Gli anni belli di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, ci porta nella Roma tra le due guerre, nel quartiere popolare di San Lorenzo, dove vivono i due protagonisti, Elena e Benedetto. E’ una storia d’amore la loro, una semplice e delicata storia di sentimenti, una storia minima sullo sfondo della Storia, narrata come si narravano una volta le storie d’amore, fermi sui ballatoi delle case di ringhiera, affacciate sui cortili, o sui tetti pieni di corde tese a cui appendere la biancheria da asciugare.
Dalle pagine emerge la Roma di allora, trasfigurata dai ricordi, dalle memorie tramandate. Una Roma forse presente ancora in qualche film in bianco e nero, di quelli che ancora si possono trovare nelle retrospettive dedicate al cinema neorealista italiano. Stessi umori, stessi odori, stesse atmosfere che l’autore fa rivivere con la sua fantasia. La gente era più ingenua, schietta, buona, solidale. Nei paesi fare le conserve di pomodori era una cerimonia collettiva, come ammazzare il maiale. C’erano famiglie che se ne tramandavano il compito, sapevano uccidere la bestia senza che la paura ne intossicasse il sangue. Quando morivano i figli piccoli, i nonni arrivavano a chiedere alle figlie di fare un figlio ancora per tramandare il proprio nome.
Benedetto, originario di Subiaco, è un giovane artista artigiano, lavora il marmo in un laboratorio. Vive in affitto in una stanza della casa del Sor Paolo, scappato dal paese a Roma per una storia di donne, padre di Elena una ragazzina di tredici anni, che come tutte le donne dei ceti popolari ha già scelto chi amare e chi sposare. I matrimoni di convenienza spettano solo ai ceti alti, loro hanno da tramandarsi ricchezze, devono badare a queste cose. I proletari, i popolani hanno poco o niente. Le ragazze al massimo i loro corredi: qualche lenzuolo ricamato, qualche tovaglia, due asciugamani.
Elena e Benedetto si innamorano senza accorgersene, si scambiano i primi baci, si tengono per mano. Unica testimone e confidente del loro amore, Ione, la portinaia ebrea che non lascia mai il quartiere. Fuori da San Lorenzo c’è una brutta aria per gli ebrei. Siamo in piena epoca fascista, ormai il regime è la struttura del potere. Mussolini, strizzato nelle sue uniformi piene di mostrine e di medaglie, con la sua mascella volitiva e le sue smorfie, con i suoi proclami da piazza Venezia, cadenza le giornate dei romani. Ma il loro amore è un segreto che ormai consono tutti, forse solo i loro genitori non lo sanno ancora.
Appena sbocciato, questo amore è subito messo alla prova dalla vita. Benedetto riceve la lettera che lo chiama a svolgere il servizio militare. Due anni di ferma, di lontananza. Prima Civitavecchia per l’addestramento e poi Brescia. Certo ci saranno le licenze, che Benedetto però sceglie di non chiedere, è troppo penoso vedere i volti tristi dei commilitoni al loro ritorno in caserma dopo questi brevi soggiorni dai parenti, e le lettere ai sui genitori restati a Subiaco con i fratelli minori e a Elena, lettere che Sor Paolo, bizzarro personaggio così disinvolto nelle storie di cuore, si è impegnato a farle avere, basta che non scriva troppo spesso, ma il distacco è doloroso.
Sopravviverà il loro amore? Si sposeranno? Diventeranno genitori? La guerra imminente, che si respira nell’aria li cambierà? Forse a quest’ultima domanda non avremo risposta, il racconto si ferma prima. Questi sono gli anni belli, gli anni della pace, anche se nelle colonie si combatte, dell’amore condiviso, della solidarietà. Il lattaio che regala il latte che avanza a chi non lo può comprare. Lo paghino i ricchi, loro che possono. O il panettiere, che fa lo stesso con il pane, sono la norma. Perché la povera gente, la gente umile e vera si aiuta, si difende, si sorride, si chiama per nome.
Marco Proietti Mancini rifà rivivere gli anni tra il 1933 e il 1940 attraverso le vicende dei suoi due innamorati, con uno stile poetico, semplice, antico, quasi malinconico, ricco di saggezza popolare. Registra sentimenti, malinconie, delicate emozioni che ci fanno partecipi della vita, dei piccoli drammi, delle speranze di gente genuina, attaccata alla vita e alle sue piccole felicità. Come Vasco Pratolini ha fatto con Firenze. Molto me l’ha ricordato. Romanzo corale, composito, profondo e nello stesso tempo lieve, misto a un nostalgico rimpianto per il tempo che fu, per l’innocenza perduta.
