:: Intervista con Wulf Dorn

6 Maggio 2011 by

Salve Wulf. E’ un piacere ritrovarti. E’ passato circa un anno dalla nostra ultima intervista. Come è cambiata la tua vita dopo il successo? Cosa pensano i tuoi famigliari della grande attenzione che hai destato con i tuoi libri? E soprattutto come sta Caligo?

Salve Giulia. Mi fa piacere risentirti. Credo che la cosa principale che è cambiata è sapere    che adesso ci sono tanti lettori che amano leggere i miei libri. È una cosa che mi rende veramente felice. E anche se sto diventando sempre più un personaggio pubblico, in privato non è cambiato nulla. Per quanto riguarda il gatto ci sono purtroppo cattive notizie. A marzo è morto dopo 15 anni. Ha avuto un infarto.

Dopo il successo de La psichiatra torni in Italia per Corbaccio con un nuovo thriller psicologico dalla trama molto intrigante Il superstite. Esiste una vera sindrome che colpisce le persone che sopravvivono in circostanze drammatiche, pensiamo solo ai sopravvissuti ad un incidente aereo. Hai studiato questa sindrome per il tuo libro?

Per ragioni professionali ho modo di incontrare moltissimi reduci da profondi traumi: gente che ha vissuto situazioni estreme, donne reduci dalla guerra in Kosovo vittime di violenze sessuali, una madre che ha perso entrambi i gemellini aseguito di una malattia virale. Quindi ho avuto modo di studiare a fondo la questione del trauma.

I luoghi de La psichiatra ritornano in Il superstite. Ritroviamo l’ inquietante clinica in mezzo ai boschi scenario che in un certo senso evoca angoscia e ansia. Sono luoghi reali, o nascono dalla tua fantasia. Come li hai scelti? Questo senso di continuità nei tuoi libri ha un significato speciale?

I luoghi sono tutti inventati. E naturalmente è molto pratico per uno scrittore perché può metterci dentro tutto ciò che gli serve per la sua storia. Sono ritornato negli stessi luoghi de La psichiatra perché credevo ci fossero ancora delle cose da scoprire …

I tuoi thrillers hanno molte sfumature horror. Come nasce il tuo interesse nell’evocare la paura? Che strumenti psicologici usi per essere più efficace?

Io provengo dal genere horror, che leggo volentieri ancora oggi. Per me è importante parlare di paura perché nasce dagli strati più profondi di noi stessi. Io stesso mi considero un pauroso, mi fanno paura le stanze buie. Sembra che al buio le cose assumano una forma diversa… Nei miei scritti uso spesso il trucco di identificarmi nella psicologia di ognuno dei miei personaggi. Mi diverto a parlare e a comportarmi come loro.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Assolutamente la seconda ipotesi. Sono un pianificatore. Devo sapere tutto fin dall’inizio. Decido prima ancora di iniziare il romanzo il curriculum vitae di ogni mio personaggio. Può, capitare, però, che a un certo punto uno di essi bussi alla mia porta e mi dica “no, questo non riesco a farlo”. E allora la cosa può farsi interessante.

Domanda un po’ sinistra che farà scorrere qualche brivido sulla schiena dei nostri lettori. Tu credi possibile evocare i morti, registrare le loro voci? Hai mai assistito a fenomeni inquietanti che ti hanno fatto pensare che c’è davvero una vita oltre la morte?

Devo confessarti che un po’, mentre scrivevo il romanzo, ci  ho creduto. Ne Il superstite a un certo punto compare un libro che viene regalato per Natale e che tratta di fenomeni paranormali. È un libro che ho letto con passione. Ne sono rimasto così impressionato che ho fatto una pazzia. Ho deciso di andare al cimitero ad agosto, vestito di nero,  con un registratore. Ho parlato alle lapidi e ho premuto il tasto della registrazione. Ho ascoltato poi la cassetta, solo silenzio. Ma io in questo silenzio ci ho visto un sacco di cose.

Ci sono progetti attualmente per fare una trasposizione cinematografica di Il superstite. Se potessi scegliere cast e regista liberamente quali sono i primi nomi che ti vengono in mente?

Franca Potente o Halle Berry per Ellen. Come regista Sir Alfred Joseph Hitchcock .

Ci sono nuovi esordienti che hanno attirato la tua attenzione? Quali libri ci consiglieresti di leggere?

Il mio consiglio è leggere molto, leggere di tutto. E scrivere molto.

Puoi dirci qualcosa sul tuo terzo thriller, solo giusto qualche breve anticipazione? 

Sarà una storia d’amore, ma anche le storie d’amore più belle hanno dei risvolti oscuri …in Germania uscirà a settembre.

Infine mi piacerebbe sapere in anteprima e credo sia lo stesso per i nostri lettori se stai progettando e scrivendo un nuovo thriller psicologico magari la continuazione de La psichiatra?

No, non per adesso. Il mio quarto romanzo sarà un libro per ragazzi.

Grazie a Francesca Ilardi per la traduzione.

:: Intervista con Roger Jon Ellory

6 Maggio 2011 by

rogerRaccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato nel 1965. Mia madre non era sposata, e mio padre la lasciò prima che io nascessi. Ancora oggi non ho idea di chi sia. Mia madre e mia nonna materna mi hanno cresciuto fino all’età di sette anni poi mia madre è morta di polmonite, e mi mandarono in una serie di scuole e orfanotrofi. Rimasi lì fino a sedici anni, poi sono tornato a vivere con mia nonna, ma lei morì di un attacco di cuore pochi mesi più tardi, e così – a sedici anni – mi lasciarono con mio fratello, che aveva diciassette anni, essendo senza genitori , né nonni, zie o zii o altri parenti. Abbiamo avuto qualche guaio con la polizia, e siamo andati in prigione per tre mesi, e poi un paio di anni dopo abbiamo preso strade diverse, e non ci siamo visti per circa una quindicina d’ anni. Non avevo idea di cosa volessi fare nella vita. Non avevo qualifiche di alcun genere. Non ho frequentato college nè università. Sapevo a mala pena cosa significasse vivere, quando a 22 ho avuto la consapevolezza che quello che volevo fare nella vita era scrivere. Non avevo mai scritto niente prima di quel momento.

Quali lavori hai fatto in passato?

Lavori d’ufficio più che altro. Ho lavorato nel settore del trasporto merci, ho insegnato ai bambini, ho lavorato con associazioni di beneficenza che aiutano le persone ad uscire dalla droga, ogni sorta di cose!

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore?

Ho sempre saputo, in fondo, che avrei voluto fare qualcosa di creativo, ma non avevo idea di cosa. Ero interessato alla musica, all’ arte, alla fotografia, ai film, ma nel novembre del 1987 ho avuto una conversazione con un amico che stava leggendo un libro. Mi ha parlato di questo libro con tale passione e tale intensità, che fu come se qualcuno avesse acceso una luce nella mia mente. ‘Questo è quello che voglio fare!’ Ho pensato. ‘Volevo scrivere libri che facessero sentire le persone così!’, E così – quella sera – ho iniziato a scrivere. Ho amato anche la lettura.

Leggi altri autori contemporanei?

Non leggo molto crime, ma cerco di leggere quanto più posso. Mi piacciono gli autori che sfidano le regole della scrittura. Mi piace leggere autori che mi ispirino a lavorare di più. Mi piace leggere autori che mi facciano sentire a disagio, che mi coinvolgano emotivamente, che mi facciano pensare alla vita, all’amore, alla gente e alla realtà.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho iniziato a scrivere il 4 novembre 1987, e da allora al 17 Luglio 1993 ho scritto qualcosa ogni giorno, fatta eccezione per tre giorni in cui stavo attraversando un divorzio. Ho completato 22 romanzi in quel momento, qualcosa come tre milioni e mezzo di parole, e in momenti diversi ho trattato con un paio di agenti e  con alcune case editrici, ma in realtà non ottenni nulla di quello che mi sarebbe piaciuto. Scrivevo prima di tutto a mano, e poi ho avuto una macchina da scrivere e, infine ho utilizzato un programma di videoscrittura Amstrad che ci metteva circa mezz’ora per scaldarsi! Ho trascorso questi sei anni inviando materiale agli editori britannici, e ho ricevuto circa cinquecento lettere molto educate che mi dicevano ‘Grazie, ma no grazie ‘. Ho anche due scatoloni con qualcosa come tre o quattrocento rifiuti diretti. Ma questi solo da società che non hanno  neanche guardato il materiale che gli avevo inviato. Comunque capisco l’enorme volume di lavoro che poche persone di una casa editrice devono smaltire. Alcune persone mi hanno dato le cifre di quanti script non richiesti vengono inviati alle case editrici più importanti ogni settimana, e questa cifra è sbalorditiva. Ero comunque convinto che se avessi continuato ad andare avanti avrei finalmente trovato la persona giusta e la giusta casa editrice al momento giusto. Ho avuto questa certezza da Disraeli che disse ‘Il successo dipende interamente dalla costanza degli intenti’. Tuttavia, dopo sei anni di rifiuti alla fine ho pensato: ‘adesso basta’, e ho smesso di scrivere. Ho poi studiato musica, fotografia, ogni sorta di cose, e non ho ripreso a scrivere fino all’ ultima parte del 2001. La cosa che mia ha spinto a ritornare alla scrittura è stato l’ 11 settembre. Non riuscivo a smettere di pensare alle tre migliaia di persone che sono andate a lavorare quella mattina e non sono mai tornate a casa alla sera. Tutto ciò mi ha fatto pensare a qualcosa che mia nonna diceva: ‘ Nella vita mai guardarsi in dietro e chiedersi e se avessi fatto così .’ Era anche solita dire che seguire la nostra vocazione nella vita è il segreto della felicità. Ho pensato a quando sono stato più felice nella mia vita, ed ho capito che è stato quando stavo scrivendo. Così ho ripreso a scrivere. Ho pensato alla citazione di Disraeli di nuovo, ed sono giunto alla conclusione che forse non avevo provato abbastanza. E ‘stato allora che ho scritto Due piani sopra l’inferno . L’ ho mandato a trentasei editori, trentacinque dei quali me l’ hanno  rimandato indietro. Tutti ad eccezione di Bloomsbury, poi un editor l’ha dato ad un amico che l’ha dato ad un amico,  per finire è giunto a Orion il mio editore attuale, fino ad ora abbiamo lavorato insieme per nove libri. Da Orion con cui ho firmato ci sono stati un paio di osservazioni fatte da un paio di editor che ho incontrato su come avrebbe dovuto essere il libro. La precedente roba inedita probabilmente rimarrà esattamente dove è cioè in soffitta. Era un genere diverso, più soprannaturale in un certo senso, e ora comunque scrivo molto meglio. Penso che il tempo trascorso da allora, tra il 1993 e il 2001, mi ha abbia reso più succinto, mi ha dato una maggiore chiarezza su ciò che volevo dire. Sono tornato da poco e leggere alcuni dei miei lavori precedenti ed effettivamente ero un  po’ prolisso. Ma diavolo, ho fatto pratica!

