:: Intervista a Danilo Arona, Selene Pascarella e Giuliano Santoro, autori de “L’alba degli zombie”

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A cura di Valentino G. Colapinto

Liberi di Scrivere ha già recensito l’ottimo “L’Alba degli zombie. Voci dell’Apocalisse: il cinema di George Romero”, edito da Gargoyle Books  (http://liberidiscrivere.splinder.com/post/24514736/recensione-de-lalba-degli-zombie-voci-dellapocalisse-il-cinema-di-george-romero-di-arona-pascarella-e-santoro). Pubblichiamo adesso un’approfondita intervista ai tre coautori di quello che con ogni probabilità è il miglior libro italiano mai scritto sull’argomento.

Hai compiuto una splendida disamina del genere zombi dalle origini a oggi. Non credi che sarebbe il caso, però, che Romero la smettesse con la Dead Saga? Mi pare che stia rischiando di fare la fine di Dario Argento, rovinando la sua carriera con opere senili prive di creatività e spessore, che offuscano i capolavori della giovinezza. Forse Romero avrebbe dovuto concludere la saga con “Il Giorno degli Zombi”, e a questo proposito perché usare quel formidabile finale alternativo, in cui i morti smettono di risvegliarsi (all’improvviso e senza alcuna spiegazione, così come nessuna spiegazione ci sarà mai della loro resurrezione) e Sarah resta a vegliare su un cadavere che non si rialzerà mai più? Questa era una conclusione perfetta per la trilogia.
Trovo invece ripetitiva e noiosa l’idea, da Zombi in poi, di concludere ogni film sui morti viventi con la solita fuga in elicottero o altro dei due o tre sopravvissuti “buoni”, giusto per lasciare un barlume di speranza (e magari giustificare l’inevitabile sequel…). Non se ne può più: a questo punto, meglio l’estinzione totale del genere umano. Non credi?

DANILO ARONA: Ti ringrazio di cuore per l’apprezzamento. Il problema che poni a proposito della senilità “creativa” di Romero lo si potrebbe estendere di riflesso al destino di molti grandi maestri apparsi negli anni Settanta. Non a caso tu citi Argento, ma potremmo anche parlare di Tobe Hooper, Dante, Craven o – in modo sacrilego per quel che mi riguarda – di Carpenter. Temo però che non se ne esca, se ci “avvitiamo” attorno al tema, un po’ triste per quanto realistico, della lucidità e dello spessore che se ne vanno in modo progressivo con l’età.
Io penso, se non altro perché sto per compiere 61 anni (e porca paletta!), che da un lato occorre essere il più generosi possibile con questi giganti del genere che a settant’anni suonati trovano ancora la voglia e la gioia di mettersi in gioco… E di fare più o meno sempre lo stesso film.
Certo, Survival è deludente e fiacco, e non l’ho nascosto – però vi si percepisce ancora da parte dell’autore una voglia di “giocare” e di divertirsi con i propri archetipi che suscita non tenerezza (il che guasterebbe nei confronti di un artista) ma ammirazione. Personalmente mi piace molto l’immagine di questi “eterni fanciulli” che hanno rifondato il genere in epoca non sospetta e, ogni volta che possono, ce lo ricordano sommessamente con ironica modestia.
Poi, diciamoci la verità… le loro parabole artistiche ancora oggi, in piena terza età, sono lì a dimostrare che si barcamenano tuttora fra l’avanguardia e l’underground, così almeno li percepisce  il sistema. Film che non escono neppure al cinema ma in DVD, set vistosamente ristretti, grane produttive.
Tolto Craven dal mazzo, che è stato il più economicamente fortunato – per quanto nel suo caso la fortuna sia giunta tardiva – dei grandi del New Horror di quegli anni felici, per tutti c’è sempre la progettualità low budget. Problema che spesso non si pone per certi shooter o videoclippari dell’ultima ora. Sul fatto che poi ognuno di noi possa interpretare i percorsi tematici di un autore, opponendone uno proprio, non ho nulla da dire. Siamo in pieno soggettivismo. Ognuno si fa il proprio film. Fa parte delle regole del gioco. Però Romero la palla la lancia ancora bene in mezzo alla sala…

Nel saggio paragoni “La Notte dei Morti Viventi” (1968) a “Uccelli” (1963) di Hitchcock, recentemente al centro di una tua monografia, sostenendo che si tratta in entrambi i casi di “film inconscio” e che Romero fosse in debito nei confronti del grande Hitch. Puoi farci un confronto tra queste due opere seminali?

