigonna portata senza calze, alla canottiera corta e scollata, al trucco pesante, e ai tacchi alti.

Andando avanti a quel modo, prima o poi ci sarebbe finita davvero, sui viali.

Nonostante la spessa tenda marrone chiaro e i doppi vetri, una luce gialla e deprimente filtrava nella piccola sala conferenze.

Il questore non si scomodava mai per così poco.

Il comandante della mobile sedeva annoiato: era l’addetto stampa a parlare.

Una fila di giornalisti svogliati -scarti di redazione destinati a un caso piccolo come quello- occupava, scomposta, i due lati del tavolone di legno giallo. In fondo alla stanza, un foglio da proiezione sporco e gualcito mostrava una piccola serie di facce ordinate a piramide: la segnaletica di un vecchio boss al vertice, e sotto una serie di foto di ragazzi, i volti via via più infantili man mano che si scorreva con lo sguardo verso la base.

–Si tratta di un’organizzazione?– Chiese una donna dal viso stanco e appannato dal caldo. Aveva mani corte e tozze, le dita macchiate d’inchiostro da biro: evidentemente passava le giornate a prendere appunti, e non si capiva come fosse arrivata fin lì senza imparare a non sporcarsi.

–No, è un semplice scambio di favori,– intervenne il capo della mobile continuando a carezzarsi la barba con languidi movimenti circolari di pollice e indice.

–Agli spacciatori faceva comodo che la ragazza avesse soldi per comprare la “roba” al suo innamorato, e allo strozzino faceva comodo che la madre andasse a prenderli in prestito da lui. Riteniamo che sia stato uno dei nordafricani a segnalare al vecchio il nome della donna.

I giornalisti scarabocchiarono qualche appunto.

–E come lo avete scoperto?– chiese un uomo in giacca di tweed e pantaloni marroni di fustagno.

–Un tassista li ha denunciati: pare che avesse visto la ragazza comprare la droga altre volte, e che avesse cercato di dissuaderla; ieri sera alla fine del turno si è stufato di aspettare ed è venuto da noi.

–Ci dice il nome?

–Eh no, mi spiace, questo no… non ve lo diciamo–.

(Responsabilità altrui e favori personali espressi al singolare, negazioni al plurale: l’eterna ricetta del successo politico).

Sulla porta, gli incaricati delle tv locali, le uniche interessate al caso, spingevano in attesa delle interviste.

L’addetto stampa si rivolse ai cronisti. Pareva non ci fossero altre domande. I giornalisti scossero le teste, ritirarono copie sgualcite del pallido comunicato stampa, strinsero qualche mano e se ne andarono.

Al risveglio aveva mal di gola e sentiva la bocca impastata. Gli era bastata una sola sigaretta, fumata davanti alla porta del commissariato. Be’, se fosse ricapitato, ci avrebbe pensato due volte.  Fece la doccia, lavò i denti e si concesse un’approssimativa rasatura elettrica. Perse un minuto a guardarsi nello specchio e poi, dato che sua moglie non era in casa, decise di regalarsi una colazione al bar. Erano le undici e mezzo.

Di fronte alla macchinetta del caffè, pensionati in maniche di camicia discutevano dell’ultima di campionato; qualcuno agitava la gazzetta rumoreggiando. Undici e mezzo: un orario infame per la colazione al bar.

Si spostò in fondo al bancone trascinandosi dietro la tazzina del caffè, e diede un’occhiata ai giornali del mattino. Solo le notizie principali, così non si rese conto di essere finito a pagina tredici. Non che ci fosse la sua foto –a dire la verità non c’era neppure il nome–: il giornalista riferiva succintamente il caso di una quattordicenne che, per procurarsi i soldi necessari alle “dosi” del suo ragazzo, minacciava la madre di andare a prostituirsi. A quanto pareva, la donna, una vedova che viveva di pulizie in case private e della reversibile del marito, aveva impegnato tutto il possibile, salvo la fede nuziale. Poi era finita in mano a uno strozzino, ora ricercato dalle forze dell’ordine. L’autore concludeva con qualche stronzata ritrita sulla crisi economica ed elogiava la moralità di un anonimo tassista che, venuto a conoscenza dei fatti, aveva sporto denuncia.

Il tassista finì il caffè e uscì in strada, lasciando il giornale in un angolo.

Da quando aveva smesso di fumare la giornata di lavoro sembrava più lunga.

Aveva rispolverato la vecchia abitudine di leggere per tirare avanti nelle pause tra una corsa e l’altra.

In giro faceva caldo, e la gente cominciava a camminare più volentieri. Questo, per lui, significava meno lavoro e più libri. In circostanze normali, la cosa avrebbe dovuto irritarlo, invece, in un giorno come quello, non gli dispiaceva affatto.

Tirò fuori il taxi e guidò fino allo spiazzo. Si mise in coda e accese il gps per segnalare l’inizio del turno. Non era frequente che gli toccasse attaccare prima dell’una il giorno dopo aver fatto il notturno, ma non era un problema.

A parte il mal di gola si sentiva bene: aveva fatto la cosa giusta.

Prima di prendere la decisione si era informato: anche i colleghi si ricordavano di quella ragazzina gracile e bruna, con i grandi occhi scuri sempre meno spaventati man mano che prendeva confidenza con i pusher della zona. Quella storia doveva finire.

Parcheggiò in terza posizione, inclinò leggermente lo schienale del sedile del passeggero, e tirò fuori il tascabile dal cruscotto. Era la riedizione di un romanzo francese letto un secolo prima. All’epoca non gli era piaciuto, e non era arrivato alla fine.

Ora la vedeva diversamente.

Mentre leggeva teneva l’autoradio spenta. Era al posteggio, e non avrebbe ricevuto segnalazioni sul gps; poi era in terza posizione, quindi poteva sperare in una buona ventina di minuti di pace.

«Arrivò a Auxerre sul tardi, si fermò in un hotel dando il nome di Georges Gaillard, mangiò male e dormì poco».

Sfilò la bottiglietta d’acqua ancora fresca dal portabibite e rovesciò un sorso sulla gola bruciante, senza smettere di leggere.

«Gerfault prese il metrò, cambiò alla gare de l’Est e scese a Opéra. Provava un gran piacere a ritrovarsi in città. Non ne aveva coscienza. Portava la borsa di tela di Carlo con la Beretta dentro e qualche vestito».

Un borghese qualunque che si libera di una banda di killer e -ne era sicuro, anche se mancava ancora una trentina di pagine alla fine- del loro mandante. Chissà poi se era possibile.

Restò seduto a leggere fino alle tre, poi fece un paio brevi corse verso il centro e lungo il fiume, e si fermò per una pausa.

Il telefono squillò; la ragazza della postazione numero quattro premette un tasto e il ronzio della linea si diffuse, lieve e disturbante, nel suo auricolare.

–Prontotaxi. Come posso esserle utile?– Era in servizio da poco, ma aveva già mandato a mente le formule di routine. La griglia di risposte che veniva fornita a tutti i neoassunti, quasi non le serviva più.

–Sì, salve,– era una voce maschile, un uomo poco oltre la trentina, calcolò, ma era inesperta, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–Avrei bisogno di un’informazione.

–Sì?

–Ieri sera uno dei vostri taxi mi ha portato a casa, in Corso Giulio Cesare… sa, stavo un po’ male e be’…– tentennava –be’, sì, avevo bevuto troppo, mi piacerebbe ringraziare l’autista. Sa, mi ha accompagnato fino in ascensore e, insomma volevo sapere se…– una pausa dalla durata perfetta. Finì nel momento in cui la ragazza espirava nel piccolo microfono. –Be’, se poteva darmi il suo nome. Se le è possibile risalirci.

