Ciao Alessandro, bentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Parleremo del tuo nuovo libro, di libri scritti da altri, dei tuoi progetti futuri, insomma di tante cose che interesseranno di certo i lettori che ti seguono e quelli che impareranno a conoscerti leggendo questo blog. Allora di mestiere fai altro, ma la scrittura è un punto fondamentale della tua vita. Quanto tempo dedichi a scrivere?
Quanto tempo dedico a scrivere? Tutto quello che posso. In realtà “scrivo” anche mentre sono in macchina e penso ai personaggi, alla storia, a snodi narrativi particolarmente complicati, a immagini suggerite da quello che succede sul ciglio della strada. Allora mi fermo e prendo appunti sul mio moleskine (non è per fare il figo, è proprio un moleskine [Sorride] ). Questo tempo, che partendo da un’idea dedico alla preparazione del romanzo, di solito è parecchio lungo. Purtroppo non ho dèmoni che mi frullano nella testa o personaggi che premono in cerca di un autore. Faccio tutto da solo. Finita questa fase, passo a scrivere al computer. Lo faccio di sera, nei week-end, in pausa pranzo, nel tempo libero. Per la prima stesura non ci metto molto, la revisione invece può richiedere anche alcuni mesi.
Hai pubblicato da poco La scelta di Lazzaro, con Meme Pulishers. Parlavi in un’ intervista della difficoltà di trovare un editore tradizionale per il romanzo. Il terrorismo è ancora un argomento tabù?
Negli ultimi trent’anni tanto la politica quanto i media hanno continuato a raccontare il terrorismo come se fosse un mero fenomeno criminale, mentre la realtà è molto più complessa. E quindi sì,il terrorismo, nel momento in cui tenti di affrontarlo come fenomeno politico e capirne il contesto e le ragioni, è diventato argomento tabù. Mi rendo conto che le ferite ancora aperte nelle carne viva delle vittime di quella stagione rendono difficile una disquisizione asettica, una visione distaccata. Ma cercare di capire non vuol dire giustificare. E comprendere è importante, se non altro per evitare che si ripeta. Per esempio, si dimentica che lo spartiacque tra la stagione di un movimento pacifico come quello del ’68 e quella successiva, che ha visto la nascita della lotta armata, è la strage di piazza Fontana, pianificata a tavolino da apparati dello stato in risposta alle lotte operaie dell’autunno caldo del ’69. Ne seguì la convinzione di alcuni che la lotta meramente parlamentare non avesse alcuna prospettiva, che i parlamenti nazionali non avessero alcuna funzione democratica, dal momento che le decisioni passavano sopra i parlamenti, prese all’interno di centri di potere sottratti a ogni controllo. Soprattutto all’interno di quello che le BR, nei loro documenti, chiamavano lo Stato Imperialista delle Multinazionali. In estrema sintesi, l’idea era che la lotta fino a quel momento pacifica di studenti e operai non avesse sbocco, e che bisognasse attuare, in risposta alla violenza dello stato, un cambiamento strategico rivoluzionario che prevedeva anche l’uso delle armi. Che fosse una strategia sbagliata, in quanto non teneva conto del contesto internazionale, della natura della società italiana, dell’opposizione totale del PCI e del Sindacato tradizionale – che non a caso diventarono i maggiori nemici delle organizzazioni terroristiche – lo ha poi dimostrato la Storia. Il risultato è stato l’affossamento delle ragioni e dei sogni del movimento del ’68-’69 e l’inizio di un processo di restaurazione politica, sociale e culturale che ci ha portati allo sfascio del tempo presente. Dove per davvero le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese e attuate da organismi transnazionali privi di qualunque legittimazione democratica. Dove quindi i limiti d’azione di una democrazia parlamentare stanno diventando sempre più stretti.