Perché hai deciso di scrivere Due piani sopra l’inferno?

Ho deciso innanzitutto di scrivere il tipo di libro che mi sarebbe piaciuto leggere, e non il tipo di libro che magari sarebbe piaciuto agli altri. La base di Due piani sopra l’inferno era semplice. Ho voluto coprire un periodo ampio di tempo: gli anni ’50, ’60 e ’70. Volevo scrivere sui Kennedy, sul Vietnam, sul Watergate e Nixon. Ho voluto costruire una storia che seguisse questi temi  e non ho fatto fatica a farlo. Ho posto  un contesto storico autentico sul quale ho potuto porre i miei personaggi. Ho voluto mettere la gente comune in situazioni straordinarie e vedere come le avrebbe gestite. Tratta di persone, scende sempre tra la gente. Le persone sono ciò che mi affascina più di ogni altra cosa. Il più grande consiglio che abbia mai ricevuto per quanto riguarda la scrittura è stato quello di scrivere sempre su ciò che ci interessava. E’ più che probabile che anche gli altri lo troveranno interessante. Beh, ho sempre voluto sapere di più sulle persone, e questo è quello che cerco di fare con tutto il mio lavoro. Entrare nella testa della gente ‘, capire le loro ragioni, le loro motivazioni, i loro sogni e aspirazioni. Metterle in situazioni in cui debbano affrontare determinate difficoltà e allora sì che le cose funzionano, ma al tempo stesso cercare di riflettere anche elementi di umorismo, quell’umorismo che sembra farci sorridere anche davanti alle avversità. Davvero è iniziato con l’idea del conflitto tra ciò che si doveva fare, e ciò che si voleva fare. Si trattava di persone di fronte a scelte che non erano in realtà scelte. Come poteva un ragazzo bianco mantenere l’amicizia con un ragazzo nero e viceversa, a fronte di conflitti  di dissensi e di pregiudizi. Come essere in prigione, essere nel braccio della morte, infatti, e descrivere la sensazione che non si potesse fare nulla per cambiare quello che è successo. E ‘tale questione, quella della gente comune in situazioni straordinarie, è al centro del libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di Due piani sopra l’inferno?

Ho scritto Due piani sopra l’inferno in circa tre mesi, per quanto posso ricordare. Tendo a scrivere quaranta o cinquanta mila parole al mese, e quindi un romanzo di 150.000 parole mi porta via circa tre mesi. Questa è la mia velocità di lavoro, ed è sempre stata così.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Beh, altre opere mi hanno sicuramente ispirato, ma non so quali siano! Penso che Due piani sopra l’inferno sia stato il culmine di una grande esperienza e il frutto di una grande quantità di letture, di film visti, di documentari. E ‘stata davvero una sintesi di molti pensieri e idee, di tutto ciò che avevo trovato interessante.

Vendetta è una storia di mafia. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Beh, come molti, ho sempre avuto un profondo interesse verso la  mafia. La criminalità organizzata, è sicuramente un campo di indagine molto affascinante specialmente il modo in cui una famiglia può diventare un impero che può controllare una città o un paese per anni e anni. Inoltre, vi è la questione della famiglia stessa. La mafia basa tutto sulla famiglia. La fedeltà è legata alla famiglia. Questa è stata la cosa più importante di tutte. Per quanto mi riguarda io sono sempre alla ricerca delle connessioni emotive in una storia, e con questo libro è stato facile crearle – il senso di lealtà generato nelle persone per nessun altro motivo che il sangue. Inoltre, ho voluto scrivere un romanzo sul peggior tipo di essere umano che potessi pensare, e scrivere di lui in modo che il lettore quando arriva alla fine del libro l’abbia quasi perdonato, che forse comprenda  perché era così, perché ha fatto le cose che ha fatto, e forse anche quasi gli auguri di eludere la legge. Questa era l’idea dietro il libro, e da quanto mi hanno detto mi sembra di aver compiuto lo scopo. Molte persone che hanno letto il libro in realtà finiscono per provare simpatia per lui! Quel personaggio, il personaggio centrale di Vendetta, è Ernesto Perez, un cubano, e lo seguiamo per tutta la sua vita, attraverso il suo coinvolgimento con le famiglie italo americane del crimine organizzato, per tutto il percorso dal 1930 ad oggi. Ho cercato di tessere un filo immaginario attraverso un quadro generale, quindi il suo coinvolgimento con i capi delle cinque famiglie, con la morte dei Kennedy, di Marilyn Monroe, la rivoluzione cubana, l’assassinio di Jimmy Hoffa, tutte queste cose insomma. Volevo scrivere in modo tale che i fatti  potessero essere tutti possibilmente veri. Quando tutto quello che si descrive è reale, allora sì abbiamo una buona storia. Deve interessare e coinvolgere e  in una sorta di sfida, e penso che sia una storia potente e che le persone che la leggono ne rimangono presi . Vendetta occupa un posto speciale per me. È stato scritto molto velocemente, in circa otto settimane, e ho lavorato su di esso per molte ore ogni giorno. Volevo scrivere velocemente. Sapevo che sarebbe stato un romanzo importante, e sapevo che se avessi trascorso mesi e mesi a scriverlo allora sarebbe forse stato anche letto  molto lentamente. Questa era la mia preoccupazione principale. Volevo scrivere rapidamente in modo da mantenere un po ‘di energia e immediatezza quella che viene dal lavorare così velocemente. Ho fatto molte ricerche storiche sui fatti trattati nel libro. E  ho vissuto in quel mondo per tutto quel tempo. Ho speso tutte le mie ore di veglia a pensare alla storia, ai personaggi, a ciò che sarebbe accaduto. Io non lavoro sui libri prima di iniziarli. Io non faccio riassunti o sinossi. Attacco subito con la prima scena  che mi da una idea di base su quello che voglio che il libro sia, e da li costruisco la trama. Spesso succede che non conosco il finale del libro fino a quando sono trenta o quaranta pagine di distanza dal suo completamento. Vendetta è un libro complesso, potente, evocativo, un  romanzo molto impegnativo sulla mafia. Ho sentito che era qualcosa che dovevo fare. Anche se non ho letto il Padrino di Puzo  Ho visto comunque i film, anche ‘Goodfellas’, ‘C’era una volta in America’, altro film molto bello, e ho voluto creare qualcosa che fosse epico come il cinema che tratta queste tematiche. Non so se potrò mai più scrivere un altro libro basato sulla Mafia. Mi sembra che Vendetta esaurisca tutto sull’argomento  e sono molto orgoglioso di come ho scritto questo romanzo.

