Come la prendereste se un editore di pregio -uno di quelli che stimate e dei quali vorreste possedere l’intero catalogo- a un certo punto annunciasse l’uscita dell’inedito di uno dei vostri autori preferiti -di più, dei preferiti di un tempo; uno di quelli che, anche se magari non si vede, vi hanno segnato la tarda adolescenza; uno di quegli autori che, vorreste vi dicessero, hanno lasciato un marchio indelebile sul vostro stile-?
Vi avvicinereste al testo con il cinismo del lettore smaliziato che ha assistito a troppe operazioni di “ripescaggio”, o vi dedichereste alla lettura, grati all’editore per la grande opportunità?
Ok, in certi casi l’eventualità è piuttosto remota; sopratutto se l’autore in questione è morto da trentacinque anni (trentasei, a voler essere pignoli), e ancora di più se ha scritto una ventina di romanzi hardboiled considerati -e non a torto- essenziali per gli sviluppi successivi del genere poliziesco, del noir, del pulp e di tutte le loro impalpabili varianti postmoderne.
Se poi l’autore ha fornito soggetti a film indimenticabili e -giustamente- indimenticati come La fiamma del peccato, Il postino suona sempre due volte, Ossessione ecc., l’eventualità si fa veramente remota.
Remota, certo, ma non nulla.
E così capita di approdare in libreria e trovarsi di fronte un inedito di James M. Cain. Proposto da Isbn. E siccome non si vuole fare la figura dei cretini, si procede al contrario, cominciando a informarsi sulla storia del testo: Com’è che un romanzo come La ragazza dei cocktail salta fuori solo nel 2012?
E si scopre, (merito della postfazione di Charles Ardai, consultata di straforo per non attirarsi le ire del libraio) che in effetti si tratta di un romanzo incompiuto. Che nella corrispondenza tra l’ottantatreenne James M. Cain e il suo agente dell’epoca ci sono vari accenni al manoscritto de La ragazza dei cocktail. Che poco prima di morire l’autore ne ha parlato con un intervistatore. E che la versione data alle stampe è frutto di un minuzioso lavoro di editing condotto dallo stesso Charles Ardai che firma la postfazione.
Charles Ardai; uno che, vi sembra di ricordare, è scrittore (anche se non l’avete letto), e fondatore di “Hard Case Crime” (http://www.hardcasecrime.com/), casa editrice che ha fatto dell’hardobiled (“dai capolavori perduti del noir ai romanzi dei migliori autori contemporanei”; il tutto in edizioni tascabili, super economiche e corredate da copertine originali dall’irresistibile sapore vintage) una vera e propria ragione di vita.
Insomma, date le premesse, il finale è scontato: vi portate a casa il libro di Cain, staccate il telefono, posticipate tutte le scadenze, vi date malati e cominciate la lettura.
E i sospetti iniziali (quei pochi residui) si dissipano presto, anzi, subito, fin dalle prime righe:
“Ho incontrato per la prima volta Tom Barclay al funerale di mio marito, come mi avrebbe rinfacciato più avanti, anche se allora mi aveva fatto un’impressione così blanda che non ricordavo di averlo mai visto prima”.
Vi trovate rituffati nel solito universo di James Cain; certo, l’incipit non è esattamente di quelli classici: la traduzione non è d’epoca e si vede, e, nostalgia a parte (ma è lecito, poi, essere nostalgici di costruzioni traballanti e scelte stilistiche spesso discutibili?), si vede anche che Rossari (autore di un paio di romanzi tutti suoi e traduttore, tra gli altri, di Twain, Bennett, Beniof, Thompson, Everett, Sinclair, Stein, Portis e Fry) è un vero professionista; sì, perché, pur dichiarando che “tradurre uno scrittore semplice è difficile”, riesce a “svecchiare” (termine che racchiude in se’, e anzi occulta, tutto il rischio dell’operazione, qui perfettamente riuscita) i polverosi modi dell’harboiled in traduzione, rapportandosi “criticamente” con i classici e correggendo alcune storture traduttive, ma senza tradirne lo spirito e senza rinunciare a una sintassi vagamente demodé e al lessico d’epoca (da segnalare, su tutto, i meravigliosi dialoghi).
Confortati dall’avvio, ci si tuffa nel romanzo.
