:: Recensione di Tra la notte e il cuore di Julie Kibler (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2013 by

miss isabelleMiss Isabelle e Dorrie non potrebbero essere più diverse: la prima è una novantenne bianca, ex membro attivo della comunità, sola da anni dopo la morte prima di lei del marito e del figlio, mentre la seconda è la sua giovane parrucchiera di colore, già mamma di due ragazzi adolescenti. Ma Miss Isabelle si è affezionata a Dorrie, e quando le chiede di mollare tutto per accompagnarla dal Texas a Cincinnati, per partecipare ad un funerale misterioso, lei accetta, scoprendo un passato doloroso ma avvincente e trovando nuovi spunti per proseguire la sua vita, all’insegna della speranza e del saper cambiare.
Ci sono già stati altri romanzi che hanno parlato di rapporti tra generazione al femminile e del dramma della segregazione razziale negli Stati Uniti, qui raccontato negli anni della Seconda guerra mondiale, quando i neri servirono nell’esercito non nelle mansioni più umili, ma in prima linea, come soldati e medici, spesso morendo sul campo di battaglia, per un Paese che continuava a discriminarli nelle scuole, negli ospedali, nei posti di lavoro.
Un titolo su tutti, che viene in mente, è Pomodori verdi fritti alla fermata del treno di Fannie Flagg, ma Tra la notte e il cuore riesce ad essere diverso ed originale, e non solo perché svela appunto pagine poco note di un passato così lontano ma a tratti così vicino, spina nel fianco ancora oggi della democrazia americana.
Dalle due voci alternate di Isabelle, che rievoca la sua giovinezza lontana e il grande amore impossibile per Robert, il figlio intelligente e pieno di talento della sua governante nera, e di Dorrie, alla ricerca faticosa della felicità che la Costituzione a stelle e strisce stabilisce come diritto inalienabile di ciascuno, emerge una vicenda appassionante e toccante, che si snoda tra colpi di scena, agnizioni, scoperte, ricordi e presente, fino ad un finale che può non lasciare gli occhi asciutti.
Tra ricostruzione d’epoca e viaggio on the road in cerca di radici e segreti nascosti per decenni, Tra la notte e il cuore racconta una pagina di vita, ancora non del tutto risolta negli States (per non parlare altrove), dove, malgrado che alla Casa Bianca ci sia un Presidente con famiglia al seguito di colore, ci sono ancora in alcune zone, come nel profondo Sud, razzismo e discriminazioni, con vere e proprie zone off limits per i neri e gli appartenenti ad altre etnie.
Julie Kibler, texana, esordisce con questo romanzo, che in originale si intitolata Calling me home, Chiamandomi a casa, forse più in linea con la storia narrata, di un ritorno verso il passato, per chiudere un cerchio rimasto tristemente aperto e avere per un attimo un po’ di speranza da donare. Un’autrice da tenere d’occhio, in attesa di altre sue storie, perché comunque sa avvincere, commuovere e creare personaggi interessanti e non stereotipati.

Julie Kibler vive in Texas con il marito e i figli. Tra la notte e il cuore è il suo romanzo d’esordio. Traduzione dall’inglese di Alba Mantovani.

:: Recensione di Il quadro del mondo di Gerry Gherardi, (Edizioni Ensemble, 2011) a cura di Ilaria Mainardi

25 giugno 2013 by

quadroC’è chi cerca metafore ardite, arzigogolati sotterfugi lessicali, sprazzi di citazione illustre che si mescolano a un’idea della vita (e della poesia, immagino) che sa di pagine patinate, sporcate ad arte, finte.
Ci sono poesie che sanno di muffa, altre che la muffa la implorano.
E poi ci sono poesie che profumano davvero del “cielo sopra i sogni”, nelle campagne antiche, intatte, intorno alla cittadina di Pontedera, in provincia di Pisa, vicina al mio sentire anche per ragioni meramente geografiche.
Gerry Gherardi, autore pontederese de “Il quadro del mondo”, poco più che trentenne, ma già letterariamente assai maturo, pennella, con la sapienza dello sceneggiatore esperto – lo è, oltre che doppiatore – squarci di vita semplice, scorta attraverso la lente sognante di un finestrino, ingrato amplificatore di ricordi (“Dal treno il mare/ al finestrino/ coperto da un velo”) o nella pienezza materica di un’estate assolata (“Galleggia/ nei campi d’oro/ un cappello di paglia/ sotto il cielo sereno”).
Torna a intervalli regolari l’estate calda, quella natia, nei versi di Gerry, talvolta raggianti, altre volte sopiti nella sonnolenza del mattino, di un farfalla, raccolta su un fiore: “ Il respiro del tempo,/ come un soffio di vento/ muove le tende bianche/ una mattina d’estate”.
Ma ci sorprende, in questo quadro i cui rimandi si collocano nelle “piccole cose”, cantate da Umberto Saba, ispirazione implicita dell’autore, secondo chi scrive, il guizzo surreale di “Alice e Pinocchio”, un incontro impossibile che si sincopa sul finale dapprima speranzoso, infine vano : “Babbo,/ c’è una bimba innamorata/ con un vestitino blu,/ corre dietro ad un coniglio/ poi scompare,/ mi chiama/ ma non la vedo più”.
E poi ancora l’oro del grano, della paglia, sorta di fil rouge della silloge poetica di Gherardi, l’oro che galleggia, che dà ristoro agli amanti esausti, che tiene al sicuro la memoria dagli inverni trascorsi, che ritrova “il tempo/ dei tuoi vestiti leggeri,/ come petali di fiori/ ai piedi di un divano”, chiosa evocativa del componimento “Da lontano”, forse il più riuscito della valida raccolta.
E’, nella mia analisi, un percorso all’interno della memoria dell’esistenza, quello che compie l’autore de “Il quadro del mondo”: le sensazioni estive, spensierate quanto lo può essere la nitida consapevolezza del tempo, sfuggente come la maturazione di una spiga di grano, si stemperano all’interno della sera, dell’età adulta, delle responsabilità, del cemento metropolitano, colorato di un’ambra che non è quella dei bei campi della giovinezza.
E’ già autunno, dunque, e “per la strada nessuno,/ solo quel gatto/ sul tondo di un ceppo, […] a sonnecchiare”.