Ora parliamo di La voce degli angeli. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando sono andato a visitare un mio amico in Austria, avevo una copia di A sangue freddo da leggere sul volo. Ho pensato che fosse un libro magnifico. L’ho letto una seconda volta, e da quel momento mi sono interessato sempre di più a Capote, chiedendomi come il libro fosse nato, chi fosse Capote, ecc ho letto i suoi lavori pubblicati, alcuni articoli su di lui, e sono arrivato alla conclusione che fu un scrittore che diede la vita per un libro. ‘A sangue freddo’ lo ha reso molto ricco, molto rispettato, l’autore più famoso in America per molti, molti anni, ma alla fine lo ha ucciso. Poi non ha mai realmente pubblicato niente, e certamente non ha mai completato un altro romanzo, e ha iniziato a bere fino a morirne. Quindi ho pensato: Un libro può salvare la vita di qualcuno, ma può anche ucciderti. L’altro aspetto è stato il fatto che Capote trascorse l’infanzia a Monroeville, in Alabama e poi andò a New York. Il lavoro di ricerca per ‘A sangue freddo’ (su cui si è impegnato con il suo amico e vicino di casa, Harper Lee, autore di ‘To Kill A Mockingbird’ e amico d’infanzia di Capote) lo ha portato da New York a tornare a Smalltown, Mid-West America, poi a  Holcomb, Kansas. Così ci fu l’altra idea interessante: la giustapposizione di due mondi – Smalltown mid-west America e bigtown New York. Questi furono  le ispirazioni di base per la stesura di questo libro. E volevo scrivere qualcosa che (si spera) faccia sentire i lettori come mi ero sentito io quando leggevo cose come To Kill a Mockingbird, In Cold Blood, The Heart Is A Lonely Hunter ecc ecc Un dramma meridionale. Sudato appiccicoso, intenso, quasi un dramma claustrofobico che tratti la  apparente indomabilità dello spirito umano, contro ogni avversità. Non volevo scrivere un libro su  un’ indagine poliziesca  che portasse alla cattura di un assassino, sono poche le pagine che analizzano psicologicamente perché il killer ha fatto quello che ha fatto, la gelosia, il complesso della madre, i disperati tentativi di uccidere qualcuno ecc ecc non volevo scrivere la storia è di un killer, ma analizzare l’effetto che le azioni del killer avevano – non sulle persone che aveva ucciso – ma sulle persone la cui vita era stata toccata anche indirettamente!

Qual è stata la parte più laboriosa?

Oh, non credo che ci sia stata una parte laboriosa. Mi piace molto scrivere. Mi piace il processo vero e proprio giorno per giorno, che porta a  creare i personaggi e le storie. Mi piace la ricerca. Questo è quello che faccio. John Lennon ha detto: ‘Trova qualcosa che ami e non dovrai mai lavorare un solo giorno’, e io amo scrivere. Non lo sento come un lavoro. E ‘altrettanto emozionante e interessante per me oggi come lo era dieci anni fa, vent’anni fa.

Puoi parlarci un po ‘del protagonista?

Joseph Vaughan, il personaggio centrale di La voce degli angeli, è un bambino con molta più saggezza ed empatia di quanto vi aspettereste da un dodicenne. Il libro inizia con la morte del padre, e Joseph così  ancora adolescente, deve affrontare la responsabilità di essere un membro contributivo della sua famiglia, e deve anche prendersi cura di sua madre. Vive in un piccolo paese nel sud dell’America. E ‘la fine del 1930, l’America ha visto la Grande Depressione, e presto saranno coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale. E ‘in questo contesto che avvengono una serie di omicidi , gli omicidi di giovani ragazze che sono amiche di Joseph, sue compagne di scuola. Joseph sente un grande senso di responsabilità per evitare che questi omicidi accadendo, e così – tra tensione, bigottismo e razzismo – fa quello che può per difendere la città in cui vive contro i terribili effetti di questi omicidi. Gli effetti e le conseguenze di queste uccisioni seguiranno Joseph come un fantasma per tutta la sua vita fino all’ età adulta. Volevo creare un personaggio che fosse turbato, afflitto, ma al tempo stesso possedesse un grande senso di integrità morale, una integrità che lo avrebbe aiutato a superare tutti gli ostacoli che avrebbe dovuto affrontare nel tentativo di scoprire la verità su questi omicidi. La voce degli angeli  non è un libro su un serial killer in quanto tale, ma più un libro sugli effetti che tali eventi hanno sulle persone, su una città, una comunità, una società.

A Simple Act of Violence verrà presto pubblicato in Italia? Puoi dirci qualcosa sulla trama?

A Simple Act of Violence, il sesto libro, è essenzialmente composto da due storie – una tratta di una serie di omicidi a Washington DC e di come questi omicidi siano collegati alle azioni sotto copertura della CIA in Nicaragua nel 1980. Il libro tratta tutto, dalla fondazione della CIA, come vengono indottrinate le  persone e reclutate dalla CIA, come le azioni della CIA  hanno cambiato nel corso degli anni la politica estera americana, e la corruzione che ha circondato queste azioni. Allo stesso tempo, seguiamo le orme di un tormentato detective della omicidi di Washington, Robert Miller, che cerca di dare un senso a una serie di omicidi che non sembrano possedere alcun motivo coerente, e le vittime non possiedono un’identità verificabile. Le storie – sia della CIA, che degli omicidi di Washington – alla fine  diventano  la stessa storia.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Ho scritto tre o quattro racconti per riviste, ma sono un romanziere innanzi tutto.

Vuoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro?

Scrivere un libro è una sorta di continuo processo organico. Ho acquistato un notebook, di buona qualità, perché so che dovrò portarmelo in giro  per due o tre mesi, e nel notebook dovrò scrivere le idee così come mi vengono. Piccoli pezzi di dialogo, cose del genere. A volte ho un titolo, a volte no. Prima per me era molto importante avere un buon titolo prima di cominciare a scrivere un libro, ma ora – considerato che  almeno la metà dei libri che ho pubblicato hanno finito poi per avere un titolo diverso –  non sono così ossessivo al riguardo! Inoltre, sembra che ci siano due tipi di scrittori – quelli che scrivono la trama e quelli che non lo fanno. Io sono del secondo tipo. Ho una vaga idea del tipo di storia che voglio raccontare, una buona idea sull’ emozioni che voglio creare, e una precisa prospettiva  su quando e dove gli avvenimenti accadranno. L’immediatezza e la spontaneità di non pianificare un romanzo completo è per me importante. Posso essere coinvolto con i personaggi, e qualche volta mi limito a cambiare idea su dove voglio che loro vadano, o come voglio gestire certe cose. Siccome la storia  evolve così come i personaggi, le decisioni che poi devono prendere possono quindi influenzare la trama e viceversa. Io non scrivo polizieschi procedurals metodicamente pianificati. Più che altro scrivo drammi umani in cui il reato è in realtà un problema secondario. I libri trattano di più degli effetti che queste cose hanno sulle persone, ed è questo che mi ha sempre interessato. Penso che se mi sedessi a tavolino e pianificassi un libro – capitolo per capitolo, sezione per sezione – si perderebbe la flessibilità e l’imprevedibilità del processo. E’ la stessa scrittura che mi entusiasma, e l’ elemento di incertezza rende ancor più interessante e stimolante un libro. E per quanto riguarda la giornata di lavoro effettivo. Beh, io cerco di scrivere tre o quattro mila parole al giorno, e su questa base scrivo circa quindici o ventimila parole alla settimana. Questa è la routine per me. Lavoro ogni giorno, vedo dove sta andando il libro, scopro quello che voglio fare, prendo decisioni, cambio la trama ecc Quando ho tracciato la prima bozza torno al punto di partenza. Poi rivedo le stesure finchè non sono soddisfatto.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Beh, la critica fa il suo corso, ma  non penso che abbia influenzato granché quello che faccio e come scrivo. E ‘qualcosa che si deve accettare sarà sempre lì. Mi infastidisce molto quando leggo le recensioni su Amazon, e qualcuno dice: ‘Questa è spazzatura. Ho un bambino di sei anni che sarebbe in grado di scrivere meglio di così ‘. A volte i commenti sono decisamente scorretti  e sgradevoli. La cosa frustrante per me è che mi capita di incontrare un sacco di persone che hanno letto e apprezzato i libri, e tuttavia non mettono recensioni in rete. Amazon – per fortuna o purtroppo – è uno dei pochi forum pubblici dove le persone possono pubblicare le opinioni che verranno lette da migliaia di persone. Nella mia esperienza, il numero di persone che pubblicano le opinioni rispetto al numero di persone che hanno letto i libri è infinitesimale. Mi piacerebbe che la gente pubblicasse le proprie opinioni! Indipendentemente da ciò, la linea di fondo è che non si può accontentare tutti, e se voi spendete tutto il vostro tempo a preoccuparvi di cosa pensa la gente poi non farete mai niente per paura delle critiche. Si impara ad accettarle, per cercare di non essere troppo disturbati da esse, ma a volte le cose che si leggono sono così ostili che ti chiedi quale sia lo scopo di quella persona cosa stia cercando di ottenere dicendo queste cose. Tuttavia, il più delle volte, la gente è molto gentile e si complimenta per il mio lavoro, e i critici dei giornali e delle riviste sono stati particolarmente buoni con me.

Ti piacciono i tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani  di divertente su questi incontri.

