:: Delitto a Massaua (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nell’Africa selvaggia Vol. 3) di Shanmei

21 gennaio 2024 by

Massaua 1886. Durante le grandi piogge invernali il giovane tenente Bianchi si trova ad indagare su un efferato delitto per scagionare Augusto Coen, un contabile di una ditta commerciale. Aiutato dal tenente Fabrizio De Angelis dovrà riuscire a dipanare un’intricata matassa tra rivalità commerciali, furti e delitti.

Terza novella della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nell’Africa selvaggia”. Dopo i sette episodi, più i racconti, della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Luigi Bianchi in una serie che narra le sue indagini e avventure giovanili in Africa alla fine dell’Ottocento.

:: La pittrice di Rennes di Alberto Mati (Ali Ribelli 2023) a cura di Patrizia Debicke

19 gennaio 2024 by

Estate 2022. Alla stazione ferroviaria di Rennes, lo splendido capoluogo della Bretagna, Alessandro Zocchi, quarantacinquenne toscano in viaggio con due amici, dopo aver comprato il biglietto del TGV per Parigi, nota una giovane donna apparentemente trentenne dai capelli rossi che gli volta le spalle davanti al tabellone delle partenze. Colpito dall’avvenenza della sua figura, esaltata dalla minigonna e dalla camicetta annodata sotto il seno, le scatta una foto e quando poi lei, nel raccogliere la borsa per dirigersi verso un caffè, perderà un foglietto di carta con scritto qualcosa, lo raccoglierà porgendoglielo e spiegandosi nel suo povero francese.
Ma proprio in quel preciso momento sarà piacevolmente colpito e affascinato nello scoprire che la ragazza parla un ottimo e musicale italiano, con un live accento appena valorizzato nelle erre, avendo studiato alle belle Arti di via Ricasoli a Firenze. Scoprirà infatti che la giovane musa incantatrice dai capelli rossi, Lorraine Lambery, che ha appena incontrato è diventata oggi una pittrice francese abbastanza conosciuta, dopo una lunga, difficile e tormentata carriera.
Lorraine si confida tranquillamente con lui, dichiarandosi apertamente lesbica ma con abitudini bisex. Cosa che stuzzica e intriga il toscano tanto più che tra loro due pare sia esplosa un’intesa sessuale immediata, pronta a trasformarsi presto in una tenera e stravagante liaison che si snoderà, attraverso itineranti e campagnole avventure bohémien ed incontri particolari, tra la Bretagna e Parigi.
La Ville Lumière, già, la rutilante capitale francese dove la sorte e l’incontro con una bella e conturbante archeologa bionda spagnola dagli occhi verdi, Isabel offesa e tradita dal fidanzato coinvolgeranno presto l’italiano in una sequela di altri, diversi e molto infuocati rapporti emozionali e fisici , descritti e spiegati con dovizia di particolari.
Un continuo mutare ed evolversi di inattese situazioni sorprendenti, in un turbine di avvenimenti spesso dagli aspetti simultanei che trascineranno Alessandro nella più difficile e azzardata confusione di passioni, costringendolo alla fine a optare per una scelta obbligata tra la bella rossa pittrice francese e la bionda e focosa archeologa catalana.
Un romanzo, La pittrice di Rennes che, più che il ritmo di un giallo assume la voluta suspence di ricercato e tenebroso romanticismo.
Un romanticismo che pare addirittura in certe descrizioni volersi avvicinare al decadentismo dannunziano per una storia a tratti lenta e subito dopo inquieta, incalzante, densa di amori complessi, libertini, nascosti ma anche esibiti , sullo sfondo di una splendida e accaldata Parigi estiva.
Una Parigi descritta alla perfezione tanto da assomigliare quasi in certe pagine a una dotta guida turistica che il toscano dovrà attraversare, visitare fino a conoscere e studiare nei più minuti particolari e segreti della sua antica intrigante storia e della sua millenaria cultura avvalendosi della archeologa spagnola.
Un storia intrigante che a tratti indugia, si sofferma, gioca con le parole, rappresenta l’incanto dei paesaggi, spiega la ripercussione e la bellezza dell’arte. Avvicina senza timore complessi temi storici, filosofici, vorrebbe creare poemi e ci prova senza vergogna…
Un love story inserita in una gita turistica, a tratti erotico sentimentale di tre amici toscani in Francia , per romanzo che a me richiama soprattutto il genere svagatamente sentimentale degli intrighi amorosi in certi film di Woody Allen.
Tracce che mi rimandano addirittura per certi aspetti e in certi momenti proprio al film : Vicky Cristina Barcelona e ben descrivono il tipico spaesamento o eccitazione del turista in terra straniera. Spaesamento e lassismo vacanziero che spesso riesce a provocare un mixer di reazioni che vanno dalla commozione alla noia, dallo stupore alla diffidenza. Le atmosfere inserite nel testo poi, quasi irreali e avvolgenti, contribuiscono ad un’euforia senza limiti al di là di quanto concesso dal raziocinio.

Alberto Mati, nato nel cuore della Toscana a Pistoia nel 1962, ha intrapreso un percorso professionale ricco e variegato. Dopo aver conseguito il diploma di perito industriale specializzato in meccanica, ha maturato una vasta esperienza lavorativa in diversi settori. Ha iniziato la sua carriera come impiegato tecnico in officine meccaniche, dove ha affinato le sue competenze pratiche. Successivamente, ha lavorato come progettista in una rinomata società d’ingegneria, mettendo a frutto le sue competenze tecniche e creative. Infine, ha assunto un ruolo di responsabilità come ispettore tecnico nella Polizia di Stato. Viaggiatore appassionato, ha esplorato ampiamente l’Italia, il Nordafrica e l’Europa, sia per motivi di lavoro che per piacere. Queste esperienze di viaggio hanno arricchito la sua visione del mondo e hanno influenzato la sua scrittura. Ora, Alberto si avventura nel mondo della letteratura con il suo primo romanzo, La pittrice di Rennes. Questa nuova sfida rappresenta l’ultima tappa di un percorso di vita ricco e stimolante, e non vediamo l’ora di scoprire dove la sua penna lo porterà.