Certo c’è il fascismo, una dittatura feroce, come tutte le dittature, ma l’autore sceglie di non evidenziarne gli aspetti drammatici. A lui interessa parlare della povera gente, del suo modo di restare ancorata alle piccole cose, di sopravvivere. Gente che odia la guerra, che non si fa abbindolare dagli alti proclami retorici e apparentemente così nobili. La guerra è dolore, è separazione, è uccidere ed essere uccisi. Se proprio si deve fare e non si può sfuggire, almeno sia breve. E se bisogna scegliere se farla, si può seguire la propria coscienza e non fare un passo avanti. Proprio come fa Benedetto nel momento più intenso del romanzo.
Gli ci vorranno gli anni passati a svolgere il servizio militare per capire cosa era veramente il fascismo. E’ una rivelazione, una delusione, un ricordare le parole di suo padre e del suo maestro socialista. Ma finito il militare c’è la vita da civile che l’aspetta.
Marco Proietti Mancini, romano del 1961. Si occupa di marketing in una multinazionale dell’informatica. Nel 2009 ha pubblicato il suo primo romanzo Da parte di Padre. Collabora con portali e riviste on line scrivendo racconti, poesie, articoli e recensioni letterarie. Nel 2012 è stato pubblicato il suo secondo libro Roma per sempre (Edizioni della Sera). Sempre nel 2012 il suo racconto Ogni venerdì è stato inserito nell’antologia Cronache dalla fine del mondo (Historica Edizioni) e ha scritto i testi per il volume fotografico Roma, caput mundi?. A gennaio 2013 Roma per sempre è uscito in una nuova edizione ampliata per Edizioni della Sera e a marzo 2013 il suo racconto “Ciao mamma” è stato inserito nell’antologia Nessuna più pubblicata da Elliot Edizioni.
Ignobile, sì, è la parola giusta. Il legame tra narcotrafficanti, politici, magistrati, polizia e militari, anche ad alto livello, che garantisce impunità ai colpevoli. E chi cerca di fare luce viene eliminato. Una realtà in cui, a volte, troppe, i testimoni diventano i capri espiatori: vengono accusati e sotto tortura costretti a confessare di essere loro gli assassini. Le vittime sono ragazze giovani, ragazze povere che per guadagnarsi da vivere si sfiniscono nelle maquillas. Ragazze che non hanno alcun potere. A volte vengono ritrovati anche corpi di bambine. Moltissimi, quasi la totalità di questi delitti, restano impuniti. Volutamente impuniti. Ho scritto questo libro per loro. Per ridare onore, dignità, storia ai loro corpi ritrovati nel deserto, torturati, mutilati, abusati. Vede, spesso mi domandano se non ho paura a raccontare cose così dure, così tormentate. L´unica risposta che mi è possibile è questa: è il coraggio con cui la vittima affronta, nel momento estremo, una morte indegna, a liberarci dalla paura».
Il silenzio della neve (Cover of snow, 2013), romanzo di esordio di Jenny Milchman, tradotto da Lucio Carbonelli ed edito in Italia da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, ci porta in una piccola cittadina di provincia, persa tra le nevi dei monti Adirondack, nello Stato di New York. Nora Hamilton, restauratrice di case d’epoca, sposata con Brendan, poliziotto in forze al distaccamento locale, conduce una vita felice, tranquilla. Ha una bella casa, un lavoro che le piace, una bella famiglia: un padre e una madre presenti e disponibili, una sorella, Teggie, ballerina di danza professionista, dalla lingua forse un po’ troppo lunga ma simpatica.
Salve a tutti, oggi vorrei dare spazio sul blog ad un’esordiente, Vanessa Roggeri, autrice di Il cuore selvatico del ginepro, che uscirà a fine agosto per Garzanti. Non è un’ intervista, è una lettera che Vanessa mi ha inviato da condividere con i lettori di Liberi di scrivere. Il cuore selvatico del ginepro è la storia di due sorelle e del loro legame speciale, forte e indistruttibile come il ginepro della sua terra, la Sardegna. Vi lascio dunque alle sue parole.
