:: Un’intervista con Arne Dahl a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2014 by

image001Benvenuto Jan, e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di scrivere. Jan Arnald è il tuo vero nome. (Arne Dahl è il tuo pseudonimo.) Raccontaci qualcosa di te. Scrittore, giornalista, critico e editor. Chi è Arne Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’invito. Arne Dahl è una parte importante di me. E’ il ragazzo che scrive, indubbiamente. Ma non proprio. Io sono un’ unica persona naturalmente, ma scrivo con due nomi diversi, a seconda del genere. Senz’altro è vero che AD è la parte più produttiva di me. L’altra parte, Jan Arnald, appartiene al mondo della letteratura alta, e lui è molto più lento.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Stoccolma, ero il maggiore di tre figli, e i nostri genitori erano entrambi insegnanti. Eppure non ho ricevuto un’educazione unicamente intellettuale, per lo più era importante lo sport, davvero, così ho dovuto nascondere le mie preferenze letterarie per un po’. Forse ho iniziato troppo presto a leggere romanzi polizieschi e mi sono piaciuti molto. Comunque ho iniziato seriamente a occuparmi di letteratura – all’università a circa ventun’ anni –. Ho subito abbandonato la crime fiction e mi sono dedicato alla cosiddetta letteratura alta. Ci sono voluti quindici anni per tornare alla letteratura poliziesca.

Hai lavorato come giornalista per il quotidiano svedese Dagens Nyheter. Ho intervisto un altro scrittore svedese, Håkan Östlundh, che lavora come giornalista per il tuo stesso giornale, perciò questo nome non mi è nuovo. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ero soprattutto un critico letterario, e ho scritto davvero tanto per ricordare tutto. Ma mi ricordo chiaramente la prima intervista che feci ad un grande intellettuale. Era l’ autunno del 1989, avevo venticinque anni, ed ero estremamente nervoso quando incontrai, nella hall di un albergo di Stoccolma, il meraviglioso Umberto Eco. L’intervista con il filosofo italiano, davvero paziente e riflessivo, durò due ore e mi ricordo che pensai: quando sarò più vecchio voglio essere come quest’uomo, saggio e loquace e alla mano senza le maniere di una diva. E ‘stato anche uno dei fattori chiave che molto più tardi mi hanno trasformato in uno scrittore di crime. Non sarebbe mai potuto accadere senza ” Il nome della rosa “.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto davvero molto in una fase molto precoce della mia vita, intorno ai 13-14 anni, quando non facevo sport, come i miei fratelli minori. Ho smesso, tuttavia, e in realtà stavo studiando per diventare un ingegnere quando improvvisamente mi sono reso conto che la letteratura rappresentava per me il senso della vita. Scherzi a parte. Avevo diciannove anni quando presi la decisione. Non più scienza, non più tecnologia, solo letteratura, arte, e filosofia.

Sei il creatore di un gruppo immaginario di investigatori svedesi, chiamato A group, protagonisti della tua prima serie poliziesca, che ti ha dato una grande celebrità internazionale. Ora Paul Hjelm, il personaggio principale, torna in una nuova serie, la serie OpCop. Un tipo di poliziesco innovativo, nell’era di internet e della globalizzazione, che verte sulla internazionalizzazione della criminalità, e sulla conseguente internazionalizzazione delle forze moderne di polizia. Pensi che la narrativa aiuti a riflettere meglio sulla realtà?

O sì. La Fiction è troppo spesso sottovalutata come strumento per analizzare più in profondità la realtà. La Fiction è troppo spesso considerata anche come una sorta di fuga dalla realtà. Ma non c’è modo migliore di andare sotto la pelle della realtà apparente che la finzione. La Fiction ti insegna come far fronte a ciò che può accadere realmente e ti permette di indossare i panni di altre persone. E ‘ il modo migliore per collegare tutti i punti della realtà e trasformarli in una storia valida. Penso che in realtà ti permetta di diventare anche un po’ più saggio. Se leggete con attenzione …

Chinese Whispers (Titolo originale: Viskleken ), ora uscito in Italia grazie a Marsilio Editore con il titolo Brama, è il primo romanzo poliziesco della serie OpCop. Ho avuto l’opportunità di recensirlo qui. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura ?

Ti sono molto grato, mi sembra una recensione molto ben argomentata. Grazie mille per questo. Il punto di partenza è stato che avevo trascorso una decina d’anni scrivendo polizieschi, in tutto undici libri, sulla criminalità svedese, e mi sono accorto che questo approccio nazionalistico non era più sufficiente. Volevo analizzare la criminalità internazionale, la criminalità europea, come è nella vita reale. Nessuna grande criminalità organizzata è più nazionale. E ‘ sempre internazionale. E il confine tra il legale e l’attività illegale è sempre più difficile da distinguere. Così ho deciso di scrivere qualcosa sui crimini che avvengono in Europa.

Tra le cose che mi hanno colpito di più: la tua conoscenza della mafia italiana, (la mafia cinese o russa è sicuramente internazionalmente più nota che l’Ndrangheta), l’uso di Twitter per piazzare una trappola, il piano per rovinare finanziariamente la Lettonia, per poi comprarla a buon mercato. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fa tutto parte di un quadro più ampio, dove le grandi imprese – legali e illegali – hanno iniziato a lavorare insieme. E fondamentalmente il romanzo parla di democrazia e umanesimo. Possiamo davvero creare un’ Europa senza credere nella vera democrazia? Il punto di partenza è stato la grande crisi finanziaria del 2008-09, dove era evidente il fatto che così tante grandi banche (non solo svedesi) sono riuscite a distruggere praticamente un certo numero di paesi più piccoli. La Lettonia è sopravvissuta, e da allora i problemi si sono spostati a sud. E davvero tutto si riduce all’ avidità.

Non c’è un protagonista, ma un gruppo di dodici elementi. Quanto è difficile gestire così tanti personaggi ?

Sin dall’ A Group,  sono abituato ad una prospettiva collettiva. Penso che abbia molti vantaggi rispetto alla prospettiva singola. È possibile spostarsi molto più velocemente da un luogo all’altro nel mondo globalizzato, per esempio. Mi dà l’opportunità di fare un ritratto molto migliore di un’Europa con così tante culture diverse, rispetto a ciò che mi permetterebbe una sola prospettiva. Ma naturalmente è importante far sì che tutti i personaggi siano realmente vivi e tridimensionali. Penso comunque che si ottenga una miglior aderenza alle dinamiche del mondo contemporaneo, con più personaggi.

Il romanzo è ambientato tra l’Europa e gli Stati Uniti d’ America. Puoi descriverci questo scenario?

E’ coinvolta una banca d’investimenti americana, la mafia russa e italiana sono coinvolte; e una grande rete di crimini sono intrecciati. Quindi andiamo a Londra, a Riga, a New York, in Italia, a Berlino – per seguire il denaro. Tutto inizia a Londra, con il grande vertice dei G20, avvenuto nel aprile del 2009, quando Barack Obama fece la sua prima apparizione internazionale. Due persone tra la folla – indipendenti l’una dall’altra – stanno, per ragioni diverse, cercando di entrare in contatto con il nuovo, promettente giovane presidente americano. Questo è il punto di partenza.