–Non saprei,– disse –sa, di solito non diamo questo genere di informazioni,–  ma qualcosa in quella voce tentennante l’aveva convinta: stava già calcolando il modo più rapido per risalire al nome dell’autista.

L’uomo dall’altro lato attese. Ora non c’era più niente che potesse fare. Era solo un fatto di fortuna.

La ragazza scorse con un’occhiata i registri elettronici.

–Dove ha detto? Corso Giulio Cesare? Lei è fortunato. In serata ci sono state solo due corse, e le ha prese entrambe Corsini.

–Grazie, lei è davvero gentile.

–Maurizio Corsini. Vettura 2246.

–Grazie mille signorina. Un’ultima cortesia, non è che posso chiederle dove si trova ora, questo Corsini?

La centralinista si pentì di avergli dato il nome: sul momento aveva creduto di avere qualcosa da dimostrare, col fatto che era l’ultima arrivata e tutto il resto, ma nei modi dell’uomo c’era una curiosità che ora le sembrava sospetta.

Ma era sempre l’ultima arrivata, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–No, mi spiace, su questo non posso proprio aiutarla,– disse.

L’uomo riagganciò. Frugò nelle tasche dei pantaloni marroni di fustagno, assolutamente inadatti alla stagione, prese una sigaretta e la accese, poi estrasse il cellulare e compose a memoria il numero di un telefono fisso.

–Allora?

L’ufficio dall’altro lato del telefono era silenzioso e vuoto. Il silenzio d’attesa risuonava gonfio dei ronzii bassi del neon e del condizionatore.

–Maurizio Corsini.

-Dov’è?

-Non sono riuscito a saperlo.

–Ma che cazzo ce ne facciamo di un nome? Niente fotografie, non sappiamo dov’è, non abbiamo uno straccio di segnalazione…

In giro in cerca di Corsini c’era già una mezza dozzina di persone. Senza contare il giornalista.

E Corsini era nel posto più ovvio: Corso Vittorio, angolo Via Madama Cristina, fermo in seconda posizione nello spazio riservato alla sosta dei taxi.

Leggeva seduto sul sedile del passeggero per evitare l’intralcio del volante, il libro poggiato contro il vetro del finestrino. Ogni tanto gettava al marciapiede un’occhiata distratta: un irregolare flusso di passanti frettolosi, uomini e donne accaldati, le fronti già imperlate di sudore, che correvano trasportando buste di plastica da mercato, impazienti di rinchiudersi a casa, abbassare le tapparelle e sedersi nella penombra. Magari a godersi il condizionatore nuovo.

Era secondo in fila, ma erano solo le cinque, e gli sarebbe toccata qualche altra corsa prima di staccare.

Un uomo piuttosto malconcio ciondolava su e giù per il marciapiede guardandosi intorno con aria d’attesa. Portava logori pantaloni di velluto e due maglie di cotone infilate una sull’altra, come se, al momento di vestirsi, non si fosse accorto della temperatura, o non se ne fosse curato minimamente.

Lo conosceva da una vita, Tonin ‘lfieul, “il giovane”, che ormai tanto giovane non era: faceva su e giù per quel marciapiede da decenni. Gli sembrò che guardasse verso di lui e gli facesse un cenno.

-Posso chiedere a lei per l’aeroporto?- chiese un tizio in completo di lino e camicia scura. Portava una ventiquattrore di pelle nuova, la copia senza marchio né personalità di un ormai classico modello “The Bridge”.

-No, mi spiace, c’è prima il collega.- disse, ma nello stesso momento un secondo uomo fece un passo avanti e saltò sulla vettura in prima posizione.

-Fanculo- pensò. Mancavano poco più di 20 pagine alla fine del romanzo.

Si mise dietro al volante scavalcando il freno a mano, senza scendere dall’auto.

-All’aeroporto, allora?-

-Sì.-

In linea puramente teorica, oltre a tenere il conto della durata delle corse, il navigatore satellitare installato sulla sua Wolksvagen Touran bianca, avrebbe dovuto suggerirgli il percorso più breve, tenendo conto delle condizioni del traffico aggiornate in tempo reale.

Quel pomeriggio, secondo i calcoli del navigatore, l’itinerario più rapido verso l’aeroporto era lo stesso di sempre: Via della Rocca, Via Mazzini, Corso Cairoli, Lungo Po Diaz, Lungo Po Cadorna, Corso San Maurizio, Corso Regio Parco, Lungo Dora Savona, Ponte Bologna, Lungo Dora Firenze, Corso Giulio Cesare, Piazza Derna, Via Botticelli, Corso Grosseto e il Raccordo Autostradale 10. Il tempo di percorrenza stimato era di venticinque minuti.

In venti minuti erano arrivati appena in Corso San Maurizio. Sembrava che gli aggiornamenti del traffico non fossero esattamente in tempo reale.

Alle cinque e quarantasette la Wolksvagen era incolonnata all’imbocco di Corso Grosseto. Gli automobilisti di ritorno dal lavoro, fermi in coda, fumavano attraverso i finestrini aperti, incuranti del caldo.

L’aria bollente era tutto un rombare di clacson e motori sopra il ronzare più o meno basso delle autoradio.

Quindici minuti prima, il cellulare del passeggero aveva squillato, rompendo il silenzio dell’abitacolo. L’uomo si era limitato ad ascoltare. –Cambiamento di programma. Devo fare una piccola deviazione,- aveva detto, -Via Giachino 46.

Corsini vedeva la fine del turno allontanarsi sempre di più.

A quella velocità, “piccola deviazione” inclusa, poteva sperare di tornare a casa per le sette e mezza.

Ci vollero “solo” trentasei minuti ad arrivare sul posto. Le sei e ventitré minuti.

Via Giachino 46, come gli pareva di ricordare, era l’indirizzo di un pub. Ancora chiuso, a quell’ora improbabile, e in piena estate.

Di fronte alla palazzina bassa, non c’era nessuno.

Il passeggero estrasse la pistola dalla fondina ascellare, passò la canna tra lo schienale del sedile e il poggiatesta, e la premette alla base del collo dell’autista.

-Spegni il motore.

Il taxi si avvicinò lentamente al marciapiede. Con la canna incastrata a quel modo, c’era poco da fare: neppure una manovra  brusca sarebbe servita.

-Sfila le chiavi, apri e scendi.

Le sicure si sollevarono con uno scatto minaccioso; l’autista discese senza voltarsi.

Lo sportello posteriore si aprì e l’uomo scese con calma, la pistola ancora fissa nella mano destra.

-Chiavi,- disse, e allungò la sinistra.

-Furto?- si chiese Corsini, anche se, tecnicamente, il termine corretto sarebbe stato “rapina”. Ma l’uomo non aveva l’aria del ladro, o del rapinatore. Qual’era poi l’aria del ladro? E perché, invece di pensare ad una via di fuga, si concentrava su quei particolari?

Questo modo di fare, questo concentrarsi sui dettagli, perdendo di vista il quadro generale gli sembrò, improvvisamente, l’errore della sua vita: così si era ritrovato sposato e “vecchio”. Così si ritrovava ad avere due figlie. Così il taxi. Così il mutuo da pagare. Aveva mai veramente scelto qualcosa? In quel momento, gli pareva di no.

Il passeggero prese il mazzo di chiavi e lo scagliò lontano, sul basso e piatto tetto del locale.

Era un gesto inutile: ora lo avrebbe ucciso, Corsini ne era certo, ma non se ne spiegava il motivo.

Il tassista si era voltato, trovandosi faccia a faccia con l’uomo, per la prima volta.

Era una specie di piccolo gorilla, più basso di lui di almeno quindici centimetri, ma molto più grosso. Il petto quadrato tirava i bottoni della camicia elasticizzata, e lo spessore dei bicipiti sformava le maniche della giacca di lino.

