:: Segnalazione di I poeti morti non scrivono gialli di Björn Larsson

2 settembre 2011 by

poetiDal 5 settembre in tutte le librerie il nuovo romanzo di Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea. L'autore sarà al Festivaletteratura di Mantova dal 7 al 9 settembre.

“Appassionante, piacevolmente leggero, letterariamente sofisticato.” – Sydsvenskan

“Con I poeti morti non scrivono gialli Larsson ha scritto non solo il miglior romanzo dell’anno, ma anche uno dei più piacevoli gialli del 2010.”  –  Skånska Dagbladet

“Björn Larsson è un corsaro della letteratura, uno spirito libero abituato a solcare i mari dell’invenzione.” – La Repubblica

IL LIBRO – Un’opaca sera di febbraio, l’editore Karl Petersén raggiunge impaziente il porto di Helsingborg. Nella ventiquattrore una bottiglia di champagne e un contratto per il famoso poeta Jan Y. Nilsson, a cui ha chiesto di scrivere un giallo, sicuro bestseller già venduto ai più prestigiosi editori d’Europa. Ma il poeta accetterà di firmare? Si piegherà alle basse leggi di quel mercato che, con la sua ricerca di una poesia alta ed essenziale, ha sempre snobbato? Vorrà risollevare il genere dalla mediocrità in cui è caduto? La risposta è definitiva: Petersén trova Jan Y. impiccato a bordo del peschereccio in cui viveva. Si è suicidato? Oppure chi è stato, e soprattutto, perché? Il commissario Barck non ha dubbi: i poeti si uccidono, non vengono uccisi. Eppure i motivi per farlo fuori non mancano, a cominciare dal lauto compenso che Jan Y. avrebbe presto incassato e dal materiale scottante sull’alta finanza che il suo romanzo era pronto a denunciare. Le indagini del commissario, poliziotto sui generis con velleità letterarie, coinvolgono Tina Sandell, musa e forse amante di Nilsson, e il suo amico intimo e noto giallista Anders Bergsten, incaricato di Petersén di finire il manoscritto. Ma qualcuno ha deciso che il romanzo non deve uscire… Nell’età dell’oro dei thriller, Björn Larsson scrive “una specie di giallo” che è un gioco letterario di raffinata ironia e autoironia, per indagare l’essenza stessa della scrittura e della vocazione artistica. In una sferzante satira di un mondo editoriale all’isterica ricerca del prossimo successo, solo un “poliziotto-poeta” è in grado di scoprire le associazioni nascoste, di rivelare l’inatteso, di afferrare le verità che si celano dietro le apparenze.

L'AUTORE – Björn Larsson è docente di letteratura francese all'Università di Lund, filologo e appassionato velista, uno degli autori svedesi più noti e apprezzati all'estero. Dopo il successo di La vera storia del pirata Long John Silver (120mila copie), Iperborea ha pubblicato altri otto titoli. 

:: Primo Sugarpulp Festival

1 settembre 2011 by

sugarpulp logoSettembre è finalmente arrivato e un appuntamento si profila all'orizzonte, di quelli da non perdere, di quelli che ti spingono a prendere l'agenda e scarabocchiare a pennarello rosso ed evidenziatore la data. Padova sta per trasformarsi in un ritrovo per le penne più acuminate in circolazione. E non è un modo di dire. Tanti ospiti da tutto il mondo stanno facendo le valige e si stanno preparando a sbarcare nel cuore della Bassa. Faccio qualche nome per farvi capire il livello, Joe Lansdale, e chi non conosce Champion Joe, poi  Massimo Carlotto, Jeffery Deaver, Victor Gischler, Tim Willocks, Jan Wallentin, Tiziano Angri, Luigi Bernardi, Federica Bertuzzi, Giacomo Brunoro,
Paolo Cochi, Luca Conti, Roberto Costantini, Alberto Custerlina, Adamo Dagradi, Omar Di Monopoli, Francesco Ferracin, Alessandro Lise, Officina Infernale, Marilù Oliva, Jacopo Pezzan, Pierluigi Porazzi,
Matteo Righetto, Matteo Strukul, Alberto Talami, Thomas Tono, Paolo Zardi.
Anteprima il 19 settembre. Inaugurazione giovedì 29 settembre, presentano l'evento Matteo Righetto e Matteo Strukul direttori artistici del Festival e Giacomo Brunoro. E alle 19 l'esclusivissimo party inaugurale del Festival per la stampa e gli addetti ai lavori. Da giovedì 29 settembre a domenica 2 ottobre Padova Non è un paese per vecchi. Accetto scommesse! Per saperne di più il sito del Festival:
http://festival.sugarpulp.it/

:: Recensione di Malapunta di Morgan Perdinka a cura di Danilo Arona

1 settembre 2011 by

I sogni… Malapunta trasmetteva forse identici sogni, frammenti del suo passato, a tutti coloro che ne calcavano il suolo? Non esisteva altra spiegazione per quanto inverosimile.