Gli anni di piombo sono una realtà piuttosto ingombrante del nostro recente passato. Molti dei protagonisti sono morti, ma altri hanno diciamo raggiunto la maturità. Ci sono i terroristi pentiti, quelli che non hanno mai rinnegato la loro lotta armata, e le vittime, o meglio i figli e nipoti delle vittime. Una ferita ancora aperta che non si rimargina. Soprattutto perché nessuno tenta seriamente di fare il punto della situazione, di metabolizzare il passato. Perché secondo te? Tutti dicono che lo stato abbia vinto, che gli anni di piombo siano storia, ma è davvero così? Secondo te ci sono i germi per una rinascita di questi fenomeni?
Appunto, nessuno fa veramente e fino in fondo il punto della situazione. Si è cercato di metabolizzare il passato rimuovendolo. Ripeto, le ferite nel cuore di chi ha subito, su di sé o sui propri cari, la violenza terroristica non penso si possano rimarginare se non con uno sforzo di straniamento a volte impossibile da esercitare. Questo tra l’altro è uno dei temi al centro del mio “La scelta di Lazzaro”, dove ho cercato di descrivere il rapporto vittima-carnefice nei suoi aspetti più estremi, nel “suo confondersi e perdersi, nodo importante e profondo per capire il trauma del terrorismo”, come ha scritto qualcuno a proposito del romanzo. Ma, al di là di questo fattore così pregnante, non si riesce a fare il punto della situazione anche perché la narrazione che, grazie all’esplosione dei media, ha dominato l’opinione pubblica negli ultimi trent’anni ha spazzato via, al netto di alcune preziose nicchie di resistenza culturale, persino gli strumenti linguistici con i quali poter descrivere, su un piano prettamente politico, la nascita dei movimenti armati. Di più, ci ha volutamente sottratto gli strumenti concettuali indispensabili per comprendere il brodo di coltura di un fenomeno che pure ha informato di sé almeno quindici anni della nostra storia. Ci hanno raccontato che quella era soltanto una banda di criminali, che questo era ed è il migliore dei mondi possibili, e pazienza se oggi una crisi strutturale senza precedenti sta distruggendo il presente e il futuro di una generazione ignara.
Ci sono oggi i germi per una rinascita dei fenomeni che abbiamo visto nel passato? Non lo so, ma non credo. Penso che, in mancanza di quel collante strategico che un tempo era costituito dall’ideologia, continueremo ad assistere a innocui focolai di rivolta isolati, parcellizzati, fini a se stessi e indirizzati da interessi particolari. Incapaci, oggi più allora, di incidere sulla potenza di un sistema che sta dimostrando tutta la sua violenza.
Che fare allora? Senza una presa di coscienza collettiva, che parta dal basso, che travalichi i confini nazionali e che si concretizzi in una strategia politica ben delineata, non penso si potrà mai vincere alcuna battaglia. Oggi, certo, da più parti si riconoscono, più o meno confusamente, più o meno cognitivamente, le responsabilità criminali del capitalismo mondiale, soprattutto finanziario. Ma, ripeto, abbiamo perduto le parole, le categorie, ci hanno rubato i paradigmi con i quali interpretarne la natura di classe e prenderne coscienza. E se il nemico non lo sai analizzare in un quadro strutturale di riferimento, se dopo averlo in qualche modo individuato ti fai ingannare da falsi scopi, se dirotti la tua forza su obiettivi marginali che scalfiscono appena la struttura del sistema, ecco che la tua battaglia diventa del tutto ininfluente, uno spreco di energie. Ed ecco perché, fino a questo momento, hanno vinto “loro”, come ha dichiarato il plurimiliardario americano Warren Buffett: “Noi ricchi abbiamo fatto la lotta di classe e l’abbiamo vinta”.
“Loro” le usano, le parole giuste. Dobbiamo, prioritariamente, riappropriarcene anche noi.
E il tuo romanzo parla proprio di questo, degli ideali, traditi, di una generazione, che era giovane durante il boom economico degli anni ’60. Una generazione che in parte ha scelto la lotta armata per opporsi ad uno stato delegittimato. Ma di quella generazione facevano parte anche persone che ripudiavano la guerra. Erano gli anni delle marce contro la guerra nel Vietnam, anche in Italia c’era questa contrapposizione?
