:: Recensione di Non fare la cosa giusta di Alessandro Berselli a cura di Stefano Di Marino

30 novembre 2010 by

Berselli-non_fare_la_cosa_giustaNON FARE LA COSA GIUSTA-di Alessandro Berselli- Perdisapop 15,euro
Stefano Di  Marino
 
C’è qualcosa di ognuno di noi in Claudio Roveri come c’era sicuramente qualcosa di Luca Parmeggiani in ognuno di noi. Dunque tutti kattivi? Parrebbe di sì, se non ci fosse comunque una luce che se non giustifica almeno ci fa fare il tifo per i personaggi di Alessandro Berselli giunto con Non fare la cosa giusta a una piena maturità di narratore sia sotto il profilo contenutistico che stilistico.  Finalmente non è un romanzo che si traveste da noir. E' una storia. C’è morte, ci sono tradimenti, ci sono persone (molto) cattive ma questo accade in tantissimi romanzi senza che per venderli si debba per forza attaccargli un’etichetta. L’interesse di  Berselli è quello di raccontare un disagio, portato più o meno consapevolmente dal protagonista alle estreme conseguenze. Una narrazione impeccabile, due parti che si fondono come nel simbolo Yin e Yang con ciascuna una fettina dell’altra. Claudio Roveri conduce una vita apparentemente di successo. Invece cova disagio e desiderio di rivalsa. Un cattivo maestro gli indica una strada che, però, crediamo avrebbe imboccato ugualmente. E quando la mancata risposta a una telefonata lo proietta in una voragine reagisce con ferocia. Soprattutto verso se stesso. Resta una domanda: se avesse risposto a quella maledetta telefonata sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di no… Il male è lì,che aspetta nel buio come in una giornata di sole. Per quanto uno faccia c’è sempre un diavolo che ti tira giù dalla montagna. Grande Ale!

:: Intervista con Claudia Salvatori a cura di Giulietta Iannone

29 novembre 2010 by

Claudia SalvatoriBenvenuta Claudia su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. La prima domanda per tradizione è riservata alle presentazioni. Sei nata a Genova nel 1954, sei una scrittrice e sceneggiatrice per cinema e fumetti. Hai pubblicato numerosi romanzi dal giallo al noir in collane come il Giallo Mondadori e Segretissimo Mondadori, e con editori come Marco Tropea Editore, Alacran. Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quando per la prima volta hai preso carta e penna e ti sei detta da grande voglio fare la scrittrice?

Non me lo ricordo. Dovevo avere tredici anni, ma dalla primissima infanzia mi rendevo conto che la realtà che mi circondava non mi piaceva, e occorreva far qualcosa per correggerla, a livello simbolico, non potendo fare una vera rivoluzione.

Raccontaci i tuoi esordi, la tua strada per la pubblicazione?

Inizio con uno studio di fumetti genovese, Staff di If, a circa 24 anni (era il ‘79) e vittoria al premio Tedeschi nell’85. Il resto è venuto dopo, con molta lentezza.

C’è qualcuno che ti aiutato all’inizio della tua carriera anche solo con consigli, incoraggiamenti che ti va di ringraziare?

No, nessuno. Negli anni ‘80 non c’era tutta questa socializzazione sulla scrittura, né scuole né blog su Internet né occasioni per agganciare altri scrittori e proporsi. Ricordo che gli scrittori pubblicati vivevano ancora nel loro mistero, e apparivano in pubblico raramente. Mio marito mi è stato vicino, soltanto lui. Ho cominciato ad avere amici negli ambienti letterari dagli anni ‘90.

Hai fatto parte per Mondadori della famosa Legione Straniera composta da scrittori come Sergio Altieri, Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino e Giancarlo Narciso che parla di te come di una scrittrice raffinata e versatile. Come è stato collaborare in un universo così prevalentemente maschile?

Non ho problemi con l’universo maschile, ma con quello femminile. Tutti hanno problemi con l’universo femminile, donne incluse, ma non lo sanno o non si vuole parlarne.

Ami le storie maledette, prediligi un thriller tendente all’ horror, molto visivo, di forte impatto, in cui analizzi le radici oscure del male. Non ti fa un po’ paura? Cos’è la paura per te? 

La paura per me è quello che può arrivare a fare la gente.  Tutto quello che passa attraverso l’immaginario ben controllato e orchestrato è puro piacere.

Hai collaborato con Disney Italia scrivendo numerosissime storie con protagonisti Topolino, Paperino, Nonna papera. Che esperienza è stata? Chi ti aiutava a trovare l’ispirazione?

Il ricordo delle letture infantili e il tipo di magia e affabulazione, le impressioni forti che si provano in quegli anni. E’ stato un ricalco di fantasie infantili.

In questo periodo si parla molto della morte del noir, del post noir. Pensi che sia possibile? E’ una provocazione o c’è un fondo di verità?

Penso che il noir (che io non ho mai scritto) sia stato lo snobismo di punta della rivendicazione dei generi letterari, come dire che è come fare mainstream (prodotto di alto valore artistico). E’ servito per recuperare il senso della narratività genuina e sorgiva dopo decenni di sterile letteratura mainstream.  Occorrerebbe andare oltre, adesso.

Collabori come giornalista e articolista con diverse riviste come Max, Donna moderna, ConfidenzeAmica. Come hai iniziato?

Non sono collaborazioni continuative che durano da sempre. Alcune sono state occasionali, altre sono durate un anno o due. In genere mi chiedono i racconti, sia per riviste che per antologie.

Progetti per il futuro?

Un secondo romanzo di Roma in lavorazione e poi un romanzo mainstream.

:: Recensione di Cavallo Pazzo e altri cani sciolti", firmato dal collettivo Alba Cienfuegos.

27 novembre 2010 by

CAVALLO PAZZO E ALTRI CANI SCIOLTI, periferie milanesi per una casa editrice ferrarese

estetica_autonoma_1L'officina culturale LineaBN Edizioni di Ferrara mette insieme i suoi autori di spicco e stampa "Eri tutto lungo. Cavallo Pazzo e altri cani sciolti", firmato dal collettivo Alba Cienfuegos. Il romanzo, un'intensa opera corale ambientata durante la fine degli anni '70, un periodo fondamentale della nostra storia più recente, è un tracciato crudo, a volte incantato, sulla realtà della periferia milanese. Siamo nel giugno del 1978 durante una manifestazione antifascista. Nel caos, con un gesto estremo, un ragazzo lancia una molotov all’interno di un blindato della polizia. Da qui prende il via la storia, a ritroso, di un gruppo di giovanissimi, una storia che li vede vivere insieme nel quartiere della Barona, combattere per i propri ideali, confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, ritagliarsi i propri spazi, affrontare le illusioni e le disillusioni di quel periodo di lotta e di cambiamenti. Rispetto ai tanti libri scritti sul movimento del '77, "Eri tutto lungo. Cavallo Pazzo e altri cani sciolti" ha il pregio di raccontare quegli anni ignorando completamente il punto di vista dei vari “leaderini” (fra tutti basti pensare al Philopat de “La Banda Bellini” rivisitazione edonistica del celebre gruppo milanese o i tentativi letterari di Sergio Segio su Prima Linea) per narrare i sentimenti dei ragazzi comuni, quelli che alla fine in televisione non ci sono andati, quelli che non hanno rinnegato la propria giovinezza fondando un partito politico o chiesto scusa in odor di galera. Alba Cienfuegos ci insegna che gli anni '70 non sono stati solo p38 e scontri di piazza, ma musica, amore, impegno civile e sociale, sogno a occhi aperti. Sembra incredibile leggendo le vicende di questo gruppo di adolescenti pensare che tutto questo accadeva in Italia soltanto trent'anni fa. Davanti ad un totale disinteresse per lo sfacelo odierno forse questo libro farebbe bene ai più giovani, con la speranza che il sogno, anche piccolo, possa sostituire, ogni tanto, l'aperitivo non ideologico del mercoledì sera. Alba Cienfuegos è un collettivo formato dallo scrittore milanese Mario Javed Saggittario (straordinaria memoria storica del gruppo), Filippo Landini (apprezzato scrittore sperimentale con lavori come "Ferrara Game Over" e “Red Rec Play Black”), Enrico Astolfi (che ha esordito l'anno scorso con il suo romanzo a racconti "Palude" a cui è seguito, con Mazzoni, “La ballata del tocororo”), e Lorenzo Mazzoni autore di numerosi romanzi e reportage già affermato a livello nazionale con "Ost", "Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda" e la saga di “Nero Ferrarese”. I quattro stanno lavorando a una storia dissacrante sulla famiglia Este e a un noir ambientato alla soglia degli anni '80, oltre a continuare il tour che li ha già portati a Carrara, Firenze, Bologna, Massa, Roma, Milano e che si concluderà a Ferrara all'inizio del 2011 al circolo Arci Zuni, all'interno della manifestazione dei Giovedì Letterari di LineaBN.
www.lineabn.com