Ma-la-pun-ta, direbbe Nabokov creatore di Lolita scandendo quelle sillabe misteriose che fanno schioccare la lingua sul palato, anche se in questo caso non è il nome amato-odiato di una ninfetta preadolescente ma quello di un’ isola maledetta, persa nel blu intenso del Mediterraneo, un’ isola dove si sogna, dove tra incantesimi di sciamani druidici si aspetta la fine del mondo.
Arona lo definisce un’opera ibrida di generi e di stili e infatti anche se magari in libreria lo troverete messo nello scaffale dei libri horror, è molto più che un horror, è fantascienza in bilico tra L’isola del dottor Moreau di Herbert George Wells e le suggestioni di Solaris anche se qui non siamo nello spazio, è un thriller adrenalinico e spiazzante, è un noir crepuscolare e malsano, è una gothic novel oscuramente romantica in cui i temi classici del genere come l’amore perduto e il soprannaturale si alternano ad invenzioni narrative del tutto originali e autonome. Raccontarvi la trama sarebbe una beffa crudele e pressoché inutile per cui vi basti sapere che c’è un protagonista Nico Marcalli, un uomo divorato dai rimorsi, un uomo che si sente responsabile per la morte dell’amata Gabry. L’isola l’attende pur tuttavia lo respinge come se un brusio di sottofondo si alzasse di colpo al suo passaggio. Poi iniziano i sogni, spaventosi incubi, che rendono le veglie, una terra di passaggio verso altri altrove. Sogno, realtà, il confine si sfibra, si sfilaccia e intanto il respiro dell’isola, vivo come un cuore cha batte, stravolge certezze e verità. Ma esiste davvero la verità? A questa domanda non si può che rispondere con un’ altra domanda: cos’è la verità? L’autore farà di tutto per spezzare gli schemi consueti di pensiero, per abbandonarvi su un’ isola apparentemente deserta, ma in realtà popolata di infestanti creature.
Arona scavalcando i generi, crea ibridi, mutazioni, con una potenza visionaria da iniziato. Lo spirito di Lovecraft aleggia, come un altro spirito presente sull’isola, mai così affollata, mai così oscura. Delitti sanguinosi, clandestini che ci sono o non ci sono, sirene dai denti acuminati, orridi demoni marini dai capelli sempre più lunghi. L’atmosfera malsana di quest’isola è resa in maniera splendida dal gioco di rimandi dell’inconscio onirico. Perché l’inconscio è un pozzo, pieno di immagini ed emozioni legate tra loro da fili invisibili. Un senso di minaccia pervade le pagine, e accresce il fascino sinistro di quest’isola che entrerà nell’immaginazione del lettore con una forza inconsueta.
Chi è l’autore di Malapunta? Bella domanda. Quando ho scoperto che Morgan Perdinka non è altro che una creatura alter ego di Danilo Arona, ho provato un brivido sulla schiena. Durante tutta la lettura del libro ho creduto che esistesse veramente, che fosse di carne e sangue, senza sospettare mai e dico mai nemmeno per un istante che fosse un gioco, uno spettro proveniente da una dimensione parallela e asincrona, che fosse nato nel mondo interiore di uno scrittore prolifico e geniale come Arona. Forse qualche indizio, qualche traccia, avrebbe dovuto portarmi alla verità, un raffronto tra stili, un respiro lungo, un inquietudine sottile, e invece niente. Perdinka me lo immaginavo bruno, con i capelli troppo lunghi e la frangia sugli occhi, una sigaretta sempre tra le dita ingiallite dalla nicotina, l’immancabile camicia bianca con le maniche arrotolate sul gomito, l’espressione da pirata. Per me è reale quanto il suo creatore, mi alita sul collo, respira, aggrotta la fronte piena di rughe come chi pensa tanto. Suicida come Luigi Tenco, anche lui non troppo distante da Alessandria,  oscilla e ancora non son persuasa del tutto che sia solo un’ ombra. Un dubbio, un’ inquietudine vischiosa, proietta  quell’incertezza sulla percezione del mondo reale che è la spinta, l’anima nera del libro. Dunque a presto Perdinka, altri tuoi libri inediti e nascosti riemergeranno dalle ombre del tempo, per farci paura, per farci interrogare sulla realtà e su noi stessi. Non è un addio, ma solo un arrivederci. A presto Perdinka. 

:: Recensione di Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys (Garzanti 2011) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2011 by

Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys

Oggi voglio parlarvi di un libro speciale, di un romanzo uscito il 25 agosto grazie a Garzanti, che si intitola Avevano spento anche la luna scritto dall’americana, ma di origini lituane, Ruta Sepetys. L’ho definito un romanzo, ma penso sia riduttivo, narra una storia vera, sia nei fatti, che nei sentimenti, coinvolgente come un diario, attenta alla ricostruzione storica e alla verità dei fatti come un reportage, una storia che nasce dalla voce dei pochi sopravvissuti lituani che ancora possono ricordare i gulag, i campi di lavoro in Siberia in cui Stalin faceva confinare tutti coloro che erano accusati di attività antisovietiche. Tra le pagine nere della Storia, la tragedia lituana, come il genocidio armeno, o il genocidio in Congo, è stata avvolta da una coltre di colpevole silenzio, prima perché i sopravvissuti non osavano parlare per paura di ritorsioni, poi perché i negazionisti hanno continuato a contribuire all’annullamento della memoria. Conoscevo la storia degli ebrei di Vilnius, esiste il Museo Statale Ebraico di Vilnius a testimonianza degli stermini di massa dei nazisti ma a parte rare voci penso a Alexander Solzhenitsyn in pochi hanno parlato dei gulag staliniani. Tornando al romanzo, è perlomeno bizzarro che molto spesso tocchi alla letteratura fare luce sui drammi contemporanei e no, tocchi ad Avevano spento anche la luna parlare dei venti milioni di persone che morirono durante le purghe etniche di Stalin negli stati baltici.
In Avevano spento anche la luna la storia terribile delle deportazioni staliniane viene vista  e descritta dagli occhi innocenti di una ragazzina che nell’estate del 1941 viene prelevata con mamma e fratellino e deportata con migliaia di altri lituani dai sovietici di Stalin, in Siberia e poi sempre più a nord fino al Polo Nord. Il viaggio massacrante senza cibo ne acqua con altri disperati su un carro bestiame ha le stesse modalità delle deportazioni naziste che avvenivano negli stessi giorni, quasi che l’orrore avesse un’unica lingua. La brutalità delle guardie, la durezza del viaggio, fanno capire a Lina, la protagonista, che il tempo felice dell’infanzia è finito e inizia il tempo del dolore e della lotta per la sopravvivenza. Il padre viene separato da loro e portato in un’altra destinazione e forse non lo vedranno più. Quando giungono a destinazione superstiti di un viaggio allucinante iniziano i lavori forzati per coltivare barbabietole. Scavano con una palettina la terra durissima con pochissimo cibo, preda di tutte le malattie dovute al freddo e alla malnutrizione. Ma Lina non è una debole, ha in sé una forza straordinaria che le permette di innamorarsi, di disegnare, di sperare al di là della speranza, di desiderare, pretendere la salvezza. Sarà difficile che non vi salgano le lacrime agli occhi, io ho pianto. Sarà difficile che non proviate un moto di empatia che vi farà sentire vicini alla protagonista, vedere il mondo con i suoi occhi, provare paura, rabbia, sgomento, orrore e amore. Poetico e tragico, dolente e  toccante, è un libro importante, da far leggere specie alle nuove generazioni che si affacciano alla vita e si interrogano sul passato. Siamo il frutto di quelle scelte, di quei fatti, siamo i figli di quegli uomini.