Mi piace fare tour promozionali. E ‘l’unico modo in cui si può effettivamente incontrare persone che hanno letto i libri e ottenere un feedback diretto. Ho girato molto l’anno scorso, più di quaranta città in undici paesi, e nella seconda metà di quest’anno farò un nuovo tour. Qualcosa di divertente? Beh, i lettori che  incontro sono spesso molto divertenti e stimolanti e molto interessanti. Ognuno è diverso, ognuno trova significati diversi nei miei libri, e le domande che a volte mi vengono richieste a volte lo sono e sicuramente quando il lettore ritiene che la mia vita sia come la vita dei personaggi che ho creato! Si è tenuti a ricordare tutto quello che si ha scritto, e ci si aspetta di essere in grado di rispondere a ogni domanda che ti viene richiesta, e a volte questo è impossibile!

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Ebbene, nel dicembre del 2010 ero a Courmayeur per il Noir Festival, e  sarò a Piacenza a giugno di quest’anno, e poi a Mantova.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Beh, ho ricevuto una e-mail lo scorso anno da un regista francese che si chiama Olivier Dahan. Era l’uomo che ha scritto e diretto il film premio Oscar ‘La Vie En Rose’. Aveva finito di leggere la traduzione in francese di La voce degli angeli, e mi ha scritto chiedendomi se sarei stato interessato a scrivere una sceneggiatura per lui. Sono andato a Parigi per incontrarlo, e ci siamo messi d’accordo. Avevamo un accordo ben preciso su come il film potesse essere fatto dal libro. Ho lasciato Parigi con la sensazione che sarebbe potuto venir fuori un buon film. Poche settimane più tardi ho saputo che la casa di produzione ‘Legende Films’ era pronta ad andare avanti, e poi ho firmato il contratto per scrivere la sceneggiatura per il film. Ora ho completato la prima bozza, ma sono incerto se il progetto andrà avanti. La differenza fondamentale tra un libro e un film che è un libro tratta di cosa le  persone pensano e sentono, mentre un film parla di quello che dicono e fanno. E ‘stata una sfida adattare un libro così introspettivo e intimo in un film, ma credo davvero di aver fatto un buon lavoro. E ‘stata un’esperienza molto positiva per me, e mi ha insegnato molto sulla scrittura concisa. E mi ha insegnato molto a dire di più con meno parole. L’industria cinematografica è fatta così. Può non accadere nulla per due anni, e poi tutto accade in due settimane. Vedremo cosa succederà.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto finendo Dispatches  di Michael Herr. Questo è un grande libro, e ho iniziato a leggerlo siccome sto scrivendo un libro con un personaggio centrale che ha prestato servizio in Vietnam, quindi questo è parte della ricerca. Dopo aver finito Dispatches leggerò ‘Twilight‘ di William Gay.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Beh, la gente mi può trovare su facebook o tramite il mio sito web (www.rjellory.com). Ricevo un sacco di e-mail – circa cinquanta volte al giorno – e rispondo ad ognuno di loro personalmente.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Beh, ho un nuovo libro in uscita in Gran Bretagna nel mese di ottobre intitolato Bad Signs, e poi un altro libro è completato per il 2012. Attualmente sto lavorando al libro per il 2013, e poiché questo libro non deve essere consegnato al mio editore per più di un anno ho intrapreso un progetto a lungo in sospeso per formare una band e registrare un CD. Io sono il cantante e chitarrista dei The Whiskey Poets, un trio blues / rock, e speriamo di poter registrare in studio nel prossimo paio di mesi.

:: Il passato si sconta sempre, Ross Macdonald (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2011 by

4Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.

Ross Macdonald (19154983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target {Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drouming Pool{Il vortice), The Chill (Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar {Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo.

:: Recensione di Il Codice Atlantide di Charles Brokaw

4 Maggio 2011 by

il-codice-atlantide1Thomas Lourds, professore di linguistica di Harvard, è decisamente un tipo interessante. Nel suo campo è il migliore: conosce e parla una quantità spropositata di lingue, compresi i dialetti; ha amici sparsi nei quattro angoli del globo pronti ad aiutarlo e a toglierlo dai guai; è adorato dai suoi studenti e dalle donne che sembrano cadere come birilli ai suoi piedi per colpa del suo fascino un po’ stropicciato da bel tenebroso, con un unico amore, il suo lavoro. Deve la sua fama mondiale ad un libro intitolato Passatempi in camera da letto, una sorta di manuale erotico-pornografico che, seppure causa di un certo imbarazzo, gli permette un tenore di vita ben superiore a quello di un semplice professore universitario. E’ telegenico, cosa che ha convinto il suo rettore a spedirlo ad Alessandria d’Egitto a girare un documentario della BBC intitolato Antichi mondi, antichi popoli, condotto dalla giornalista televisiva Leslie Crane, una sorta di Lolita inglese con piercing all’ombelico, che naturalmente non resta immune al suo fascino e gli mostra un reperto davvero misterioso: un’ antichissima campana di terracotta su cui sono incisi dei caratteri in una lingua sconosciuta. Lourds subito si sente attratto dalla sfida, ma non fa a tempo ad approfondire lo studio che un gruppo di persone armate irrompe negli studi televisivi e sottrae il manufatto. Quasi nello stesso momento in Russia la professoressa Julija Hapaeva, archeologa e amica di Lourds, è alle prese con l’iscrizione misteriosa su un cembalo di terracotta che la sta facendo impazzire. Non fa a tempo a chiedere aiuto a Lourds che viene uccisa, il suo studio dato alle fiamme, il reperto rubato, proprio sotto gli occhi della sorella Natasa, un ispettore di polizia di Mosca decisa a trovare a tutti costi gli assassini. Lourds saputa la notizia si reca immediatamente in Russia con al seguito Leslie e Gary, un operatore della BBC, e unitosi a Natasa  inizia una rocambolesca corsa in giro per il mondo sulle tracce di cinque strumenti musicali, cimeli addirittura della mitica civiltà di Atlantide. Naturalmente non mancano i cattivi, interessati agli stessi reperti e capeggiati da un malvagio Cardinale, facente parte di una setta segreta vaticana, la Società di Quirino, depositaria di segreti millenari. Ma quale è il segreto che i cinque strumenti riuniti permetterebbero di scoprire? Causerebbero davvero la fine del mondo dando a chi li possiede un potere sconfinato? La città sepolta scoperta a Cadice da una troupe archeologica vaticana è davvero Atlantide? E soprattutto, riuscirà il protagonista a decifrare le misteriose iscrizioni prima che sia troppo tardi? Il Codice Atlantide ha sicuramente tutte le carte in regola per divertire e intrattenere gli appassionati di avventura. C’ è una cospirazione orchestrata da cattivi decisamente sopra le righe, un protagonista accattivante, anche se a mio avviso un po‘ troppo maschilista nei suoi rapporti con il gentil’ sesso, anche se è doveroso notare che l’autore non è misogino affatto e anzi fa sì che il personaggio più d’azione del romanzo sia Natasa, una sorta di Rambo in gonnella capace di sgominare frotte di uomini armati fino ai denti con una certa naturalezza. C’è azione, suspence, colpi di scena, un finale degno dei più classici  romanzi di genere. La trama è sicuramente la parte più risuscita del romanzo, intricata al appunto giusto e ben congegnata. Certo si parla di Atlantide, di un mito con ripercussioni come minimo improbabili, ma l’autore ha un certo talento nel dare verosimiglianza a fatti di per sé incredibili. Avrei posto un po’ più di scetticismo, per dare un sapore più realistico alla storia, ma va a gusti e per chi ama l’avventura pura e le sfumature da Codice da Vinci è sicuramente uno di quei libri da non perdere.            

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:: Recensione de “L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Arona, Pascarella e Santoro

3 Maggio 2011 by

L_alba_zombie-617x937A cura di Valentino G. Colapinto

L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro: 266 pp. ill., prezzo di copertina €17 [Gargoyle Books, 2011].