Come avesse fatto a prenderlo per un qualunque uomo d’affari era un mistero.

Ma d’altra parte lui faceva il tassista, e della professione dei passeggeri non gliene era mai fregato niente.

Mica come certi colleghi, che sceglievano il notturno per offrire passaggi alle puttane sui viali, sperando (e spesso ottenendo) in cambio, rapide, sterili, prestazioni sui sedili posteriori. Comunque, quella era un eccezione. E poi stava continuando a divagare.

L’uomo ripose la pistola nella fondina ascellare.

Si avvicinò e lo colpì al volto con un corto diretto destro. Un buon colpo, per chi ama il genere “picchiatore”, pensò Corsini, ma non un colpo da pugile.

Tutto si aspettava, meno che una rissa.

-Kick boxing, savate, o qualche merda del genere- pensò.

-Il capo non ha gradito la denuncia.- Disse il gorilla.

-Denuncia? Allora è questo…- pensò, -vorranno mica ammazzarmi per così poco?-.

Tirò su le mani chiuse a coppa e si dispose ad una bella battuta, tentando di riparare il volto, e sperando che l’altro decidesse di picchiare al corpo.

I colpi ai fianchi lasciano meno segni e abbattono più in fretta: se si coprono i genitali e si esclude il rischio di rompersi le costole, le cose non possono andare poi così male. Basta un colpo, uno solo, al fegato, ai reni o alla bocca dello stomaco, e si finisce knockout: in questo sperava Corsini; e allora, forse, quell’uomo lo avrebbe lasciato stare.

Non aveva neanche in mente di reagire. Poi, vide arrivare un calcio circolare abbastanza forte da sfondargli il fianco. Lo sentì affondare nel fegato.

-Forse, tutto sommato, vogliono ammazzarmi di botte,- ricalcolò, ma ebbe almeno la prontezza di riflessi di afferrare la gamba tesa del suo aggressore. La bloccò sotto il braccio sinistro.

Incredibilmente respirava ancora. La fitta improvvisa al fegato non era stata sufficiente a stenderlo. Adrenalina pura.

Colpì il ginocchio disteso del suo aggressore con una gomitata obliqua e sentì la rotula che fuoriusciva dalla sua sede. Allora lasciò andare la gamba e colpì l’altro ginocchio con un calcio frontale sinistro. Mentre il nemico cadeva, tradito dalla gamba d’appoggio, Corsini sganciò l’anca, ruotò sulla punta del piede, e gli regalò un lungo diretto destro alla radice del naso.

Sapeva per esperienza che quel colpo faceva vedere le stelle.

Letteralmente.

Il setto del gorilla boccheggiante rispose con un clac -rumore di cartilagine spezzata- e le narici cominciarono a buttare sangue.

L’uomo era a terra, accartocciato su se stesso, le braccia strette intorno al ginocchio destro. Corsini gli rifilò due calci al costato. Di punta. Il secondo fece partire un colpo –inconvenienti delle fondine ascellari- e il tizio smise di muoversi. Una macchia di sangue scuro si allargò rapidamente sotto il suo corpo.

Il tassista non ci pensò un attimo: trasse di tasca il telefono cellulare e compose il 113.

Da quando un gancio sinistro gli aveva sfondato la mascella, aveva sempre ripensato al suo maestro di boxe tailandese con un misto di rispetto e sfiducia –a noi tassisti ci pagano a corse, e quello mi ha regalato cinque giorni di vacanza in ospedale, senza contare i trenta di minestre e passati…–; ora, per la prima volta, rivide con affetto il suo volto scavato e lucido. 

Al termine di quella tardiva rievocazione, si sentiva come un soldato di ritorno dalla prima missione. Cazzo, proprio lui che odiava gli eserciti ed era sempre stato ostile al concetto di autorità. Ma il paragone gli era venuto naturale.

Forse un giorno, a dispetto dei suoi gusti e della sua ritrovata superiorità morale, le sue ceneri sarebbero valse quanto quelle di tutti gli altri, ma per ora gli sembrava difficile crederlo.

-Grazie,- pensò, e si avviò, senza fretta, verso il taxi.

-Polizia?- disse una voce femminile arrochita dall’incontro tra caldo secco e sigarette, mentre Corsini si guardava intorno alla ricerca delle chiavi. Allora, quattro gomme a mescola morbida stridettero per una sterzata brusca sull’asfalto surriscaldato.

Un finestrino si abbassò alle sue spalle, e la canna di una pistola a tamburo fece capolino dall’abitacolo.

Il tamburo ruotò nell’ultimo sole con un riverbero, un bagliore luminoso da vecchio film, e il fischio degli pneumatici si chiuse con un rumore secco da detonazione.

Il tassista, impegnato in una rapida torsione del busto, crollò a terra esanime; il suo ultimo pensiero andò al revolver: dove cazzo credevano di essere, in un film western?

-Chiamate il capo, e ditegli che quello che si doveva fare è stato fatto,- disse l’uomo con la pistola richiudendo il finestrino.

L’abitacolo, invaso dall’odore di cordite, era fresco d’aria condizionata.

Intervista ad Andrea G. Colombo a cura di Valentino G. Colapinto

12 novembre 2010 by

cover_DIACONOLiberi di Scrivere intervista Andrea G. Colombo 

“Ho visto il futuro dell'horror italiano e si chiama Andrea G. Colombo.” Parafrasando Stephen King, potremmo così definire lo sfolgorante esordio costituito dal Diacono, un libro importante che dimostra quanto sia vivo e talentuoso l'horror letterario italiano. Ecco a voi “Libertini” un'intervista monstre (e poteva essere altrimenti?) all'Autore. Dieci domande dieci per metterlo sotto torchio. 

Grazie Andrea per aver accettato la nostra intervista; iniziamo con le presentazioni. Sei nato a Legnano nel 1968, hai praticato per molti anni arti marziali e da tempo sei uno dei più attivi promotori dell'horror sia letterario che cinematografico in Italia. Hai creato il primo sito web italiano dedicato, Horror.it, e sei stato l'ideatore e direttore del mensile Horror Mania e del suo cugino Thriller Mania. Hai già scritto numerosi racconti, ovviamente horror, e curato diverse antologie. Il Diacono è il tuo primo romanzo. Vuoi aggiungere altro?

Non senza il mio avvocato… Grazie per la bella introduzione, Valentino. Ho deciso che ogni volta che sarò giù di morale, ti chiederò di farmi un'intervista così mi tiri su subito! È strano per me essere intervistato: di solito le interviste le faccio io. Ora so come ci si sente. Una specie di esame a scuola. Posso partire con l'argomento a piacere? 

Dopo aver letto Il Diacono, la domanda sorge spontanea: credi nel Diavolo o in altre forze maligne soprannaturali? Sei cristiano? In ogni caso, immagino che l'Esorcista sia uno dei tuoi film preferiti.

Ci ho creduto ciecamente, finché non ho messo la parola “fine” in fondo al manoscritto. Non puoi pretendere di riuscire a sospendere l'incredulità del lettore, se tu per primo non ti metti in gioco. Per quasi due anni ho cercato di essere assolutamente ricettivo, ho alzato le antenne e ho lasciato che i personaggi del romanzo (dei sociopatici, lasciamelo dire) fossero per me reali, persone fisiche delle quali mi limitavo a raccontare la storia, senza inventare nulla. Molte delle scelte operate in corso d'opera sono state del tutto inaspettate e dettate solo dal susseguirsi degli eventi e dal profilo psicologico dei personaggi. In poche parole, sono stato un biografo, niente di più. 