Ruta Sepetys è nata negli Stati Uniti da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (2011). Sono seguiti i romanzi Una stanza piena di sogni (2013), Ci proteggerà la neve (2016) e L’orizzonte ci regalerà le stelle (2020). Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

:: Segnalazione di Zero² di AA. VV. a cura di Giulietto Chiesa Piemme

29 agosto 2011 by

image002AA. VV. a cura di Giulietto Chiesa Zero²

Le pistole fumanti che dimostrano che la versione ufficiale sull’11/9 è un falso
 
Pagine: 448 Prezzo: 18,50 €
 
Sarà in libreria dal 2 settembre Zero², l’antologia curata da Giulietto Chiesa che offre uno sguardo documentato sull’attentato alle Torri Gemelle, di cui quest’anno ricorre il decennale. Il libro, corredato da un’ inedita, ampia introduzione di Chiesa, si avvale dell’acquisizione di recenti prove, vere e proprie “pistole fumanti”, che ci conducono a scoprire più che probabili falsificazioni dei documenti, menzogne sparse lungo tutto il cammino di indagini mai concluse, e che smentiscono definitivamente la versione ufficiale del 9/11 Report.

“L’11 settembre è stato trasformato in un tabù impenetrabile, una pagina chiusa e da non riaprire, una tomba collettiva in cui deve rimanere sepolta per sempre ogni possibile interpretazione diversa del complotto che l’Amministrazione americana di Bush e Cheney ha imposto al mondo intero. (…) Ma la caccia alle prove comincia a dare i suoi risultati”.
Giulietto Chiesa

Con Zero2 dieci anni dopo gli attentati alle due torri e quattro anni dopo il primo lavoro, Zero (Piemme 2007), Chiesa torna con un gran numero di specialisti – Gore Vidal, Franco Cardini & Marina Montesano, Lidia Ravera, Andreas von Bülow, Steven E. Jones, Claudio Fracassi, Jürgen Elsässer, Webster Griffin Tarpley, Thierry Meyssan, Enzo Modugno, David Ray Griffin, Barrie Zwicker, Michel Chossudovsky – e con una poderosa mole di dati, fatti e analisi.
Torna con molte più risposte rispetto alle domande di allora. Torna con una versione  controcorrente rispetto al mainstream dell’informazione mondiale per dirci come, su quell’11 settembre, al mondo sia stato fatto credere il verosimile, ma non la verità, e come, addirittura, proseguendo su questa linea di falsa consapevolezza, potremmo arrivare a credere l’inverosimile, di cui la morte posticcia di Osama Bin Laden è solo il primo passo.
 
Le nuove prove – L’aereo che si sarebbe schiantato sul Pentagono non è quello indicato dell’American Airlines. La scatola nera “trovata” riporta una rotta diversa. Nuovi video del crollo dell’edificio 7 del World Trade Center (non colpito da nessun aereo) mostrano una distruzione repentina, incompatibile con le spiegazioni ufficiali. L’esercitazione militare Vigilant Guardian oscurò proprio in quel giorno gli schermi della difesa aerea degli Stati Uniti d’America per quasi tre ore. Rivelazioni di Wikileaks evocano inquietanti scenari da golpe. “Testimoni oculari” ammettono la non veridicità delle loro dichiarazioni iniziali.
Sono solo alcune delle nuove prove che il gruppo indipendente che ha a lungo indagato sull’attentato dell’11 settembre mostra oggi come autentiche “pistole fumanti”.
 
Giulietto Chiesa
È uno dei più noti giornalisti italiani. Esperto di politica internazionale, fondatore dell’associazione Megachip Democrazia nella comunicazione (http://www.megachip.info/) e parlamentare europeo, ha pubblicato tra l’altro La guerra infinita, La guerra come menzogna e Le carceri segrete della Cia in Europa.

:: Recensione di Permanenze lontane di Maurizio Landini

29 agosto 2011 by

Ecco che ci ricasco. Giusto qualche recensione fa dicevo quanto è difficile recensire un testo poetico o almeno quanto lo sia per me. Davanti alla poesia mi sento come l’albatros si Baudelaire, goffa e impacciata, con le ali pesanti di razionalità e logica. La cosa più onesta da fare in questi casi è invece lasciare parlare le sensazioni, l’inconscio, l’irrazionale che alberga in ciascuno di noi, e così io farò. Leggendo Permanenze lontane, la prima raccolta poetica dell’esordiente Maurizio Landini edita da Edizioni della Sera, ho provato una sensazione molto particolare, quella di trovarmi di fronte ad un uomo che guarda in faccia l’abisso e si chiede quanto la quotidianità, e la percezione del reale siano consolanti prima di diventare “cenere”. La parola cenere, infatti ripetuta, riporta simbolicamente al mistero di annullamento e consunzione che la morte porta con sé. L’autore per parlare di questi temi ha scelto un linguaggio molto vicino all’inconscio, perché la poesia, risana, guarisce le ferite dell’anima, porta serenità e prolunga in un linguaggio di comunione anche i rapporti drammaticamente spezzati, e la morte è la più inguaribile fonte di separazione e assenza. La morte che “come il fango arresta il cammino” si smaterializza e porta a percepire la realtà con occhi diversi, trasognati. Non c’è rabbia, collera, rancore, Landini si pone di fronte alla realtà delle cose con matura consapevolezza e compiuta saggezza. La morte è “fango” ma il dolore cambia come “Cambieranno/ i rami/ fuori dalla mia stanza”. La morte è “fango” ma non arresta il flusso di ricordi nei vivi, è ancora possibile uno squarcio di luce, ricordare le “t-shirt stupende, le ragazze bionde e le poltrone rosse del cinema”, il passato è vivo, presente, finchè la mente può tornare a raccoglierlo, a impreziosirlo di personalissimi momenti.