Torniamo a parlare di zombi, un argomento quanto mai di attualità, questa volta con un saggio, sicuramente il più completo mai apparso finora in Italia. Non lasciatevi però ingannare dal titolo. L’Alba degli Zombie non è semplicemente un trattato sulla saga cinematografica dei morti viventi ideata da George Romero (New York, 1940). È anche questo, ma non solo.
Questo saggio, infatti, analizza l’argomento zombi praticamente da ogni angolazione ed è una vera miniera di curiosità, imperdibile per ogni appassionato dei morti viventi che si rispetti, ma intrigante anche per il neofita del genere. Per non parlare della chicca finale, costituita da un’intervista molto approfondita a George Romero in persona, e senza dimenticare il ricco apparato fotografico che lo correda.
Insomma, l’ennesimo imperdibile saggio cinematografico di Gargoyle Books, che dopo gli stupendi “The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo” e “Peter & Chris. I Dioscuri della notte” (dedicato a Peter Cushing e Christopher Lee), entrambi scritti dai bravissimi F. Pezzini e A. Tintori, continua a viziare i suoi lettori con un’opera davvero molto curata.
Frutto di un ottimo lavoro di gruppo, il libro si apre con una breve biografia di Romero a cura dello studioso e cultore romeriano Paolo Zelati, cui spetta anche il compito di chiudere il libro con l’intervista al vecchio George cui abbiamo già accennato.
Il saggio vero e proprio ha una struttura tripartita, con una prima sezione curata da Danilo Arona (Alessandria, 1950), sicuramente tra i più importanti scrittori e studiosi italiani dell’orrore, che si dedica a un’analisi molto approfondita e ricca di curiosità sul cinema di Romero, con puntate anche su altri film di zombi, precedenti o meno la “Dead Saga”, che conta fino ad oggi ormai ben cinque titoli: La notte dei morti viventi (1968), Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005), Le cronache dei morti viventi (2007) e L’isola dei sopravvissuti (2009).
Personalmente, ho trovato molto interessante scoprire gli ispiratori dei morti viventi (ben diversi dagli zombi haitiani e dagli body snatchers extraterrestri, che avevano imperversato nei decenni precedenti). Si sapeva di “Io sono leggenda” (sia il romanzo di Matheson del 1954 che la versione cinematografica di Ubaldo Ragona del 1964 con Vincent Price), ma quanti si ricordano di film come “Invisible Invaders-Assalto dallo spazio” (1957) o “The Plague of the Zombies-La lunga notte dell’orrore” (1966), alla base della mitologia romeriana?
Ancora più interessante, poi, conoscere le versioni originali dei film di Romero e i finali alternativi e mai filmati, in alcuni casi migliori di quelli che tutti conosciamo. Per dirne una, originariamente Il giorno degli zombi si doveva concludere con la fine della misteriosa resurrezione dei morti viventi, che sarebbe terminata così com’era cominciata. Senza alcuna spiegazione.
Arona è bravissimo nell’esplicitare il carattere rivoluzionario dei film di Romero, soprattutto del primo, La notte dei morti viventi, forse il più riuscito b-movie di sempre, che finalmente porta l’orrore nel mondo contemporaneo, svincolandolo dal gotico della Hammer e di Corman fino ad allora imperante, senza aver paura di scioccare lo spettatore con scene di un’efferatezza forse fino ad allora mai vista sullo schermo (per quanto attenuata da un bianco e nero dovuto essenzialmente a questioni di budget, ma poi rivelatosi scelta artistica azzeccatissima) e senza sentire il bisogno di spiegare le cause del risveglio dei morti, né di apporre un consolatorio happy end.
E poi si trattava del primo horror smaccatamente di sinistra: contro l’autorità, contro la famiglia, contro il razzismo (il protagonista è per la prima volta un afroamericano), contro la guerra (molti vi hanno visto riferimenti al Vietnam), autentico preludio al maggio francese e a quello che ne sarebbe seguito.
Seguono il lavoro di Arona “La città dei morti. Appunti per una filosofia politica degli zombie” di Giuliano Santoro (Alatri, 1976), giornalista e redattore del settimanale Carta, e “Dead Zone. Per una sociologia dell’era zombie” di Selene Pascarella (Taranto, 1977), anche lei giornalista e redattrice di Carta, nonché scrittrice.
Si tratta di analisi molto acute ed eclettiche, che sviscerano (mai termine fu più appropriato) gli zombi da moltissimi punti di vista differenti: storico, antropologico, linguistico, sociale, politico, letterario, perfino medico-scientifico.
Praticamente impossibile riassumerne la ricchezza di spunti in poche parole. Non resta che correre a procurarsi L’alba degli zombie prima che sia troppo tardi. Come annuncia Giacobbo, il 2012 è ormai alla porte e con esso l’apocalisse (zombie, ovviamente).

Valentino G. Colapinto

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:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011 by

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Intervista con Tamara Deroma a cura di Elena Romanello: scrivere spaventi e fantasia

29 aprile 2011 by

DSCN9520Tamara Deroma, torinese, è un nome emergente nella letteratura di genere fantastico, con i due romanzi I sette demoni reggenti e Il portale oscuro, editi dalla Sabinae di Roma, che avranno presto un seguito.

Come mai hai scelto di raccontare una storia di genere horror?

Non definirei la mia saga solo un horror, quanto piuttosto un horror fantasy, e comunque questo è un genere che mi è sempre piaciuto, ho sempre avuto una grande attrazione per il macabro, l'oscuro, l'occulto, quello che non si riesce a spiegare. E in questo mi ha dato tanto anche la mia città, Torino, capitale della magia sia bianca che nera.

Come sei arrivata a far pubblicare il tuo romanzo?

Molto semplicemente raccogliendo informazioni su Internet sulle varie case editrici, in particolare su quelle che pubblicano esordienti e il genere di storie che scrivevo io. La Sabinae nasce come casa editrice specializzata in libri di di cinema, ma ha creduto nel mio romanzo e l'ha usato per lanciare la sua collana di letteratura di genere fantastico, Immaginarium.

Il fantasy e l'horror sono generi di moda: che ne pensi?

A me piacciono a prescindere, non seguo le mode. Adesso gli scaffali delle librerie sono pieni di romanzi di genere horror gothic, in particolare sui vampiri (io mi occupo invece di demoni!), molti dei quali sono stati ripescati da pubblicazioni di anni fa. Ho letto i romanzi della Meyer, io amo leggere, e penso che abbiano avuto il grande merito di avvicinare i giovanissimi alla lettura, ma l'horror vero, così come il gothic, è altro, per me la regina dell'horror resta Anne Rice. Penso che il problema di fondo di queste saghe sia quello di non diventare ripetitive, come è successo con la serie The vampire diaries di Lisa Jane Smith.

Perché hai scelto i demoni come protagonisti della tua saga?

Perché trovo da sempre la demonologia affascinante, e comunque il genere horror non è né deve essere solo vampiri e simili. Ho iniziato comunque a lavorare a questa storia nel 1999.

Quali sono i tuoi modelli come autori?

Ovviamente Anne Rice che ho già citato, ma anche Terry Brooks, non tanto per la sua celeberrima saga di Shannara ma per quella del Demone incarnato. Poi mi piacciono molto anche Stephen King, John Steakley, autore prematuramente scomparso di storie di vampiri, e tra i manga adoro Go Nagai, I cavalieri dello zodiaco e di più recenti ho apprezzato molto Death Note.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo il terzo libro della saga, poi ho tante altre idee, non solo horror fantasy, ma preferisco non parlarne per scaramanzia.

Che consiglio daresti agli autori esordienti?

Di tenere gli occhi molto aperti, l'editoria è un mondo di lupi e di squali, è facile incappare in una fregatura. Consiglio anche di essere umili, un rifiuto può capitare, sbagliatissimo è sparare a zero contro chi ce l'ha fatta. Soprattutto consiglio di stare alla larga da chi chiede soldi, in molti autori esordienti c'è purtroppo questa superbia di voler pubblicare a tutti i costi. E accettate i buoni consigli.
 
Il sito di Tamara Deroma è http://www.tamaraderoma.com
Elena Romanello

:: Recensione di Beastly di Alex Flinn a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2011 by

Beastly di Alex FlinnBeastly, uscito quest’autunno per l’Editrice Giunti, quinta fatica di Alex Flinn scrittrice statunitense specializzata in narrativa young adult, quella che per intenderci ha un target di lettori che vanno dai 14 ai 20 anni, si colloca in un mercato in netta crescita, non a caso molte case editrici dedicano collane apposite se non addirittura cataloghi in esclusiva. Gli adolescenti sono lettori forti, esigenti, selettivi ed è difficile che spendano i loro sudati risparmi per libri scadenti anche se la qualità è un parametro variabile anche nei generi più di moda. L’orda di vampiri, streghe, lupi mannari e quant’altro ancora ben aldilà dal retrocedere spesso è al centro di molte storie indirizzate a questa fascia di pubblico  e sebbene in alcuni casi ciò significhi prodotti scritti in serie, ripetitivi, a volte decisamente insulsi, nella ricca offerta ci sono anche lavori originali e ben costruiti. Bestseller in patria Beastly è anche diventato un film scritto e diretto da Daniel Barnz con protagonisti due divi emergenti Vanessa Hudgens e Alex Pettyfer e una consolidata beniamina, a patto che questo termine si usi ancora e non mi faccia apparire troppo matusa, come Mary Kate Olsen, che uscirà nelle sale italiane l’11 Maggio prodotto da CBS e annunciato come il successo cinematografico dell’anno per teenagers. La trama è conosciuta, l’autrice si è ispirata ad un classico della narrativa per l’infanzia, ad una delle fiabe più amate di tutti i tempi La Bella e la Bestia, fiaba che di per sé ha già ispirato almeno per quanto riguarda il binomio essere deforme -amore opere immortali come Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux, rivisitandolo e ambientandolo in una New York dei giorni nostri cinica e indifferente. Kyle Kingsbury e la lunga strada che porterà alla sua redenzione trasformandolo da odioso figlio di papà in persona sensibile e innamorata sono al centro di questo piacevole libro nel suo genere originale e riuscito. La morale è più che evidente, l’amore fa miracoli e riscatta anche le persone più ostili e refrattarie. Ma sicuramente ci sono anche piacevoli sorprese come il personaggio di Kendra, la strega che getta l’incantesimo che trasformerà il ragazzo in bestia, che poi tanto cattiva non è e regalerà un piccolo colpo di scena finale. Per chi volesse informazioni più precise sulla trama posso farne un breve riassunto. Kyle Kingsbury tipico rampollo dell’ upper class, è un ragazzo bello, viziato, egoista, educato senza madre da un padre assente e depositario di valori distorti  e cinici. Non amare mai altri oltre sé stesso sembra il suo mantra e Kyle impara fin troppo bene la lezione. Un giorno però l’oggetto dei suoi scherzi crudeli si rivela essere una strega che per punirlo gli lancia un incantesimo. Se entro due anni, due come i petali della rosa testimone di un suo raro gesto gentile, non riuscirà a trovare l’amore, resterà per sempre l’orribile bestia in cui è stato trasformato. Prigioniero della sua deformità e isolato in un palazzo di mattoni alla periferia di Brooklyne vede passare i giorni finchè un ladro non entra in casa e per salvarsi gli concede sua figlia. Conquistare il suo amore sarà la sua ultima occasione. Beastly ha parecchi pregi e qualche difetto ma in sostanza è una sorta di educazione sentimentale per adolescenti romantici che non hanno ancora smesso di credere alle favole a lieto fine e  all’amore con l’a maiuscola. Alex Flinn dal canto suo è una scrittrice dotata di sensibilità e affronta le tematiche care a quell’età complessa con la delicatezza di una sorella maggiore che adotta linguaggi e stati d’animo tipici dei suoi giovani lettori con realismo e partecipazione. E soprattutto è capace di coinvolgerli in riflessioni anche serie sulla solitudine, sul materialismo ed edonismo imperante, sul disagio di giovani spesso figli di famiglie divise. Non è un adulto che giudica, che si erge a paladino di valori ferrei e insindacabili, ma in un certo senso cerca di educare, di proporre modelli, di spiegare che l’apparenza, la bellezza fisica, sono solo qualità superficiali e sono ben altri i valori che contano. L’avvio è un po’ a lenta carburazione, ma superate le prime pagine la storia scorre fluida e senza intralci. Gli adulti forse sono caratterizzati un po’ troppo negativamente ma essendo in fondo una favola proietta e rappresenta anche la contrapposizione tra l’età adulta e l’adolescenza in cui per molti sarà facile riconoscersi.
L’autrice: Alex Flinn vive a Miami con il marito e le figlie adolescenti. Scrive dall’età di 5 anni e ha all’attivo 7 romanzi young adults compreso Beastly. Nel 2011 uscirà il suo nuovo romanzo Cloaked per i tipi di Harper Teen. 