Progetti di film tratti da questo libro?

I primi cinque libri della mia prima serie (compresi i quattro precedentemente tradotti in italiano) sono stati trasformati in una serie TV che è stata trasmessa in tutto il mondo, dal Giappone alla BBC in Inghilterra, e gli episodi tratti dai seguenti cinque libri saranno girati quest’anno. Tutto sommato sarà una serie di 20 episodi basata su 10 libri. Ancora niente per Brama – ma ho un contratto per un film tratto da questo romanzo, quindi c’è speranza .

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certamente. So per certo che autori svedesi come Sjöwall / Wahlöö e Henning Mankell mi hanno influenzato, ma oggi leggo soprattutto crime fiction in lingua inglese. Alcuni tra i miei preferiti sono James Ellroy, Denis Lehane, Peter Temple, Don Winslow, Ian Rankin, Mark Billingham, Val MacDermid… E i miei buoni amici svedesi Roslund / Hellström e Håkan Nesser.

Il tuo romanzo è diverso dal tipico thriller scandinavo lento e introspettivo, è più simile ai thriller americani per ritmo e azione. E’ una scelta voluta?

Pensavo che la tradizione scandinava stesse cominciando a diventare molto omogenea. Tutto doveva essere scuro e cupo e – come tu dici – lento e introspettivo. Sentivo che avevo bisogno di altre dinamiche, e credo veramente di aver imparato molto di più dagli scrittori americani (e dalle serie TV) che dalla tradizione scandinava. Oggi mi considero più un europeo che uno svedese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

L’ultimo di Denis Lehane.

Hai un agente letterario?

Sì, è assolutamente necessario quando si è tradotti in 30 lingue. Altrimenti non ci sarebbe più tempo per scrivere.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri .

Sì, moltissimo. Di solito viaggio con mia moglie e cerco di fare più esperienze possibile, combinandole con le ricerche per i miei libri. Un sacco di posti in cui ho viaggiato compariranno prima o poi nei miei libri. Ho fatto, per esempio, un viaggio molto particolare e bello in Giappone con giornate piene di interviste per la Tv e i Magazine, e alcuni grandi reading a Tokyo. Poi sono stato ad Osaka, dove avrei dovuto parlare all’università. Avevo preparato il mio discorso in inglese, ma quando sono arrivato nell’aula magna, mi sono reso conto che tutti i giapponesi presenti parlavano svedese! Così ho pronunciato un discorso in svedese, ad Osaka. E ‘stato un po’ surreale.

Come è  il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Oggi ho un rapporto molto attivo con i miei lettori, soprattutto attraverso Facebook . Curo la pagina di Arne Dahl su Facebook io stesso, e i lettori possono chiedere quello che vogliono, e io rispondo sempre. È https://www.facebook.com/ArneDahl.Crimefiction

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Senza dubbio. Sono stato in Italia diverse volte come scrittore (per non parlare come turista, mi piace molto l’Italia). L’ultima volta sono stato al Festival del poliziesco un anno fa a Senigallia, e questa primavera verrò a Venezia per il Venice International Literary Festival – Incroci di civiltà –  il 3-5 Aprile. Vorrei anche venire a Cremona per il festival – Le Corde dell’Anima – dal 30 Maggio al 1 Giugno. Sarà fantastico come sempre.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri. Ora so che sei impegnato a scrivere il tuo quarto romanzo della serie OpCop, che  dovrebbe essere pubblicato in Svezia nel mese di giugno. Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo della serie OpCop?

Grazie per le belle domande. Sì, sto finendo proprio adesso il nuovo OpCop, è stato un lavoro complesso, un ritratto piuttosto unico (mi permetto di crederlo) della criminalità internazionale. Così ora sono un po’ perso. Ma presto inizierò un nuovo progetto, sempre un crime, ma separato dalla serie, con non tanti personaggi principali. Tornerò alle radici della letteratura poliziesca. E credo che avrete il secondo OpCop in lingua italiana entro un anno o giù di lì …

:: Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2013) a cura di Stefano Di Marino

18 febbraio 2014 by
131126 BUIOCosa ve lo sto a dì che Maurizio De Giovanni è bravo? Già lo sapete. Lo conoscevo, ma non di persona. Ci siamo incontrati a Suzzara e abbiamo fraternizzato, anche per amicizie comuni. Poi ha detto una cosa fulminante. Che i Bastardi di Pizzofalcone aveva in sè una scintilla in comune con l’opera di uno dei miei autori preferiti, Ed McBain. Allora mi sono preso subito il suo ultimo libro. Così, per vedere se l’aveva sparata grossa o era la verità. E mi sono divertito moltissimo. C’è Napoli che è un personaggio come Isola ma non invadente, come nessuno dei Bastardi lo è. Per inclinazione mi sento un po’ Aragona e un po’ Romano, ma ci si affeziona a tutti, li si segue, nelle indagini e nella vita privata. Ma non c’è sospetto di soap opera, di compiacimento del gusto dell’editore che vuole accontentare quello che pensa sia il gusto del pubblico. C’è invece la grande capcità di raccontare semplicemente, piccole e grandi storie, intrecciandole e, pur tenendole distinte, trovare quel colpo di coda che unisce indagini diverse, cosa che molti autori nostrani non sanno fare e lasciano un senso di incopiutezza nel lettore. I Bastardi invece no, alla fine cuciono un arazzo complesso, ragionato, eppure umanisismo. E con un twist inaspettato che più nero non si può. Una ragione in più per leggere italiano. Salvatore Lombino ne sarebbe entusiasta.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: I mali dell’editoria. Secondo voi quali sono i principali? Cosa si potrebbe fare davvero di concreto per cambiare le cose?