:: Recensione di La ballata di Mila di Matteo Strukul

25 agosto 2011 by

milaL’estate sta finendo e le case editrici iniziano a proporre le novità dell’autunno, così fa Edizioni e/o inaugurando addirittura una collana Sabot/age, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, che propone un perfetto debuttante Matteo Strukul, che fino adesso era noto tra gli addetti ai lavori al di là della barricata, autore di La ballata di Mila un pulp noir triste, bellissimo e violento, ambientato nel Nordest prospero e opulento inquinato da fenomeni criminosi feroci come l’emergente mafia cinese che pian piano spiazza e disancora la criminalità locale insinuandosi nel territorio con le sue spire mefitiche. Innanzitutto è la storia di una vendetta e qui è indubbia l’influenza di molto cinema western epico, non solo per il titolo che mi ha subito richiamato alla mente La Ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah, sebbene i temi trattati siano differenti, ma penso al più recente Il Grinta dei geniali fratelli Coen dove una ragazzina assolda un killer per vendicare l’assassinio del padre, rifacimento del più stopposo, sebbene valse un Oscar a John Wayne, Il Grinta di John Hathaway, e non dimentichiamo il libro da cui fu tratto di Charles Portis, che la Giano ha pubblicato ultimamente, e i cui dialoghi da soli danno una lezione di letteratura difficilmente trascurabile. In La ballata di Mila il killer è la stessa Mila che non ha bisogno di maschi rassicuranti e protettivi per maturare la sua vendetta, ma agisce in prima persona, mette i suoi nemici uno contro l’altro e si gode il suo trionfo finale con insolente e crudele senso della giustizia. Strukul è una sorpresa, devo essere sincera, iniziandolo mi aspettavo un pulp tradizionale, certamente ambientato in Veneto, come il movimento Sugarpulp insegna, ma sebbene il respiro sia molto classico, parlo del modo di scrivere semplice, corretto, ben calibrato, i temi sono piuttosto spiazzanti. Innanzitutto la protagonista, è una donna, una ragazza, dai lunghi dreadlocks rossi, per chi non lo sapesse faccia riferimento alla capigliatura di Bob Marley, e non è frequente in questo genere di letteratura. Una donna con le palle, dura come l’acciaio, sfrontata, coraggiosa, che tratta con i delinquenti alla pari, reggendo il loro sguardo, facendosi rispettare, una tipa tosta insomma un po’ Lisbeth Salander ma con molta più rabbia in corpo. Una killer spietata, che taglia le teste alla gente  e le raccoglie in un sacco di juta come avvertimento. Più furba e abile dei suoi avversari, maliziosa, con un suo senso dell’onore e della giustizia tutto suo. Poi Strukul predilige un punto di vista interno alla criminalità, ne descrive vizi, debolezze, dinamiche di dominio e di lotte di potere. Specialmente il personaggio di Rossano Pagnan è molto vitale, intergrato nel territorio, violento e rivoltante finchè si voglia ma capace di scampoli di umanità quando gli massacrano la famiglia per poi cedere impietosamente a rigurgiti di codardia quando si trova ad essere ad un passo dalla morte. Il talentuoso Strukul è capace di una piacevole freschezza, e ci regala un romanzo efficace e tragico, un ritratto del marcio e della violenza che regge i delicati equilibri su cui si basa la struttura criminale che sempre più cerca di soppiantare il tessuto sano della società. La mafia cinese stessa a mio avviso, fatta di triadi e vecchi codici d’onore, di efferatezze senza limiti, emerge come la vera protagonista del romanzo, fatto salvo il ruolo centrale di Mila, cardine della narrazione. Lo stile è crudo, diretto, lucidamente perfido, la struttura classica, l’autore poi approfondisce la psicologia dei personaggi senza appesantire la narrazione ma dando alle scene d’azione ampia predominanza. In un certo senso ha una scrittura molto visiva, del cinema di Tarantino ricorda le atmosfere di Kill Bill con la killer O-Ren Ishii, decisa a consumere la sua vendetta, tema ricorrente anche in molto cinema asiatico pensiamo alla Trilogia della Vendetta di Chan-Wook Park. Tornando al western non si può non citare il capolavoro di Sergio Leone Per un pugno di dollari di cui Mila è una versione femminile del Joe di Clint Eastwood intento ad orchestrare un subdolo doppio gioco fingendo di vendersi ad entrambe le famiglie dominanti la città di San Miguel. Dosi di violenza iperrealistica, esagerata, contratta, con rari cedimenti nello splatter, poi ci portano alla lezione del nuovo pulp-noir americano, tra tutti forse Gischler ha inciso maggiormente sia sullo stile che sul linguaggio del giovane autore padovano. Con alterni risultati devo dire che Gischler ormai passato da promettente a consolidato, è preso a modello sempre da un maggior numero di giovani autori non solo americani, ed è bizzarro vedere quanto si presti a  queste contaminazioni. Indiscutibilmente un buon libro, che rientra nella nuova onda del pulp “italiano”, e che non mi farà più dannare quando mi chiedono quali sono i miei autori italiani preferiti. Ha ragione Carlotto ne sentiremo parlare.

:: Recensione di Le cose di cui sono capace di Alessandro Zannoni

24 agosto 2011 by

“Ehi, non fate quella faccia amici, questa è l’America! In questo paese del cazzo tutto è possibile, basta avere un avvocato che sappia il fatto suo potreste fare causa anche a Dio, anche se credo che l’abbiano già fatto.”

