:: Recensione di Onda d'Abisso AV a cura di Maurizio Landini

10 Maggio 2011 by

ondaAutori Vari – “Onda d’Abisso”, trenta autori per trenta storie di mare e di mistero, a cura di Alessandro Morbidelli, pagine 275, l’Orecchio di Van Gogh – Ancona, 2010
 
Il mare.
   Distesa maestosa e sinistra. Voce dei nostri sogni, dei nostri momenti di solitudine dove la paura sussurra. Occhi che si perdono in questa tavola blu e ascoltano racconti di viaggi lontani, sola andata o ritorno in mutazioni incomprensibili e insospettabili…
 
   L’antologia Onda d’Abisso, curata dal bravo Alessandro Morbidelli ed edita dall’Associazione Culturale l’Orecchio di Van Gogh, presenta trenta storie di mare, di mistero e soprattutto di buona qualità. Fameliche creature emergono dal mare nelle notti senza luna: hanno una fame nera e i bambini hanno il cibo giusto per loro, carne marcia dentro; tempeste perfette di puro orrore o visioni degne di un quadro di Hieronymous Bosch.
   L’Abisso del mare è un cimitero, un’astronave, un non-luogo, un non-tempo, un ricordo e al contempo una profezia; nel passato, nel presente e nel futuro l’Abisso inghiotte, ama, culla, uccide, resuscita e sommerge la quotidianità a più riprese, portandosi con sé la banalità del male e del bene. Un de profundis recitato nei fondali, a bocca serrata e ad anima persa. Fra le righe odorose d’alghe marce di questa raccolta, che narra le inquietudini della nostra piccola esistenza umana, siamo tutti nella stessa barca: un veliero in divenire. Cimitero marino.

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:: Intervista a Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, autori de “L’alba degli zombie”

10 Maggio 2011 by

A cura di Valentino G. Colapinto

Liberi di Scrivere ha già recensito l’ottimo “L’Alba degli zombie. Voci dell’Apocalisse: il cinema di George Romero”, edito da Gargoyle Books  (http://liberidiscrivere.splinder.com/post/24514736/recensione-de-lalba-degli-zombie-voci-dellapocalisse-il-cinema-di-george-romero-di-arona-pascarella-e-santoro). Pubblichiamo adesso un’approfondita intervista ai tre coautori di quello che con ogni probabilità è il miglior libro italiano mai scritto sull’argomento.

Hai compiuto una splendida disamina del genere zombi dalle origini a oggi. Non credi che sarebbe il caso, però, che Romero la smettesse con la Dead Saga? Mi pare che stia rischiando di fare la fine di Dario Argento, rovinando la sua carriera con opere senili prive di creatività e spessore, che offuscano i capolavori della giovinezza. Forse Romero avrebbe dovuto concludere la saga con “Il Giorno degli Zombi”, e a questo proposito perché usare quel formidabile finale alternativo, in cui i morti smettono di risvegliarsi (all’improvviso e senza alcuna spiegazione, così come nessuna spiegazione ci sarà mai della loro resurrezione) e Sarah resta a vegliare su un cadavere che non si rialzerà mai più? Questa era una conclusione perfetta per la trilogia.
Trovo invece ripetitiva e noiosa l’idea, da Zombi in poi, di concludere ogni film sui morti viventi con la solita fuga in elicottero o altro dei due o tre sopravvissuti “buoni”, giusto per lasciare un barlume di speranza (e magari giustificare l’inevitabile sequel…). Non se ne può più: a questo punto, meglio l’estinzione totale del genere umano. Non credi?

DANILO ARONA: Ti ringrazio di cuore per l’apprezzamento. Il problema che poni a proposito della senilità “creativa” di Romero lo si potrebbe estendere di riflesso al destino di molti grandi maestri apparsi negli anni Settanta. Non a caso tu citi Argento, ma potremmo anche parlare di Tobe Hooper, Dante, Craven o – in modo sacrilego per quel che mi riguarda – di Carpenter. Temo però che non se ne esca, se ci “avvitiamo” attorno al tema, un po’ triste per quanto realistico, della lucidità e dello spessore che se ne vanno in modo progressivo con l’età.
Io penso, se non altro perché sto per compiere 61 anni (e porca paletta!), che da un lato occorre essere il più generosi possibile con questi giganti del genere che a settant’anni suonati trovano ancora la voglia e la gioia di mettersi in gioco… E di fare più o meno sempre lo stesso film.
Certo, Survival è deludente e fiacco, e non l’ho nascosto – però vi si percepisce ancora da parte dell’autore una voglia di “giocare” e di divertirsi con i propri archetipi che suscita non tenerezza (il che guasterebbe nei confronti di un artista) ma ammirazione. Personalmente mi piace molto l’immagine di questi “eterni fanciulli” che hanno rifondato il genere in epoca non sospetta e, ogni volta che possono, ce lo ricordano sommessamente con ironica modestia.
Poi, diciamoci la verità… le loro parabole artistiche ancora oggi, in piena terza età, sono lì a dimostrare che si barcamenano tuttora fra l’avanguardia e l’underground, così almeno li percepisce  il sistema. Film che non escono neppure al cinema ma in DVD, set vistosamente ristretti, grane produttive.
Tolto Craven dal mazzo, che è stato il più economicamente fortunato – per quanto nel suo caso la fortuna sia giunta tardiva – dei grandi del New Horror di quegli anni felici, per tutti c’è sempre la progettualità low budget. Problema che spesso non si pone per certi shooter o videoclippari dell’ultima ora. Sul fatto che poi ognuno di noi possa interpretare i percorsi tematici di un autore, opponendone uno proprio, non ho nulla da dire. Siamo in pieno soggettivismo. Ognuno si fa il proprio film. Fa parte delle regole del gioco. Però Romero la palla la lancia ancora bene in mezzo alla sala…

Nel saggio paragoni “La Notte dei Morti Viventi” (1968) a “Uccelli” (1963) di Hitchcock, recentemente al centro di una tua monografia, sostenendo che si tratta in entrambi i casi di “film inconscio” e che Romero fosse in debito nei confronti del grande Hitch. Puoi farci un confronto tra queste due opere seminali?

DANILO ARONA: “Film inconscio” è una definizione del critico canadese Robin Wood che io trovo geniale e molto affine al mio modo di leggere il cinema. Si applica – semplifico molto giusto per capirci – nei confronti di tutti quei film dove le pulsioni del profondo vengono rappresentate nel mondo esterno nella loro dinamica di “attacco” all’Ego.
Giusto ieri sera ne ho visto uno che mi pare perfetto per fregiarsi di tale catalogazione, l’australiano Long Weekend (il remake di Jamie Blanks, non l’originale del ’78 del purtroppo defunto Colin Eggleston), in cui la natura esterna e incavolata incarna i mostri interni della coppia protagonista. Gli uccelli è un film inconscio a 360° e lo spiego, o quanto meno tento di farlo, nella mia monografia pubblicata da Un mondo a parte.
La notte del ’68 lo è di meno perché a Romero non interessa più di tanto la motivazione pulsionale e psicanalitica. Lo è però in certa parte, a dispetto dello stesso autore – il cannibalismo dei tardi anni Sessanta, al cinema, mostrava sempre una solida deriva psicanalitica.
Che il film sia in debito con Gli uccelli lo ha ammesso lo stesso George: la stessa idea di horror en plen air, la casa che diventa un fortino per difendersi dalle forze del male, la catatonia di Barbara che prolunga la catatonia finale di Melania Daniels, i finali a loro modo diverso “aperti”, l’idea della catastrofe dilagante in ogni dove negli Stati Uniti e forse su tutto il pianeta, persino la traccia della radio come ultimo appiglio mediatico (ma questa era già presente nel racconto della Du Maurier). Ma, per dirla, con Joe Lansdale: questo è l’horror, pellegrini, nessuno inventa niente!

Gli zombi non corrono il rischio di stancare il lettore/spettatore con un’inflazione di prodotti, un po’ come sta succedendo coi vampiri?
Proprio per evitare questo, non sarebbe forse il caso che gli autori si prendano più libertà rispetto all’archetipo creato nel 1968 da Romero? E non sto parlando solo di velocità.
A me, per esempio, è piaciuto molto “Monster Island” di David Wellington, che osava reinventare un po’ il genere, mentre – pur apprezzandoli – ho trovato parecchio derivativi, poco originali, i romanzi di Manel Loureiro e altri autori. Tu che ne pensi?

SELENE PASCARELLA: Il punto cruciale non sta tanto nella eccessiva proliferazione dei prodotti e nel rischio di saturazione dell’immaginario collettivo, ma proprio nella capacità di aggredire tutte le forme che in questo si muovono contaminandole non solo a livello superficiale, ma correndo il rischio di divorarle fino all’osso, di distruggerle e farne altro.
Il vampiro che si avvinghia al teen drama ne esce sminuito solo perché si limita a succhiarne la forza e l’appeal giovanilistico senza aggiungere nulla. Il sangue artificiale che permette la convivenza tra revenantes e umani (vedi Finchè non cala il buio) si riduce a un coniglio estratto dal cilindro se non è capace a innescare un meccanismo narrativo che metta alla prova le regole del genere invece di limitarsi a mescolarne gli ingredienti classici.
Lo zombie o non morto o morto vivente – e uso questi termini nella consapevolezza della loro non sovrapponibilità – è da sempre caratterizzato da una tendenza alla mutazione – all’evoluzione in un certo senso – che rende ogni sua forma canonizzata, in primis quella di Romero, la base sperimentale per un processo di contaminazione degli immaginari con cui viene a contatto esaltandone le capacità di innesto.
La guerra mondiale degli zombi di Brooks è un romanzo corale di infinita complessità costruito con una tecnica tipica dei documentari d’argomento storico, che tutti almeno una volta abbiamo visto in televisione. Allo stesso modo la saga di Wellington usa lo zombie come cavalcatura per una scorribanda tra horror, romanzo d’avventura, esoterismo, action-survival, e proprio la coraggiosa, a tratti svergognata, dissipazione dell’aura classica del mostro segna un punto a suo favore nella sua battaglia per la “conquista” dell’industria culturale.

Come da te affermato, questa è l’era del mash-up. Dopo il fortunato esperimento de“I Promessi Morsi”, che ha contaminato il romanzo del Manzoni con vampiri, licantropi e zombi, secondo te quali potrebbero essere altri mash-up azzeccati?

