:: Patrimonio. Una storia vera, Philip Roth, (Einaudi, 2007) a cura di Michela Bortoletto

27 febbraio 2014 by

978880619080GRATraduzione di Vincenzo Mantovani

Herman Roth ha ottantasei anni. È un uomo forte, affascinante e vigoroso nonostante l’età. Una mattina si sveglia con metà faccia paralizzata: è una cosa temporanea, gli dicono i medici. Passano i mesi e non solo la paralisi rimane, ma ad essa si aggiunge la sordità ad un orecchio. Non può essere nulla di buono, teme Herman. E infatti sarà così purtroppo. La diagnosi che lo attende è implacabile: tumore al cervello. Due sono i casi: operarsi e rischiare di morire, oppure lasciare tutto così com’è e vivere i pochi mesi rimasti.
La decisione davanti alla quale si trova Herman Roth è difficile. Ma non è solo. Accanto a lui c’è il figlio, Philip, la voce narrante che seguirà Herman in questo lungo calvario.
Attraverso gli occhi di Philip non solo vediamo Herman alle prese con questa tragica lotta ma ne scopriamo la lunga vita. Ebreo, figlio di genitori immigrati a Newark, Herman è uno di quegli uomini “che si sono fatti da soli”. Pur non avendo avuto la possibilità di ricevere una degna istruzione, Herman è riuscito a far carriera nel ramo delle assicurazioni e a garantire ai suoi due figli una vita felice. Rimasto vedovo, ha rifiutato l’invito dei figli a trasferirsi in uno di quei nuovi quartieri per anziani che hanno costruito nella sua città. Herman, infatti, ha preferito rimanere nella sua casa, con i suoi amici, pronto ad affrontare la sua nuova vita solitaria, finché non inizierà una nuova relazione con Lil, una donna più che paziente che sopporta in silenzio e per amore di Herman di non esser mai all’altezza.
Patrimonio è  il racconto degli ultimi mesi di vita del padre di Philip Roth ma non solo. È il ritratto di un uomo che ha sempre combattuto contro le avversità, che non si è arreso di fronte a nulla, e che è intenzionato a non mollare nemmeno davanti alla malattia.
Patrimonio  è la sofferenza di un figlio che non può far nulla per trattenere il padre con sé.
Patrimonio sono le centinaia di ricordi che riaffiorano dai racconti di Herman: la vecchia Newark, il suo essere ebreo nel secondo dopoguerra, le vie piene di botteghe che ora sono sparite. I colleghi e gli amici di un tempo che sono invecchiati, che hanno cambiato città, che sono morti.
Patrimonio è l’eredità che Herman lascia a Philip. Un’eredità che non è fatta di soldi, azioni in banca, case.
Un’eredità composta da ricordi, persone e personaggi, aneddoti e lezioni di vita che Philip potrà usare nei suoi libri. Un patrimonio fatto di ricordi, determinazione e di una tazza da barba.
Cosa succede se a tuo padre diagnosticano una terribile malattia destinata a ucciderlo in pochi mesi? Ti disperi, cerchi disperatamente una cura, ti arrendi. Se ti chiami Philip Roth trasformi il tuo dolore in un meraviglioso e toccante ricordo.

Philip Roth ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997 per Pastorale americana. Nel 1998 ha ricevuto la National Medal of Arts alla Casa Bianca, e nel 2002 il piú alto riconoscimento dell’American Academy of Arts and Letters, la Gold Medal per la narrativa. Ha vinto due volte il National Book Award e il National Book Critics Circle Award, e tre volte il PEN/Faulkner Award. Nel 2005 Il complotto contro l’America ha ricevuto il premio della Society of American Historians per «il miglior romanzo storico di tematica americana del periodo 2003-2004». Recentemente Roth ha ricevuto i due piú prestigiosi premi PEN: il PEN/Nabokov Award del 2006 e il PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction. Roth è l’unico scrittore americano vivente la cui opera viene pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America. Nel 2011 ha ricevuto la National Humanities Medal alla Casa Bianca, ed è poi stato dichiarato vincitore della quarta edizione del Man Booker International Prize.
Di Philip Roth Einaudi ha pubblicato: Pastorale americana (1998), Operazione Shylock (1998)Il teatro di Sabbath (1999), Ho sposato un comunista (2000), Lamento di Portnoy (2000), La macchia umana (2001), L’animale morente (2002), Lo scrittore fantasma (2002), Zuckerman scatenato (2004), Chiacchiere di bottega (2004)Il complotto contro l’America (2005)Il seno (2005), La lezione di anatomia (2006), L’orgia di Praga (2006), Everyman (2007), Patrimonio (2007), Il fantasma esce di scena (2008), Il professore di desiderio (2009), Indignazione (2009), L’umiliazione (2010), La controvita (2010 e 2012), La mia vita di uomo (2011), Nemesi (2011 e 2012), Goodbye, Columbus (2012), Quando lei era buona (2012), I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013), La nostra gang (2014) e il volume Zuckerman (che raccoglie i romanzi Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia, L’orgia di Praga, Nemesi e «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka).

:: Odessa star, Herman Koch, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2014 by

odessa_star_02Cos’è il male? È possibile dargli una forma, una consistenza specifica o esso si manifesta nelle nostre vite quando meno ce lo aspettiamo e con sembianze che fatichiamo a riconoscere? Il male è quello che si insidia piano piano e sotto forma umana nella vita di Fred Moorman, un cinquantenne di Amsterdam per nulla soddisfatto della propria esistenza. Fred è un lamento continuo: non sopporta l’anziana signora che vive nel loro stabile, perché ha un cane che lascia i suoi escrementi ovunque e il loro pungente odore si espande in ogni dove; non è molto in sintonia con il figlio David, che vorrebbe tanto un padre con una macchina cool, tipo una jeep, e non una sfigata utilitaria. Fred è deluso anche dall’amata moglie Cristina che non lo vede più come l’aitante giovanotto di un tempo e, nonostante lui cerchi di tenersi in forma correndo, lei lo considera una sorta di scarpa vecchia da buttare via. Fred non riesce a capacitarsi di queste critiche e quando un giorno, per caso, incontra un suo ex compagno di scuola, tal Max G., oltre a ricordare i tempi andati, scarica addosso a lui la sua completa insoddisfazione. Fred si sente più leggero ora che ha confessato il suo senso di sconfitta a Max, ed è ammaliato da quell’ex squattrinato compare perché è elegante, ha un donna fantastica, guida un macchina stupenda e per di più gira con un energumeno che gli fa da guardia del corpo. Il protagonista vede in Max quello che lui avrebbe voluto essere e la persona ideale alla quale confessare il proprio senso di sconfitta. Il problema è che il protagonista di Odessa Star non si rende conto che il suo “dire”, darà il via ad una scia di strani e macabri eventi che scuoteranno in modo irreversibile la sua vita. Leggendo il libro di Koch mi son venuti in mente alcuni film molto simili a questa narrazione. Per esempio, lo stato di insoddisfazione cronica di Fred e alcune situazioni macabre nascoste sotto una superficie di massima rispettabilità sociale mi hanno ricordato molto da vicino il film American beauty, nel quale l’immagine patinata della media borghesia cela invece  qualcosa di oscuro e impensabile. Le incomprensibili scomparse di alcuni personaggi e certi episodi dove il sangue compare quale e là all’improvviso, mi hanno invece fatto pensare ai film di Tarantino come Pulp Fiction. Non so se queste pellicole abbiano influenzato l’autore ma i personaggi letterari dal mio punto di vista richiamano quelli grotteschi e instabili presenti in questi film. Tornando ad Odessa Star, Fred è monotono, apatico e Max, con la sua perfezione, i suo misteriosi traffici è la rappresentazione del sale della vita, al quale si deve aggiungere quell’inquietante imbarcazione – l’Odessa Star del titolo- ormeggiata nel canale del Mare del Nord. Fred vuole mettere un po’ di pepe nella sua vita, ma poi si accorge che stare con Max vuol dire vivere ai limiti della legalità e punire il presunto colpevole anche se non ha colpe. Max non ha remore o pietà, anzi, per lui fare del male sembra essere una cosa del tutto normale, un atteggiamento che porterà Fred a voler uscire dall’assurda e insensata spirale di violenza gratuita che sta travolgendo lui e – anche se non se ne accorgono subito – la sua famiglia. Koch scrive un libro nel quale i continui salti temporali tra presente e passato sono fondamentali per farci capire i caratteri dei personaggi, quindi lettori non ve la predente con l’autore se continua a farvi viaggiare nel tempo. Inoltre, leggendo Odessa Star comprendiamo che sì Fred è attratto dalla vita spericolata di Max, perché l’adrenalina che la caratterizza la rende emozionante rispetto alla monotona quotidianità, ma allo stesso l’autore ci mostra il forte e – concedetemelo- opprimente stato di ansia nel quale comincia a vivere Fred quando ritrova l’amico di un tempo, ed è quello che ci fa capire che vivere “sul filo del rasoio” non sempre aiuta, perché prima o poi, come recita un famoso proverbio: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”.