Gerry Gherardi nasce a Pontedera un sabato d’agosto del 1978 alle 9,30 di mattina, faceva caldo e tutti erano in ferie. Frequenta quindi l’Accademia Musicale Toscana sotto la guida del Maestro Franco Ceccanti e successivamente a Roma segue i corsi alla scuola di teatro “Ribalte”, di Enzo Garinei e debutta  con Francesca Draghetti in “Terapia di gruppo” di C. Durang, primo spettacolo di una lunga serie che sancisce una lunga collaborazione. Doppiatore e sceneggiatore mette in scena due monologhi teatrali e una parodia per quattro attori. “Il quadro del mondo” è il suo primo libro.

:: Segnalazione di Il sacrificio di Polissena di Marta Guzowska (EO, 2013)

25 giugno 2013 by

polissenaMarta Guzowska
Il sacrificio di Polissena
Traduzione dal francese di
Valentina Parisi

Dal 28 Agosto 2013

Ambientato in Turchia sulla costa dell’Anatolia dove un tempo sorgeva la leggendaria città di Troia, questo avvincente romanzo giallo prende il via con un sensazionale ritrovamento: le spoglie della mitica figlia di Priamo, Polissena, cosparse di innumerevoli lamelle d’oro. Da lì a breve l’inaspettato rinvenimento nello stesso antico cimitero del corpo senza vita di una delle partecipanti alla spedizione, Nadia, getta un’ulteriore ombra sinistra sulla vera natura di quel luogo, dietro al quale si nascondono vicende di ancestrale sopraffazione e torbidi interessi economici. Alla coppia di protagonisti – l’affascinante e tirannica archeologa Pola Mor e il disincantato, irriverente antropologo Mario Ybl – toccherà l’arduo compito di risolvere il mistero. Ma prima dovranno innanzitutto difendere il sito archeologico dalle mire degli speculatori edilizi e dall’intervento altrettanto poco disinteressato di un losco milionario che si offre improvvisamente di finanziare gli scavi. Scritto da un’archeologa professionista, Il sacrificio di Polissena riesce a fondere uno sguardo competente e appassionato sulle difficoltà che si oppongono alla ricostruzione del passato e un ritmo coinvolgente, grazie soprattutto ai dialoghi incalzanti e mai banali tra Pola e Mario.

Marta Guzowska è ricercatrice presso l’Istituto di Archeologia dell’Università di Varsavia, studia i reperti provenienti dalle regioni dell’Egeo e dell’Anatolia occidentale. Ha partecipato a spedizioni archeologiche in Grecia e in Israele, nonché agli scavi della città di Troia. Come scrittrice ha debuttato con Il sacrificio di Polissena, il primo episodio della serie di romanzi gialli che ha per protagonista l’eccentrico antropologo Mario Ybl. Marta Guzowska fa parte del collettivo di scrittrici “Sorelline criminali”.

:: Recensione di Conspiratio, Furio Thot, (Arpeggio Libero, 2013) a cura di Viviana Filippini

25 giugno 2013 by

conspiratioA volte mi chiedo se esistano libri diversi dai soliti manuali scolastici di storia per imparare a conoscere il nostro passato. La risposta è sì. In questa categoria rientra un romanzo – Conspiratio di Furio Thot edito da Arpeggio Libero – che dal mio punto di vista è interessate e utile per conoscere una parte della nostra storia italiana. Lo scrittore in questo suo nuovo lavoro mescola con sapienza ed equilibrio fatti storici realmente accaduti alla vicenda amorosa di fantasia con protagonisti Jan, un mercante di Burges trasferitosi a Firenze e Francesca, una giovane commerciante di sete che lavora assieme al fratello Lapo. Il romanzo di Thot scorre via veloce come i fotogrammi di un film che si incastrano in una fluida sequenza nella quale vengono narrati i sotterfugi e gli intrighi politici, economici e amorosi che portarono alla congiura dei Pazzi. Tanti sono i personaggi storici veri che Thot inserisce nella narrazione rendendoli diretti interpreti di una trama solida e ben costruita, nella quale nulla è lasciato al caso, ma accuratamente ricercato sia dal punto di vista storico che artistico. Ecco comparire sulla scena la famiglia dei Pazzi pronta a tutto pur di fermare il dilagante potere dei fratelli Medici. Accanto a loro si affiancano le vicende di Federico da Montefeltro, del re di Napoli, di Papa Sisto IV e dei grandi artisti del Quattrocento come Botticelli, il Ghirlandaio e Leonardo da Vinci o il letterato Luigi Pulci. Tante sono le persone e tanti sono i luoghi dove le avventure dei diversi protagonisti prendono forma con il passare del tempo, un vero e proprio excursus che permette al lettore di spostarsi da Firenze a Milano, passando per Urbino, arrivando a Roma e a Napoli sempre sulle tracce delle vicissitudini riguardanti i grandi potenti che con il loro agire influenzarono le sorti dello Stivale. La cosa che mi ha stupito di Conspiratio non è solo l’accurato, anzi direi certosino, processo di ricostruzione storica di un’epoca, ma è il mettere in evidenza quanto in passato la dimensione privata dei potenti si intrecciasse in modo costante con la politica. Una relazione dalla quale emerge quanto l’amore vero, quello che unisce due persone che si sentono attratte in modo reciproco l’una dall’altra, fosse una componente secondaria della vita di coppia, messa in ombra da matrimoni celebrati per interesse politico ed economico. Oltre ad un sguardo generale sull’Italia delle fine del ‘400, Thot porta chi legge dentro alla psicologia dei diverse personalità presenti nella scena narrativa definite attraverso le parole, i gesti e le relazioni presenti nella trama. Uomini e donne agiscono dimostrando di essere animati da una coscienza buona o cattiva che sia, assumendo uno status di umanità che li avvicina a chi legge. La coppia di Jan e Francesca è la rappresentazione di due persone umili,  animate da sentimenti buoni e chi leggerà Conspiratio conoscerà attraverso lo sguardo di questa fidanzati la vita quotidiana della Firenze quattrocentesca dove le ripicche, la violenza gratuita, il degrado umano (esemplare da questo punto di vista è quello che accade a Senda un’amica di infanzia di Jan) e le torture fisiche perpetrate verso gli avversari politici e non (reali o presunti) erano all’ordine del giorno. Conspiratio è un romanzo storico ad alta tensione, con qualche venatura thriller aggiungerei, dove il crescendo emozionale è determinato dall’escalation di intrighi e accordi tra le mura dei potenti che porteranno alla famosa Congiura dei Pazzi e allo stesso tempo evidenziano quanto la sete di potere possa rendere insensibile e violento il genere umano.

