:: Un’intervista con Tom Wood autore di Killer (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013 by

Killer Tom WoodCiao Tom. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tom Wood? Punti di forza e di debolezza.

Tom Wood è un inglese che scrive thrillers con protagonista un assassino conosciuto solo come Victor. Come la maggior parte delle persone ho una discreta quantità di punti di forza e, probabilmente, un numero maggiore di punti deboli. Speriamo che la scrittura sia uno dei miei punti di forza!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto nella contea di Staffordshire, in una piccola città dove non c’era molto da fare e ho trascorso la maggior parte della mia infanzia annoiandomi molto. Ho studiato sceneggiatura prima di dedicarmi ai romanzi.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore?

Guardando indietro credo di averlo saputo fin dalla più giovane età, probabilmente intorno ai dieci o undici anni, ma ero troppo giovane allora per pensare ad una carriera nella scrittura. Amavo scrivere storie, questo è vero. In effetti era l’unica cosa che apprezzavo della scuola. Ma diciamo che solo a vent’anni ho deciso di prendere sul serio la scrittura.

Scrivi a tempo pieno? O si dividi il tuo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Scrivo a tempo pieno.

Raccontami cosa succede nella vita di uno scrittore. Descrivimi una tua tipica giornata di lavoro.

Mi alzo verso le 07:00 e di solito inizio a scrivere verso le nove. Poi scrivo tutto il giorno fino alle 18:00. Un giorno di lavoro può includere prendere appunti e pianificare i miei libri, o fare editing, o ricerca. A volte mi prendo una pausa dalla digitazione e scrivo a mano. Non c’è un giorno tipico nella mia esperienza. Se sta andando particolarmente bene scrivo fino a sera e faccio lo stesso se sta andando male o sono di fronte ad una scadenza.

Hai scritto tre romanzi: The Killer, The Enemy e The Game. Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Baso i miei personaggi su persone che ho incontrato e spesso i dialoghi provengono dal mondo reale, ma non più di questo. La mia vita è incredibilmente banale rispetto a quella di Victor.

The Killer, ora pubblicato in Italia con il titolo Killer da TimeCrime – Fanucci, è una sorta di thriller internazionale d’azione. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza risale a molto tempo fa. Prima di decidermi a provare a scrivere un romanzo iniziai a scrivere racconti e brevi sceneggiature. Comunque questi testi erano ben lungi dall’essere completi, forse erano composti solo da una scena o un capitolo. Uno di questi testi narrava quella che sarebbe diventata la sparatoria all’hotel, scena di apertura del mio primo libro. Nella sua forma originale era solo una sequenza d’azione, senza una storia, ma poi alcuni anni dopo ci sono ritornato su e ho deciso di scrivere quello che sarebbe successo dopo.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Victor è un assassino freelance che si ritrova in fuga dopo un lavoro apparentemente di routine che è andato storto. E’ braccato da vari nemici e cerca di scoprire chi lo vuole morto e perché.

Puoi dirci un po’ di più del tuo protagonista, Victor?

Victor è un assassino professionista estremamente pericoloso che vive da solo, opera da solo. Non ha famiglia, non ha veri amici. Egli sa che, a causa della sua professione, la sua vita è costantemente in pericolo e così è sempre vigile e sempre in attesa di essere attaccato. E’ assolutamente spietato e quasi amorale. In qualsiasi altro libro sarebbe stato un cattivo.

Victor è una sorta di perfetto assassino. Una sorta di Jason Bourne. Chi ti ha ispirato a scrivere questo personaggio?

I cattivi mi sono sempre piaciuti e diciamocelo di solito sono i personaggi più interessanti e memorabili sia nel cinema che in letteratura. Un giorno ho deciso di vedere cosa sarebbe successo se il cattivo fosse stato il protagonista invece del semplice cattivo di turno.

Quale è la tua scena preferita in Killer?

E’ difficile. Credo che sia una delle tante scene d’azione. La sparatoria all’ hotel è la prima che ho scritto e credo che sia di conseguenza un po ‘sentimentale, ma la mia scena preferita forse è la sequenza culminante in Tanzania, dove ci sono tutti i tipi di eventi interessanti che accadono uno dopo l’altro o la breve scena in cui una banda di giovani fa l’errore di cercare di derubare Reed.

In Killer quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Victor era sicuramente il più difficile perché è un antieroe. Ottenere il giusto equilibrio tra la sua autenticità come assassino e la sua simpatia come protagonista è stata una sfida. Quando ho iniziato a scrivere di lui era ancora più spietato, ma io ero molto giovane a quel tempo e la passione per la creazione di un protagonista molto diverso dalla norma, era molto forte. Per fortuna invecchiando l’ho addolcito e ho attenuato un po ‘la sua amoralità, senza perdere quella autenticità. Alcune persone sono scioccate e sconvolte da alcune delle cose che fa, e io voglio che sia così, ma la maggior parte delle persone finiscono per volergli bene. Se ci penso, non sono davvero sicuro di sapere come sia riuscito a scrivere questa storia.

Dove hai ambientato la storia? I luoghi hanno influenzato la tua scrittura?

La storia si svolge in tutto il mondo, ma i luoghi sono semplicemente i fondali dove si svolge l’azione.

Quali scrittori contemporanei leggi? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Non leggo molti altri autori che scrivono il mio genere, ma leggo un sacco di scrittori contemporanei. Il mio autore preferito è probabilmente Bernard Cornwell, in particolare per la sua trilogia Warlord. Chi mi ha maggiormente influenzato è sicuramente Kevin Wignall, che ha scritto diversi romanzi fantastici che vedono degli assassini in ruoli da protagonista.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

La correzione delle bozze in cui devo leggere il mio libro e visualizzare tutte le modifiche che sono state apportate da parte del revisore. A questo punto non ho solo scritto il romanzo, ma è anche passato attraverso diverse fasi di editing e di revisione quindi sono praticamente annoiato a forza di rileggerlo. In più, non è affatto divertente vedere tutti gli errori di ortografia e di grammatica che ho fatto.

Ritieni il tuo stile cinematografico? Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Sì, considero il mio stile cinematografico e questo è intenzionale. Voglio che i lettori siano in grado di vedere ciò che sta accadendo, perché nella mia esperienza succede così quando la lettura è al suo meglio. Uso anche alcune tecniche di sceneggiatura nella scrittura dei miei romanzi, vale a dire non scrivo parole superflue o scene riempitive. Con i vincoli di tempo di un film non c’è spazio per niente che non sia essenziale per la trama o i personaggi e il risultato è una storia più snella. Ho lo stesso approccio con i miei romanzi.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sono tra un libro e l’altro, ma il prossimo sulla mia lista è Poison di Sarah Pinborough.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Trattare la scrittura come una carriera, anche quando non lo è. Potrebbe essere la vostra passione, ma se volete essere pubblicati vi toccherà un sacco di duro lavoro. Trattare ogni presentazione all’editore del vostro libro come se ci si stesse dedicando ad un lavoro che non solo ci vuole, ma è necessario. Trattare ogni rifiuto come una cosa normale e provare di nuovo.

Come  possono i lettori mettersi in contatto con te ?

E’ sempre bello stare in contatto con i miei lettori, e possono contattarmi tramite il mio sito web o sia via Twitter che su Facebook.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Attualmente non ci sono piani, ma mi piacerebbe moltissimo venire in Italia per un tour letterario.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Attualmente sto scrivendo il mio quarto romanzo. E’ nella fase iniziale e non ha ancora un titolo, ma sono molto entusiasta.

:: Segnalazione di Guaritore galattico di Philip K. Dick (Fanucci, 2013)

8 Maggio 2013 by

CopGuaritoreGalat_LowEsce per Fanucci Guaritore galattico di Philip K. Dick. Pubblicato già da Bompiani a metà degli anni Novanta, ritroviamo questo bellissimo romanzo in un’edizione curata dal professor Carlo Pagetti e con la nuova traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. Philip K. Dick non ha bisogno di grandi presentazioni ma basta pensare a cosa disse di lui un grande come Roberto Bolaño“Dick è la somma di Thoreau più la morte del sogno americano”- per capire che fu più di un semplice scrittore di fantascienza, senza nulla togliere al genere che già di per sè si presta a parlare del presente e delle tematiche più profonde dell’uomo col solo pretesto di aggiungere astronavi e mondi sconosciuti.