Nel panorama provinciale e sonnolento di questa estate italiana, che si preannunciava torrida e invece è solo piena di zanzare, dove ce ne stiamo come tanti messicani intenti a fare la siesta sotto il sombrero, iniziare a bere un po’ di tequila con mezcal non sarebbe male, per cui niente di meglio per svegliarci dal torpore che leggere l’ultima fatica di Alessandro Zannoni. Infatti esce oggi 24 agosto “Le cose di cui sono capace” (collana Corsari/PerdisaPop, prezzo euro 14.00, pagine 152) un noir bastardo e scorretto che, vi assicuro, farà cadere dalla seggiola e soffocare con la saliva di traverso parecchia gente. Leggere “Le cose di cui sono capace” è come essere attraversati da un treno in corsa. Non scherzo, libri così di solito non se ne leggono, o li censurano, o gli danno letteralmente fuoco. Già me le immagino le facce arcigne di bigotti e benpensanti, tutti intenti a tuonare come predicatori da Far West e scagliarsi contro il libello incriminato, ma a Nick Corey – sceriffo di BakereedgePass Texas – di thompsoniana memoria, non gliene può fregare di meno. Beve, scoreggia e bestemmia, il nostro Nicola Coretti, italo americano di seconda generazione, sperduto in quel grande nulla che è la provincia americana, e ha le sue armi per disincentivare il crimine, armi che non lo faranno certo apparire nella foto ricordo degli sceriffi dell’anno. Deserto e scorpioni, vacche e rodei, ecco lo scenario. Si alleva bestiame e si coltivano sterminati campi di cotone e peperoncino a BakereedgePass, tra trivelle abbandonate, barbecue di sabato pomeriggio, e soprannomi. Tutti hanno un soprannome da quelle parti, e le donne sono pericolose, fanno letteralmente paura, come Reyna: moglie megera di Rudy, amico per la pelle del nostro imprevedibile sceriffo, per cui, sembra strano a dirsi, l’amicizia è sacra. Nick Corey non molla un amico nei guai quando arrivano come un esercito di locuste e “Guai” è il secondo nome di Rudy, capace di giocarsi a carte il ristorante con gente che ha i suoi metodi per far rispettare i debiti d’onore. Il classico Stetson ben calato sugli occhi, la pistola pronta a fare più rumore che ad ammazzare veramente qualcuno, Nick Corey non ha di meglio da fare che gettarsi nella mischia e saranno cazzi amari per tutti. Ah dimenticavo c’è anche una donna, c’è sempre una donna nella vita di uomini come Nick, una donna appena uscita di galera naturalmente, e qui non ho potuto non pensare alla Celeste di “Dia de los muertos” di Kent Harrington, una donna capace di triturare il cuore di un uomo con i suoi stivali di pitone. Stella Ronstad anche lei è nei guai, anche lei è tornata in città perché non ha altro luogo dove nascondersi, anche lei si rivolge a Nick in cerca di auto, e iniziano ad essere davvero troppe le grane in circolazione, senza contare il rodeo che si avvicina e radunerà i peggiori ceffi dello stato e degli stati confinanti, e non saranno certo i cartelloni sparsi per la città che richiamano alla moderazione e al buon senso a tener calmi gli animi.. Nossignore. Io non vi dico di più, non vi resta che fiondarvi nella prima libreria e comprarlo, o essermi amici – per Natale ho intenzione di farne incetta, regalarli e ficcarli sotto l’albero di parecchia gente. Volete mettere? Un Natale con Nick Corey non ha prezzo.
Zannoni ha talento, cavolo sa scrivere, è indubbio, un altro che si fosse azzardato a provare l’impresa si sarebbe trovato disarcionato da un cavallo imbizzarrito, per restare fedeli alle metafore di frontiera; ma lui no, beffardo e irriverente, se la ride e ci sbatte in faccia un antieroe senza pudori, capace di tutto, come ci avvisa sornionamente il titolo, che mai fu più azzeccato. Autore fuori da ogni classificazione, provocatorio, caustico, innovativo e coraggioso. E quando si parla di coraggio è bene dirne due anche su Antonio Paolacci, direttore della collana PerdisaPop I corsari, degno erede del mitico Luigi Bernardi, che a ben vedere ha accettato la scommessa e non molti l’avrebbero fatto, per lo meno non in Italia. Irriverente e dissacrante omaggio a tanta letteratura americana di genere che abbiamo imparato ad apprezzare ed amare, “Le cose di cui sono capace” si ricollega ai grandi classici e qui ci vorrebbe Luca Conti per parlarne con più competenza di me, e so che forse ne accadrà.. Di certo il fantasma di Jim Thompson aleggia in queste pagine, e non solo per quel nome ingombrante e impegnativo che il nostro sceriffo si trova tra capo e collo; il vecchio Jim me lo vedo sorridere e chiedersi chi cazzo è questo cugino italiano che osa tanto. Gianpaolo Serino l’ ha definito di una bellezza fottuta, e mi dispiace solo che c’è arrivato per primo. Lo stile è semplice e diretto, teso e asciutto, quasi scarno, capace di graffiare con quella dose di cattiveria e di brutalità che separa i principianti dai veri scrittori. Concludo, perché sto andando ben oltre al tot di parole che tributo ad ogni recensione, col dire che Zannoni non si fa intimidire dal mito della frontiera, il suo Nick Corey preferisce pisciarci su.

:: Resoconto della conferenza al Salone del Libro 2011 di Valentina Pattavina a cura di Elena Romanello

22 agosto 2011 by

ultima ereditàLaureata in archeologia, dopo anni di lavoro nell'ambito dello spettacolo, Valentina Pattavina si è affacciata poi al mondo della letteratura, pubblicando i due gialli La libraia di Orvieto e L'ultima eredità, ambientati nella cittadina umbra e incentrati sul personaggio di Matilde, quarantenne in cerca di una nuova strada come libraia appunto nella cittadina umbra, tra enigmi e delitti.

Non  è un rischio provare a scrivere un seguito ad un libro di successo?

Ho cercato di scrivere L'ultima eredità in modo che fosse possibile capire la vicenda anche a chi non conosceva La libraia di Orvieto. La storia dei miei due romanzi è andata avanti di suo, nel primo la mia protagonista Matilde è in fuga e in cerca di una sistemazione, nel secondo ha già trovato il suo posto nella comunità. Si possono leggere uno di seguito all'altro ma anche separatamente, le due trame sono sganciate.

Nel tuo libro c'è il personaggio di un barista che ad un certo punto, dopo una vita da ateo bestemmiatore, si converte alla religione. Tu che rapporto hai con la fede?

Pessimo, sono atea e ho parecchi problemi con la Chiesa. Io rispetto le persone credenti, ma vorrei che loro rispettassero me, detesto che ci sia chi mi vuole imporre dall'alto determinate cose. Nel corso della mia vita ho visto molto l'aspetto religioso, e mi interessava comunque inserirlo nella mia storia, proprio perché ho voluto creare una vicenda con tante sfaccettature, compresa questa legata a quel personaggio.

Quanto c'è di te in Matilde?

Il personaggio di Matilde non è autobiografico, c'è molto di me in tutti i personaggi, nel bene e nel male. Matilde mi ricorda molto perché entrambe siamo delle solitarie, io adoro stare per conto mio e ritagliarmi i miei spazi.

Nei tuoi libri c'è molto amore per la cultura e molta ironia, a cominciare dal discorso dei titoli falsi dei libri dati ai librai.

I titoli distorti me li hanno passati molti miei amici librai, c'è gente che chiede Il giardino dei fritti porcini  o Sequestro un uomo o ancora I buoi oltre la siepe. Ho voluto nei miei due romanzi fare anche un omaggio ai libri, veri e propri oggetti taumaturgici, e ai librai, eroi, merce rara, capaci di appassionare la gente alla lettura. Un mestiere meraviglioso, oggi fortemente a rischio.

Nel tuo libro si parla anche di cucina, sei anche appassionata di questo?

Non particolarmente, mi serviva un momento in cui riunire i miei personaggi, e a tavola viene fuori il meglio e il peggio di una persona.

Hai lavorato per tanto tempo nello spettacolo, ti sei ispirata a dei film per il tuo libro?

Ci ho messo dentro Ladri di biciclette, e anche Il buono, il brutto e il cattivo. Io amo tutte le forme d'arte e tutti i tipi di storie. Ormai è stato raccontato di tutto, ma può cambiare il modo di narrare.
 