Hyattsville, Maryland, anni ’60. La giovane e avvenente Joan Medford ha appena perso il marito (in circostanze piuttosto misteriose, o almeno così la pensa l’agente Church, uno dei due detective incaricati di indagare sul caso) e se la passa così male da essere costretta ad affidare il figlio neonato Tad alle cure dell’insopportabile Ethel (sorella del defunto Ron Medford) e cercarsi un lavoro. Vedova di un alcolizzato, per ironia della sorte si ritrova a servire cocktail in un bar, il “Garden of Roses”. Qui, conosce Earl K. White, attempato ma facoltoso spasimante al quale, dopo lunghe riflessioni, decide di concedere la mano: Earl non sarà il massimo ma sembra gentile; e poi bisogna pensare a Tad…
Ed è a questo punto che la situazione precipita: la protagonista si ritrova nuovamente al centro di un’indagine per omicidio, e stavolta l’agente Church pare pronto a tutto per inchiodarla…
Se da un punto di vista tematico La ragazza dei cocktail può sembrare un romanzo tipico (vi si ritrova l’intero campionario dei topoi cari all’autore de La morte paga doppio, dalla donna fatale all’uomo in balia del suo fascino, dalla morte incombente al senso di ambiguità morale che è alla base della reazione ambivalente -voyeurismo e riprovazione- manifestata dal pubblico d’epoca), è nelle scelte narrative che l’opera rivela tutta la sua originalità: non è la prima volta che Cain pone al centro della narrazione un personaggio femminile (Mildred Pierce), e tutt’altro che inedito è l’uso della prima persona (Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio, Serenata ecc.). Ma è la prima volta che le due circostanze convivono. Sì, perché ne La ragazza dei cocktail, è proprio Joan a raccontarsi, e anzi ad affidare la sua vita ad un nastro, nel tentativo di fugare anche gli ultimi sospetti di colpevolezza. Ma la sua operazione è fallimentare; non convince, o non del tutto.
Il ruolo delle donne nei romanzi di Cain è ben noto; e poi Joan Medford non è né Chambers né Huff: se questi sono essenzialmente (anti)eroi attinti alla fonte esistenzialista, uomini incatenati a una sorte tragica (avente per agente la femme fatale di turno), la “ragazza dei cocktail” è un personaggio libero che, dopo aver agito (non si sa bene in che modo, visto che mancano i testimoni) secondo arbitrio, fa di tutto per presentarsi come vittima del “caso” (il che è di per sé sospetto). Come tutti i lettori dei “vecchi” noir sanno, caso e destino sono due entità opposte: il primo è incidentale, il secondo è necessario. Non c’è spazio per il caso nel noir; e poi qui la quantità di circostanze presentate come “accidentali” è tale da minare alla base la credibilità dell’intera testimonianza.
E così, grazie a un “semplice” stratagemma narrativo, Cain riesce a instillare il dubbio nel lettore, trasformando un romanzo “tipico” in una geniale, inattesa e coinvolgente costruzione sul tema dell’attendibilità.
Dimenticavo: nel caso foste ancora lì a chiedervi chi sia il Tom menzionato nell’incipit… be’, non vi resta che leggere il romanzo. Traduzione di Marco Rossari.
James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio e Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.
Paura nella notte (Nightwork, 1984), settimo romanzo hardboiled della serie Dave Brandstetter Mysteries di Joseph Hansen, di cui Elliot ha finora pubblicato Scomparso, Atto di morte e La ragazza del Sunset Strip, – tutti e tre recensiti sul nostro blog-, ci porta nei primi anni Ottanta, nella povera e violenta periferia di Los Angeles, dilaniata da sanguinose guerre tra bande giovanili, formate da neri e chicanos, per la divisione del territorio.
Sembra che in questi giorni non si parli d’altro, rimbalza di blog in blog, ma anche i giornali e tutta la carta stampata non sono da meno, la notizia che il 14 maggio, ovvero domani, uscirà Inferno, il nuovo romanzo di Dan Brown edito sempre da Mondadori come è successo per gli altri suoi romanzi Il Codice da Vinci, Angeli e demoni e Il simbolo perduto. Ritroviamo così al centro della vicenda il professore di simbologia di Harvard Robert Langdon, al cinema con il volto di Tom Hanks, in una storia ambientata in Italia, per la precisione a Firenze, che susciterà l’interesse di Roberto Benigni, considerato che l’Inferno di Dante Alighieri giocherà un ruolo rilevante. Non appartengo ai fan sfegatati di questo autore, Il Codice da Vinci l’ho letto con fatica, Angeli e demoni l’ho abbandonato dopo le prime pagine e Il simbolo perduto, grosso tomo trovato in una bancarella dell’usato, mi occhieggia intonso dalla mia scrivania da un po’ di tempo, pur tuttavia devo ammettere che Dan Brown ha spinto alla lettura molta gente, anche forse con il solo intento di criticarlo, e questo è già di per sè un miracolo. Per cui segnalo volentieri l’uscita di questo libro che interesserà sicuramente chi ama trame complicate, congiure occulte e misteri esoterici legati al passato. L’Inferno di Dante è senz’altro un testo che nasconde segreti e in un certo senso sarà interessante vedere le fantasiose teorie di questo scrittore al quale di certo non fa difetto la capacità di sorpendere. Sito web ufficiale americano:
Siamo a Venezia. È il 6 gennaio la notte della Befana, notte in cui a Venezia la gente si maschera e festeggia come se fosse Carnevale. Sui gradini della Chiesa di Santa Maria della Salute viene ritrovato un cadavere affiorato dalle acque del Canal Grande. Dai vestiti sembra un sacerdote, ma a un esame più approfondito si scopre essere una donna con gli abiti da cerimonia di un sacerdote. Grande abominio, per la Chiesa è considerata una profanazione assoluta.