SELENE PASCARELLA: Per restare in casa, darei qualsiasi cosa per vedere il Libro Cuore popolarsi di undead divoratori di carne umana. Tra le immagini ricorrenti che popolano questo mashup deamicisiano virtuale ce ne sono due a me particolarmente care: la maestrina dalla penna rosso sangue e il giovane Franti che evade dal correzionale a capo dei ribelli non viventi.
Potendo avventurarmi oltre lo stivale e senza offesa alcuna per Seth Grahame Smith dovendo scegliere un’eroina femminile da trasformare in cacciatrice di ghoul io avrei puntato su Angela Lansbury. La Signora in giallo, che di suo si lascia dietro una scia di morti ammazzati, sarebbe una zombie-squad leader da manuale.
Ma la verità è che i migliori mashup nascono da soli e si impongono con forza inarrestabile. Per tutta la giornata di oggi Barak Obama ha rivendicato con prova fotografica di aver restituito agli Usa lo scalpo dello non morto più famoso del mondo, Osama Bin Laden. Per sicurezza gli ha fatto sparare alla testa…

Rispetto agli aristocratici vampiri, gli zombi sono sicuramente mostri più democratici. Alcuni hanno visto in loro addirittura le masse rivoluzionarie.
Oggi, però, il forte messaggio politico di Romero sembra essere sparito e lo zombi ridotto a un semplice spauracchio, se non a una caricatura di se stesso (vedi le zom-com, le commedie zombi come il fortunatissimo “Zombieland”). Non è che a 43 anni dalla “Notte dei morti viventi”, ci siamo abituati a convivere con loro e non ci fanno più paura come una volta? Oppure secondo te i morti viventi rimangono i più perturbanti tra i mostri?

GIULIANO SANTORO: Non bisogna cedere alle semplificazioni. La figura dello zombie non è un’allegoria a chiave, non siamo di fronte una figura retorica che si svela come una sciarada o che si comprende semplicemente scoprendo la soluzione della metafora.
Lo zombie semina appunti, indicazioni, suggestioni, per questo è perturbante.
Faccio solo un esempio. Romero ci interroga in ogni film sul senso dell’emergenza e sul modo di affrontarla. Di fronte all’apocalisse l’uomo reagisce scontrandosi con altri uomini. Così, il morto vivente diventa quasi una figura sullo sfondo, di fronte alla guerra tra umani.
Per evocare questo paesaggio, possiamo tranquillamente rivolgerci alla narrativa non di genere. Faccio un esempio. Lo scrittore statunitense Dave Eggers ha raccontato in un bellissimo romanzo la storia vera di Abdulrahman Zeitoun, un piccolo imprenditore siriano-statunitense che dopo la devastazione dell’uragano Kathrina, a New Orleans, decide di rimanere in città per dare una mano a chi è rimasto isolato. Finirà in balia delle truppe che hanno occupato la città, scambiato per un terrorista-sciacallo, messo in una prigione segreta allestita prima ancora di mettere in piedi i campi di soccorso.
È una storia che ricorda molto da vicino la tensione dei film di Romero. Bisogna guardarsi da quelli che dovrebbero essere in tuoi simili, ma che approfittano delle “emergenze” per stabilire il comando. All’Aquila, dopo il terremoto, abbiamo vissuto una situazione analoga.

Romero si è sempre rifiutato di esplicitare una causa per la resurrezione dei morti viventi, a parte la ridicola spiegazione delle radiazioni venusiane, e i suoi morti si sono prestati a mille interpretazioni diverse.
Secondo te, gli zombi cosa rappresentano in definitiva? Il risveglio del rimosso, delle nostre pulsioni più inconfessabili? La ribellione delle masse? Il consumismo che divora e assimila ogni cosa? Oppure che cos’altro?

GIULIANO SANTORO: Romero non ha sentito il bisogno di azzardare una spiegazione alla resurrezione dei morti perché non è interessato a elucubrazioni metafisiche, trascendentali.
Come dicevo prima, l’orrore di Romero è materialista, è umano, immanente. Non ha bisogno di costruzioni barocche o voli pindarici.
Seguendo questa strada si arriva a comprendere il senso dell’invasione zombie: la morte torna in vita, il passato si ripresenta a chiederci il conto. Ciò avviene soprattutto nei periodi di passaggio, ogni volta che l’Occidente è in crisi di egemonia e si confronta col mondo.
Lo zombie moderno viene da Haiti, la terra in cui nel diciottesimo secolo gli schiavi africani si ribellarono ai colonizzatori francesi ribaltandogli contro il senso della rivoluzione francese.
Lo zombie postmoderno nasce nel mezzo del conflitto in Vietnam, quando gli Stati uniti cominciarono a perdere la guerra.
Oggi gli zombie dilagano perché quell’immaginario evoca sentimenti a noi familiari. Siamo nel mezzo della fine del mondo Occidentale. Nuove potenze economiche si affacciano sul mercato globale, forme di schiavismo compaiono anche nella “civile” Europa, nelle nostre città l’ipermodernità si affianca a forme di produzione che ritenevamo superate dalla storia.
Peter, uno dei protagonisti di Dawn of the dead, dice la frase che abbiamo messo in quarta di copertina: «Quando non c’è più posto all’inferno, i morti tornano sulla terra.» Significa che l’inferno ha smesso di essere un luogo separato.
L’inferno tracima nel mondo di tutti i giorni. La storia ci presenta il conto. Possiamo vedere questo fenomeno come un’invasione mostruosa e però invincibile, o possiamo accettare di fare i conti con questa complessità. Sta a noi decidere.

Valentino G. Colapinto

:: Intervista con Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

9 Maggio 2011 by

800px-Gunnar.StaalesenSalve signor Staalesen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Gunnar Staalesen? Punti di forza e di debolezza.

Non ho molto da raccontare della mia vita quotidiana. Ho 63 anni e ho pubblicato il mio primo libro a 22 anni nel 1966. Sono conosciuto principalmente come scrittore di romanzi polizieschi, per la maggior parte grazie alla lunga serie sul detective privato di Bergen chiamato Varg Veum. Per 13 anni ho lavorato come addetto stampa presso il Teatro Nazionale di Bergen, ma dopo il 1987 ho vissuto dalla mia “penna”, cioè voglio dire del mio p.c. Ho scritto qualcosa tra i 30 ei 40 libri, romanzi polizieschi per la maggior parte, e tra 10 e 20 drammi per il teatro o per gruppi teatrali gratuiti.  Non so davvero cosa dirti su eventuali punti di forza o di debolezza. Qualcuno potrebbe dire che la mia lista piuttosto prolifica di pubblicazioni mostra sia forza che debolezza …

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato a Bergen nel 1947. Mio padre era un professore di liceo, mia madre un’ infermiera. Ho avuto un’infanzia felice nella zona di Bergen, pesantemente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Da adulto ho studiato presso l’Università di Bergen: inglese, francese e letteratura.

Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?

Ho cominciato a scrivere quando avevo 12-13 anni, all’inizio solo per divertimento e perché ero un appassionato lettore sin dall’età di 7 anni. Quando andavo al liceo, diciamo tra i  16-17 anni, ho deciso che avrei cercato di diventare uno scrittore. Ma in un piccolo paese come la Norvegia, è difficile vivere di scrittura, così ho dovuto prima completare la mia istruzione.

Leggi altri autori contemporanei?

Oh sì, leggo tutto il tempo. Metà crime fiction e metà  fiction normale. Ho letto un sacco di scrittori scandinavi, ma anche scrittori di altri paesi. Uno dei miei preferiti è Gabriel Garcia Marquez.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Prima di essere pubblicato per la prima volta, avevo scritto una raccolta di poesie e un romanzo breve che era stati rifiutati. Al mio terzo tentativo, proposi un romanzo intitolato Uskyldstider (Times of Innocence) che fu pubblicato da un editore, dopo essere stato rifiutato da due . Dopo di che ho pubblicato un (breve) romanzo. Poi mi rifiutarono una raccolta di racconti e un romanzo, prima del mio “secondo esordio” con il mio primo romanzo poliziesco, Rygg i rand, to i spann (impossibile da tradurre) nel 1975.

Hai scritto oltre venti romanzi polizieschi e una serie di altri romanzi. Quale è il tuo preferito?

Il mio preferito tra i miei romanzi – e tra i miei lavori principale – è la trilogia scritta tra il 1997 e il 2000,  una storia sia poliziesca che un romanzo epico sulla storia di Bergen, della Norvegia e dell’ Europa del 20 ° secolo. Della serie Varg Veum il mio preferito è Engler Falne (Fallen Angels) del 1989, ma sono anche molto affezionato a Drabanter Dødens ( Satelliti della morte), 2006.

I tuoi romanzi polizieschi su il detective privato Varg Veum sono stati tradotti in 12 lingue. È eccitante? –

Beh, oggi penso che siano 18 lingue, e, naturalmente, è eccitante che i lettori in paesi lontani dalla Norvegia come Italia, Grecia e Spagna stiano leggendo i miei romanzi.

Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista principale, Varg Veum?

L’ho  creato sul modello di Philip Marlowe e Lew Archer, i detectives di Raymond Chandler e Ross Macdonald, ma gli ho dato come personale background la Novergia  degli anni 70. Ha lavorato presso il Department for Care of Children (o qualcosa del genere), prima di aprire  il suo ufficio di investigatore privato. E ‘un lupo solitario, ma con una coscienza sociale che gli permette di andare fino in fondo ai casi che ideo per lui.

Perché hai deciso di scrivere Dødens Drabanter ( Satelliti della morte)?

Ho voluto seguire il destino di un bambino sfortunato attraverso tutta la sua vita, e ho voluto mostrare cosa era andato storto con lui – e perché. Ma naturalmente, come sempre ho voluto anche scrivere un buon e serio romanzo crime per dare al lettore qualcosa su cui riflettere.

Quanto è durato il processo di scrittura di Satelliti della morte?

Ci ho messo quanto impiego di solito, dai 9 ai 12 mesi.

Doden Din til (Tuo Fino Alla Morte) è un altro dei tuoi libri tradotti in italiano. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Ho cercato di scrivere un romanzo poliziesco al contrario, ed è difficile da raccontare senza rivelare la fine del libro. Ma questo è anche un romanzo sull’amore, il matrimonio e infedeltà, che solo per caso è capitato che sia anche un romanzo giallo. Questo perché penso che un romanzo giallo è un ottimo modo per raccontare i conflitti e problemi, nella vita privata delle persone così come nelle grandi società.

Kvinnen i kjøleskapet (La donna nel frigo) è l’ultimo tuo libro edito in Italia. Una sorta di noir sociale – quasi un dramma realistico. Fantasia o realtà? 

Tutti i miei romanzi sono di fantasia, ma basati sulla realtà. Una volta ho detto a un giornalista che stavo scrivendo “realismo poetico”. Quello che ho voluto fare in questo romanzo è stato quello di mostrare quali cambiamenti ha portato nella società norvegese la scoperta del petrolio nel Mare del Nord. Stavanger, la capitale del business del petrolio nei primi anni, fu trasformata da una tranquilla e religiosa cittadina in un melting pot internazionale del gioco d’azzardo illegale, della prostituzione e dei reati finanziari. Per questo motivo la maggior parte delle azioni in questo libro si svolgono a Stavanger e non a Bergen, come succede di solito.

Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro ?

Una mia giornata tipica di scrittura allora, dopo aver fatto colazione e una breve passeggiata all’aria aperta, faccio ogni giorno una passeggiata nel centro della città per fare shopping, ritorno a casa tra le 10 e le 11 del mattino, prendo una tazza di caffè, e con alcune brevi interruzioni (una telefonata, un pranzo breve), scrivo dalle 10/11 fino alle 16, quando ceno (questo è il modo norvegese di prendere i pasti, ovviamente, molto diverso da quello che si è abituati in Italia). Succede che io scriva anche la sera, in giorni di grande lavoro, ma soprattutto cerco di tenere la serata libera per altri tipi di attività, faccio una passeggiata nel centro di Bergen, vado al cinema, a teatro, ai concerti jazz, o sto con i miei figli o nipoti – guardando una partita di calcio in televisione, faccio una vita ordinaria, come si può capire.

I progetti di film dei tuoi libri?

Sono appena iniziate le riprese del 12° film ispirato ai miei libri, ma basato molto liberamente. La serie di film di Varg Veum, sia al cinema che in televisione, è stata un grande successo, almeno in Norvegia.

Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?

Ho già citato Gabriel Garcia Marquez. Tra gli autori di romanzi gialli mi piacciono James Lee Burke e Ian Rankin, e molti altri.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo alcuni scrittori norvegesi che ho paura tu non conosca. Alcuni di loro sono candidati femminili ad un premio letterario, dove sono in giuria, e alcuni altri sono autori di romanzi gialli norvegesi,  cerco di rimanere informato.

Ti piace fare tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani di divertente su questi incontri.

Personalmente, preferisco stare a casa, vivere la mia vita e scrivere. Ma quando faccio un tour o una visita ad un festival letterario, è sempre un piacere visitare  posti nuovi e incontrare i lettori di nuovi paesi – e naturalmente gli scrittori provenienti da altre parti del mondo. Mi è piaciuto molto il mio viaggio in Italia nel 2010, sono stato in città come Milano, Torino, Firenze, al festival del giallo di Brescia, e (in visita privata a) Venezia.

Qual è il ruolo di Internet nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri? Che ne pensi dell’ editoria elettronica?

Uso Internet, naturalmente, per me stesso, e per raccogliere informazioni sugli sfondi per i miei libri – la versione moderna del lavoro di ricerca. Io non lo uso per il marketing, ma spero che i miei editori lo facciano! Non sono sicuro di sapere dove il mondo dei libri stia andando, probabilmente verso gli e-book e altre (oggi sconosciute) forme di pubblicazione. Spero solo che i libri scritti sopravvivano, in futuro così come sono oggi.

Quali cambiamenti hai notato nel mondo della fiction dal momento in cui hai iniziato a scrivere? 

Per me è chiaro che oggi la letteratura poliziesca è stata finalmente presa sul serio, molto di più sicuramente rispetto a quando ho iniziato a scrivere romanzi gialli negli anni 70, sia in Scandinavia che nel resto del mondo. Questo è il cambiamento più grande che posso rilevare.

Qual è il rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Mi capita di incontrare i lettori durante le letture pubbliche, quando firmo i libri in una libreria e – di volta in volta – anche solo camminando per le strade di Bergen (o in un’altra città). E ‘sempre bello incontrarli, perché i lettori che desiderano parlare con me sono per lo più molto entusiasti dei miei libri. Io non incoraggiano i lettori a prendere contatto direttamente con me, ma possono trovare il mio numero di telefono nella rubrica, e non è difficile trovare il mio indirizzo di posta elettronica.  E ho una pagina Facebook … E un sito web: www.vargveum.no.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Proprio ora sto scrivendo una commedia per il teatro (un musical) che non è prevista prima del 2014. Nel mese di agosto inizierò a scrivere un nuovo romanzo Varg Veum, che spero sarà pubblicato (in Norvegia) nell’autunno del 2012. Questo sarà il 16° romanzo della serie il18 libro a dire il vero, dato che ci sono anche due raccolte di racconti brevi.

Grazie per le domande e il mio più caloroso saluto ai lettori italiani!

Credit photo : Nina Aldin Thune

:: Recensione di La donna nel frigo di Gunnar Staalesen a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2011 by

donnaIl predicatore proseguì da dove era stato interrotto. “No fratelli, non riconosciamo più Stavanger! Dico bene? Meretrici, lenoni, arpagoni, e sibariti. Viviamo in una moderne Sodoma e Gomorra, nella confusione dei giorni estremi. Il Signore chiama il suo gregge, ci da il benvenuto, ma il cammino è pieno di tentazioni. Chi ha il potere sul nostro paese, sulle nostre città? Chi adoriamo? Chi più subdolo del Levitano, si crogiola e si rimpingua del viscido e grasso petrolio del nostro mare? E’ Mammona, fratelli! Mammona che allunga i suoi avidi artigli, che soffia il suo alito pestilenziale sulla città, che trascina migliaia di persone a una morte violenta. E non avremo pace fratelli finchè ci sarà una sola goccia di petrolio sul fondo del nostro mare”. 

Nuovo caso per Varg Veum, celebre investigatore privato nato dalla penna di Gunnar Staalsen padre della detective story norvegese e portato sullo schermo da Trond Espen Seim che nel 2008 ebbe anche modo di girare l’episodio Varg Veum Kvinnen i kjøleskapet tratto appunto da La donna nel frigo. Accennare alla trama è piuttosto complesso perché tutto ruota intorno al colpo di scena finale che io mi guarderò bene dall’accennare anche solo di sfuggita. Tutto ha inizio una fredda giornata di inizio novembre quando Veum si reca da un’anziana signora, Theodora Samuelson, che ha deciso di assumerlo per scoprire che fine ha fatto suo figlio Arne, tecnico di una piattaforma petrolifera. Prese le consegne Veum si reca a Stavanger antico borgo di pescatori ora trasformato in una specie di luna park per gli svaghi dei dipendenti delle compagnie petrolifere che gestiscono le piattaforme al largo della costa. Locali notturni, discoteche, bische, bordelli, donne bellissime e disponibili, tutto l’immaginabile per soddisfare il riposo del guerriero, gestito da delinquenti più o meno tollerati dalle vigili forze dell’ordine. Qui inizia a indagare recandosi nell’appartamento che Arne occupava e dopo una sommaria perlustrazione trova su un tavolo della cucina i ripiani interni del frigo. Insospettito apre lo sportello e rinviene il cadavere senza testa di una donna. L’arrivo della polizia lo estromette dalle indagini ma lui ben lontano dall’arrendersi continua a indagare con l’aiuto di una malinconica prostituta d’alto bordo, per la quale tradirà piuttosto a malincuore la sua compagna, che ha deciso di portare avanti un’ attività parallela decisamente pericolosa. Veum è curioso e proprio la sua curiosità lo metterà sulla strada giusta per risolvere il caso anche a rischio della vita perché la gente contro cui si è messo non ha nessuna intenzione di scherzare.  7° episodio della serie con protagonista Varg Veum, edito in patria nel 1981, La donna nel frigo è una storia incentrata sul protagonista, un private eye davvero sui generis, che racconta i fatti in prima persona non disdegnando schegge di umorismo, di compassione e di filosofica saggezza rubata a Groucho Marx. Siamo nel 1980, mentre alle presidenziali statunitensi Ronald Reagan sconfigge il presidente in carica Jimmy Carter, Veum si trova a indagare su un caso in cui in un certo senso il petrolio, la ricchezza, e la corruzione che ne derivano, sono il motore stesso della storia. Veum è un lupo solitario, un romantico eroe capace di commuoversi per gli occhi tristi di una prostituta, capace di volere vederci chiaro anche a dispetto di tutto e tutti anche a costo di prendersi calci e pugni in una cantina isolata. Scanzonato, un po’maldestro, non ostenta un carattere cinico e freddo, anzi è quasi sentimentale nel suo difendere la sua individualità e rifiutare l’offerta di una grande agenzia investigativa di Oslo che assorbendolo gli prometterebbe soldi e rispettabilità. Il suo no è un rifiuto ai soldi facili, ai meschini sotterfugi che sembrano inquinare una società materialista e senz’anima in cui non si riconosce. Forgiato alla scuola dei celebri investigatori privati come Lew Archer o Philip Marlowe, Veum è meno duro, forse più vulnerabile e umano dei suoi precursori, ma come dice l’autore non è un personaggio completamente solare, anche in lui si agitano i fantasmi di Ibsen che in un certo senso tormentano le sue notti e forse anche i suoi giorni.

Gunnar Staalesen è nato a Bergen nel 1947. Considerato il padre del giallo norvegese, dalla sua penna è nato il famoso personaggio di Varg Veum, il detective più emblematico del noir nordico, che con i suoi conflitti interiori, la sua scanzonata ironia, e il suo contrastato rapporto con le donne e la bottiglia, esplora le ferite e i vizi della società. Dei quindici romanzi della serie, tradotti in altrettante lingue e adattati per il piccolo e il grande schermo, Iperborea ha già pubblicato Satelliti della morte, Tuo fino alla morte e La donna nel frigo.

:: Recensione di I buoni vicini di Ryan David Jahn

7 Maggio 2011 by

i-buoni-viciniChe probabilità ha una donna di essere soccorsa se aggredita nel cuore della notte con una schiera di vicini richiamati dalle sue grida ma desiderosi di non farsi coinvolgere? A questa domanda tenta di dare una risposta Ryan David Jahn nel suo bellissimo e nello stesso tempo allucinante romanzo d’esordio I buoni vicini edito da Fanucci e vincitore del The Crime Writers' Association John Creasey New Blood Dagger 2010. Ispirato ad un fatto realmente accaduto il brutale omicidio di Catherine “Kitty” Genovese avvenuto a New York il 13 marzo 1964 e tacciato dal Guardian di aver ostentato una brutalità al limite della pornografia I buoni vicini a mio avviso è un efficace ritratto di una società, quella americana degli anni 60, segnata dalla violenza e da una sconcertante disumanità. L’omicidio Genovese ebbe un impatto devastante sull’ opinione pubblica, divenendo subito al centro di articoli di giornale e finanche di studi sociologici  dove l’effetto bystander ovvero l’effetto spettatore fenomeno per cui la probabilità di ricevere aiuto da parte di una persona in difficoltà decresce con l'aumentare del numero degli spettatori, fu analizzato sotto ogni angolazione. Ryan David Jahn partendo da questo caso di cronaca ricostruisce un affresco corale in cui varie voci si sovrappongono lasciando nel lettore un senso di inquietudine e stordimento. Per essere un romanzo di esordio è senz’altro un’ opera notevole quasi sconvolgente per la profondità psicologica e le leve che riseca smuovere. E’ difficile restare indifferenti leggendo questo libro ed è difficile non chiedersi cosa avremmo fatto noi in quelle drammatiche circostanze. Saremmo davvero capaci di intervenire per aiutare una donna in difficoltà anche solo chiamando la polizia o resteremmo nascosti dietro le tende delle nostre finestre senza fare assolutamente niente? Forse solo le persone addestrate ad intervenire muoverebbero un dito, la gente comune, la brava gente che di per sé è compassionevole e altruista, no. Nell’arco di tre ore le vite di decine di persone vengono analizzate al microscopio sullo sfondo dell’aggressione di Katrina Marino. Non c’è spazio per autocommiserazione o solidarietà, ognuno è così preso dai propri problemi, dalla difficoltà del vivere che le urla strazianti della ragazza risuonano senza eco. Ognuno si fa i fatti suoi sommerso da problemi più o meno gravi, da egoismi, sensi di colpa, fallimenti, laceranti disperazioni, piccoli meschini affari. Su tutti forse emerge il personaggio di Frank, che sicuramente è il meglio riuscito, l’unico ad aver conservato uno scampolo di umanità, l’unico in cui vorremmo identificarci, capace da solo di spostare l’ago della bilancia a favore, che se solo non fosse un nero anche il suo datore di lavoro direbbe che è proprio una gran brava persona.