La libraia di Orvieto e L'ultima eredità sono disponibili per Fanucci.
 
Elena Romanello

:: Recensione di Morte in Aprile di José Luis Correa a cura di Riccardo Falcetta

20 agosto 2011 by

   morI cliché tanto deprecati dai critici sono in realtà un bene ricercato e inseguito da tanti fruitori di fiction per via della loro funzione rassicurante, ordinatrice. Buona parte del pubblico quando sceglie l’intrattenimento preferisce “andare sul sicuro” rivolgendo la propria attenzione verso le storie che paiono affini alle esperienze già acquisite, sperando di trovarvi anche del nuovo, vale a dire nuove risposte ai rompicapi di sempre. Se ben dosati allora, non necessariamente i cliché sono inutili o dannosi.
   In Muerte en abril l’autore, lo spagnolo José Luis Correa, attinge senza remore eppure in modo non banale agli stereotipi e ai tormentoni del giallo-noir, genere esso stesso ormai largamente “formalizzato” e abusato. Il suo detective privato è Ricardo Blanco di Las Palmas, Canarie, torbida e assolata provincia d’Europa, il caldo tropicale, la vita a rilento, le notti di festeggiamenti perenni che tacciono squallori tragici di solitudini e marginalità. Come Mario Bermudez, primo di tre uomini brutalizzati e abbandonati come bizzarri manichini nelle desolazioni dei propri alloggi, in lingerie femminile; e come l’umile studentessa «il cui nome era Raquel, o Sandra o Maria Luisa… Il suo nome era Lola» sospettata di quel primo omicidio, per cui Blanco s’impegna a indagare.
Detective Blanco, quaranta percento Spade/Marlowe, sessanta Pepe Carvalho (tutti citati, non a caso, in fase di promozione) è l’io-narrante romantico e un po’ scanzonato di una quotidianità operosa, fatta di personaggi che sono mix perfetti di banalità e unicità umane, persone vere, insomma. Come l’indolente commissario Alvarez (la moglie Susana «simile a quella del commissario Maigret: sembrava che Simenon avesse pensato a lei per tratteggiare il suo personaggio.[…] Lei sì che sa capire suo marito») e il saggio Colacho Arteaga che puntualmente trasforma le visite di suo nipote in divertenti e istruttive dispute generazionali, e poi le “vecchie fiamme” non estinte: Malena, «Malena triste come l’armonica […] canta il tango con voce d’ombra». Nostalgico d’amore, buona musica e cinema d’annata, il nostro è altresì un segugio ostinato e un fiuto finissimo non tarda a metterlo sulla pista giusta. L’atmosfera da giallo classico inizialmente prevale ma presto cambia, vira al nero: le nebbie si diradano, gli odori si intensificano mentre, complice la stoltezza di giornalisti e politici in cerca di visibilità, le informazioni fuggono, la posta in gioco si alza, e il gioco del cacciatore e della preda rischia a ogni passo di rovesciarsi, fino a al teso epilogo hard-boiled in cui il segugio Blanco dovrà mostrare i denti. Queste le premesse a un narrazione che per dovizia di convenzioni (codici in bella mostra sulla scena del crimine, sequenzialità rituale dei delitti, testi antichi, donne e gatte dal fascino obliquo e incontri ravvicinati con l’assassino) saprebbe a ogni riga di già letto e straletto.Dunque, un compito di genere ben eseguito? Sì, ma non solo questo.
   Correa ha dalla sua la capacità di rendere preziosa la materia del narrare.Ha una voce che senti quandoda sapiente affabulatore infarcisce la vicenda di digressioni meste e di dialoghi che sono soliloqui, il tutto intriso di quella musicalità che è tipica della lingua e di tanta buona letteratura ispanica. Blanco racconta e descrive citando il jazz, i personaggi e le pellicole del cinema classico («arrivai a dire a Charlie Parker giocatore che per anni avevo creduto di essere la metempsicosi di Charlie Parker musicista, perchè ero nato nel cinquantacinque, due giorni dopo la sua morte […] Alla fine ricordammo suo padre e arrivammo a brindare a lui cinque volte […] pura scena bogartiana…»). Attraverso l’autore (docente di cinema all’Univerisità di Las Palmas), il personaggio è testimone diuno spirito e di tutto un immaginario d’antan  che ti accarezza, ti fa sorridere e sognare, e intanto ti racconta una modernità cupa e svilita, «che ha sempre meno tempo per gli altri», che «è triste proprio come sembra ». Una realtà dove «non c’è più tempo per le conquiste» e dove ormai si ricerca «amore alla carta», passioni da consumare fugacemente, senza impegno, con gli incontri su Internet, le chat e le pagine di annunci sui giornali. Sono proprio quelle solitudini sciagurate, quindi, il discorso che questo romanzo reca neanche tanto in filigrana, l’ombra di una contemporaneità che tutto deprezza, confonde e annichilisce e si allunga persino in quegli interstizi di mondo che ancora ci appaiono incontaminati e dove invece la purezza resta come semplice residuo iconico, il mito scomparso e favoleggiato dalle guide turistiche. La purezza e la bellezza, sembra dirci Correa, sono ormai dote esclusiva della buona arte e della sua poesia. Lo sa bene Ricardo Blanco che a un certo punto si rivolge a un sempre più perplesso Colacho Arteaga, dicendogli «non tutti entrano nel giro, guarda me, perché credi che collezioni dischi? È un buon surrogato delle linee erotiche e credo, più economico».
   A che serve urlare contro ai cliché? È un noir oltre il noir questo “Morte in Aprile” (secondo della serie, dopo il fortunato e premiato “Quindici giorni di Novembre”), un bel romanzo, che grazie a una scrittura prodiga di suggestioni latine e non scevra di tensione etica, merita anche l’attenzione dei non avvezzi al genere. E come sempre un plauso ai tipi della Del Vecchio per la scelta e la consueta cura dell’edizione.

Riccardo Falcetta

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:: Un'intervista con Tony Black

18 agosto 2011 by

Black, TonyCiao Tony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci  qualcosa di te. Chi è Tony Black? Punti di forza e di debolezza.

Iniziamo subito con le domande difficili, vedo!… Beh, sono un po' confuso… l'anno scorso o giù di lì, ho vissuto a Melbourne e Dublino e ora sono tornato ad Edimburgo; così si potrebbe dire che un mio punto debole sia l’ inquietudine, ma un punto di forza potrebbero essere le mie mille miglia!