Sul fatto che io creda o no nel diavolo, posso solo dirti che ho appena preso un micino tenerissimo, che adoro da morire: è nero, ha gli occhi gialli e l'ho chiamato Lucifero. I casi sono due: o sono un insidioso adoratore del demonio, o non me ne può fregare di meno… 

Del resto la Chiesa stessa non ha ancora deciso se credere o no a Satana. Gli insegnamenti ai sacerdoti sono all'insegna del razionalismo, e Satana è stato declassato allo status di allegoria delle umane debolezze. Che fine ingloriosa per il Principe delle Tenebre. Posso solo immaginare quanto starà rosicando. 

Detto questo, lasciami aggiungere che – a mio avviso – le tematiche affrontate dalla religione sono il materiale più interessante in assoluto per un autore di horror. Per me l'horror teologico/apocalittico è l'horror tout court, non faccio distinzioni. Parliamo di anima, di bene e male, di vita dopo la morte, di lotta per la salvezza del genere umano o della sua dannazione, di creature soprannaturali terrificanti, di metafisica, vita e morte… Si può chiedere di più? 

Com'è nato il personaggio del Diacono? In qualche misura ritieni che ti rispecchi?

Devo andare indietro di almeno venticinque anni. L'idea mi venne mentre ero in vacanza, sulla riviera romagnola. C'era un tempo schifosissimo, ma andai lo stesso in spiaggia: mi piacciono i temporali e vederli scatenarsi sul mare è uno spettacolo unico. I fulmini che scoccano tra un mare di piombo e il cielo di ardesia… i tuoni che ti vibrano dentro da tanto sono forti e vicini. Era uno scenario potente, esaltante e oscuro. Immaginai lì l'idea alla base del romanzo, la rivelazione finale. Per questo ne Il Diacono piove sempre. 

Sul come e perché mi venne quell'idea, però, non ho spiegazioni. Arrivò e basta. Spesso succede così. Davanti a quel mare in tempesta mi venne un pensiero lucido: “Cosa succederebbe se…” 

Da lì in poi ho continuato a modificare, aggiungere, ripensare, cancellare e rifare daccapo, ma non mi sentivo pronto ad affrontare l'impresa del romanzo. Così ho iniziato a scrivere e pubblicare racconti, considerandoli una palestra per arrivare ad acquisire la “resistenza” necessaria a calarmi nell'universo che avevo creato senza venirne spappolato. Non volevo sprecare l'occasione, così ho lavorato a testa bassa fino a quando decisi di testare il personaggio su Horror Mania. Dovetti modificare un po' di cose per renderlo più semplice e gestibile dai lettori, e non svelai mai il segreto custodito alla base della storia. Segreto che, ovviamente, nel romanzo diventa il fulcro centrale della vicenda. 

Ho aspettato che Horror Mania chiudesse, ho lasciato decantare un po' le cose e quando Paolo De Crescenzo mi ha convinto che era tempo di buttarsi, mi sono buttato. Ritengo che scrivere un romanzo debba essere un atto consapevole, e volevo che tutto fosse pronto per quello che considero un “evento” nella mia vita. Sapevo che scrivere questa storia mi avrebbe provato e così è stato. Però sono sopravvissuto ed è quello che conta, no? 

Riguardo alla seconda parte della tua domanda, credo che ci sia qualcosa di me in ogni personaggio. Magari solo un granello di sabbia, ma buoni o cattivi che siano, c'è. Forse io sono tutti loro, mentre nessuno di loro è me. Quindi, da oggi, puoi chiamarmi Legione.

Non è molto rassicurante come risposta, vero? Come puoi vedere, quando poco fa ti dicevo che scrivere Il Diacono mi ha provato, non scherzavo. 

Come scrive giustamente Paolo De Crescenzo nella prefazione al Diacono, hai uno stile molto cinematografico ed essenziale, privo sbavature e inutili fronzoli e degno di un autore maturo. Quali ritieni essere i tuoi modelli e maestri, se ce ne sono?

Certo che ce ne sono, e ce ne sono tanti, perché da ogni autore si può imparare qualcosa. Si deve leggere tantissimo, autori diversi e non solo autori tradotti. La maturazione di uno stile è un processo lungo e difficile; sono solo all'inizio del mio percorso, un viaggio che credo non debba finire mai, perché quando ci si ferma, quando si smette di studiare e imparare, allora tanto vale smettere. Tutti i grandi della narrativa horror e thriller contemporanea mi hanno dato qualcosa; chi in termini di stile, chi per il ritmo o per l'uso dei dialoghi, ma sto cercando di metabolizzare ogni spunto per proporlo seguendo la mia sensibilità, lasciando a briglia sciolta la mia creatività per ottenere un unico risultato: prendere alla gola il lettore sin dalla prima riga e non mollarlo finché non scrivo la parola fine.  

Non può esserci altro m
odo di scrivere per me. Impatto diretto, velocità e ritmo, nessuno sconto, nessuna censura, ma nemmeno nessun compiacimento per inutili scene di bassa macelleria. Per ottenere questo risultato, ne Il Diacono ho fatto diverse scelte “drastiche”. 

Mi piace rischiare. 

Sei uno dei maggiori esperti italiani di horror. Secondo te, è ancora possibile riuscire a spaventare un lettore smaliziato con un romanzo dell'orrore, dopo tutta l'abbuffata di splatter e horror più o meno estremo che abbiamo assimilato in questi decenni al cinema, in tv, nei fumetti e nei videogiochi?

Credo che la narrativa non possa né debba inseguire il cinema nello spavento della porta che sbatte o dell'urlo improvviso. Si possono usare come espedienti – non dico di no – aggiungono un pizzico di sale, ma non reggono la distanza. Il cinema ne fa largo uso, perché non ha i mezzi della narrativa, mentre nel romanzo – viceversa – non hai colonna sonora né gli effetti speciali: gli unici effetti speciali sono la testa dello scrittore e quella del lettore. Si lavora in coppia, quindi non puoi barare, né lasciare che la tua vanità ti porti a mostrare quanto sei bravo perdendoti per strada il lettore. Se si accorge che reciti, sei fottuto e si distrae.   

Per questo non amo i fronzoli, per questo detesto sentire la voce dell'autore. La lingua che si usa è importante. Mentre scrivo, io non esisto, ci sono solo loro, i miei personaggi. L'autore è un'inutile, noiosa zavorra; si deve levare di mezzo e lasciare che i personaggi volino, sfreccino come missili dritti al cervello e al cuore del lettore, o resteranno solo fantocci di carta. Quando in una pagina la voce dell'autore sovrasta quella dei personaggi, provo un senso di fastidio. La percentuale di libri che sto mollando a metà lettura a causa di questo vizio, si è alzata drasticamente.  

La narrativa horror, oggi, deve fare i conti con cinema e videogame: montagne russe emotive che svezzano i ragazzini, creando macchine da guerra pronte a tutto. Se non si capisce questo, se si va avanti a scrivere horror come lo si faceva venti o trent'anni fa, la scommessa è persa. Tanti saluti, game over. I meccanismi della paura sono sempre gli stessi, ma sono cambiate le modalità per metterle in atto e ne Il Diacono ho provato a forzarne i limiti.  

Credo che ci siano ancora margini per fare di peggio. Molto peggio. Vedremo col mio prossimo esperimento fin dove riuscirò a spingermi… 

Passiamo all'horror cinematografico. Non ritieni altresì che i film dell'orrore – troppe volte, purtroppo, stereotipati e indirizzati a una platea di teenager – siano stati forse superati in “orrore” dalla realtà stessa, vedi l'11 settembre, le decapitazioni in diretta tv o le torture praticate dall'esercito americano? Qual è il senso dell'horror oggi e a quali obiettivi deve puntare?