Intervista a Andrea De Carlo autore di “Leielui” (Bompiani) a cura di Cristina Marra

26 novembre 2010 by

De_Carlo_1Scrivere é un pò come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro e se si è sinceri non si bada al rischio di farsi crollare tutto addosso. É uno dei lavori più pericolosi che ci siano, quando diventa così, ma anche uno dei più eccitanti…” così Andrea de Carlo scriveva nell’introduzione alla nuova edizione del suo “Due di due”, romanzo cult pubblicato nel 1989. Lo “scavo” di De Carlo continua nel suo ultimo romanzo “Leielui”( Bompiani, pagg. 568, euro 18,50) in cui scavare dentro diventa anche rivelarsi, scrivere senza riserve soprattutto se l’argomento è uno dei più belli e più difficili da trattare: l’amore. “Leielui” esprime il forte e inscindibile legame del sentimento d’amore già nel titolo, senza nessuno spazio tra la congiunzione “e”. Lo spazio interromperebbe l’unione tra quella lei, Clare Moletto e quel lui, Daniel Deserti protagonisti di una storia in cui l’amore conduce alla scoperta di se stessi. De Carlo racconta gli sconvolgimenti, le paure, le angosce, le gioie e le emozioni che provano due persone quando scoprono di essere innamorate, si immedesima in entrambi i suoi protagonisti, ne sviscera punti di vista, differenze e particolarità. Clare è italo americana, lascia un paesino sulla costa ligure per seguire il fidanzato Stefano a Milano e si improvvisa assicuratrice. Daniel è uno scrittore di best seller un pò in declino che conduce una vita sregolata. Entrambi contrastano ogni tipo di convenzione e di establishment. Improvvisamente: “skatabam, un colpo violento”, un tamponamento e le loro auto si fermano in autostrada sotto una pioggia battente. Da quello stop violento e inatteso riparte la loro vita e ha inizio la loro storia tra rimorsi e sensi di colpa, tra Milano, il Sud della Francia e il Canada, tra sensazioni e eccitazioni.
 
Nei tuoi romanzi l’amore c’è sempre, in ogni sua forma, ma com’è nata e quando l’idea di scrivere la storia di “Leielui”?
“Avevo voglia da tempo di scrivere una storia dal punto di vista di una donna. Poi, un paio d’anni fa, mi è venuto in mente che sarebbe stato ancora più interessante scriverne una da due punti di vista, femminile e maschile, che si alternano di capitolo in capitolo. Così è nato ‘Leielui’”.
 
É stato difficile riuscire a raccontare l’amore dal punto di vista femminile?
“Ha implicato un rovesciamento totale di prospettiva, entrare in un sistema di percezioni e sentimenti radicalmente diverso. Non è stato facile, ma l’ho trovata un’esperienza affascinante, che mi ha lasciato la voglia di continuare a esplorare i due universi paralleli in altri romanzi”.
 
Il viaggio in auto, in aereo è simbolico del percorso che conduce alla scoperta dell’amore?
“Sì, la strada rappresenta il percorso delle nostre vite, che si rivela man mano che andiamo avanti”.
 
La costa ligure, il sud della Francia e la tranquillità del Canada. Allontanarsi dal caos delle metropoli rende più facile gestire, capire o riscoprire i sentimenti?
“Credo che la solitudine sia indispensabile a capire chi siamo e cosa vogliamo davvero. Almeno ogni tanto dovremmo provare a uscire dall’affollamento di segnali e interferenze continue in cui viviamo, per entrare in contatto con la parte più profonda di noi stessi”.
 
De Carlo in cosa somiglia a Deserti?
“Come lui, faccio il romanziere. A differenza sua non odio il mio lavoro né i miei lettori, però posso capire bene lo stato in cui si trova un artista che non crede più in quello che fa”.
 
C’è un personaggio che ti sta più simpatico?
“‘Lei’, Clare. Mi piace il suo spirito solare, la sua naturalezza, la sua curiosità priva di pregiudizi, la sua capacità di mettersi in discussione e ricominciare da zero ogni volta”.
 
Oltre all’amore, in “Leielui”, c’è anche molta natura. Mi racconti del tuo impegno ambientalista?
“Da anni aderisco alla campagna ‘Scrittori per le foreste’ lanciata da Greenpeace, e pubblico i miei libri su carta certificata FSC. Ho anche fatto da testimonial nella campagna Fairtrade, per il commercio equo e solidale. Credo che ognuno di noi dovrebbe fare qualcosa per l’ambiente, nel proprio campo”.
 
Che rapporto hai con i tuoi lettori? Quali sono le domande o le curiosità più ricorrenti?
“Ogni volta che li incontro è come incontrare degli amici, con cui ci sono legami profondi. Forse la domanda più ricorrente è su quanto ci sia di autobiografico nei miei romanzi. Rispondo che scrivo solo di situazioni, esperienze, luoghi che conosco direttamente e a fondo, dunque in questo senso tutti i miei libri sono autobiografici”.
 
Hai esperienza di regista. Che ne pensi della trasposizione cinematografica dei romanzi?
“Penso che sia quasi sempre un tradimento della lettura che ogni lettrice e lettore compiono, dando volti ai personaggi, prestando le proprie sensazioni e i propri sentimenti a ogni scena. Per questo non ho mai voluto cedere i diritti cinematografici dei miei romanzi. L’unico che è diventato film l’ho diretto io, ma anche in quel caso è stato un tradimento della storia da cui nasceva”.
 
Dopo “Treno di panna”, “Leielui” potrebbe diventare un film?
“Dirigere ‘Treno di panna’ è stata un’esperienza interessante, ma non credo che la ripeterei. Amo troppo la libertà del romanziere, che non deve fare i conti con la pressione economica a cui è sottoposto un regista. Poi preferisco che il film se lo facciano i miei lettori nella propria testa, ognuno a modo suo. E’ questo il fascino del romanzo, la sua unicità insostituibile”.

:: Intervista a Michele Fronterrè

25 novembre 2010 by

imprenditori-ditaliaBenvenuto Michele su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la nostra intervista. Iniziamo con le presentazioni. Ci parli di lei, del suo lavoro, dei suoi studi.
 
Siciliano. Punta Sud Orientale. Vivo e lavoro a Torino. Ieri dicevo mi ci hanno mandato. Oggi dico ci sono venuto. Dopo il Politecnico, ho fatto il consulente informatico per un’azienda che si occupa di automazione industriale. Ho girovagato per l’Italia e un pezzo di Europa da uno stabilimento ad un altro per 5 anni. Poi ho deciso di mettermi in proprio. L’incontro con alcune persone mi ha permesso di accelerare i tempi. Oggi mando avanti due start-up tecnologiche all’interno dell’acceleratore di imprese del Politecnico di Torino che si occupano di energia.
 
Si occupa anche di letteratura e di teatro del novecento. Come è nato il suo amore per le lettere, non ostante la sua formazione prettamente scientifica?
 
Ho sempre letto tanto. Il teatro, la prosa in particolare  l’ho scoperta a Torino. A teatro. Lavia con Memorie del Sottosuolo, Pagni in Il Commesso Viaggiatore mi hanno fatto diventare un abbonato fisso. Ho anche avuto la fortuna di avvicinare Laura Curino, Gabriele Vacis del teatro stabile di Settimo (TO) e un teatro d’essay quello di Assemblea Teatro sempre a Torino.
 
Con Edizioni della Sera ha pubblicato il saggio “Imprenditori d’Italia” Storie di successo dall’Unità fino ad oggi. Come è nata l’idea di raccogliere queste testimonianze, di vedere il mondo dal punto di vista degli imprenditori?
 