Non vedo contrapposizione. Manifestavamo contro la guerra nel Vietnam perché era considerata una guerra imperialista degli USA contro il diritto all’autodeterminazione del popolo vietnamita. Lo stesso motivo per il quale appoggiavamo i nordvietnamiti e i vietcong nella loro guerra di liberazione contro l’esercito yankee. Ripudiavamo la guerra “imperialista”, ma non la guerriglia dei popoli, che anzi, spesso, era portata ad esempio. Non per nulla i nostri idoli erano Ho Chi Minh e il generale Giap
Il tuo protagonista è diciamo un sopravvissuto, fa bilanci, riflette sulle sue scelte passate, che non rinnega, e si interroga con una certa rassegnata tristezza sul passato. Sua moglie Samar, ha vissuto la guerra vera in Libano, lui da fotografo ha testimoniato il massacro di Sabra e Shatila. Per creare questo tuo personaggio ti sei basato su persone reali, alcune sue riflessioni sono tue riflessioni?
Mi sono basato su personaggi reali, su persone che conosco, su fatti avvenuti di cui sono a conoscenza Ma il mio protagonista, così com’è nel libro, è totalmente inventato. Di lui mi interessava analizzare, alla luce delle scelte passate, anche le reazioni di fronte all’Italia di oggi, allo scenario che la caratterizza, la crisi economica, lo sfascio della politica, la presenza islamica e i timori di attentati terroristici che questa può suscitare. E soprattutto mi interessava approfondire, sul piano psicologico, il rapporto vittima-carnefice, che nel romanzo, tramite il personaggio di Barbara, si confonde e si ribalta, avviluppando i protagonisti in un destino comune scelto consapevolmente. Un rapporto che irrompe all’improvviso nella vita di Lazzaro e che contribuisce, assieme ad altri eventi, a vanificare fino a distruggerlo il tentativo faticosamente perseguito di recuperare un’esistenza normale.
Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta. Puoi raccontarci cosa succede?
Succede che Pietro Micca detto Miccia, dopo tanti anni ritorna dal Brasile, dove si era apparentemente rifugiato, e ricompare davanti a Lazzaro, suo vecchio compare di lotta. In apparenza sembra voglia coinvolgerlo in un altro scenario terroristico, quello islamico, ma, come si scoprirà nel romanzo, il progetto di Miccia è ben diverso. Miccia, così come me lo sono raffigurato, è l’esempio di un certo tipo di militante affascinato più dal lato avventuroso della lotta armata che da un’adesione convinta a un’ideologia. Il classico avventuriero, quindi, pronto ad accettare incarichi da chicchessia purché l’adrenalina sia garantita. E’ però anche lui un uomo pieno di contraddizioni: se per Miccia decidere la vita o la morte di una persona equivale a uno scrocchio di dita, di contro vuole davvero bene a Lazzaro, per motivi di cui neppure lui forse si rende conto. E infatti cerca di salvarlo, da se stesso e dalla situazione in cui si è cacciato. Che per ovvi motivi non vi anticipo.
Quali romanzi, diari, documentari, consiglieresti a chi volesse approfondire il dibattito, conoscere l’Italia di quegli anni?
Sicuramente non la recente serie televisiva sugli “anni spezzati”, un altro tassello dell’opera di mistificazione e di capovolgimento della verità perseguita da anni con una ostinazione che non esito a definire culturalmente criminale. Andrei sicuramente su Storia del partito armato, di Giorgio Galli, pubblicato nel 1986, e Piombo rosso, sempre di Galli, pubblicato nel 2004. E’ istruttivo leggere anche “ Renato Curcio a viso aperto” , pubblicato nel 1986, un libro intervista nel quale il capo delle Brigate Rosse racconta si sé, della nascita del suo movimento, degli avvenimenti che l’hanno visto protagonista, e Una vita in prima linea di Sergio Segio. Di notevole impatto è poi La notte della repubblica (1992), il libro che Sergio Zavoli ha tratto dalle 20 puntate della sua omonima trasmissione televisiva, disponibili anche in dvd.