Herman Koch (1953) è noto come autore televisivo, giornalista e romanziere. All’esordio Red ons, Maria montanelli (1989) sono seguiti Eten met, Emma (2000) e Denken aan Bruce Kennedy (2005). Con La cena (Neri Pozza 2010, Beat  2011) e Villetta con piscina (Neri Pozza 2011, Beat 2013) ha ottenuto uno straordinario successo internazionale.

:: Classici al femminile per Neri Pozza a cura di Elena Romanello

27 febbraio 2014 by

Edith_WhartonLa casa editrice Neri Pozza presenta, in occasione dell’8 marzo, la nuova collana, Le Grandi scrittrici, dedicata ai classici della narrativa femminile, per leggere o rileggere opere entrate nell’immaginario e scoprire figure di donne in anticipo sui loro tempi, sia tra i personaggi proposti che tra le autrici.
Non si può non iniziare con Charlotte Brontë e la sua Jane Eyre, prototipo dell’eroina moderna, in contrasto con le svenevoli fanciulle dell’epoca vittoriana: una ragazza non bella, molto intelligente, che lavora per vivere ma anche per affermare se stessa e che trova l’amore in maniera totalmente anticonformista. Jane Eyre, uno dei libri più amati da Virginia Woolf, viene presentato nella traduzione di Monica Pareschi, con l’introduzione di Tracy Chevalier, una delle migliori autrici contemporanee di romanzi storici al femminile, a cominciare da La ragazza con l’orecchino di perla. Jane Eyre è stato l’alter ego di Charlotte Brontë, autrice che creò scompiglio con i suoi personaggi di donne nuove nella rigida società vittoriana, tanto che dovette in un primo tempo firmare i suoi libri con uno pseudonimo maschile. Sorella di Emily e Anne, anche loro scrittrici, Charlotte volle raccontare per la prima volta di donne che cercavano la loro indipendenza dallo sguardo maschile e dai ruoli familiari tradizionali: il libro Jane Eyre ha ispirato vari adattamenti cinematografici, tra cui quello del 1996 di Franco Zeffirelli con Charlotte Gainsborough e quello del 2011 con Mia Wasikowska e Michael Fassbender.
Da leggere o rileggere La casa della gioia di Edith Wharton, ritratto di Lily Bart, ragazza di buona famiglia nella New York di fine Ottocento, che resta vittima di un mondo in cui conta l’apparire e dove è facile rimanere vittime del sistema. Una storia attuale, tradotta da Gaja Cenciarelli e con l’introduzione di Benedetta Bini, che torna dopo quasi quindici anni in libreria, da quando uscì il bel film, da riscoprire, di Terence Davies con protagonista Gillian Anderson. Edith Wharton è stata una delle testimoni più interessanti e efficaci della vita delle classi agiate tra Otto e Novecento negli Stati Uniti: per molti la sua vera eroina è proprio Lily Bart, ma non si può dimenticare nemmeno Ellen Olenska de L’età dell’innocenza , portata sull schermo da Michelle Pfeiffer.
Il terzo titolo proposto di questo primo giro è La piccola Fadette di George Sand, apologo sulla diversità e sui pregiudizi sociali, ambientato nella Francia rurale dell’Ottocento, con al centro un’eroina che lotta per affermare la sua individualità, in un mondo che la discrimina in quanto donna e perché vive con la nonna accusata di essere una strega. Un alter ego dell’autrice, intellettuale anticonformista che creò scandalo nella Francia del XIX secolo, per i suoi amori sia maschili che femminili, per le sue idee sociali progressiste e per la sua abitudine di vestirsi in abiti maschili. La piccola Fadette rivive con una nuova traduzione di Alexandre Calvanese e l’introduzione di Daria Galateria.
Grazie a Neri Pozza quindi si potrà fare un viaggio tra classici e riscoperte scritti dalle donne sulle donne e per far nascere nuove consapevolezze nelle medesime. Un discorso quanto mai attuale oggi, particolarmente qui in Italia.

:: Storia d’inverno, Mark Helprin, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

26 febbraio 2014 by

storia d'invernoUna raccomandazione prima di prendere in mano questo libro monumentale, oltre 800 pagine: dimenticare l’imbarazzante filmetto che ne è stato tratto, uscito in Italia per San Valentino e già dimenticato, salvo per alcune recensioni non certo tenere e favorevoli, visto che oltretutto non è riuscito ad essere nemmeno il film giusto da vedere nel giorno della festa degli innamorati, perché francamente tra passato e presente in giro c’è di molto meglio.
D’accordo, il film ha avuto il merito di spingere Neri Pozza a tradurre questo long seller, uscito nel 1983, ma per il resto centra ben poco, nonostante la scelta di usare la locandina come copertina, probabilmente sperando in un migliore traino.
Mark Helprin costruisce nelle pagine del suo Storia d’inverno un affresco affascinante intorno a New York, lontana dagli stereotipi della Grande Mela, da fine Ottocento a quello che per lui era il futuro nel 1983, l’inizio del Millennio. Una New York popolata da vari personaggi nel corso degli anni, dal ladro Peter Lake alla sua nemesi Pearly Soames, dalla giovane e sfortunata Beverly alla più moderna Virginia, agli stravaganti Mootfowl e Craig Binky, che rivive in pagine vibranti e travolgenti, a tratti complesse, perché sono tanti i fili narrativi che l’autore segue, tra salti temporali e storie diverse che poi pian piano si uniscono e vanno avanti, fino al finale, in maniera mai scontata e già vista.
Non era facile trasporre al cinema un libro di questa complessità, in cui si mescolano tanti generi tra le altre cose: il romanzo storico nella prima parte, la storia d’amore, la satira sociale, il racconto fantastico o meglio proto urban fantasy, la distopia fantascientifica, il romanzo sociologico e psicologico. Un libro in cui ogni lettore può trovare una sua strada e spunti per se stesso, difficilmente catalogabile e proprio per questo interessante. Storia d’inverno è pieno di personaggi, situazioni, storie, tra New York e i suoi dintorni, foreste e laghi fuori dal tempo e dallo spazio ancora più della città stessa e che costruisce un microcosmo unico e originale, tra passato, presente e futuro.
Detto questo, il regista Akiva Goldsman ha scelto il modo peggiore per trasporre il tutto al cinema, semplificando il tutto ad una storiella fantastica per strizzare l’occhio alle fan orfane di Twilight, semplificando e eliminando personaggi e situazioni, rendendo tutto banale e poco incisivo, e aggiungendo alcune trovate ad effetto sempllicemente imbarazzanti. E dire che la fotografia era suggestiva, così come musica ed ambientazioni, e le interpretazioni della giovane Jessica Brown Findlay e della veterana Eve Marie Saint, ma il resto è diventato tutto troppo diverso e banale, dimenticabile se non si conosce il libro e irritante invece se lo si è letto: nel libro chiunque trova una sua strada con spunti e interessi, nel film tutto rimane piatto e scontato, sfruttando solo l’elemento paranormale tra demoni e angeli (tutti decisamente da ridere e non in senso buono) e la storia d’amore resa zuccherosa e stucchevole.
Il film è stato infatti presto tolto dalle sale cinematografiche, e finirà nell’elenco degli adattamenti non riusciti di opere letterarie interessanti: non è il primo e non sarà l’ultimo. Storia d’inverno libro invece merita attenzione, considerazione e un’immersione nelle sue pagine, tante, copiose, trascinanti, a tratti confuse, ma capaci davvero di affascinare. Traduzione di Adriana Dell’Orto.