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:: Intervista con Dan Vyleta a cura di Giulietta Iannone

27 aprile 2011 by

L'uomo di BerlinoSalve Dan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Figlio di rifugiati cechi emigrati in Germania alla fine del 1960, romanziere e storico canadese. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dan Vyleta? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: mi piace stare sveglio tutta la notte a parlare con gli amici di libri, film, politica, bere (troppo) caffè e (troppo) vino, e camminare per la città sentendomi un tutt’uno con la città e con un gran senso di fratellanza per gli altri uomini …
Punti di debolezza: ho difficoltà a scendere dal letto il giorno dopo. E generalmente, la mattina non è il mio momento della giornata.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono cresciuto in una zona industriale della Germania settentrionale. I miei genitori erano rifugiati politici provenienti dalla Cecoslovacchia ed è qui dove avevano trovato lavoro. In seguito sono andato in Inghilterra, a Cambridge, per studiare, e mi sono innamorato della lingua inglese (e anche di mia moglie!). Poi mi sono trasferito in Canada dopo anni di vita a Istanbul, Vienna, Berlino …

Quando hai capito che volevi essere uno scrittore?

Ho amato i libri sin da molto giovane. Mi ricordo che li razionavo così per non leggerli troppo in fretta: cercavo di leggere non più di cinquanta, ottanta pagine al giorno… E suppongo di aver sempre sognato di raccontare me stesso. Ma una cosa è sognare, un’ altra è sedersi al computer e trovare le parole per iniziare il primo capitolo. Una volta fatto questo, sono rimasto agganciato. Scrivere è come cucinare o fare musica. Tutti dovrebbero farlo.

Leggi altri autori contemporanei?

Sì. Ho letto un sacco di cose. Narrativa, romanzi gialli, racconti, fantascienza … Ma ho un amore speciale per la letteratura del XIX secolo: Dickens, Cechov, Tolstoj, Dumas, Conrad, Dostoevskij, Hugo, le sorelle Bronte. Penso che sia allora che il romanzo ha trovato la sua forma.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Sono stato fortunato a trovare un agente molto velocemente. Gli ho solo mandato il mio manoscritto per posta elettronica. Il suo assistente lo lesse e lo passò al suo capo… Ma c’era ancora un lungo cammino prima della pubblicazione. Si trattò di un lungo processo di nervo-demolizione. L’ultima settimana, quando ero in attesa che l’editore facesse un’offerta per il libro, ho preso un sacco di caffè corretti con brandy per tutto il pomeriggio…

Il tuo romanzo d’esordio L’uomo di Berlino (Pavel & I)  è ora tradotto in Italia da Paola Merla per Longanesi. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

E ‘una storia post-bellica, ambientata in quello che fu l’inverno più freddo che Berlino abbia conosciuto a memoria d’uomo. Il fatto è che tutti si aspettavano che il primo inverno dopo la guerra si trasformasse in una catastrofe umanitaria. Non c’era carbone per il riscaldamento. Ma l’inverno del ’45 fu relativamente mite. Così la gente pensò di avere un anno intero per ricostruire, sperando che il prossimo inverno non fosse così male. Ma poi l’inverno del ’46 iniziò, e Berlino era ancora in rovina. Le storia ruota attorno a tre personaggi principali: Pavel, un dimesso soldato americano che si rifiuta di tornare a casa; Anders, un giovane scugnizzo che ruba le cose e le vende al mercato nero, e Sonia, una donna tedesca che vive con un corrotto ufficiale inglese. Un uomo che stava cercando di vendere segreti ai russi viene ucciso. E così il trio di personaggi viene risucchiato in un vero e proprio complotto da Guerra Fredda …

Pensi che Il terzo uomo di Graham Greene abbia influenzato il tuo lavoro?

Amo molto la versione cinematografica de Il terzo uomo che  avevo visto tanti anni fa, ma in realtà il libro non mi ha influenzato molto finchè il mio editore non mi ha fatto notare le rassomiglianze – a questo punto ho letto il romanzo di Graham Greene. Amo il lavoro di Greene, in particolare il cuore della questione e il fattore umano, c’è qualcosa di incredibilmente sicuro nella sua prosa, e ha un orecchio meraviglioso per il dialogo.

Che tipo di film hanno influenzato il tuo lavoro. Germania Anno Zero di Rossellini?

Ho cercato di non guardare troppi film sul periodo che stavo descrivendo. Non volevo che la creatività di altri mi influenzasse troppo. Fu solo alla fine del processo di scrittura che ho cercato attivamente film sul periodo postbellico. Germania Anno zero di Rossellini ha lasciato una profonda impressione su di me, ed è stato gratificante vedere nella sua strada un lontano eco della mia stessa banda di ladri adolescenti.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Pavel Richter?

Tutti nel romanzo si innamorano di Pavel, a volte per motivi sorprendentemente insignificanti. Io personalmente amo Pavel moltissimo, e molti dei miei lettori mi hanno scritto per dirmi quanto anche loro si sentissero legati a lui. C’è qualcosa di delicato e nobile in lui: egli è un uomo giusto in un tempo corrotto. Mi piaceva l’idea di un uomo che apparisse inadatto alla sua età – un eroe di un romanzo ottocentesco incappato in una situazione del XX secolo.

Dimmi qualcosa del tuo personaggio femminile. Sonia è una sorta di dark lady? O è più simile a Ilsa Lund Laszlo di Casablanca?

Più che Ilsa, Sonia è una sopravvissuta. Per sopravvivere, ha dovuto cancellare le proprie emozioni e i propri ricordi. Tutto ciò che rimane in Sonia del periodo  pre-guerra è il suo amore per il pianoforte, è come se suonando Beethoven ciò le ricordi che, una volta, c’era una cosa chiamata civiltà. Quando incontra Pavel, si risveglia qualcosa in lei di cui diffida; lei lo percepisce come una minaccia.

Perché hai deciso di scrivere L’uomo di Berlino?

Non ho davvero deciso di scriverlo – in nessun momento mi sono seduto a pensare coscientemente, ‘Sai cosa, sarebbe una bella idea scrivere un romanzo post bellico ‘. Le prime pagine semplicemente si sono rovesciate su di me, e daallora  ho seguito la corrente ovunque mi stesse portando. Non mi piace l’idea di scrivere con la testa, si scrive con la pancia e si vede dove ciò ti porta. Se si è fortunati si finisce per scrivere un libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di L’uomo di Berlino?

Un anno e mezzo o giù di lì. Ma ci sono momenti, frasi, emozioni nel romanzo, che sono più vecchi del libro anche di cinque o dieci anni. Gli scrittori sono accaparratori. Ogni giorno,  si raccolgono detriti, sperando che un giorno si rivelino utili.

Mi piacerebbe parlare del processo di scrittura. Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?