18 febbraio 2014 by

smith12Questo era il titolo di una discussione svoltasi ieri nel Gruppo FB di Liberi di Scrivere, che ha coinvolto una decina di partecipanti e ha portato a riflessioni interessanti, forse non risolutive, ma intanto le questioni sono state poste ed è un primo passo. Unirò mie riflessioni ai punti invece sollevati dagli altri partecipanti, per andare all’intera discussione questo è il link: qui
Viviamo in un periodo di crisi mondiale che ha coinvolto tutti gli operatori economici, e sembra che l’editoria sia stata toccata in modo molto severo. Chiudono librerie, chiudono case editrici, e notizia dell’altro giorno che un editore di Padova, sommerso dai debiti, si è suicidato. La situazione è grave, come è grave il periodo che sta attraversando l’Italia (limitiamoci a considerare il nostro paese). Che non sia solo una crisi economica ma anche culturale non sono la sola a pensarlo e a dirlo, ma torniamo ai punti salienti della discussione.
La gente non legge. Le statistiche parlano chiaro. Rimando alle statistiche dell’Istat che si riferiscono all’anno 2013. qui  Analizzare le ragioni di questo fenomeno è piuttosto complesso, comunque dalla discussione sono emersi alcuni punti: la gente non legge perché la crisi ha reso  i libri se non oggetti superflui, almeno oggetti non di prima necessità; perché ha di meglio da fare (computer, televisione, serie tv al cinema in streaming, videogiochi, smartphone) questo Natale l’acquisto di gadget tecnologici sembra non avere avuto flessione anzi un incremento; per una forma di protesta, si pubblica tanta spazzatura e il lettore si ribella e non compra; perché in Italia “ci sono milioni di persone che hanno difficoltà a leggere un giornale, perché non lo capiscono, non hanno gli strumenti culturali per farlo”; perchè i libri cercati (sia in libreria che in Rete) sono irrimediabilmente fuori catalogo, e non solo libri rari, particolari e di nicchia.
Cause interne dell’editoria. Ricerca acritica del bestseller a tutti costi da parte di editori forti che impongono certi titoli sul mercato invece di altri magari di maggior qualità;  ricerca di titoli fotocopia da parte degli editori minori;  idolatria del marketing; false sicurezze (basate su veri e propri studi) su cosa la gente voglia, invece di proporre qualcosa di veramente nuovo che spesso invece viene proposto da editori indipendenti schiacciati dai più grossi; caccia al nome già “famoso” per motivi non letterari; oltre il 60% del ricavato della vendita libro spetta ad un solo anello della catena condizionando l’intero processo editoriale, (gli editori perlopiù pubblicano quello che i distributori si dicono disposti a promuovere); pubblicare troppo, 60.000 titoli all’anno, poi di conseguenza non sufficientemente promossi; tagli dei costi che vengono ad incidere sulla scarsa qualità del prodotto libro, (poca cura dell’editing, delle trduzioni, etc…); poca propensione al Social, all’interazione.
Cause esterne Responsabilità del Ministero della Cultura: “gli istituti di cultura scandinavi hanno per esempio sovvenzionato con bandi molto ricchi le traduzioni e la diffusione dei loro scrittori. Tanti editori hanno visto, grazie a questo aiuto, un rischio ridotto, visto che riuscivano a stampare romanzi, a volte di qualità, a volte no, praticamente a costo zero, se non addirittura guadagnandoci in partenza. Sovvenzioni del genere sono in uso un po’ ovunque, dall’Argentina alla Francia, alla Spagna (finché la crisi non ha impedito di proseguire). Al contrario, le politiche culturali italiane non hanno mai sponsorizzato nulla di simile, e questo è uno dei (tanti) motivi per cui i nostri romanzi sono poco tradotti”.
Sono emerse soluzioni? Innanzitutto (come per mille altre cose in Italia) sono necessarie e urgenti scelte politiche, leggi a favore e a sostegno della cultura e della scuola. (Glisso sull’infelice decorso della legge che prevedeva sgravi fiscali ai lettori).  E’ necessaria una rinascita culturale, prima che economica, e di questa rinascita principali attori sono i lettori stessi, gli operatori culturali, i critici, i giornalisti, i blogger (ebbene sì, mettiamoci in causa pure noi), i traduttori, gli editor, gli editori infine. (Utile la diffusione di alcuni nuovi bandi comunitari a sostegno di progetti culturali: qui). Tra le soluzioni per ridurre costi e sprechi l’utilizzo del “print on demand”. Questi sono solo spunti di riflessione. Lascio a voi la parola.

:: I marmocchi di Agnes, Brendan O’Carrol, (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

18 febbraio 2014 by

indexTraduzione Gaja Cenciarelli

Brendan O’ Carrol, showman irlandese, ha creato la simpatica Agnes Browne dando vita ad una serie di romanzi che la vedono protagonista delle proprie avventure esistenziali della giovinezza, passando per la maternità fino al fatto di diventare nonna. In tutti i libri emerge l’immagine di una donna proletaria nell’Irlanda tra anni ’60 e ’70, simpatica, intraprendente, forte e allo stesso tempo protettiva verso le persone che ama. In I marmocchi di Agnes però, più che la mitica Agnes Browne, i protagonisti sono tutti i suoi figli, dal più grande al più piccolo. I ragazzi sono al centro del delicato passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, inseriti in un arzigogolato cammino di ricerca della loro strada per il domani. Ognuno dei figli è raccontato e, aggiungerei anche, indagato con passione e profonda attenzione da parte dell’autore che riesce a restituire a chi legge lo stato psichico ed emotivo di questi fratelli. Mark, il maggiore, è quello più maturo e responsabile. È colui che pensa a studiare per diplomarsi e lavora con impegno in un’azienda che sta attraversando un difficile momento di crisi. Accanto a lui Rory, giovane parrucchiere sensibile e omosessuale che non avrà vita facile a causa dei pregiudizi sociali e di una banda di skinhead che lo prederà di mira.  Simon, afflitto da una perenne balbuzie non si lascerà intimorire da questa sua difficoltà e riuscirà a trovare un ottimo lavoro. Dermont ne combinerà di tutti i colori, ma poi metterà la testa a posto. Che dire della vivace e spericolata Cathy che, messi da parte gli sport adolescenziali, diventerà donna trovando l’amore della sua vita e Trevor il più piccolo di tutti i Browne? Coloro che lo conoscono lo considerano un po’ ritardato e invece dimostrerà di essere il genio artistico del quale la famiglia non si è mai accorta. Tra loro non manca la pecora nera del gruppo, Frankie, lo scapestrato scansafatiche sempre pronto a cacciarsi nei guai e in situazioni molto pericolose che metteranno a rischio la sua incolumità. Ognuno di questi ragazzi sta nel cuore della sempre attiva e impegnata Agnes, vedova del Rosso, donna dinamica che ogni giorno vende frutta a verdura al mercato locale per guadagnarsi la pagnotta quotidiana da condividere con i figli. Agnes è una madre affettuosa che ama i suoi pargoli, ma allo stesso tempo sa essere severa quando loro compiono degli errori. I suoi moniti e le sue attenzioni verso i marmocchi sono molte, tanto che in più di un’occasione dimostrerà di essere pronta a tutto pur di mantenere unita e compatta la sua numerosa famiglia. I marmocchi di Agnes è una vicenda ambientata nell’Irlanda degli anni’70 e l’autore oltre alla avventure della famiglia Browne ci restituisce il quadro socio-politico del tempo portandoci dentro a Larkin Court. Il posto dove i protagonisti sono nati, ma dal quale ad un certo punto della storia saranno costretti ad andarsene a causa di  un piano di recupero del centro storico. La famiglia finirà a vivere nella zona periferica di Finglas e, nonostante alcune difficoltà iniziali d’ambientazione, questo nuovo ambiente non impedirà ad ognuno della piccola combriccola di recarsi in città al lavoro o a scuola.  Il romanzo di O’Carroll ha un linguaggio ironico, spassoso, nel quale si alternano gioie e dolori che caratterizzano la vita, perché Agnes Browne e i suoi figli saranno pure personaggi, ma i loro caratteri e le situazioni nelle quali sono coinvolti rispecchiano la tipica vita quotidiana degli irlandesi e la loro coraggiosa forza di non abbattersi mai.

Brendan O’Carroll è un autore, attore, regista, sceneggiatore e commediografo tra i più celebri del mondo irlandese. Negli ultimi dieci anni la sua carriera è stata un susseguirsi di trionfi: dall’acclamato programma radiofonico Mrs Browne Boys, al best seller d’esordio, Agnes Browne mamma (Neri Pozza 2008), tradotto in numerose lingue e seguito dagli altrettanto fortunati I marmocchi di Agnes (Neri Pozza 2008) e Agnes Browne nonna (Neri Pozza 2009), fino ai grandi successi teatrali e alla fama internazionale regalatagli dal film La storia di Agnes Browne, tratto dal primo libro della serie con protagonista Angelica Huston. www.agnesbrowne.com

:: Tokyo orizzontale, Laura Imai Messina, (Piemme 2014)

16 febbraio 2014 by

tokyo_orizzontale_copertinaIn alcune parti di Tokyo, il passato remoto è solo pochi giorni fa.
Una moda cambia e dura solo una stagione, e anche se fa caldo le ragazze hanno già calato sulla testa il cappello di lana con il pon pon, perché la moda lo richiede e le vetrine, le idols alla tv e le riviste cantilenano così. I negozi chiudono a  mucchietti, come cicale che cadono dai rami a fine estate. In un attimo anno chiuso la gelateria Hagendatz a Shibuya, il ristorante fusion dove quella sera Hiroshi, Hideo e Masako sono andati a cena; non c’è più la sala giochi piena di macchinette per fare purikura che Carmen avrebbe voluto scattare insieme a Jun in quella notte misteriosa in cui è stato risucchiato dalla folla e poi ha trovato Sara: e in meno di due anni la Creperie davanti al MaDonald’s (anch’esso scomparso nel frattempo tra le rughe della strada)dove si sono incontrati Sara e Hiroshi diventerà prima una yogurteria, poi un negozio di boxer e in fine una succursale dei grandi magazzini Yuzakawa.

Le mille luci di Tokyo avrebbe potuto intitolarsi questo bellissimo romanzo di esordio di Laura Imai Messina. Non perché richiami tematiche e atmosfere del romanzo di McInerney, titolo originale Bright Lights, Big City, ma perché è davvero Tokyo, con i suoi quartieri, i suoi grattacieli, i suoi mercati all’aperto, le sue strade, i suoi Love hotel, i suoi Kaiten- zushi, i suoi treni superveloci, illuminata dalla luce di un cielo che sembra racchiudere le sue stesse fondamenta, la vera protagonista di questo romanzo privo di prolissità e ridondanza, caratterizzato da uno stile semplice e limpido, fatto di immagini, di colori, di gesti minimi, dalla preparazione dei cibi, all’espressione dei volti dei personaggi, imbevuto di una sacralità tutta orientale, una calma, una dolcezza che a me richiama il tintinnio dei segnavento fuori dalle porte delle case, o sui balconi.
L’autrice ha scelto invece Tokyo orizzontale, come titolo, dal nome di un blog di uno dei personaggi, Jun, in cui vengono catturate ed esposte al pubblico ludibrio immagini di gente abbandonata per la strada, ubriaca alla fermate degli autobus o della metropolitana, per poi riderne in Rete. 10,000 accessi giornalieri, un blog di successo, nato per scommessa, che ispirerà un’agenzia turistica, in cui la gente sdraiata sui lettini viaggerà sulle strade di Tokyo vedendo palazzi, luci e colori, e squarci di cielo. Un’idea folle, ma come tutte le idee in cui ci si crede fermamente, destinata ad un futuro.
E’ un romanzo breve, Tokyo orizzontale, i fatti narrati sono racchiusi in tre giorni, venerdì, sabato e domenica, e poi un lungo salto temporale di un anno per l’epilogo. E’ la storia di un incontro, tra occidente e oriente, tema che traspare in controluce e ci accompagna attraverso le pagine; è la storia di una città modernissima e supertecnologica, ma ancora capace di conservare i suoi spazi intimi, raccolti, vista da un’ occidentale che da anni ci abita e filtrata dallo sguardo di due personaggi Sara e Carmen, due straniere, due ragazze provenienti da altri paesi, e giunte a Tokyo in cerca di una nuova vita, di nuove possibilità. I protagonisti sono tutti ragazzi ci circa vent’anni, lo specchio di una generazione multietnica e luminosa, che certo nasconde angoli bui, dolori terribili, soprattutto Hiroshi, segnato da un dolore che quasi lo soffoca, ma che vede nell’amore la strada per superare barriere, per incontrarsi,  per realizzarsi.
Romanzo minimale e nello stesso profondo, caratterizzato da una scrittura davvero originale, che colpisce il lettore e lo trasporta, in un mondo parallelo fatto di parole, bellezza, e orientale leggerezza. Un romanzo per ragazzi, data l’età dei personaggi, ma non solo, se amate il Giappone, ne avrete un quadro intimo e vitale, Tokyo è fatta così, ha la faccia sporca e il bicchiere sempre pieno. Pub, ristoranti, librerie dove sfogliare manga, scale mobili, altoparlanti che diffondono musica alla moda, grandi cartelloni pubblicitari in movimento, insegne accese, il chiarore dei lampioni, immagini dalle tv delle idol, ragazzi alla moda che attraversano la strada, impiegati e impiegate nelle loro divise d’ordinanza, grandi centri commerciali, taxi, treni che scintillano fatti di vetro e di acciaio.
Immagini, schegge di luce che appaiono e scompaiono e si frammentano con le storie dei personaggi, i loro amori, le loro solitudini, la loro forza, le loro debolezze.  Sara e Hiroshi, Hideo e Masako,  Carmen e Jun, coppie che si allacciano e si separano, trasformano l’amore in amicizia, resistono, si abbandonano, e intanto il romanzo è già finito, lasciando un senso di nostalgia e di stordimento e la consapevolezza di aver letto davvero un bel romanzo, ben scritto, piacevole, con un doppio finale non lieto per tutti, ma così è la vita, c’è chi trova l’amore, chi la consapevolezza di sé, chi la morte. Consigliato.

Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.

:: La legge della notte, Dennis Lehane, (Piemme, 2014)

15 febbraio 2014 by

la-legge-della-notte-di-dennis-lahane-L-kGe805La legge della notte (Live by Night, 2012) pubblicato in quest’inizio 2014 da Piemme, è una classica gangster story,  (ambientata nell’arco di una decina d’anni, dal 1926 al 1935, tra Boston e Cuba), che ci porta nell’America degli anni del Proibizionismo, tra  distillerie clandestine, speakeasy, bootlegger, gangster, e famme fatale. Periodo, il Proibizionismo, che sembra aver vissuto un grande revival in questi ultimi anni, forse grazie al film, Il grande Gatsby, diretto da Buz Luhrmann, o al fatto che il periodo di crisi che stiamo vivendo ci porta direttamente nel 1929. Sta di fatto che di libri ambientati in questo periodo ce ne sono stati davvero tanti da La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, a Unamicizia pericolosa di Suzanne Rindell, a Pieno giorno di JR Moeringer, sono i primi che mi ricordo, ma ce ne sono molti altri.
Tradotto da Stefano Bortolussi e romanzo dell’anno al Edgar Awards 2013, La legge della notte è il secondo volume di una trilogia (ma i libri potrebbero essere anche quattro) dedicata da Dennis Lehane ai Coughlin, una famiglia di poliziotti irlandesi nella Boston di inizio Novecento. Nel novembre del 2009 Piemme aveva già pubblicato il primo episodio Quello era l’anno (The Given Day, 2008), ma chi se lo fosse perso non tema, lo può recuperare anche in seguito, questa è una saga in cui ogni libro si può leggere come standalone con lo stesso divertimento.
Personaggio principale è Joseph “Joe” Coughlin, classica pecora nera, un ragazzo, e poi uomo, che decide di mettersi dall’altra parte della legge, diventando prima ladro poi vero e proprio gangster, anche se si considera più un fuorilegge che un semplice criminale, con un guizzo di orgoglio e fierezza. Le ragioni di questo suo  passaggio al lato oscuro ci riportano forse al suo rapporto conflittuale col padre, e alla sua infanzia, in una ricca e benestante famiglia della Boston bene, ma povera di affetti e caratterizzata da un vuoto e una disperazione che solo in parte il protagonista cercherà di esorcizzare prima nell’amore per la bella Emma Gould, e poi per la moglie Graciela Corrales.
L’autore di Shutter Island – L’isola della paura e Mystic River – La morte non dimentica, sembra voler dipingere un affresco di un’ epoca, sì ormai lontana, ma nello stesso tempo fondamentale nella storia americana. In fondo la parabola e l’ascesa di Joe Coughlin non è altro che il racconto di un uomo che insegue il suo sogno (americano) di felicità in un mondo in cui dominano corruzione, violenza e insensatezza, e Joe una sua morale la conserva, forse solo non piegata alle leggi comuni di rispettabilità e onestà, per cui la sua dimensione di eroe la conserva, seppure il retrogusto amaro non scompare. Tra bische clandestine, bordelli, distillerie d’alcool, fabbriche di tabacco, in compagnia di poliziotti corrotti, mafiosi italiani, guerriglieri cubani, gangster irlandesi e associazioni criminali ebraiche, il destino o chi per lui ha in serbo per Joe prove durissime, dal pestaggio da parte della polizia, al carcere, al tradimento di un amico, alla lotta contro Albert White, il boss di Boston, l’uomo con cui divideva l’amore della bella Emma Gould.
Infine, per concludere Leonardo Di Caprio ne ha comprato i diritti e Ben Affleck dovrebbe dirigere la trasposizione cinematografica. Il canovaccio è ottimo per una storia di violenza, solitudine, amore e ascesa di un gangster forse per caso, a cui il destino sembra togliere molto di più di quello che dà.          
Il suo prossimo libro World Gone By, uscirà nel marzo del 2015.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

:: Taccuino di una sbronza, Paolo Roversi, (Morellini, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

15 febbraio 2014 by

taccuinoBukowski è uno di quegli autori che andrebbero letti comunque, indipendentemente dal motivo per cui si acquista o si prende in prestito un libro e dalle ambizioni personali del lettore, se desidera o meno diventare anch’egli uno scrittore. Lo merita perché la sua scrittura è sincera, irriverente, spietata come solo la verità e la realtà sanno esserlo.
Taccuino di una sbronza è un testo centrato quasi interamente sulla figura di Bukowski, redivivo grazie al transfert di Carlo Boschi che in lui si immedesima al punto da credersi, o fingere di farlo, il vero Buk. È una paradossale commedia dei tempi moderni dove, in confronto a certi eventi contemporanei, la follia del Boschi finisce col diventare una perla di positività contrapposta all’avidità della società in cui viviamo.
Il libro di Roversi edito da Morellini Editore è una rivisitazione della versione pubblicata nel 2008 da Kowalski. Leggendolo traspare l’ammirazione che l’autore prova nei riguardi dello scrittore e anche il suo stile sembra piegarsi alla circostanza, ricalcando le linee guida della scrittura bukowskiana. A tratti sembra che il personaggio Boschi – Bukowski sia in realtà l’alter ego dello scrittore – Romeo, che condivide quasi in pieno le vedute del suo amico che pensa di essere diventato il suo idolo, con la differenza però che, al contrario di loro, Romeo non riesce a liberarsi dal giogo delle briglie e finisce col diventare ciò da cui Boschi e Bukowski sono fuggiti.
Roversi non manca di lanciare condivisibili stoccate al popolo italiano e ai suoi governanti, alla comoda credulità dei primi e alla bieca avidità dei secondi. Ne esce uno spaccato amaro della società meneghina che funge da oblò affacciato sull’intero mare nostrum che costeggia in lungo e in largo un Paese diretto sempre più alla deriva. Osservare il tutto attraverso il filtro Carlo Boschi – Charles Bukowski rende al lettore un po’ di quel buonumore positivo che serve per razionalizzare gli eventi, soppesare le reali aspettative e prospettive, nonché la forza dell’irriverenza necessaria per tracciare un ampio colpo di spugna indispensabile per compiere la grande virata di cui il nostro Paese ha bisogno.
Taccuino di una sbronza di Paolo Roversi è un libro che va letto, esattamente come lo scrittore da cui trae ispirazione, con lo spirito di un esploratore, di un argonauta e perché no anche di un sognatore e dopo averlo fatto si potrà fingere di non aver ben capito ma non si potrà più far finta di non sapere.

Paolo Roversi: È uno scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano. Definito dalla critica lo Scerbanenco post-moderno nonché il golden boy del giallo italiano. Affianca alla sua produzione di noir metropolitani libri, saggi e raccolte che narrano dello scrittore Charles Bukowski di cui è appassionato studioso. Nel 2007 gli è stato conferito il Premio Camaiore di Letteratura Gialla. I suoi libri sono tradotti in Spagna, Germania, Francia e Stati Uniti. È fondatore e direttore del NebbiaGialla Suzzara Noir Festival; ideatore del Milano in bionda giallo e noir festival; direttore e fondatore di MilanoNera web press, mag e casa editrice digitale; direttore della collana Calibro9 di Novecento Editore.

:: Marmellata d’arance, Rosalia Messina, (Arianna, 2013) a cura di Diego Di Dio

14 febbraio 2014 by

marmellataFabrizia ha trentadue anni.
Nella sua vita ci sono state parecchie perdite, ma la più dolorosa è quella più recente: Bianca, la nonna che si è sempre occupata di lei. La nonna che l’ha cresciuta, accudendola con la sua saggezza, la sua calma, la sua intelligenza.
“Marmellata d’arance” è il monologo lungo e sofferto della protagonista, che in occasione del funerale della nonna, trova l’occasione di immergersi di nuovo nel passato. Il passato, come si sa, è un vendicatore silenzioso e ponderato, che alla fine porta sempre il conto. E questo conto è salato, ed è fatto di voci che si rincorrono, di ricordi vividi, di emozioni che riemergono dal mare della memoria, da questioni in sospeso che forse non troveranno mai una soluzione.
La scrittura di Rosalia Messina, che io già ho avuto modo di apprezzare, in questo romanzo breve trova la sua compiuta evoluzione. È una scrittura raffinata, ma non pomposa. Una continua ricerca verso il modo più diretto ed elegante per descrivere un’emozione, una situazione, un evento. Per raccontare le amicizie dell’infanzia, una madre sempre assente, una famiglia sui generis, la vita che cerca un senso.
Come confessa l’autrice, per lavoro lei scrive in “giuridichese”. Ma, come è evidente, per passione no. La sua scrittura non ha nulla del formalismo esasperato e del tecnicismo del linguaggio giuridico. Come spesso accade, gli studi e il lavoro non hanno scalfito il nocciolo più duro della passione letteraria. La scrittura come catarsi, la narrativa come “oasi di libertà”. La prosa di Rosalia Messina è bella, come bella sa essere la scrittura: raffinata, elegante, colta.
“Marmellata d’arance” è un romanzo mainstream che, per certi versi, mi ha ricordato Margaret Mazzantini: l’uso della prima e della seconda persona singolare rafforza lo scorrere di questo monologo che si fa dialogo, di questa voce che si fa grido silenzioso mentre Fabrizia, come una marionetta mossa da fili che non può controllare, ripercorre le strade, i posti, i visi e i nomi che sono stati il suo passato. Fino alla conclusione, in cui finalmente ogni tassello sembra trovare il proprio posto, e sembra aprire uno spiraglio verso il futuro.

Rosalia Messina (Palermo, 1955) vive e lavora a Catania. Ha esordito nel 2010 con una raccolta di racconti Prima dell’alba e subito dopo, edito da PerroneLab.

:: Segnalazione: X° Festival internazionale della Storia: Trincee – Gorizia 22-25 Maggio

13 febbraio 2014 by

indexTrincee’ è il titolo scelto per l’edizione 2014 di èStoria Festival internazionale della Storia che avrà luogo a Gorizia dal 22 al 25 maggio 2014. Giunto quest’anno alla decima edizione, il Festival sarà dedicato al centenario della Prima Guerra Mondiale e riunirà i più importanti nomi della storiografia mondiale sulla Grande Guerra.

Ecco alcune notizie sull’edizione 2014:

– La creazione di un comitato storico internazionale, undici specialisti di fama internazionale sono stati scelti per offrire una prospettiva globale sul significato del centenario: Paolo Mieli (Presidente), Gerhard Hirschfeld (Germania), Erwin Schmidl (Austria), Petra Svoljšak (Slovenia), Nicolas Offenstadt (Francia), Boris Kolonitskii (Russia), Mile Bjelajac (Serbia), Mustafa Aksakal (Turchia), Graydon A. Tunstall (U.S.A.), Hew Strachan (Gran Bretagna), e Virgilio Ilari (Italia).

Il comitato, oltre ad assicurare consulenza e aggiornamento mondiale, curerà il 22 maggio un Convegno Internazionale, La Grande guerra: le origini e il mito, articolato in due momenti: la mattina dedicata a Le origini e il mito, il pomeriggio a Una guerra arcaica, Una guerra globale. Questi stessi temi diventeranno i due fili conduttori del programma che vedrà a Gorizia i maggiori esperti del settore.
In concomitanza con il festival è si svolgerà la Borsa Europea del Turismo della Grande Guerra, ideata e promossa da Nordest Comunicazione & Eventi. Per il direttore dell’evento Filiberto Zovico si tratta ‘di una grande opportunità per ospitare tutte le istituzioni e realtà protagoniste di questa importante ricorrenza storica’. Ogni anno infatti oltre 5 milioni di visitatori frequentano i luoghi simbolo della Grande Guerra, ne percorrono le trincee e i musei. Questo fenomeno, grazie ai numerosi interventi di recupero dei luoghi che le amministrazioni locali stanno predisponendo e alle celebrazioni della Grande Guerra che segneranno il prossimo quinquennio, è destinato ad accrescersi. Il fenomeno del turismo sui luoghi della Grande Guerra è ampiamente diffuso e organizzato a livello europeo, in particolare in Francia, nel Regno Unito, in Slovenia ed in Germania. In Italia le celebrazioni del centenario porteranno a un afflusso significativo di visitatori e favoriranno la creazione di itinerari, visite guidate ed iniziative editoriali. La Borsa Europea del Turismo della Grande Guerra sarà quindi una manifestazione fieristica che metterà a disposizione spazi commerciali su una superficie di circa 2.000 mq, nell’area adiacente al Festival èStoria (Piazza Cesare Battisti), in modo da favorire il reciproco scambio di flussi di visitatori.
èStoria  2014, Festival internazionale della Storia toccherà dunque le tematiche legate alle origini e alla nascita del mito della Grande Guerra: diversi eventi in programma esploreranno il legame tra storia e letteratura, tra storia e cinema e teatro, per finire con la musica e la storia dell’alimentazione; saranno organizzati spazi espositivi, spettacoli e reading, laboratori per bambini e ragazzi, oltre i consueti viaggi di carattere storico-turistico attraverso gli èStoriabus: un percorso guidato attraverso i luoghi-simbolo della Grande Guerra, corredato dai racconti degli storici che guideranno i visitatori dove la storia ha lasciato un segno indelebile.
Anche quest’anno Radio Uno Rai sarà presente al Festival èStoria per una serie di dirette.

Il programma completo del Festival sarà disponibile alla fine di aprile sul sito: www.estoria.it

Tutti gli eventi saranno gratuiti a ingresso libero fino a esaurimento posti.

èStoria è anche su facebook e twitter:
facebook: associazioneculturaleestoria
twitter: @eStoriaGorizia

:: Un’ intervista con Paolo Roversi

13 febbraio 2014 by

imagesBentornato Paolo su Liberi di Scrivere, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Il 25 febbraio l’editore Morellini, riporta in libreria Taccuino di una sbronza,  (usci nel 2008 per Kowalski). Un tuo personalissimo omaggio al genio di Bukowski, a vent’anni dalla sua morte. Una tua opera giovanile, forse marcata da una certa incoscienza, ma ancora capace di trasmettere una gran carica di entusiasmo e lo spirito del vecchio Hank. Come pensi l’accoglieranno i tuoi lettori, come sei cambiato tu da quando il libro uscì per la prima volta?

Io penso di essere molto cambiato e la scrittura anche. Taccuino di una sbronza, tuttavia, rimane un’opera riuscita, fresca e ancora attuale. Rileggendola mi sono stupito di quanto questo testo abbia resistito al tempo!

Un’ opera “quasi” autobiografica? Sei tu il ragazzo milanese che si sveglia credendosi Bukowski e inizia a frequentare una certa “Jolanda Bivano”?

No, è pura fiction. Io incontrai davvero la Pivano e a quell’episodio ammetto di essermi ispirato. Ma le analogie finiscono qui.

Fernanda Pivano rappresentò per la sua generazione un punto di riferimento. Portò in Italia i più importanti scrittori americani dell’epoca, tra cui i ragazzi della Beat Generation. Li tradusse, (tradusse pure Addio alle armi, Il grande Gatsby e molti altri classici),  gli fece da madre, amica, sorella. Che ricordo hai di lei?

Di una donna energica e dolce. Che aveva una passione profonda per gli autori americani e che sapeva dare un’opportunità ai tanti giovani che bussavano alla sua porta in cerca di un consiglio o di un aiuto.

E continuò questa sua opera da mecenate segnalando ai lettori e ai critici italiani i più significativi autori americani. Oggigiorno chi pensi abbia ricevuto il testimone. Ci sono ancora persone così?

Purtroppo credo di no.