Animali domestici
Non vi è mai capitato di guardare vecchie fotografie di vostri parenti che non avete magari conosciuto e farvi domande sul loro destino? Questa è la domanda che vive in Daniel Mendelsohn fin da ragazzino ogni volta che sente parlare dello zio Shmiel, il fratello del nonno e della sua famiglia. Mendelsohn sa che il nonno aveva un fratello sposato e quattro figlie femmine, ma quello che Daniel e gli altri parenti sopravvissuti non conoscono è il misterioso destino che riguarda il clan di Shmiel, scomparso non si sa dove, come, quando di preciso durante l’ Olocausto. Fin da bambino, Daniel Mendelsohn ha raccolto indizi genealogici cominciando a ricostruire la sua antica mappa d’origine, ma all’autore de Gli scomparsi non bastavano i favolosi racconti del nonno nei quali l’anziano rievocava l’infanzia trascorsa nella cittadina di Bolechow, in Ucraina, perché essi erano sì ricchi di dettagli su cosa mangiavano, su come si svestivano, sul lavoro che svolgevano e sulla loro vita sociale, ma poi il racconto della vita di Shmiel si fermava attorno agli anni della Seconda guerra mondiale. Daniel ha il ricordo d’infanzia delle parole bisbigliate con imbarazzo dal nonno e dagli altri parenti ad ogni accenno a cosa accadde a Shmiel alla sua famiglia e fu quest’aura di rispettoso enigma a scatenare in Daniel la voglia di andare sempre più a fondo nella ricerca del proprio passato famigliare per capire se stesso e per conoscere la sorte di chi non c’è più. Per Mendelsohn comincia un pellegrinaggio per il mondo della durata di cinque anni, un cammino durate il quale lo scrittore non solo conoscerà la sua storia, ma entrerà in contatto con tanti altri uomini e donne che hanno vissuto in prima persona il dramma dell’Olocausto. Accanto alla ricerca delle radici della propria famiglia l’autore inserisce una serie di riflessioni sul contenuto della Bibbia e lette con attenzione le cinque parti in cui è suddiviso Gli scomparsi di Mendelsohn non solo contengono l’interpretazione di alcuni importati passi delle Sacre Scritture, ma se le accostiamo in parallelo con il pellegrinaggio compiuto dall’autore, i testi sacri ci permettono di vederlo come una sorta di cammino verso la Terra promessa, che in questo caso corrisponde alla scoperta delle proprie origini e della sorte che il destino riservò a Shmiel. Gli scomparsi di Mendelsohn è l’insieme di anni di ricerche sulla carta, di viaggi in lungo e in largo per il mondo, di un accumulo di fotografie, di testimonianze e ricordi recuperati attraverso interviste e registrazioni. Gli scomparsi è la dimostrazione di una profonda sensibilità umana e della voglia di conoscere il proprio passato compreso quello di un intero popolo spesso vittima – e lo dimostrano i tanti fatti accaduti nel corso della Storia- di ingiustizie e soprusi. Non a caso Mendelsohn troverà i tanti tasselli che gli permetteranno di far luce sul misterioso destino di Shmiel e allo stesso tempo farà tesoro delle tante persone incontrante – veri e proprio testimoni di un dramma universale- che grazie la lavoro dell’autore americano entreranno a far parte della Storia, senza finire nel dimenticatoio. Il cammino vissuto da Daniel e da suo fratello, fedele compagno di avventura, è ricco di emozioni di dolori che riemergono, è sono fondamentali in quanto incarnano il segno concreto dell’importanza di ricordare il passato, perché in esso è custodita una parte di noi dalla quale è possibile recuperare insegnamenti per comprendere il presente e affrontare il futuro.
L’ultima paziente (Los padecientes, 2010), romanzo di esordio dello scrittore argentino Gabriel Rolón, edito in Italia da Piemme e tradotto da Mariana E. Califano, è un thriller psicologico con le cadenze del noir che arriva da noi dopo essere stato un clamoroso successo in patria, in testa alle classifiche per settimane, ed essersi guadagnato la pubblicazione in diversi paesi, non solo del Sud America.
Uffa, per qualche motivo il mondo del mio bell’universo parallelo non era poi così felice come me lo ero immaginato.