Un mio carissimo amico mi ha spinto a scrivere di Olivetti. E’ iniziato tutto da lì. Poi è stata la volta di Riccardo Gualino, quindi di Dufour, via via tutti gli altri. Ho trovato una specie di format  rispetto al quale raccogliere queste biografie. Il format somiglia molto ai “casi aziendali”  che insegnano nelle business school. Cerco sempre di evidenziare qual è stato il vantaggio competitivo. La cifra distintiva dell’imprenditore. Perché ha avuto successo. Perché si è incaponito a fare una determinata cosa.
 
L’Italia vista con gli occhi dell’impresa, è un Italia in buona salute? C’è ottimismo, voglia di fare, speranza di una ripresa?
 
A questo paese non mancano imprenditori. Anzi. Il problema sono i capitali. E quelli li hanno solo i ricchi. E purtroppo non tutti i ricchi sono imprenditori.  Quando un imprenditore riesce a fare cose semplici che piacciono a tanti si crea sviluppo e vantaggi per molti.
Oggi di aziende di media dimensione che riescono a fare valore ce ne sono tante. Eccellenti. Ma se ne parla troppo poco. Abbiamo marchi fortissimi che fanno ancora la fortuna di gruppi industriali anche se non vantano una solida organizzazione. 
 
Come è cambiato il concetto di successo in questa epoca di crisi?
 
Una storia di successo rimane sempre una storia di successo. Le crisi ci sono sempre state, sono cicliche, sempre più acute ma è il capitalismo, il migliore sistema che ci siamo inventati e che ci fornisce supposte, preservativi, macchine e carne rossa per il maggior numero dio persone possibili. Le più fortunate. Che possono morire di cancro anziché di colera.
Se sei creativo, intraprendente e sai trovare le risorse oggi puoi con i mezzi sempre più potenti della rete internazionalizzare una società che offre sul mercato globale i propri prodotti e/o servizi. Devono essere semplici e piacere a tanti. Come vede “semplice” ricorre tantissimo. Di complicato c’è il “come”.
 
Precariato diffuso, poche politiche di sostegno all’impresa, poca propensione al risparmio. I giovani sono incoraggiati a diventare imprenditori? Che politiche adotterebbe? Che misure di correzione?
 
Questa è la domanda più complicata che potesse farmi. Non ho ricette. Ma posso dire questo. Bisogna fare quello per cui si è tagliati. Panettiere, macellaio, web designer, avvocato, ingegnere. Ogni mestiere o professione si può poi approcciare da professionista, da dipendente o da imprenditore. E’ questione di attitudine. E quello ognuno deve capirlo da solo. Se vuole il male della scuola italiana è l’incapacità di orientare.
Quando si decide di “fare impresa” i problemi che si incontrano non è tanto negli strumenti. La macchina burocratica ha una certa inerzia ma i problemi pratici sono altri. Le risorse finanziarie. Se oggi un’azienda vuole finanziare un progetto innovativo non può sperare nelle banche che sarebbe l’attore di prossimità più immediato ma deve ricorrere a strumenti regionali, nazionali o bandi europei.
Per i primi c’è molta concorrenza, i secondi sono affetti dalla instabilità politica e si rischia di aspettare anni prima di conoscere l’esito delle domande presentate, gli ultimi sono molto, troppo impegnativi per un’azienda  di piccola dimensione.
 
 
Il libro si propone di specificare che fare impresa significa fare sviluppo e per farlo da voce ai protagonisti diretti di questo sviluppo, gli imprenditori. Quale è il caso, la testimonianza che l’ ha più sorpresa in positivo o in negativo?
 
Sicuramente la parabola di Adriano Olivetti rappresenta quella più straordinaria. Per tutta una serie di motivi: dimensione, tasso di innovazione, tasso di cambiamento nel territorio in cui si è insediata, complessità dell’organizzazione. Successo planetario.
Vedere agli spettacoli di Laura Curino “Olivetti” operai piangere per un’ora intera. Un attaccamento ed una nostalgia impressionante.
 
Ogni imprenditore è fondamentalmente un uomo, con pregi e difetti, entusiasmi, passioni, amore per il rischio, dinamismo. Quali sono le caratteristiche che lo fanno eccellere, che lo portano ad emergere in un mondo così competitivo?
 
Non esiste ovviamente una regola fissa. Le dico la mia opinione sulla base di quelli che ho conosciuto e di quelli di cui mi sono documentato per come me li sono figurati. Sono delle persone con un ego fortissimo che riescono ad imprimere nell’organizzazione che creano una forza ed un dinamismo che solo chi l’ha provato può comprendere. Normalmente sono grandi comunicatori, capaci di smuovere le corde di ogni collaboratore facendolo rendere tantissimo. Sono spesso l’anima delle loro creature e purtroppo per quanto forte e robusta possa essere l’organizzazione che si danno le loro imprese senza di loro sono destinate a scomparire. Quando non succede c’è sicuramente una distorsione del mercato.
 
Che bilancio ha fatto ? E’ ottimista rispetto al futuro dell’Italia?
 
Ottimista. Per forza.
 
Ci parli dei suoi progetti per il futuro. Sta documentandosi per nuovi saggi?
 
Vorrei scrivere un libro di interviste impossibili.
 
Grazie di aver voluto parlare con noi.

:: Recensione di Shakespeare scriveva per soldi di Nick Hornby a cura di Nicoletta Scano

24 novembre 2010 by

shakesperarescrCon un certo ritardo, dato che Guanda ha pubblicato in Italia questa raccolta di consigli di lettura dello scrittore inglese nel 2009, ho scovato tra gli scaffali di un ipermercato quest'opera divertente e interessante.
Il fatto che io l'abbia trovata in un luogo così poco ‘intellectual-chic’, devo dire, è assolutamente in linea con lo spirito dell'autore di queste recensioni, che senza alcun preconcetto conversa con l'immaginario lettore in tono scanzonato ma mai banale a proposito di grandi autori ed esordienti, classici da dissacrare, libri per ragazzi inaspettatamente illuminanti, critici letterari "sempre tanto irritati da tutto che i libri brutti non li scordano mai, nemmeno quando dovrebbero pensare a quelli belli", mischiando il tutto con le cronache della sua passione sportiva, l'Arsenal, e la musica contemporanea.
Le osservazioni ironiche di Nick Hornby mi hanno fatto riflettere, assolutamente ponendomi come semplice lettore, su quello che voglio trovare in una recensione, in una critica letteraria: sincerità prima di tutto, libertà di pensiero e soprattutto poca retorica.
Il titolo, del resto, rispecchia palesemente questa voglia di schiettezza. Arrivando bruscamente al dunque, al termine di una riflessione sulla biografia di William Shakespeare appena letta, l'autore spiega che per apprezzare quel libro (James Shapiro, a Day in the life of William Shakespeare) "basta nutrire interesse per una sola cosa: come e perché si scrive. Il perché è relativamente semplice: Shakespeare scriveva per soldi. Doveva mantenere una moglie, un teatro nuovo e una compagnia numerosa, oltre ad affrontare la spaventosa competizione delle altre compagnie."
Ovviamente spero che nessuno degli autori che amo scriva (solo) per soldi; tuttavia è confortante ricordare che anche gli scrittori sono uomini alle prese con la vita ed è liberatorio esprimere un parere controcorrente su chi normalmente viene considerato intoccabile.
Mi piace rivendicare i diritti (citati anche in uno di questi scritti di Hornby) sanciti da Daniel Pennac per tutti i lettori, tra cui quello di leggere qualsiasi cosa, non finire un libro e anche di saltare le pagine, pur restando convinta che per scartare qualsiasi cosa, prima sarebbe meglio conoscerla.
Così, mentre leggevo il punto di vista dell'autore su Thomas Hardy, sui saggi di Orwell e sulle uscite cinematografiche del periodo (2006-2008), mi sono riscoperta un lettore assolutamente libero e sfrondato dai pregiudizi, semplicemente curioso di scoprire i nuovi mondi che solo un buon libro sa svelare.
Questo, secondo me, è un ottimo motivo per consigliare la lettura di questa raccolta ed è sicuramente la ragione per la quale mi è piaciuto tanto parlare di quest’opera.