Mark Helprin è nato a New York. Ha studiato a Harvard, Princeton e Oxford, e ha prestato servizio militare nell’esercito e nell’aviazione israeliana. È ritenuto uno dei maggiori scrittori americani contemporanei. Collabora con il New York Times e vive in Virginia. Tra le sue opere: In Sunlight and in Shadows, A Dove of the East and Other Stories, Refiner’s Fire, A Soldier of the Great War. http://www.markhelprin.com/

:: La penultima città, di Piero Calò (Las Vegas Edizioni, 2013)

26 febbraio 2014 by

copLPC-479x700Dopo L’occhio del porco, (Instar, 2010), Piero Calò torna in libreria con La penultima città, edito da Las Vegas Edizioni, romanzo a dir poco stravagante e singolare, forse più per lo stile e il linguaggio, che per la trama (piuttosto prosciugata) che si colloca infondo sul solco del romanzo dispotico classico.
Abbiamo una società futura, proiezione della nostra, solo forse più distorta e mostrata nelle sue degenerazioni più eccessive; abbiamo nuove strutture di potere, nuove dislocazioni territoriali, maxischermi sparsi per le vie che richiamano (forse) gli schermi posizionati nelle abitazioni di 1984 di Orwell, l’abolizione del denaro sostituito da una forma di baratto che idolatra l’ oro, da accumulare per potere evadere dai confini opprimenti delle proprie città, per soggiorni, quanto mai utopici, nelle isole felici della Giolla Unita (ironico e beffardo corollario dei nostri soggiorni turistici in centri vacanza esotici e costosi).
Il tutto condizionato da una tensione continua, un pericolo incombente, che si materializza tramite bombe che esplodono ogni giorno, bombe di cui si è persa memoria della ragione e manco più ci si interroga su chi sia a posizionarle o fabbricarle. Come se la storia passata non avesse insegnato niente (rimando alla vecchia che sul finale ride) e proprio la sua inutilità sembra essere il fulcro rugginoso di questa feroce satira travestita da beffa, burla, scherzo. Non c’è progresso, in questo immaginario futuro,  solo involuzione, forse regressione, declino. Critica al decadimento della società occidentale? Chissà. Da sempre la fantascienza tende a parlarci del nostro presente, a volte mascherandolo con congegni ipertecnologici,  solo proiezione di quello che davvero diventerà parte del nostro vissuto, in uno scarto temporale quasi preveggente.
Come dicevo è comunque il linguaggio, la sua parziale destrutturalizzazione, il suo utilizzo disinvolto capace di creare una verve comica di sottofondo, (il tono beffardo è continuo) in cui paradossi, neologismi, scollegamenti logici, causano nel lettore una sorta di vertigine, che a volte si estremizza in un vero non senso. E proprio in questi blackout, che forse si rifanno alla nobile tradizione del teatro dell’assurdo, ironia e comicità a volte si intrecciano, facendo esplodere (inaspettate) sonore risate.
Ambientato a Torello, (che chissà perchè storpiavo in continuazione in Torino, oh il simbolo di Torino è proprio un toro, perdonatemi) il romanzo, coralmente inteso come una messinscena quasi teatrale di personaggi bizzarri che si incontrano e si scontrano, ha per protagonisti principali Nino Flora, disoccupato cronico protagonista di surreali colloqui di lavoro, Giona Paraponzi (ponzipo, scusate non ho resistito), tipo grezzo e che riserverà sorprese, la bella Michela Gang Bang, badassa dell’Hotel Gramsci, bordello cittadino, Serena, segretaria della Beni Vizi e Servizi, e molti altri minori, ma non meno gustosi e interessanti.
E vogliamo parlare del culto tributato a Questo, Codesto e Tale, spuria trinità? Ha molto del romanzo sperimentale, a volte di difficile decriptazione, quasi parlasse una lingua da iniziati, La penultima città, ma comunque il divertimento è assicurato e l’originalità che racchiude potrà senz’altro stupire e interessare anche i lettori più raffinati.

Piero Calò è nato il 7 maggio 1969 a Manduria di Taranto e si è trasferito a Torino nel 1992. Nel 1999 ha pubblicato il saggio Gola profonda – la pornografia prima e dopo Linda Lovelace, (Lindau) un’analisi del cinema “underground” e della rivoluzione sessuale in Italia a partire dagli anni ’70.
Il suo romanzo d’esordio, L’occhio di porco, è uscito per i tipi di Instar nel 2010. Nel 2011 ha partecipato alla raccolta di racconti Sangu – racconti noir di Puglia (Manni). A fine 2013 l’autore pubblica il secondo romanzo, La penultima città (Las Vegas edizioni).
Calò ha collaborato con varie riviste cinematografiche e musicali, e con il Museo del Cinema di Torino dove si è occupato di marketing. Attualmente gestisce EMOTICOM, una cartolibreria molto colorata.

:: Negli occhi dell’assassino, Belinda Bauer, (Marsilio, 2014)