Dopo l’11 settembre il mondo occidentale è cambiato. Il terrorismo di matrice islamica è entrato nel cuore di New York, del mondo occidentale, colpendo obbiettivi che si credevano intoccabili. Secondo te in cosa differisce il terrorismo italiano di allora, nero o rosso, da quello islamico contemporaneo?
I due terrorismi hanno caratteristiche del tutto diverse. Il terrorismo “rosso” di allora nasce come modalità rivoluzionaria di un’avanguardia per il comunismo, parallelamente il terrorismo “nero” perseguiva l’obiettivo di ripristinare in Italia il fascismo della repubblica di Salò (sto sintetizzando brutalmente). Il terrorismo di matrice islamica presenta invece una dimensione religiosa del tutto assente nei fenomeni di casa nostra. Possiamo discutere fino allo sfinimento sulle sue origini e sulle motivazioni di tipo economico e geopolitico che l’hanno fatto esplodere (lo sfruttamento da parte occidentale, il depredamento del territorio e delle sue risorse, le posizioni non sempre limpide delle potenze regionali, eccetera), fatto sta che il progetto di rafforzare le proprie radici storico-culturali come barriera ideologica nei confronti di un mondo “corrotto e di rapina” si è trasformato, all’interno di gruppi per fortuna minoritari, nel sogno di un califfato allargato che non solo si opponga all’Occidente, ma ne vada alla conquista colpendolo con tutti i mezzi possibili. Sto ovviamente semplificando, è un fenomeno molto complesso, con troppe sfumature per riuscire a sintetizzarle in una semplice risposta.
Molti vivono con il preconcetto che gli islamici siano dei violenti, che la guerra santa sia vissuta come appunto una guerra perpetua contro gli infedeli, e forse è anche un precetto religioso ma abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi centinaia e centinaia di persone, di profughi che arrivano in Europa per sfuggire alla guerra, alla miseria. Gente pacifica, chiusa in centri di transito in cui vengono rinnegate le più elementari norme di rispetto umano. Materiale per un nuovo romanzo. Hai pensato di scriverlo?
In parte l’ho già scritto. Se ricordi, Città contro, sotto forma di noir, toccava il tema dell’immigrazione e il rapporto problematico con una città di provincia italiana. In effetti, sarebbe interessante scrivere un romanzo che racconti il prima di questa gente: i paesi dai quali proviene, le peripezie per raggiungere le nostre coste, la permanenza nei CIE. Sì, mi hai dato un ottimo suggerimento.
Ci sono progetti di traduzione per l’estero?
Come sai, ho avuto molte difficoltà a pubblicare La scelta di Lazzaro con le case editrici tradizionali. Le loro risposte sono state “Bella scrittura, ma non ci convince l’argomento”, “Tocca tasti cui i nostri lettori non sono abituati”, cose così, insomma. Non mi straccio le vesti, li capisco, sono aziende e devono vendere, se un prodotto non li convince è normale che non lo prendano in considerazione. Alla fine è stato Lorenzo Mazzoni, responsabile della collana noir della casa editrice digitale Meme Publishers, ad appassionarsi al romanzo e a decidere di pubblicarlo. Essendo questa una società italo-francese, mi auguro che sia tradotto in Francia, un paese dove penso che susciterebbe un interesse maggiore che in Italia.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Di tutto un po’, dagli ultimi noir italiani pubblicati (Manzini, De Marco, per citarne un paio), a Mo Yan e Paul Auster. Sono abbastanza onnivoro. Non disdegno peraltro Tex Willer e Diabolik [Sorride.]
Progetti per il futuro?
Il mio ultimo romanzo, dal titolo provvisorio Bel mondo, che ho già consegnato in gennaio alla mia agente. Là cerco di rappresentare la crisi morale ed economica del nostro Paese, mettendo in scena l’abbrutimento di una famiglia borghese che improvvisamente vede annullato da un giorno all’altro, per ragioni sconosciute, il proprio stile di vita, il proprio brillante futuro. Direi che appartiene all’immaginario rintracciabile in Il capitale umano di Virzì. Il romanzo è in lettura presso un paio di case editrici importanti. Incrocia le dita per me! Nel frattempo sto impostando alcune idee per il lavoro successivo.