::Intervista ad Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo a cura di Valentino G. Colapinto

23 novembre 2010 by

HORROR_ROCK__LA__4cc81ad3431d7Liberi di Scrivere intervista Lazzati e Vitolo 

Liberidiscrivere pubblica eccezionalmente una doppia intervista ad Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo, autori del saggio musicale “Horror Rock – La Musica delle Tenebre” [Edizioni Arcana, 2010].  

Chi è Eduardo Vitolo? 
Eduardo: Uno che il Rock (e soprattutto il Metal) lo segue sin dalla sua adolescenza, scalcinata e avventurosa, in una piccola cittadina del Meridione. Un amore ancora felicemente corrisposto, in barba a moralisti e detrattori. Attualmente, lo celebro in radio e con il saggio “Horror Rock – La Musica delle Tenebre.”  

Chi è Alessio Lazzati?

Alessio: Un tizio che ha comprato il suo primo disco rock a undici anni, ma che ha sempre avuto scarso feeling con la musica suonata. Per fortuna, sua e degli altri, è passato a scrivere di musica… 

Com'è stato scrivere a quattro mani? Ci puoi raccontare un pregio e un difetto del tuo collega? 
Eduardo:
Davvero un'ottima esperienza. Ho imparato molto sia come autore che come uomo. Confrontare idee e progetti con un'altra persona è sempre costruttivo e avvincente.

Il pregio migliore di Alessio è che è uno splendido professionista e un grandissimo esperto di cose editoriali e di Progressive. Difetto (se si può definirlo come tale) è che segue ancora l'Hard Rock anni '80. Un genere che non digerisco facilmente. Mea culpa. 
Alessio: Divertente e interessante. Tantissime cose sono nate dal confronto e dalla visione di elementi da prospettive diverse. Il pregio principale di Eduardo (ne ha parecchi a dire la verità) è di certo la sua enorme preparazione in materia. Un difetto? Non gli piace l'hard rock anni '80. Non sono riuscito a fargli ascoltare una singola nota dei Bonfire in tutta la lavorazione. 

Ti ritieni più rock o più horror? E qual è il tuo gruppo o cantante “horror rock” preferito? 
Eduardo:
Non ci crederai, ma io amo (e seguo) entrambi i generi. Considero entrambi come due facce diverse della stessa medaglia. Non a caso abbiamo scritto un saggio per dimostrarlo. Quindi mi considero Horror Rock al 100%. Gruppo/Artista preferito? King Diamond. 
Alessio: Senza ombra di dubbio più rock. Posso vivere senza il secondo fattore (l'horror), ma non senza il primo! Per quanto riguarda il preferito… ce ne sono tanti, ma se devo sceglierne uno in ambito horror rock, scelgo Alice Cooper.
 

Leggendo Horror Rock, è inevitabile notare come la maggioranza dei gruppi e cantanti citati appartenga all'universo Metal. Certo, ci sono eccezioni nel campo del rock tout court o della psichedelia, del progressive o del punk, ma il binomio horror-metal sembra fortissimo. È una cosa dovuta ai vostri gusti personali o piuttosto un dato di fatto? E come mai, per esempio, non avete dato un po' più di spazio alla dark wake (Bauhaus, Cure, ecc.)? 
Eduardo:
Il Metal è da sempre il genere “elettivo” dell'Horror. Se fai un censimento su tutte le band nell'universo Rock tout court, che hanno sviluppato temi “orrorifici” ad ampio raggio, le band metal saranno maggioritarie in numero schiacciante. Quindi ti rispondo che è un dato di fatto, che travalica i gusti personali. Io poi amo enormemente il Grunge, quindi.. 
Il Dark c'è, e con esempi lampanti: Bauhaus, Fields of Nephilim, Sopor Aeternus, Arcana, Raison D'Etre ecc. Ovviamente, sono band che hanno a che fare con i temi del saggio. La nostra ricerca è stata ad ampio raggio nei limiti delle nostra possibilità (di spazio e tempo). Poi è normale che qualcosa ci è potuto sfuggire. 
Alessio: A me, a dire il vero, sembra che ne esca vincitore il prog… scherzi a parte, dico spesso che abbiamo scritto un saggio, non un'enciclopedia o un dizionario, anche per poter stravolgere gli equilibri dovuti all'importanza storica di certi generi e band, ed essere liberi di seguire la traccia che avevamo in mente.

Poi i gusti personali entrano sempre in gioco, sarebbe ipocrita negarlo. Proprio per come abbiamo impostato il lavoro, troverai che band storiche hanno avuto in proporzione meno spazio di altre meno famose, ma più in linea con quello che avevamo in testa noi. 

Puoi anticiparci i tuoi progetti futuri? Sono previste altre collaborazioni tra voi due? 
Eduardo:
Da buon meridionale scaramantico non amo parlare di progetti futuri. L'unica cosa che posso dirti è che scriverò ancora, stanne certo. Se poi sarà con Alessio, tanto meglio. 
Alessio: Abbiamo idee che ci frullano in testa e ne abbiamo anche parecchie. La loro realizzazione, sia singolarmente che in due, dipende da una molteplicità di fattori. Ti assicuro che un libro così, scritto in sette mesi, ti lascia desideroso di ripartire ma anche stanco morto. 
Personalmente, mi concentrerò sul mio lavoro di traduttore, e intanto metterò giù le tracce dei futuri progetti. 

Dopo Horror Rock scriverete anche SF Rock e Fantasy Rock? 
Eduardo:
Il fantasy è un genere che ben si accosta al vasto panorama del Rock/Metal, ma andrebbe sempre indirizzato su temi e contenuti ben precisi, altrimenti viene fuori un polpettone. Sullo SF Rock sono abbastanza scettico. Comunque è ancora presto per parlarne, godiamoci Horror Rock! “Del doman non c'è certezza…”

Alessio: Scriverei più volentieri Horror Rock volume due, ma non si sa mai… 

Valentino G. Colapinto

:: Recensione di “Horror Rock” di Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo a cura di Valentino G. Colapinto

22 novembre 2010 by

HORROR_ROCK__LA__4cc81ad3431d7Il Rock fa ancora paura 

“Horror Rock. La musica delle tenebre” Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo: 479 pp. ill. in brossura, prezzo di copertina €24,00 [Arcana Editore, 2010]. 

Chiariamo subito un facile equivoco: l'horror rock NON È il rock satanico, bensì tutta la musica rock che trae ispirazione dalla ricchissima letteratura e cinema dell'orrore.

Ufficialmente, l'horror rock non esiste. È piuttosto un fenomeno trasversale che interessa l'hard rock come la psichedelia, l'heavy metal classico come il death o black metal. Pioniere italiano nello studio del rock orrorifico è stato Stefano Marzorati, storico collaboratore della Sergio Bonelli Editore, che nel 1993 dà alle stampe il primo saggio dedicatogli, “Dizionario dell'horror rock”.

In un'esplosiva prefazione, Alan D. Altieri spiega come, dopo quarant'anni di vita, l'horror rock sia forse la frontiera definitiva della critica sociale. Non musica meramente escapista, dunque, ma anche fortemente sovversiva e forse proprio per questo così tanto demonizzata da media e tutori dell'ordine. Una musica apocalittica adatta ai nostri giorni sempre più inquieti. Citando ancora Altieri, alla fine abbiamo incontrato il demone… E il demone siamo noi.

L'Horror Rock nasce alla fine degli anni '60 quando – svaporata come un breve sogno la summer of love – comincia a emergere il “lato oscuro” della contestazione, da Charles Manson alla diffusione delle droghe pesanti. Sono proprio gli anni in cui sale le classifiche il gruppo seminale di tutto il rock dell'orrore, i Black Sabbath di Ozzie Ousborne e compagni.

Ma quali sono i numi tutelari dell'horror rock? Il primo, forse il maggiore, è senza dubbio il Solitario di Providence, H.P.Lovecraft, che ha ispirato un numero probabilmente senza fine di gruppi musicali e concept album, canzoni e umori, tanto che si potrebbe parlare di un vero e proprio “lovecraftian rock”, ma su tutti primeggiano secondo gli autori i Blue Öyster Cult.