25 febbraio 2014 by

indexEsce domani, 26 febbraio, Negli occhi dell’assassino (Darkside, 2011), il nuovo romanzo, edito in Italia, di Belinda Bauer. Sempre per Marsilio, sempre tradotto da Fabio Zucchella, come il precedente Blacklands del 2011, che se non l’avete ancora letto vi consiglio di recuperare. La Bauer, dopo aver raccolto premi tra cui il Gold Dagger Award e consensi sulla stampa britannica e internazionale, (“Una scrittura straordinaria, un finale stupefacente. Uno dei thriller più emozionanti che potrete leggere quest’anno” chiosa il Sunday Times), ritorna in Italia, con un romanzo a mio avviso ancora più bello del precedente. La Bauer scrive thriller psicologici di ambientazione tipicamente inglese: brughiere innevate, villaggi di campagna dove tutti si conoscono, cottage caratteristici con i centrini di pizzo. Tuttavia oltre al peso dato alla componente psicologica, aggiunge una venatura noir abbastanza insolita, che emerge per contrasto, in ambientazioni così rassicuranti e colme di bellezze naturali.
Questa volta siamo nel villaggio di Shipcott, uno dei tanti che costellano l’Exmoor nell’Inghilterra sud occidentale. Jonas Holly, il bobby della zona, un ragazzone alto un metro e novanta, con lo sguardo ancora limpido di un bambino, benvoluto, amico di tutti sta vivendo un periodo abbastanza difficile della sua vita. Ha rinunciato alla sua aspirazione di lavorare per l’antiterrorismo e si è ritirato nel piccolo villaggio circondato dalla brughiera per accudire l’amata moglie Lucy, segnata da una malattia terribile e invalidante come la sclerosi multipla.
Mentre la moglie pian piano lotta con il suo decadimento fisico perdendo pian piano l’uso delle gambe, delle mani, ed ogni seppur minima incombenza quotidiana diventa una sfida insostenibile, Jonas si accorge che difenderla e proteggerla è la sua unica ragione di vita, e quando di trova faccia a faccia con un delitto, il primo delitto della sua carriera, qualcosa scatta in lui e lo spinge a voler diventare un vero poliziotto, quello che gli altri si aspettano che lui sia. Ma non sarà così facile.
Subito il caso della morte dell’anziana Margaret Priddy, soffocata nel suo cottage da uno sconosciuto, viene infatti preso in carico dall’ispettore capo John Marvel e dalla sua task force arrivata dalla città. A Jonas, considerato da Marvel come un emerito cretino, (arriva a toccare il naso del cadavere inquinando la scena del crimine) vengono affidate mansioni assurde, come sostare davanti alla porta del cottage in attesa che l’assassino torni sulla scena del delitto.
Alla scarsa considerazione di Marvel si aggiungono i messaggi anonimi che riceve che l’accusano di essere un pessimo poliziotto. Chi sarà a mandarglieli? Chi lo tiene d’occhio sempre al corrente di cosa sta facendo? Altre morti funesteranno il tranquillo villaggio, e quando Jonas sarà certo che la prossima vittima potrebbe essere proprio sua moglie capisce che non ha scelta, deve scoprire il colpevole, a costo di fare i conti con fatti avvenuti nel lontano passato.
Se in Blacklands avevamo un ragazzino trascurato alle prese con un serial killer, in Negli occhi dell’assassino, troviamo un protagonista di circa trent’anni, un poliziotto di campagna, segnato da drammi familiari e personali, che lo portano a indagare sui delitti di un assassino, spietato e quasi invisibile. In un villaggio, dove tutti si conoscono, dove può nascondersi? Come fa a non lasciare tracce, se non un bottone che Jonas trova sul davanzale della finestra della casa di  Margaret Priddy? Poi sono morti avvenute nel suo territorio, nella zona di cui lui è responsabile, Jonas è il rappresentante della legge, il custode, che guarda con diffidenza i poliziotti arrivati da fuori, anch’ essi animati da dinamiche complesse e non così coesi come ci si aspetterebbe.
La scrittura della Bauer è fluida, scorrevole, strutturata in una sorta di conto alla rovescia che terminerà con il capitolo finale, risolutivo. Unisce a particolari di vita quotidiana,  ossessivi quelli di Peter Priddy, che cerca nella sua cucina una sottomarca dei biscotti Jaffa (biscotti rotondi tipicamente inglesi con uno strato di marmellata di arance ricoperto di cioccolato), sospettando che se li siano mangiati tutti le infermiere della madre, descrizioni di ambienti, scenari paesaggistici, e un’ attenta analisi dei caratteri dei personaggi.
Brividi non mancano, la suspense neppure, la Bauer gioca con il lettore, tesse la sua trama, fino al finale in cui consoceremo le ragioni di queste morti, conosceremo quello che è scattato nella mente malata dell’assassino come in ogni thriller che si rispetti, e solo allora la componente noir prenderà il sopravvento.

Belinda Bauer vive nel Galles. Ha lavorato come giornalista e sceneggiatrice per cinema e TV. Negli occhi dell’assassino è il suo secondo romanzo, dopo Blacklands, venduto in 28 paesi, vincitore del Gold Dagger Awards, selezionato come Exceptional Debut da «Publishers Weekly» e «Bookseller», tra i 10 titoli imperdibili per TV Book Club.

:: Il palazzo dalle cinque porte, Stefano Di Marino (Mondadori, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2014 by

3100Cigolii, passi affrettati nel buio, ombre, presenze inquietanti, delitti, misteri, di questo si nutre Il palazzo dalle cinque porte, romanzo che segna il passaggio da Segretissimo al Giallo Mondadori, di un autore versatile e non scontato come Stefano Di Marino.
Un autore che ama sperimentare e sorprendere, tanto da tentare la strada del thriller soprannaturale, quel genere di giallo fantastico, con sfumature horror, contaminato da suggestioni cinematografiche e letterarie che ci portano lontano nel tempo, agli sceneggiati italiani anni settanta, come non pensare a Il segno del comando, con Ugo Pagliai nei panni del professore Edward Forster, o anche ai successivi gialli all’italiana, di registi come Argento, Lenzi, Bava, per citarne alcuni, ed ancora prima ai personaggi letterari di Arsene Lupin di Maurice Leblanc, o Rocambole di Alexis Ponson du Terrail o le atmosfere irreali e ricche di pathos di Fantômas, capisaldi della narrativa d’avventura.
Da scrittore di razza, perché Di Marino ha una naturale fluidità narrativa che gli permette di essere forse il più prolifico autore italiano di action, ama contaminare generi e rielaborarli aggiungendo suoi personalissimi tratti distintivi, sopratutti l’amore per l’oriente e le arti marziali per esempio, e in questo romanzo la ricerca legata all’occulto, e alle arti legate alla magia, all’illusionismo, alla prestidigitazione (arrivando a spiegare i meccanismi che svelano i segreti di un delitto nella stanza chiusa, o i congegni nascosti che circondano una seduta spiritica organizzata da imbroglioni).
Dunque suggestioni horror, declinate più nelle sue componenti di inquietudine e di minaccia incombente, ma anche caratterizzate da derive slasher, (armi da taglio sono le armi preferite dal nostro misterioso assassino, che anche non disdegna le pale di un motoscafo per smembrare e fare a pezzi una delle sue vittime), unite ai temi più cari al romanzo classico d’avventura, più l’occulto e le leggende esoteriche legate a personaggi maledetti prigionieri del passato come il pittore cinquecentesco Betto Angiolieri o il capitano di ventura della Serenissima Radu Salieri detentore di un codice misterico capace niente meno che di aprire un porta, (la fantomatica quinta porta), sull’Occulto, il celebre Oculus Diaboli.
In una Venezia tardo autunnale, labirintica e crepuscolare, si muove dunque il protagonista Sebastiano “Bas” Salieri, personaggio forse destinato ad iniziare una nuova serie di romanzi parallela a quelli del Professionista. Giovane, affascinante, amato dalle donne, uomo di spettacolo e nello stesso tempo smascheratore di ciarlatani e impostori che avvelenano la sua arte, l’illusionismo. Con un passato doloroso, che gli ha forgiato l’animo e il corpo. Forse soldato di professione in epoche passate, (riconoscendo un suo simile un po’ si lascia andare a ricordi di zone di guerra) ma tutto sfuma nel mistero e le similitudini con il Professionista si perdono definitivamente.
Tutto ha inizio con la morte, apparentemente accidentale, di suo zio, Mattia Salieri, che inaspettatamente lo lascia erede di uno storico palazzo, il palazzo dalle cinque porte appunto. Che di porte ne ha solo quattro, e questo naturalmente è solo uno dei misteri che il nostro Bas cercherà di risolvere. Il vicequestore Sauro Panitta non crede alla morte accidentale e subito coinvolge il protagonista nelle sue indagini parallele. Ma questa non sarà l’unica morte, un assassino misterioso infatti si aggira per Venezia, tessendo la sua trama di morte intorno a Bas Salieri.
Aiutato dalla bella fotografa Martina, che presto diventerà la sua amante veneziana, la ricerca della verità diventa per Bas essenziale e anche legata al vero motivo che l’ha portato a Venezia. Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo il libro. Ah poi c’è un fantasma, già un mistero nel mistero, che spingerà a chiederci se Bas creda veramente al soprannaturale. Illusione, suggestione ipnotica, anima dolente che cerca giustizia, se non vendetta? Tocca a voi scoprirlo assieme all’identità dell’assassino o degli assassini. Come da tradizione, tutto o quasi sarà spiegato negli ultimi capitoli. Ah dimenticavo, segnalo in conclusone un’ interessante intervista all’autore concessa ad AD su architettura e scenari narrativi.  Tutto febbraio in edicola, poi solo in ebook. Buon divertimento.      