Scritto da Philip K. Dick tra il 1967 e il 1968, e pubblicato negli Stati Uniti nel 1969, Dick avrà modo di soffermarsi in più occasioni su Guaritore galattico individuando in esso un momento di difficoltà e di crisi nella sua ricerca del Salvatore (the salvific entity), che poi costituirà il centro de La Trilogia di Valis. Giustamente riconducibile a opere dello stesso periodo come Ubik, Guaritore galattico mescola motivi e forme della cultura sf più convenzionale, spesso apertamente parodiati. Parodia dunque ma anche il continuo lavoro su una sua idea del divino, e poi ancora, al di là dell’elemento speculativo e religioso,  l’utilizzo costante di un metodo intertestuale, fatto di rimandi e di echi letterari (riferimenti espliciti a Yeats e a Brecht, alla leggenda di Faust), che non riguardano solo la fantascienza, e che rivelano un gusto evidente nell’attenzione al linguaggio e alle sue manipolazioni. Nell’Exegesis (febbraio 1982, pochi mesi prima della morte), Dick annota: «Guaritore galattico mostra la possibilità molto concreta di sconfinare nella follia. Gli archetipi sono fuori controllo – vale a dire, l’inconscio è ostile e si solleva per sommergere. Il libro è disperato e spaventato, e si disintegra, come in un sogno, sempre più escluso dalla realtà. Fuga, disorganizzazione: la via si è quasi esaurita.» Quasi. Insomma, l’autore americano ribadisce che quel momento costituisce anche l’inizio del suo risveglio creativo. Infatti, Guaritore galattico comprende anche una riflessione sull’identità dell’artista e, in modo più specifico, sullo scrittore di fantascienza. Man mano che procedeva nella sua attività di scrittore, per Dick diveniva sempre più incalzante l’interrogativo dello scrittore sul ruolo che una narrativa così marginale come quella fantascientifica avrebbe potuto ritagliarsi nella cacofonia di voci che riempivano l’orizzonte culturale americano, tanto più se accanto alla dimensione estetica si manifestava l’urgenza di definire anche un rapporto con il divino.  Nel caso di Dick, bisognerebbe pensare allo scrittore di fantascienza, che, fornito di poche pretese, cerca di ‘aggiustare’ le visioni futuristiche e fantastiche dei suoi lettori, senza però dare a esse una coerenza che non possono avere.

Siamo nel 2046, in un’America totalitaria nella quale lo Stato controlla le azioni, le parole e perfino i pensieri dei suoi cittadini, così come avviene ormai in tutto il mondo. Joe Fernwright è un guaritore di vasi, in grado di far tornare come nuovi i manufatti di ceramica che restaura. In un mondo dove tutto è fatto di plastica, però, Joe si ritrova disoccupato e depresso. Con un matrimonio fallito alle spalle, e senza prospettive, il suo unico divertimento è quello di dedicarsi, con alcuni amici sparsi in tutto il mondo, a quel che Joe chiama semplicemente il Gioco. Il Gioco consiste nel decifrare incomprensibili traduzioni automatiche di titoli di libri e film, e risalire al titolo originale. Un giorno, però, Joe viene contattato da Glimmung, un’entità dotata di poteri quasi divini, e insieme ad altre persone altrettanto depresse e alienate, e a una schiera di creature provenienti da tutta la galassia, si imbarca in una grande Impresa: raggiungere un lontano pianeta per far riemergere un’antica cattedrale sommersa sul fondo dell’oceano.

Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi di Philip K. Dick (curata da Pamela Jackson e Jonathan Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999.

:: Recensione di La morte dei caprioli belli, Ota Pavel, Keller editore, 2013 a cura di Viviana Filippini

8 Maggio 2013 by

caprioli belliDicono che la scrittura abbia una funzione terapeutica e credo sia proprio vero, visto che molti autori hanno iniziato a scrivere per lenire alcune problematiche personali o malattie. Ota Pavel giornalista sportivo nato a Praga, cominciò  a scrivere di narrativa per curare la depressione che lo tormentava e questa arte curativa gli ha permesso di dare vita ai tanti racconti presenti in La morte dei caprioli belli. Il libro prende il titolo da una delle storie di Pavel presenti nella raccolta uscita per la prima volta in Italia nel 1971, ma l’editore Keller ci ridona questo insieme di ricordi familiari e d’infanzia in una nuova edizione. Protagonista di ogni breve episodio di vita è Leo Popper, il padre dell’autore, un uomo ricco, non tanto di soldi, ma di quel coraggioso spirito d’iniziativa – a volte eccessivo direi- che non sempre gli garantiva il successo sperato nelle imprese compiute. Ogni episodio narrato ha in sé un buona dose di comicità che evidenzia tutta la frizzante voglia di vivere e di fare del padre del protagonista. Incredibili e sensazionali sono le imprese compiute da Otto Popper come venditore di elettrodomestici per la ditta Electrolux. Un’abilità che gli permise di guadagnarsi la stima del padrone della ditta, ma due piccoli imprevisti derivanti dal comportamento un po’ goffo di Leo misero a repentaglio la sua fama di mercante di frigoriferi (in Al servizio della Svezia).  A fare da sfondo alle vicende c’è la Seconda guerra mondiale con tutte le conseguenze derivanti da essa. Eventi che toccheranno da vicino Ota e i suoi familiari, senza impedire loro di nutrire  la speranza per un domani migliore. Il padre dell’autore è un uomo coraggioso che non si arrende davanti alle avversità del destino e fa di tutto pur di garantire una vita degna alla moglie e ai figli.  Basta addentrarsi nella lettura del racconto che fornisce il titolo alla raccolta, per scoprire tutto il coraggio di Leo pronto a rischiare la vita per assicurare ai figli destinati alla deportazione quel sano cibo che gli fornisca forza. La scrittura fluida permette a Pavel di regalarci delle cartoline vere e proprie del suo album di famiglia e della provincia boema dove visse, facendoci entrare in un mondo di affetti e di eventi storicamente accaduti e del tutto sconosciuti a molti dei lettori. Da questo punto di vista un esempio è la distruzione della cittadina di Lidice o i disordini negli anni del Comunismo (in La corsa per le strade di Praga), drammi che fecero comprendere a Leo Popper che essere ebrei era una spinosa questione pure dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La morte dei caprioli belli è toccante e allo stesso tempo tragicomico grazie alla figura vera dell’intraprendente e sognatore padre del protagonista innamorato della pesca e della donne. Un ometto che ne combinava una dietro l’altra strappando sorrisi – anche nei momenti più dolorosi- alla paziente moglie e ai figli. I Popper- diventati poi Pavel- non sono soli nella vita, ma accanto a loro compare la più variegata umanità: operai, cacciatori di frodo con i loro fidi segugi, pittori eccentrici non disposti a compromessi e rappresentanti di commercio sempre pronti ad imbarcarsi in avventure economiche dall’esito incerto (basta leggere la tragicomica vicenda della carta moschicida in Problema insetti risolto). Questo piccolo libro è uno scrigno dove le storie presenti sono preziose perle familiari dell’infanzia di Pavel  raccontate con chiarezza e con uno humour agrodolce che ci fanno sì sorridere, ma allo stesso ci inducono a riflettere quanto coraggio serva per affrontare gli imprevisti della vita di ogni giorno. Traduzione di Barbar Zane. Postfazione di Mariusz Szczygiel.

Ota Pavel è nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga. Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz. Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli.

:: Un’ intervista con Matteo Strukul

7 Maggio 2013 by

milaBentornato Matteo su Liberi di Scrivere. Dalla nostra ultima intervista è passato più di un anno e la tua Mila è diventata un fumetto, poi è uscito il secondo episodio della serie, Regina nera e intanto è notizia di pochi giorni fa che hai venduto i diritti per la pubblicazione in Usa, Gran Bretagna e Australia. Un bilancio più che positivo. Cosa hai provato quando hai saputo la notizia?

Be’ è stata una soddisfazione enorme, anche perché non sono moltissimi gli autori italiani tradotti in quei Paesi ma Mila era il personaggio perfetto per Exhibit A, il nuovo marchio editoriale di Angry Robot – casa editrice distribuita in USA (Random House) e UK (Osprey) oltre che in Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica – che fa dello stile cinematografico dei romanzi pubblicati il proprio marchio di fabbrica. Emlyn Reese, editor in chief di Exhibit A, si è appassionato da subito al personaggio di Mila e alla questione della mafia cinese in Veneto oltre che al dramma della sopraffazione della donna nel nostro Paese e così ha deciso di acquistare i diritti di entrambi i romanzi opzionando già il terzo. Per questo ringrazio Allan Guthrie, il mio agente per i diritti di lingua inglese che ha creduto fermamente nel progetto. Tanto più che adesso, a seguito della notizia della pubblicazione a partire da giugno 2014, hanno cominciato a muoversi anche i produttori americani e quindi la speranza per una trasposizione cinematografica è sempre più concreta.

Sai già chi si occuperà della traduzione, chi porterà Mila a parlare inglese?