Dipende dai periodi. Al momento, posso solo scrivere grazie ai caffè. Così mi alzo, faccio colazione, raggiungo a piedi uno dei caffè che mi piacciono, trovo un tavolo, mi prendo una tazza grande di qualcosa di caldo, metto le mie cuffie su (ho ascoltato Beethoven per tutto  il periodo di scrittura di Pavel, e al momento ascolto Brahms) , e inizio a scrivere. Ho anche sempre con me un notebook e la mia penna preferita. Ogni volta che ho un’idea, la butto giù. Ho scritto un sacco di quaderni durante questi anni.

Ci sono attualmente progetti cinematografici legati al tuo libro? Dimmi il tuo cast ipotetico.

Ancora niente, anche se penso che si potrebbe fare un grande film. Avremmo bisogno di qualcuno tenebrosamente affascinante e intenso per il ruolo di Pavel, qualcuno come un giovanissimo Al Pacino. Non so: Cillian Murphy forse? E Marion Cotillard per Sonia? Philip Seymour Hoffman potrebbe fare un buon Fosko – se si radesse la testa!

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Günter Grass, Cormac McCarthy, Hilary Mantel, Pete Dexter, Julia Franck, Josef Skvorecky, Philip Pullman, William Gibson, Simon Armitage – l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Patrick Hamilton, Twenty Thousand Streets under the Sky del 1935. E ‘meraviglioso, un ritratto di una specie molto inglese di disperazione, triste e divertente allo stesso tempo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa  di divertente accaduto durante questi incontri.

Beh, è ​​lusinghiero essere al centro di tanta attenzione, e anche leggermente imbarazzante. Credo che molti scrittori siano persone molto riservate. Mi piace leggere in pubblico però: è bello incontrare i propri lettori. A volte sento che gli scrittori e gli editori – o gli scrittori e gli uomini di marketing – non capisco l’ un l’ altro. A volte vado a una festa in un luogo molto spettacolare – un bar alla moda, o un museo che è stato affittato per la serata – e tutte le persone del settore sono molto glamour e nel loro elemento – mentre gli scrittori invece se ne stanno rannicchiati in uno angolo, a bere drink e fare conversazioni tranquille l’uno con l’ altro. Comunque sono serate a volte anche molto divertenti.

Qual è il ruolo di Internet, nel tuo processo di scrittura, nella ricerca delle fonti  e nel marketing tuoi libri? Che ne dici dell’ editoria elettronica?

Amo internet per diversi tipi di ragione, ma, per me, in realtà il processo di scrittura non cambia molto. Certo uso internet per cercare le cose, ma se proprio lo vuoi sapere  utilizzo ancora la biblioteca – o l’archivio. E ‘diverso per quanto riguarda il marketing. Qui Internet ha cambiato davvero le regole del gioco. Per quanto riguarda gli e-books penso che siano molto leggeri, maneggevoli, cool – ma  preferisco ancora i libri di carta. Io sono una persona tattile, mi piace la sensazione di una pagina stampata, e l’odore della carta e dell’inchiostro.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction da quando hai iniziato a scrivere?

Ci sono tendenze, sensazioni, bestseller in più. Tutti gli editori sono alla ricerca dei prossimi Stieg Larsson: un libro che sarà un bestseller il  n. 1 in tutto il mondo. Ma per noi scrittori credo che non sia cambiato nulla. Dobbiamo ancora cercare di plasmare i sentimenti, le esperienze in parole, e scrivere il libro migliore che possiamo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?

Ho un sito web www.danvyleta.com con notizie, pezzi di blog, copertine, recensioni ecc e i lettori possono scrivermi a danvyleta.website @ gmail.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Il mio secondo romanzo, The Quiet Twin, è recentemente uscito in Canada, Regno Unito, e ora in Germania, e sono stato impegnato con i tour promozionali ma ogni volta che posso prendo un po’ di respiro, e  ora sto lavorando al follow-up!

:: Segnalazione: Le opere di Alda Teodorani in formato ebook grazie alla Kipple

26 aprile 2011 by

aldaPoco alla volta ma inesorabilmente anche in Italia si stanno affermando gli ebook. Sicuramente all’avanguardia in questo campo è la Kipple Officina Libraria, che presenta in esclusiva le pubblicazioni digitali di Alda Teodorani, dark lady del noir italiano.
Gli e-book (ePub senza drm) sono acquistabili sui maggiori portali di vendita on-line grazie alla Simplicissimus Book Farm (
http://www.simplicissimus.it/).
Ma i prezzi sono ancora più scontati sul sito Kipple, dove si trova il ricco “Angolo di Alda” (
http://www.kipple.it/index.php?route=product/category&path=107): un’intervista e biografia all’autrice e l’introduzione di Valerio Evangelisti a Belve sono liberamente scaricabili; altro materiale verrà aggiunto in seguito. Gli ebook di Organi e Belve sono in vendita a 5 euro.

:: Recensioni: Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare AV

26 aprile 2011 by

Non è facile scrivere racconti. Spesso si immagina che un testo breve implichi minori difficoltà nella costruzione della trama, nella caratterizzazione dei personaggi, nella capacità di scrivere dialoghi realistici ed convincenti,  e invece a mio avviso si verifica l’esatto contrario. Il poco spazio fa si che sia indispensabile che l’autore abbia affinata la capacità anche tecnica di snellire le frasi troppo arzigogolate, di scarnificare, se mi si perdona il termine, la struttura narrativa. Perché un racconto sia efficace deve contenere una certa vita propria, una sorta di morale non necessariamente didascalica. Detto questo è sempre interessante vedere dei giovani, non solo anagraficamente parlando, cimentarsi nel genere, che per inciso amo molto. Cornell Woolrich, Raimond Chandler, Flannery O’Connor, Raymond Carver, Dorothy Parker, Katherine Mansfield, Vladimir Nabokov, Anton Cechov, Isaac Asimov, sono tra i miei preferiti ma come non citare Buzzati un maestro del racconto usato in molte scuole di scrittura come esempio tanto i suoi lavori sono  magistrali o Luigi Bernardi capace di illuminare il foglio con pochi tratti.  Ho letto due volumi di racconti entrambi editi da Giulio Perrone Editore e per la consequenzialità vi consiglio di leggerli entrambi Quando avevo undici anni e Capace di intendere e di volare. Il primo narra la fragile età di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e il secondo il passaggio subito successivo dall’adolescenza alla maturità, per cui anche l’ordine di lettura è importante. Da segnalare anche che le raccolte sono nate da un originale connubio letteratura – internet, per dare visibilità agli scritti nati sul forum undiciparole http://undiciparole.forumfree.it un sito che ospita autori emergenti segnalatisi grazie alle iniziative editoriali promosse da Perrone Lab. Illustrazioni di copertina di Tiziana d’Este.  

quando avevo 11 anniQuando avevo undici anni

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Rosalia Messina, Maria Alberta Fiorino, Andrea Masotti, Trap, Giuseppe Pavich, Lucia Sallustio, Annamaria Trevale, Andrea Bonvicini, Ippolita Cassisa, Stefano Mascella, Alberto Caprara, Daniela Rindi, Giovanna Astori, Francesca Violi, Vanessa Banfi, Arianna Lattisi, Diego Di Dio.
 
Gli undici anni, un’età magica per certi versi, si guarda il mondo con occhi sgranati, occhi ancora innocenti ma già capaci di cogliere le contraddizioni della vita. Come non pensare ai fumetti letti con la pila elettrica sotto le lenzuola: L’uomo ragno, La cosa, L’incredibile Hulk, Dottor Strange, gli X-Men e Capitan America in costume bianco- rosso e blu con lo scudo che ricorda vagamente l’emblema della Cia che la mamma comunista di uno dei personaggi dei racconti assicura avesse preso parte al golpe cileno contro Allende a fianco di Pinochet.  E poi le feste di compleanno a casa dei compagni di scuola, la morte di Luigi Tenco che ha oscurato gli undici anni di chi visse qualche generazione fa, giocare a calcio in cortile fino a tardi, fino a che le madri non ricordano che ci sono i compiti da finire, e i primi turbamenti, i primi baci, i primi amori, teneri e commoventi anche se a volte crudeli. Andare a dormire dopo Carosello, le pagelle a fine anno, i discorsi politici dei grandi, la fine della scuola elementare e l’ingresso nella scuola media, i favolosi anni 60, le discussioni sulle Brigate Rosse. Le amicizie del cuore incrollabili e indimenticabili che neppure la lontananza e la separazione riesce ad incrinare, giocare a Subbuteo, le vacanze al mare con la famiglia, i fratelli e le sorelle maggiori, i tubetti di brillantini rubati nei negozi mentre il commesso è distratto, scrivere il diario a cui confidare i piccoli e grandi segreti, farsi schiumare a Carnevale con le bombolette di schiuma da barba, non al mentolo se no si diventa ciechi, la prima sigaretta fumata facendo attenzione che non arrivi nessuno, domandarsi che fine ha fatto Emanale Orlandi, la musica ascoltata con i walkman, andare al cinema a vedere Flashdance o il Tempo delle mele, e poi Videomusic, le vacanze in colonia, collezionare i peluche di Snoopy,  il primo reggiseno. Tenerezza, malinconia, un briciolo di crudeltà, un viaggio nella memoria insomma. E’ difficile dire quale sia il racconto migliore di questa raccolta, diversificati da tecniche narrative, linguaggi, contenuti differenti seppure a mio avviso una certa omogeneità e fluidità li caratterizza tutti. Se proprio dovessi sceglierne alcuni sarei guidata da criteri prettamente personali, quelli che mi hanno ricordato i miei undici anni sono forse Scusi signore di Andrea Masotti, Quando le bande non scalavano la hit parade di Trap, molto struggente e con un finale amaro Quando la luna perse il suo mistero, di Annamaria Trevale, il bellissimo I negri di Stefano Mascella con dialoghi in stretto romanesco e infine il tenerissimo Il coniglio di Francesca Violi.