Come sostengo da qualche tempo, l'horror cinematografico è schiavo del fardello del budget, per questo campa di remake o di teen movies. Una stanza, due personaggi e tanto sangue finto. Questo è il film che viene fatto e rifatto all'infinito, cambiando dettagli e riscaldando la minestra. L'horror al cinema è una macchina per soldi, perché con poco realizzi un film che puoi vendere in tutto il mondo. Però non significa che se incassi tanto hai fatto un bel film… 

Poteva ancora funzionare nei gloriosi anni '80, ma per la miseria son passati trent'anni: quanti Evil Dead, Chainsaw Massacre, Venerdì 13 e Amityville dovremo rifare, prima di capire che non si può stiracchiare all'infinito lo stesso canovaccio? L'ultimo vero evento di cui abbia memoria è stato il The Ring di Gore Verbinski. 

L'errore madornale – più o meno incidentale – è stato quello di voler a tutti i costi proporre un horror sempre meno soprannaturale, sempre più concreto, ed è qui che iniziano i guai, perché sai che c'è? A me terrorizza di più un telegiornale che Saw. Saw mi diverte, il TG mi crea ansia.  

Non potrai mai sorpassare le nefandezze della realtà, perché da una parte c'è gente che muore davvero, dall'altra no. Facile e terribile al tempo stesso, non credi? 

Se la platea fa il tifo durante le torture degli sfigati di turno, come regista – mi spiace – ma hai fallito il tuo obiettivo. Stai mettendo in scena un Luna Park, non un horror movie. Solo che adesso si fanno film per far sghignazzare le platee… Io le voglio ammutolite dalla paura, agghiacciate di terrore, altro che sentire sgranocchiare il pop corn! 

Il caso Halloween è per me emblematico: il cult di Carpenter, nelle mani del pur capacissimo Rob Zombie, è diventato uno slasher qualsiasi. Troppe spiegazioni, troppe giustificazioni, troppa macelleria, poco coraggio. Occorre lasciare zone oscure, parlare di cose che non potremo mai spiegare, creare il disagio, non spiegarlo! Il mostro deve restare mostro e non me lo devi psicanalizzare, sennò diventa un disadattato qualsiasi e bruci tutto il fascino dell'ignoto. 

L'horror è buio e mistero, inspiegabile e sublime terrore. Se non lo capisci, se non lo accetti per quello che è, il thriller è il genere che fa per te allora. È un genere degno che funziona benissimo. Ma occorre decidere da che parte stare. 

Scendendo più nei particolari, preferisci l'horror viscerale e materialistico del torture porn (Hostel, Martyrs, À l'intérieur…) oppure quello più sottile e psicologico dell'estremo oriente (The Ring, The Grudge, Two Sisters…)?

Non amo i torture porn, perché mi annoiano. L'idea del primo Hostel era stimolante, ma il seguito mi ha deluso. Vedere una sequenza di morti, più o meno creative, non mi trascina. Mi disgusta, magari, mi disturba, ma non colpisce la mia immaginazione e io sono uno che si stufa in fretta. Sono film “bidimensionali”: se ti occupi solo del mio stomaco e non del mio cervello, non stai facendo bene quello che fai. Vorrei vedere più film come The Ring (quello USA), come quelli di Carpenter (su tutti Il Signore del Male), oppure L'Esorcista (il primo), L'avvocato del Diavolo, Angel Heart, 30 giorni di buio, Alien, Punto di non ritorno, Hellraiser… Chiedo troppo? 

Tra vampiri, licantropi, zombi, fantasmi o altro, qual è il tuo mostro preferito e perché?

Spettri. Sono gli unici di cui ho scritto tra quelli che hai nominato. 

I vampiri li hanno conciati davvero malissimo, poveracci. I Licantropi non hanno mai davvero avuto un vero pubblico; tornano fuori ogni tanto, ma non sono delle “star”. Al massimo dei comprimari. Gli zombi mi piacciono: conservano una loro integrità (a differenza dei vampiri), ma sono forse un po' troppo sfruttati. Mi sta piacendo The Walking Dead, mentre la saga di Resident Evil mi ha davvero esasperato. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari e non?

Un documentario per la TV sul cinema horror, poi una cosa che ha a che fare con gli zombi e che coinvolgerà molta gente (un progetto un po' strano, vedremo se e come si concretizzerà) e un nuovo romanzo. Quale sarà il romanzo a cui lavorerò di qui a qualche mese ancora non lo so. Ci sono tre trame che sgomitano: quella che mi convincerà di più, la p
iù definita che la spunterà nel momento in cui mi pruderanno i polpastrelli, vince. Tra queste, c'è anche il ritorno dei miei monaci… 

Un'ultima domanda, che è ormai diventata un vero e proprio tormentone: secondo te è Alien è un film fantascientifico o piuttosto horror? Motiva la tua scelta!

È un horror. L'horror non ha ambientazioni obbligate. È un parassita che infetta le realtà, deformandole. Per questo ci sono i western-horror, i fantasy-horror, ecc. ecc. 

La prova è che la stessa trama in un castello medioevale o in un ospedale abbandonato avrebbe funzionato ugualmente. L'astronave è del tutto accessoria. Solo un espediente scenografico. 

E poi Ripley va in giro in canottiera e si sa: se a un certo punto del film, c'è una ragazza mezza nuda o in canottiera, non ci sono santi. È un horror… 😉 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di L'assassino dentro di me di Jim Thompson a cura di Stefano Di Marino

10 novembre 2010 by

2Dove nasce il Male? Domanda ineludibile di fronte alle migliori opere ‘noir’. Già… ogni volta che prendo in mano un romanzo di Jim Thompson mi dico ‘Questo è senz’altro il migliore’, eppure, ogni volta, che  ne inizio un altro mi devo ricredere. Di certo questo The killer Inside Me da cui è tratto il film di Michael Winterbottom con Casey  Affleck, Jessica Alba e Kate Hudson non risparmia colpi allo stomaco. Sono anche curioso di vedere il lavoro di adattamento del veterano  John  Curran perché non è un testo facile da portare sullo schermo. La voce narrante  qui, più che in altri romanzi, non è solo cifra stilistica ma parte integrante dello svolgimento del plot. Il romanzo in sé è già uno shock, soprattutto se pensiamo che fu pubblicato nel 1952. Un’America rurale, per certi versi retrograda al confine tra l’era moderna e quella del Wild West. Central City, fondata nel 1870 è, a tutti gli effetti, una città del West e il suo sceriffo, Lou Ford, è il frutto di quell’America che ha costruito se stessa con una facciata di perbenismo, torta di mele e bandierone a stelle e strisce ma cela un animo selvaggio. Questa, più che la trama gialla in sé; è  la lama che  Thompson rigira così bene nelle menti dei lettori. Può sembrare bizzarro ma l’identificazione con la parte oscura di Lou, i suoi segreti, i suoi obiettivi e i mezzi per realizzarli diventa quasi istantanea. Sembra che a ogni pagina, a ogni virgola ammicchi e chieda la tua complicità. Manipolandoti come fa  (o cerca di fare?) con coloro che gli stanno intorno. Forse perché ha delle ragioni. Forse perché la sua è una malattia. Forse perché, nella complessa trama di dark lady, di uomini di legge, disgraziati, arroganti, ingenue e perfide fidanzate di gente vera  insomma, il lato più spietato di Lou ha un risvolto  sinistramente vicino a quello di chi legge. Un mondo senza speranze? E   quando mai ne ha avute? Come a un fatale appuntamento cui si va con i soldi in tasca e la speranza di poter rimettere a posto le cose con un trucco e poi ti accorgi che in trappola ci sei finito tu, in qualche modo, speri sempre che la storia svolti in una direzione consolatoria. Ma non è così. Non sarebbe Thompson. Non sarebbe il ‘miglior nero’ di un  autore maledetto che ogni volta si gioca di te perché il suo ‘miglior nero’ è quello che stai leggendo. Cominciate da questo per scoprirlo.