Non poteva che essere Marco Piva Dittrich, uno dei migliori traduttori da inglese a italiano e da italiano a inglese in circolazione. Quello che sto portando avanti con Marco è un vero tandem creativo e non escludo che più avanti possano esserci molti altri progetti che ci vedano coinvolti. Poi ci saranno gli editor di Exhibit A quindi credo che la versione anglo-americana sarà una bomba. Se a questo aggiungi che la miniserie a fumetti disegnata da Ale Vitti sta giungendo a conclusione, ecco che l’ipotesi “Mila fumetto all’estero” si fa sempre più concreta. Insomma, l’idea è, per una volta, di esportare qualcosa dall’Italia verso gli Stati Uniti e il Regno Unito. Trovo divertente che il pulp sia diventato Sugarpulp e ora, adulterato con lo zucchero di barbabietola della Bassa, diventi una cosa diversa e legata all’Italia, tornando in una veste nuova e differente negli States e nel Regno Unito, e del resto senza lanciarmi in paragoni azzardati (non ci penso nemmeno) Quentin Tarantino non era un ammiratore di Umberto Lenzi e Sergio Castellari? E giustamente per di più? Ecco, mantenendo un senso della decenza e quindi senza riconoscermi nulla, però confesso che è bello che un autore italiano, con la a minuscola e fortunato come sono io, torni a proporre un genere che riesce a ritagliarsi un’esportabilità anglo-americana. Credo sia davvero bello perché – se ci pensi – noi arriviamo da Sergio Leone, Sergio Corbucci, Dario Argento, Umberto Lenzi, Michele Soavi, insomma maestri assoluti che hanno reso il cinema italiano di genere fra i più apprezzati al mondo e oggi, sulla scia di un grande come Massimo Carlotto che ha fatto lo stesso per il romanzo di genere italiano, portandosi a casa una nomination all’Edgar, ebbene senti che hai centrato qualcosa di buono e vedere Mila che prova a conquistarsi un posto al sole in USA e UK come nuova eroina pulp anzi sugarpulp italiana, be’ è proprio una figata.

A questo punto la domanda è d’obbligo: ci sono progetti cinematografici in vista? Vedremo Mila sul grande schermo?

Guarda, c’è una trattativa sul piatto che, al solo pensiero, mi manda fuori di testa ma taccio perché nel momento in cui lo dico so che non si avvererà, ergo mi zittisco e incrocio le dita, ma come dicevo prima la pubblicazione anglo-americana ha destato grande attenzione.

Dunque da poco è uscito Regina nera. Un romanzo decisamente femminista. Parli di una donna candidata premier, la tua eroina incarna un personaggio femminile forte, determinato, capace di difendersi e di perseguire la sua giustizia. Pensi che un romanzo come il tuo possa avere un ruolo sociale, possa aiutare le donne a prendere coscienza della loro vera forza ?

Onestamente non lo so, insomma quello che voglio non è incidere le coscienze, non sono in grado di farlo e solo l’idea di pensarlo mi fa dire “Matteo Strukul ma quanto coglione sei?” invece quello che spero di poter fare è contribuire a far sì che le donne si sentano meno sole, insomma non è solo una loro battaglia, deve anche essere nostra, degli uomini, che devono svegliarsi e – citando una frase disgustosamente in voga oggi e usata a sproposito – assumersi le proprie responsabilità. Credo che Mila sia un personaggio che urla, questo sì. Victor Gischler ha detto che Mila è uno splendido esempio di un archetipo: prendi una donna, rovesciale il mondo addosso, dalle una spada e una pistola e fai un passo indietro e resta a guardare. Mi sembra una definizione bellissima che coglie in pieno il senso del personaggio. Mila non è nata così, qualcuno l’ha fatta così. Sono stati quattro uomini vigliacchi, quattro rifiuti umani. Mi viene da ridere quando mi chiedono se c’è misandria in lei o odio per gli uomini. Ma che domanda è? Credo che nessuno di noi uomini sappia che cosa significhi essere stuprati, fisicamente intendo. Penso però che sia una di quelle tragedie che ti taglia l’anima, che ti spezza dentro. Credo che il verbo profanare sia davvero il più corretto per una cosa del genere. Mila è una donna spezzata che decide di non subire più e in questo opporsi al male assoluto, che ha subito, smarrisce la misura, ma ne esiste forse una per una cosa come lo stupro? Senza contare che non c’è nessun piacere nel non riuscire a perdonare gli uomini, nel restarne marchiate e nel cercare di tornare ad innamorarsi di loro, nonostante tutto, senza peraltro riuscirci. Ecco, nella Mila di Regina Nera c’è tutto questo, ma come giustamente dicevi tu, c’è molto dolore e orgoglio femminile anche in Laura Giozzet o in sua figlia Giulia o in Edith. Io spero che questo romanzo sia letto da più donne e uomini possibili, per sapere cosa ne pensano, punto. Se poi ci troviamo un giorno a qualche presentazione e a parlarne, be’ allora ne sarò felice. E in effetti questo è proprio quello che mi capita. Ed è fantastico.

Parlaci un po’ della trama, quali sono i temi più importanti del romanzo?

Molti li abbiamo detti: la sopraffazione dell’uomo nei confronti della donna anzitutto, le sette e i meccanismi di manipolazione e condizionamento, la teoria del complotto, una rilettura pop della letteratura gotico – romantica tedesca, penso ad autori come Friedrich Schiller, Ernst Theodor Amadeus Hoffman, Theodor Storm, Novalis, per non parlare del mio sfrenato amore per il Nibelungenlied, le saghe dell’Edda, e certi temi mitologici e del folclore europeo come la Caccia Selvaggia.

Hai il romanzo pianificato in mente prima di iniziare a scrivere?

Dipende. Con Mila non è possibile, perché lei è molto istinto; non solo, certo, però è una creatura istintiva, sensibile, impulsiva, estrema, fragile, contraddittoria, violenta, disperata, dolce e quando hai un personaggio così non ce n’è, non puoi preparare una scaletta oppure se la fai, be’ te la manderà in fumo dopo tre pagine. Mila non può essere controllata, non è proprio possibile, è fuori controllo per definizione. Il che crea un bel problema se qualcuno mi chiede una sinossi. Fortuna che Colomba e Massimo (Carlotto) sono comprensivi da questo punto di vista. Direi che una storia di Mila nasce attraverso strappi progressivi. Vedo le sue idee che frullano nell’aria e provo a pescarle tenendomi a debita distanza, eh eh. Ma è il bello di Mila no? L’istinto è fondamentale e la fedeltà alle storie che lei vuole raccontare pure. Temevo che i lettori non capissero, ad esempio, questa storia così cupa e crudele invece non solo l’hanno capita ma la stanno amando, perché il personaggio ti dice in faccia quello che è. Adoro i lettori di Mila, siete i migliori, ragazzi! E RAGAZZE! Invece, nel caso del prossimo personaggio, che sarà protagonista di un romanzo in arrivo a inizio 2014, ebbene in quel caso la “costruzione” è stata fondamentale, ma questo perché quel personaggio, maschile, è assolutamente razionale, anche se poi anche lui ha la sua bella carica umana. Ma la professione che svolge, il metodo che adotta, le scelte e la ponderazione, l’analisi e la cura sono chiavi di percezione e comprensione che certamente lo aiutano a superare i drammi, anche se poi, come dicevo, anche questo personaggio avrà le sue difficoltà esistenziali, i suoi abissi, i suoi sipari interiori, ma è un uomo ed è un alienista, quindi qualcuno che per certi aspetti è agli antipodi rispetto a Mila. Il che lo rende altrettanto affascinante, peraltro, ma in modo diverso. Ecco, dal mio punto di vista, l’immersione nel personaggio, nel mare profondo del suo carattere, è fondamentale: solo così posso sperare di raccontare qualcosa di credibile e la storia che ne esce dev’essere profondamente sua, non mia, per certi aspetti è come se traducessi in segni quello che lui vive. In questo senso, se vuoi, c’è un metodo nel delirio che provo a mettere su carta.

Quali sono le parti del libro che ami di più? Le scene che hai scritto di cui sei più soddisfatto?

Guarda non saprei, lascio che siano i lettori a giudicare. Certo, posso dirti che la parte onirica, quella degli incubi di Mila è stata quella che mi ha fatto penare, ma anche le sequenze d’azione, portate davvero all’estremo in questo secondo capitolo, hanno richiesto una preparazione e un’attenzione, un controllo e una cura assoluti, per cui ho dovuto pensarle e ripensarle prima di rappresentarle. Il tentativo è stato quello di usare la penna come una telecamera, lavorare sulle inquadrature, sul montaggio, sul ritmo, insomma è stata una bella sfida anche quella.

Il personaggio di Mila in questo romanzo è più avvolto da ombre che da luci. Il suo doloroso passato in un certo senso condiziona il suo presente. Perché hai deciso di dare al personaggio queste connotazioni dark?

Per quello che Mila è diventata dopo quello che le è successo. E quello che le è successo è davvero devastante. E non è qualcosa che può essere liquidato con un romanzo o un duello. Proprio per niente. Considera questi due romanzi come altrettanti capitoli di una grande saga. Mila ha molto altro da raccontare, basta volerla ascoltare. Proprio come le donne con cui viviamo. Proviamo a stare zitti un attimo. La voce di Mila è la litania della violenza subita e risputata addosso. Occhio per occhio. E non migliorerà, credimi.

C’è molta azione nel tuo romanzo. Scrivere buone scene di combattimento è tutt’altro che facile, bisogna avere nozioni di balistica, conoscere le arti marziali, i tempi di reazione di un vero combattimento. Ci vuole intuito, preparazione, senso dello spazio. E’ quasi una coreografia da realizzare semplicemente con le parole. Anche autori con molta esperienza ne avvertono la difficoltà. Come ti sei documentato?