:: Mio carissimo amico. Le lettere fra l’autore dell’Isola del Tesoro e il creatore di Peter Pan, Robert Louis Stevenson- James Matthew Barrie (Lorenzo de’ Medici Press ,2024) A cura di Viviana Filippini

18 gennaio 2024 by

Quando ci approcciamo ad uno scrittore lo facciamo di solito leggendo i suoi libri, poi se ci incuriosisce e ci piace, ci addentriamo ancora di più nel suo mondo cercando di conoscerne la vita e, in alcuni casi, magari leggendo anche gli epistolari che l’autore o l’autrice tenevano. Questo oggi lo possiamo fare con Robert Louis Stevenson e James Matthew Barrie, entrambi noti per essere due importanti esponenti della letteratura scozzese, dei quali abbiamo a disposizione “Mio carissimo amico. Le lettere fra l’autore dell’Isola del Tesoro e il creatore di Peter Pan”, edito da Lorenzo de’ Medici Press. L’epistolario, tradotto per la prima volta in italiano da Priscilla Gaetani, è un vero e proprio viaggio in un frangente dell’esistenza dei due autori che, in realtà, non riuscirono mai ad incontrarsi di persona. L’inizio della corrispondenza tra Stevenson e Barrie risale al 1892 quando il primo era già nella isole Samoa e Barrie invece si spostava tra Kirriemuir e Londra e prosegue fino all’ottobre del 1894.  Quello che emerge è uno scambio di lettere tra due scrittori,  tra i quali ci furono da subito una profonda empatia e simpatia e che nei manoscritti (alcuni dei quali riprodotti anche all’interno del testo) si raccontarono un po’ di tutto, nel senso che si scambiarono pareri su libri scritti da loro e non solo, ma si muovevano liberamente nel commento delle loro vite e di quello che accadeva attorno.  Stevenson era noto per opere come “L’isola del tesoro” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, mentre Barrie, romanziere e drammaturgo, è passato alla storia grazie al suo personaggio di Peter Pan e basta pensare che di lui Robert Louis Stevenson disse:  “Io sono un artista, lui è un genio”. Nelle lettere sono  molti i nomi degli autori a loro contemporanei che vengono citati con le relative opere e produzioni, analizzati e commentati da Stevenson e Barrie, non solo maestri della penna, ma anche avidi lettori.  Presenti nelle lettere ci sono battute ironiche tra i due e anche uno sguardo alle rispettive famiglie descritte in modo così vivo e vivace che al lettore, durante la lettura, sembra di veder prendere forma una loro fotografia. Stevenson e Barrie erano entrambe scozzesi uniti, come si comprende, un legame tra loro molto profondo, tanto è vero che già dai primi scambi di scritti, si manifesta una forte e chiara la volontà del papà di Peter Pan di partire per Samoa e, ad un certo punto, questa stima è così forte che in una lettera di Barrie emerge tutta l’ammirazione e affetto verso Stevenson:  “Ad essere sincero,  ho scoperto (lo sospettavo da tempo) che vi amo, e se voi foste una donna… La vostra ultima lettera è la più magnanima che un uomo abbia scritto ad un altro uomo, ma mi lascia ancora un’emozione tale da continuare a starmene accovacciato accanto a voi piuttosto che starvi accanto in punta di piedi”. Purtroppo Barrie non partì mai, anche perché Stevenson morì a Vaillima, località delle Samoa nel dicembre del 1894, ma “Mio carissimo amico. Le lettere fra l’autore dell’Isola del Tesoro e il creatore di Peter Pan”, edito da Lorenzo de’ Medici Press è la testimonianza della dimensione umana ed emotiva di due grandi maestri della letteratura mondiale.

Robert Louis Stevenson (1850-1894) è uno scrittore dei grandi classici della letteratura di lingua inglese. Autore di romanzi come “L’isola del tesoro” e “Il Signore di Ballantrae” diede vita a racconti memorabili fra cui spicca “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Fu anche autore di storie ambientate nella Polinesia in cui trascorse gli ultimi anni della sua breve esistenza.

James Matthew Barrie (1860-1937), romanziere e drammaturgo, deve la sua fama imperitura alla creazione del personaggio di Peter Pan che, nella serie di romanzi e racconti a lui dedicati, rimane il suo massimo capolavoro. Scrisse altre raccolte di racconti per adulti e ragazzi.

Source: richiesto dall’autore. Grazie all’uffcio stampa 1A Comunicazione.

:: Vita di un ragazzo di Robert McCammon (Fanucci 2023) a cura di Emilio Patavini

16 gennaio 2024 by

Pubblicato a settembre per Fanucci, Vita di un ragazzo (A Boy’s Life) è l’ultimo titolo uscito in Italia dello scrittore statunitense Robert R. McCammon, autore di Baal, Hanno sete e Il canto di Swan e altri bestseller dell’orrore. Il romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 1991, si è aggiudicato premi prestigiosi come il World Fantasy Award e il Bram Stoker Award per il miglior romanzo. Dopo essere approdato in Italia nel 1992 con il titolo Il ventre del lago, è stato recentemente ritradotto per Fanucci da Francesco Vitellini.