Ryan David Jahn, è uno scrittore e sceneggiatore statunitense. Ha vissuto in Arizona, California, Georgia, Missouri e Texas. Dopo una breve esperienza nell’esercito, ha lavorato come bidello, operaio e carrellista. Dopo I buoni vicini, che ha ottenuto un grande riconoscimento di pubblico e critica (ha vinto il CWA Joahn Creasey (New Blood) Dagger 2010), ha pubblicato nel 2010 Low Life, di prossima pubblicazione presso Fanucci Editore.

Sito dell'autore: http://www.ryandavidjahn.com/

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:: Intervista con Wulf Dorn

6 Maggio 2011 by

Salve Wulf. E’ un piacere ritrovarti. E’ passato circa un anno dalla nostra ultima intervista. Come è cambiata la tua vita dopo il successo? Cosa pensano i tuoi famigliari della grande attenzione che hai destato con i tuoi libri? E soprattutto come sta Caligo?

Salve Giulia. Mi fa piacere risentirti. Credo che la cosa principale che è cambiata è sapere    che adesso ci sono tanti lettori che amano leggere i miei libri. È una cosa che mi rende veramente felice. E anche se sto diventando sempre più un personaggio pubblico, in privato non è cambiato nulla. Per quanto riguarda il gatto ci sono purtroppo cattive notizie. A marzo è morto dopo 15 anni. Ha avuto un infarto.

Dopo il successo de La psichiatra torni in Italia per Corbaccio con un nuovo thriller psicologico dalla trama molto intrigante Il superstite. Esiste una vera sindrome che colpisce le persone che sopravvivono in circostanze drammatiche, pensiamo solo ai sopravvissuti ad un incidente aereo. Hai studiato questa sindrome per il tuo libro?

Per ragioni professionali ho modo di incontrare moltissimi reduci da profondi traumi: gente che ha vissuto situazioni estreme, donne reduci dalla guerra in Kosovo vittime di violenze sessuali, una madre che ha perso entrambi i gemellini aseguito di una malattia virale. Quindi ho avuto modo di studiare a fondo la questione del trauma.

I luoghi de La psichiatra ritornano in Il superstite. Ritroviamo l’ inquietante clinica in mezzo ai boschi scenario che in un certo senso evoca angoscia e ansia. Sono luoghi reali, o nascono dalla tua fantasia. Come li hai scelti? Questo senso di continuità nei tuoi libri ha un significato speciale?

I luoghi sono tutti inventati. E naturalmente è molto pratico per uno scrittore perché può metterci dentro tutto ciò che gli serve per la sua storia. Sono ritornato negli stessi luoghi de La psichiatra perché credevo ci fossero ancora delle cose da scoprire …

I tuoi thrillers hanno molte sfumature horror. Come nasce il tuo interesse nell’evocare la paura? Che strumenti psicologici usi per essere più efficace?

Io provengo dal genere horror, che leggo volentieri ancora oggi. Per me è importante parlare di paura perché nasce dagli strati più profondi di noi stessi. Io stesso mi considero un pauroso, mi fanno paura le stanze buie. Sembra che al buio le cose assumano una forma diversa… Nei miei scritti uso spesso il trucco di identificarmi nella psicologia di ognuno dei miei personaggi. Mi diverto a parlare e a comportarmi come loro.

Parlami della costruzione dei personaggi. Parti da uno schema prestabilito e poi il personaggio cresce durante la narrazione o già fin dall’inizio hai in mente i suoi pregi i suoi difetti, come reagirà a determinate circostanze?

Assolutamente la seconda ipotesi. Sono un pianificatore. Devo sapere tutto fin dall’inizio. Decido prima ancora di iniziare il romanzo il curriculum vitae di ogni mio personaggio. Può, capitare, però, che a un certo punto uno di essi bussi alla mia porta e mi dica “no, questo non riesco a farlo”. E allora la cosa può farsi interessante.

Domanda un po’ sinistra che farà scorrere qualche brivido sulla schiena dei nostri lettori. Tu credi possibile evocare i morti, registrare le loro voci? Hai mai assistito a fenomeni inquietanti che ti hanno fatto pensare che c’è davvero una vita oltre la morte?

Devo confessarti che un po’, mentre scrivevo il romanzo, ci  ho creduto. Ne Il superstite a un certo punto compare un libro che viene regalato per Natale e che tratta di fenomeni paranormali. È un libro che ho letto con passione. Ne sono rimasto così impressionato che ho fatto una pazzia. Ho deciso di andare al cimitero ad agosto, vestito di nero,  con un registratore. Ho parlato alle lapidi e ho premuto il tasto della registrazione. Ho ascoltato poi la cassetta, solo silenzio. Ma io in questo silenzio ci ho visto un sacco di cose.

Ci sono progetti attualmente per fare una trasposizione cinematografica di Il superstite. Se potessi scegliere cast e regista liberamente quali sono i primi nomi che ti vengono in mente?

Franca Potente o Halle Berry per Ellen. Come regista Sir Alfred Joseph Hitchcock .

Ci sono nuovi esordienti che hanno attirato la tua attenzione? Quali libri ci consiglieresti di leggere?

Il mio consiglio è leggere molto, leggere di tutto. E scrivere molto.

Puoi dirci qualcosa sul tuo terzo thriller, solo giusto qualche breve anticipazione? 

Sarà una storia d’amore, ma anche le storie d’amore più belle hanno dei risvolti oscuri …in Germania uscirà a settembre.

Infine mi piacerebbe sapere in anteprima e credo sia lo stesso per i nostri lettori se stai progettando e scrivendo un nuovo thriller psicologico magari la continuazione de La psichiatra?

No, non per adesso. Il mio quarto romanzo sarà un libro per ragazzi.

Grazie a Francesca Ilardi per la traduzione.

:: Intervista con Roger Jon Ellory

6 Maggio 2011 by

rogerRaccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato nel 1965. Mia madre non era sposata, e mio padre la lasciò prima che io nascessi. Ancora oggi non ho idea di chi sia. Mia madre e mia nonna materna mi hanno cresciuto fino all’età di sette anni poi mia madre è morta di polmonite, e mi mandarono in una serie di scuole e orfanotrofi. Rimasi lì fino a sedici anni, poi sono tornato a vivere con mia nonna, ma lei morì di un attacco di cuore pochi mesi più tardi, e così – a sedici anni – mi lasciarono con mio fratello, che aveva diciassette anni, essendo senza genitori , né nonni, zie o zii o altri parenti. Abbiamo avuto qualche guaio con la polizia, e siamo andati in prigione per tre mesi, e poi un paio di anni dopo abbiamo preso strade diverse, e non ci siamo visti per circa una quindicina d’ anni. Non avevo idea di cosa volessi fare nella vita. Non avevo qualifiche di alcun genere. Non ho frequentato college nè università. Sapevo a mala pena cosa significasse vivere, quando a 22 ho avuto la consapevolezza che quello che volevo fare nella vita era scrivere. Non avevo mai scritto niente prima di quel momento.

Quali lavori hai fatto in passato?

Lavori d’ufficio più che altro. Ho lavorato nel settore del trasporto merci, ho insegnato ai bambini, ho lavorato con associazioni di beneficenza che aiutano le persone ad uscire dalla droga, ogni sorta di cose!

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore?

Ho sempre saputo, in fondo, che avrei voluto fare qualcosa di creativo, ma non avevo idea di cosa. Ero interessato alla musica, all’ arte, alla fotografia, ai film, ma nel novembre del 1987 ho avuto una conversazione con un amico che stava leggendo un libro. Mi ha parlato di questo libro con tale passione e tale intensità, che fu come se qualcuno avesse acceso una luce nella mia mente. ‘Questo è quello che voglio fare!’ Ho pensato. ‘Volevo scrivere libri che facessero sentire le persone così!’, E così – quella sera – ho iniziato a scrivere. Ho amato anche la lettura.

Leggi altri autori contemporanei?