Le scene d’azione arrivano da molte letture e dal costante bombardamento di film con cui mi mando definitivamente in acqua il cervello eh eh. Robert Louis Stevenson studiava le pagine degli autori che amava e le riscriveva a memoria sul foglio. Credo che sia chiaro quali sono gli autori che amo a livello di sequenze action e li studio costantemente. Ho riscritto le loro pagine, filtrandole con il mio gusto personale e alla fine mi sono impadronito di una tecnica che ho arricchito con la mia sensibilità. Adoro leggere e scoprire nuovi modi di rendere le cose, adoro guardare i film e scoprire soluzioni differenti, punti di vista sorprendenti. Chi dice che non si ispira a nessuno mente e se per una qualche ragione dovesse essere come dice lui molto probabilmente scriverà delle cose noiosissime. Gli scrittori che non leggono sono pessimi scrittori, io ho avuto la fortuna di conoscere grandissimi autori e, credimi, leggevano tutti molto più di me. E io leggo veramente tanto. Poi, certo, internet, le riviste specializzate, il poligono di tiro… ma alla fine quello che cerchi di fare è montare lo show e niente monta lo show come una sparatoria raccontata bene o come un duello spettacolare, insomma se scrivi un certo tipo di storie, è chiaro.

La tua interpretazione della mitologia germanica mi ha ricordato in un certo senso Derek Nikitas e il suo interesse per la mitologia norrena, presente nel suo romanzo I fuochi del nord. Pensi di essere in debito con questo autore?

Certo, è un autore pazzesco ma allo stesso tempo sono in debito con Ernst Theodor Amadeus Hoffman e il suo La donna vampiro e con I masnadieri di Friedrich Schiller e con Gli inni alla notte di Novalis e con Billy Morgan di Joolz Denby e una marea di altre storie. Però, certo, Nikitas è uno scrittore che ho amato tantissimo, non a caso ho rotto l’anima ai ragazzi di Edizioni BD per pubblicarlo fino a sfinirli… e poi uno che diventa il pupillo di Joyce Carol Oates dev’essere bravo per forza, credo.

C’è molta musica nel tuo romanzo, Heavy Metal per la precisione. Una musica carica di energia, energia buona, una musica a torto demonizzata. Ricordo che da ragazzina ne ascoltavo parecchia, poi crescendo sono passata al jazz, al blues. Se dovessi ideare una colonna sonora ideale per il romanzo, quali canzoni heavy sceglieresti?

Be’ c’è pure molto hard rock, dunque vediamo ti dico cosa ho ascoltato io in heavy rotation: Keep on Swinging dei Rival Sons; Candele di Simone Piva & I Viola Velluto; Mama I’m Coming Home di Ozzy Osbourne; Ace of Spades dei Motörhead; A Conspiracy, Black Crowes; Enter Sandman, Metallica; Rasputin, Turisas; Rock me like the Devil, Crucified Barbara; Fire it up, Black Label Society; War Pigs, Black Sabbath.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Non credo, però è chiaro che le critiche davvero positive che sono arrivate ai due romanzi di Mila mi hanno fatto molto piacere, se ti dicessi il contrario sarei falso come Giuda. Ma non cerco il plauso dei critici, quello che mi ha colpito è che pur scegliendo le storie che volevo scrivere, cercando di essere fedele alla volontà dei personaggi, siano arrivate tutte le recensioni e le interviste e gli articoli che sono arrivati, a dimostrazione della grande apertura e intelligenza che ha la critica italiana. Poi, certo, qualcosa di buono devono averci letto, nei romanzi, immagino. Da parte mia li ringrazio, e tanto, e spero di continuare a far bene, questo sì.

Parliamo adesso della tua collana Revolver, per Edizioni BD. Quali sono le prossime novità?

“Notte sanguinaria” di Allan Guthrie, un romanzo pazzesco e “Il gioco del suicidio” di Victor Gischler… ci siamo capiti? State in campana, eh eh.

Ci sarai alla Fiera del libro di Torino a Maggio? Quali autori porterai?

Sì, sarò allo stand E/O sabato e domenica, mentre venerdì presenterò insieme a Luca Crovi, Tullio Avoledo, Simone Sarasso, Paolo Roversi e altri autori la bellissima antologia, edita da Multiplayer, Le realtà in gioco, cui ho partecipato con un racconto decisamente urban fantasy. Si tratta di un progetto splendido che approfondisce il tema della narrativa videoludica tenendo una linea sottile fra realtà virtuale e quotidiano, utilizzando il mondo e la dimensione del videogame come cardine narrativo. Esce per una delle case editrici più attente, stimolanti, vivaci e attive degli ultimi anni e sono davvero felice che mi abbiano voluto a bordo per il progetto. Sabato e domenica invece con Mila allo stand E/O inoltre sempre domenica sarò fra i relatori a una presentazione organizzata da LA CASE BOOKS di Giacomo Brunoro che proverà a raccontare la nuova narrativa fra digitale e carta, un incontro che si preannuncia molto interessante. Dal dieci al diciassette maggio sarò in tour per l’Italia con Ray Banks e Allan Guthrie, direi non male.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco lo splendido romanzo di Pierluigi Porazzi “Nemmeno il tempo di sognare”, sto leggendo contemporaneamente il sorprendente e bellissimo “Il flagello di Roma” di Michele Gazo per la collana Rizzoli Max che sto trovando sempre più interessante con titoli come “Invictus” e “Absedium”, poi “La morte di Dracula” fumetto di Victor Gischler e Giuseppe “Cammo” Camuncoli e “I resti di Jacinto” di Karen Traviss, romanzo della saga di Gears of War edito da Multiplayer. Ho appena terminato anche “12 Children of Paris”, nuovo romanzo di Tim Willocks, in uscita questo maggio per Jonathan Cape, e l’affresco epico fantasy incredibile di Joe Abercrombie “The Heroes” per quei geniacci di Gargoyle Books.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente successo durante questi incontri.

Adoro fare tour promozionali. Be’ molto divertente è stato quando Victor Gischler ha voluto comprare le Winx per le nipotine e siamo andati al supermercato del giocattolo a Piacenza. Ho visto l’uomo di Baton Rouge svaligiare un’intera corsia e poi carico di bambole e scettri fatati andare in cassa a pagare, un momento di puro delirio: quell’uomo è un pazzo.

Oltre che scrittore sei anche traduttore. Quali sono i tuoi prossimi lavori di traduzione?

Dunque ho appena finito di tradurre Money Shot di Christa Faust, romanzo finalista all’Edgar Award che uscirà quest’autunno per Revolver, ho tradotto la miniserie a fumetti di Spike, firmata da Victor Gischler e un paio di fumetti di Joe R. Lansdale, tanto per stare in allenamento. Entrambi questi lavori usciranno in estate per Edizioni BD. Fra poco dovrei partire con la serie dei G I JOE.

Progetti per il futuro?  

Un thriller storico virato al gotico, una trilogia di romanzi urban fantasy con vampiri su cui sto lavorando, il terzo romanzo di Mila, una commedia pulp, parecchi fumetti in forno.

:: Segnalazione di Destini di sangue. Un’indagine dell’ispettore Sangermano di Marco Di Tillo (Arkadia Editore, 2013).

7 Maggio 2013 by

Invito Aperitivo in gialloUna Roma gelida e piovosa. Il Natale alle porte. Per Marcello Sangermano, ispettore dell’Unità Operativa per i Crimini Seriali, laico consacrato e uomo di profonda umanità che nella vita privata si occupa del reinserimento di giovani ex tossicodipendenti, non può esserci fine anno peggiore. Da qualche mese si aggira per Roma un assassino sadico e spietato i cui obiettivi sono innocui anziani trucidati senza alcuna pietà e poi fatti a pezzi. Nonostante le indagini frenetiche, la pressione dell’opinione pubblica spaventata e delle autorità che chiedono con decisione una soluzione al problema, la ricerca del colpevole è a un punto morto. A soccorrere Sangermano sarà un indizio fortuito che lo porterà sulla giusta strada, segnata dagli incroci coi vicoli di un passato torbido e squallido.

Marco Di Tillo ha scritto per più di vent’anni programmi televisivi e radiofonici per la Rai, insieme a Serena Dandini, Piero Chiambretti, Nanni Loy, Enza Sampò. Ha scritto e diretto per il cinema la commedia “Un anno in campagnae ha diretto, sempre per il cinema, il giallo per bambini “Operazione Pappagallo, scritto insieme a Piero Chiambretti e Claudio Delle Fratte. È autore dei romanzi d’avventura Il giovane cavaliere (Einaudi) e Tre ragazzi ed il sultano (Mursia). È inoltre autore delle favole illustrate Mamma Natale e Mamma Natale e i Pirati (entrambi editi da Mursia). Come autore di fumetti ha scritto tra l’altro per “Il Giornalino” i testi per le serie “I grandi del cinema”, “I grandi del jazz”, “I grandi del calcio” insieme ai migliori disegnatori italiani. È stato vincitore del premio “Nuova Strip italiana” con la striscia Piero (disegni di Fabio Petrassi) e premiato al Salone dei Comics di Lucca. È autore insieme allo scrittore americano Augustine Campana del thriller “The Other  Eisenhower” pubblicato di recente negli Stati Uniti dalla Webster House Publishing.