Furio Thot è laureato in Scienze politiche all’università di Milano, città dove è nato alla fine degli anni Cinquanta. Ad oggi ha pubblicato la raccolta Il sogno di Euridice, e tre romanzi – Le cesoie di Atropo, Il destino di Psiche e L’abbraccio di Thanatos tutti editi da Arpeggio Libero. Inoltre ha partecipato con sette racconti all’antologia Le teste di Cerbero assieme ad Anna Piazza e Simone Salvetti. Attualmente risiede a Lodi con la sua famiglia e dedica alla scrittura quasi ogni momento lasciatogli libero dal lavoro.

:: Recensione di L’ultima vittima di Tess Gerritsen (Longanesi, 2013)

23 giugno 2013 by
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L’ultima vittima (Last to Die, 2012) di Tess Gerritsen, traduzione di Adria Tissoni, edito da Longanesi nella serie I Maestri del Thriller della collana La Gaja scienza, è un nuovo romanzo della fortunata serie dedicata alla coppia Rizzoli e Isles, per chi ancora non le conoscesse, ma è difficile esistendo anche una serie televisiva della TNT, rispettivamente detective dell’Omicidi e patologo forense del Dipartimento di polizia di Boston.
Definibile in bilico tra il police procedural classico e il medical thriller, per l’ampio spazio dato alle dissertazioni mediche – questa parte scientificamente molto accurata, basandosi sull’esperienza di medico della stessa Gerritsen, che prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno esercitava infatti come internista, professione intrapresa su consiglio di suo padre – L’ultima vittima si arricchisce di un’ambientazione tipica di molti horror e thriller americani, parte della storia si svolge infatti in un collegio esclusivo e molto particolare perso tra i boschi e le foreste del Maine.
A Evensong, questo è il nome del collegio, gli studenti non sono ragazzi comuni, ma sopravvissuti, segnati da brutali tragedie personali, che per precisa volontà di Anthony Sansone, a capo del club Mefistofele, vivono in un ambiente super protetto da mura granitiche, alti recinti di ferro battuto, sensori di movimento, codici che cambiano ogni settimana per aprire porte e cancelli, una specie di carcere di massima sicurezza, come appare agli occhi di Maura Isles quando arriva in visita per la prima volta. Un posto sicuro, lontano da un mondo irto di pericoli… Sembrerebbe. Già sembrerebbe solo.
Lo sconosciuto killer che perseguita Teddy Clock, Claire Ward, Will Yablonski, non pare affatto deciso a farsi spaventare dai sofisticati sistemi di sicurezza. Ha un piano in mente, un piano che lega le vita di questi ragazzi e solo Jane Rizzoli e Maura Isles sembrano averlo capito, ostacolate da uno dei più stupidi e scostanti poliziotti della storia della letteratura gialla, Darren Crowe. Personaggio che già solo per questo primato merita un piccolo approfondimento.
Innanzitutto il suo nome risuona simile a Russell Crowe, chi non se lo ricorda nella parte di “Bud” White  in LA confidential, forse per sottolineare l’amore per il paradosso della scrittrice cino-americana. Darren è esattamente il collega che nessuno vorrebbe avere: con modi ben poco squisiti, un’aria tracotante, il petto gonfio, le spalle muscolose, e il taglio di capelli da divo hollywodiano, caratterizzato da un umorismo macabro, quasi sempre a sproposito, una sensibilità per le vittime pari allo zero, un disprezzo per i colleghi, specie se di sesso femminile, tristemente privo ogni immaginazione, aggressivo, ripugnante, vanesio, insomma il prototipo del poliziotto ottuso, maschilista, incompetente e incapace di cambiare una propria falsa percezione, dando avventati giudizi contro innocenti. Naturalmente avrà la sua amara lezione che per Jane non si trasformerà però in un trionfo. Non subito almeno.
L’ultima vittima è davvero un libro ben scritto, di una scrittrice che amo molto e che mi ha sempre fatto passare ore piacevoli. Tradotto in modo scorrevole e fluido, il romanzo si legge davvero in poche ore con una facilità che nasconde bene l’abilità dell’autrice nell’ideare trama, intreccio, e dialoghi. La suspense è assicurata, per tutto il libro si è portati a domandarsi quale sia il legame tra i vari ragazzi protagonisti e le misteriose morti delle loro famiglie, biologiche prima e adottive poi.
La Gerritsen dosa i colpi di scena e i cambi di prospettiva, portando il lettore quasi ignaro alla risoluzione finale in un crescendo di tensione e ritmo. Il finale infatti è giocato sui toni della resa dei conti conclusiva in cui i due principali antagonisti si fronteggiano, – scopriremo solo alla fine chi sono –  scambiandosi repentinamente i ruoli, e ogni tassello della trama va al posto giusto, chiarendo il mistero di Icaro, personaggio cardine che appare evocato in rapidi flashback per tutta la narrazione.
Azione, indagine, giusta dose di simpatia delle protagoniste Rizzoli e Isles, ritmo reso teso dall’assenza di tempi morti, rendono questo thriller indicato agli amanti del genere e anche a chi solo vuole leggere un libro capace di coinvolgere e incuriosire. Forse gli amanti dell’eccessivo realismo troveranno un po’ fantastico il club Mefistofele, una specie di anti Spectra di bondiana memoria, ma giuro, non dico altro. Buona lettura.