Il romanzo è ambientato nel 1964 a Zephyr, cittadina fittizia dell’Alabama, lo stato radicato nel profondo sud degli Stati Unitiin una zona nota come Bible belt. La storia è raccontata in prima persona dal dodicenne Cory Mackenson, la cui vita cambia per sempre quando una mattina di primavera decide di accompagnare il padre durante il suo turno di consegna del latte prima di andare a scuola e vede una macchina sfrecciare davanti al loro furgone e precipitare nelle profondità del lago Saxon. Il padre di Cory, Tom, si getta prontamente in acqua per tentare di salvare il conducente, ma al suo posto trova il cadavere di un uomo ammanettato al volante, con un filo di rame attorno al collo e con tutti i segni di un evidente pestaggio. Le autorità, tuttavia, non riescono a risalire alla sua identità, e il mistero dell’uomo in fondo al lago continua a tormentare il sonno di Tom Mackenson e ad attirare la curiosità di Cory, che nel corso delle oltre cinquecento pagine del romanzo si ritrova così a ricomporre i pezzi di un complesso puzzle fino a un epilogo ad alta tensione. Ma questo mistero fa da sfondo a una quantità impressionante di avventure e sottotrame tragicomiche ambientate nella cittadina di Zephyr che presentano al lettore una varietà di personaggi che includono un predicatore invasato che si scaglia contro le diaboliche canzoni dei Beach Boys, il figlio dell’uomo più ricco di Zephyr che gira abitualmente nudo per la città, un anziano signore che si rivela un infallibile pistolero di nome Caramella Kid, un’arzilla centoseienne di colore nota come la Signora dotata di poteri medianici e persino un gruppo di membri del Ku Klux Klan. Le moltissime vicende raccontate potrebbero sembrare a tutta prima spezzoni slegati gli uni dagli altri, ma in realtà si armonizzano perfettamente. McCammon è un ottimo narratore, non c’è che dire. Il suo stile è scorrevole, sa essere al tempo stesso commovente e divertente, sa miscelare mistero e tensione narrativa.

Alcuni lettori hanno paragonato questo romanzo a It (1986) di Stephen King, ma a me ha ricordato maggiormente Ghost Story (1979) di Peter Straub, anche se non mancano momenti alla Bradbury, come l’atmosfera evocata dall’arrivo del circo o la malinconia di un’estate passata. Benché McCammon sia ricordato perlopiù come autore horror, Vita di un ragazzo è un thriller in cui la suspense è sapientemente costruita soprattutto a partire dalla seconda metà del romanzo, in cui la tensione comincia a crescere. Ma nel romanzo sono presenti numerosi echi di realismo magico, che non vengono presentati come episodi soprannaturali, ma come elementi – talvolta disturbanti – sospesi tra il mondo reale e quello della magia. D’altronde, come scrive il narratore nel Prologo, Zephyr è un «luogo magico» (p. 11), in cui può succedere che un nostro desiderio possa riportare in vita un amico fedele con conseguenze inquietanti (come nel celebre capolavoro del macabro La zampa di scimmia di W.W. Jacobs), che le strade siano percorse da automobili fantasma o che le acque del fiume Tecumseh ospitino davvero il Vecchio Mosè, una creatura che sembra vivere solo nella leggenda. McCammon potrebbe aver attinto alla prolifica tradizione del Souther Gothic per infondere tutti questi elementi preternaturali alla sua narrazione, ma quello che emerge con molta chiarezza è che il male vero non ha questa origine, non è una minaccia oltremondana giunta da un’altra dimensione, ma è opera dell’uomo, frutto del suo odio e della sua sete di sopraffazione.

Vita di un ragazzo è un romanzo che parla di amicizia e di crescita, ma anche del senso di perdita, di bullismo, razzismo e fanatismo religioso. Sono gli anni della guerra fredda, del Vietnam, della segregazione razziale e delle lotte per i diritti civili, gli anni dell’assassinio di Kennedy e dell’avvento del consumismo, gli anni dell’uscita de Il buio oltre la siepe (1960), romanzo che valse il Premio Pulitzer a una scrittrice dell’Alabama di nome Harper Lee. Tutti questi elementi di contesto storico e sociale vengono toccati dalla narrazione, ma sono filtrati attraverso il punto di vista di un ragazzo, Cory Mackenson, che è indubbiamente un alter ego dell’autore. Nato nel 1952 in Alabama (proprio come McCammon), Cory è un aspirante scrittore che si diletta a scrivere di mostri, cowboy e detective, legge legge la rivista Famous Monsters of Filmland di Forrest J. Ackermann e ama il cinema, tanto da tappezzare la propria camera di ritagli dei suoi idoli:

«A fissarmi c’erano il Fantasma dell’Opera di Lon Chaney, il Dracula di Bela Lugosi, il Frankenstein e la Mummia di Boris Karloff. Il mio letto era circondato da scene lunatiche in bianco e nero tratte da Metropolis, Il fantasma del castello, Freaks, The Black Cat e La casa dei fantasmi. La porta del mio armadio era un collage di bestie: l’Ymir di Ray Harryhausen che combatte contro un elefante, il ragno mostruoso che si avvicina furtivamente al protagonista di Radiazioni BX: distruzione uomo, Gorgo che attraversa il Tamigi, l’Uomo Colossale dal volto coperto di cicatrici, la coriacea Creatura della Laguna Nera e Rodan in pieno volo. Avevo un posto speciale sopra la mia scrivania, un posto d’onore, se volete, per il soave e bianco Roderick Usher di Vincent Price e il magro e assetato Dracula di Christopher Lee» (p. 182)

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Fanucci.

:: Giornata Della Memoria: due consigli di lettura/2

16 gennaio 2024 by

In occasione del 27 Gennaio, in cui ricorre la “Giornata della Memoria”, in ricordo delle vittime della Shoah queste sono le due proposte di La Nave di Teseo: I frutti della memoria – La mia testimonianza nelle scuole di Edith Bruck e Il cabaret dei ricordi di Joachim Schnerf. In uscita rispettivamente il 23 e il 30 gennaio.