Stefano Di Marino si occupa della narrativa d’intrattenimento in tutte le sue forme da oltre vent’anni. Con lo pseudonimo Stephen Gunn firma per Segretissimo la serie Il Professionista dal 1995. Ha pubblicato il saggio C’era una volta il thrilling nell’antologia Il mio vizio è una stanza chiusa (Supergiallo Mondadori, 2009) da lui stesso curata, e Paura sul piccolo schermo in Cripte e incubi (Bloodbuster editore 2012). Nel Giallo Mondadori presenta ha pubblicato la trilogia hard boiled Montecristo. Dal 2009 scrive romanzi e racconti thriller per la rivista Confidenze (Io sono la tua ombra, Sortilegio, Appuntamento a Madrid, Maschere e pugnali, la Finestra sul lago, Il mare degli inganni e La casa con i muri rosa). Nello speciale Giallo 24 ha pubblicato Donna con viso di pantera.

:: Un’ intervista con Italo Bonera a cura di Viviana Filippini

24 febbraio 2014 by

04.+250x250Benvenuto qui a Liberi di Scrivere a Italo Bonera, prima di parlarci del tuo ultimo libro, Io non sono come voi (Gargoyle editore), raccontaci un po’ di te e di come è nata la tua passione per la scrittura e quali sono i tuoi punti di riferimento letterari?

R. Le mie prime passioni sono state la fotografia e la lettura, a dire il vero. Poi, mi è capitato anche di scrivere, trascinato dall’amico Paolo Frusca, col quale ho firmato il romanzo di storia alternativa Ph0xGen!, uscito nel 2010 tra i Millemodi Urania di Mondadori. Devo ringraziare soprattutto la spinta di alcuni amici: scrivere, all’inizio, non mi appassionava più di tanto, poi ho ceduto, anche perché nel 2003 avevo vinto un premio per racconti brevi. Una volta pubblicato il primo romanzo e avendo ottenuto riscontri positivi ho deciso di proseguire, restando sempre nell’ambito della narrativa di genere, dove trovo anche i miei riferimenti. Non solo fantascienza (gli Urania sono stati tra le mie prime letture), prendo molto anche dal noir. In coda a Io non sono come voi cito gli autori dai quali ho rubato frasi, espedienti, metafore, stile. Sono soprattutto Andrè Helena e Leo Malet, ma anche altri.

D. Cosa ti ha suscitato gli elementi per la costruzione della storia di Io non sono come voi?

R. Il primo capitolo è nato da un fatto di cronaca, la fuga di un ergastolano che, a quanto pare, aveva simulato uno stato comatoso per approfittare dell’occasione propizia. L’episodio mi aveva colpito, così mi sono trovato a scrivere alcune pagine in forma di narrazione, immaginandomi al posto dell’ergastolano, in un contesto ancor più esasperato. In seguito si sono sovrapposti altri elementi: riflessioni, discorsi con amici, persino un episodio di Dexter. Quando ho capito che da tutti questi materiali poteva emergere un personaggio – e la sua storia – ho iniziato la scrittura vera e propria. Confesso di aver ripreso anche pagine scartate da lavori precedenti che, rielaborate, hanno funzionato benissimo, contribuendo a strutturare il protagonista.

D. Il tempo del romanzo è nel 2059, un futuro non tanto lontano, perché hai scelto di proiettare in avanti nel tempo, una vicenda la cui trama è molto contemporanea?

R. Ambientare una storia nel futuro significa godere di una grande libertà narrativa. Ci si può inventare un universo, purché si rispettino una certa plausibilità e le leggi della termodinamica. Il Polialcaloide Viola, la Divisione Terza, il Distretto Cinese, la diffusione dei sintocarburanti, sono alcuni degli elementi immaginari che contribuiscono a comporre lo sfondo di una vicenda nella quale alcune tendenze della contemporaneità vengono portate all’estremo. In alternativa al futuro, potevo immaginare un presente fantastico e distopico. In ogni caso, è un futuro non molto lontano dal nostro quotidiano, è un riflesso del presente.

D. Il protagonista è un giovane professore, un uomo che compie un atto di altruismo (prende le difese di un extracomunitario) e per questo viene arrestato e condannato a scontare la sua pena. Perché la sua bontà e azione in nome della giustizia viene punita?

R. “Se sei un uomo buono, è probabile che facciano di te una vittima”: è una frase che ho letto in un articolo alcuni mesi fa. Una riflessione che riconosco, e credo che ciascuno ne abbia esperienza. Nulla di nuovo.

D. L’ex professore è costretto ad arruolarsi nella Terza Divisione, che ti confesso mi ha ricordato un po’ la Legione Straniera, come influirà su di lui questa esperienza?

D. Chiunque si trovasse a passare in un tritacarne come quello che descrivo ne uscirebbe segnato. Il protagonista è colto, consapevole, critico, ma quando esce dall’esperienza della Terza è anche spietato. Un personaggio magari poco plausibile, ma interessante. La Legione Straniera è in effetti un modello cui ho pensato, ma non solo. La Francia concedeva la cittadinanza agli algerini che si arruolavano per combattere sul fronte della prima guerra mondiale – a quelli che ne uscivano, almeno: per gli altri, lapidi con la mezzaluna in cimiteri affollati di croci.

D. Il mondo di Io non sono come voi è immerso in una Totaldemocrazia, ma la libertà vera esiste?

R. Non credo che la libertà sia un tema del mio romanzo. Forse lo è il Potere, che non è mai buono. L’Italia che immagino è gestita da un consiglio di amministrazione che svolge in maniera molto snella le funzioni di governo e parlamento, senza tanti vincoli e con grande efficienza. Molto moderno, no? Si rinuncia a un po’ di diritti, a un po’ di libertà, ma il PIL sarà soddisfacente. E le consultazioni elettorali sono una liturgia inutile; tanto, si sa, non cambia mai nulla, sono tutti uguali e rubano tutti allo stesso modo. Allora, meglio limitarsi a verificare la stabilità del consenso popolare con agili sondaggi. Butteremo via tempo e soldi per le elezioni solo quando la statistica rileverà una varianza significativa.
Ecco, questa è la Totaldemocrazia. La libertà è un’altra cosa.

D. Leggendo il tuo libro ho pensato molto alle riflessioni degli anni ’70 del secolo scorso di Pier Paolo Pasolini sul ruolo dei mezzi di comunicazione di massa nella società. Ti ha un po’ influenzato per la creazione del mondo apparentemente libero del tuo libro?

R. Ho letto poco di Pasolini, ma mi ha colpito, e in effetti avevo presente una sua riflessione – non sul ruolo dei media però. Gli italiani, scriveva, sono “un popolo storicamente incapace di dissentire”. La società che ipotizzo, infatti, non è costruita sulla repressione dall’alto, ma sulla mediocrità di un popolo che non vuole essere protagonista delle decisioni, che trova più comodo subire piuttosto che prendere coscienza, un popolo che non è nemmeno tale, ma è solo un insieme di persone chiuse nel proprio particolare, una massa disomogenea, priva di tessuto connettivo e relazioni autentiche. Il protagonista non è tanto vittima del potere, quanto della mediocrità diffusa.