Parlaci del tuo background, dei tuoi  studi, della tua infanzia.

Sono nato nel New South Wales in Australia – i miei genitori erano di origini scozzesi, anche se da parte di mio padre la famiglia è prevalentemente lituana. Sono andato a scuola in Scozia e in Irlanda (in realtà frequentavo la stessa scuola a Galway come il grande Ken Bruen) e mi muovevo un bel po’ da bambino. Ho studiato letteratura inglese all' Università e devo dire che ero uno studente fantastico – se si definisce 'studente' un ubriacone, che pensa solo ad andare ai party! Quindi, si spiega perché ho lasciato all’ ultimo anno e ancora non ho una laurea.

Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?

Penso di aver sempre saputo che volevo essere uno scrittore, mia madre e le mie sorelle raccontano che ho sempre avuto la mania di inventare storie sin da ragazzino e le inducevo a scrivere per me molto prima che potessi effettivamente scrivere. Posso chiaramente ricordare che sin da abbastanza presto a scuola ho trovato la scrittura molto naturale e non mi piaceva fare molto altro. Ho odiato la matematica e la scienza e tutta quella roba, dovevo creare qualcosa di nuovo o qualcosa che non era interessato a nessuno fino allora. Ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi dopo quattro romanzi molto diversi che non ero riuscito a vendere. Stavo con lo stesso agente ormai da circa sette anni e dopo l’ennesimo libro che continuava a tornare indietro, l'agente mi ha chiesto qualcosa di diverso e così iniziai a scrivere crime. Il mio primo romanzo crime per cui fui pagato, riuscii a venderlo  nel giro di poche settimane, quindi fu una buona mossa.

Dimmi qualcosa di Edimburgo.

Da dove cominciare? Si tratta di una grande città, ed è anche il luogo nel mondo in cui mi sento più a casa. La gente è bella e c'è sempre qualcosa da fare. Ed è piena zeppa di scrittori forse troppi – si può gettare un bastone in qualsiasi strada e colpire uno scrittore!

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho letto davvero molto, e ho un sacco di favoriti. Mi piace Hemingway, Steinbeck, McCullers, Salinger. Sono anche grande appassionato di  Kafka, Turgenev e Chekov. In genere sono un fan enorme di Jim Thompson e David Goodis, James M. Cain. Mi piacciono un sacco gli scrittori del nuovo revival celtico come Ken Bruen, Irvine Welsh e William McIlvanney. Le influenze sono difficili da rintracciare, so quelli da cui mi piacerebbe essere stato influenzato, ma se lo sono stato o no è un'altra questione. Suppongo che, sul piano stilistico, sono certamente stato influenzato dal gallese Bruen, ma allora chi non lo è stato?

Il tuo romanzo d'esordio, Gutted, inizia con un omicidio raccapricciante. Potresti dire al pubblico cosa succede?

Gutted è in realtà il mio secondo romanzo, ma inizia certamente con un omicidio raccapricciante. Il mio protagonista, Gus Dury, è sulle colline di notte – sta indagando su un caso – quando sente delle urla e corre a vedere cosa stia succedendo. Così trova un gruppo di adolescenti che torturano un cane e lui interviene. La lotta finisce in un boschetto di cespugli e Gus quando cade a terra, si trova ben presto ricoperto di sangue … non è ben sicuro del perché, fino a quando si rende conto che è caduto sui resti di un cadavere in decomposizione.

Puoi dirci un po' del tuo protagonista?

Gus è stato descritto come un 'investigatore riluttante e un alcolizzato entusiasta e credo che questa definizione lo riassuma abbastanza bene. Non è necessariamente qualcuno con cui mi piacerebbe andare al pub assieme, ma sa fare il suo lavoro e la sua vita caotica è interessante da esplorare.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho scelto la via dell’investigatore privato perché volevo coprire l'intera società di Edimburgo, è una città molto divisa e esplorare queste divisioni mi affascinava. Un sacco di romanzi si concentrano solo su una determinata classe di persone, ma con Gus Dury sapevo che potevo muovermi tra le classi e fungere da canale e guida per il lettore. Appartiene di nascita alla classe operaia, ma è riuscito a entrare nella classe media a causa della sua occupazione ed è un commentatore sagace delle differenze.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Per me è difficile spezzare il processo di scrittura: la trama, la pianificazione, la costruzione dei personaggi … è un tutt’uno. Quando sto scrivendo un libro succede sempre che praticamente tutto il resto della mia vita si blocchi finché il libro non è finito. E 'difficile trovare il tempo per individuare le parti faticose perché è un inferno di un sacco di lavoro. Trovo il materiale promozionale un po' laborioso, le letture e le presentazioni, e così via. Non avevo mai previsto di dover fare nulla di tutto ciò prima che diventassi uno scrittore (stupido ingenuo che sono), ma è parte del lavoro che svolgo oggi.

Tra Paying for it, Gutted, Loss, Long Time Dead e Truth Lies Bleeding. Qual è il tuo preferito?

È ora possibile aggiungere a questa lista Murder Mile… che sarà pubblicato all'inizio del 2012. Il mio preferito è sempre quello che ho appena finito perché mi da sempre un senso di sollievo averlo finalmente nella borsa!

Leggi sempre le recensioni dei tuoi libri?

Sì, non credo agli scrittori che dicono di no.

Quanto è importante il personaggio centrale di un libro?

E’  fondamentale. Tutto si basa sul protagonista. Quando leggo un libro posso perdonare tutto ad uno scrittore se il protagonista è abbastanza interessante. Come ho detto, sono un grande fan di Ken Bruen e i suoi personaggi sono sempre incredibilmente interessanti e divertenti, è un genio quando si tratta di creare personaggi credibili.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Beh, se intendi come critici gli editor e gli agenti in quanto forniscono un feedback critico, certamente sì. Il mio editor Rosie de Courcy di Random House è un editor favoloso e c'è ben poco che viene passato a lei che non migliori, poi non modifica con mano pesante niente, il suo tocco è molto leggero – crede nei suoi autori e permette loro di condurre la via che credono per produrre i migliori risultati. Il mio agente, Sam Copeland, è molto accorto forse troppo… può leggere un testo e raccomandare una modifica che fa sempre la differenza. E' sottile, ma un vero talento.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Mi piace scrivere racconti brevi! Sono come una pausa dal lungo tour de force di scrittura dei romanzi. Affronto la scrittura dei racconti in un modo completamente diverso – nessuna pianificazione, nessuna trama – Mi immergo nella storia e vedo dove va. Alla fine rimodello il tutto – mi piace la narrativa breve quasi quanto il romanzo. Ho anche appena scritto un racconto per la stampa Pulp nel Regno Unito, che uscirà l'anno prossimo. Si tratta di circa 25.000 parole intitolato RIP Robbie Silva.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In realtà ho appena finito di scrivere Murder Mile e non leggo romanzi quando scrivo quindi ho un mucchio di libri in cui tuffarmi. In cima c’è California di Ray Banks che molto gentilmente mi ha dato qualche mese fa e ho voglia di leggerlo da allora.