In occasione del Giorno della Memoria, la testimonianza del dialogo continuo di Edith Bruck con ragazzi e studenti di ogni età sugli orrori del nazifascismo e dell’Olocausto, per tramandare alle generazioni future, ancora e ancora, il capitolo più buio della storia dell’uomo.

“Cari studenti, dopo tantissimi anni che mi mandate lettere, versi, disegni, sento il bisogno di rispondervi, di raccontare non il mio vissuto, che conoscete, e spero non dimenticherete mai, come me, ma la vostra promessa di portare avanti la testimonianza. 
Se l’uomo ancora non ha imparato dai propri misfatti, provate voi giovani a essere meglio dei vostri predecessori e cercate di creare una nuova convivenza pacifica, civile e rispetto reciproco con chiunque e ovunque. ‘Basta una goccia di bene,’ mi ha detto Papa Francesco, ‘per migliorare questo mare nero che è il mondo.’ Gli ho risposto che io ho fatto già una pozzanghera. E continuerò ancora, finché potrò, perché non è mai inutile. La memoria per tutti è fondamentale, vitale. Convinzione che devo a voi, alle vostre lettere. 
Vi consiglio di alimentare il bene dentro di voi, e lasciate morire di fame il male.”
– Edith Bruck 

Un volume prezioso che raccoglie le lettere e i testi degli studenti di tutte le età che Edith Bruck ha incontrato in questi anni, portando nelle scuole e ovunque la sua testimonianza ininterrotta per non dimenticare l’orrore dell’Olocausto. 

Un romanzo sulla Shoah diverso, che intreccia la storia dell’ultima sopravvissuta di Auschwitz a quella di suo nipote di fronte alla paura di diventare padre, ai ricordi nostalgici di una infanzia perduta di avventure, e alla responsabilità di tramandare la memoria.

Domani mattina Samuel andrà a prendere la moglie e il loro primogenito al reparto maternità. Così, in quest’ultima notte di solitudine, all’alba di una vita che non sarà più la stessa, Samuel è inquieto e non riesce a dormire. Diviso tra esaltazione e angoscia, ricordando il passato e pensando al futuro, la sua notte è infestata da molte storie che lo accompagnano da tutta la vita. Quella della sua famiglia prima di tutte, ma, ancor di più, quelle che narrava la prozia Rosa, che nel secondo dopoguerra si era stabilita in Texas dove aveva allestito uno straordinario e rinomato cabaret. Le storie che Samuel si raccontava da bambino, quando con i cugini si travestiva da cowboy e giocava a cercare la prozia nel deserto di un’America fantastica, affrontando nemici immaginari. Quelle che Rosa, ormai ultima sopravvissuta ad Auschwitz, ha raccontato ogni sera nei suoi spettacoli. Tutte storie che Samuel condividerà con suo figlio, il bambino nato mentre Rosa sta per dire addio al suo amato palcoscenico. Presto non ci saranno più testimoni da passare, ma resteranno il racconto e l’invenzione, capaci di svelare ciò che credevamo scomparso, di evocare l’indicibile ma soprattutto di impedire di stravolgere il passato. Perché, al cabaret dei ricordi, l’importante è non dimenticare mai. 

In questo romanzo intimo, commovente, delicato e ironico, Joachim Schnerf costruisce una narrazione che riesce con leggerezza ad affrontare temi profondi, umani e universali come il rapporto con il proprio passato, il senso di appartenenza, l’abbandono e la morte. 

:: No borders, Giuliana Facchini (Sinnos 2023) A cura di Viviana Filippini

15 gennaio 2024 by

Alcott, Lindgren, Verne e Dickens sono i protagonisti di “No borders”, romanzo per giovani adulti scritto da Giuliana Facchini, edito da Sinnos.  Per i lettori, i personaggi non sono del tutto sconosciuti, perché sono i protagonisti del precedente “Borders”, primo capitolo scritto dalla Facchini che si è meritato il Premio Rodari 2022, Premio Libro Aperto 2023 ed è stato finalista Premio ORBIL. “No Borders” porta avanti lo sviluppo del viaggio di ritorno del quale si accennava nel primo romanzo e i quattro amici tornano a Magnolia, quella megalopoli dalla quale erano fuggiti tempo prima, perché strutturata  su regole rigide, controllo estremo sugli abitanti e su ogni cosa messa in circolazione. Alcott, Lindgren, Verne e Dickens hanno sempre i loro nomi ispirati agli scrittori e scrittrici del  passato, quelli che hanno lasciato il segno nella storia letteraria con i loro capolavori ma che, nel mondo dove questi ragazzi hanno vissuto, sono stati spazzati via dalla mente delle persone. Gli inseparabili quattro si trovano sempre nell’universo distopico – che è sì un mondo futuro immaginato, ma con aspetti simili a quello reale dove viviamo-  dove hanno affrontato un lungo viaggio  grazie al quale hanno imparato a conoscere la natura selvaggia fuori da quella società confezionata in ogni cosa. A vegliare su di loro sempre la saggia Olmo. Ora che sono cambiati e sono più maturi, magari anche innamorati (chi lo sa, quello sta al lettore scoprirlo), sono pronti a tornare a Magnolia. Il loro intento è preciso: cambiare le cose. Perché? Perché durante l’esperienza nel mondo esterno a Magnolia, i protagonisti hanno conosciuto e scoperto un deposito di semi (per loro una importante risorsa) e hanno trovato anche altre persone che, unite in vere e proprie comunità come Parcé, hanno dimostrato come è possibile vivere in modo diverso da Magnolia. Queste comunità coltivano la terra, allevano animali, sembrano uomini primitivi di nuova generazione che stanno ricostruendosi una vita, in libertà. Il fare di questi gruppi umani è qualcosa di importane per i quattro amici, perché non è solo la scoperta che esistono altre vite, ma sono la prova concreta che è possibile vivere in un modo nuovo, recuperando il valore della natura e quello umano. Anche in questo romanzo, come nel precedente, ogni capitolo corrisponde ad una voce dei protagonisti che si alternano nella costruzione della trama narrativa dove i temi richiamano quelli di “Borders” (crescita, scoperta del mondo nuovo, presa di coscienza dei sentimenti, conoscenza e rispetto del mondo naturale), però quello che spicca è la volontà di compiere azioni concrete che favoriscano il cambiamento. Nella storia non manca una buona dose di suspense ed emozioni, visto che ripresentarsi in un posto dal quale si era fuggiti comporta delle conseguenze non sempre prevedibili e calcolabili e di certo Alcott, Lindgren, Verne e Dickens agiscono mettendoci tutta l’attenzione e l’impegno possibile per costruire qualcosa di nuovo per loro e per il mondo che li circonda. “No borders” di Giuliana Facchini può essere visto anche come romanzo di formazione, in quanto i protagonisti sono maturati, ma affrontano ancora una volta tutta una serie di eventi, identificabili come prove da superare, per trovare il proprio equilibrio e stabilità. Allo stesso tempo, il romanzo presenta una seconda formazione, quella per edificare la società nuova che i protagonisti proveranno a mettere in piedi facendo riferimento alle competenze e conoscenze che hanno appreso andandosene dalla claustrofobica Magnolia. Illustrazione di copertina Mara Becchetti.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”. Con Sinnos ha pubblicato “La figlia dell’assassina” (2018), “Borders” (2022)