:: Il Cile paese ospite d’onore al XXVI Salone Internazionale del Libro di Torino Lingotto Fiere dal 16 al 20 Maggio 2013

7 Maggio 2013 by

pablo-nerudaQuest’anno sarà il Cile il paese ospite d’onore del Salone del libro di Torino 2013. Molti gli appuntamenti dedicati alla cultura del Cile, dunque.
Per la poesia in una serata condotta da Luis Sepulveda con Bruno Arpaia si leggeranno testi di Gabriela Mistral, la prima donna latinoamericana a ottenere il Premio Nobel nel 1945, di Pablo Neruda, anch’egli premio Nobel, di Gonzalo Rojas, Vicente Huidobro e Nicanor Parra. Con loro una nuova generazione di poeti come Oscar Hahn, Raul Zurita, e Elikura Chihuailaf, esponente di spicco della minoranza mapuche.
Per la narrativa la moglie Carolina Lopez, Javier Cercas, e Roberto Brodsky ricorderanno Roberto Bolaño sabato 18 alle ore 21 Sala rossa, accompagnati da nuove voci come quelle di Alejandro Zambra, Lina Meruane e Maria José Viera-Gallo.
Luis Sepulveda presenterà il suo nuovo libro Ingredienti per una vita di formidabili passioni, (Guanda) oltre al quale il decano degli scrittori cileni Jorge Edwards, narratore e diplomatico (oggi ambasciatore a Parigi), sarà presente per un incontro con l’autore venerdì 17 alle ore 18, Spazio Cile.
Ci saranno inoltre Roberto Ampuero, padre dell’investigatore Brulé, protagonista di sei romanzi tradotti da Garzanti e  Arturo Fontaine, che si misura con il tema del tradimento attraverso la storia di tre donne che, già militanti di sinistra, diventano tra le più spietate collaboratrici del regime di Pinochet. Alejandro Zambra presenterà il suo romanzo Modi di tornare a casa tradotto da Mondadori. Poi ci saranno Lina Meruane, di origini palestinesi con «Sangue negli occhi» (La Nuova Frontiera) e Maria-José Viera Gallo che racconta i difficili percorsi di formazione di giovani donne nel Cile dello sviluppo industriale

Per il programma completo degli incontri dedicati al Cile rimando al sito del Salone del Libro http://www.salonelibro.it/programma/eventlist.html?filter=%20-%20paese%20ospite:%20il%20Cile&filter_type=title

:: Recensione di Il labirinto occulto, Luca Filippi, Leone editore 2013 a cura di Viviana Filippini

7 Maggio 2013 by

il-labirinto-occulto_LRGMistero, frasi da interpretare e segni da decodificare uniti ad un buona dose di azione e suspense ad alta tensione sono gli ingredienti della nuova avventura con protagonista Tiberio Di Castro, l’esperto di necroscopia uscito dalla penna di Luca Filippi. Di Castro è uno speziale nella Gorizia del 1503. Qui, si è trasferito dopo essersi lasciato alle spalle – per cause di forza maggiore – il soggiorno romano di lavoro e studi. Il cerusico è  un uomo compatto, tutto razionalità, scienza e poco interesse per le scartoffie di magia, ma il bruto e inspiegabile assassinio del mercante di libri De Visser, porterà Tiberio a lasciarsi coinvolgere in un’ intricata indagine per capire chi ha ucciso il mercante e soprattutto cosa stava cercando di tanto importante. E sarà proprio la scoperta di un antico manoscritto appartenente ad una civiltà scomparsa a calamitare gli interessi di Tiberio e di meschini esponenti del clero pronti a tutto – compreso il commissionare omicidi-  pur di impossessarsi dell’importante reperto.  Il labirinto occulto è ambientato tra Gorizia, Venezia, Capodistria, Ravenna e la Roma del Cinquecento italiano, luoghi nei quali Tiberio dovrà affrontare invasioni dei popoli Turchi, oscure creature e il pregiudizio popolare, mantenendo una particolare attenzione a quello che accade nell’Urbe, dove papa Alessandro VI muore dando il via ad una oscura maledizione. Nell’indagine Tiberio non è solo, accanto a lui compaiono alcuni interessanti personaggi che nel corso della narrazione dimostreranno di essere astuti, geniali e perspicaci nel sostenere lo speziale nella sua ricerca. Isabella De Visser, il guerriero Vilko, il suo signore Lovro Ilko, Bona Almerigonga e anche l’ambiguo – in tutti i sensi – chierico Jean Christophe sembrano gli uni distanti dagli altri, ma in realtà a legarli ci sono piccoli frammenti di vita vissuta che emergeranno pagina dopo pagina nella trama creata da Filippi. Questi personaggi non sono dei semplici comprimari che hanno il compito di sostenere Tiberio nell’indagine e di far incedere la narrazione del Labirinto occulto. Loro sono attori importanti che hanno tanto da dire e da fare, per imparare e tramandare nel tempo conoscenze importanti necessarie alla salvaguardia del genere umano. Tutti i protagonisti di questa avventurosa caccia all’antico reperto e all’assassino sono dotati di una molteplicità di sentimenti ed emozioni che li rendono ambigui, fragili e umani, perché nonostante cerchino di mantenere il sangue freddo e il controllo su ogni cosa che li travolge, il loro animo e cuore dimostreranno una sensibilità che va oltre la dimensione letteraria che li rende persone dotate di una fine psicologia. Anche in questo nuovo libro edito da Leone, Luca Filippi dimostra tutta la sua passione per la storia passata mescolando elementi e persone realmente esistiti con personaggi ed accadimenti concepiti dalla fantasia, in un impianto narrativo solido dove i colpi di scena arrivano all’improvviso spiazzando chi legge. Il ritmo è così intenso e costante da spingere il lettore ad incedere pagina dopo pagina alla scoperta dell’epilogo di questa intricata indagine nella quale Tiberio di Castro è coinvolto. Curiose sono anche le descrizioni delle operazioni chirurgiche compiute dal cerusico  nel Cinquecento, che fanno capire a chi legge quanto i mezzi a disposizione fossero minimi e quanto fosse importante per chi faceva il medico riuscire a salvare e guarire una vita. Interessante – e molto utile direi per i rimandi alle fonti –  la nota finale nella quale Filippi ci spiega tutti i riferimenti espliciti alla realtà passata con nomi e documenti presenti all’interno della narrazione sotto spoglie letterarie.

Luca Filippi, romano, è nato nel 1976 sotto il segno del Leone. Dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia. Attualmente lavora come medico ospedaliero. È sposato con Antonella ed è padre di Lucilla e Alessandro. Ama leggere, soprattutto noir e romanzi storici. Nella scrittura cerca di coniugare la passione per il passato con quella per l’indagine scientifica. Per Leone Editore ha pubblicato L’arcano della Papessa – Intrigo alla corte dei Borgia, I diavoli della Zisa Sangue giudeo; inoltre, ha scritto i racconti «Il marchio della strega» per l’antologia La superbia(Giulio Perrone Editore) e «La neve a Trieste» per l’antologia Leon Battista Alberti (Albus Edizioni). Scambia opinioni su storia e letteratura attraverso il blog lavibrazionenera.blogspot.com.

:: Recensione di 1408 racconto contenuto nella raccolta Tutto è fatidico di Stephen King (Sperlig & Kupfer, 2005) a cura di Micol Borzatta

7 Maggio 2013 by

fatidicoIl 20 aprile 2013 alle ore 21:00 è andato in onda su Sky Cinema Max il film 1408 tratto dall’omonimo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta Tutto è fatidico, collana Narrativa, traduzione di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer, 2002. La visione del film mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano questo bellissimo libro che oltre a una trama avvincente ha anche una storia molto particolare alle sue spalle.
La storia narra di uno scrittore Mike Enslin, che scrivi libri sui luoghi infestati demolendoli con il suo non credere, che vuole a tutti i costi pernottare nella stanza 1408 del Dolphin Hotel.
La stanza è famosissima per essere stata palcoscenico di numerosissime morti, sia suicidi che morti naturali.
Mike ovviamente non crede che una stanza possa essere la mandante o la causa delle morti e alla fine riesce, andando per vie legali, a pernottare nella camera.
Qui la vicenda è molto diversa se si legge il libro o se si guarda il film, perché nel film vengono evidenziate di più le manipolazioni della realtà causate dalla stanza, nel libro invece Stephen King descrive il tutto da un punto di vista diverso dal normale, infatti la storia degli avvenimenti che accadono è raccontata esclusivamente dal registratore che stava usando Mike all’interno della stanza per prendere appunti per il libro e che viene recuperato dai resti bruciati.
Non si sa assolutamente nulla di quello che è accaduto nella stanza ma si percepisce esclusivamente lo stato d’animo e di terrore di Mike che cambia diventando sempre più ossessivo e pesante di pagina in pagina.
Due linee quindi completamente diverse ma che ottengono assolutamente lo stesso risultato: tenere il lettore o lo spettatore incollato fino all’ultima pagina.
Come dicevo all’inizio questo racconto di Stephen King ha una straordinaria storia alle spalle. Innanzitutto è cortissimo. Il racconto infatti nasce come piccolo raccontino esclusivamente da inserire nel suo libro On Writer come esempio pratico di come si struttura un racconto e lo si modifica, se non fosse che mentre stava scrivendo il racconto ha incominciato a vivere di vita propria, come racconta lui stesso nella prefazione, e a descriversi e compilarsi da solo.
Anche se molto diverso dai soliti lavori di Stephen King, si nota subito la mano del maestro e riesce anche nella sua brevità a trasmettere al lettore tutto lo stato psicologico e mentale del protagonista.
Un’ ottima lettura adatta a chiunque non sia troppo influenzabile dagli stati psicologici e ansiosi del protagonista.
Ancora una volta un capolavoro del maestro che sa sempre come superarsi.