D. Che ruolo hanno i media in questa storia, ossia comunicano il vero o sono gli strumenti del potere per controllare la massa e tenerla buona?

R. La stampa indipendente è un’illusione da tempo. Gli editori, i produttori, devono assecondare non solo gli interessi dei gruppi finanziari di riferimento, ma anche le esigenze degli inserzionisti pubblicitari – che sono i veri utenti dei media. È una situazione tanto palese che nemmeno la consideriamo aberrante. Difficile pensare a un futuro in controtendenza.

D. Accanto al protagonista ci sono tanti personaggi e mi ha colpito la coppia della giornalista con il suo operatore, due persone molto diverse caratterialmente. La freddezza calcolatrice di lei è dovuta al lavoro che svolge?

R. Già oggi nell’informazione c’è molto news-show: è questo che la brava gente vuole, no? Jennifer Micheletti non è una giornalista vera, nel 2059 il giornalismo autentico è estinto, soppiantato dallo spettacolo delle news. Ma lei è solo uno dei tanti personaggi che, in “Io non sono come voi”, si muovono perseguendo unicamente i propri interessi: il giudice, il poliziotto, l’assessore, l’avvocato… Tutti funzionali alla “società” in cui vivono. L’operatore, Rachid, è invece una figura diversa, e infatti il suo ruolo sarà emblematico.

D. Un altro elemento che impera è la corruzione presente ovunque. Spiegaci il senso del suo diffondersi in modo capillare in ogni dove, ossia nelle istituzioni e nelle persone.

R. È uno dei tanti aspetti del presente che ho esasperato – questo, in particolare, neanche tanto, almeno secondo la percezione che ho.

D. Quale è tra i personaggi di questo libro quello a cui sei più affezionato e perché?

R. Markus è forse il mio preferito. Malgrado il suo passato, malgrado il suo cinismo, incarna la solidità, la fedeltà agli affetti che si scelgono – non una fedeltà carnale, ma sostanziale. E poi è molto fuori dagli schemi, i rapporti che instaura sono autentici, anche se non inquadrabili in categorie. Infatti, il protagonista fatica ad accettarli. Un altro bellissimo personaggio secondo me è Nadija, che riflette una personalità simile a quella di Markus.

 

D. Quello invece che ami di meno o che ti è stato più difficile creare e perché?

R. Davvero non saprei. Ogni personaggio ha qualcosa di “difficile” nella sua costruzione. Per me è importante che ognuno di essi sia riconoscibile al lettore, abbia una “voce” che lo distingua, e su questo ho cercato di fare del mio meglio.

D. Ho avuto la sensazione che il tuo libro voglia invitare noi lettori a riflettere e osservare meglio la realtà dove viviamo, perché non sempre l’apparenza delle cose corrisponde al vero. È questo il messaggio?

R. Mi rendo conto che è difficile non trasferire nella scrittura la propria visione del mondo, però il mio intento era meno ambizioso: narrare una storia, far sentire una voce senza sottotesti. Ho cercato di scrivere un romanzo che coinvolga il lettore, che trasmetta la voglia di scoprire cosa succederà nella pagina seguente, sino a un finale che non deluda – tutto qui.

D. Sei già alle prese con un nuovo lavoro?

R. Insieme all’amico Paolo Frusca sto completando un’antologia di racconti e contiamo di autopubblicarla in formato elettronico. Un lavoro più impegnativo – un nuovo romanzo – è anch’esso in corso d’opera, ma ci vorrà tempo. Intanto, il disegnatore Angelo Bussacchini e lo sceneggiatore Christian Bisin stanno dando vita a una graphic novel tratta da Ph0xGen!, che dovrebbe uscire nel 2015 insieme alla riedizione del romanzo, un lavoro dal quale ci aspettiamo un buon riscontro.

:: Bambina mia, Tupelo Hassman (66thand2nd, 2013) a cura di Lucilla Parisi

23 febbraio 2014 by

tupelo_bambina_scheda-sitoTraduzione di Federica Aceto

Gli uccelli nascono da uova e sono sempre a forma di uovo. Forse è impossibile sfuggire allo stampo che ti ha plasmato, non si può sfuggire allo stampo iniziale, anche se ci si prova”.

Rory Dawn ha un nome da alba ruggente, ma un’esistenza che nel deserto del Nevada non lascia sperare nulla di buono.
Figlia di Johanna Ruth Hendrix e nipote di Sherley Crum, il destino di Rory o R.D. è impresso nella terra polverosa di una Contea che ha poca voglia di farsi carico dei casi disperati.
Reno è la città dei giocatori d’azzardo e dei turisti e nella sua periferia, “imbrattata di rum e sperma”, c’è il campo caravan Calle del Flores ed è lì che Rory si trasferisce con sua madre a soli 4 anni, per vivere in una casa con le ruote.
Inizia da piccola, Rory, a fare i conti con i sogni spezzati della madre e della nonna, due donne le cui vite fatte di fughe, matrimoni sbagliati e figli lontani si ripropongono identiche e fallimentari. Rory non ci sta a ripetersi. Allieva eccellente e bambina “quasi” prodigio nella mediocrità di una realtà fatta di infanzie rubate, violenza domestica, assistenti sociali e alcolismo ereditario, la piccola R.D. fatica però a riemergere dal fango della Calle e a trovare le parole giuste per dare voce al mondo che si porta dentro.

Io comunque non ho detto niente alla mamma […]. Se lei è convinta che va tutto bene, allora va tutto bene, e così io mi tengo dentro le parole che mi si annidano in gola e sotto la lingua e mi spuntano fuori dalle labbra come i germogli di soia che crescono nei cartoni delle uova sul davanzale della nonna. Mi tengo sempre le mani sulla bocca, […] per paura che una mi possa scivolare e che la verità mi scappi fuori nel sonno”.

Sarà la ricerca di una dimensione alternativa, privata e rispettosa delle regole a salvare Rory dalla caduta: il Manuale delle girl scout e la lettura in genere saranno per R.D. l’altro modo di vivere la Calle e la fonte da cui attingere consigli utili per allontanarsi quanto prima dal deserto esistenziale.
Tupelo Hassman è bravissima a raccontarci i sogni di Rory, una bambina che osserva i grandi con il biasimo e l’orrore di chi ha dovuto conoscere troppo presto i loro soprusi e la violenza endemica delle loro azioni. Il mondo che la circonda e da cui sua madre non riesce a proteggerla sarà il luogo da cui prendere le distanze e allontanarsi, da sola, per riuscire a sopravvivere.

Come può mia madre spiegarmi cos’è la sicurezza? Come fa una donna cresciuta sul manubrio di un motorino che correva a tutta velocità spiegare cosa sono le cinture di sicurezza? A mamma il manubrio del motorino della nostra vita sembrava un posto sicuro, e intanto la sua bussola girava come il tachimetro e noi correvamo all’impazzata.

La narrazione in prima persona aggredisce il lettore attraverso la cronaca fedele e impietosa della realtà: le confessioni di un diario, i resoconti di assistenti sociali o gli articoli di giornali sono lo strumento di cui la protagonista abilmente si serve per raccontare gli eventi della strada in cui vive e delle persone che la abitano.
Uno stile originale e accattivante che lascia il segno e invita alla lettura.
Il romanzo d’esordio della scrittrice americana Tupelo Hassman convince. Bambina mia è un lavoro ben riuscito e credibile, una novità originale nell’attuale panorama letterario ed editoriale.