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: Bicentenario della nascita di Wilkie Collins

13 gennaio 2024 by

Nel bicentenario della nascita di Wilkie Collins, che nacque a Londra l’8 gennaio 1824, Fazi Editore manda in stampa, in un’edizione di pregio, tre dei suoi capolavori: La donna in bianco, Senza nome e La pietra di Luna. Padre del poliziesco moderno e pioniere del genere fantastico, Wilkie Collins oltre a vantare l’amicizia con Charles Dickens, di cui fu anche stretto collaboratore, e l’apprezzamento di Dame Agatha Chiristie e G.K. Chesterton, è un autore che merita di essere riscoperto anche dai lettori di oggi. Vediamo insieme le trame di questi interessanti libri:

Quale terribile segreto nasconde la misteriosa figura femminile che si aggira di notte per le buie strade di Londra? Questo è solo il primo di una serie di intrighi, apparizioni e sparizioni, delitti e scambi di identità che compongono la trama di La donna in bianco, tessuta con magistrale sapienza da Wilkie Collins. Nel 1860 Charles Dickens pubblicò il romanzo a puntate sulla sua rivista «All the Year Round» suscitando uno straordinario interesse nel pubblico, che seguì per un intero anno le vicende della sventurata Anne Catherick e quelle degli altri personaggi, descritti con impareggiabile abilità psicologica, come l’impavida Marian Halcombe, il coraggioso Walter Hartright e l’affascinante quanto ambiguo conte Fosco.
È passato oltre un secolo e mezzo e le cose non sono cambiate: anche il lettore moderno più smaliziato non può che rimanere piacevolmente intrappolato negli ingranaggi di questa straordinaria macchina narrativa, che ha segnato per sempre la tradizione del mistery facendo guadagnare al suo autore l’appellativo di “padre del poliziesco moderno”. Non c’è lunghezza che tenga: con un libro del genere si arriva sempre al fondo con rimpianto. La donna in bianco è anche un musical di grande successo realizzato da Andrew Lloyd Webber.

Quando le due sorelle Magdalen e Norah Vanston, alla morte improvvisa dei genitori, scoprono che questi non erano sposati, si trovano private di una cospicua eredità e costrette a guadagnarsi da vivere. Ognuna dovrà fare affidamento sulle proprie risorse: mentre Norah, dimessa e ligia al dovere, si rassegnerà a una vita da governante, l’irresistibile Magdalen sfrutterà il suo fascino per farsi strada, determinata a riconquistare l’eredità al punto da prendere in considerazione la mossa più pericolosa di tutte: sposare l’uomo che detesta. Sullo sfondo di questa contrastata vicenda, scandita da perizie legali e tradimenti, scambi di identità e giochi di coppia, emergono i personaggi, caratterizzati con maestria, di una storia intensamente drammatica, ma anche venata di umorismo. 
Capolavoro di minuziosa osservazione psicologica e allo stesso tempo critica decisa alle storture della società vittoriana, Senza nome occupa un posto di primo piano nella letteratura inglese dell’Ottocento: un romanzo che rimane ancora oggi un esempio miracoloso del talento di Wilkie Collins.

Dopo secoli di avventure e vicissitudini, la pietra di Luna, prezioso e antico diamante giallo originario dell’India, giunge in Inghilterra e viene donata a una giovane nobildonna di nome Rachel Verinder nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Il gioiello, di valore inestimabile, scompare in circostanze misteriose quella notte stessa e un famoso investigatore, il sergente Cuff, viene incaricato di ritrovarlo. L’indagine, per quanto accurata, non porta ad alcun risultato e causa, anzi, sgomento e confusione sia tra i membri della famiglia Verinder che nella servitù. La narrazione, in cui tutti i personaggi sono apparentemente innocenti ma allo stesso tempo possibili colpevoli, si sviluppa seguendo le sorti della pietra di Luna, in un groviglio di eventi drammatici raccontati, di volta in volta, dai diversi protagonisti. A fare da sfondo a questo giallo così magistralmente costruito c’è una romantica storia d’amore che, insieme alla suspense e alla curiosità, tiene il lettore inchiodato al libro dalla prima all’ultima pagina.
Riconosciuto come uno dei più grandi capolavori di Wilkie Collins, La pietra di Luna, alla sua uscita nel 1868, consacrò il clamoroso successo dell’autore e riuscì addirittura a destare l’invidia di Charles Dickens, suo grande amico e maestro.