James Myers Thompson, detto Jim (Anadarko, 27 settembre 1906 – Hollywood, 7 aprile 1977), è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense di genere noir.
Thompson deve la sua fama principalmente ai romanzi. Ne ha scritti più di trenta, molti dei quali nel suo periodo più prolifico, dalla fine degli anni quaranta alla metà degli anni cinquanta. Poco apprezzato in vita, la sua statura di autore cresce negli anni ottanta con le riedizioni dei suoi romanzi per la casa editrice Black Lizard.
I personaggi che popolano i libri di Thompson sono truffatori, perdenti, psicopatici; alcuni di questi vivono ai margini della società, altri vi sono perfettamente inseriti. La visione nichilista dell’autore è quasi sempre espressa da una narrazione in prima persona; la profondità della sua comprensione degli abissi della follia criminale è quasi spaventosa. Difficile trovare personaggi “buoni”, nei suoi libri: anche quelli apparentemente più innocui mascherano egoismo, opportunismo e vizio. (Fonte Wikipedia).

:: Recensione di Il Paradiso degli Orchi di Daniel Pennac a cura di Diego Di Dio

9 novembre 2010 by


IL PARADISO DEGLI ORCHI (di Daniel Pennac)


“Il paradiso degli orchi” è il primo romanzo di quelli dedicati a Malausséne da Daniel Pennac. Il protagonista, Malaussène appunto, di mestiere fa il “capro espiatorio” ai Grandi Magazzini. Il suo compito è quello di muovere a compassione i clienti che sono rimasti scontenti e indurli, con occhioni lucidi e false storie stucchevoli, a ritirare reclami e denunce. E quindi evitare guai per sé, per i suoi superiori, per i Grandi Magazzini.

Malaussène vive in una famiglia assurda: niente papà, la mamma sempre via per fughe d’amore, e una pletora di fratelli e sorelle che più strani non si potrebbe: dalla veggente sensitiva alla fotografa, dal fratellino genio e pestifero al Piccoli con i suoi incubi natalizi.


Ma la storia, inaspettatamente, si tinge di giallo, quando una bomba esplode ai Grandi Magazzini. Pennac, da questo punto in poi, è un maestro a nascondere, dietro la burla familiare e l’ironia del protagonista, quella che è una vera e propria trama thriller.


Le esplosioni si susseguono e crescono, per un motivo o per un altro, i sospetti sul povero Malaussène.


Il libro scorre bene. È ironico, sagace, a tratti sorprendente. In sporadiche occasioni, l’autore si fa prendere un po’ troppo la mano dal suo atipico modo di scrivere, pieno zeppo di parentesi, divagazioni e subordinate, ma “Il paradiso degli orchi” resta un vero gioiello. Sui generis, senz’altro. Ma sempre un gioiello.


Stefano Benni definisce Daniel Pennac “un talento fuori dalle scuole”. Mai definizione è stata tanto azzeccata.

:: Intervista con Cristiana Danila Formetta a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2010 by

Benvenuta Cristiana su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Sei nata a Salerno nel 1972, sei una blogger e una scrittrice di narrativa noir ed erotica, ami la musica rock e il cinema, sei amante della cultura fetish. Descriviti ai nostri lettori: pregi e difetti.

Pregi e difetti? Diciamo che sono una persona dotata di una forte etica, per mezzo della quale tengo a bada una innata immoralità. Per il resto sono una persona ordinaria, con una grande passione per la tecnologia. Mi conquista di più l’ultimo modello di processore che un paio di Loboutin, e da tempo ho messo in disparte i miei CD per fare spazio agli hard disk rimovibili pieni di mp3. Insomma, sono una feticista dell’high tech, anche se per prendere appunti per i miei libri uso ancora carta e penna.

Sei approdata alla scrittura quasi per caso partecipando ad un concorso letterario della casa editrice Transeuropa. Come è iniziato il tuo amore per la scrittura?

Il mio amore per la scrittura è una conseguenza del mio amore per la lettura, e questo lo devo a mio padre. È stato lui a mettermi tra le mani il primo libro, quando avevo sei anni. Penso l’abbia fatto perché mi annoiavo e piangevo, e così sperava di distrarmi e farmi stare zitta almeno per un quarto d’ora. Invece ha creato un mostro, perché da quel giorno io ho cominciato a leggere tutto quello che trovavo per casa, dai vecchi libri di Liala di mia madre, ai fumetti di Diabolik che mio zio ogni tanto dimenticava a casa nostra, fino ai libri gialli, che mi piacevano tanto anche se ero troppo piccola per capirli. Per fortuna papà è sempre stato poco attento alla mia educazione, così ho letto praticamente di tutto, senza filtri o censure. E quando a casa sono terminati i libri da leggere, ho cominciato a scrivere io stessa delle storie, su quaderni che etichettavo meticolosamente, suddividendoli per annate, con un ordine maniacale che hanno in comune solo due categorie di persone: gli scrittori e i sociopatici.

L’incontro con lo scrittore inglese Maxim Jakubowski segna una svolta nella tua produzione artistica. Vuoi raccontarci come l’ hai conosciuto, in che modo ti ha affascinato da cambiare così radicalmente il tuo concetto di arte e letteratura?

La scrittura erotica è un tipo di narrativa tra i più difficili da portare avanti, nonostante i preconcetti e la diffidenza che il genere attira su di sé, specialmente qui in Italia. Nell’erotica, più che nel noir o in altri settori, bisogna saper dominare la scrittura, tenerla quasi sottotono, senza mai forzare i caratteri o le situazioni. Un solo errore, e l’erotismo scade in pornografia.

In questo senso, l’incontro con Maxim è stato fondamentale perché lui mi ha insegnato la differenza tra erotismo e pornografia, una differenza che consiste sostanzialmente nella presenza o nell’assenza di una pretesa artistica, qui intesa come la capacità di suscitare emozioni ed empatia nel lettore.

Quando scrivo un libro, comincio col fare uno schema dei personaggi, successivamente racconto cosa fanno e cosa pensano, rivelo cosa sentono e do loro una vita che va al di là della camera da letto. Così anche in una scena di puro sesso, il lettore sarà comunque consapevole che i personaggi sono persone, o che avrebbero potuto esserlo, fuori dal libro. Invece nel racconto pornografico non c’è nemmeno un indizio di rapporto tra i personaggi. Non c’è empatia, non c’è un motivo preciso che giustifichi la loro esistenza, eccetto il sesso. Così il loro agire non ha finalità artistiche ma rappresenta solo un mero aiuto alla masturbazione.

Perché secondo te parlare di sesso crea ancora scandalo, quando il vero scandalo dovrebbe essere la guerra, la miseria, le notizie tragiche con cui i media ci bombardano ogni giorno, propagandando un vero e proprio voyeurismo dell’orrore?

Davvero i media ci bombardano con notizie sulla guerra e sulla miseria? A me non sembra, anzi penso che la maggior parte dei TG sia più interessata all’ultimo paio di mutande indossate da Belen che ai morti in Afghanistan o alle leggi ad personam promulgate un giorno sì e l’altro pure. A dire la verità, oggigiorno non fa scandalo né il sesso, né la morte. Siamo abituati a tutto e pronti al peggio, alle carneficine come al bunga bunga. Al massimo, queste cose destano curiosità. Solo quando il sesso e la morte sono collegate, scatta quello che tu chiami voyeurismo dell’orrore, che viene comunque opportunamente indirizzato a favorire un più alto indice di ascolto, come testimonia il caso di Sarah Scazzi.