Tupelo Hassman (1973) ha vissuto a Reno, in Nevada, dai quattro ai dodici anni. Ha conseguito un master alla Columbia University. Ha pubblicato articoli e recensioni su varie testate, tra le quali «The Boston Globe», «The Independent», «Harper’s Bazaar» e ha vinto il London’s Literary Death Match. Bambina mia è il suo romanzo d’esordio, frutto di dieci anni di lavoro. È stato definite dal «Boston Globe» il caso letterario del 2012. Sito web

:: Giuseppe – Il padre di Gesù, Gianfranco Ravasi, (Edizioni San Paolo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2014 by

giuseppeLa figura di San Giuseppe mi ha da sempre affascinato, per cui ho colto l’occasione di leggere Giuseppe – Il padre di Gesù di Gianfranco Ravasi, Edizioni San Paolo, con un misto di curiosità e aspettativa, e devo ammettere che sono tante le cose che ho appreso, alcune decisamente lontane dall’iconografia classica. Giuseppe, c’è poco da dire, è una figura misteriosa, circondata da un‘aura di riserbo e di silenziosa discrezione. Cosa sappiamo realmente di lui? Dai vangeli canonici poco, appare più come una figura dimessa, sullo sfondo della vita di Gesù, di Maria e degli apostoli. Sappiamo che era un uomo giusto e gentile, di età in un certo senso avanzata, dotato di una fede forte e profonda (messaggeri divini gli apparivano in sogno e lui non esitava a eseguire cosa gli veniva comandato) e di un certo coraggio, fidanzato e poi sposo di Maria, padre legale di Gesù, un gran lavoratore, un falegname, discendente della stirpe di Davide sebbene la sua condizione sociale fosse modesta. Ravasi comunque non si limita a presentarci la figura di Giuseppe che emerge dai vangeli canonici, e qui sta sicuramente la parte più interessante del libro, ma aggiunge anche notizie tratte dai vangeli apocrifi, quei testi anche molto antichi che non rientrano nei testi giudicati dalla chiesa di ispirazione divina. In appendice troviamo per esempio il testo integrale della Storia di Giuseppe il falegname, testo apocrifo in cui viene descritta la morte di Giuseppe, e apprendiamo per esempio che era vedovo quando sposò Maria e già padre di numerosi figli (i celebri fratelli di Gesù?). O a pagina 46, notizie tratte dal Vangelo arabo dell’infanzia, da cui apprendiamo i nomi dei due condannati che saranno crocifissi con Gesù a Gerusalemme, e le circostanze un po’ avventurose del loro incontro precedente in Egitto con la sacra famiglia. Curioso il capitolo intitolato Un falegname high-class in cui Ravasi riporta la polemica tra chi “vorrebbe continuare a classificare Gesù e la sua famiglia nella categoria della povertà e chi, invece, vorrebbe promuoverlo al rango della media borghesia”. Polemica della quale ero del tutto all’oscuro. Naturalmente è un testo scritto da un teologo, che riporta versetti e citazioni bibliche, ma con una certa leggerezza che permette anche ai meno avvezzi ai testi teologici di trovare spunti di riflessione interessanti. Curioso per esempio anche l’accostamento tra Lenin  e San Paolo di pagina 65, che non vi anticipo, lo scoprirete durante la lettura, o l’elenco di rappresentazioni pittoriche in cui appare l’effige di Giuseppe. Bella per esempio la copertina con la riproduzione di San Giuseppe con Gesù bambino, 1640-1642, di Guido Reni. Sebbene sia un testo relativamente breve, perfetto come regalo per la festa del papà, Giuseppe – Il padre di Gesù racchiude un ritratto approfondito della figura di Giuseppe, con un occhio all’universo bliblico e un altro alle tracce culturali, come sintetizza lo stesso autore nell’ introduzione. Letto in un pomeriggio, senza sforzo grazie a uno stile semplice e discorsivo, privo di asperità.                  

Gianfranco Ravasi, nato nel 1942 a Merate (Lecco) e ordinato sacerdote nel 1966, è stato per molti anni Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Nel settembre 2007, dopo essere stato nominato da Benedetto XVI Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra, è stato ordinato Arcivescovo Titolare di Villamagna di Proconsolare. A lungo docente di esegesi dell’Antico Testamento nella Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e di ebraico nel Seminario arcivescovile milanese, è membro di numerose accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, oltre che autore di diversi volumi. Il 20 novembre 2010 è entrato a far parte del Collegio cardinalizio. Tra le opere pubblicate presso le Edizioni San Paolo segnaliamo la “trilogia” Che cos’è l’uomo? (2011), Chi sei Signore? (2011) e Dove sei, Signore? (2012), come pure il commento ai Salmi (20072) e quello al Qohelet (20085). Per il Gruppo San Paolo ha diretto opere di prestigio come la Bibbia Via, Verità e Vita (2009), i diversi volumi della Nuova Bibbia per la Famiglia (2009) e il Dizionario Temi Teologici della Bibbia (2010).

:: Ai margini della ferita, Sepp Mall, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 febbraio 2014 by

indexTraduzione di Sonia Sulzer
Keller editore ha cominciato il 2014 con un nuovo progetto chiamato “Confini”, che da quest’anno fino al 2018 porterà alla pubblicazione nelle due collane “Vie” e “Passi”, di autori della letteratura europea – e non solo- che hanno trattato durante la loro produzione letteraria il tema della Prima guerra mondiale. Il primo di questi romanzi è Ai margini della ferita di Sepp Mall, nato in Alto Adige nel 1955. La vicenda è ambientata nel Sud Tirolo degli anni ’60, periodo tetro durante il quale in più di un’occasione si verificarono attentati terroristici che per anni martoriarono la zona di confine. La situazione delicata che coinvolge le due famiglie di lingua tedesca protagoniste di questa storia ruota attorno alla difficile convivenza tra la popolazione di origine teutonica e coloro che invece sono italiani e vivono in quelle zone, per la precisione nell’apposito quartiere di Harlem.  Da una parte c’è la famiglia di Paul, un ragazzino che una mattina si sveglia e scopre dalla madre in lacrime che il padre è stato arrestato e portato in prigione per una ragione che a lui forse, perché ritenuto ancora troppo piccolo, non verrà mai chiarita del tutto. Paul trascorre il passaggio nell’età adolescenziale litigando spesso con la sorella infatuatasi di un militare italiano di nome Salvatore, giocando a pallone con l’amico Herbert, perdendo la testa per la bella ragazza soprannominata Kaki e domandandosi spesso quale sia la ragione che ha condotto il padre dietro le sbarre. Dall’altra parte, nella stessa area c’è la famiglia composta da Johanna e da Alex. I due fratelli hanno abbandonato la casa paterna a causa di un clima di esasperante tensione con il genitore. Motivo: Alex balbetta, anzi, non riesce proprio a parlare e questo suo modo di essere è stato fin dalla sua infanzia, motivo di accese lotte con il padre che non ha mai accettato il figlio. I due fratelli se ne vanno da casa in cerca di lavoro. Johanna studia per diventare infermiera, mentre Alex, nonostante il suo mutismo, riuscirà a trovare lavoro come elettricista. Il legame tra i due consanguinei è intenso, fatto di scambi di occhiate, di piccoli gesti che determinano la comunicazione affettiva e l’intesa tra loro. Alex non racconta mai nulla di quello che fa alla sorella, anzi si limita a farle capire che va tutto bene. Lei vorrebbe sapere di più, perché ha dei sospetti che la assillano e per tale motivo avrà verso il fratello un atteggiamento materno e iperprotettivo, peccato che tutto questo amore non le servirà a tenere il giovane uomo lontano dai guai.  Ai margini della ferita è un romanzo nel quale aleggia in maniera costante una profonda tensione e non accettazione di coloro che vengono identificati come i “diversi”, in quanto appartenenti ad una cultura differente dalla propria. Nel libro di Mall i “diversi”, visti come una sorta di minaccia alla propria integrità, in questo caso sono gli italiani che risiedono in quelle zone dell’alto Adige. Il timore verso chi viene da luoghi altri è ben espresso nella narrazione dal fatto che il padre di Paul imponga ai figli, con un monito indiscutibile, il divieto assoluto di frequentare degli italiani. Questo ordine  imposto metterà in crisi il protagonista e la sorella  che dovranno vivere con particolare prudenza e discrezione le  simpatie per il poliziotto Salvatore e per Kaki. La vita di Paul e quelle di Johanna e Alex sembrano due mondi separati e lontani tra loro, ma in realtà ci sono piccoli elementi, azioni e fatti che li uniscono e li rendono i protagonisti e testimoni di uno dei periodo più cupi e forse ancora non molto conosciuti. La bravura dell’autore sta proprio nel riuscire ad affrontare con garbo una argomento il valore dei legami e le tensioni emotive tra le persone e una parte, purtroppo, ancora poco nota della storia d’Italia.