DANILO ARONA: “Film inconscio” è una definizione del critico canadese Robin Wood che io trovo geniale e molto affine al mio modo di leggere il cinema. Si applica – semplifico molto giusto per capirci – nei confronti di tutti quei film dove le pulsioni del profondo vengono rappresentate nel mondo esterno nella loro dinamica di “attacco” all’Ego.
Giusto ieri sera ne ho visto uno che mi pare perfetto per fregiarsi di tale catalogazione, l’australiano Long Weekend (il remake di Jamie Blanks, non l’originale del ’78 del purtroppo defunto Colin Eggleston), in cui la natura esterna e incavolata incarna i mostri interni della coppia protagonista. Gli uccelli è un film inconscio a 360° e lo spiego, o quanto meno tento di farlo, nella mia monografia pubblicata da Un mondo a parte.
La notte del ’68 lo è di meno perché a Romero non interessa più di tanto la motivazione pulsionale e psicanalitica. Lo è però in certa parte, a dispetto dello stesso autore – il cannibalismo dei tardi anni Sessanta, al cinema, mostrava sempre una solida deriva psicanalitica.
Che il film sia in debito con Gli uccelli lo ha ammesso lo stesso George: la stessa idea di horror en plen air, la casa che diventa un fortino per difendersi dalle forze del male, la catatonia di Barbara che prolunga la catatonia finale di Melania Daniels, i finali a loro modo diverso “aperti”, l’idea della catastrofe dilagante in ogni dove negli Stati Uniti e forse su tutto il pianeta, persino la traccia della radio come ultimo appiglio mediatico (ma questa era già presente nel racconto della Du Maurier). Ma, per dirla, con Joe Lansdale: questo è l’horror, pellegrini, nessuno inventa niente!

Gli zombi non corrono il rischio di stancare il lettore/spettatore con un’inflazione di prodotti, un po’ come sta succedendo coi vampiri?
Proprio per evitare questo, non sarebbe forse il caso che gli autori si prendano più libertà rispetto all’archetipo creato nel 1968 da Romero? E non sto parlando solo di velocità.
A me, per esempio, è piaciuto molto “Monster Island” di David Wellington, che osava reinventare un po’ il genere, mentre – pur apprezzandoli – ho trovato parecchio derivativi, poco originali, i romanzi di Manel Loureiro e altri autori. Tu che ne pensi?

SELENE PASCARELLA: Il punto cruciale non sta tanto nella eccessiva proliferazione dei prodotti e nel rischio di saturazione dell’immaginario collettivo, ma proprio nella capacità di aggredire tutte le forme che in questo si muovono contaminandole non solo a livello superficiale, ma correndo il rischio di divorarle fino all’osso, di distruggerle e farne altro.
Il vampiro che si avvinghia al teen drama ne esce sminuito solo perché si limita a succhiarne la forza e l’appeal giovanilistico senza aggiungere nulla. Il sangue artificiale che permette la convivenza tra revenantes e umani (vedi Finchè non cala il buio) si riduce a un coniglio estratto dal cilindro se non è capace a innescare un meccanismo narrativo che metta alla prova le regole del genere invece di limitarsi a mescolarne gli ingredienti classici.
Lo zombie o non morto o morto vivente – e uso questi termini nella consapevolezza della loro non sovrapponibilità – è da sempre caratterizzato da una tendenza alla mutazione – all’evoluzione in un certo senso – che rende ogni sua forma canonizzata, in primis quella di Romero, la base sperimentale per un processo di contaminazione degli immaginari con cui viene a contatto esaltandone le capacità di innesto.
La guerra mondiale degli zombi di Brooks è un romanzo corale di infinita complessità costruito con una tecnica tipica dei documentari d’argomento storico, che tutti almeno una volta abbiamo visto in televisione. Allo stesso modo la saga di Wellington usa lo zombie come cavalcatura per una scorribanda tra horror, romanzo d’avventura, esoterismo, action-survival, e proprio la coraggiosa, a tratti svergognata, dissipazione dell’aura classica del mostro segna un punto a suo favore nella sua battaglia per la “conquista” dell’industria culturale.

Come da te affermato, questa è l’era del mash-up. Dopo il fortunato esperimento de“I Promessi Morsi”, che ha contaminato il romanzo del Manzoni con vampiri, licantropi e zombi, secondo te quali potrebbero essere altri mash-up azzeccati?

SELENE PASCARELLA: Per restare in casa, darei qualsiasi cosa per vedere il Libro Cuore popolarsi di undead divoratori di carne umana. Tra le immagini ricorrenti che popolano questo mashup deamicisiano virtuale ce ne sono due a me particolarmente care: la maestrina dalla penna rosso sangue e il giovane Franti che evade dal correzionale a capo dei ribelli non viventi.
Potendo avventurarmi oltre lo stivale e senza offesa alcuna per Seth Grahame Smith dovendo scegliere un’eroina femminile da trasformare in cacciatrice di ghoul io avrei puntato su Angela Lansbury. La Signora in giallo, che di suo si lascia dietro una scia di morti ammazzati, sarebbe una zombie-squad leader da manuale.
Ma la verità è che i migliori mashup nascono da soli e si impongono con forza inarrestabile. Per tutta la giornata di oggi Barak Obama ha rivendicato con prova fotografica di aver restituito agli Usa lo scalpo dello non morto più famoso del mondo, Osama Bin Laden. Per sicurezza gli ha fatto sparare alla testa…