Tess Gerritsen (1953) è una scrittrice statunitense di thriller di origini cinesi, considerata la regina del medical thriller, i cui libri sono stati tradotti in 31 lingue, con oltre 15 milioni di copie vendute. Ha abbandonato la carriera di medico per dedicarsi completamente alla scrittura. Ha vinto il Nero Wolfe Award con Sparizione e il Rita Award con Il chirurgo. Attualmente vive nel Maine.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’ Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Siria mon amour di Cristina Obber e Amani Al Nasif (Piemme, 2013) a cura di Petra Crociati

22 giugno 2013 by

siriaCon “Siria mon amour”, edito da Piemme nel 2013, Cristina Obber e Amani Al Nasif affrontano con uno strumento semplice ma nello stesso tempo potente- il romanzo- un argomento ancora raramente discusso in Italia: quello dei matrimoni combinati.
Nel nostro paese, infatti, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si è concentrata, pur con considerevole ritardo rispetto ad altri paesi europei, sulla prevenzione dalla violenza di genere e dal femminicidio, così come sulla denuncia di un’immagine degradante e svilente della donna-oggetto, proposta in molti programmi televisivi e pubblicità promozionali.
I matrimoni combinati ed alcune altre importanti questioni inerenti l’intero genere femminile (le mutilazioni genitali, la tratta di persone a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo), vengono ancora percepiti dall’opinione pubblica come problemi lontani, non appartenenti alla nostra cultura, riguardanti prevalentemente persone di diversa nazionalità e dunque non degni della nostra attenzione, della nostra indignazione, della nostra rabbia.
Ciò che spesso si dimentica è che esiste un unico sistema patriarcale, diffuso in tutto il mondo, che percepisce la donna come una mera appendice della volontà maschile, completamente sottomessa, e che  non distingue tra femminicidio, pubblicità sessiste, matrimoni imposti.
La violenza contro le donne ha un unico grande volto che può essere deframmentato, quasi fosse un enorme prisma, ed osservato da diverse angolazioni, ognuna delle quali ci permette però di denunciarla e contrastarla in maniera completa, senza distinzioni.
Per chi non conosce questo tipo di violenza, il romanzo “Siria Mon Amour” fornisce un quadro del tutto convincente e chiaro per approcciarsi al problema. Intanto perchè Amani è nata in Siria ma è completamente italiana, nelle abitudini, nelle scelte, nello stile di vita. E’ perfettamente integrata, come quasi tutti i giovani di seconda generazione che vivono nel nostro paese e che ancora oggi l’opinione pubblica fatica così tanto a considerare degni di essere considerati italiani.
Amani, mentre racconta attraverso la penna di Cristina Obber quello che le succede a 16 anni, si mostra una ragazza come molte altre, come me per esempio. Inoltre, benchè di origini siriane, non è stata spesso nel suo paese di origine e dunque la proposta della madre di recarvisi per risolvere un cavillo legato al passaporto viene vissuto dalla ragazza come l’occasione per un bel viaggio estivo.
Le conseguenze del viaggio in Siria, del tutto inaspettate, colgono di sorpresa anche il lettore, che non si capacita di come la vita normale di una 16enne possa essere rivoluzionata in pochi giorni, in maniera irreversibile, nel 2006. Un libro del genere, fortunatamente, non è accademico, non necessita di un background approfondito sulla Siria, non richiede sforzi di fantasia. E’ reale, crudo, vero, talmente vicino a noi da permetterci di vedere i fatti con gli occhi di Amani, così come lo sono i matrimoni combinati di cui spesso non ci interessiamo perchè riguardanti “gente diversa da noi”.
E’ uno di quei libri da regalare a tutti, ai propri figli, ai propri fidanzati, alle proprie mamme, a chiunque pensiamo sia importante che questa storia vada raccontata, per dare voce a chi ha avuto la forza di non restare in silenzio.

Cristina Obber è nata a Bassano del Grappa il 9 novembre 1964. Giornalista pubblicista, ha collaborato per cinque anni con un quotidiano vicentino. Nel 2008 ha pubblicato “Amiche e ortiche” con  Baldini Castoldi Dalai, affresco dolce-amaro dell’amicizia al femminile. Nel biennio 2009-2010 ha pubblicato con A. Fraccaro editore “Primi baci” e “Balilla e piccole italiane, la scuola, i sogni, la vita”, raccolte di testimonianze sulla prima metà del novecento. Nel novembre 2011 ha pubblicato un ebook di narrativa dal titolo “La ricompensa”, per Emma books. Nel 2012 ha pubblicato “Non lo faccio più, la violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge”, ed. Unicopli, da cui è nato un progetto scuole. Nel 2013 è uscito “Siria mon amour” per Piemme editore. Collabora con Dol’s, il sito delle donne on line.

Amani El Nasif, nata ad Aleppo, in Siria, a 3 anni si è trasferita a Bassano del Grappa con la famiglia. Un giorno Amani parte per la Siria per correggere un errore sul passaporto. Scopre di essere caduta in una trappola e di trovarsi lì per essere data in sposa a un cugino. In Siria Amani resta un anno lunghissimo poi di colpo sua madre ritorna in Italia e la porta con sé. Tornata, Amani sposa un uomo italiano ed ora è mamma.