Quanto è importante un buon titolo?

Estremamente importante. Non mi piacciono assolutamente i titoli di lavoro, trovo che una volta che un libro ha il titolo adatto tutto il resto va al posto giusto. Ho cercato di scrivere Gutted  sotto una miriade di altri titoli, ma è stato un disastro fino a quando non ho trovato questo che era perfetto. Alcuni scrittori costantemente ideano grandi titoli e si tratta di una vera abilità penso … amo Trainspotting di Irvine Welsh, e The not knowing di Cathi Unsworth che è uno dei titoli migliori di crime.

È davvero un romanzo giallo Il grande Gatsby?

Tra le altre cose, credo di sì. Più che altro, però, è un grande romanzo.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sì e no. Sono uno scrittore e voglio scrivere più di ogni altra cosa … ma mi divertirebbe sicuramente fare un tour in Italia però! Una volta un ubriaco entrò ad una mia presentazione, ma era inverno a Edimburgo e credo che non volesse solo stare fuori al freddo.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Ci puoi scommettere.

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Buona domanda. Vado a controllare con il mio agente adesso!

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

La maggior parte dei miei lettori da tutto il mondo, entra in contatto con me tramite il mio sito web http://www.tonyblack.net e mi dice cosa pensa del ultimo libro che ho scritto e ci sono alcuni regolari che si ripresentano e che è sempre bello rivedere.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?

Bene, Murder Mile è stato appena messo a letto così ho intenzione di prendermi un po’ di pausa e poi tornerò al lavoro. Ho un sacco di idee che bollono in pentola.

:: Recensione di Buio d’estate di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2011 by

Buio d’estate di Mons KallentoftDopo aver esordito con Sangue di mezz’inverno Mons Kallentoft, quello che per intenderci ha il vezzo di fare parlare i morti, torna in Italia con il suo secondo romanzo Buio d’estate, sempre edito da Edizioni Nord, un poliziesco nordico, con sfumature femministe, che vede l’ispettrice Malin Fors alle prese con un caso che la metterà in gioco innanzitutto come madre prima ancora che come poliziotto. Siamo a Linköping, amena città della Svezia meridionale, sulle sponde del lago Roxen, in una torrida estate che non conosce pietà. Si invoca un temporale che non arriva e intanto gli incendi divampano nelle foreste di Tyallmo, mangiandosi ettari ed ettari di terreno boschivo. Quando spira brezza dai boschi, si sente odore di bruciato, l’aroma più appropriato in questa Linköping avvolta in un bollore infernale, giorno e notte, con i venti del sud che hanno preso possesso di tutta la regione meridionale della Svezia, mischiandovi una cappa di alta pressione. L’estate più calda a memoria di uomo. E di donna. Malin Fors ha voglia di acqua, per combattere la calura e non pensare a sua figlia in vacanza a Bali con suo padre. Un viaggio vinto alla lotteria del comune, un viaggio da sogno per permettere a padre e figlia di starsene da soli, il loro primo viaggio insieme, la prima volta che Tove lasciava l’Europa. Malin si rifugia nello stabilimento balneare Tinnis e non c’è niente di meglio per rinfrescarsi che una bella nuotata. Il tuffo, l’acqua gelida, qualche bracciata, poi un suono la richiama alla realtà. Lo squillare del suo telefonino, teso da un solerte passante, un volto nero in controluce, un uomo che fatta la sua buona azione scompare quasi consumato dalla luce. E’ il suo collega Zeke Martinsson. Alla Società di Orticoltura è stata ritrovata una ragazza in stato confusionale, seviziata, probabilmente violentata, che non ricorda il suo aggressore, solo il suo nome: Josefin Davidsson. E’ l’inizio di qualcosa di terribile, non è che una sensazione ma l’intuito molte volte non sbaglia. Un’altra ragazzina scompare e questa volta viene ritrovata morta ma tutto fa pensare che le sevizie siano state compiute dalla stessa mano che ha torturato Josefin. Poi una ragazzina ancora. Malin sente nella sua anima il dolore dei loro genitori, anche lei ha una figlia, anche lei impazzirebbe se qualcuno le facesse del male. E quel qualcuno c’è, si muove, respira, architetta i suoi diabolici piani a Linköping e Malin deve fermarlo. Non ha scelta. Buio d’estate accolto dalla critica svedese con grande entusiasmo, addirittura Kallentoft viene citato come uno dei nuovi maestri del giallo non sotante la relativa giovane età, si avvia a diventare un nuovo best seller anche all’estero, sull’onda lunga del giallo nordico, e a mio avviso rientra sicuramente nel dignitoso lavoro di un onesto artigiano, un lavoro confezionato da un autore che sa scrivere, sa escogitare trame originali, sa far affezionare il lettore alla protagonista, una donna, con mille difetti e qualche qualità, una madre single con figlia adolescente, normale, rude quanto basta per saper fare un mestiere che costringe ad entrare in contatto con i lati peggiori dell’animo umano. Una donna con la pistola, un’ eroina che non si arrende finchè il male non viene fermato, dissolto, disintegrato. Alcune pagine sono davvero di struggente bellezza, specie quando descrive gli ambienti, gli scenari, ha un tocco davvero quasi poetico. Ci sono frasi che richiamano subito un’immagine, un frammento di visione, paralizzata in una goccia d’ambra. Accennavo alle venature femministe, Buio d’estate è interessante, oltre che come thriller, anche come spaccato di vita, come affresco sociale della condizione della donna nell’emancipata e progressista Svezia. I temi della violenza contro la donna, dell’omosessualità, vengono trattati con una certa incisività e danno spazio a riflessioni di solito non presenti in questo genere di libri. La voce dei morti, dell’assassino, si sovrappongono alla narrazione come squarci sull’abisso del male, possono risultare opprimenti ma rientrano nell’economia della narrazione.