Chi è il primo ad essersi sporcato le mani di sangue e ad aver fomentato una catena di decessi in serie? Chi ha ucciso per primo e perché lo ha fatto? Ma soprattutto quanto il bisogno di giustizia può portare una vittima a trasformarsi in carnefice? Queste sono solo alcune delle questioni che i Malesani’s brother dovranno affrontare nella nuova intricata indagine dove Paola Sironi li ha cacciati. Sì, perché i quattro fratelli orfani, nati dalla penna della Sironi potrebbero adottare il seguente motto: “è più forte di noi, ma non riusciamo a stare lontani dai guai”, vista la loro propensione ad indagare in privato su morti che destabilizzano la tranquilla vita della Brianza. Flaminia, Massimo, Fabio e Valerio dovranno cercare di capire chi ha picchiato a sangue Massimo e indagare se esiste una qualche relazione tra la brutale aggressione subita dall’investigatore privato Malesani, la morte di una donna assassinata in un parcheggio e il tragico decesso di un giovane lavoratore edile misteriosamente caduto da un impalcatura nel cantiere dove lavorava. Essendo Massimo acciaccato in ospedale, dove non smentisce la sua fama da latin lover, saranno Flaminia e il taciturno, ma anche un po’ scorbutico, Fabio a portare avanti le ricerche per dare un senso ai tragici fatti che hanno investito da vicino la loro famiglia. In Il primo ad uccidere Paola Sironi, come nel precedente Nevica ancora, non solo ha per protagonisti i quattro fratelli con l’ hobby dell’investigazione, ma ambienta la trama di questo nuovo giallo nostrano sempre nella provincia del Nord, proprio in quei luoghi dove, a causa di consolidati stereotipi storici, si pensa non accada mai nulla. Invece la provincia della Sironi è un mondo che sotto l’apparente serenità presenta mali sociali gravi nei quali finiscono coinvolte persone innocenti, vittime dell’astuzia di approfittatori. Non a caso, addentrandosi nelle maglie de Il primo ad uccidere il lettore proprio come i Malesani sarà coinvolto – tanta è l’empatia che si crea con i personaggi letterari- nel tentativo di sbrogliare la complicata matassa di omicidi in apparenza non relazionati tra loro, e – sempre come accade ai Malesani – chi legge verrà a conoscenza di loschi traffici svolti da alcuni imprenditori locali e di relazioni pericolose con rappresentati della malavita locale. L’autrice non si concentra solo sulla ricerca di tracce per risolvere l’indagine, perché porta a galla dolorose realtà – il non rispetto delle norme di sicurezza nei posti di lavoro, la presenza di lavoratori non assicurati e senza permessi di soggiorno nei cantieri di lavoro- di cronaca, simili a fatti accaduti davvero che noi abbiamo sentito alla tv o letto sui quotidiani. Allo stesso tempo la Sironi approfondisce sempre più la dimensione psicologica dei protagonisti mostrando una Flaminia divisa tra il lavoro, le faccende domestiche e l’amato Milo con il quale vorrebbe andare a vivere dando vita al loro esclusivo nido d’amore, ma l’attaccamento ai fratelli rende questa conquista della libertà un’impresa titanica. Accanto a lei c’è un Massimo che non demorde mai nella ricerca della verità e ribadisce con i suoi comportamenti la consolidata fama da gigolo che si è costruito nel corso degli anni. Fabio c’è ma è come se non ci fosse, nel senso che all’improvviso ritorna a vivere con i fratelli, allontanandosi dalla sua convivente senza dare spiegazioni alla donna, ne tantomeno ai parenti che lo riprendono in casa, senza capire il perché sia diventato così cupo e scontroso. Valerio è il meno coinvolto dei quattro nel ruolo di detective, perché più assorto nel lavoro al pub, ma nel suo piccolo riuscirà a fornire ai fratelli piccoli utili imput per la risoluzione del caso. Questi elementi uniti ad un ritmo incalzante e ad una riflessione sui tanti mali nascosti che attanagliano la vita quotidiana fanno di Il primo ad uccidere un giallo coinvolgente e accattivante che lascia nel lettore – parere personale- una serie di domande e questioni sulle quali sarebbe utile riflettere per provare a capire gli enigmi della vita.
