:: È difficile essere un dio di Arkadij e Boris Strugackij, a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos 2023) recensione a cura di Emilio Patavini

13 gennaio 2024 by

Uno dei primi esempi di fantascienza russa è l’utopia socialista Stella rossa (1908) di Alexandr Bogdanov, traduttore di Marx e rivoluzionario bolscevico, ma tracciando una breve storia di questo genere letterario possiamo citare anche il romanzo di ambientazione marziana Aelita (1922) del conte Aleksej Tolstoj (lontano parente del più famoso Lev), da cui venne tratto due anni dopo il kolossal diretto da Jakov Protazanov. Anche le opere del “Jules Verne russo” Aleksandr Beljaev rientrano in questo genere, così come Noi (1924) di Evgenij Zamjatin, romanzo fondamentale per il genere distopico, tanto che costituirà una notevole fonte di ispirazione per 1984 (1949) di George Orwell, o ancora, Cuore di cane e Uova fatali (1925), racconti “wellsiani” di Michail Bulgakov, l’autore dell’immortale capolavoro Il maestro e Margherita. Con la sua epopea spaziale La nebulosa di Andromeda (1957), Ivan Efremov è considerato uno dei padri della fantascienza sovietica. Ma sono i fratelli Arkadij (1925-1991) e Boris (1933-2005) Strugackij, attivi soprattutto tra anni ‘50 e ‘60, gli autori più letti e conosciuti della fantascienza russa. Nati a Leningrado e di famiglia ebraica, traduttore dall’inglese e dal giapponese il primo e astronomo e matematico il secondo, i fratelli Strugackij esordirono nel 1959 con La terra delle nubi cremisi e scrissero in coppia indimenticabili romanzi in cui la speculazione metafisica e la satira della burocrazia e del regime sovietico sono sapientemente coniugati. Della loro prolifica produzione è d’obbligo citare Picnic sul ciglio della strada (1972), da cui è stato tratto il celebre film Stalker (1979) diretto da Andrej Tarkovkij e scritto dagli stessi fratelli Strugackij. Nonostante il successo delle loro opere, i fratelli Strugackij non mancarono di scontrarsi con una critica ostile e soprattutto con le forche caudine della censura sovietica, che tagliò ed espurgò senza ritegno le loro opere (raccolte oggi in Russia in ben trentatré volumi) e li costrinse ad apportare «duecento umilianti correzioni» al testo di Picnic sul ciglio della strada o a dover riscrivere La favola della Trojka per poterla pubblicare, come ha ricordato Marco Respinti in un suo recente pezzo uscito su Libero. Anche È difficile essere un dio (Трудно быть богом, 1964) ha avuto una vicenda editoriale piuttosto travagliata, come racconta lo stesso Boris nella postfazione alla nuova traduzione integrale dal russo a cura di Diletta Bacci uscita a luglio per Marcos y Marcos, con prefazione di Paolo Nori.

Il romanzo è ambientato in un futuro in cui una missione di storici russi manda alcuni esploratori in incognito su Arkanar, un pianeta abitato da esseri umani che vivono in un’epoca storica grossomodo corrispondente al medioevo dell’immaginario collettivo: non un medioevo storico, dunque, ma un pastiche in cui gli autori fondono in un unico calderone astorico i moschettieri della Francia di Richelieu, la Santa Inquisizione e le angherie dei bravacci spagnoli dando vita a una società feudale dominata dall’arretratezza culturale, dalla superstizione religiosa, dalla sporcizia e dall’ignoranza. Calato in questa società al contempo aliena e familiare, il nostro protagonista Anton si trova a vestire i panni del nobile don Rumata, ma grazie al cerchio d’oro che porta sulla testa (in realtà una telecamera) può solo osservare e trasmettere le immagini alla Terra affinché siano studiate dagli storici del feudalesimo, ma senza poter intervenire in alcun modo per cambiare le cose. Egli tuttavia è il miglior spadaccino del pianeta e grazie alle sue avanzate conoscenze tecnologiche viene visto dalla popolazione di Arkanar come un dio. Ma di fronte alle ingiustizie sociali che piagano questa società rigidamente stratificata in ceti – con alla base della piramide «i contadini e gli artigiani, sopra di loro la nobiltà, poi il clero e infine il re» (p. 243) –, un uomo proveniente da un pianeta in cui il comunismo è divenuto realtà non può restare indifferente: i poveri sono vessati dall’oppressione dei più forti (i cosiddetti «squadristi grigi»), i nobili vivono nel vizio, gli intellettuali e gli scienziati (chiamati sprezzantemente i «divoratori di libri») vengono barbaramente perseguitati e uccisi – e in quest’ultimo aspetto, sembrano suggerirci i fratelli Strugackij, la vita sul pianeta alieno non sembra differire troppo dalla realtà quotidiana dell’Unione Sovietica. Tuttavia, nonostante sia parte di un esperimento sociale su scala planetaria e nonostante i suoi sforzi per salvare i «divoratori di libri» dal rogo, Anton non può che guardare con pessimismo alle sorti del pianeta: «Non c’è speranza, pensò. Non ci sarà mai forza sufficiente per strapparli dal solito circolo vizioso di inquietudini e idee. Potremmo dargli tutto. Potremmo sistemarli nelle più moderne case spettrosonore e insegnargli le procedure ioniche, e comunque la sera si riunirebbero in cucina, giocherebbero a carte e si sbracherebbero dalle risate per il vicino che viene picchiato dalla moglie. E per loro non ci sarebbe passatempo migliore» (p. 108).