Rispetto agli aristocratici vampiri, gli zombi sono sicuramente mostri più democratici. Alcuni hanno visto in loro addirittura le masse rivoluzionarie.
Oggi, però, il forte messaggio politico di Romero sembra essere sparito e lo zombi ridotto a un semplice spauracchio, se non a una caricatura di se stesso (vedi le zom-com, le commedie zombi come il fortunatissimo “Zombieland”). Non è che a 43 anni dalla “Notte dei morti viventi”, ci siamo abituati a convivere con loro e non ci fanno più paura come una volta? Oppure secondo te i morti viventi rimangono i più perturbanti tra i mostri?

GIULIANO SANTORO: Non bisogna cedere alle semplificazioni. La figura dello zombie non è un’allegoria a chiave, non siamo di fronte una figura retorica che si svela come una sciarada o che si comprende semplicemente scoprendo la soluzione della metafora.
Lo zombie semina appunti, indicazioni, suggestioni, per questo è perturbante.
Faccio solo un esempio. Romero ci interroga in ogni film sul senso dell’emergenza e sul modo di affrontarla. Di fronte all’apocalisse l’uomo reagisce scontrandosi con altri uomini. Così, il morto vivente diventa quasi una figura sullo sfondo, di fronte alla guerra tra umani.
Per evocare questo paesaggio, possiamo tranquillamente rivolgerci alla narrativa non di genere. Faccio un esempio. Lo scrittore statunitense Dave Eggers ha raccontato in un bellissimo romanzo la storia vera di Abdulrahman Zeitoun, un piccolo imprenditore siriano-statunitense che dopo la devastazione dell’uragano Kathrina, a New Orleans, decide di rimanere in città per dare una mano a chi è rimasto isolato. Finirà in balia delle truppe che hanno occupato la città, scambiato per un terrorista-sciacallo, messo in una prigione segreta allestita prima ancora di mettere in piedi i campi di soccorso.
È una storia che ricorda molto da vicino la tensione dei film di Romero. Bisogna guardarsi da quelli che dovrebbero essere in tuoi simili, ma che approfittano delle “emergenze” per stabilire il comando. All’Aquila, dopo il terremoto, abbiamo vissuto una situazione analoga.

Romero si è sempre rifiutato di esplicitare una causa per la resurrezione dei morti viventi, a parte la ridicola spiegazione delle radiazioni venusiane, e i suoi morti si sono prestati a mille interpretazioni diverse.
Secondo te, gli zombi cosa rappresentano in definitiva? Il risveglio del rimosso, delle nostre pulsioni più inconfessabili? La ribellione delle masse? Il consumismo che divora e assimila ogni cosa? Oppure che cos’altro?

GIULIANO SANTORO: Romero non ha sentito il bisogno di azzardare una spiegazione alla resurrezione dei morti perché non è interessato a elucubrazioni metafisiche, trascendentali.
Come dicevo prima, l’orrore di Romero è materialista, è umano, immanente. Non ha bisogno di costruzioni barocche o voli pindarici.
Seguendo questa strada si arriva a comprendere il senso dell’invasione zombie: la morte torna in vita, il passato si ripresenta a chiederci il conto. Ciò avviene soprattutto nei periodi di passaggio, ogni volta che l’Occidente è in crisi di egemonia e si confronta col mondo.
Lo zombie moderno viene da Haiti, la terra in cui nel diciottesimo secolo gli schiavi africani si ribellarono ai colonizzatori francesi ribaltandogli contro il senso della rivoluzione francese.
Lo zombie postmoderno nasce nel mezzo del conflitto in Vietnam, quando gli Stati uniti cominciarono a perdere la guerra.
Oggi gli zombie dilagano perché quell’immaginario evoca sentimenti a noi familiari. Siamo nel mezzo della fine del mondo Occidentale. Nuove potenze economiche si affacciano sul mercato globale, forme di schiavismo compaiono anche nella “civile” Europa, nelle nostre città l’ipermodernità si affianca a forme di produzione che ritenevamo superate dalla storia.
Peter, uno dei protagonisti di Dawn of the dead, dice la frase che abbiamo messo in quarta di copertina: «Quando non c’è più posto all’inferno, i morti tornano sulla terra.» Significa che l’inferno ha smesso di essere un luogo separato.
L’inferno tracima nel mondo di tutti i giorni. La storia ci presenta il conto. Possiamo vedere questo fenomeno come un’invasione mostruosa e però invincibile, o possiamo accettare di fare i conti con questa complessità. Sta a noi decidere.

Valentino G. Colapinto

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