In secondo luogo abbiamo i serial killer. Non solo il già citato Manson, ma anche Albert H. DeSalvo, lo Strangolatore di Boston, Ed Gein (ispiratore sia di Norman Bates che di Leatherface), Ted Bundy, Jeffrey Dahmer o Theodore Kaczynski, l'Unabomber americano.

E poi ancora scrittori gotici come Edgar Allan Poe o Bram Stoker, creature fantastiche come i vampiri o i fantasmi e tanto altro ancora, fino ad arrivare inevitabilmente allo shock rock di Alice Cooper e Marilyn Manson, figli del Grand Guignol parigino, e al rock più o meno satanico di gruppi come i Deicide contrapposto al christian rock tipicamente americano.

Si scopre col senno di poi che l'Italia (come al solito) è stata all'avanguardia anche nel campo dello shock rock e dell'horror rock con gruppi storici come i Death SS, che poco avevano da invidiare ad Alice Cooper o King Diamond, o Jacula, che con il suo mood ha precorso horror band d'oltremanica come i celebri Black Sabbath.

In definitiva, il libro curato dai preparatissimi Alessio Lazzati (Varese, 1976) ed Eduardo Vitolo (Sarno, 1974) è un saggio davvero completo ed enciclopedico, corredato da un ricchissimo apparato fotografico, e costituisce una gioia sia per il lettore appassionato sia per il neofita, il quale avrà modo di scoprire un'infinità di gruppi e album degni di nota. Un punto di partenza per mille ricerche ed esplorazioni di quell'enorme oceano oscuro e affascinante che è ancora oggi il rock dell'orrore.

Il saggio è impreziosito da interviste a protagonisti della scena italiana come Trevor o il simpatico Frate Metallo oppure al dylaniato Stefano Marzorati, nonché da gustosissime appendici dedicate ai fumetti e cinema horror e agli album e film fondamentali. Insomma, un lavoro fatto davvero con amore e dedizione, che speriamo abbia presto un seguito. Perché non pensare, infatti, anche al “rock fantastico”, ossia tutto quello influenzato dalla fantascienza o dal fantasy?

Valentino G. Colapinto

Segnalazioni

20 novembre 2010 by

Segnalo ai lettori di Liberidiscrivere due interessanti incontri che si terranno a Roma, tenuti dal filosofo Federico Sollazzo. Si tratta di due diverse attività, in due diverse librerie Rinascita: i Seminari di Filosofia e la Presentazione del suo pregevole lavoro di Dottorato che abbiamo avuto modo anche di recensire.
 
Seminari di Filosofia "La filosofia e la società tecnologica avanzata" presso la Libreria Rinascita: Via Gasperina, 161 Roma

Martedì 21 dicembre ore 18,30
"Antropologia e tecnica in Arnold Gehlen"

Martedì 28 dicembre ore 18,30
"La questione della tecnica in Martin Heidegger"

Martedì 4 gennaio ore 18,30
"Neutralità della tecnica e (ri)orientamento della tecnologia in Herbert Marcuse"
  
Presentazione del lavoro di PhD "Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell'etica"  presso Libreria Rinascita : Via Savoia, 30 Roma il giorno 7 Gennaio 2011 alle ore 18.30.

Invito alla lettura: in anteprima La Ragazza che rubava le stelle, il nuovo romanzo di Brunonia Barry Garzanti

19 novembre 2010 by

Barry-Ragazza_che_rubava_le_stelleOggi ho il piacere di segnalare ai lettori di Liberidiscrivere  La ragazza che rubava le stelle, il nuovo romanzo di Brunonia Barry autrice della Lettrice bugiarda che uscirà in libreria per Garzanti il 25 Novembre. E' un romanzo commovente, bizzarro e anticonvenzionale, venato da un'insolita anarchia. In anteprima vi presento la trama e le prime 16 pagine del libro. Ladra di stelle, la protagonista del romanzo, ha anche un profilo Facebook. http://www.facebook.com/#!/profile.php?id=100001657729397

TRAMA È notte e il silenzio avvolge la baia di Salem. Zee Finch è ferma sul molo e fissa il mare. Il tempo pare essersi fermato. Le stelle brillano nel cielo senza luna e si riflettono sulle acque dell’oceano disegnando un sentiero luminoso.
Una volta Zee conosceva bene quel sentiero. Aveva tredici anni e passava le notti in mare aperto a guidare barche rubate, ma trovava sempre la strada di casa grazie alle stelle. Eppure, un giorno, aveva perso quella rotta, e aveva giurato a sé stessa di non percorrerla più. Perché quel giorno sua madre si era suicidata, all’improvviso.
Zee era fuggita da tutto e da tutti, dedicandosi agli studi in psicologia. Sono passati quindici anni da allora. Ma adesso è venuto il momento di ripercorrere quella rotta perduta. Il suicidio di Lilly Braedon, una delle pazienti più difficili di Zee che ora fa la psicoterapeuta, la costringe a fare ritorno. Le analogie fra il caso della donna e quello della madre sono troppe.
Zee è sconvolta, ma non ha altra scelta: l’unico modo per fare luce sulla morte di Lilly è capire la verità sul suo passato irrisolto. Un passato pieno di menzogne e segreti che molti, nella chiusa comunità di Salem, hanno cercato di rimuovere. Zee non si può fidare di nessuno. Forse nemmeno di suo padre, ormai un uomo vecchio e malato. Non le resta che fare affidamento su sé stessa, imparare a non dare nulla per scontato, rimettere tutto in discussione, anche quando la fuga sembra l’unica via d’uscita. Ma deve fare in fretta. Perché una nuova spirale di violenza rischia di rendere ogni sforzo vano. La verità corre su un’unica strada, che Zee ha dimenticato per troppo tempo ma che, se troverà il coraggio di ripercorrerla, la porterà a casa. Qui potrà finalmente realizzarsi il destino che le spetta.
Dopo il grandissimo successo della Lettrice bugiarda, per mesi nelle classifiche dei libri più venduti di tutto il mondo, torna Brunonia Barry con il romanzo più atteso dell’anno. Libro di punta delle librerie indipendenti americane e in classifica sul «New York Times» grazie al passaparola, racconta una storia di menzogne e misteri, amore e odio, violenza e redenzione, perdono e peccato, ma anche di speranza, la speranza di trovare finalmente il proprio posto nel mondo. 
 
L’AUTRICE Brunonia Barry, nata e cresciuta nel Massachusetts, ha studiato letteratura e scrittura creativa ed è tra i fondatori della Portland Stage Company, la più grande compagnia teatrale del New England. Il suo amore per il teatro l’ha portata a Chicago, dove si è occupata di importanti campagne promozionali e ha scritto diverse commedie di successo. Oggi vive a Salem con suo marito e Byzantium, il loro amato golden retriever. Con Garzanti ha pubblicato La lettrice bugiarda.

I venti, le maree e le tempeste possono facilmente
spingere la nave fuori rotta. Ogni errore si somma
ai precedenti, alterando il tragitto in modo critico,
spesso con esiti tragici. Per questo motivo,
i naviganti finirono per adottare il metodo
della navigazione astronomica.
Le stelle sono una costante.
La Terra gira, ma le stelle restano ferme nel cielo.
Persino il cielo più tempestoso prima o poi
si schiarisce e mostra le stelle.
 