Vorrei parlarvi oggi di un libro che ho avuto modo di leggere, un po’ perché si avvicina agli argomenti da me trattati all’università, e un po’ perché la storia dei servizi segreti, in un certo senso, ci insegna molto del nostro tempo. Si intitola Storia dei Servizi segreti italiani – dall’Unità d’Italia alle sfide del XXI secolo, di Antonella Colonna Vilasi, edito da Città del Sole edizioni (Reggio Calabria) e non è un romanzo, né una mera raccolta di documenti, sebbene sia corredato di interviste, documenti e materiali di approfondimento. E’ un saggio in cui la storia dell’intelligence italiana viene trattata in modo originale e inconsueto, soprattutto perchè il testo accosta parti di analisi storica a numerose interviste, realizzate dall’autrice, ai protagonisti che vissero in maniera diretta questi avvenimenti e contribuirono a renderli tali, tra cui Mario Mori, ex capo di Stato Maggiore, Vincenzo Camporini, generale d’Armata, Carlo Jean, Marco Minniti e Giuseppe De Lutiis. E’ inoltre una lettura che necessita di attenzione e di pazienza, data la complessità e la varietà degli argomenti trattati. La materia infatti è vasta, parte dall’Unità di Italia e il Fascismo, (interessante la scheda analitica sul caso di Ignazio Silone), passa ad analizzare il periodo della Seconda Guerra Mondiale fino alla strage di piazza Fontana, per poi continuare a studiare il periodo che va dal 1969 alla riforma del 1977, (ampio spazio è dato al tentativo di golpe in Italia del dicembre del 1970). Il capitolo 4, uno dei più delicati, tratta con precisione e essenzialità gli anni Ottanta: Licio Gelli e la P2 e soprattutto la strage di Bologna. Stragi deviazioni e inchieste che riportano alla memoria l’instabilità politica di quel periodo e i suoi misteri, a tutt’oggi ancora non del tutto chiariti. Poi analizza gli anni Novanta: Andreotti e Gladio; i fondi neri del SISDE e le bombe del 1993, (interessante la scheda analitica sui luoghi segreti dei Servizi Segreti). Infine il capitolo 6 ci porta alla riforma del 2007 e alla concezione moderna dell’intelligence: lo stretto legame tra terrorismo e politica; il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale; la morte di Nicola Calipari. Storia dei Servizi segreti italiani è un volume agile e per niente noioso, scritto in modo discorsivo e chiaro, che nella sua essenzialità fa luce su un magma ancora avvolto da ombre non del tutto diradate. Utile in un corso di studi universitari, utile per un lettore che ha voglia di approfondire temi tutt’altro che di secondo piano. Dettagliata la bibliografia di riferimento, per approfondire i temi che hanno maggiormente destato il vostro interesse. L’autrice Antonella Colonna Vilasi è presidente del Centro Studi sull’Intelligence (UNI). Giornalista e docente universitaria, collabora con numerose riviste scientifiche. Tra le sue opere pubblicate di recente: Manuale di intelligence (Città del sole, 2011); Islam tra pace e guerra (Città del sole , 2011); Mafie, Origini e sviluppo del fenomeno mafioso (Dissensi, 2012); e Vita romanzata di Luigi Durand de la Penne (Neftasia, 2012).
Oggi diamo il benvenuto su Liberi di Scrivere allo scrittore Giovanni D’Alessandro che ci parlerà del suo ultimo romanzo La tana dell’odio, edito poche settimane fa da San Paolo Edizioni. Prima di parlare del romanzo, Giovanni, mi piacerebbe parlare di te. Pescarese d’adozione, sei nato a Ravenna da famiglia abruzzese nel 1955. Laureato in legge, appassionato di letteratura anglosassone, oltre che romanziere collabori con il quotidiano abruzzese «il Centro». Presentati ai nostri lettori.
Ciao Massimo benvenuto a Liberi Discrivere prima di parlare del tuo terzo romanzo dedicato alle indagini del Commissario Micuzzi raccontaci un po’ di te.
Romanzo dark fantasy di Gabriella Pierce che ha ispirato una serie televisiva.
Ciao Massimo, benvenuto su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Per prima cosa parliamo di te: sei nato a Milano nel 1973, ti sei laureato in letteratura anglo-americana, lettore per Piemme e poi per Rizzoli, traduttore, critico, scrittore. Parlaci un po’ di te, descriviti come se fossi un personaggio di un tuo romanzo.
Gran Premio delle Lettrici di Elle
