Taccuino di una sbronza è un romanzo piuttosto surreale, divertente e sconcertante. Puoi raccontarci qualcosa della trama?

Tutto comincia con un week-end  in Irlanda. L’addio al celibato di Carlo Boschi, un trentenne milanese, impiegato modello e futuro marito di Sara. Insieme a lui c’è l’amico di una vita, Romeo, che, a dieci giorni dalle nozze, gli propone tre giorni memorabili a Dublino per festeggiare le nozze imminenti con una sbronza colossale. Birra dopo birra, però, il promesso sposo finisce all’ospedale, in coma etilico. Quando si sveglia, la sorpresa: Carlo è convinto di essere la reincarnazione del suo scrittore preferito, Charles Bukowski, morto proprio quella notte. Possibile?

Hai poi scritto la  sceneggiatura, per un film tratto da Taccuino di una sbronza?

No, c’è un progetto ma nulla di più. Il regista Sergio Scorzillo, invece, ne ha tratto uno spettacolo teatrale che rimetteremo in scena a giugno.

E che ci puoi dire di Enrico Radeschi, se non ricordo male l’ho da poco lasciato a investigare in una antologia di racconti noir dedicati a  Milano.  Quali progetto hai in mente per questo personaggio?

Radeschi tornerà ma non tanto presto. Ho una storia che mi gira in testa in cui lo rivedremo in sella alla sua vespa gialla. Però non so ancora quando prenderà forma…

Hai fondato e dirigi “MilanoNera” sito dedicato alla letteratura gialla, noir e thriller– che è anche una free press, una web tv, una società per eventi e una libreria –. Che bilancio hai tratto, è un’ attività che ti gratifica?

Mi gratifica molto anche se è molto impegnativo. MilanoNera è anche diventata una casa editrice di ebook e su questo punteremo molto per il futuro.

Come sei accolto all’estero, in quali paesi sei tradotto? I blogger esteri ti recensiscono? Che effetto ti fa?

Sono sempre stupito che in Francia, Spagna o Germania leggano le mie storie. Ho anche fatto alcune presentazioni in quei Paesi e posso dire che la differenza con l’Italia non è molta: quando hai dei lettori di gialli, li hai a prescindere dalla nazionalità. Il noir, possiamo dire che sia un linguaggio internazionale.

E parliamo del “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival”, che si tiene ogni anno il primo weekend di febbraio,  un punto di riferimento ormai per molti scrittori, editori, lettori. Un bilancio sull’edizione appena trascorsa, un anticipo sulle novità. Chi parteciperà alla prossima edizione?

Per la prossima edizione non ho ancora nessuna idea, ho un anno davanti per pensarci! L’edizione 2014 è andata benissimo: un cinema sempre pieno di lettori interessati. Non posso chiedere di più.

Un altro tuo progetto è il portale Hotmag,  cui hanno aderito numerosissimi blogger.

Sì, è un modo per scrivere insieme e per raggruppare idee. Anche questo progetto verrà a far parte in maniera consistente della “conversione” di MilanoNera in casa editrice di ebook. Aspettate e vedrete…

Progetti per il futuro? 

Un romanzo per ragazzi che uscirà a fine aprile per Fabbri…

:: Homeland, In fuga, Andrew Kaplan, (Mondadori, 2013) a cura di Stefano Di Marino

13 febbraio 2014 by

indexChi lo dice che non si pubblicano più dei grandi romanzi di spionaggio? Che io sia un fan della serie Tv è noto. Trovo che se l’azione non è il primo obiettivo, sia scritta molto bene. Homeland. In fuga è un prequel che segue comunque ritmi differenti. Andrew Kaplan è un grande (in Italia misconosciuto) scrittore di spy story sin dagli anni 80, basti ricordare The Hours of the Assassins, Scorpion, Dragon fire. Qui prende la protagonista della serie, Carrie, senza indugiare più del dovuto al disturbo bipolare che la caratterizza, poi il suo mentore Saul e Davis Estes che avranno poi un ruolo nel serial. Ma qui la vicenda è quasi completamente svolta tra Beirut e Bagdad con un intrigo degno dei maestri in cui si mescolano doppi e tripli giochi, suicidi inspiegabili, ovviamente sospetti sulla protagonista stessa e un triplo piano da sventare. Dietro a tutto c’è la figura diabolica di Abu Nazir, ma anche molto di più. L’unico finora, romanzo di spionaggio di ambientazione irakena in cui c’è una mappa dettagliata delle varie fazioni, tribù, bande religiose. Carrie è l’unica a rendersi conto che il mondo islamico è diviso mentre i suoi capi, come nella realtà, a volte pensano solo di avere a che fare con un unico gruppo di ‘teste di stracci’. Ed è su questa ambiguità che è costruito l’intreccio che non lesina sesso e sparatorie ma è essenzialmente un grande intrigo. Da leggere per tutti gli appassionati di spy story, che abbiano o meno visto la serie tv. Kaplan scrive il ‘suo’ romanzo e lo fa da maestro. Traduzione di Gaetano Luigi Staffilano.

Andrew Kaplan è l’autore di numerosi spy thrillers come  Scorpion Betrayal, Scorpion Winter, e Scorpion Deception. I suoi libri sono stati definiti “a gold standard for thriller writing” e sono stati tradotti in venti lingue. Ha lavorato come giornalista free-lance e corrispondente di guerra per l’ International Herald Tribune,  a Parigi.  Ha servito sia nell’ US Army che nell’Israeli Army durante la Guerra dei Sei giorni nel 1967.  Ha lavorato alla sceneggiatura del film GoldenEye, della serie cinematografica dedicata a James Bond.

:: Come cerchi nell’acqua, William McIlvanney (Feltrinelli, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 febbraio 2014 by
cerchi