Stephen King nasce a Portland nel 1947. Scrittore e sceneggiatore statunitense è uno dei più celebri autori della letteratura horror del XX secolo e nel romanzo gotico.
Inizia la sua carriera di scrittore nel 1974 con Carrie.
A oggi ha pubblicato sessanta opere.
Molte delle sue opere hanno avuto trasposizioni cinematografiche e televisive con registi della portata di Stanley Kubrick, John Carpente, Brian De Palma, David Cronenberg e Frank Darabont.

:: Un’ intervista con Eleonora C. Caruso a cura di Elena Romanello

7 Maggio 2013 by

comunque vada non importaOggi si parla spesso di disagio giovanile, che non si esprime più solo con droga e sballi di vario tipo, ma anche con il rinchiudersi in se stessi e in passioni autoreferenziali, una tendenza che è stata individuata e studiata in Giappone, il Paese da cui arrivano manga ed anime, con gli otaku, i patiti di fumetti e di animazione, e gli hikikomori, le persone soprattutto giovani che si chiudono in casa tra videogames e manga.
Eleonora C. Caruso, nota con lo pseudonimo di CaskaLangley, ha raccontato una storia di hikikomori italiani in Comunque vada non importa, edito da Indiana, un libro di debutto interessante che rivela un mondo che interessa giovani e meno giovani, attraverso la storia di Darla, ragazza milanese che passa le sue giornate davanti al computer e attaccata ai manga, e che esce di casa solo per andare in fumetteria, finché un evento non la porterà a rivedere le sue priorità.

Questo libro è il tuo esordio in libreria, ma tu sei già nota come autrice di fanfic, le storie ispirate a fumetti, cartoni animati, film e telefilm.

Io do per scontato che prima di pubblicare un libro si è già scritto altro. Ho iniziato una decina d’anni fa a pubblicare fanfiction, e facendo così ho capito ad un certo punto che mi sarebbe piaciuto pubblicare qualcosa di mio. Ho iniziato questa mia attività nel 2000, quando Internet era all’inizio, vedendo che venivano lette e commentate, e anche apprezzate. Ho iniziato con storie su Neon Genesis Evangelion, poi sono passata anche a Final Fantasy, Full metal alchemist, Sailormoon, Sherlock e X-men, ne scrivo tuttora e sono nel sito di EFP Fanfiction.

Come hai immaginato il personaggio di Darla e gli altri comprimari del libro?

Mi rendo conto che i miei personaggi sono un po’ angoscianti per come vivono e si comportano. Mi sono chiesta come punto di partenza che protagonisti avrei voluto, e ho pensato ad una ragazza che sarebbe potuta essere una mia amica, piena di difetti, a tratti da prendere a schiaffi e indisponente.

Come sei arrivata a pubblicare?

Tramite i contatti che ho preso alla rassegna Pordenone legge, una mia fanfiction era stata letta da Loredana Lipperini che mi aveva consigliato di propormi. Ho scelto Indiana perché è stata la prima casa editrice a rispondermi e perché comunque è una piccola casa editrice presente e che fa girare i suoi titoli.

Il tuo pubblico di Internet è passato in libreria a comprare il libro?

Sì, e ne sono stata molto contenta, perché ero preoccupata che non piacesse ai miei lettori, che hanno letto tante mie cose, ma diverse da questo libro.

Quali sono i tuoi must come libri, cinema, serie tv,  fumetti e simili?

Sono arrivata a leggere tardi, in casa mia non c’erano molti libri, comunque adoro classici come Cime tempestose, e anche autori di oggi come Michael Cunningham e Richard Yates. Ovviamente mi piacciono molto manga ed anime, per quello che riguarda le serie tv nomino un classico di sempre come Buffy the vampire slayer e il recente Breaking bad, decisamente fuori dalle righe e politicamente scorretto.

Ma in definitiva di cosa parla il tuo libro?

Parla di una solitudine autoimposta, quella di Darla, emblematica di un problema di oggi, quello di tagliare fuori gli altri dalla propria vita e di arrivare a non uscire più di casa, una cosa che per lei è una necessità. Bisogna dire che questa forma di isolamento colpisce soprattutto nei centri piccoli, chi vive lì e non si riconosce nel branco ha come unica alternativa quella di isolarsi. Sono partita comunque da cose che conosco bene, il mondo dei vari fandom, che è il mio ambiente di riferimento.

Prossimi progetti?

Al momento sono alle prese con una fanfiction di Full metal alchemist ambientata in un universo parallelo e poi vedrò a cosa lavorare.

:: LE CORDE DELL’ANIMA – Cremona, dal 31 maggio al 2 giugno 2013

6 Maggio 2013 by

image001Milano, 6 maggio 2013. Presentata oggi la quarta edizione per il Festival “Le corde dell’Anima” di Cremona che si tiene quest’anno dal 31 maggio al 2 giugno e si conferma uno tra gli appuntamenti più interessanti del variegato panorama dei festival culturali italiani, con una formula originale che unisce letteratura e musica in un unico grande spettacolo. Forte del grande successo della passata edizione che ha visto raddoppiare in soli tre anni il numero degli spettatori – 30mila nel 2010, 40mila nel 2011, 60mila nel 2012 –  anche quest’anno il Festival ha in programma oltre 40 incontri con più di 100 protagonisti, per la gioia del pubblico che si è sempre mostrato appassionato e caloroso. Piazza Duomo, il Cortile Federico II, Piazza della Pace, Palazzo Affaitati, Palazzo Calciati, il recentissimo Museo del Violino, luoghi storici della città nota in tutto il mondo per la sua grande tradizione musicale, fanno da suggestivo palcoscenico a scrittori, musicisti e artisti che si alternano in un accostamento continuo di voci diverse, di parole, note e suoni in dialogo, con un ricco programma di incontri e concerti, reading, anteprime, spettacoli e laboratori.

Le anteprime

Tre gli appuntamenti in anteprima per il pubblico di Cremona: anteprima mondiale per il Premio Pulitzer Paul Harding che sul palco di piazza del Duomo legge pagine dal suo prossimo libro, Eron (Neri Pozza) in uscita in autunno, cimentandosi anche alla batteria, con l’accompagnamento di Tony Bowers al basso; anteprima italiana per la regina del thriller internazionale Tess Gerristen che debutta con il nuovo romanzo, L’ultima vittima (Longanesi), mostrandosi nell’inedita veste di violinista; e per Karim Miskè che presenta il suo singolare noir Arab Jazz (Fazi) ambientato nella Parigi multietnica la cui atmosfera è ben restituita dalle note jazz di Rita Marcotulli e Luciano Biondini.

Gli ospiti internazionali

La carrellata di ospiti internazionali continua con Quim Monzò, celebrato sceneggiatore dei film di Bigas Luna, il cui mood ironico è qui ben interpretato dallo scanzonato duo The Sweet Life Society; Sergio Alvarez accompagnato dalle sonorità sudamericane degli Atlantico Negro; Tim Parks con l’ultimo avvincente romanzo Il sesso è vietato (Bompiani) insieme ad Alice; le scrittrici spagnole Alicia Gimenez Bartlett, signora del giallo e grande appassionata di jazz, insieme a The Thrust; e Clara Sanchez, l’autrice più letta del momento, accompagnata dalla voce di Antonella Ruggero e dalle letture di Federica Fracassi.

