:: Recensione di L'assassino dentro di me di Jim Thompson a cura di Stefano Di Marino

2Dove nasce il Male? Domanda ineludibile di fronte alle migliori opere ‘noir’. Già… ogni volta che prendo in mano un romanzo di Jim Thompson mi dico ‘Questo è senz’altro il migliore’, eppure, ogni volta, che  ne inizio un altro mi devo ricredere. Di certo questo The killer Inside Me da cui è tratto il film di Michael Winterbottom con Casey  Affleck, Jessica Alba e Kate Hudson non risparmia colpi allo stomaco. Sono anche curioso di vedere il lavoro di adattamento del veterano  John  Curran perché non è un testo facile da portare sullo schermo. La voce narrante  qui, più che in altri romanzi, non è solo cifra stilistica ma parte integrante dello svolgimento del plot. Il romanzo in sé è già uno shock, soprattutto se pensiamo che fu pubblicato nel 1952. Un’America rurale, per certi versi retrograda al confine tra l’era moderna e quella del Wild West. Central City, fondata nel 1870 è, a tutti gli effetti, una città del West e il suo sceriffo, Lou Ford, è il frutto di quell’America che ha costruito se stessa con una facciata di perbenismo, torta di mele e bandierone a stelle e strisce ma cela un animo selvaggio. Questa, più che la trama gialla in sé; è  la lama che  Thompson rigira così bene nelle menti dei lettori. Può sembrare bizzarro ma l’identificazione con la parte oscura di Lou, i suoi segreti, i suoi obiettivi e i mezzi per realizzarli diventa quasi istantanea. Sembra che a ogni pagina, a ogni virgola ammicchi e chieda la tua complicità. Manipolandoti come fa  (o cerca di fare?) con coloro che gli stanno intorno. Forse perché ha delle ragioni. Forse perché la sua è una malattia. Forse perché, nella complessa trama di dark lady, di uomini di legge, disgraziati, arroganti, ingenue e perfide fidanzate di gente vera  insomma, il lato più spietato di Lou ha un risvolto  sinistramente vicino a quello di chi legge. Un mondo senza speranze? E   quando mai ne ha avute? Come a un fatale appuntamento cui si va con i soldi in tasca e la speranza di poter rimettere a posto le cose con un trucco e poi ti accorgi che in trappola ci sei finito tu, in qualche modo, speri sempre che la storia svolti in una direzione consolatoria. Ma non è così. Non sarebbe Thompson. Non sarebbe il ‘miglior nero’ di un  autore maledetto che ogni volta si gioca di te perché il suo ‘miglior nero’ è quello che stai leggendo. Cominciate da questo per scoprirlo.

James Myers Thompson, detto Jim (Anadarko, 27 settembre 1906 – Hollywood, 7 aprile 1977), è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense di genere noir.
Thompson deve la sua fama principalmente ai romanzi. Ne ha scritti più di trenta, molti dei quali nel suo periodo più prolifico, dalla fine degli anni quaranta alla metà degli anni cinquanta. Poco apprezzato in vita, la sua statura di autore cresce negli anni ottanta con le riedizioni dei suoi romanzi per la casa editrice Black Lizard.
I personaggi che popolano i libri di Thompson sono truffatori, perdenti, psicopatici; alcuni di questi vivono ai margini della società, altri vi sono perfettamente inseriti. La visione nichilista dell’autore è quasi sempre espressa da una narrazione in prima persona; la profondità della sua comprensione degli abissi della follia criminale è quasi spaventosa. Difficile trovare personaggi “buoni”, nei suoi libri: anche quelli apparentemente più innocui mascherano egoismo, opportunismo e vizio. (Fonte Wikipedia).

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