:: Recensione di Guerrilla Blues di Alessandra Bava (Edizioni Ensemble, 2012) a cura di Ilaria Mainardi

22 giugno 2013 by

bavaHa un titolo che sembra estratto da un romanzo ramingo di Jack Kerouac o da una jam session poetica di Allen Ginsberg, questa raccolta di Alessandra Bava, classe 1968, romana, con un po’ d’America nel cuore e nella penna.
Ed è l’America della vivace, dotta Cisco, come gli autoctoni sono soliti chiamare la città di Harvey Milk, che si avverte nel profumo e nella metrica delle ballate, contenute nella silloge “Guerrilla Blues”, edita, nel marzo 2012, da Ensemble Edizioni, ormai una garanzia per quanto riguarda la poesia contemporanea.
Ma ravviso anche l’impegno politico, schierato, senza dubbio, del russo Majakovskij, peraltro citato in “Gli scavatori di trincee”, a fianco delle altre, numerose ispirazioni, nella pedagogia poetica bilingue (italiano e inglese) di Alessandra: “La società vi vuole/ muti e ciechi. Allora/ scrivete sino alla fine”.
Bava non teme le ideologie che non possono morire se c’è ancora chi ha il coraggio di concretizzare il pensiero rivoluzionario di chi lo ha preceduto: “Diffidate dal vivere stagnanti/ stagioni all’inferno…sognate come Pasolini/ ululate come Ginsberg/ lanciate bombe come Corso[1]/ insorgete come Ferlinghetti/ inveite come Hirschman”.
Ma, si badi bene, non di replica stantia di passati in formalina né di sterile agiografia postuma si tratta, quando parliamo di “Guerrilla Blues” e dei suoi eroi. Il riferimento teorico può funzionare solo come propulsore all’agire, non certo come culla mnestica entro la quale sopire, artificialmente, impulsi non meglio canalizzabili (“Andiamo per il mondo e/ che la carne delle nostre/ vocali e delle nostre consonanti/siano le nostre uniche munizioni/ incendiarie).
Non c’è (più) tempo per la passività, ci esorta, continuamente Bava nei suoi versi duri, spezzati, impilati sulla pagina in modo talvolta spiazzante, mai consolatorio: “Come Thoreau/ credo che le cose/ non cambino, ma che/ noi possiamo e dobbiamo/ cambiare”.
Eppure riappropriarsi del passato non è mero esercizio di stile o vanto per letterati inclini alla citazione. All’interno delle liriche di Alessandra, il passato, la memoria storica sono piuttosto la traccia tangibile che conduce alla formazione di una coscienza civile e politica concreta, fattuale. In questo modo interpreto i vari componimenti, suggellati da una dedica esplicita, immagine della vicinanza di sensibilità e di intenti. Uno in particolare, quello in morte, non già del fratello Giovanni, di foscoliana memoria, ma del Che, il più noto fra i rivoluzionari, icona laica, fine intellettuale, ispirazione per le generazioni a seguire, recita, leggero: “ Lascio che/ la ninna nanna della/ Rivoluzione mi culli./ Amavi Neruda come me”.
“… sono nato in Argentina; non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se le signorie illustrissime dell’America Latina non si offendono, dirò che mi sento più di chiunque cittadino dell’America Latina, di qualsiasi Paese dell’America Latina; se fosse necessario sarei disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi Paese dell’America Latina, senza chiedere nulla a nessuno, senza esigere nulla in cambio, senza sfruttare nessuno…”, diceva, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Ernesto “Che” Guevara.
Poesia e prassi, nei versi di Alessandra Bava come nelle parole ferme dell’Argentino, sono accomunati dalla consapevolezza del bellissimo rischio rivoluzionario: una scintilla illumina solo un antro buio, tante scintille possono cambiare il mondo.

[1] Forse la più celebre poesia di Gregory Corso Bomb (1958) ha la particolarità di essere scritta a forma di fungo atomico.

Alessandra Bava nasce a Roma nel 1968.  Si laurea in lingue e lavora come traduttrice. Nel 2010 ha un incontro catartico con il poeta laureato Jack Hirschman in quel di San Francisco del quale è attualmente impegnata a scrivere la biografia. Sue poesie in lingua inglese sono apparse o sono in fase di pubblicazione su diverse riviste ed antologie americane (Left Curve, Occupy Wall Street Poetry Anthology, elimae, ecc.). Con i poeti della Revolutionary Poets Brigade romana partecipa a reading ed iniziative. Il suo testo di poesie Guerrilla Blues (Edizioni Ensemble) è stato pubblicato nel 2012. Al momento sta curando un’antologia dei versi della Revolutionary Poets Brigade romana.

:: Recensione Il caso è risolto, Paolo Delpino, (Todaro, 2013) a cura di Viviana Filippini

21 giugno 2013 by

DelpinoArriva nel panorama della giallistica italiana una nuova protagonista: Silvana Santi. La donna è una curiosa e intrigante ispettrice di Polizia uscita dalla penna di Paolo Delpino. Ne Il caso è risolto, prima avventura con protagonista la Santi, la donna dovrà sbrogliare la complicata matassa che ha per protagonisti una serie di persone ed eventi senza nessuna apparente relazione concreta. La struttura del romanzo è quella tipica del giallo ed è ambientano nella quotidianità giornaliera che rende il libro di Delpino vicino a noi lettori e alla realtà che ogni giorno i giornali e i media ci raccontano.  In Il caso è risolto c’è il sequestro di un ingente carico di droga,  poi la misteriosa scomparsa di un informatore, due cadaveri dei quali non si comprende nulla, una rapina con la sparizione della refurtiva che, poi, non si sa come e perché viene ritrovata.  Silvana Santi grazie al suo fiuto femminile e all’aiuto dei suoi colleghi, cercherà di ricostruire la rete di indizi che hanno determinato questi drammatici fatti per scovare il colpevole o i colpevoli. La protagonista creata da Delpino non è il tipico stereotipo del personaggio indagatore  che agisce solo ed esclusivamente per risolvere un caso. Silvana Santi è un donna a 360° della quale conosciamo, pagina dopo pagina, aspetti della vita privata che la rendono un personaggio letterario umano con pregi e difetti come tutti noi. Silvana ha un passione per il gioco degli scacchi le cui regole e abilità le saranno utili nella risoluzione dello spinoso enigma che le hanno affidato. Non solo, la donna vive da sola e ha come compagno un piccolo gatto –Diablito- che sta cercando di crescere recuperando consigli utili da esperti gattofili, mentre per quanto riguarda l’amore, la Santi ha un insana attrazione per relazioni complicate che mettono a dura prova il suo cuore di donna forte e indipendente. La narrazione de Il caso è risolto scorre via veloce dando a chi legge la sensazione di essere dentro ad un sorta di pellicola cinematografica accanto ai protagonisti dalle identità sfaccettate che non sempre corrispondo a quello che dicono di essere. Tutto sembra filare liscio, ma a complicare il lavoro della donna, rendendolo pieno di ostacoli e insidie, la sconvolgente scoperta dell’esistenza di una faida segreta tra le forze dell’ordine e il potere e ambiguità del genere umano che evidenziano quanto a volte gli individui siano disposti a tutto, anche ad uccidere, pur di ottenere quello che vogliono. Accanto a Silvana ci sono i tanti colleghi che la aiutano nel lavoro e, figura simpatica e originale direi, il suo superiore dall’accento marcatamente romano parlando per citazioni letterarie e filosofiche fornisce alla perspicace Silvana Santi ottimi spunti per direzionare le indagini. Paolo Delpino crea un giallo avvincente e intrigante, caratterizzato dal ritmo frenetico che cattura l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina con la stessa tensione emotiva di chi sta cercando di fare scacco matto al re.