PROLOGO
Negli anni in cui il suo soprannome era Guaio, Zee aveva l’abitudine di rubare barche. Il padre non ne aveva il minimo sospetto e le lasciava massima libertà in quei primi tempi dopo la morte della madre. E poi era occupato a impersonare il ruolo del pirata, un passatempo eccentrico per un uomo che aveva trascorso la vita a studiare letteratura. Ma quelli erano giorni disperati, ed entrambi erano stanchi di portare sulle spalle il peso della perdita, incapaci di scrollarselo di dosso se non nei fugaci momenti in cui riuscivano a buttarsi in qualcosa fuori dalla portata dei ricordi.
Nel mondo creato dalla sua fantasia, l’unica realtà in cui poteva perdonarsi per ciò che era successo quell’anno, a Zee piaceva pensare che il padre, Finch, sarebbe stato orgoglioso della sua abilità di ladra. E nei sogni più sfrenati se lo immaginava complice delle sue avventure: un bel salto per un professore,
ma non per il pirata che stava rapidamente diventando.
Prediligeva i motoscafi veloci. Qualsiasi imbarcazione che facesse più di trenta nodi era una facile preda. Le misure di sicurezza erano scarse a quei tempi e le chiavi – se esistevano – erano quasi sempre nascoste sulla barca stessa, e di solito nei posti più ovvi.
Era facile come un gioco. Sceglieva un motoscafo dalla linea elegante e veloce, si dava esattamente cinque minuti di tempo per fare irruzione a bordo e mettere in moto, e si dirigeva fuori dal porto in pieno
oceano. Superati i confini di Salem, dava gas al motore e puntava la prua in direzione di Baker’s Island. Più tardi, la sera stessa, restituiva la barca rubata.
Il gioco aveva una sola regola: non doveva mai riportare un motoscafo allo stesso ormeggio dal quale lo aveva preso. Era una buona norma, non solo perché creava un’ulteriore sfida, ma anche perché era sensata. Se avesse riportato la barca al posto di partenza, avrebbe corso il rischio di essere arrestata. Tutti sanno che l’ultima cosa che fa un ladro in gamba è tornare sul luogo del delitto.
Di solito la lasciava a una delle banchine pubbliche disposte lungo il litorale di Salem, spesso quella davanti a Salem Willows, il parco dei salici, la prima che si incontrava entrando nel porto. Ma quando i poliziotti avevano cominciato a darle la caccia, Zee aveva deciso di riportare le barche in posti meno
ovvi. Talvolta occupava l’ormeggio di qualcun altro. Oppure abbandonava il motoscafo al Derby Wharf, il molo dal quale le era facile fuggire perché era vicinissimo a casa sua.
Le era capitato solo una volta di trovarsi in difficoltà perché aveva sbagliato a valutare il livello del carburante. Era nei pressi di Singing Beach, la spiaggia di Manchester-by-the-Sea famosa per i suoni creati dal vento sulla sabbia, quando il motore si spense. All’inizio non pensò di essere a secco di benzina, ma appena controllò il serbatoio comprese il suo errore. Cercò di escogitare un piano per combattere il panico che si stava impadronendo di lei. Avrebbe potuto nuotare facilmente fino a riva, ma la barca sarebbe stata sospinta in alto mare dalla corrente, oppure si sarebbe sfracellata sulle rocce. Per la prima volta ebbe paura che la prendessero. Si sentì stranamente sollevata che intorno non ci fossero altre imbarcazioni, nessuno a cui chiedere aiuto. Non sapendo cos’altro fare, lasciò che il motoscafo andasse alla deriva.
Alzò lo sguardo al cielo senza luna: non aveva mai visto stelle più brillanti. Il riflesso si scioglieva nell’acqua intorno a lei come una medicina effervescente in grado di dissolvere anche le sue paure. Abbandonandosi al flusso della corrente e fissando il cielo, sentì che tutto sarebbe andato per il meglio. Quando riabbassò lo sguardo sulla linea dell’orizzonte per cercare di orientarsi, si accorse di essere stata
trasportata verso riva. Con la coda dell’occhio vide un profilo scuro e si voltò per capire cosa fosse. Era un molo, con alle spalle una casa buia su una collina. Prese un remo e cominciò a dirigere la barca a terra, ma un’onda sulla fiancata la spinse verso il molo. Afferrò una cima e saltò sul pontile, scivolando e procurandosi una lieve distorsione alla caviglia, ma riuscendo a evitare che la barca vi sbattesse
contro. Ormeggiò con cura fissando la prua e la poppa prima di scavalcare faticosamente le rocce per raggiungere la spiaggia. Poi prese la strada che saliva alla stazione ferroviaria, zoppicando un po’ per il dolore alla caviglia. Tutto considerato, non era andata poi così male.
Voleva tornare a Salem, ma era mezzanotte passata e non c’erano più treni. Prese in considerazione l’idea di dormire sulla spiaggia. Era una notte tiepida e non c’erano pericoli, ma non intendeva dare un’altra preoccupazione al padre: ne aveva già abbastanza. E poi non voleva essere nelle vicinanze quando avrebbero trovato la barca rubata.
Così finì per fare l’autostop. Una decisione un po’ imprudente, pensò mentre si avvicinava all’automobile che si era fermata una ventina di metri più avanti e stava facendo retromarcia.
Alla guida c’era una donna fra i quaranta e i cinquanta, leggermente sovrappeso, con i capelli lunghi e gli occhi azzurri che brillavano alla luce delle auto di passaggio. All’inizio le disse che poteva portarla solo fino a Beverly, ma poi cambiò idea e decise di accompagnarla a casa, perché temeva che la ragazza
facesse ancora l’autostop e venisse raccolta da un assassino o uno stupratore. Mentre percorrevano
la Route 127, la donna raccontò a Zee le storie più orribili che conosceva sugli autostoppisti e si fece promettere che non avrebbe mai più chiesto un passaggio a uno sconosciuto. Zee promise, giusto per farla tacere.
«Le ragazze promettono sempre, ma poi fanno di testa loro», disse la donna.
Zee avrebbe voluto replicare che non faceva mai l’autostop, che non era certo il tipo della vittima, e che quella sera aveva chiesto un passaggio solo per coprire un reato da lei stessa commesso: il furto di un motoscafo. Ma temeva che una simile confessione avrebbe dato il via ad altri predicozzi, perciò tenne la
bocca chiusa.
Mentre scendeva dalla macchina, si voltò verso la sconosciuta per ringraziarla. Ma invece di dire «grazie», chiese con una voce che sembrava uscita da un cartone animato della sua infanzia: «Vuoi essere la mia mamma?».
Era solo un gioco, ma la donna ebbe un crollo nervoso. Cominciò a piangere come se non potesse più fermarsi.
Zee le spiegò che stava scherzando. Aveva già una madre, aggiunse, anche se non era vero, non più.
Niente di ciò che diceva riusciva a calmarla, e così alla fine pronunciò le parole che avrebbe dovuto dire fin dall’inizio: «Grazie per il passaggio».
Naturalmente Zee non le aveva dato il suo vero indirizzo: non voleva che magari le venisse in mente di entrare in casa e parlare a Finch. Si sarebbe nascosta nell’ombra finché l’auto non fosse stata lontana e poi avrebbe attraversato i prati dei vicini per arrivare a casa. Ma alla fine decise che poteva tranquillamente camminare per la strada. La donna stava piangendo troppo forte per notare dove
andava o come ci arrivava.
Dieci anni dopo, mentre faceva il tirocinio di psicoterapia – dopo essersi liberata del nomignolo Guaio –, la rivide in un gruppo in cura per gli attacchi di panico sotto la guida della sua mentore, la dottoressa Liz Mattei. La donna non si ricordava di lei, ma Zee l’avrebbe riconosciuta ovunque per i suoi luminosi
occhi azzurri, ancora lucidi di pianto. Aveva perso una figlia adolescente che era scappata di casa, disse. Alla ragazza era stato diagnosticato un disturbo bipolare, come alla madre di Zee, ma si era rifiutata di continuare a prendere il litio perché la faceva ingrassare. Era stata vista per l’ultima volta mentre faceva l’autostop sulla Route 95, in direzione sud, con un cartello scritto a mano su cui si leggeva
NEW YORK.
Era l’inverno del 2001 ed erano passati dieci anni da quando la donna aveva perso la figlia. Le Torri Gemelle erano crollate da poco. Il «gruppo attacchi di panico» era cresciuto, ma i pazienti originari erano stranamente diventati più calmi e si aiutavano l’un l’altro, come se la loro ansia fluttuante alla fine avesse preso forma, mentre il resto della nazione cominciava a sperimentare lo stesso terrore che
loro avevano provato ogni giorno per anni. Era la prima volta, per quanto Zee poteva ricordare, che i pazienti si guardavano in faccia. E quando la donna parlò di sua figlia, come faceva ogni settimana da quando erano cominciati gli incontri, gli altri membri del gruppo finalmente la ascoltarono.
«Così può ribaltarsi il mondo, in un attimo!» disse la donna.
«In un battito di ciglia», aggiunse qualcuno.
Si passarono i fazzoletti e piansero insieme per la prima volta; piansero per la ragazzina e per l’inevitabile perdita dell’innocenza: la sua e, naturalmente, la loro.