Non leggo molto crime, ma cerco di leggere quanto più posso. Mi piacciono gli autori che sfidano le regole della scrittura. Mi piace leggere autori che mi ispirino a lavorare di più. Mi piace leggere autori che mi facciano sentire a disagio, che mi coinvolgano emotivamente, che mi facciano pensare alla vita, all’amore, alla gente e alla realtà.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho iniziato a scrivere il 4 novembre 1987, e da allora al 17 Luglio 1993 ho scritto qualcosa ogni giorno, fatta eccezione per tre giorni in cui stavo attraversando un divorzio. Ho completato 22 romanzi in quel momento, qualcosa come tre milioni e mezzo di parole, e in momenti diversi ho trattato con un paio di agenti e  con alcune case editrici, ma in realtà non ottenni nulla di quello che mi sarebbe piaciuto. Scrivevo prima di tutto a mano, e poi ho avuto una macchina da scrivere e, infine ho utilizzato un programma di videoscrittura Amstrad che ci metteva circa mezz’ora per scaldarsi! Ho trascorso questi sei anni inviando materiale agli editori britannici, e ho ricevuto circa cinquecento lettere molto educate che mi dicevano ‘Grazie, ma no grazie ‘. Ho anche due scatoloni con qualcosa come tre o quattrocento rifiuti diretti. Ma questi solo da società che non hanno  neanche guardato il materiale che gli avevo inviato. Comunque capisco l’enorme volume di lavoro che poche persone di una casa editrice devono smaltire. Alcune persone mi hanno dato le cifre di quanti script non richiesti vengono inviati alle case editrici più importanti ogni settimana, e questa cifra è sbalorditiva. Ero comunque convinto che se avessi continuato ad andare avanti avrei finalmente trovato la persona giusta e la giusta casa editrice al momento giusto. Ho avuto questa certezza da Disraeli che disse ‘Il successo dipende interamente dalla costanza degli intenti’. Tuttavia, dopo sei anni di rifiuti alla fine ho pensato: ‘adesso basta’, e ho smesso di scrivere. Ho poi studiato musica, fotografia, ogni sorta di cose, e non ho ripreso a scrivere fino all’ ultima parte del 2001. La cosa che mia ha spinto a ritornare alla scrittura è stato l’ 11 settembre. Non riuscivo a smettere di pensare alle tre migliaia di persone che sono andate a lavorare quella mattina e non sono mai tornate a casa alla sera. Tutto ciò mi ha fatto pensare a qualcosa che mia nonna diceva: ‘ Nella vita mai guardarsi in dietro e chiedersi e se avessi fatto così .’ Era anche solita dire che seguire la nostra vocazione nella vita è il segreto della felicità. Ho pensato a quando sono stato più felice nella mia vita, ed ho capito che è stato quando stavo scrivendo. Così ho ripreso a scrivere. Ho pensato alla citazione di Disraeli di nuovo, ed sono giunto alla conclusione che forse non avevo provato abbastanza. E ‘stato allora che ho scritto Due piani sopra l’inferno . L’ ho mandato a trentasei editori, trentacinque dei quali me l’ hanno  rimandato indietro. Tutti ad eccezione di Bloomsbury, poi un editor l’ha dato ad un amico che l’ha dato ad un amico,  per finire è giunto a Orion il mio editore attuale, fino ad ora abbiamo lavorato insieme per nove libri. Da Orion con cui ho firmato ci sono stati un paio di osservazioni fatte da un paio di editor che ho incontrato su come avrebbe dovuto essere il libro. La precedente roba inedita probabilmente rimarrà esattamente dove è cioè in soffitta. Era un genere diverso, più soprannaturale in un certo senso, e ora comunque scrivo molto meglio. Penso che il tempo trascorso da allora, tra il 1993 e il 2001, mi ha abbia reso più succinto, mi ha dato una maggiore chiarezza su ciò che volevo dire. Sono tornato da poco e leggere alcuni dei miei lavori precedenti ed effettivamente ero un  po’ prolisso. Ma diavolo, ho fatto pratica!

Perché hai deciso di scrivere Due piani sopra l’inferno?

Ho deciso innanzitutto di scrivere il tipo di libro che mi sarebbe piaciuto leggere, e non il tipo di libro che magari sarebbe piaciuto agli altri. La base di Due piani sopra l’inferno era semplice. Ho voluto coprire un periodo ampio di tempo: gli anni ’50, ’60 e ’70. Volevo scrivere sui Kennedy, sul Vietnam, sul Watergate e Nixon. Ho voluto costruire una storia che seguisse questi temi  e non ho fatto fatica a farlo. Ho posto  un contesto storico autentico sul quale ho potuto porre i miei personaggi. Ho voluto mettere la gente comune in situazioni straordinarie e vedere come le avrebbe gestite. Tratta di persone, scende sempre tra la gente. Le persone sono ciò che mi affascina più di ogni altra cosa. Il più grande consiglio che abbia mai ricevuto per quanto riguarda la scrittura è stato quello di scrivere sempre su ciò che ci interessava. E’ più che probabile che anche gli altri lo troveranno interessante. Beh, ho sempre voluto sapere di più sulle persone, e questo è quello che cerco di fare con tutto il mio lavoro. Entrare nella testa della gente ‘, capire le loro ragioni, le loro motivazioni, i loro sogni e aspirazioni. Metterle in situazioni in cui debbano affrontare determinate difficoltà e allora sì che le cose funzionano, ma al tempo stesso cercare di riflettere anche elementi di umorismo, quell’umorismo che sembra farci sorridere anche davanti alle avversità. Davvero è iniziato con l’idea del conflitto tra ciò che si doveva fare, e ciò che si voleva fare. Si trattava di persone di fronte a scelte che non erano in realtà scelte. Come poteva un ragazzo bianco mantenere l’amicizia con un ragazzo nero e viceversa, a fronte di conflitti  di dissensi e di pregiudizi. Come essere in prigione, essere nel braccio della morte, infatti, e descrivere la sensazione che non si potesse fare nulla per cambiare quello che è successo. E ‘tale questione, quella della gente comune in situazioni straordinarie, è al centro del libro.

Quanto è durato il processo di scrittura di Due piani sopra l’inferno?

Ho scritto Due piani sopra l’inferno in circa tre mesi, per quanto posso ricordare. Tendo a scrivere quaranta o cinquanta mila parole al mese, e quindi un romanzo di 150.000 parole mi porta via circa tre mesi. Questa è la mia velocità di lavoro, ed è sempre stata così.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Beh, altre opere mi hanno sicuramente ispirato, ma non so quali siano! Penso che Due piani sopra l’inferno sia stato il culmine di una grande esperienza e il frutto di una grande quantità di letture, di film visti, di documentari. E ‘stata davvero una sintesi di molti pensieri e idee, di tutto ciò che avevo trovato interessante.

Vendetta è una storia di mafia. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Beh, come molti, ho sempre avuto un profondo interesse verso la  mafia. La criminalità organizzata, è sicuramente un campo di indagine molto affascinante specialmente il modo in cui una famiglia può diventare un impero che può controllare una città o un paese per anni e anni. Inoltre, vi è la questione della famiglia stessa. La mafia basa tutto sulla famiglia. La fedeltà è legata alla famiglia. Questa è stata la cosa più importante di tutte. Per quanto mi riguarda io sono sempre alla ricerca delle connessioni emotive in una storia, e con questo libro è stato facile crearle – il senso di lealtà generato nelle persone per nessun altro motivo che il sangue. Inoltre, ho voluto scrivere un romanzo sul peggior tipo di essere umano che potessi pensare, e scrivere di lui in modo che il lettore quando arriva alla fine del libro l’abbia quasi perdonato, che forse comprenda  perché era così, perché ha fatto le cose che ha fatto, e forse anche quasi gli auguri di eludere la legge. Questa era l’idea dietro il libro, e da quanto mi hanno detto mi sembra di aver compiuto lo scopo. Molte persone che hanno letto il libro in realtà finiscono per provare simpatia per lui! Quel personaggio, il personaggio centrale di Vendetta, è Ernesto Perez, un cubano, e lo seguiamo per tutta la sua vita, attraverso il suo coinvolgimento con le famiglie italo americane del crimine organizzato, per tutto il percorso dal 1930 ad oggi. Ho cercato di tessere un filo immaginario attraverso un quadro generale, quindi il suo coinvolgimento con i capi delle cinque famiglie, con la morte dei Kennedy, di Marilyn Monroe, la rivoluzione cubana, l’assassinio di Jimmy Hoffa, tutte queste cose insomma. Volevo scrivere in modo tale che i fatti  potessero essere tutti possibilmente veri. Quando tutto quello che si descrive è reale, allora sì abbiamo una buona storia. Deve interessare e coinvolgere e  in una sorta di sfida, e penso che sia una storia potente e che le persone che la leggono ne rimangono presi . Vendetta occupa un posto speciale per me. È stato scritto molto velocemente, in circa otto settimane, e ho lavorato su di esso per molte ore ogni giorno. Volevo scrivere velocemente. Sapevo che sarebbe stato un romanzo importante, e sapevo che se avessi trascorso mesi e mesi a scriverlo allora sarebbe forse stato anche letto  molto lentamente. Questa era la mia preoccupazione principale. Volevo scrivere rapidamente in modo da mantenere un po ‘di energia e immediatezza quella che viene dal lavorare così velocemente. Ho fatto molte ricerche storiche sui fatti trattati nel libro. E  ho vissuto in quel mondo per tutto quel tempo. Ho speso tutte le mie ore di veglia a pensare alla storia, ai personaggi, a ciò che sarebbe accaduto. Io non lavoro sui libri prima di iniziarli. Io non faccio riassunti o sinossi. Attacco subito con la prima scena  che mi da una idea di base su quello che voglio che il libro sia, e da li costruisco la trama. Spesso succede che non conosco il finale del libro fino a quando sono trenta o quaranta pagine di distanza dal suo completamento. Vendetta è un libro complesso, potente, evocativo, un  romanzo molto impegnativo sulla mafia. Ho sentito che era qualcosa che dovevo fare. Anche se non ho letto il Padrino di Puzo  Ho visto comunque i film, anche ‘Goodfellas’, ‘C’era una volta in America’, altro film molto bello, e ho voluto creare qualcosa che fosse epico come il cinema che tratta queste tematiche. Non so se potrò mai più scrivere un altro libro basato sulla Mafia. Mi sembra che Vendetta esaurisca tutto sull’argomento  e sono molto orgoglioso di come ho scritto questo romanzo.

Ora parliamo di La voce degli angeli. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Quando sono andato a visitare un mio amico in Austria, avevo una copia di A sangue freddo da leggere sul volo. Ho pensato che fosse un libro magnifico. L’ho letto una seconda volta, e da quel momento mi sono interessato sempre di più a Capote, chiedendomi come il libro fosse nato, chi fosse Capote, ecc ho letto i suoi lavori pubblicati, alcuni articoli su di lui, e sono arrivato alla conclusione che fu un scrittore che diede la vita per un libro. ‘A sangue freddo’ lo ha reso molto ricco, molto rispettato, l’autore più famoso in America per molti, molti anni, ma alla fine lo ha ucciso. Poi non ha mai realmente pubblicato niente, e certamente non ha mai completato un altro romanzo, e ha iniziato a bere fino a morirne. Quindi ho pensato: Un libro può salvare la vita di qualcuno, ma può anche ucciderti. L’altro aspetto è stato il fatto che Capote trascorse l’infanzia a Monroeville, in Alabama e poi andò a New York. Il lavoro di ricerca per ‘A sangue freddo’ (su cui si è impegnato con il suo amico e vicino di casa, Harper Lee, autore di ‘To Kill A Mockingbird’ e amico d’infanzia di Capote) lo ha portato da New York a tornare a Smalltown, Mid-West America, poi a  Holcomb, Kansas. Così ci fu l’altra idea interessante: la giustapposizione di due mondi – Smalltown mid-west America e bigtown New York. Questi furono  le ispirazioni di base per la stesura di questo libro. E volevo scrivere qualcosa che (si spera) faccia sentire i lettori come mi ero sentito io quando leggevo cose come To Kill a Mockingbird, In Cold Blood, The Heart Is A Lonely Hunter ecc ecc Un dramma meridionale. Sudato appiccicoso, intenso, quasi un dramma claustrofobico che tratti la  apparente indomabilità dello spirito umano, contro ogni avversità. Non volevo scrivere un libro su  un’ indagine poliziesca  che portasse alla cattura di un assassino, sono poche le pagine che analizzano psicologicamente perché il killer ha fatto quello che ha fatto, la gelosia, il complesso della madre, i disperati tentativi di uccidere qualcuno ecc ecc non volevo scrivere la storia è di un killer, ma analizzare l’effetto che le azioni del killer avevano – non sulle persone che aveva ucciso – ma sulle persone la cui vita era stata toccata anche indirettamente!