Capace---sito-grandeCapace intendere e di volare

Autori rigorosamente in ordine di pubblicazione: Diego Di Dio, Solitaria, Andrea Masotti, Costantino Quarta, Alberto Caprara, Dirce Scarpello, Annamaria Trevale, Rosalia Messina, Arianna Lattisi, Trap, Lucia Sallustio, Annapaola Paparo, Vanessa Banfi, Stefano Mascella, Manola Mineo, Anna Rita Rappa, Lita Cassisa, Maria Alberta Fiorino, firulìfirulà.
 
Diventare adulti. Già sembra facile. Si diventa grandi quando si diventa autosufficienti, autonomi, si affronta la vita da soli senza la protezione di genitori chioccia, con un lavoro, una casa, una famiglia propri. Molti non diventano adulti mai neanche da vecchi, molti restano bambini almeno nell’animo, eterni Peter Pan con la voglia di sognare, di non farsi sommergere dai mille problemi del vivere quotidiano. Ma cosa caratterizza il passaggio dall’adolescenza alla maturità, dall’essere ragazzi a diventare uomini? Diciannove scrittori esordienti o quasi ci hanno provato a descrivere quel momento con risultati, buffi, commoventi, originali a volte anche bizzarri e spesso deliziosi. Diciannove brevi racconti di formazione, come si suole dire nei salotti impegnati. Una donna decide di riprendersi la sua vita dopo un matrimonio forzato con un uomo violento che non la ama. Una ragazza si trova sotto le macerie di un terremoto e ritrova tra i soccorritori il ragazzo con il quale chattava su internet. Un ragazzo da sempre considerato un inconcludente apre una pizzeria con un amico e si avvia verso l’indipendenza. Storie minime, di un minimalismo molto carveriano, delicate, accomunate da uno stile diretto e immediato, da una sobrietà linguistica mai sciatta o dimessa. Come nell’altra raccolta un po’ la lingua varia e le voci femminili e maschili si alternano dando un respiro corale e misurato. Alcuni racconti sono più incisivi, scavano nelle psicologie dei personaggi, altri privilegiano l’epoca, gli ambienti, l’affresco di un età di passaggio, su tutti prevale una prosa spoglia, semplice, un fraseggio essenziale, senza fronzoli o aggettivi e avverbi superflui. Si sente che sono stati curati, magari riscritti, limati, non lasciati al primo impulso dell’ispirazione. In alcuni certo ci sono ingenuità, che un autore professionista eluderebbe, ma d’altro canto proprio questa semplicità,  questa spontaneità conferisce un valore aggiunto molto spesso inesistente nei lavori troppo costruiti. In questa raccolta non mi sento di segnalare preferenze perché ho trovato più omogeneità e una certa difficoltà nell’immedesimarmi nelle storie, tutte hanno particolarità molto spiccate che è difficile non apprezzarli nel complesso. Forse il racconto che mi ha più turbato, se il termine un po’ retrò che uso può rendere bene l’idea, è sicuramente La schiava e l’imperatore di Diego Di Dio, dove una donna abusata, picchiata dal marito, diventa “adulta” per amore del figlio e da schiava si riappropria della sua libertà.

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:: Intervista con James Lee Burke a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2011 by

James_Lee_Burke

Salve Mr Burke. Grazie per aver accettato la mia nuova intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Alcuni anni fa ho avuto il piacere  di intervistarti e mi ricordo che era in assoluto la mia prima intervisita con uno scrittore. Raccontaci del tuo esordio. Che strada hai seguito per pubblicare? Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho finito di scrivere il mio primo romanzo edito, Half of Paradise, quando avevo ventitré anni. Poi mi ci sono voluti quattro anni per trovare un agente e un editore. Per me è sempre stato più facile scrivere che pubblicare.
Nel bel mezzo della mia carriera, ho passato trent’anni venendo pubblicato solo in tascabile. Il mio romanzoThe lost get back boogie è stato rifiutato 111 volte prima di essere pubblicato dalla Louisiana State Univerisity Press. Poi è stato candidato al Pulitzer.

Cosa sarebbe la tua vita senza letteratura?

Le arti e le lettere sono l’indice di civiltà di una società; non varrebbe proprio la pena di vivere in un mondo in cui non ci fossero. Le antiche pitture rupestri francesi dimostrano che persino le popolazioni più primitive riconoscevano all’arte un certo valore.

Prima di diventare scrittore a tempo pieno hai svolto varie mansioni, negli ambiti più diversi, dall’estrazione del petrolio al giornalismo, al lavoro nel sociale, e, negli anni ’80, hai insegnato scrittura creativa alla Wichita State University. Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Qualunque lavoro permetta di pagare l’affitto va bene per uno scrittore, certo, a patto che non lo allontani dalla scrittura.

Mi piacerebbe parlare del lavoro quotidiano dello scrittore. Ci descrivi una tua giornata tipo?

Lavoro sempre, dalla mattina alla sera, e a volte fino a notte inoltrata. È l’unico modo di lavorare che conosco.

Ho chiesto a tua figlia Alafair Burke di raccontarmi qualcosa di curioso su di te e lei mi ha risposto: “Ama gli animali. Lo chiamiamo Dottor Doolittle, come il personaggio che parla con gli animali nel libro per bambini”. Che mi racconti, tu, su di lei?

Alafair è la prima giallista della famiglia. Ha iniziato a scrivere polizieschi all’età di sette anni. Il suo primo racconto era intitolato Omicidi alla pista da pattinaggio.

Il personaggio di Robicheaux è stato portato sugli schermi due volte, interpretato prima da Alec Baldwin in Omicidio a New Orleans e poi da Tommy Lee Jones in In the electric mist. Hai visto i film? Quale dei due attori ti sembra più vicino al tuo Dave Robicheaux?

Ho molto apprezzato l’impegno profuso nell’adattamento cinematografico dei miei lavori. Il giudizio sulla riuscita, be’, quello lo lascio agli altri. Ma tutti i creativi coinvolti in entrambi i progetti erano davvero pieni di talento.

Paragoniamo i due personaggi di Dave Robicheaux e di Billy Bob Holland: in cosa si assomigliano, e in cosa, invece, differiscono?

Be’, direi che hanno gli stessi valori, ma rappresentano epoche diverse. Dave, come me, è nato durante la grande depressione. È un periodo storico che non si può comprendere fino in fondo, a meno che non lo si sia vissuto.

Mi è piaciuto molto Terra Violenta, primo romanzo della serie di Billy Bob Holland, premiato nel 1998 con l’Edgar Award. Tu che ne pensi?

Penso che Terra violenta sia uno dei miei romanzi migliori. Non ho mai capito come mai non abbia avuto tutto il successo di certi miei libri ambientati in Louisiana.

Parliamo ora, in generale, dei tuoi libri. Quali sono i tuoi preferiti?

Credo che i miei lavori più riusciti siano Rain Gods, Terra violenta, L’urlo del vento, White doves at morning eL’occhio del ciclone.

Il tuo stile è fortemente realistico, linguisticamente accurato e pieno di tensione drammatica. Pensi di essere stato influenzato da autori russi quali Sholokov e Chekov?

Ammiro i russi, ma no, non ne sono stato influenzato.

Che cosa ci dici di The glass Rainbow? Sarà il tuo ultimo Robicheaux?

The Glass Rainbow ha a che vedere con la fine di un’epoca e di una generazione. Il prossimo romanzo della serie si intitolerà Feast day of fools.

So che hai un bel numero di fan; com’è la tua relazione con i lettori?

Se è bello essere un artista, è grazie a tutta la gente che si incontra. Non c’è migliore ricompensa del sapere di aver regalato a qualcuno un certo piacere estetico.

Ti piace viaggiare per promuovere i tuoi libri?

Mia moglie e io abbiamo girato per quindici anni, poi abbiamo smesso. Certo, incontravamo un sacco di bella gente, ma toccavamo trentacinque città l’anno, e alla fine ho pensato fosse meglio allentare un po’ il ritmo.

In chiusura, una domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il romanzo che sto scrivendo ora si chiama Creole Belle. Penso non sia niente male, ma mi sa che  non sono molto obbiettivo.

Grazie mille per avermi intervistato. Amo l’Italia, e spero di poterci tornare presto.

Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni