Traduzione di Vincenzo Mantovani
Herman Roth ha ottantasei anni. È un uomo forte, affascinante e vigoroso nonostante l’età. Una mattina si sveglia con metà faccia paralizzata: è una cosa temporanea, gli dicono i medici. Passano i mesi e non solo la paralisi rimane, ma ad essa si aggiunge la sordità ad un orecchio. Non può essere nulla di buono, teme Herman. E infatti sarà così purtroppo. La diagnosi che lo attende è implacabile: tumore al cervello. Due sono i casi: operarsi e rischiare di morire, oppure lasciare tutto così com’è e vivere i pochi mesi rimasti.
La decisione davanti alla quale si trova Herman Roth è difficile. Ma non è solo. Accanto a lui c’è il figlio, Philip, la voce narrante che seguirà Herman in questo lungo calvario.
Attraverso gli occhi di Philip non solo vediamo Herman alle prese con questa tragica lotta ma ne scopriamo la lunga vita. Ebreo, figlio di genitori immigrati a Newark, Herman è uno di quegli uomini “che si sono fatti da soli”. Pur non avendo avuto la possibilità di ricevere una degna istruzione, Herman è riuscito a far carriera nel ramo delle assicurazioni e a garantire ai suoi due figli una vita felice. Rimasto vedovo, ha rifiutato l’invito dei figli a trasferirsi in uno di quei nuovi quartieri per anziani che hanno costruito nella sua città. Herman, infatti, ha preferito rimanere nella sua casa, con i suoi amici, pronto ad affrontare la sua nuova vita solitaria, finché non inizierà una nuova relazione con Lil, una donna più che paziente che sopporta in silenzio e per amore di Herman di non esser mai all’altezza.
Patrimonio è il racconto degli ultimi mesi di vita del padre di Philip Roth ma non solo. È il ritratto di un uomo che ha sempre combattuto contro le avversità, che non si è arreso di fronte a nulla, e che è intenzionato a non mollare nemmeno davanti alla malattia.
Patrimonio è la sofferenza di un figlio che non può far nulla per trattenere il padre con sé.
Patrimonio sono le centinaia di ricordi che riaffiorano dai racconti di Herman: la vecchia Newark, il suo essere ebreo nel secondo dopoguerra, le vie piene di botteghe che ora sono sparite. I colleghi e gli amici di un tempo che sono invecchiati, che hanno cambiato città, che sono morti.
Patrimonio è l’eredità che Herman lascia a Philip. Un’eredità che non è fatta di soldi, azioni in banca, case.
Un’eredità composta da ricordi, persone e personaggi, aneddoti e lezioni di vita che Philip potrà usare nei suoi libri. Un patrimonio fatto di ricordi, determinazione e di una tazza da barba.
Cosa succede se a tuo padre diagnosticano una terribile malattia destinata a ucciderlo in pochi mesi? Ti disperi, cerchi disperatamente una cura, ti arrendi. Se ti chiami Philip Roth trasformi il tuo dolore in un meraviglioso e toccante ricordo.
Philip Roth ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997 per Pastorale americana. Nel 1998 ha ricevuto la National Medal of Arts alla Casa Bianca, e nel 2002 il piú alto riconoscimento dell’American Academy of Arts and Letters, la Gold Medal per la narrativa. Ha vinto due volte il National Book Award e il National Book Critics Circle Award, e tre volte il PEN/Faulkner Award. Nel 2005 Il complotto contro l’America ha ricevuto il premio della Society of American Historians per «il miglior romanzo storico di tematica americana del periodo 2003-2004». Recentemente Roth ha ricevuto i due piú prestigiosi premi PEN: il PEN/Nabokov Award del 2006 e il PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction. Roth è l’unico scrittore americano vivente la cui opera viene pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America. Nel 2011 ha ricevuto la National Humanities Medal alla Casa Bianca, ed è poi stato dichiarato vincitore della quarta edizione del Man Booker International Prize.
Di Philip Roth Einaudi ha pubblicato: Pastorale americana (1998), Operazione Shylock (1998), Il teatro di Sabbath (1999), Ho sposato un comunista (2000), Lamento di Portnoy (2000), La macchia umana (2001), L’animale morente (2002), Lo scrittore fantasma (2002), Zuckerman scatenato (2004), Chiacchiere di bottega (2004), Il complotto contro l’America (2005), Il seno (2005), La lezione di anatomia (2006), L’orgia di Praga (2006), Everyman (2007), Patrimonio (2007), Il fantasma esce di scena (2008), Il professore di desiderio (2009), Indignazione (2009), L’umiliazione (2010), La controvita (2010 e 2012), La mia vita di uomo (2011), Nemesi (2011 e 2012), Goodbye, Columbus (2012), Quando lei era buona (2012), I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013), La nostra gang (2014) e il volume Zuckerman (che raccoglie i romanzi Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia, L’orgia di Praga, Nemesi e «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka).
Cos’è il male? È possibile dargli una forma, una consistenza specifica o esso si manifesta nelle nostre vite quando meno ce lo aspettiamo e con sembianze che fatichiamo a riconoscere? Il male è quello che si insidia piano piano e sotto forma umana nella vita di Fred Moorman, un cinquantenne di Amsterdam per nulla soddisfatto della propria esistenza. Fred è un lamento continuo: non sopporta l’anziana signora che vive nel loro stabile, perché ha un cane che lascia i suoi escrementi ovunque e il loro pungente odore si espande in ogni dove; non è molto in sintonia con il figlio David, che vorrebbe tanto un padre con una macchina cool, tipo una jeep, e non una sfigata utilitaria. Fred è deluso anche dall’amata moglie Cristina che non lo vede più come l’aitante giovanotto di un tempo e, nonostante lui cerchi di tenersi in forma correndo, lei lo considera una sorta di scarpa vecchia da buttare via. Fred non riesce a capacitarsi di queste critiche e quando un giorno, per caso, incontra un suo ex compagno di scuola, tal Max G., oltre a ricordare i tempi andati, scarica addosso a lui la sua completa insoddisfazione. Fred si sente più leggero ora che ha confessato il suo senso di sconfitta a Max, ed è ammaliato da quell’ex squattrinato compare perché è elegante, ha un donna fantastica, guida un macchina stupenda e per di più gira con un energumeno che gli fa da guardia del corpo. Il protagonista vede in Max quello che lui avrebbe voluto essere e la persona ideale alla quale confessare il proprio senso di sconfitta. Il problema è che il protagonista di Odessa Star non si rende conto che il suo “dire”, darà il via ad una scia di strani e macabri eventi che scuoteranno in modo irreversibile la sua vita. Leggendo il libro di Koch mi son venuti in mente alcuni film molto simili a questa narrazione. Per esempio, lo stato di insoddisfazione cronica di Fred e alcune situazioni macabre nascoste sotto una superficie di massima rispettabilità sociale mi hanno ricordato molto da vicino il film American beauty, nel quale l’immagine patinata della media borghesia cela invece qualcosa di oscuro e impensabile. Le incomprensibili scomparse di alcuni personaggi e certi episodi dove il sangue compare quale e là all’improvviso, mi hanno invece fatto pensare ai film di Tarantino come Pulp Fiction. Non so se queste pellicole abbiano influenzato l’autore ma i personaggi letterari dal mio punto di vista richiamano quelli grotteschi e instabili presenti in questi film. Tornando ad Odessa Star, Fred è monotono, apatico e Max, con la sua perfezione, i suo misteriosi traffici è la rappresentazione del sale della vita, al quale si deve aggiungere quell’inquietante imbarcazione – l’Odessa Star del titolo- ormeggiata nel canale del Mare del Nord. Fred vuole mettere un po’ di pepe nella sua vita, ma poi si accorge che stare con Max vuol dire vivere ai limiti della legalità e punire il presunto colpevole anche se non ha colpe. Max non ha remore o pietà, anzi, per lui fare del male sembra essere una cosa del tutto normale, un atteggiamento che porterà Fred a voler uscire dall’assurda e insensata spirale di violenza gratuita che sta travolgendo lui e – anche se non se ne accorgono subito – la sua famiglia. Koch scrive un libro nel quale i continui salti temporali tra presente e passato sono fondamentali per farci capire i caratteri dei personaggi, quindi lettori non ve la predente con l’autore se continua a farvi viaggiare nel tempo. Inoltre, leggendo Odessa Star comprendiamo che sì Fred è attratto dalla vita spericolata di Max, perché l’adrenalina che la caratterizza la rende emozionante rispetto alla monotona quotidianità, ma allo stesso l’autore ci mostra il forte e – concedetemelo- opprimente stato di ansia nel quale comincia a vivere Fred quando ritrova l’amico di un tempo, ed è quello che ci fa capire che vivere “sul filo del rasoio” non sempre aiuta, perché prima o poi, come recita un famoso proverbio: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”.
La casa editrice Neri Pozza presenta, in occasione dell’8 marzo, la nuova collana, Le Grandi scrittrici, dedicata ai classici della narrativa femminile, per leggere o rileggere opere entrate nell’immaginario e scoprire figure di donne in anticipo sui loro tempi, sia tra i personaggi proposti che tra le autrici.
Una raccomandazione prima di prendere in mano questo libro monumentale, oltre 800 pagine: dimenticare l’imbarazzante filmetto che ne è stato tratto, uscito in Italia per San Valentino e già dimenticato, salvo per alcune recensioni non certo tenere e favorevoli, visto che oltretutto non è riuscito ad essere nemmeno il film giusto da vedere nel giorno della festa degli innamorati, perché francamente tra passato e presente in giro c’è di molto meglio.
Dopo L’occhio del porco, (Instar, 2010), Piero Calò torna in libreria con La penultima città, edito da Las Vegas Edizioni, romanzo a dir poco stravagante e singolare, forse più per lo stile e il linguaggio, che per la trama (piuttosto prosciugata) che si colloca infondo sul solco del romanzo dispotico classico.
Esce domani, 26 febbraio, Negli occhi dell’assassino (Darkside, 2011), il nuovo romanzo, edito in Italia, di Belinda Bauer. Sempre per Marsilio, sempre tradotto da Fabio Zucchella, come il precedente Blacklands del 2011, che se non l’avete ancora letto vi consiglio di recuperare. La Bauer, dopo aver raccolto premi tra cui il Gold Dagger Award e consensi sulla stampa britannica e internazionale, (“Una scrittura straordinaria, un finale stupefacente. Uno dei thriller più emozionanti che potrete leggere quest’anno” chiosa il Sunday Times), ritorna in Italia, con un romanzo a mio avviso ancora più bello del precedente. La Bauer scrive thriller psicologici di ambientazione tipicamente inglese: brughiere innevate, villaggi di campagna dove tutti si conoscono, cottage caratteristici con i centrini di pizzo. Tuttavia oltre al peso dato alla componente psicologica, aggiunge una venatura noir abbastanza insolita, che emerge per contrasto, in ambientazioni così rassicuranti e colme di bellezze naturali.
Cigolii, passi affrettati nel buio, ombre, presenze inquietanti, delitti, misteri, di questo si nutre Il palazzo dalle cinque porte, romanzo che segna il passaggio da Segretissimo al Giallo Mondadori, di un autore versatile e non scontato come Stefano Di Marino.
Benvenuto qui a Liberi di Scrivere a Italo Bonera, prima di parlarci del tuo ultimo libro, Io non sono come voi (Gargoyle editore), raccontaci un po’ di te e di come è nata la tua passione per la scrittura e quali sono i tuoi punti di riferimento letterari?
Traduzione di Federica Aceto
La figura di San Giuseppe mi ha da sempre affascinato, per cui ho colto l’occasione di leggere Giuseppe – Il padre di Gesù di Gianfranco Ravasi, Edizioni San Paolo, con un misto di curiosità e aspettativa, e devo ammettere che sono tante le cose che ho appreso, alcune decisamente lontane dall’iconografia classica. Giuseppe, c’è poco da dire, è una figura misteriosa, circondata da un‘aura di riserbo e di silenziosa discrezione. Cosa sappiamo realmente di lui? Dai vangeli canonici poco, appare più come una figura dimessa, sullo sfondo della vita di Gesù, di Maria e degli apostoli. Sappiamo che era un uomo giusto e gentile, di età in un certo senso avanzata, dotato di una fede forte e profonda (messaggeri divini gli apparivano in sogno e lui non esitava a eseguire cosa gli veniva comandato) e di un certo coraggio, fidanzato e poi sposo di Maria, padre legale di Gesù, un gran lavoratore, un falegname, discendente della stirpe di Davide sebbene la sua condizione sociale fosse modesta. Ravasi comunque non si limita a presentarci la figura di Giuseppe che emerge dai vangeli canonici, e qui sta sicuramente la parte più interessante del libro, ma aggiunge anche notizie tratte dai vangeli apocrifi, quei testi anche molto antichi che non rientrano nei testi giudicati dalla chiesa di ispirazione divina. In appendice troviamo per esempio il testo integrale della Storia di Giuseppe il falegname, testo apocrifo in cui viene descritta la morte di Giuseppe, e apprendiamo per esempio che era vedovo quando sposò Maria e già padre di numerosi figli (i celebri fratelli di Gesù?). O a pagina 46, notizie tratte dal Vangelo arabo dell’infanzia, da cui apprendiamo i nomi dei due condannati che saranno crocifissi con Gesù a Gerusalemme, e le circostanze un po’ avventurose del loro incontro precedente in Egitto con la sacra famiglia. Curioso il capitolo intitolato Un falegname high-class in cui Ravasi riporta la polemica tra chi “vorrebbe continuare a classificare Gesù e la sua famiglia nella categoria della povertà e chi, invece, vorrebbe promuoverlo al rango della media borghesia”. Polemica della quale ero del tutto all’oscuro. Naturalmente è un testo scritto da un teologo, che riporta versetti e citazioni bibliche, ma con una certa leggerezza che permette anche ai meno avvezzi ai testi teologici di trovare spunti di riflessione interessanti. Curioso per esempio anche l’accostamento tra Lenin e San Paolo di pagina 65, che non vi anticipo, lo scoprirete durante la lettura, o l’elenco di rappresentazioni pittoriche in cui appare l’effige di Giuseppe. Bella per esempio la copertina con la riproduzione di San Giuseppe con Gesù bambino, 1640-1642, di Guido Reni. Sebbene sia un testo relativamente breve, perfetto come regalo per la festa del papà, Giuseppe – Il padre di Gesù racchiude un ritratto approfondito della figura di Giuseppe, con un occhio all’universo bliblico e un altro alle tracce culturali, come sintetizza lo stesso autore nell’ introduzione. Letto in un pomeriggio, senza sforzo grazie a uno stile semplice e discorsivo, privo di asperità.
Traduzione di Sonia Sulzer
La BMW era parcheggiata in fondo alla via. Cominciò a percorrere il tratto di strada che lo separava dalla macchina con il passo rigido e claudicante, grato al buio e al freddo che lo circondavano, quasi fossero un liquido denso in cui poter immergersi, fuggire, sprofondare. Dall’oscurità alzò lo sguardo verso il nastro di cielo che si intravedeva a fatica tra i piani alti dei caseggiati. I suoi occhi indugiarono per una manciata di istanti su quella cintura incastonata di stelle, che si allungava da un cornicione all’altro. La luna si era assottigliata in una falce consunta, ma la sua lama scintillava straordinariamente luminosa sul colmo di un tetto. Era la stessa luna chiara e impassibile che aveva visto dal balcone dell’elegante casa dei suoi genitori a Lipsia e , più tardi, dalla sconfinata, mortale immensità della pianura russa, così densa di insidie. Luna bugiarda, pensò. Una luna bugiarda. Bora si lasciò sfuggire un sospiro. Era un soldato, senza figli, e solo. 
