Qual è stata la parte più laboriosa?

Oh, non credo che ci sia stata una parte laboriosa. Mi piace molto scrivere. Mi piace il processo vero e proprio giorno per giorno, che porta a  creare i personaggi e le storie. Mi piace la ricerca. Questo è quello che faccio. John Lennon ha detto: ‘Trova qualcosa che ami e non dovrai mai lavorare un solo giorno’, e io amo scrivere. Non lo sento come un lavoro. E ‘altrettanto emozionante e interessante per me oggi come lo era dieci anni fa, vent’anni fa.

Puoi parlarci un po ‘del protagonista?

Joseph Vaughan, il personaggio centrale di La voce degli angeli, è un bambino con molta più saggezza ed empatia di quanto vi aspettereste da un dodicenne. Il libro inizia con la morte del padre, e Joseph così  ancora adolescente, deve affrontare la responsabilità di essere un membro contributivo della sua famiglia, e deve anche prendersi cura di sua madre. Vive in un piccolo paese nel sud dell’America. E ‘la fine del 1930, l’America ha visto la Grande Depressione, e presto saranno coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale. E ‘in questo contesto che avvengono una serie di omicidi , gli omicidi di giovani ragazze che sono amiche di Joseph, sue compagne di scuola. Joseph sente un grande senso di responsabilità per evitare che questi omicidi accadendo, e così – tra tensione, bigottismo e razzismo – fa quello che può per difendere la città in cui vive contro i terribili effetti di questi omicidi. Gli effetti e le conseguenze di queste uccisioni seguiranno Joseph come un fantasma per tutta la sua vita fino all’ età adulta. Volevo creare un personaggio che fosse turbato, afflitto, ma al tempo stesso possedesse un grande senso di integrità morale, una integrità che lo avrebbe aiutato a superare tutti gli ostacoli che avrebbe dovuto affrontare nel tentativo di scoprire la verità su questi omicidi. La voce degli angeli  non è un libro su un serial killer in quanto tale, ma più un libro sugli effetti che tali eventi hanno sulle persone, su una città, una comunità, una società.

A Simple Act of Violence verrà presto pubblicato in Italia? Puoi dirci qualcosa sulla trama?

A Simple Act of Violence, il sesto libro, è essenzialmente composto da due storie – una tratta di una serie di omicidi a Washington DC e di come questi omicidi siano collegati alle azioni sotto copertura della CIA in Nicaragua nel 1980. Il libro tratta tutto, dalla fondazione della CIA, come vengono indottrinate le  persone e reclutate dalla CIA, come le azioni della CIA  hanno cambiato nel corso degli anni la politica estera americana, e la corruzione che ha circondato queste azioni. Allo stesso tempo, seguiamo le orme di un tormentato detective della omicidi di Washington, Robert Miller, che cerca di dare un senso a una serie di omicidi che non sembrano possedere alcun motivo coerente, e le vittime non possiedono un’identità verificabile. Le storie – sia della CIA, che degli omicidi di Washington – alla fine  diventano  la stessa storia.

Scrivi anche racconti o solo romanzi ?

Ho scritto tre o quattro racconti per riviste, ma sono un romanziere innanzi tutto.

Vuoi descrivere una tua tipica giornata di lavoro?

Scrivere un libro è una sorta di continuo processo organico. Ho acquistato un notebook, di buona qualità, perché so che dovrò portarmelo in giro  per due o tre mesi, e nel notebook dovrò scrivere le idee così come mi vengono. Piccoli pezzi di dialogo, cose del genere. A volte ho un titolo, a volte no. Prima per me era molto importante avere un buon titolo prima di cominciare a scrivere un libro, ma ora – considerato che  almeno la metà dei libri che ho pubblicato hanno finito poi per avere un titolo diverso –  non sono così ossessivo al riguardo! Inoltre, sembra che ci siano due tipi di scrittori – quelli che scrivono la trama e quelli che non lo fanno. Io sono del secondo tipo. Ho una vaga idea del tipo di storia che voglio raccontare, una buona idea sull’ emozioni che voglio creare, e una precisa prospettiva  su quando e dove gli avvenimenti accadranno. L’immediatezza e la spontaneità di non pianificare un romanzo completo è per me importante. Posso essere coinvolto con i personaggi, e qualche volta mi limito a cambiare idea su dove voglio che loro vadano, o come voglio gestire certe cose. Siccome la storia  evolve così come i personaggi, le decisioni che poi devono prendere possono quindi influenzare la trama e viceversa. Io non scrivo polizieschi procedurals metodicamente pianificati. Più che altro scrivo drammi umani in cui il reato è in realtà un problema secondario. I libri trattano di più degli effetti che queste cose hanno sulle persone, ed è questo che mi ha sempre interessato. Penso che se mi sedessi a tavolino e pianificassi un libro – capitolo per capitolo, sezione per sezione – si perderebbe la flessibilità e l’imprevedibilità del processo. E’ la stessa scrittura che mi entusiasma, e l’ elemento di incertezza rende ancor più interessante e stimolante un libro. E per quanto riguarda la giornata di lavoro effettivo. Beh, io cerco di scrivere tre o quattro mila parole al giorno, e su questa base scrivo circa quindici o ventimila parole alla settimana. Questa è la routine per me. Lavoro ogni giorno, vedo dove sta andando il libro, scopro quello che voglio fare, prendo decisioni, cambio la trama ecc Quando ho tracciato la prima bozza torno al punto di partenza. Poi rivedo le stesure finchè non sono soddisfatto.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Beh, la critica fa il suo corso, ma  non penso che abbia influenzato granché quello che faccio e come scrivo. E ‘qualcosa che si deve accettare sarà sempre lì. Mi infastidisce molto quando leggo le recensioni su Amazon, e qualcuno dice: ‘Questa è spazzatura. Ho un bambino di sei anni che sarebbe in grado di scrivere meglio di così ‘. A volte i commenti sono decisamente scorretti  e sgradevoli. La cosa frustrante per me è che mi capita di incontrare un sacco di persone che hanno letto e apprezzato i libri, e tuttavia non mettono recensioni in rete. Amazon – per fortuna o purtroppo – è uno dei pochi forum pubblici dove le persone possono pubblicare le opinioni che verranno lette da migliaia di persone. Nella mia esperienza, il numero di persone che pubblicano le opinioni rispetto al numero di persone che hanno letto i libri è infinitesimale. Mi piacerebbe che la gente pubblicasse le proprie opinioni! Indipendentemente da ciò, la linea di fondo è che non si può accontentare tutti, e se voi spendete tutto il vostro tempo a preoccuparvi di cosa pensa la gente poi non farete mai niente per paura delle critiche. Si impara ad accettarle, per cercare di non essere troppo disturbati da esse, ma a volte le cose che si leggono sono così ostili che ti chiedi quale sia lo scopo di quella persona cosa stia cercando di ottenere dicendo queste cose. Tuttavia, il più delle volte, la gente è molto gentile e si complimenta per il mio lavoro, e i critici dei giornali e delle riviste sono stati particolarmente buoni con me.

Ti piacciono i tour promozionali? Dì qualcosa ai tuoi lettori italiani  di divertente su questi incontri.

Mi piace fare tour promozionali. E ‘l’unico modo in cui si può effettivamente incontrare persone che hanno letto i libri e ottenere un feedback diretto. Ho girato molto l’anno scorso, più di quaranta città in undici paesi, e nella seconda metà di quest’anno farò un nuovo tour. Qualcosa di divertente? Beh, i lettori che  incontro sono spesso molto divertenti e stimolanti e molto interessanti. Ognuno è diverso, ognuno trova significati diversi nei miei libri, e le domande che a volte mi vengono richieste a volte lo sono e sicuramente quando il lettore ritiene che la mia vita sia come la vita dei personaggi che ho creato! Si è tenuti a ricordare tutto quello che si ha scritto, e ci si aspetta di essere in grado di rispondere a ogni domanda che ti viene richiesta, e a volte questo è impossibile!

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Ebbene, nel dicembre del 2010 ero a Courmayeur per il Noir Festival, e  sarò a Piacenza a giugno di quest’anno, e poi a Mantova.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Beh, ho ricevuto una e-mail lo scorso anno da un regista francese che si chiama Olivier Dahan. Era l’uomo che ha scritto e diretto il film premio Oscar ‘La Vie En Rose’. Aveva finito di leggere la traduzione in francese di La voce degli angeli, e mi ha scritto chiedendomi se sarei stato interessato a scrivere una sceneggiatura per lui. Sono andato a Parigi per incontrarlo, e ci siamo messi d’accordo. Avevamo un accordo ben preciso su come il film potesse essere fatto dal libro. Ho lasciato Parigi con la sensazione che sarebbe potuto venir fuori un buon film. Poche settimane più tardi ho saputo che la casa di produzione ‘Legende Films’ era pronta ad andare avanti, e poi ho firmato il contratto per scrivere la sceneggiatura per il film. Ora ho completato la prima bozza, ma sono incerto se il progetto andrà avanti. La differenza fondamentale tra un libro e un film che è un libro tratta di cosa le  persone pensano e sentono, mentre un film parla di quello che dicono e fanno. E ‘stata una sfida adattare un libro così introspettivo e intimo in un film, ma credo davvero di aver fatto un buon lavoro. E ‘stata un’esperienza molto positiva per me, e mi ha insegnato molto sulla scrittura concisa. E mi ha insegnato molto a dire di più con meno parole. L’industria cinematografica è fatta così. Può non accadere nulla per due anni, e poi tutto accade in due settimane. Vedremo cosa succederà.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto finendo Dispatches  di Michael Herr. Questo è un grande libro, e ho iniziato a leggerlo siccome sto scrivendo un libro con un personaggio centrale che ha prestato servizio in Vietnam, quindi questo è parte della ricerca. Dopo aver finito Dispatches leggerò ‘Twilight‘ di William Gay.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

Beh, la gente mi può trovare su facebook o tramite il mio sito web (www.rjellory.com). Ricevo un sacco di e-mail – circa cinquanta volte al giorno – e rispondo ad ognuno di loro personalmente.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Beh, ho un nuovo libro in uscita in Gran Bretagna nel mese di ottobre intitolato Bad Signs, e poi un altro libro è completato per il 2012. Attualmente sto lavorando al libro per il 2013, e poiché questo libro non deve essere consegnato al mio editore per più di un anno ho intrapreso un progetto a lungo in sospeso per formare una band e registrare un CD. Io sono il cantante e chitarrista dei The Whiskey Poets, un trio blues / rock, e speriamo di poter registrare in studio nel prossimo paio di mesi.