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Prima di Ian Rankin e Irvine Welsh, ancora prima di Tony Black, Allan Guthrie, Ray Bank, Val McDermid e Russel D. McLean e molti altri, la lista è davvero lunga, c’era William McIlvanney. Il padre del “tartan noir”, termine coniato da James Ellroy per definire quello strano connubio di generi, dall’hardboiled al noir, dal poliziesco investigativo al crime puro è semplice, nato e cresciuto in Scozia e diventato un vero e proprio genere letterario a sé.
McIlvanney, classe 1936, quarto figlio di un ex minatore, per 15 anni insegnante di inglese prima di dedicarsi completamente alla scrittura, è probabilmente uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei, capace di influenzare generazioni e generazioni di scrittori dopo di lui.
E infatti leggendolo, la prima cosa che ti viene in mente è di cercare di rubarne i segreti, di catturare lo stile, del tutto peculiare e insolitamente letterario e poetico. Che McIlvanney sia (anche) un poeta è la prima cosa che colpisce. L’uso delle parole, che probabilmente ha fatto impazzire il suo traduttore, (anch’egli scrittore), il bravo Alfredo Colitto, è assolutamente vertiginoso, il testo è pieno di costruzioni bizzarre e insolite, significati traslati, velature, insomma si assiste ad una vera e propria poeticizzazione della prosa. Caratteristica che forse ancora lo distingue dai suoi successori.
Come cerchi nell’acqua (Laidlaw, 1977) primo volume di una trilogia dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, seguiranno The Papers of Tony Veitch (1983) and Strange Loyalties (1991), è ora disponibile nella collana FOXCrime di Feltrinelli, e racchiude parte di questa sua peculiarità, che rende i suoi libri qualcosa di diverso dalla semplice letteratura di genere.
Quanto tutto ciò facesse parte di una sua personale sperimentazione, McIlvanney è considerato il Camus scozzese, tanto per farvi capire la profondità e l’ entità specifica dei temi che tratta, non mi è dato sapere, avrei voluto chiederglielo in un’ intervista a cui non ha dato seguito, sebbene l’avesse accettata, con mia somma sorpresa.
Tornando allo stile, che è la cosa che mi ha maggiormente colpito, nasconde uno scrittore davvero complesso e difficile da classificare. Servirebbe un manuale delle istruzioni, un po’ come per leggere Joyce, infatti non sono sicura di aver colto tutti i rimandi, le citazioni nascoste, ricordiamoci che per moltissimi anni insegno letteratura inglese, e la sua sensibilità poetica e letteraria traspare dalle pagine come omaggi e citazioni, a volte nascosti.
Solo verso la fine come in un’epifania mi sono accorta per esempio, che il nome del poliziotto che assiste Laidlaw (altro gioco di parole) è Harkness, sostituite alla “h” una “d” e avrete Darkness, e ditemi voi se questa frase, Usando tutta la loro abilità, avevano richiesto l’accesso a un segreto. Ma Harkness stava per scoprire che il trucco in una richiesta del genere, era che anche il segreto aveva accesso a te, non vi rimanda ad un aforisma di Friedrich Nietzsche, poi altre citazioni nascoste da Waste Land di Eliot (o altre manifeste come “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”), per esempio, queste sono almeno quelle che ho scoperto io, lascio a voi lettori scoprire le altre.
Per quanto riguarda la trama è decisamente scarna ed essenziale: un omicidio, un’ indagine, un gruppo di persone che vuole mettere le mani sul colpevole prima della polizia.
In una Glasgow fine anni 70, un uomo, Bud Lawson, denuncia alla polizia la scomparsa della figlia, uscita un sabato sera per andare a ballare e mai più tornata. Ad ascoltarlo l’ispettore della Omicidi Jack Laidlaw. Un caso di normale amministrazione, forse un falso allarme. Una figlia tarda qualche ora e i genitori si disperano, molte volte inutilmente.
Non questa volta.
Il corpo di Jennifer Lawson viene rinvenuto il giorno dopo cadavere in uno dei tanti parchi della città, il Kelvingrove Park. Violentata e uccisa. Anzi uccisa e poi violentata. Da un ragazzo che l’amava, forse più innocente di molti personaggi che incontreremo nel racconto.
McIlvanney ci spiegherà le ragioni di quel gesto, ci porterà a conoscere l’inferno in cui vive l’assassino, che Laidlaw si ostina a non volere chiamare “mostro” perché è una categoria che ama affibbiare la società per assolvere e giustificare se stessa. Non esistono i mostri, come non esistono le fate, della loro esistenza ci crede solo suo figlio di pochi anni.
Ad indagare sul delitto Laidlaw e Harkness, due strani poliziotti, diversi come il giorno e la notte, il veterano e la recluta, il vecchio e il ragazzo. Laidlaw è l’outsider, usa metodi poco convenzionali e accettabili per risolvere i suoi casi, ha troppa familiarità con i delinquenti, con i quali siede a bere nei pub trattandoli da pari a pari, arrivando a chiedergli aiuto, come se fossero uno dei tanti suoi informatori. Harkness ha il compito di sorvegliare e riferire, di costringere il suo socio nei canoni della legge.
Perché Laidlaw non crede alla legge, non crede sia la mano armata della giustizia. E lui ha un senso della giustizia tutto suo. Più simile a quello dei criminali come John Rhodes, un violento, un padre di famiglia, che fa il delinquente proprio per proteggere le persone che ama.
Il siparietto domestico che McIlvanney ci presenta, evidenza la normalità la quotidianità del crimine, anche i criminali hanno degli affetti, un’ etica, delle regole. Chi uccide e violenta una donna merita la morte senza appello. E a volere morto l’assassino, saranno in tanti.
Come andrà  finire? Non è difficile supporlo.
McIlvanney non usa la suspense come una leva, ma più che altro come uno spunto di riflessione sulla colpevolezza e l’innocenza, sull’evanescente limite che divide il bene dal male. Il destino dell’assassino è segnato, o l’aspetta il cappio, se preso dalla polizia, o una morte ancora più meschina e squallida se arriverà prima il killer, che un delinquente ripulito ha messo sulle sue tracce. Un solo personaggio sogna un finale diverso, una fuga, un amore che non può avere futuro. Rubi qualcosa e ti aspetta la galera, uccidi una ragazza e cercheranno di comprenderti, medita amaramente John Rhodes, e gli fa eco la pietà e l’umanità di Laidlaw, finale tristissimo.
Sullo sfondo di questa storia senza lieto fine, una Glasgow scolorita, e fredda, che neanche il sole riesce a scaldare. (Da leggere e rileggere la scena precedente il ritrovamento del cadavere).  Fatta di pub, locali gestiti dalla malavita, sale di scommesse, librerie che vendono sul retro riviste porno, gente comune, chiusa nelle loro case dai camini accesi, dalla moquette (immagino folta e arancione, come nelle riviste di arredamento anni 70).
Un’ impietosa analisi sociale e umana, portata avanti senza inutili sbavature, o condanne. La madre di Jennifer, personaggio dolente e disperato, fragile e oppresso da un marito spietato nella sua insensibilità e rozzezza, arriva a un gesto di coraggio, in un suo confronto con Laidlaw, l’atto più eroico di tutto il libro, poco inferiore all’amore disperato di Harry Rayburn.
Già l’amore, l’amore non manca ed è forse il vero protagonista del romanzo. L’amore di Laidlaw per i suoi figli, e per la ragazza della reception, (ci vuole un essere umano per riconoscere un altro essere umano, dice Harkness riferendosi a lei, per subito pentirsene),  l’amore di una madre incapace di amore per il figlio, l’amore di Tommy Bryson per Jennifer. Tanti tipi di amore, che si intrecciano e superano la voce della violenza, unica legge a regnare in città.

William McIlvanney (Kilmarnock, 1936) è uno dei maggiori scrittori scozzesi contemporanei. Figlio di un minatore, si è laureato all’Università di Glasgow e per quindici anni ha fatto l’insegnante d’inglese prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. È autore di romanzi, poesie, saggi e articoli giornalistici grazie ai quali ha ottenuto numerosi riconoscimenti. Tra i suoi romanzi, The Big Man (Tranchida, 2003) ha avuto una trasposizione cinematografica con protagonista Liam Neeson e con le musiche di Ennio Morricone. Feltrinelli sta pubblicando i volumi della serie dedicata all’ispettore Jack Laidlaw, premiati con il prestigioso Crime Writer’s Association Macallan Silver Dagger for Fiction: il primo, Come cerchi nell’acqua, è uscito nel 2013.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Serafina dell’Ufficio Stampa Feltrinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.