Paolo Delpino è nato a Bologna nel 1948 e vive a Milano. Scrive prevalentemente racconti brevi di genere poliziesco, alcuni dei quali sono stati pubblicati sulla rivista «Inchiostro». Nel 2007 ha vinto i concorsi “Il Giogo” e “Giallocarta” e nel 2010 ha vinto il secondo premio per la narrativa del “Premio Baratella”. Per la Todaro editore ha pubblicato, come coautore, il romanzo Al civico 6.

:: Segnalazione di Venerdì nero di Michael Sears (TimeCrime, 2013)

20 giugno 2013 by

copVenNeroDef.p1Michael Sears
Venerdì nero
Traduzione di
Federico Lopiparo

Dal 20 giugno in libreria

Jason Stafford è un ex pezzo grosso di Wall Street che ha perso tutto: famiglia, lavoro e soldi. Ha pagato il prezzo di una frode finanziaria con due anni di carcere, e dopo essere uscito cerca di rimettersi in sesto. Ogni tipo di lavoro nel mondo della finanza sembra essergli precluso, ma l’esperienza di truffatore gli fa ottenere un posto in una società di investimenti: il suo incarico sarà quello di svolgere delle indagini sulle attività sospette di un giovane agente di borsa, morto da poco in un incidente in barca. Per denaro, Stafford accetta, ma quello che scopre è più scottante del previsto e finisce per coinvolgere livelli a cui sarebbe meglio non arrivare. Fra documenti criptati, ricatti, rivalità e segreti, Stafford mette a repentaglio la sua stessa vita. Una vita che era finalmente pronto a ricostruire insieme all’unica persona che gli aveva insegnato ad amarla di nuovo e che ha davvero bisogno di lui: il figlio autistico di cinque anni.
Venerdì nero segna l’esordio di uno scrittore di razza: Michael Sears, già impegnato al suo secondo romanzo, è stato nominato per l’Edgar Award for Best First Novel by the Mystery Writers of America del 2013. Forte della sua esperienza di broker, a lungo alle dipendenze di grandi gruppi finanziari, Sears descrive un mondo, quello della finanza, che conosce molto bene, e offre un punto di vista interno affascinante sulla corruzione nelle alte sfere, quella che si muove sulla superficie apparentemente liscia di Wall Street. Protagonista un uomo d’affari che si farà coinvolgere in faccende poco chiare per aiutare il figlio in difficoltà, corruzione quindi ma anche un fortissimo elemento umano alimentano una storia di suspense ed imprevisti.

Michael Sears ha trascorso oltre vent’anni a Wall Street, fino a diventare amministratore delegato alla Paine Webber e alla Jefferies & Co., prima di lasciare l’azienda nel 2005. Vive a Sea Cliff, New York. Attualmente lavora su un secondo libro che ha ancora come protagonisti Jason Stafford e suo figlio.

:: Recensione di Ancora viva di Carlene Thompson (Marcos Y Marcos, 2013)