:: Il passato si sconta sempre, Ross Macdonald (Polillo Editore 2011) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2011 by

4Il passato si sconta sempre, The Far side of the dollar, vincitore nel 1965 del Gold Dagger Award, e ora edito da Polillo Editore in una versione riveduta e corretta tradotta da Giovanni Viganò, è sicuramente per gli amanti dell’ hardboiled classico uno di quei libri imperdibili che hanno fatto la storia del genere. Macdonald, in un certo senso l’erede e il continuatore di due mostri sacri come Chandler e Hammett, ha eletto la California degli anni 50 e 60 a terreno privilegiato dove mettere in scena i vizi e le poche virtù di una società irrimediabilmente corrotta, minata dalle fondamenta, (non a caso l’impietosa analisi dei legami famigliari è sempre al centro delle sue strutture narrative). Lew Archer, personaggio cardine delle sue storie, investigatore privato che prende ancora molto sul serio parole antiquate come etica e morale, è senza dubbio il perfetto termine di paragone che permette a Macdonald di utilizzare il romanzo poliziesco come una leva per portare alla luce il male e la violenza alla base della ricchezza e del cinismo di una società malata, intrisa di peccati e di crimini piccoli e grandi che vanno dalla semplice avidità all’omicidio più spietato. Macdonald ben lungi dal fare del facile moralismo o della psicologia da quattro soldi, analizza la realtà così com’è senza alcuna ipocrisia e scava nelle anime dei suoi personaggi riportando in superficie le radici contaminate del crimine, evitando le trappole dei luoghi comuni e del conformismo. Il passato si sconta sempre in un certo senso racchiude in sé tutte le caratteristiche che hanno fatto grande Macdonald ed è considerato da molti critici uno dei migliori romanzi della sua produzione. La trama è scarna, lineare. Un giovane di famiglia molto ricca, che è stato messo in un collegio molto rigido, fugge e subito dopo il padre milionario riceve una richiesta di riscatto. Lew Archer viene così incaricato dal direttore del collegio di indagare e ritrovare il ragazzo. Scopre che è stato visto in compagnia di una donna parecchio più vecchia di lui, mentre il padre mette insieme i soldi del riscatto e va a consegnarli nel luogo stabilito. Archer nel ricercare la donna misteriosa la trova in un motel, morta. Sembra che il marito della donna abituato a picchiarla questa volta l’abbia pestata a morte. Archer viene trovato svenuto dalla Polizia nel luogo dell’omicidio e portato in carcere. Poi viene ucciso anche il marito ed alla fine si dipana la vicenda fino al colpo di scena finale in cui un segreto di famiglia spiega tutta la vicenda. La prosa stringata e essenziale di Macdonald rende la storia avvincente dalla prima all’ultima pagina. Davvero uno di quei libri che si leggono e si chiudono con una sorta di nostalgia che ti spingerà al più presto a riprenderli in mano. Azzardare una superiorità di Macdonald rispetto a Chandler e Hammett, come alcuni critici anche autorevoli hanno fatto mi sembra un po’ azzardato, ma quello che è certo è che Ross Macdonald ha sicuramente dato profondità a spessore al genere, dopo di lui infatti l’ hardboiled non è stato più lo stesso.

Ross Macdonald (19154983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target {Bersaglio mobile), introdusse Lew Archer che, tranne in due casi, compare in tutto il resto della sua produzione ed è stato impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Il personaggio conquistò enorme fama grazie a romanzi come The Drouming Pool{Il vortice), The Chill (Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar {Il passato si sconta sempre), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo.

:: Recensione di Il Codice Atlantide di Charles Brokaw

4 Maggio 2011 by

il-codice-atlantide1Thomas Lourds, professore di linguistica di Harvard, è decisamente un tipo interessante. Nel suo campo è il migliore: conosce e parla una quantità spropositata di lingue, compresi i dialetti; ha amici sparsi nei quattro angoli del globo pronti ad aiutarlo e a toglierlo dai guai; è adorato dai suoi studenti e dalle donne che sembrano cadere come birilli ai suoi piedi per colpa del suo fascino un po’ stropicciato da bel tenebroso, con un unico amore, il suo lavoro. Deve la sua fama mondiale ad un libro intitolato Passatempi in camera da letto, una sorta di manuale erotico-pornografico che, seppure causa di un certo imbarazzo, gli permette un tenore di vita ben superiore a quello di un semplice professore universitario. E’ telegenico, cosa che ha convinto il suo rettore a spedirlo ad Alessandria d’Egitto a girare un documentario della BBC intitolato Antichi mondi, antichi popoli, condotto dalla giornalista televisiva Leslie Crane, una sorta di Lolita inglese con piercing all’ombelico, che naturalmente non resta immune al suo fascino e gli mostra un reperto davvero misterioso: un’ antichissima campana di terracotta su cui sono incisi dei caratteri in una lingua sconosciuta. Lourds subito si sente attratto dalla sfida, ma non fa a tempo ad approfondire lo studio che un gruppo di persone armate irrompe negli studi televisivi e sottrae il manufatto. Quasi nello stesso momento in Russia la professoressa Julija Hapaeva, archeologa e amica di Lourds, è alle prese con l’iscrizione misteriosa su un cembalo di terracotta che la sta facendo impazzire. Non fa a tempo a chiedere aiuto a Lourds che viene uccisa, il suo studio dato alle fiamme, il reperto rubato, proprio sotto gli occhi della sorella Natasa, un ispettore di polizia di Mosca decisa a trovare a tutti costi gli assassini. Lourds saputa la notizia si reca immediatamente in Russia con al seguito Leslie e Gary, un operatore della BBC, e unitosi a Natasa  inizia una rocambolesca corsa in giro per il mondo sulle tracce di cinque strumenti musicali, cimeli addirittura della mitica civiltà di Atlantide. Naturalmente non mancano i cattivi, interessati agli stessi reperti e capeggiati da un malvagio Cardinale, facente parte di una setta segreta vaticana, la Società di Quirino, depositaria di segreti millenari. Ma quale è il segreto che i cinque strumenti riuniti permetterebbero di scoprire? Causerebbero davvero la fine del mondo dando a chi li possiede un potere sconfinato? La città sepolta scoperta a Cadice da una troupe archeologica vaticana è davvero Atlantide? E soprattutto, riuscirà il protagonista a decifrare le misteriose iscrizioni prima che sia troppo tardi? Il Codice Atlantide ha sicuramente tutte le carte in regola per divertire e intrattenere gli appassionati di avventura. C’ è una cospirazione orchestrata da cattivi decisamente sopra le righe, un protagonista accattivante, anche se a mio avviso un po‘ troppo maschilista nei suoi rapporti con il gentil’ sesso, anche se è doveroso notare che l’autore non è misogino affatto e anzi fa sì che il personaggio più d’azione del romanzo sia Natasa, una sorta di Rambo in gonnella capace di sgominare frotte di uomini armati fino ai denti con una certa naturalezza. C’è azione, suspence, colpi di scena, un finale degno dei più classici  romanzi di genere. La trama è sicuramente la parte più risuscita del romanzo, intricata al appunto giusto e ben congegnata. Certo si parla di Atlantide, di un mito con ripercussioni come minimo improbabili, ma l’autore ha un certo talento nel dare verosimiglianza a fatti di per sé incredibili. Avrei posto un po’ più di scetticismo, per dare un sapore più realistico alla storia, ma va a gusti e per chi ama l’avventura pura e le sfumature da Codice da Vinci è sicuramente uno di quei libri da non perdere.            

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:: Recensione de “L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Arona, Pascarella e Santoro

3 Maggio 2011 by

L_alba_zombie-617x937A cura di Valentino G. Colapinto

L’Alba degli Zombie. Voci dell’Apocalisse: il Cinema di George Romero” di Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro: 266 pp. ill., prezzo di copertina €17 [Gargoyle Books, 2011].

Torniamo a parlare di zombi, un argomento quanto mai di attualità, questa volta con un saggio, sicuramente il più completo mai apparso finora in Italia. Non lasciatevi però ingannare dal titolo. L’Alba degli Zombie non è semplicemente un trattato sulla saga cinematografica dei morti viventi ideata da George Romero (New York, 1940). È anche questo, ma non solo.
Questo saggio, infatti, analizza l’argomento zombi praticamente da ogni angolazione ed è una vera miniera di curiosità, imperdibile per ogni appassionato dei morti viventi che si rispetti, ma intrigante anche per il neofita del genere. Per non parlare della chicca finale, costituita da un’intervista molto approfondita a George Romero in persona, e senza dimenticare il ricco apparato fotografico che lo correda.
Insomma, l’ennesimo imperdibile saggio cinematografico di Gargoyle Books, che dopo gli stupendi “The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo” e “Peter & Chris. I Dioscuri della notte” (dedicato a Peter Cushing e Christopher Lee), entrambi scritti dai bravissimi F. Pezzini e A. Tintori, continua a viziare i suoi lettori con un’opera davvero molto curata.
Frutto di un ottimo lavoro di gruppo, il libro si apre con una breve biografia di Romero a cura dello studioso e cultore romeriano Paolo Zelati, cui spetta anche il compito di chiudere il libro con l’intervista al vecchio George cui abbiamo già accennato.
Il saggio vero e proprio ha una struttura tripartita, con una prima sezione curata da Danilo Arona (Alessandria, 1950), sicuramente tra i più importanti scrittori e studiosi italiani dell’orrore, che si dedica a un’analisi molto approfondita e ricca di curiosità sul cinema di Romero, con puntate anche su altri film di zombi, precedenti o meno la “Dead Saga”, che conta fino ad oggi ormai ben cinque titoli: La notte dei morti viventi (1968), Zombi (1978), Il giorno degli zombi (1985), La terra dei morti viventi (2005), Le cronache dei morti viventi (2007) e L’isola dei sopravvissuti (2009).
Personalmente, ho trovato molto interessante scoprire gli ispiratori dei morti viventi (ben diversi dagli zombi haitiani e dagli body snatchers extraterrestri, che avevano imperversato nei decenni precedenti). Si sapeva di “Io sono leggenda” (sia il romanzo di Matheson del 1954 che la versione cinematografica di Ubaldo Ragona del 1964 con Vincent Price), ma quanti si ricordano di film come “Invisible Invaders-Assalto dallo spazio” (1957) o “The Plague of the Zombies-La lunga notte dell’orrore” (1966), alla base della mitologia romeriana?
Ancora più interessante, poi, conoscere le versioni originali dei film di Romero e i finali alternativi e mai filmati, in alcuni casi migliori di quelli che tutti conosciamo. Per dirne una, originariamente Il giorno degli zombi si doveva concludere con la fine della misteriosa resurrezione dei morti viventi, che sarebbe terminata così com’era cominciata. Senza alcuna spiegazione.
Arona è bravissimo nell’esplicitare il carattere rivoluzionario dei film di Romero, soprattutto del primo, La notte dei morti viventi, forse il più riuscito b-movie di sempre, che finalmente porta l’orrore nel mondo contemporaneo, svincolandolo dal gotico della Hammer e di Corman fino ad allora imperante, senza aver paura di scioccare lo spettatore con scene di un’efferatezza forse fino ad allora mai vista sullo schermo (per quanto attenuata da un bianco e nero dovuto essenzialmente a questioni di budget, ma poi rivelatosi scelta artistica azzeccatissima) e senza sentire il bisogno di spiegare le cause del risveglio dei morti, né di apporre un consolatorio happy end.
E poi si trattava del primo horror smaccatamente di sinistra: contro l’autorità, contro la famiglia, contro il razzismo (il protagonista è per la prima volta un afroamericano), contro la guerra (molti vi hanno visto riferimenti al Vietnam), autentico preludio al maggio francese e a quello che ne sarebbe seguito.
Seguono il lavoro di Arona “La città dei morti. Appunti per una filosofia politica degli zombie” di Giuliano Santoro (Alatri, 1976), giornalista e redattore del settimanale Carta, e “Dead Zone. Per una sociologia dell’era zombie” di Selene Pascarella (Taranto, 1977), anche lei giornalista e redattrice di Carta, nonché scrittrice.
Si tratta di analisi molto acute ed eclettiche, che sviscerano (mai termine fu più appropriato) gli zombi da moltissimi punti di vista differenti: storico, antropologico, linguistico, sociale, politico, letterario, perfino medico-scientifico.
Praticamente impossibile riassumerne la ricchezza di spunti in poche parole. Non resta che correre a procurarsi L’alba degli zombie prima che sia troppo tardi. Come annuncia Giacobbo, il 2012 è ormai alla porte e con esso l’apocalisse (zombie, ovviamente).