Sepp Mall, nato nel 1955 a Curon in Alto Adige, vive e lavora a Merano. Autore, insegnante e redattore. Scrive soprattutto poesia e romanzi e radiodrammi. Ha vinto vari premi e borse di studio, tra l’altro il Meraner Lyrikpreis mentre “Wundränder” è stato nel 2005 il libro di “Innsbruck liest”.
In tedesco è pubblicato dell’editore Haymon.

:: Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta iannone

20 febbraio 2014 by

8. cover SELLERIOLa BMW era parcheggiata in fondo alla via. Cominciò a percorrere il tratto di strada che lo separava dalla macchina con il passo rigido e claudicante, grato al buio e al freddo che lo circondavano, quasi fossero un liquido denso in cui poter immergersi, fuggire, sprofondare. Dall’oscurità alzò lo sguardo verso il nastro di cielo che si intravedeva a fatica tra i piani alti dei caseggiati. I suoi occhi indugiarono per una manciata di istanti su quella cintura incastonata di stelle, che si allungava da un cornicione all’altro. La luna si era assottigliata in una falce consunta, ma la sua lama scintillava straordinariamente luminosa sul colmo di un tetto. Era la stessa luna chiara e impassibile che aveva visto dal balcone dell’elegante casa dei suoi genitori a Lipsia e , più tardi, dalla sconfinata, mortale immensità della pianura russa, così densa di insidie. Luna bugiarda, pensò. Una luna bugiarda. Bora si lasciò sfuggire un sospiro. Era un soldato, senza figli, e solo.

Luna bugiarda (Liar Moon, 2001) di Ben Pastor, rieditato da Sellerio nell’ottobre del 2013, a più di dieci anni dalla prima pubblicazione in Italia, avvenuta nel 2002 per Hobby & Work, e sempre tradotto da Maria Emilia Piccone, ci porta cronologicamente subito dopo i fatti narrati in Cielo di stagno. Dalla Russia del 1943 dunque, all’Italia settentrionale del dopo 8 settembre e della repubblica di Salò, in una continuità di tematiche e suggestioni, resa omogenea da un opportuno lavoro di rivisitazione del testo, rispetto all’originale del 2002, ricco di ampliamenti e integrazioni.
L’autrice ha da sempre preferito alla progressione cronologica una personale rivisitazione dei fatti e dei personaggi, che le permette per esempio ora di lavorare ad una storia di Martin Bora, ambientata nella Creta del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Questa scelta, sicuramente legata alla complessità del personaggio principale, permette all’autrice una rielaborazione in progress dell’intera esperienza di vita del giovane ufficiale della Wermacht, ispirato alla figura storica del colonnello Claus von Stauffenberg attentatore della vita di Hitler, e nella mia esperienza di lettrice è una scelta narrativa piuttosto anomala, anche se affascinante, che seguo con interesse.
Luna bugiarda ci porta nell’Italia del Nord, in Veneto, in piena occupazione nazista, e colloca il protagonista in una delicata e dolorosa fase della sua vita di soldato e più estesamente di tedesco, che pian piano prende coscienza, non solo della drammatica situazione storica, ma proprio delle scelte morali ed etiche necessarie per conservare la propria dignità umana. E sembra proprio questo il nucleo centrale che all’autrice interessa, più ancora della dimensione unicamente investigativa, che fa appunto di Bora uno strumento della detection più classica, alle prese con indagini, morti violente e assassini.
Mai come in Luna bugiarda, molto più sicuramente rispetto a La canzone del cavaliere, Il Signore delle cento ossa, Lumen, o lo stesso Cielo di stagno, ci troviamo davanti ad una crisi umana, alla dissoluzione di certezze e speranze, al dolore non mitigato o lenito da credi religiosi, o ideologici, spogliato di ogni eroicità. Nel prologo il protagonista sopravvive a stento ad un attentato, riportando gravi ferite, tra cui l’amputazione della mano sinistra. Fatto questo che oltre al dolore fisico in sé racchiude, per chi conosce il personaggio, e il suo talento e la sua sensibilità di pianista, una sorta di condanna, di fine della bellezza sopraffatta dalla violenza e dalla brutalità della guerra.
Oltre al dolore fisico dicevamo, che Bora non vuole alleviare in alcun modo con oppiacei che ne minerebbero la lucidità, la morte del fratello, la consapevolezza che la moglie non lo ama più e il conseguente senso di abbandono (“Mia cara Nina” fu l’unica risposta che scrisse sulla pagina bianca, “chiedi a Dikta se mi vuole ancora bene”), il senso di colpa legato alla deportazione degli ebrei, di cui si fa in una certa misura strumento, sebbene non con l’ invasamento e l’ accanimento prescritto e voluto dal Reich e dalle SS suoi strumenti. (La sua caduta in disgrazia è già prossima, e Bora lacerato tra paura e coraggio, si interroga più volte sul dove i suoi doveri di soldato cessano di esistere contrapponendosi a quelli di essere umano, anche se il sacerdote che salva dalla deportazione,  assieme gli ebrei affidati alla sua custodia [l’SS senza nome arriva a lamentarsi ” Se non avese le spalle protette da certi pezzi grossi in alto loco, direi che lei maggiore Bora è un amico dei giudei“] ben diventano simbolo degli atti di coraggio che il personaggio sa comunque ancora compiere, quasi a conferma che la sua umanità non è morta del tutto). Tutto insomma contribuisce a infondere alle pagine di questo libro una patina di triste amarezza, e controllata disperazione, che infonde nel lettore una particolare empatia e compassione nei confronti del protagonista, la cui caratura umana tuttavia non viene mai meno.
Comunque Luna bugiarda è anche la storia di un’indagine, di un delitto, della scoperta di un colpevole. Seppure non morirà solo il gerarca Vittorio Lisi, investito sulla sedia a rotelle, da un auto, nel giardino davanti casa. Altri morti costelleranno la trama, alcuni legati al dramma di un assassino solitario che ruba le scarpe alle proprie vittime, che riporta Bora in Russia facendogli rivivere il ricordo di un altro pazzo, che vedeva nelle sue allucinazioni la gente scalza, poco prima della sua morte. Ben Pastor mostra la chiave per risolvere il delitto scopertamente, ma a volte proprio ciò che è più chiaramente in evidenza sfugge alla nostra vista e infatti sarà difficile collegare l’unico indizio lasciato dalla vittima morente all’assassino. Io non l’ho fatto, ma fidando nell’intuito di Martin Bora, mi sono sbagliata solo in parte. Buona lettura.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.