Perché hai scritto Fetish Sex edito da L’orecchio di Van Gogh ? Quale è stata la tua motivazione principale?

Ero molto stanca di come i mass media continuavano (e continuano) a proporre il mondo fetish, come se i feticisti fossero fenomeni da baraccone da mostrare alle telecamere mentre vengono portati a spasso al guinzaglio, quando queste cose sono out anche nelle peggiori discoteche di Riccione. Per questo motivo, Fetish Sex racconta invece di persone normali, perfetti vicini di casa svelati in otto storie ispirate ad otto diversi feticismi, dal sadomaso allo spanking, dal bondage alla cura ossessiva del corpo. Storie molto diverse tra di loro, ma tutte calate nel quotidiano di una tranquilla vita borghese. In tal caso, un libro come Fetish Sex funziona come il buco della serratura che ci permette di sbirciare dentro otto vite diverse e solo all’apparenza anonime.

Www.cooletto.com . Ce ne vuoi parlare?

l blog di Cooletto fa parte del network di IsayBlog, ed è insieme la mia passione e il mio lavoro. È un blog erotico, ma non solo. Lo ritengo una mosca bianca nel panorama dell’eros online, innanzitutto perché la redazione è composta da sole donne, e poi perché dedichiamo ampio spazio alla cultura erotica, alla moda sexy, al burlesque e alla letteratura piccante, con un approccio intelligente al fetish e al BDSM. Insomma, Cooletto è una piccante fonte di ispirazione per uomini e donne che vogliono rompere le regole e sperimentare una sessualità creativa e più appagante.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Al linguaggio trasgressivo preferisco il sentimento trasgressivo. Di conseguenza, l’amore resta la trasgressione più genuina e autentica.

Sei femminista? Se si, ha ancora un senso ai nostri giorni nell’arte considerare categorie separate quella maschile e femminile. O quello che conta è l’individualità dei singoli individui, dei singoli artisti?

Non mi considero una femminista, preferisco evitare le categorie e pensare a me stessa come un individuo che fa le sue scelte, anche letterarie, e che per queste merita rispetto. Sono per l’individualità delle persone e degli scrittori e/o artisti, anzi rifiuto la distinzione di certa critica tra scrittura femminile e scrittura maschile. Che significano oggi queste categorie? C’è solo buona scrittura e cattiva scrittura, il resto è fuffa.

Una persona, un profumo, un atteggiamento cosa deve avere per essere sensuale?

La prima cosa che vedo in un uomo è il sorriso. Trovo che una bella risata sia estremamente seducente, specie se esce dalle labbra di un gran figlio di puttana. Ai profumi invece preferisco l’odore della pelle al naturale.

Cosa fa secondo te naufragare l’erotismo in perversione?

L’erotismo sottintende un’unità di intenti che rafforza la solidità della coppia. Quando il desiderio sessuale non è condiviso da entrambi i partner, allora l’erotismo si mescola alla prevaricazione, e di conseguenza non ha più la funzione di avvicinarci all’oggetto amato ma al contrario ci allontana da esso, trasformando il normale rapporto di coppia in una relazione perversa.

L’esibizione del corpo sia femminile che maschile nudo ha per molti connotazioni pornografiche; cosa lo trasforma in arte?

L’assenza di malizia nell’occhio di chi guarda.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

Assolutamente no, oggi le donne parlano di orgasmo, anzi di diritto all’orgasmo, con la stessa nonchalanche con cui chiedono al salumiere un etto di prosciutto crudo. Con la differenza che un etto di crudo dura molto di più.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade . Anche tu hai agito in questo modo?

Per carità, sono troppo poco intelligente per raccogliere sfide più grandi di me.

Amore e morte, un binomio spesso presente in molte opere letterarie, che puoi dirmi al riguardo?

L’amore porta sempre con sé delle forze oscure. Quanto più è grande e violento è il sentimento, tanto più si fa palese la fragilità della vita, perché l’amore è una tempesta che destabilizza i nostri valori convenzionali. Penso alle dark lady, alle donne fatali della letteratura americana che portano solo guai a chi ha la sfortuna di innamorarsene. Ma soprattutto penso all’italianissima Fosca raccontata da Iginio Tarchetti. Una donna brutta e malata, ma capace di una fascinazione quasi morbosa con la quale trascinerà poi il suo amato nella tomba. Una figura tragica che riunisce in sé i germi dell’amore e quelli della morte, proprio come le donne vampiro dell’epoca vittoriana.

Definiscimi il concetto di libertà.

Libertà vuol dire pensare, agire, e amare senza costrizioni e senza sensi di colpa. Perché solo così sei una persona e non un pupazzo.

E per finire parlami del libro a cui stai lavorando in questo momento e se puoi raccontaci anche i tuoi progetti per il futuro.

A fine gennaio uscirà per l’editrice Pendragon “Sesso senza vie di mezzo”, una guida di seduzione e insieme un manuale dove elenco tutti i pro e i contro di una relazione bollente, ma spiegati in una maniera ironica e molto divertente. Nel frattempo ho rip
reso un vecchio romanzo che avevo nel cassetto, e che spero di finire entro l’anno.

:: Recensione di Il professionista: Morte senza volto di Stephen Gunn (Mondadori Segretissimo 2010) a cura di Giulietta Iannone

8 novembre 2010 by

Morte senza voltoChance Renard è tornato su Segretissimo, la collana della Mondadori dedicata alla spy story e all’action thriller, dai primi di novembre in tutte le edicole in Il professionista: Morte senza volto, nuovo romanzo di Stefano Di Marino, per la precisione il 29° dedicato al Professionista, firmato con lo pseudonimo di Stephen Gunn. La spy story non è mai stata così dura, cattiva, senza regole. L’azione riprende dove terminava Guerre segrete, episodio uscito questa estate in Supersegretissimo speciale che la Mondadori ha dedicato ai 15 anni del Professionista, e vede il nostro eroe alle prese con nuovi nemici sempre più spietati, feroci, inesorabili. Ma anche Chance non scherza, è pronto a sporcarsi le mani assieme ai suoi fidati alleati e alla bellissima Antonia Lake, personaggio femminile decisamente originale rispetto alle eroine dei romanzi di genere in un certo senso vicina all’affascinante killer Nikita di Besson, nata nella saga di Vlad apparsa su Segretissimo dove Di Marino si firmava con lo pseudonimo di Xavier LeNormand. Di Marino, pur proseguendo una tradizione consolidata e cara a tutta la spy story classica a partire dal fortunato James Bond di Fleminghiana memoria dove agenti segreti affascinanti, in smoking elegantissimi,  sempre intenti a sorseggiare Vodka Martini agitati non mescolati, pieni di gadget avveniristici scorrazzavano su auto di lusso con neanche un capello fuori posto, ci mette del suo e sporca l’eroe di umane debolezze rendendolo non un cliché ma un uomo in carne ed ossa, che invecchia, che sanguina se ferito, che piange gli amici morti, non comprimari senza importanza che svaniscono meccanicamente senza lasciare traccia, che mantiene una moralità e una triste melanconia episodio dopo episodio e forse questo è il segreto che ha fatto entrare Chance Renard nell’immaginario collettivo, facendone uno dei personaggi di thriller più amati dal pubblico italiano. O forse c’è dell’altro, individuabile in quel tocco di esotismo che nasce dal profondo amore di Di Marino per l’Oriente, amore non nato unicamente dai libri, dai film, dai fumetti ma vissuto in prima persona in lunghi viaggi che l’ hanno portato a conoscere bene una realtà che traspare con vivido realismo dai suoi libri in cui l’ambientazione è precisa e documentata e non improvvisata. L’amore per l’azione, aggiunto poi ad una sana sensualità ci dona quel valore aggiunto che riporta l’avventura in primo piano facendo del prolifico scrittore milanese un maestro del genere da cui molti giovani hanno imparato lezioni fondamentali sull’arte della scrittura. Ultimo ma non meno importante è la precisa padronanza delle scene d’azione in cui ogni colpo, ogni mossa è sincronizzata e realistica come in un autentico combattimento dettagli che non possono sfuggire agli appassionati del genere e che lo pongono ad anni luce da molti autori anche stranieri. E poi Chance Renard è Stefano Di Marino, mai simbiosi tra autore e personaggio è mai stata così completa e profonda. Che dire d’altro, Chance Renard è tornato e vi aspetta in edicola, non fatelo aspettare che potrebbe arrabbiarsi.