20 giugno 2013 by

Ancora-vivaAncora viva (Last Seen Alive, 2007) di Carlene Thompson, edito da Marcos Y Marcos e tradotto da Silvia Viganò, è un thriller psicologico con tinte paranormali, genere abbastanza comune in America, dove il paranormale non è solo visto come un’eccentricità tipica di qualche strambo adepto della New Age, se pensiamo che è pratica comune chiedere aiuto ai sensitivi, anche la polizia lo fa, per ritrovare per esempio persone scomparse. Non sono una profonda conoscitrice del paranormal thriller, a cui preferisco nettamente l’horror dichiarato, ma non mi è mai capitato di cassare un libro perché l’utilizzo di elementi paranormali contribuisce alla conclusione di un’indagine.
Anche se l’ originalità, in questo tipo di romanzi è un parametro spesso vinto da tipiche matrici narrative standard: di solito chi ha capacità extrasensoriali è una donna (e qui vi risparmio i motivi sociologico- storici), vive il suo dono in maniera conflittuale, preferibilmente in contesti di provincia, dove le piccole comunità chiuse, in cui tutti si conoscono, rendono i precedenti conflitti più marcati, e qui forse la mia cultura cinematografica mi assiste di più, ricordo il bel film con protagonista Cate Blanchett, The Gift, anche se in alcuni casi non mancano anche scenari metropolitani, dove il soggetto- veggente può essere una poliziotta, (ho visto da poco un film, The Alphabet Killer , in cui una poliziotta sentiva le voci delle ragazze uccise da un serial killer, in cui per giunta si segnalava che la storia era tratta da una vicenda realmente accaduta) una madre single, una medium. Pensiamo poi anche solo a serie televisive come Medium e Ghost Whisperer o addirittura La zona morta – The Dead Zone in cui fatto strano è un maschietto al centro degli eventi soprannaturali, ma essendo tratta da un romanzo di Stephen King, deciso avversario dei luoghi comuni, è una cosa più che plausibile. Ancora viva può essere considerato dunque un paranormal thriller in cui le doti extrasensoriali della protagonista contribuiscono a svelare il mistero e identificare il colpevole, sarà infatti in seguito ad una visione che Chyna farà una scoperta risolutiva per chiarire cosa sia successo.
Il romanzo è ambientato in una piccola comunità di provincia del West Virginia, Black Willow, in cui Chyna Greer, al secondo anno di tirocinio, specializzanda in oncologia pediatrica ad Albuquerque, nel New Mexico, torna dopo la morte della madre, Vivian. Come da tempi non sospetti Lynch ci ha insegnato che la provincia nasconde mostri e infatti tra i vari conti che deve fare col suo passato, è costretta a superare il dolore per la scomparsa (nel senso proprio di sparizione) della sua migliore amica Zoey, di cui non si è più saputo nulla e particolare inquietante fu lei l’ultima ad averla vista viva.
Ma altre ragazze sono scomparse da Black Willow senza lasciare tracce, a parte Nancy ritrovata morta dopo un presunto incidente. E perché da quando è tornta, Chyna inizia a sentire la voce di Zoey che implora il suo aiuto? Per non parlare della strana telefonata che riceve dalla madre di Zoey, morta da tempo. Sarà uno scherzo crudele di qualcuno o davvero una voce dall’ aldilà capace di terrorizzarla? L’unica prova che ha per stabilire che non è tutto un parto della sua immaginazione e che non sta diventando pazza, è che il suo cane Michelle sembra anche lei avvertire delle presenze. In quel clima di ansia e di angoscia crescente Chyna non può far altro che confidarsi con una sua vecchia fiamma, Scott Kendrick, per il quale prova ancora attrazione e mettersi ad indagare per poi scoprire che c’è davvero un serial killer a Black Willow, nascosto tra i volti rassicuranti di quella piccola comunità così perbenista.
La Thompson, con ormai una quindicina di romanzi all’attivo, è una veterana dei thriller psicologici al “femminile”, ovvero quei thriller quasi prevalentemente rivolti ad un pubblico di donne, in cui sebbene sia centrale il triangolo – delitto, indagine, colpevole- non mancano tematiche attente alla loro sensibilità. Intanto c’è un lato sentimentale, non prevalente, ma significativo. I sentimenti hanno la loro importanza, che siano d’amore, d’amicizia, legami famigliari.
Poi la Thompson non eccede mai in particolari macabri o eccessivamente impressionanti, giocando più sul mistero legato principalmente a qualche segreto, anche doloroso, che coinvolge i protagonisti. La sua suspense è tesa, ma non ossessiva, i drammi sono vivi e concreti, ma mai terrorizzanti. Forse, per essere un thriller, il romanzo pecca di eccessiva lentezza, ma non dispiacerà pensando che l’autrice alla pura azione predilige una suspense prettamente psicologica, determinata dall’atmosfera di crescente inquietudine. Anche le lettrici più giovani possono leggere tranquillamente i suoi libri, che bilanciano la parte gialla di puro intrattenimento, con riflessioni anche profonde e attuali. E la Thompson è attenta alla realtà e ai problemi sociali, come è molto legata alla natura e agli animali. Consigliato.

Carlene Thompson La ‘voce nuova’ del brivido ha sempre amato i libri e gli animali. Suo padre è un medico condotto che accetta come compenso… animali domestici. L’idea di scrivere le viene dopo aver visto La carica dei 101. Immagina la ‘scaletta’ del suo primo thriller vero e proprio molti anni dopo, portando a spasso due cani. Dalla campagna e dagli animali non si separerà mai. Oggi Carlene Thompson vive in una fattoria che sembra un ‘albergo degli animali’ a Point Pleasant, in West Virginia, accerchiata da scoiattoli che ogni tanto boicottano le linee telefoniche. Carlene Thompson ha al suo attivo una decina di romanzi, tradotti in varie lingue. Marcos y Marcos ha già pubblicato: In caso di mia morte, Come sei bella stasera, Non dirlo a nessuno, Ultimo respiro, Nero come il ricordo, Non chiudere gli occhi, Stanotte sei mia, Fredda è la notte e Il nostro segreto.   

:: Recensione di ZeroZeroZero di Roberto Saviano (Feltrinelli, 2013) a cura di Michela Bortoletto

20 giugno 2013 by

zero“Nulla è più potente della lettura, nessuno è più bugiardo di chi afferma che leggere un libro è un gesto passivo. Leggere, sentire, studiare, capire è l’unico modo di costruire vita oltre alla vita, vita a fianco della vita. Leggere è un atto pericoloso perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna e le disperde in ogni direzione. Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere. […] Conoscere è iniziare a cambiare.”

Ho deciso di parlarvi di ZeroZeroZero di Roberto Saviano cominciando da questa sua affermazione sulla lettura posta alla fine del suo lavoro.  Saviano afferma in sintesi che leggere è conoscere e che conoscere è iniziare a cambiare.  Si deve capire come funzionano le cose per cercare poi di modificarle.
Ma non solo. Si deve conoscere per prendere una propria posizione. Quando si deve affrontare una discussione su qualsiasi argomento, quando si deve dare peso alle proprie affermazioni, quando si deve esporre un’argomentazione bisogna essere a conoscenza del maggior numero di dettagli, bisogna essere certi di quello che si dice, portare esempio e confutazioni alla propria tesi. E per farlo bisogna leggere!
E se ci si vuole fare un’idea di quanto violento, tragico e onnipresente sia il mondo della cocaina e del narcotraffico consiglio di leggere ZeroZeroZero di Roberto Saviano.
Ammetto la mia titubanza prima di iniziarne la lettura. Pensavo che mi sarei annoiata. Temevo che avrei trovato “pesante” la lettura di dati e racconti su di un argomento che reputavo distante da me e dal mio mondo. Mi sono ricreduta già dalle prime pagine.
In uno stile scorrevole, accattivante e diretto Saviano ci immerge nel mondo della cocaina. Un mondo fatto di narcotrafficanti, di bande e cartelli, di funzionari corrotti, ma anche di poliziotti coraggiosi, di pentiti, di ragazzi  “costretti” a fare i muli dalla società in cui vivono. Di persone che ci sono dentro fino al collo ma che sperano di riuscire a cambiare le cose. Di giornalisti uccisi per amore della verità. Di cani antidroga talmente bravi da esser messi sotto scorta.
Saviano ci porta in Sudamerica, negli Stati Uniti e in Africa.  Ci racconta dove nasce la coca, da dove parte per raggiungere il resto del mondo. Sembra tutto molto lontano da noi fino a quando ecco che la nuda e cruda  verità  che viene a galla: la cocaina e il suo traffico è ovunque. Anche in Italia. Ma non solo nel bistrattato Meridione! No, i traffici illegali sono anche nel tranquillo nord, in piena Pianura Padana!
La cocaina è ovunque e il suo commercio crea un giro  di soldi multimiliardario. La cocaina è violenza, sfruttamento, schiavitù, morte. La cocaina è dipendenza. Dipendenza per chi ne fa uso; dipendenza per chi la vende per vivere; dipendenza per chi attraverso di essa accumula ricchezze che però non bastano mai. Dipendenza per chi ne scrive. “Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted.” Questo afferma Saviano. Ma la cocaina crea dipendenza anche in chi legge queste storie. Saviano ci racconta il mondo della cocaina attraverso i suoi protagonisti, buoni e cattivi.  ZeroZeroZero non è fatto di sterili dati ma di storie.  Storie che ci travolgono per la loro realtà. Storie che ci appassionano, ci disgustano, ci inquietano. Storie che creano in noi la voglia di leggerne altre; peccato che a un certo punto Saviano abbia dovuto mettere la parola fine.