Gli ospiti italiani

Non meno noti gli ospiti italiani, pronti a raccontarsi e confrontarsi in un dialogo eccellente tra parole e musica: Daria Bignardi, che nella sua Acustica perfetta (Mondadori) narra di un violinista, incontra Uto Ughi; Lella Costa con il suo sguardo ironico dialoga con Pacifico; Pupi Avati presenta la sua recente autobiografia, che svela una vita nel cinema volendo essere un musicista, accompagnato dalla celebre tromba di Paolo Fresu; Salvatore Niffoi racconta la grande amicizia con Fabrizio De André, insieme a Dori Ghezzi e il figlio Cristiano; Vinicio Capossela prosegue il suo omaggio alla Grecia e presenta la nuova fatica letteraria Tafteri. Il libro dei conti in sospeso (Il Saggiatore) fresco di stampa; Franco Battiato e Manlio Sgalambro scoprono, attorno al libro Teoria della canzone (Bompiani), un’amicizia e un’alleanza creativa; Gianni Biondillo e Luca Crovi incrociano le loro atmosfere noir con le musiche di Carlo Fava, Gianni Mura svela le sue passioni tra le pagine di Tanti amori (Feltrinelli), in uscita a breve, accompagnato dalla chitarra di Ricky Gianco; Lorenzo Amurri ripercorre in Apnea (Fandango) la sua drammatica storia, diventata un caso letterario, con il sonoro di Laura Arzilli e Roberto Sinigaglia; Daniele Bresciani, accompagnato dalle canzoni di Roberto Angelini, presenta il recentissimo Ti volevo dire (Rizzoli); Francesco Carofiglio parla di Wok (Piemme) con la colonna sonora di Guano Padano mentre Luca Bianchini si affida alle melodie di Bianco per raccontare il nuovo romanzo sull’amore ritrovato Io che amo solo te (Mondadori). Chiude il Festival, domenica sera in Piazza Duomo, il recital per pianoforte e voce di Moni Ovadia e Carlo Boccadoro.

Musica, musica, musica…

Come da tradizione, nei tre giorni del Festival grande attenzione è data alla musica in tutte le sue declinazioni, spaziando dalla classica, al jazz, dal pop al rock alla musica etnica. Si va dalle 500 storie che hanno fatto la storia del rock di Ezio Guaitamacchi riproposte dalla bella voce di Brunella Boschetti Ventura, all’appassionata narrazione autobiografica delle canzoni degli ultimi 50 anni di Luigi Manconi, con Maurizio Maggiani presentatore d’eccezione e Vasco Brondi di Luci della Centrale Elettrica al pianoforte;  dal dj set di Laura Gramuglia e Guido Vitiello agli aneddoti sul panorama musicale emergente di Francesco Bommartini accompagnato dai Perturbazione. Non mancano gli omaggi, la musica dei ricordi. Primo fra tutti quello a Lucio Dalla con il racconto appassionato di Marco Alemanno Dalla luce alla notte (Bompiani) e la reinterpretazione dei brani più celebri del cantautore di Marta sui tubi. Alla leggenda dei Beatles è dedicato l’incontro con Andrea Kerbaker, Alberto Tonti e Franco Zanetti che con Let it Beatles (Skira) celebrano i 50 anni dalla nascita del più famoso gruppo musicale del Novecento, con la partecipazione del complesso Miscellanea Beat. Molto attesi anche gli appuntamenti dedicati agli amanti della musica classica, con il maestro iraniano Ramin Bahrami che accompagnandosi al pianoforte testimonia la fuga dall’oppressione descritta nel libro Come Bach mi ha salvato la vita (Mondadori); con il musicologo di vasta e raffinata sensibilità Paolo Terni che nel suo La melodia nascosta (Bompiani) ripercorre lo straordinario percorso esistenziale; con il fascino immortale delle atmosfere veneziane pervase dalla Sonata a Kreuzer  descritte da Giorgio Caponetti in Due belle sfere di vetro ambrato (Marcos y Marcos), qui accompagnato al pianoforte da Massimo Fiocchi Malaspina.

Cambia mestiere

Due originali appuntamenti chiudono le giornate di venerdì e sabato, Due incontri nei quali scrittori, musicisti, attori e giornalisti giocano a mostrarsi in vesti insolite. Niccolò Ammaniti svela il suo volto inedito di profondo conoscitore di musica contemporanea, accompagnato al piano da Vittorio Cosma; la voce del gruppo cult Virginiana Miller Simone Lenzi veste con La generazione (Dalai) i panni dello scrittore e dialoga con il beniamino del pubblico Marco Malvaldi, per l’occasione cantante, e Thony, cantante nei panni di attrice nel film di Virzì di prossima uscita tratto dal romanzo.

Suggestioni etniche

Sabato dopo la mezzanotte tre celebri poeti dagli Emirati Arabi evocano le atmosfere del loro mondo tra tradizione e modernità, accompagnati dai virtuosismi di Marwan Abado, maestro di oud. Una Notte Araba resa possibile grazie alla Fondazione Sheikh Zayed Book Award, promotrice di un prestigioso premio letterario tra i più ricchi al mondo, il cui obiettivo è far nascere, sviluppare e consolidare i rapporti tra tutte le culture. Frutto della collaborazione con il progetto Lingua Madre, rinnovata anche quest’anno, è l’incontro con le tre autrici vincitrici dell’VIII edizione del Concorso Lingua Madre, la cui premiazione avverrà al Salone Internazionale del Libro di Torino il prossimo 20 maggio. Dalla Turchia, dal Brasile e dalla Romania fino all’Italia, Guel Ince, Karla Pegorer Dias  e Irina Turcanu raccontano le loro esistenze divise a metà con l’accompagnamento musicale dell’Orchestra di via Padova.

Le attività collaterali

Arricchiscono il programma del Festival diverse attività collaterali e iniziative di turismo culturale che guideranno i visitatori alla scoperta di percorsi ed esperienze insolite. Tra le principali: In rotta sul Po, battello in partenza dal pontile Largo Marinai d’Italia, sul quale  Guido Conti presenta Il grande fiume Po (Mondadori). Curiosità e aneddoti in navigazione con l’accompagnamento musicale di Vladimir Dennisenkov alla fisarmonica (sabato 1 giugno, alle 17 e alle 18).
Genius Loci, un percorso (parkour) di arte partecipativa per “sentire” i luoghi della città, scandito da un banditore che guiderà il pubblico in un’originale sequenza di “reinaugurazioni” di alcuni celebri monumenti cremonesi (domenica 2 giugno dalle 15 alle 17).
Lib(e)ro Scambio. Se ami un libro lascialo libero: un’intera strada, Corso Campi, organizza il primo appuntamento di bookcrossing della città, un modo “diverso” per scambiarsi consigli, suggerimenti e libri, lasciando che siano loro a trovare i lettori, grandi e bambini.
Picnic Library, un parco pubblico che si trasforma in una insolita biblioteca all’aperto e un cestino del picnic nel quale durante i giorni del Festival i bambini troveranno insieme alla merenda racconti da leggere sull’erba.
pAssaggi Accordati, per coniugare cibo, musica e letteratura (Palazzo Cattaneo, domenica 2 giugno dalle 10 alle 17).
In seno al festival. Musica, letteratura e informazione contro il tumore al seno:  l’anima del Festival fa vibrare le proprie corde solidali sostenendo la Scuola italiana di senologia e offrendo alle donne di Cremona un’opportunità per approfondire le tematiche della prevenzione e della diagnosi precoce (Palazzo Trecchi, venerdì 31 Maggio alle ore 18).

Nato da un progetto di Anna Folli e Nicoletta Polla-Mattiot, il Festival si avvale di un comitato scientifico composto inoltre da Vittorio Cosma e Mercedes Meloni ed è reso possibile sotto il profilo organizzativo e finanziario, grazie a PubliAEventi, agenzia che fa capo alla Società editoriale cremonese presieduta da Antonio Piva, oltre a una serie di altri sponsor privati.

LE CORDE DELL’ANIMA – Cremona, varie location del centro storico dal 31 maggio al 2 giugno 2013

Ingresso libero – Info per il pubblico +39 0372 404512

Tutto il programma su www.lecordedellanima.it

:: Recensione di Il cielo di stagno di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

5 Maggio 2013 by

stagnoQuel pomeriggio aveva completato i piani per attraversare il Donez, e poi marciare a nord. Al mattino seguente avrebbe convocato i sottoufficiali anziani, parlato ai tedeschi etnici, controllato ancora una volta l’equipaggiamento. Come attività di previsione, bastava così: aveva imparato a non guardare oltre il domani.
, gli venne da congratularsi, sono impeccabilmente lucido. Svitò il tappo della borraccia. Dottor Bernoulli, alla sua salute.
C’era solo acqua nella borraccia, ma prima di bere Bora l’alzò con un gesto moderato verso il cielo di stagno, già estivo, mentre scendeva la sera.