Di recente la diagnosi di disturbo bipolare era diventata molto frequente. Mentre all’inizio si credeva che cominciasse dopo la pubertà – com’era stato il caso della figlia della donna con gli occhi azzurri –, adesso veniva diagnosticato anche nei bambini a partire dai tre anni. Zee non sapeva cosa pensarne. Ultimamente le capitava spesso di avere due opinioni su molte cose. Non si era resa conto dell’ironia di questa novità finché Liz Mattei non glielo aveva fatto notare, convinta che lo facesse apposta. Ma Zee le aveva detto che era davvero così, che parlava seriamente. Per quanto fosse certa che il disturbo bipolare fosse una malattia da curare e che, se non veniva trattata, portasse a esiti quasi sempre devastanti, le sembrava sbagliato intervenire troppo presto con i farmaci. Questo era più in linea con le esigenze delle compagnie assicuratrici e delle case farmaceutiche che con il genere di aiuto che Zee si era preparata per anni a fornire.
La dottoressa Mattei, famosa a livello internazionale, aveva abbandonato da tempo il gruppo di pazienti affetti da attacchi di panico e ne aveva lasciato la supervisione nelle mani di Zee e di un altro psicologo. Liz adesso era concentrata sulla sua ultima intuizione per un sicuro best seller: la teoria che ogni figlia cerca di portare a compimento i sogni irrealizzati della madre. Ciò accade con allarmante regolarità – sosteneva la Mattei – anche se non conosce quei sogni, anche se non sono mai stati espressi apertamente. Non era un’ipotesi nuova. Ma era nuovo ritenere che si verificasse con maggiore probabilità proprio quando i sogni non erano mai stati espressi, nello stesso modo in cui chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo.
Zee aveva ripensato spesso alla donna con gli occhi lucidi, che era tornata alla seduta di gruppo solo una volta dopo quella sera. Si chiedeva quali fossero i suoi sogni irrealizzati, espressi o meno, e se la figlia, quando aveva fatto l’autostop sulla Route 95 e accettato il passaggio di uno sconosciuto diretto a sud, avesse messo in atto qualcosa per la madre.
Zee era stata contenta che la donna avesse lasciato il gruppo prima che Liz enunciasse la sua nuova teoria. Quella madre si incolpava già abbastanza della sparizione della figlia, chiedendosi giorno dopo giorno se avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi dandole qualcosa che non aveva saputo darle, forse qualcosa di tangibile e persino banale come il vestito rosso nella vetrina dei magazzini Filene’s a Bos ton che non le aveva comprato. O la settimana al campo scout femminile che la ragazza aveva desiderato per anni.
Nessuno capiva meglio di Zee il concetto del «se solo». Lo viveva ogni giorno, e non aveva bisogno di cercarne il motivo. Pensava di sapere cosa aveva voluto la madre quel giorno di tanti anni prima, cosa avrebbe potuto aiutarla a risollevarsi dalla depressione. Era un libro di poesie di Yeats che suo padre Finch aveva regalato alla moglie Maureen il giorno delle nozze, ed era uno dei tesori di sua madre. Ma il «se solo» di Zee funzionava al contrario. Se solo non avesse dato alla madre ciò che voleva quel giorno, se solo non l’avesse lasciata da sola, forse avrebbe potuto salvarla.
 
1.
Lilly Braedon era in ritardo.
Liz Mattei infilò la testa nell’ufficio di Zee. «Fa un caldo del diavolo là fuori», disse. «Oddio, non sei in seduta, vero?»
«Dovrei», rispose Zee guardando l’orologio. Erano le tre e un quarto.
Mentre parlava, Liz cominciò a rivestirsi, calciò via le scarpe da jogging e si infilò la giacca del tailleur. Faceva tutti i giorni otto chilometri lungo il fiume Charles, con qualsiasi tempo. Quando aveva un surplus di appuntamenti, il che succedeva quasi sempre, teneva le sedute passeggiando sul fiume – la chiamava meditazione in movimento – e diceva ai pazienti che si sarebbero aperti più facilmente senza il suo sguardo indagatore fisso su di loro. Dopo la prima settimana di sedute all’aperto, tutti gli strizzacervelli di
Boston avevano cominciato a imitarla e ad andarsene in giro con i loro pazienti.
«Mio Dio, non sarà ancora quell’agorafobica! » Era una delle battute di spirito di Liz. Circa la metà dei loro pazienti soffriva di forme più o meno gravi di agorafobia, una patologia che nel migliore dei casi riduceva la percentuale di presenza alle sedute e che ultimamente aveva spinto la Mattei a far pagare gli
appuntamenti mancati con un aumento del cinquanta per cento, benché Zee applicasse raramente la nuova regola ai suoi pazienti.
Quel giorno Liz stava cercando di farla ridere con più determinazione del solito, il che significava che Zee era di nuovo accigliata. La sua espressione naturale era evidentemente così corrucciata da ispirare un approccio scherzoso, spesso da parte di completi estranei che sentivano la necessità di risollevarle in
qualche modo il morale. Proprio quella mattina, un anziano signore che aveva trascurato di raccogliere le feci del suo cane in Louisburg Square le era andato incontro e le aveva ordinato di sorridere.
Lei lo aveva fissato.
«Non può andare così male», aveva detto l’uomo.
Se non fosse stato più anziano di suo padre Zee gli avrebbe risposto di andare al diavolo, che quella era la normale espressione della sua faccia, e che una persona incurante di raccogliere gli escrementi del suo cane non dovrebbe avere il permesso di girare liberamente. Invece era riuscita a sfoderare un vago
sorriso.
«Allora, seriamente, di quale paziente si tratta?» Liz aspettava una risposta.
«Lilly Braedon.»
«La signora Perfezione», puntualizzò. «Ah, no, dimenticavo, quella sei tu.»
«Non ancora», rispose Zee un po’ troppo in fretta.
«Ah!» disse Liz. «Semplice semplice. Il caso è chiuso. Fanno trecentocinquanta dollari.»
«Molto divertente», commentò Zee mentre Liz raccoglieva le scarpe da corsa e lasciava la
stanza.

All’inizio era stato il marito di Lilly Braedon a cercare aiuto presso la clinica della dottoressa Mattei. La gente arrivava da tutto il mondo per farsi curare da lei. Grazie agli studi a Harvard e a un periodo di lavoro nella famosa clinica universitaria Johns Hopkins, la dottoressa Mattei era una psichiatra che poteva vantare notevoli credenziali.
Zee pensava spesso che una delle ragioni per le quali la dottoressa Mattei l’aveva assunta fosse la storia di sua madre. Il caso clinico di Maureen poteva diventare ottimo materiale per un nuovo libro. Ma Liz non aveva mai affrontato l’argomento con lei. Una volta Zee aveva espresso questa teoria, ma lei le aveva risposto che si sbagliava: in realtà l’aveva assunta per i suoi capelli rossi.

:: Intervista a Sergio Paoli

18 novembre 2010 by

365-storie-cattive-300x198Grazie Sergio di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Parla di te ai nostri lettori. Chi è Sergio Paoli?
 
Ho iniziato pubblicando una raccolta di racconti brevi, per una iniziativa di beneficenza. Chi volesse questo libretto mi può scrivere a
sergio@sergiopaoli.com, lo invierò gratis. Nel 2009 ho pubblicato “Ladro di sogni” e quest’anno “Monza delle delizie”, entrambi con l’editore Frilli. Sono due romanzi (classificati da altri come noir): nel primo il tema è il razzismo, il leghismo, l’incapacità di capire e apprezzare le diversità. In “Monza delle delizie” racconto invece una storia di poteri e malaffari, una specie di profezia del bunga bunga insomma. Credo in una letteratura che faccia pensare, che sappia intrattenere il lettore lasciandogli lo spazio per usare il cervello, per camminare in uno spazio libero. In qualche modo i miei romanzi si possono definire seriali, legati l’uno all’altro dalla presenza del vice commissario Marini, della sua amica Viola e di altri personaggi. I miei romanzi sono ambientati tra Monza e Milano, nel cuore del movimento leghista e nelle vicinanze dei palazzi (veri del potere). Arcore è da quelle parti, per intenderci.
 
Raccontaci come è nato il tuo amore per la scrittura?
 