In appendice il racconto “Requiem del coccodrillo” di Serena Bertogliatti.

Stephen Gunn  Il Professionista: Morte senza volto. Segretissimo, novembre 2010. Euro 4,50. In edicola.

Intervista a Manel Loureiro a cura di Valentino G. Colapinto (traduzione di Andrea Scatena)

8 novembre 2010 by

loureiroLiberi di Scrivere intervista Manel Loureiro

Manel Loureiro (Pontevedra, 1975) è un avvocato, giornalista e scrittore galiziano. Il suo primo romanzo, “Apocalisse Z” (2008), che racconta un’epidemia di zombi in Galizia, è diventato un caso editoriale e da qualche giorno è arrivato anche nelle nostre librerie. Questa è la prima intervista che Loureiro concede alla stampa italiana.

Negli ultimi tempi gli zombi sono tornati di gran moda, come negli anni ’80 per intenderci. Questa tendenza è cominciata dai videogiochi (Resident Evil per primo) e in seguito ha raggiunto anche il cinema (a partire dal film di Resident Evil e 28 giorni dopo) e la tv (Dead Set e The Walking Dead), permettendo tra l’altro a George Romero di proseguire la sua trilogia. Adesso sembra arrivato il momento della letteratura con successi come “Orgoglio e pregiudizio e zombie” di Seth Grahame-Smith e il suo Apocalisse Z. A cosa pensa sia dovuto questo revival in grande stile dei morti viventi?

In effetti, gli zombi (o morti viventi) non sono mai andati fuori moda. È un genere a parte, ma finora è sempre stato visto come un genere minore, underground e destinato a un pubblico di nicchia. Ma da qualche anno (forse meno di dieci anni), gli zombi sono esplosi e adesso sono mainstream. Stanno diventando un prodotto di massa, perché sono stati ormai accettati come creature della cultura popolare. Finalmente, gli zombi si sono liberati dalla maledizione delle produzioni di serie B. Oggi la gente ama essere spaventata dai morti viventi.

È successo lo stesso per i vampiri anni addietro. All’inizio le storie di succhiasangue interessavano solo un piccolo pubblico di amanti del gotico. Erano viste come qualcosa di stravagante e particolare. Poi è arrivata Anne Rice con i suoi romanzi e, dopo questi, i film tratti dai romanzi e i vampiri sono divenuti mainstream. Infine abbiamo avuto Twilight, dove i non morti dei Carpazi, gotici e tormentati, sono diventati teenager innamorati che brillano alla luce del sole. La mia opinione è che, nel tempo, i personaggi immaginari si evolvono e vengono trasformati per raggiungere una platea maggiore, ma talvolta queste metamorfosi sono molto bizzarre.

Ora è il tempo dei Morti Viventi. Finalmente sono entrati nell’immaginazione collettiva. Ma stavolta sono così forti, che resta solo da vedere dove ci porteranno. Nel frattempo ci stiamo godendo le migliore storie di zombi di sempre (per es. The Walking Dead o 28 giorni dopo). 

A partire dal successo planetario di Twilight siamo stati sommersi da romanzi di vampiri di più o meno dubbia qualità. Vampiri, licantropi o gli stessi angeli sono diventati protagonisti di storie romantiche, stile Harmony. Cosa ne pensa di questa trasformazione dell’horror classico in paranormal romance? Gli zombi potrebbero costituire un sano antidoto contro i vampiri effeminati e bellocci degli ultimi tempi?

Certo, sono la loro antitesi. Paragonati a vampiri o angeli, esseri affascinanti e decadenti, gli zombi sono mostri molto diversi. Non sono belli né intelligenti, non sono veloci né volano, non sono ben vestiti né seducono; in effetti, sono goffi e hanno un aspetto repellente, ma sono anche i mostri definitivi, perché sono gli unici che non possono essere sconfitti.

Pensateci. Un vampiro può essere eliminato trapassandolo con un paletto, un licantropo con una pallottola d’argento, ma non c’è niente che possa fermare un’epidemia di zombi. Niente. Puoi ucciderne uno, ucciderne dieci, ucciderne un migliaio. Ma loro continueranno ad arrivare a migliaia, ventiquattro ore su ventiquattro, 365 giorni l’anno. Sono invincibili e instancabili. Ed è proprio questo che li rende così spaventosi e così attraenti: sono imbattibili.

Inoltre, i morti viventi non sono degli stravaganti, come i vampiri, che appartengono a un gruppo elitario. Gli zombi sono gente comune. ESSI sono NOI. Chiunque può essere uno di loro, se è poco fortunato. E questo è realmente terrificante. 

Una delle cose più intriganti del suo romanzo è sicuramente l’ambientazione. Siamo di solito abituati a vedere vagare gli zombi per le metropoli americane, non per i vicoli dei paesi galiziani. Com’è nata l’ispirazione per il suo romanzo? Immagino che i morti viventi abbiano turbato spesso i suoi sogni di bambino e adolescente…

Sì, naturalmente! La “Notte dei Morti Viventi” di Romero fu uno dei primi film che mi spaventò davvero. Avevo otto anni e vidi il film alla tv, senza i miei genitori, dopodiché ebbi gli incubi per settimane.

L’idea di situare la storia di Apocalisse Z in Europa ha il suo perché. Siamo abituati a vedere questo genere di storie da un punto di vista americano. Il protagonista è sempre uno yankee che vive alla periferia di New York, Atlanta o qualche altra metropoli d’oltreoceano. Ovviamente è bello, intelligente e atletico; guida ogni genere di veicolo; ha un intero arsenale di armi a sua disposizione e non ha mai paura.

Tutto ciò è inverosimile. Le persone reali non sono così. La gente è maldestra, impaurita, fa errori. E in Europa quasi nessuno ha una pistola sotto il cuscino. Volevo raccontare una storia che fosse quanto più vicina possibile alla realtà. Se cominciasse un’epidemia zombi, come reagirebbe una persona vera? Che cosa succederebbe nei sobborghi di Genova, Roma o Madrid? Questa era la storia che volevo raccontare, quasi come se fosse un documentario. 

Apocalisse Z diventerà il primo capitolo di una trilogia, dopo il seguito “Los Días Oscuros”? Ci può anticipare qualche altro suo progetto?

Sì, proprio adesso sto finendo l’ultimo volume della trilogia, dove – guarda caso – ci sono un sacco di personaggi italiani. Nel mondo di Apocalisse Z molti sopravvissuti parlano italiano! 

Un’ultima domanda: quali sono gli scrittori che ammira di più? C’è tra loro qualche italiano?

Naturalmente Stephen King è uno dei miei scrittori preferiti. Anche Collen MacCullough (probabilmente una delle migliori scrittrici viventi: la sua serie su Roma è formidabile), Juan Gomez-Jurado e pure parecchi italiani! Umberto Eco, Paolo Giordano, Roberto Saviano, Rita Monaldi e Francesco Sorti (autori del caso editoriale “Imprimatur”, da noi ormai introvabile causa boicottaggio del Vaticano, N.d.T.). 

Valentino G. Colapinto