Traduzione di Anna Vivaci
Guido è un poliziotto che un giorno viene contattato da una sua vecchia conoscenza, un’amica della sorella defunta, che non vedeva più dai tempi del funerale.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione, e dell’uso sempre più diffuso di internet, veicolo privilegiato di diffusione e scambio di ogni genere di cose, dalle informazioni al denaro, dai rifiuti tossici alla tratta di esseri umani, sembra esserci ormai l’internalizzazione del crimine, fenomeno quanto mai terrificante e capace di scardinare le vecchie e ormai obsolete categorie che fino a solo pochi anni fa ordinavano delitti, furti, rapimenti, ricatti, estorsioni. Il crimine al giorno d’oggi sembra viaggiare sulla rete. Con un semplice click si possono spostare capitali, macrofondi, fondi neri, mandare mail di minaccia, fare tremare le fondamenta economiche di uno stato o anche solo diffondere false notizie su twitter per tendere vere e proprie trappole come capita in Brama, (Viskleken, 2011) dello svedese Arne Dahl, edito da Marsilio nella collana Farfalle – Giallo Svezia, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, e editato da Francesca Varotto. La letteratura bene o male è uno specchio della realtà e quindi era inevitabile che anche gli scrittori aggiornassero le trame dei loro romanzi, rendendole sempre più attuali e realistiche. Dahl forse per primo ha dato il via ad un genere di crime, appunto globalizzato. Ma questa tendenza la sto notando in molti altri scrittori, anche se in questo caso le particolarità sono state portate all’estremo. Da un lato abbiamo il crimine globalizzato, internazionale, sempre più connesso e unito in una sorta di congiura mondiale, fatta di connivenze, complicità, favoreggiamenti. Dall’altra vediamo la polizia interessata dalle stesse dinamiche, sopranazionale, globalizzata. Dahl inventa per la sua nuova serie di romanzi, di cui Brama è il primo episodio, (la sua prima serie che gli ha dato notorietà a livello internazionale, ruotava già intorno ad una squadra denominata Gruppo A, serie di cui Marsilio ha già pubblicato 4 degli undici episodi Misterioso, La Linea del Male, Falso Bersaglio ed Europa Blues, quest’ultimo da me iniziato e abbandonato, mai iniziare una serie dal 4° episodio), un’ unità operativa dell’Europol, denominata OpCop, che raccoglie i migliori elementi di tutti i paesi dell’Unione, almeno quasi tutti i paesi sono rappresentati, (in un meccanismo che a rotazione porterà che tutti effettivamente lo siano). Una sorta di FBI europea, per ora super segreta, guidata dallo svedese Paul Hjelm. Anche altri svedesi saranno coinvolti in questo caso, ma concediamo un po’ di campanilismo all’autore che con mia somma sorpresa sembra essere un attento conoscitore della ‘ndràngheta, mafia forse meno conosciuta a livello internazionale che per esempio quella russa o cinese, (un personaggio di questo corpo è un poliziotto italiano, e vive con la scorta per le minacce di morte subite in servizio, e avrà un ruolo fondamentale nei fatti narrati). Accennavo a Europa Blues che in un certo senso mi aveva fatto allontanare da quest’autore, e sebbene volessi dargli una nuova occasione, devo ammettere che l’inizio della lettura non è stato felice, sì si apprezza lo stile limpido e scorrevole, la facilità di presentare tanti personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato, ma una certa lentezza, probabilmente mia nel cercare di capire cosa stesse succedendo, mi aveva quasi spinto ad abbandonare di nuovo, ma non l’ho fatto e sono stata premiata. Circa a metà, (è un romanzo di 540 pagine, non lunghissimo, ma impegnativo), la svolta, tutto quello che avevo letto fino a quel momento è stato illuminato da una luce di comprensione e mi sono sentita veramente coinvolta nei fatti narrati. Diciamo da pag 247 alla fine ci ho messo poche ore a leggerle, unendoci riflessioni personali su cosa sia l’Europa e in che direzione stia andando, sul fatto di capire in quale misura la crisi economica che stiamo vivendo, sia generata da scelte morali ed etiche dei singoli operatori economici, o dei cittadini in senso esteso. Direte che è poco, io non lo considero poco per un romanzo che dovrebbe essere di intrattenimento. Un po’ tutti i romanzi scandinavi