Valentino G. Colapinto

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:: I dodici segni di Lee Child (Longanesi 2011) a cura di Giulietta Iannone

2 Maggio 2011 by

I dodici segniSebbene inglese lo scrittore Lee Child, pseudonimo di James R Grant e fratello dello scrittore Andrew Grant, è sicuramente un maestro dell’action thriller di stampo americano: tutto adrenalina, ritmo frenetico, inseguimenti e combattimenti anche corpo a corpo.
Creatore del celebre Jack Reacher, maggiore in congedo della polizia militare statunitense ed eroe suo malgrado sempre al centro di intricate vicende in bilico tra la spy story e il police procedural più classico, protagonista indiscusso di tutti i suoi romanzi, Child ha saputo dare vita ad un personaggio decisamente anticonvenzionale, non esattamente il classico eroe standard integrato nel sistema e paladino dei valori tipicamente americani: Dio, soldi, patria, famiglia.
Jack Reacher ha una sua personale idea di giustizia, lealtà e patriottismo, non ha nè casa nè famiglia e passa il suo tempo a vagabondare per le pericolose vie d’America con probabilmente solo in tasca i soldi della misera pensione.
I dodici segni da poco edito da Longanesi è la tredicesima avventura che lo vede protagonista e fa parte delle storie narrate in prima persona.
L’esordio è di quelli che lasciano il segno. Subito ci troviamo catapultati nel centro dell’azione. Jack Reacher nel suo vagabondaggio senza meta si ritrova a New York. Sono le due di notte e viaggia in un vagone semi deserto della metropolitana sulla linea 6, la linea locale di Lexington Avenue, direzione Uptown. Un altro sonnecchierebbe perso nei fatti propri, ma non Jack.
Sarà l’addestramento, l’istinto di conservazione, l’abitudine a guardare, non vedere, ad ascoltare, non sentire, come riflesso di un impulso naturale di sopravvivenza, Jack lascia vagare il suo sguardo e una donna attira la sua attenzione. Se ne sta seduta sul lato destro della carrozza, tutta sola nella panca più lontana. Bianca, sulla quarantina, bruttina, con i capelli neri tagliati con cura. Più la guarda e più gli torna alla mente l’elenco di indicatori comportamentali di dodici punti, se osservi un sospetto di sesso maschile, di undici se osservi un soggetto femminile, che il controspionaggio israeliano ha stilato per individuare un attentatore suicida, un kamikaze.
Jack sente di dover fare qualcosa. Si alza, raggiunge la donna e le parla spacciandosi per poliziotto. Ma all’improvviso succede l’inaspettato. La donna estrae una pistola e compie l’unico gesto che Jack non si sarebbe aspettato. Si punta l’arma alla gola e premendo il grilletto si fa saltare la testa.
Agenti di pattuglia del NYPD del turno di notte intervengono e il detective Theresa Lee inizia a raccogliere le testimonianze. Subito affronta Jack e quasi l’accusa di essersi avvicinato alla donna, di averla spinta oltre il limite, invitandolo a recarsi in centrale per stendere la deposizione. Jack non ha scelta e mentre si accinge a ripetere per l’ennesima volta come si sono svolti i fatti si accorge che qualcosa non torna. Il quinto passeggero presente sul vagone al momento del suicidio ufficialmente non esiste.
Poi ciliegina sulla torta la donna si chiamava Susan Mark ed era un’ impiegata del Pentagono così Jack si trova torchiato anche dagli agenti di una agenzia federale che iniziano a fargli strane domande: se conosceva la vittima, se conosceva una donna di nome Lisa Hoth, se la morta gli ha consegnato qualcosa.
Poi uscito dalla centrale un gruppo di uomini di certo ex militari e appartenenti alle forze dell’ordine si apprestano a fargli altre domande: cosa gli ha detto la donna, se ha mai pronunciato il nome di Lisa Hoth o di John Sansom, un deputato della Carolina del Nord che vuole diventare senatore.
Anche questa volta le cose non tornano. Troppa gente sembra sapere troppo. Forse un po’ influisce il senso di colpa, un po’ il desiderio di scoprire la verità, Jack decide di scoprire cosa è realmente successo.
Sarà l’inizio di una storia intricatissima, degna dei più avventurosi action thriller, con al centro terroristi sanguinari, ricatti e un segreto che se rivelato potrebbe aprire scenari inquietanti sul recente passato americano.
Lee Child conosce il segreto per tenere il lettore inchiodato alle pagine, per tutto il libro mi sono chiesta come sarebbe andata a finire la storia e quale fosse il motivo per cui Susan Mark avesse premuto quel grilletto.
Ho dovuto letteralmente costringermi a non andare a leggere le ultime pagine e lo sforzo è stato premiato. E’ una storia che coinvolge, scritta bene dosando suspence, colpi di scena e rivelazioni centellinate e non troppo irrealistiche anche se una punta di macchinosità è presente e viene stemperata dalla simpatia che riesce a ispirare il protagonista, un duro e puro come si suol dire.
Molti avrebbero insistito di più sulla possibile storia d’amore tra Theresa Lee e Jack, ma Child preferisce accennare ad un veloce mordi e fuggi giusto prima dell’adrenalinico finale, molto pulp.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Nel 2019 è stato proclamato Autore dell’anno dal British Book Awards. Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Intervista con Tamara Deroma a cura di Elena Romanello: scrivere spaventi e fantasia

29 aprile 2011 by

DSCN9520Tamara Deroma, torinese, è un nome emergente nella letteratura di genere fantastico, con i due romanzi I sette demoni reggenti e Il portale oscuro, editi dalla Sabinae di Roma, che avranno presto un seguito.

Come mai hai scelto di raccontare una storia di genere horror?

Non definirei la mia saga solo un horror, quanto piuttosto un horror fantasy, e comunque questo è un genere che mi è sempre piaciuto, ho sempre avuto una grande attrazione per il macabro, l'oscuro, l'occulto, quello che non si riesce a spiegare. E in questo mi ha dato tanto anche la mia città, Torino, capitale della magia sia bianca che nera.

Come sei arrivata a far pubblicare il tuo romanzo?

Molto semplicemente raccogliendo informazioni su Internet sulle varie case editrici, in particolare su quelle che pubblicano esordienti e il genere di storie che scrivevo io. La Sabinae nasce come casa editrice specializzata in libri di di cinema, ma ha creduto nel mio romanzo e l'ha usato per lanciare la sua collana di letteratura di genere fantastico, Immaginarium.

Il fantasy e l'horror sono generi di moda: che ne pensi?

A me piacciono a prescindere, non seguo le mode. Adesso gli scaffali delle librerie sono pieni di romanzi di genere horror gothic, in particolare sui vampiri (io mi occupo invece di demoni!), molti dei quali sono stati ripescati da pubblicazioni di anni fa. Ho letto i romanzi della Meyer, io amo leggere, e penso che abbiano avuto il grande merito di avvicinare i giovanissimi alla lettura, ma l'horror vero, così come il gothic, è altro, per me la regina dell'horror resta Anne Rice. Penso che il problema di fondo di queste saghe sia quello di non diventare ripetitive, come è successo con la serie The vampire diaries di Lisa Jane Smith.

Perché hai scelto i demoni come protagonisti della tua saga?

Perché trovo da sempre la demonologia affascinante, e comunque il genere horror non è né deve essere solo vampiri e simili. Ho iniziato comunque a lavorare a questa storia nel 1999.

Quali sono i tuoi modelli come autori?

Ovviamente Anne Rice che ho già citato, ma anche Terry Brooks, non tanto per la sua celeberrima saga di Shannara ma per quella del Demone incarnato. Poi mi piacciono molto anche Stephen King, John Steakley, autore prematuramente scomparso di storie di vampiri, e tra i manga adoro Go Nagai, I cavalieri dello zodiaco e di più recenti ho apprezzato molto Death Note.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto scrivendo il terzo libro della saga, poi ho tante altre idee, non solo horror fantasy, ma preferisco non parlarne per scaramanzia.

Che consiglio daresti agli autori esordienti?

Di tenere gli occhi molto aperti, l'editoria è un mondo di lupi e di squali, è facile incappare in una fregatura. Consiglio anche di essere umili, un rifiuto può capitare, sbagliatissimo è sparare a zero contro chi ce l'ha fatta. Soprattutto consiglio di stare alla larga da chi chiede soldi, in molti autori esordienti c'è purtroppo questa superbia di voler pubblicare a tutti i costi. E accettate i buoni consigli.
 
Il sito di Tamara Deroma è http://www.tamaraderoma.com
Elena Romanello