Da un punto di vista stilistico, il romanzo si avvale di una scrittura lirica che indugia spesso in dialoghi filosofeggianti e in lunghi monologhi interiori e riflessivi e di un linguaggio particolarmente evocativo che talvolta rischia di appesantire la narrazione e rallentarne il ritmo, soprattutto nella prima metà del libro, mentre la parte finale è invece più incalzante e ricca di tensione.

È difficile essere un dio nasce come una riscrittura della trilogia di Dumas: un’avventura di moschettieri con intrighi di corte e duelli all’ultimo sangue, ma con l’aggiunta di «piscio e sporcizia medievale» (p. 274), come ricorda Arkadij nella sua postfazione al romanzo. Le cose cambiarono nel dicembre 1962, quando il presidente Chruščëv visitò una mostra d’arte al Maneggio di Mosca, e rimanendo inorridito dall’«astrattismo e il formalismo nell’arte» (p. 277) ordinò una stretta sulla letteratura e sull’arte. L’intelligencija – «tutti questi orribili figli di Stalin e di Berija, con le braccia sporche fino ai gomiti del sangue di vittime innocenti, tutti questi delatori latenti e dichiarati, furbacchioni ideologici e benefattori imbecilli» (p. 277), come li apostrofa Arkadij – si riunì, si scambiò opinioni e dichiarò che l’arte vera era quella impegnata, creata in nome dell’ideologia sovietica. «In breve tempo», ricorda sempre Arkadij, «l’ondata purulenta raggiunse anche la nostra periferia, il nostro tranquillo laboratorio di fantascienza» (p. 279), e la storia «divertente, di moschettieri» che i fratelli Strugackij avevano in mente assunse tinte sempre più cupe, di denuncia al totalitarismo: «Il tempo ‘delle cose leggere’, il tempo ‘delle spade e dei cardinali’ era apparentemente finito. O forse, semplicemente, non era ancora arrivato. Il romanzo di moschettieri doveva necessariamente diventare un romanzo sul destino dell’intelligencija immersa nel crepuscolo del Medioevo» (p. 284). Una volta scritto, il romanzo trovò molti rifiuti da parte degli editori e suscitò critiche negative, ma ottenne un notevole successo di pubblico.

Arkadij e Boris Strugackij sono tra i massimi esponenti della narrativa del fantastico mondiale. Nato nel 1925, Arkadij si è dedicato al lavoro editoriale; Boris, nato nel 1933, alla ricerca astronomica. Insieme, i due grandi scrittori russi hanno raccontato scenari plausibili del futuro prossimo e lontano. Nel 1972 hanno pubblicato per la prima volta, dopo un lungo e tormentato conflitto con la censura istituzionale sovietica, il loro capolavoro, Picnic sul ciglio della strada, che ha ispirato a Tarkovskij uno dei suoi film più belli, Stalker. Anche È difficile essere un dio ha una straordinaria potenza immaginifica e ha ispirato a sua volta ben due film. Un miliardo di anni prima della fine del mondo, sempre pubblicato da Marcos y Marcos nella bella traduzione di Paolo Nori, racconta il pomeriggio di un astrofisico che in pieno agosto tenta invano di concentrarsi sulla sua ricerca, solleticato dalle più allettanti distrazioni. Arkadij è morto a Mosca nel 1991, Boris a San Pietroburgo nel 2012.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Marcos y Marcos.

:: Ti posso chiamare fratello? di Alessandra Turrisi e Roberto Puglisi (San Paolo Edizioni, 2023) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2024 by

Un anno fa, oggi, il 12 gennaio 2023 moriva serenamente, dopo lunga malattia, fr. Biagio Conte, missionario laico, fondatore della “Missione di Speranza e Carità”. Il saggio “Ti posso chiamare fratello?” scritto da Alessandra Turrisi e Roberto Puglisi, ed edito da Gruppo editoriale San Paolo, ne narra la storia appassionante e coraggiosa sulle orme di San Francesco d’Assisi. Giovane del nostro tempo, figlio di una famiglia agiata palermitana, si interroga molto presto sui dilemmi della vita, soffre per le ingiustizie sociali, per la povertà diffusa, la guerra, la violenza, la mafia, la droga che funestano il mondo e poi incontra Gesù e il grande vuoto che sentiva nell’animo si colma e si accorge che l’attenzione verso gli ultimi, i più disagiati, gli scartati della società è la sua missione. Le sue armi le pacifiche armi del digiuno e della preghiera, la sua grande forza la presenza vivida di Cristo sul suo cammino. “Ti posso chiamare fratello?” si legge come un romanzo e ci si stupisce della grande fede di questo umile frate sorridente e dal fisico debilitato dalla fatica e dal digiuno che ha attraversato la Sicilia e l’Europa in pellegrinaggio vivendo di preghiera e di elemosina. Prefazione di mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo.

Alessandra Turrisi, giornalista palermitana, lavora nell’ufficio stampa della Regione Siciliana, dopo venticinque anni di impegno nel mondo della carta stampata (quotidiani Avvenire e Giornale di Sicilia e periodici). Sin dalla metà degli anni Novanta ha seguito le cronache siciliane, con particolare attenzione agli aspetti sociali e al percorso di cambiamento di quest’isola. Tra i suoi libri più recenti: L’uomo giusto (2017); Dalle mafie ai cittadini (2019); La scelta volontaria (2019); Paolo Borsellino. Parole di prossimità (2021).

Roberto Puglisi, giornalista palermitano, lavora per il quotidiano online LiveSicilia.it e collabora con il quotidiano Avvenire. Ha lavorato per anni al Giornale di Sicilia. Ha scritto per Il Foglio. È autore di 25 novembre 1985 (2005), la storia di due studenti palermitani, Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, uccisi da un’auto di scorta ai giudici, alla fermata dell’autobus, e coautore di Era d’estate (2010), un libro di memoria sulle stragi di mafia, scritto con Alessandra Turrisi.