Leggendo. Sono un cultore della massima “leggi mille pagine e scrivine una”. La prendo molto alla lettera e scrivo con lentezza, lasciando maturare le storie nella mia mente e nel mio cuore. Un buon romanzo fa bene e entrambi, e riuscire in questo, nei confronti dei lettori, è quello che desidero.
 
L’8 novembre è uscito 365 storie cattive. Si tratta di una raccolta di 365 racconti di massimo 365 parole scritti da autori affermati ed emergenti. Ce ne vuoi parlare?
 
Paolo Franchini, di cui sono stato ospite a Varese per la presentazione di LADRO DI SOGNI mi ha contattato ai primi di agosto. L’idea mi è piaciuta subito e ho accettato, anche se non era facile.
 
Tutto nasce da un’ idea dello scrittore varesino  Paolo Franchini ed è per una buona causa. L’intero ricavato andrà devoluto alla fondazione A.I.S.EA Onlus, che promuove la ricerca per conoscere e curare una malattia neurologica infantile: l’emiplegia alternante. Il lavoro di uno scrittore può diventare davvero importante, d’aiuto per gli altri. Come ti hanno coinvolto?
 
L'Emiplegia Alternante è una malattia neurologica infantile molto rara le cui cause sono ancora del tutto sconosciute e per la quale non esiste una cura risolutiva. Io faccio solidarietà in vari campi, ma sono affari miei. Quando mi chiamano in causa, cerco di rendermi sempre disponibile. Poi era davvero una piccola cosa da scrivere. Difficile, ma piccola.
 
Come avete fatto a trovare un editore? E’ difficile trovare un editore quando si scrive per una buona causa?
 
Fin da subito Paolo ha chiarito che si sarebbe rivolto a un editore “on demand”, per semplificare la faccenda dei soldi e dei rendiconti. A me in questo caso andava benissimo. Il libro infatti lo potete acquistare
qua, oppure qua(ci sono due versioni con due copertine diverse, e anche questa è un’ottima idea). Trovare un editore è difficile sempre, scrivere per una buona causa non aiuta per niente.
 
Parlaci del tuo racconto. E’ davvero cattivo?
 
E’ cattivissimo. E’ la storia di una vendetta non premeditata, legata ai temi del lavoro e della televisione commerciale. Si chiama “Italia uno!”.  Ogni riferimento è voluto.
 
E’ difficile scrivere un racconto in 365 parole? Come ti sei organizzato?
 
Difficilissimo. Ho recuperato idee che avevo già scritto e pubblicato altrove, con un minimo di editing.
 
Come ti è nata l’idea per il racconto?
 
Mi sono immaginato quello che può succedere a chi passa tutta la vita lavorando e subendo, e ho pensato alla gocciolina che fa traboccare il vaso. Cioè quando non se ne può più di essere presi per il culo, insomma.
 
Che genere hai scelto giallo, noir, horror, thriller, gotico, fantascienza, spy-story?
 
Surreale-noir, se si può dire-
 
Ha già raggiunto un buon successo di vendite. Ve lo aspettavate?
 
Io lo speravo e spero che continui così. Per Paolo, soprattutto.
 
Oltre a te quali scrittori hanno aderito?
 
Altri 364. Fare l’elenco è dura, ti cito solo i più noti: Bucciarelli, Cappi, Tilde Ingrosso, Roversi, Franchini stesso…
 
Parteciperai di nuovo in futuro a iniziative come questa?
 
Basta chiedere. ^_^

:: Intervista a Marco Polillo editore della collana “I Mastini” Polillo Editore a cura di Cristina Marra

18 novembre 2010 by

Marco Polillo

La crime story “Bunny Lake è scomparsa” di Evelyn Piper inaugura la nuova collana “I Mastini” della Polillo Editore. Con “I Mastini” arrivano in libreria romanzi inediti o imperdibili del filone del giallo nato negli USA intorno agli anni Venti e definito “Hard Boiled School”, del genere suspense, del poliziesco procedurale e d’azione.

Gli “allievi” della Scuola dei Duri scrivono romanzi in cui l’enigma e la scoperta del colpevole sono soppiantati dalla violenza, dalla tensione e dalle durezze fisiche e psicologiche della realtà sociale del tempo. Nata intorno alla rivista “Black Mask” diretta da Joseph T. Shaw, questa narrativa poliziesca aderisce allo spirito sociale americano del periodo tra la Grande Depressione e il New Deal di Roosvelt. Shaw chiede ai suoi autori di raccontare le loro storie nel modo più diretto possibile e in prima persona per provocare nei lettori eccitamento e tensione. La violenza, i gangsters, il sesso sono argomenti presenti quotidianamente sui giornali e il loro passaggio in opere narrative è quasi inevitabile. Il genere diventa popolare con le opere di Dashiell Hammett, principale esponente insieme a Raymond Chandler, ma sono tantissimi gli autori forse meno noti che hanno dato un grande contributo anche alle sue evoluzioni . Dalla Scuola dei Duri ai successivi filoni che trasformarono il giallo tradizionale in un romanzo specchio delle angosce e delle violenze contemporanee, “I Mastini” si propongono come il completamento della già famosa e apprezzata collana “I Bassotti” dedicata alle detective stories della Golden Age del giallo.

L’editore Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori è un cultore del giallo classico ed è autore di due romanzi “Testimone invisibile” e “Corpo morto” editi da Piemme.

Com’é nata la collana “I Mastini”?

“Nel periodo del massimo splendore del giallo a enigma erano stati scritti libri di genere “hard-boiled” che meritavano di essere presentati al pubblico italiano, ma che non potevano trovare spazio nei Bassotti per motivi legati alle caratteristiche del contenuto. Questa mancanza andava sanata. Così sono nati i Mastini”.

A chi sono rivolti “I Mastini”?

“Credo che i lettori dei Bassotti qualche titolo dei Mastini lo prenderanno. Poi immagino i lettori dei gialli o thriller contemporanei e quelli che in qualche modo vogliono farsi una “cultura” storica anche sul genere poliziesco/thriller. Senza dimenticare che all’interno della collana ci saranno anche autori in qualche modo classici – per esempio Ross Macdonald o Henry Kane – che dovrebbero catturare l’attenzione di tutti quelli che ne hanno sentito parlare, ma che li conoscono ancora poco o niente affatto”.

Da lettore, lei preferisce le detective o le crime stories?

“Detective stories, senza ombra di dubbio. E infatti prima ho pubblicato i Bassotti e solo ora i Mastini”.

La Polillo si è affermata come casa editrice d’eccellenza nel settore della narrativa gialla classica. Progetti futuri?

“Per ora no. Il progetto -meglio l’obiettivo -immediato è quello di far sì che anche i Mastini riscuotano il successo che ha contraddistinto i Bassotti. E’ una collana forse più difficile, perché è meno caratterizzata, ma ha il vantaggio di offrire una maggiore varietà di trame”.

Perchè la scelta di pubblicare solo autori stranieri?

“Perché in quegli anni gli autori italiani non si cimentavano se non marginalmente in quel campo (e quelli che l’hanno fatto sono già stati ripubblicati e riscoperti in tempi anche recenti), e poi perché le patrie del giallo sono l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Ci sarebbe anche la Francia, in realtà, almeno per il genere Mastini, e non è escluso che qualche autore di quella nazione prima o poi trovi posto nella collana.

Molte crime stories diventano film e addirittura cult movie come è successo a “Bunny Lake é scomparsa”. Che ne pensa della trasposizione cinematografica dei gialli?

“Ne penso bene. In molti casi l’ho trovata adeguata, in altri ha addirittura migliorato la storia. Certe volte, invece, l’atmosfera dell’autore del testo non è stata rispettata, ma di sicuro il cinema e la televisione hanno aiutato il giallo (così come quest’ultimo ha a sua volta aiutato il cinema e la televisione)”.

Marco Polillo é anche scrittore di gialli, a quando il terzo romanzo?

Sorpresa! Il terzo romanzo è appena terminato. L’ho consegnato ieri alla mia agente letteraria e quindi spero di avere presto buone notizie. Quello che posso dire per ora è che il protagonista è sempre il vicecommissario Zottìa e che anche questa volta l’ambientazione è molto particolare: il lago d’Orta”.