sono caratterizzati da forti connotazioni sociali, e di denuncia, se non vi piace il genere, forse potreste considerali noiosi, ma questi temi collegandosi a molte parti dei miei studi, io personalmente li trovo molto interessanti. Sono arrivata praticamente alla fine della recensione e mi accorgo di aver detto ben poco della trama. Cercherò di rimediare avvisandovi che c’è davvero tanta carne al fuoco: innanzitutto, una guest star d’eccezione, anche se non appare come vero e proprio personaggio, giusto di sfuggita su un’ auto che corre per le strade di Londra, Barack Obama, e per quanto possa sembrare incredibile il suo ruolo è fondamentale nel romanzo, ben due personaggi moriranno cercando di avvicinarsi a lui per denunciare terribili crimini di cui sono testimoni. Si parlerà di pedofilia, di crimini finanziari, di traffici di rifiuti tossici, di società di sicurezza che funzionano come veri e propri bracci armati della criminalità, di traffici di bambini, di traffici di droga, di un proprietario di un mobilificio, che sfiancato dalle crisi e dalle ditte cinesi che copiano i suoi mobili, si troverà a combattere con la sua coscienza e prendere decisioni che in altre circostanze non avrebbe mai preso, ascoltando la proposta di un fantomatico collega olandese che gli fornisce un numero di telefono. Si parlerà di come uno scandalo che coinvolge un funzionario del Ministero dell’Ambiente lettone può mettere in crisi la già fragile economia di un paese che sta cercando di sopravvivere dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si parlerà di coraggio, di due cittadini comuni, un’americana e un tibetano, e si parlerà di ingiustizia, perché molti innocenti moriranno e solo parte dei colpevoli verranno puniti. Almeno in questo romanzo. Ma la storia continua, per cui attendiamo i prossimi episodi.
Inaugura la collezione “Nero a Milano” un bel romanzo di Romano De Marco che torna alla sua ispirazione più genuina e fa tesoro di tutte le sue esperienze. Forse la migliore cosa che ha scritto sino a oggi. Storia milanese ma non solo, considerati i vari cambi di location su e giù per l’Italia. Un classico hard boiled italiano che ha quel giusto sentore di polizziottesco, ma ha anche molto di più. M’immergo nella lettura e ritrovo atmosfere e ritmi a me congeniali. La Milano di Romano non è la mia Gangland, ma vi è strettamente imparentata. Respiriamo la stessa nebbia. Ed è un un complimento. Soprattutto, come diceva Romano in una recente presentazione a Suzzara, è una storia di sentimenti, in particolare l’amore per i figli. Che potrebbe essere un clichè ma qui trabocca di emozioni vere. Quel che è giusto, però, per dare anima alla vicenda che si muove sui binari del thriller. Lasciatemelo dire. La mania imperante nell’editoria libraria italiana di scrivere libri per assecondare presunti gusti femminili (perché stupidamente si pensa che leggano solo le donne e che queste abbiano in testa solo cieli azzurri e nuvolette a cuore. Quale suprema dimostrazione di disprezzo per l’intelligenza femminile!) ha prodotto nell’ultimo anno danni irreparabili, piegando ottimi scrittori a tramine sciapite e melense. Con che risultati poi, be’, Romano non ci sta. Sa che il sentimento, quello vero, è nerbo di ogni storia per lettori uomini e donne che siano. E qui di sentimento ce n’è quanto ci vuole. L’amicizia, il tradimento, il riscatto. Anche l’odio, naturalmente, perché siamo in un territorio che più oscuro non si può. Snuff movies e sangue a schizzi. Ma tutto giocato con un’encomiabile equilibrio. E quando emerge l’”uomo di ferro” l’appassionato come me dei romanzi di Romano e di ‘certi film’ con un baffuto e biondo eroe del nostro cinema più nostrano, ti si stringe un cappio alla gola. Sembra di sentire Bacalov che suona in sottofondo. E tutto tiene, il meccanismo si regge perfettamente. Salti avanti e indietro nel tempo, cambio di prospettive, figure retoriche narrative non facili da gestire, sono ben dosate. La vicenda si svolge davanti a noi alla fine lineare, con diversi twist e strizzate d’occhio. Chi coglie coglie, chi , invece, segue la trama per vedere come ‘va a fineireì è completamente soddisfatto. Questo è il thriller italiano. E non ha nulla da invidiare agli stranieri. Valorizziamolo.