Roberto Saviano è nato a Napoli nel 1979. Si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Nel marzo 2006 pubblica il suo primo romanzo “Gomorra”, edito da Mondadori. Tradotto in oltre 50 paesi diventa un bestseller con 10 milioni di copie vendute nel mondo. Roberto Saviano ha pubblicato anche La bellezza e l’inferno (Mondadori 2009), La parola contro la camorra (Einaudi 2010), Vieni via con me (Feltrinelli 2011) e ZeroZeroZero (Feltrinelli 2013). In Italia collabora con “la Repubblica” e “L’Espresso”, negli Stati Uniti con il “Washington Post” e il “New York Times”, in Spagna con “El País”, in Germania con “Die Zeit”, in Svezia con “Expressen” e “Dagens Nyheter”, in Inghilterra con “The Times”. Dall’ottobre 2006 vive sotto scorta in seguito alle minacce ricevute dai clan che ha denunciato.

:: Recensione di I magnifici sette capolavori della letteratura per ragazze di AA. VV. (Newton Compton, 2013) a cura di Elena Romanello

19 giugno 2013 by

ragazzeTempo ormai estivo, e la Newton Compton propone una serie di raccolte di romanzi nella collana I Mammuth decisamente interessanti.
In particolare, una di loro potrebbe unire varie generazioni di lettrici: I magnifici sette capolavori della letteratura per ragazze propone alcuni libri per bambine e adolescenti di ieri e perché no anche di oggi, che può essere piacevole leggere o rileggere o far leggere.
I llibri raccolti sono Piccole donne di Louisa May Alcott, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Ragione e sentimento di Jane Austen, Il giardino segreto di Frances Burnett, Pattini d’argento di Mary Mapes Dodge, Heidi di Johanna Spyri, Pollyanna di Eleanor Porter, tutti usciti tra i primi dell’Ottocento e i primi del Novecento, e ciascuno entrato nella Storia della letteratura ma anche del protagonismo al femminile, spesso creando scompiglio per i modelli proposti.
Piccole donne della Alcott racconta di quattro ragazze durante la Guerra civile americana, ragazze forti e volitive, non fragili creature svenevoli, con dietro la vera storia dell’autrice, femminista, abolizionista, scrittrice, insegnante, pare pure lesbica, che passò tutta la sua vita ad andare controcorrente anche se nel libro dovette essere un po’ più soft. Indimenticabile il personaggio di Jo, al cinema vista con il volto di Katharine Hepburn, June Allyson e in tempi più recenti Winona Ryder.
Alice nel paese delle meraviglie si mette all’interno della fiaba vittoriana, anticipando il fantasy moderno e presentando il primo esempio di ragazzina che viaggia in un mondo fantastico e si salva da sola, oltre che un viaggio nell’inconscio femminile abbastanza intenso. Da rileggere dopo il film non sempre fedele anche se interessante di Tim Burton.
Ragione e sentimento è forse il romanzo più per signorine della raccolta, con al centro il contrasto tra cuore e ragione di due sorelle, la razionale Elinor e l’impulsiva Marianne, che sul grande schermo hanno avuto il volto di Emma Thompson e Kate Winslet, sullo sfondo della società spietata della Reggenza inglese ai primi dell’Ottocento.
Con Il giardino segreto si infrange un tabù: l’eroina, Mary Lennox, orfanella giunta dall’India nel castello dell’austero zio, è tutto tranne che carina e buona, è bruttina, capricciosa, caparbia, ma saprà trovare un suo spazio e migliorare il mondo intorno a sé, impuntandosi e dicendo no, e cercando nuove strade e sogni rispetto a quelli che le sono imposti. Da riscoprire sia il film di metà anni Novanta in tema sia il bell’anime giapponese dello stesso periodo.
Pattini d’argento è il titolo oggi meno famoso, anche perché non ha avuto adattamenti filmici o animati recenti, ritratto di due ragazzi olandesi dell’Ottocento e alla base della passione di generazioni di ragazze per il pattinaggio.
Di Heidi è da decenni ormai più famoso il cartone animato giapponese che il libro, ed appunto per questo merita una lettura, per il suo inno all’anticonformismo e ad una vita a contatto con la natura, anche qui con al centro una piccola donna tutt’altro che arrendevole e conformista.
Pollyanna ha avuto varie stagioni di interesse o meno, legate prima al film Disney anni Sessanta con Hayley Mills e poi all’anime giapponese di fine anni Ottanta, ed è un libro con vari livelli di lettura, all’apparenza mieloso e buonista, ma in realtà portatore di una visione del mondo che può aiutare, senza eccedere.
Un’occasione per sognare e appassionarsi con bambine di ieri, che forse hanno ancora un po’ di cose da dire alle bambine e non solo a loro di oggi.