Ucraina, maggio del 1943. A Merefa, nei pressi di Kharkov, il maggiore Martin Bora, dopo aver trascorso un mese di convalescenza in un ospedale di Praga, sta faticosamente cercando di riprendersi e di tornare alla normalità, per quanto sia possibile in tempi di guerra, ancora segnato dagli strascichi della disfatta di Stalingrado. Fiaccato dal caldo, dalle mosche, dalla febbre tifoidea che ogni sera lo tormenta, sebbene abbia conservato oltre alla vita anche una dolorosa lucidità, quasi un miracolo se si pensa a quanti suoi colleghi si sono suicidati, o sono impazziti, Martin sente di aver perso non solo la fede in Dio e la certezza nella vittoria finale, ma anche l’amore di sua moglie Benedikta, dopo la sua decisione di tornare volontario sul fronte russo.
Questa dolorosa consapevolezza, sommata alla certezza che un limite ormai è stato valicato e mai più si potrà tornare indietro, non arrivano però a far vacillare il suo codice etico e la sua capacità di discernere il bene dal male, e di continuare a perseguire la verità e la giustizia ovunque siano nascoste, ed è così che in questo clima di confusione, di corruzione, di lotta di potere tra organi della Germania hitleriana, conserva la determinazione e la volontà di scoprire quale segreto è nascosto nel bosco di Krasny Yar, mistero che sembra strettamente connesso alla morte di due generali dell’ Armata Rossa finiti in mano tedesca: Platonov e Tibyetsky, detto Khan.
Von Bentivegni, comandante della Abwehr, ordina a Martin Bora proprio di indagare su queste morti, e di ripulire tutto, con la colpevolezza che molte cose devono continuare a restare segrete e bisogna nascondere ogni traccia, ed è così che inizia Il cielo di stagno (Tin Sky, 2013) edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Ben Pastor già autrice di 6 romanzi dedicati al personaggio di Martin Bora, maggiore della Wehrmacht e in forza all’Abwehr, il servizio segreto tedesco, durante la Seconda guerra mondiale,  tra cui Lumen, La canzone del cavaliere e Il signore delle cento ossa e una raccolta di racconti La Morte, il Diavolo e Martin Bora, con questo nuovo romanzo, cronologicamente precedente a Luna Bugiarda, che narra la campagna italiana, ci permette di gettare uno sguardo sul delicato passaggio che costituisce la presa di coscienza definitiva del protagonista sul fatto che il piano hitleriano di predominio sia destinato inesorabilmente a trasformarsi in tragedia.
Molti sono i passaggi che sottolineano questa consapevolezza, sia presenti nel diario che Martin Bora scrive, sia nei capitoli più oggettivi e discorsivi. Fondamentale è lo scoprire le scorte alimentari di marca americana presenti nel carro armato T-34, con il quale Tibyetsky raggiunge le linee tedesche.

Nell’ interno ristretto del T- 34, da cui l’entusiasta Scherer era uscito di malavoglia, Bora fu meno colpito di vedere il sangue dei carristi uccisi che il numero di munizioni e obici in dotazione. Quel che lo impressionò di più furono i viveri di marca americana di cui godevano i russi. Il ricordo della penuria di Stalingrado, specie da parte tedesca, lo turbò, come se le scatolette, le razioni D ricche di calorie e il latte in polvere indicassero – ancor più del contenitore corazzato in cui si trovavano – che la Germania non poteva vincere la guerra.

Si può leggere questo romanzo unicamente mossi dall’interesse per la trama investigativa, infatti c’è un’ indagine, ci sono due morti eccellenti e molti altri legati al mistero nascosto nel bosco di Krasny Yar. Il protagonista segue indizi, interroga testimoni e personaggi chiave, raccoglie informazioni e collega i fatti fino a raggiungere la verità. Lo schema giallo è rispettato e logico, funzionale al racconto.
Ma si può leggere Il cielo di stagno anche come un romanzo storico tout court. La ricostruzione è minuziosa, e molto accurata, con un grande amore per i dettagli e per l’atmosfera che si respira.
Siamo su un fronte di guerra, in un periodo di apparente calma prima di una grande offensiva estiva. L’attesa, il clima di sospensione si percepiscono palpabili, e è ben descritta oltre alla routine militare, anche la vita dei civili russi occupati.
L’autrice opta per un registro narrativo lineare e nello stesso tempo empatico e coinvolgente. I dubbi, gli scrupoli, le riflessioni del protagoniste arrivano al lettore filtrate da una calma compositiva e introspettiva che rende la lettura piacevole, sebbene i temi trattati siano drammatici.
Il ritmo della trama è sicuramente avvincente e va di pari passo con l’approfondimento dei personaggi e la coerenza con la quale sono tratteggiati.
L’ambiguità del personaggio di Benedikta, soprattutto, colorisce di riflesso di luci e di ombre anche il protagonista, e usando questa tecnica l’autrice arricchisce sicuramente lo spessore psicologico di entrambi i personaggi.
Alcuni elementi noir sono presenti e stridono inequivocabilmente con l’ideologia ottimista e fanatica del periodo, alla quale il protagonista non si adegua, restando una voce critica e quasi distaccata, e soprattutto l’angosciosa intermittenza della memoria, che porta il personaggio a ricordare come era il passato e l’uomo che era, del quale ormai ha perduto ogni traccia di innocenza, dona autenticità ad un romanzo già di per sé interessante.
Da segnalare in copertina l’immagine di Olio su tela di Alexander Deineka, 1943. Museo Russo di Stato, San Pietroburgo.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Recensione di La stagione dei ricordi perduti, Ellen Marie Wiseman, Newton Compton, 2013 a cura di Viviana Filippini

5 Maggio 2013 by

ricordiSono una miriade i romanzi che si occupano della Seconda guerra mondiale, ma quelli che ho letto fino a questo momento di solito si sono sempre sviluppati sul campo di battaglia, dentro a quelli di concentramento o sulle montagne dove agivano i partigiani. In questi mesi mi sono capitate tra le mani storie belliche ambientate nel mondo civile, in particolare nella Germania degli anni Trenta e Quaranta del Novecento. L’ultimo libro di questo tipo letto è La stagione dei ricordi perduti di Ellen M. Wiseman, autrice americana di origine europea, la quale sviluppa la sua storia nel mondo sociale tedesco in un piccolo paesino della Germania del Sud. Qui vive Christine, una ragazza che con la madre lavora dai Bauerman, un’importante famiglia di origine ebraica dove è nato il giovane Isaac. Tra i due nasce una rapida intesa e in breve tempo l’amicizia si trasforma in amore reciproco, rispettoso, fino a quando l’imporsi sempre più effettivo del regime hitleriano metterà a repentaglio l’incolumità della coppia. Povertà, rappresaglie compiute da parte della Gestapo verso i tedeschi sospettati di aver aiutato gli ebrei, deportazioni, violenza e la fame dentro e fuori i campi di concentramento sono i temi riguardanti l’umanità europea tra il 1939 e il 1945. Su di essi si innesta la storia della famiglia di Christine con i drammi interni derivanti dal degrado esistenziale causato dal conflitto bellico. Christine e Isaac vengo da due mondi diversi – lei cattolica, lui ebreo – ma indipendentemente dalle origini la brutalità della guerra non risparmierà a nessuno dei due violenze e ritorsioni, i cui effetti non sempre calcolabili si rifletteranno sul vissuto privato di entrambi. Le pagine di  La stagione dei ricordi perduti corrono via veloci e nonostante il tanto male presente in esse, la speranza e l’amore si dimostrano essere alcuni tra gli antidoti  presi ad uso dai personaggi per rialzarsi e tentare di continuare a vivere. I personaggi principali sono la coppia di giovani che con la forza dell’amore sfidano un regime autoritario per cercare la salvezza. Allo stesso tempo i tanti comprimari che agiscono accanto a loro – sorelle, fratelli, amici – sono coinvolti in situazioni che evidenziano l’espansione ramificata di un dramma comune a molti. Un esempio toccante di questa drammatica realtà è la vicenda riguardante Maria, sorella di Christine, anche lei sopravvissuta alla guerra, purtroppo vittima di una violenza derivante dai disordini post liberazione che segneranno per sempre la vita e il suo destino. La stagione dei ricordi perduti è una narrazione dal ritmo incalzante, ricca di sentimenti ed emozioni che aiutano il lettore  a conoscere la dimensione del vissuto civile della popolazione tedesca durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale. L’autrice dichiara che i protagonisti della vicenda non sono suoi parenti diretti, ma conferma che quello che i suoi nonni e genitori vissero in Germania in quegli anni è sicuramente stato una fonte importante di ispirazione.  La stagione dei ricordi perduti è un romanzo dove amore, terrore, coraggio, speranza e bisogno di giustizia convivono, restituendo a noi lettori il quadro del dramma – da non dimenticare per non ripetere gli errori del passato- che colpì l’intera umanità della Germania e dell’Europa. Traduzione dall’inglese di Maria Grazie Perugini.

Ellen Marie Wiseman è nata e cresciuta in un piccolo paesino della Stato di New York. La stagione dei ricordi perduti, il suo primo romanzo, si ispira alle storie dei suoi nonni e dei suoi genitori, arrivati negli Stati Uniti dopo aver conosciuto gli orrori della Seconda guerra mondiale e dello sterminio. La Wiseman vive con il marito sulle rive del lago Ontario. Per saperne di più su di lei: ellenmariewiseman.com.