Jane Austen è una delle scrittrici anglosassoni più amate e conosciute. I suoi romanzi hanno raccontato e ci raccontano ancora oggi le tresche amorose, gli intrighi di coppia e la routine della vita quotidiana della nobiltà inglese nella campagna del ‘700 e chissà quale sarebbe oggi la sua impressione se scoprisse di essere diventata lei stessa la protagonista di un romanzo. Ebbene sì, in Una Carrozza per Winchester la scrittrice Giovanna Zucca si immagina una possibile – perché a dire il vero i due protagonisti non si incontrarono mai nella realtà – storia d’amore tra la Austen e il medico Thomas Addison, accorso al suo capezzale nella speranza di trovare una cura all’oscuro male che la attanagliava da tempo. Una volta giunto a destinazione il dottore scoprirà una donna forte, coraggiosa che non ama molto le regole delle società dove è nata e questo creerà da subito tra i due un intenso e inaspettato feeling. Il romanzo è una perfetta mistura tra realtà e finzione che servono a chi scrive a raccontare a noi lettori la relazione tra l’autrice di Orgoglio e Pregiudizio e l’eminente medico- scienziato, due personalità che emergono pagina dopo pagina in ogni loro sfaccettatura caratteriale, a differenza dei comprimari che per il loro modo di porsi nella trama richiamano spesso alla mente molti degli stereotipi comportamentali che la Austen stessa rese protagonisti delle sue opere. Una carrozza per Winchester è allo stesso tempo un viaggio dentro ad un’epoca passata, un microcosmo campestre che affiora con forza in tutte le sue forme di rispetto morale e sociale alle quali la Austen non amava molto sottostare. Questo atteggiamento di ribellione volontaria ci mostra quindi una Jane Austen in netta opposizione alla sua famiglia e alla comunità troppo legata alla rigidità formale . L’immagine restituitaci da Giovanna Zucca è quindi ben lontana da quella che spesso è ricorsa nella storia e che ci ha mostrato Jane come una donna debole, “impegnata” a trascorrere le sue giornate tra feste, balli o a ricamare. La Zucca con questa narrazione ci aiuta a capire la vera indole dell’autrice di Mansfield Park, dimostrandoci la sua tenacia, il suo fare di testa propria andando spesso contro il parere dei familiari e la poca propensione al rispetto di dettami d’etichetta ormai obsoleti per i suoi tempi e che lei seguiva solo per non mettere in cattiva luce la famiglia d’origine. Non a caso la scrittrice firmava i suoi libri con “A Lady” proprio per evitare dicerie attorno al suo conto e perché era impensabile che ai suoi tempi una donna si guadagnasse da vivere con la scrittura (una riflessione sul ruolo della donna in letteratura la potete trovare anche in Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove tra l’altro si parla della Asuten stessa). Attorno a Jane ci sono tanti altri personaggi, tutti ammaliati dal suo io debilitato della malattia, ma impavido nell’affrontare la vita. Addison travolto dai sentimenti per questa donna farà tutto il possibile per sterminare lo sconosciuto nemico che la tormenta, chiedendo consiglio anche all’amico e collega Hodgkin. I due intuiranno la possibile origine del malanno, ma la questione principale rimarrà capire se le eventuali cure proposte avranno efficacia o no. In Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca racconta con garbo l’amore tra la Austen e Addison, un rapporto che da medico-paziente, si trasforma in una relazione d’amore vero tra una donna e un uomo. Una rapporto che è la rappresentazione di un amore maturo fatto di ragione e sentimento puro tra persone adulte che si amano, rispettano e accettano per quello che sono, in barba agli ottusi pettegolezzi di villaggio.
Dare voce alle donne vittime di violenze, violenze di tutti i generi non solo fisiche, ma anche morali e psicologiche, è l’obbiettivo che si è prefissato Libreriamo (
Curiosi di sapere come si vive in Giappone? Ricordo che c’era un blog molto bello, di un’italiana che raccontava la sua vita nella terra del Sol Levante, con ironia e leggerezza, non mi ricordo come ci finii, e maledetta vecchiaia, non mi ricordo neanche più neanche come si chiamasse. Mi ha fatto passare ore divertenti, lo cercherò, sempre che sia ancora online. Comunque di blog scritti da italiani trasferitisi in Giappone per studio o lavoro, o perchè hanno li trovato, l’uomo o la donna della loro vita, ce ne sono parecchi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Trai più popolari c’è
Truman Capote
Natalina S.
La collana di saggistica, Grandangolo, del Corriere della Sera è in edicola. A partire da martedì 11 Febbraio, e per tutti i martedì successivi fino al 7 Ottobre, in allegato al Corriere della Sera saranno disponibili 35 volumi contenenti il cuore del pensiero Occidentale. Ogni volume, assolutamente inedito, (circa 160 pagine, brossura alettata 12,2cm x 18,5cm, con introduzione curata da Armando Torno) sarà dedicato a un pensatore, filosofo, scienziato che con il suo lavoro ha contribuito allo sviluppo e all’evoluzione del mondo come lo conosciamo: dai grandi padri della filosofia come Socrate, Platone e Aristotele, ai pensatori cristiani come Sant’ Agostino e San Tommaso, per poi passare a Cartesio, Galileo, Newton. Non mancheranno i padri della psicanalisi Jung e Freud, per arrivare poi a Hegel, Marx, Kirkegaard, Nietzsche e infine a Popper, Sartre e Einstein e molti altri. Un’ opera divulgativa insomma di grande respiro, completa e di facile consultazione, che ha coinvolto professori e filosofi contemporanei, capaci di trasmettere con linguaggio semplice e immediato il loro sapere alle nuove generazioni e a tutti coloro che per studio o curiosità si avvicinano anche per la prima volta alla filosofia. Ogni testo è composto da una parte biografica, da una parte monografica, in cui è trattato il cuore del pensiero dei vari filosofi, arricchito dalle citazioni più celebri. Ricca anche la parte grafica e bibliografica alla quale si aggiungono le recensioni di alcuni dei massimi pensatori contemporanei. La prima uscita dedicata a Platone sarà venduta al prezzo lancio di € 1,00 + il costo del quotidiano. Dal secondo volume in poi il costo sarà di €5,90 + il prezzo del quotidiano. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 206 Euro o comprare in seguito i singoli libri a questo link:
D. Ciao Lorenzo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Finalmente abbiamo con noi il vincitore della quarta edizione del Liberi di Scrivere Award con il romanzo Apologia di uomini inutili. Hai già vinto nel 2011 con Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ma se vogliamo questa vittoria è ancora più schiacciante, più di 400 voti, per un romanzo obbiettivamente difficile, forse ancora più “feroce” di Le bestie – Kinshasa Serenade. Come te lo spieghi? I lettori sono più maturi di quanto si immagini, sono pronti ad affrontare anche storie difficili, dolorose, scomode, sempre che gli scrittori abbiano il coraggio di scriverle? 
