:: Giornata Della Memoria: due consigli di lettura

12 gennaio 2024 by

In occasione del 27 Gennaio, in cui ricorre la “Giornata della Memoria”, in ricordo delle vittime della Shoah tra i tanti libri consigliati vi segnalo i due che propone Morellini Editore: Ultimo domicilio conosciuto Tredici storie sulle Pietre d’inciampo  a cura di Andrea Tarabbia e Non si muore in un giorno di festa di Andrea Balzani.

Sono oltre 56.000 le vittime del nazismo che l’opera dell’artista Gunter Demnig ha riportato alla memoria. Oltre 56.000 Pietre d’inciampo, incastonate in tutta Europa, lì nei posti dove quelle vittime hanno abitato, dove avevano costruito a poco a poco la loro vita che hanno dovuto lasciare, per la brutalità della guerra, per ordine di quelle leggi razziali nel cui nome sono state commesse le peggiori nefandezze dell’umanità.Tredici autori, in collaborazione con la scuola di scrittura Bottega Finzioni di Bologna, donano una voce a chi da tempo l’ha perduta, a chi se l’è vista soffocare molti anni fa.

Jonathan, chiamato da tutti Jonni, è un educatore che vive una profonda crisi personale e lavora presso una grande cooperativa sociale affiliata all’Opera religiosa di Santa Giustina, guidata da un vescovo potente e ambizioso. Dopo un evento traumatico, l’uomo viene retrocesso in una fantomatica squadra traslochi. Durante uno sgombero la sua squadra ritrova alcuni diari appartenuti a una donna: Sofia. Quelle pagine celano un terribile segreto. Spetterà allora a Jonni e all’amico Berto salvare i diari e, con essi, la memoria di Sofia, donna di origine ebraica la cui vita è stata segnata per sempre dalla guerra e da un evento drammatico perpetrato dall’odio fascista.

:: Delitto sotto il sicomoro (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nell’Africa selvaggia Vol. 2) di Shanmei

9 gennaio 2024 by

Dopo i sette episodi, più i racconti, della serie “Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa” torna il tenente Luigi Bianchi in una serie che narra le sue indagini e avventure giovanili in Africa alla fine dell’Ottocento.

Delitto sotto il sicomoro” narra la seconda storia. Il giovane tenente Bianchi, coadiuvato dal tenente De Giorgis già coprotagonista di “Delitto allo zenit”, in una Massaua torrida e infestata dalle zanzare, indaga sulla morte di una giovane e bellissima cameriera eritrea, amica di De Giorgis, il cui cadavere viene rinvenuto sotto un maestoso sicomoro. Le autorità locali non ritengono il crimine degno di nota ma per il tenente Bianchi diventa una questione di principio trovare il colpevole e metterlo di fronte alle sue responsabilità. Tra ricevimenti al Circolo Ufficiali, feste nella residenza del Governatore, duelli e peripezie varie si dipana un’indagine difficile e sofferta.

:: La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora di Ben Pastor (Sellerio 2023)

6 gennaio 2024 by

Otto racconti con Martin Bora, l’eroe tormentato con cui Ben Pastor ha conquistato gli appassionati del giallo storico. Tra scenari di guerra, omicidi e indagini al fronte, l’ufficiale della Wehrmacht è sempre più stretto nel suo dilemma morale: obbedire o ascoltare la propria coscienza di uomo?

La saga in giallo dedicata al tragico, malinconico ufficiale della Wehrmacht ha un carattere romantico che nei racconti viene accentuato ancor più che nei romanzi. Proprio perché centrati sull’eroe solitario sconfitto in partenza.
Nel 1941, in un villaggio ucraino abbandonato dai sovietici, von Bora in-contra Vladimir Propp, lo scienziato leningradese che scoprì lo schema universale della fiaba popolare; con un tale esperto di folklore al fianco, inizia a investigare sull’omicidio di una strega-prostituta.
Anche negli altri racconti, è come se l’amletico detective cercasse nella più attenuata assurdità del delitto un riparo dalla più grande assurdità della guerra; ad aiutarlo, in questa fuga in una norma paradossale, è come se ci fosse un secondo personaggio, un quasi nemico-amico, volontario o meno.
A Praga nel 1942, mentre Heydrich pianifica la soluzione finale per gli ebrei cechi, sono due vecchietti nel cortile sotto alla finestra che attraggono la sua attenzione durante un’indagine su un collaborazionista assassinato. Il pensiero della moglie Dikta è il dolce veleno che lo toglie dal giaciglio d’acciaio di Stalingrado. Il vecchio maestro che denuncia il figlio ai nazisti, in un villaggio della Russia occupata, riporta Martin a una vendetta familiare in quelle terre di sangue.
Le altre storie della seconda parte hanno luogo sotto i cieli più luminosi dell’Italia occupata. Un delitto passionale nel veronese del ’43 che coinvolge un prete, le guardie di Salò, una vedova. Un gioielliere a Littoria ucciso per una spilla dal nome allusivo, il nodo d’amore. Un vecchio su un treno, in Toscana nel 1944, che racconta dell’omicidio di due amanti. Una specie di faida familiare sull’Appennino e l’astuzia di un partigiano.
L’opera narrativa di Ben Pastor è la biografia ideale di un uomo tormentato dal delitto e dalla guerra, in cui è incarnato il dramma feroce di una parte degli ufficiali della Wehrmacht sotto Hitler. La storia di un Io diviso: un uomo giusto dentro una divisa sbagliata, un investigatore angosciato dall’insensatezza del dovere in mezzo ai milioni di assassinati dalla guerra.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012, 2022), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018), La canzone del cavaliere (2019), La sinagoga degli zingari (2021), La Venere di Salò (2022), La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora.