:: Un’ intervista con Alessandro Bastasi

12 febbraio 2014 by

sceltaCiao Alessandro, bentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Parleremo del tuo nuovo libro, di libri scritti da altri, dei tuoi progetti futuri, insomma di tante cose che interesseranno di certo i lettori che ti seguono e quelli che impareranno a conoscerti leggendo questo blog. Allora di mestiere fai altro, ma la scrittura è un punto fondamentale della tua vita. Quanto tempo dedichi a scrivere?

Quanto tempo dedico a scrivere? Tutto quello che posso. In realtà “scrivo” anche mentre sono in macchina e penso ai personaggi, alla storia, a snodi narrativi particolarmente complicati, a immagini suggerite da quello che succede sul ciglio della strada. Allora mi fermo e prendo appunti sul mio moleskine (non è per fare il figo, è proprio un moleskine [Sorride] ). Questo tempo, che partendo da un’idea dedico alla preparazione del romanzo, di solito è parecchio lungo. Purtroppo non ho dèmoni che mi frullano nella testa o personaggi che premono in cerca di un autore. Faccio tutto da solo. Finita questa fase, passo a scrivere al computer. Lo faccio di sera, nei week-end, in pausa pranzo, nel tempo libero. Per la prima stesura non ci metto molto, la revisione invece può richiedere anche alcuni mesi.

Hai pubblicato da poco La scelta di Lazzaro, con Meme Pulishers. Parlavi in un’ intervista della difficoltà di trovare un editore tradizionale per il romanzo. Il terrorismo è ancora un argomento tabù?

Negli ultimi trent’anni tanto la politica quanto i media hanno continuato a raccontare il terrorismo come se fosse un mero fenomeno criminale, mentre la realtà è molto più complessa. E quindi sì,il terrorismo, nel momento in cui tenti di affrontarlo come fenomeno politico e capirne il contesto e le ragioni, è diventato argomento tabù. Mi rendo conto che le ferite ancora aperte nelle carne viva delle vittime di quella stagione rendono difficile una disquisizione asettica, una visione distaccata. Ma cercare di capire non vuol dire giustificare. E comprendere è importante, se non altro per evitare che si ripeta. Per esempio, si dimentica che lo spartiacque tra la stagione di un movimento pacifico come quello del ’68 e quella successiva, che ha visto la nascita della lotta armata, è la strage di  piazza Fontana, pianificata a tavolino da apparati dello stato in risposta alle lotte operaie dell’autunno caldo del ’69. Ne seguì la convinzione di alcuni che la lotta meramente parlamentare non avesse alcuna prospettiva, che i parlamenti nazionali non avessero alcuna funzione democratica, dal momento che le decisioni passavano sopra i parlamenti, prese all’interno di centri di potere sottratti a ogni controllo. Soprattutto all’interno di quello che le BR, nei loro documenti, chiamavano lo Stato Imperialista delle Multinazionali. In estrema sintesi, l’idea era che la lotta fino a quel momento pacifica di studenti e operai non avesse sbocco, e che bisognasse attuare, in risposta alla violenza dello stato, un cambiamento strategico rivoluzionario che prevedeva anche l’uso delle armi. Che fosse una strategia sbagliata, in quanto non teneva conto del contesto internazionale, della natura della società italiana, dell’opposizione totale del PCI e del Sindacato tradizionale – che non a caso diventarono i maggiori nemici delle organizzazioni terroristiche – lo ha poi dimostrato la Storia. Il risultato è stato l’affossamento delle ragioni e dei sogni del movimento del ’68-’69 e l’inizio di un processo di restaurazione politica, sociale e culturale che ci ha portati allo sfascio del tempo presente. Dove per davvero le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese e attuate da organismi transnazionali privi di qualunque legittimazione democratica. Dove quindi i limiti d’azione di una democrazia parlamentare stanno diventando sempre più stretti.

Gli anni di piombo sono una realtà piuttosto ingombrante del nostro recente passato. Molti dei protagonisti sono morti, ma altri hanno diciamo raggiunto la maturità. Ci sono i terroristi pentiti, quelli che non hanno mai rinnegato la loro lotta armata, e le vittime, o meglio i figli e nipoti delle vittime. Una ferita ancora aperta che non si rimargina. Soprattutto perché nessuno tenta seriamente di fare il punto della situazione, di metabolizzare il passato. Perché secondo te? Tutti dicono che lo stato abbia vinto, che gli anni di piombo siano storia, ma è davvero così? Secondo te ci sono i germi per una rinascita di questi fenomeni?

Appunto, nessuno fa veramente e fino in fondo il punto della situazione. Si è cercato di metabolizzare il passato rimuovendolo. Ripeto, le ferite nel cuore di chi ha subito, su di sé o sui propri cari, la violenza terroristica non penso si possano rimarginare se non con uno sforzo di straniamento a volte impossibile da esercitare. Questo tra l’altro è uno dei temi al centro del mio “La scelta di Lazzaro”, dove ho cercato di descrivere il rapporto vittima-carnefice nei suoi aspetti più estremi, nel “suo confondersi e perdersi, nodo importante e profondo per capire il trauma del terrorismo”, come ha scritto qualcuno a proposito del romanzo. Ma, al di là di questo fattore così pregnante, non si riesce a fare il punto della situazione anche perché la narrazione che, grazie all’esplosione dei media, ha dominato l’opinione pubblica negli ultimi trent’anni ha spazzato via, al netto di alcune preziose nicchie di resistenza culturale, persino gli strumenti linguistici con i quali poter descrivere, su un piano prettamente politico, la nascita dei movimenti armati. Di più, ci ha volutamente sottratto gli strumenti concettuali indispensabili per comprendere il brodo di coltura di un fenomeno che pure ha informato di sé almeno quindici anni della nostra storia. Ci hanno raccontato che quella era soltanto una banda di criminali, che questo era ed è il migliore dei mondi possibili, e pazienza se oggi una crisi strutturale senza precedenti sta distruggendo il presente e il futuro di una generazione ignara.
Ci sono oggi i germi per una rinascita dei fenomeni che abbiamo visto nel passato? Non lo so, ma non credo. Penso che, in mancanza di quel collante strategico che un tempo era costituito dall’ideologia, continueremo ad assistere a innocui focolai di rivolta isolati, parcellizzati, fini a se stessi e indirizzati da interessi particolari. Incapaci, oggi più allora, di incidere sulla potenza di un sistema che sta dimostrando tutta la sua violenza.
Che fare allora? Senza una presa di coscienza collettiva, che parta dal basso, che travalichi i confini nazionali e che si concretizzi in una strategia politica ben delineata, non penso si potrà mai vincere alcuna battaglia. Oggi, certo, da più parti si riconoscono, più o meno confusamente, più o meno cognitivamente, le responsabilità criminali del capitalismo mondiale, soprattutto finanziario. Ma, ripeto, abbiamo perduto le parole, le categorie, ci hanno rubato i paradigmi con i quali interpretarne la natura di classe e prenderne coscienza. E se il nemico non lo sai analizzare in un quadro strutturale di riferimento, se dopo averlo in qualche modo individuato ti fai ingannare da falsi scopi, se dirotti la tua forza su obiettivi marginali che scalfiscono appena la struttura del sistema, ecco che la tua battaglia diventa del tutto ininfluente, uno spreco di energie. Ed ecco perché, fino a questo momento, hanno vinto “loro”, come ha dichiarato il plurimiliardario americano Warren Buffett: “Noi ricchi abbiamo fatto la lotta di classe e l’abbiamo vinta”.
“Loro” le usano, le parole giuste. Dobbiamo, prioritariamente, riappropriarcene anche noi.

E il tuo romanzo parla proprio di questo, degli ideali, traditi, di una generazione, che era giovane durante il boom economico degli anni ’60. Una generazione che in parte ha scelto la lotta armata per opporsi ad uno stato delegittimato. Ma di quella generazione facevano parte anche persone che ripudiavano la guerra. Erano gli anni delle marce contro la guerra nel Vietnam, anche in Italia c’era questa contrapposizione?

Non vedo contrapposizione. Manifestavamo contro la guerra nel Vietnam perché era considerata una guerra imperialista degli USA contro il diritto all’autodeterminazione del popolo vietnamita. Lo stesso motivo per il quale appoggiavamo i nordvietnamiti e i vietcong nella loro guerra di liberazione contro l’esercito yankee. Ripudiavamo la guerra “imperialista”, ma non la guerriglia dei popoli, che anzi, spesso, era portata ad esempio. Non per nulla i nostri idoli erano Ho Chi Minh e il generale Giap

Il tuo protagonista è diciamo un sopravvissuto, fa bilanci, riflette sulle sue scelte passate, che non rinnega, e si interroga con una certa rassegnata tristezza sul passato. Sua moglie Samar, ha vissuto la guerra vera in Libano, lui da fotografo ha testimoniato il massacro di Sabra e Shatila. Per creare questo tuo personaggio ti sei basato su persone reali, alcune sue riflessioni sono tue riflessioni?

Mi sono basato su personaggi reali, su persone che conosco, su fatti avvenuti di cui sono a conoscenza Ma il mio protagonista, così com’è nel libro, è totalmente inventato. Di lui mi interessava analizzare, alla luce delle scelte passate, anche le reazioni di fronte all’Italia di oggi, allo scenario che la caratterizza, la crisi economica, lo sfascio della politica, la presenza islamica e i timori di attentati terroristici che questa può suscitare. E soprattutto mi interessava approfondire, sul piano psicologico, il rapporto vittima-carnefice, che nel romanzo, tramite il personaggio di Barbara, si confonde e si ribalta, avviluppando i protagonisti in un destino comune scelto consapevolmente. Un rapporto che irrompe all’improvviso nella vita di Lazzaro e che contribuisce, assieme ad altri eventi, a vanificare fino a distruggerlo il tentativo faticosamente perseguito di recuperare un’esistenza normale.

Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta. Puoi raccontarci cosa succede?

Succede che Pietro Micca detto Miccia, dopo tanti anni ritorna dal Brasile, dove si era apparentemente rifugiato, e ricompare davanti a Lazzaro, suo vecchio compare di lotta. In apparenza sembra voglia coinvolgerlo in un altro scenario terroristico, quello islamico, ma, come si scoprirà nel romanzo, il progetto di Miccia è ben diverso. Miccia, così come me lo sono raffigurato, è l’esempio di un certo tipo di militante affascinato più dal lato avventuroso della lotta armata che da un’adesione convinta a un’ideologia. Il classico avventuriero, quindi, pronto ad accettare incarichi da chicchessia purché l’adrenalina sia garantita. E’ però anche lui un uomo pieno di contraddizioni: se per Miccia decidere la vita o la morte di una persona equivale a uno scrocchio di dita,  di contro vuole davvero bene a Lazzaro, per motivi di cui neppure lui forse si rende conto. E infatti cerca di salvarlo, da se stesso e dalla situazione in cui si è cacciato. Che per ovvi motivi non vi anticipo.

Quali romanzi, diari, documentari, consiglieresti a chi volesse approfondire il dibattito, conoscere l’Italia di quegli anni?

Sicuramente non la recente serie televisiva sugli “anni spezzati”, un altro tassello dell’opera di mistificazione e di capovolgimento della verità perseguita da anni con una ostinazione che non esito a definire culturalmente criminale. Andrei sicuramente su Storia del partito armato, di Giorgio Galli, pubblicato nel 1986, e Piombo rosso, sempre di Galli, pubblicato nel 2004. E’ istruttivo leggere anche “ Renato Curcio a viso aperto” , pubblicato nel 1986, un libro intervista nel quale il  capo delle Brigate Rosse racconta si sé, della nascita del suo movimento, degli avvenimenti che l’hanno visto protagonista, e Una vita in prima linea di Sergio Segio. Di notevole impatto è poi La notte della repubblica (1992), il libro che Sergio Zavoli ha tratto dalle 20 puntate della sua omonima trasmissione televisiva, disponibili anche in dvd.

Dopo l’11 settembre il mondo occidentale è cambiato. Il terrorismo di matrice islamica è entrato nel cuore di New York, del mondo occidentale, colpendo obbiettivi che si credevano intoccabili. Secondo te in cosa differisce il terrorismo italiano di allora, nero o rosso, da quello islamico contemporaneo?

I due terrorismi hanno caratteristiche del tutto diverse. Il terrorismo “rosso” di allora nasce come modalità rivoluzionaria di un’avanguardia per il comunismo, parallelamente il terrorismo “nero” perseguiva l’obiettivo di ripristinare in Italia il fascismo della repubblica di Salò (sto sintetizzando brutalmente). Il terrorismo di matrice islamica presenta invece una dimensione religiosa del tutto assente nei fenomeni di casa nostra. Possiamo discutere fino allo sfinimento sulle sue origini e sulle motivazioni di tipo economico e geopolitico che l’hanno fatto esplodere (lo sfruttamento da parte occidentale, il depredamento del territorio e delle sue risorse, le posizioni non sempre limpide delle potenze regionali, eccetera), fatto sta che il progetto di rafforzare le proprie radici storico-culturali come barriera ideologica nei confronti di un mondo “corrotto e di rapina” si è trasformato, all’interno di gruppi per fortuna minoritari, nel sogno di un califfato allargato che non solo si opponga all’Occidente, ma ne vada alla conquista colpendolo con tutti i mezzi possibili. Sto ovviamente semplificando, è un fenomeno molto complesso, con troppe sfumature per riuscire a sintetizzarle in una semplice risposta.

Molti vivono con il preconcetto che gli islamici siano dei violenti, che la guerra santa sia vissuta come appunto una guerra perpetua contro gli infedeli, e forse è anche un precetto religioso ma abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi centinaia e centinaia di persone, di profughi che arrivano in Europa per sfuggire alla guerra, alla miseria. Gente pacifica, chiusa in centri di transito in cui vengono rinnegate le più elementari norme di rispetto umano. Materiale per un nuovo romanzo. Hai pensato di scriverlo?

In parte l’ho già scritto. Se ricordi, Città contro, sotto forma di noir, toccava il tema dell’immigrazione e il rapporto problematico con una città di provincia italiana. In effetti, sarebbe interessante scrivere un romanzo che racconti il prima di questa gente: i paesi dai quali proviene, le peripezie per raggiungere le nostre coste, la permanenza nei CIE. Sì, mi hai dato un ottimo suggerimento.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Come sai, ho avuto molte difficoltà a pubblicare La scelta di Lazzaro con le case editrici tradizionali. Le loro risposte sono state “Bella scrittura, ma non ci convince l’argomento”, “Tocca tasti cui i nostri lettori non sono abituati”, cose così, insomma. Non mi straccio le vesti, li capisco, sono aziende e devono vendere, se un prodotto non li convince è normale che non lo prendano in considerazione. Alla fine è stato Lorenzo Mazzoni, responsabile della collana noir della casa editrice digitale Meme Publishers, ad appassionarsi al romanzo e a decidere di pubblicarlo. Essendo questa una società italo-francese, mi auguro che sia tradotto in Francia, un paese dove penso che susciterebbe un interesse maggiore che in Italia.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Di tutto un po’, dagli ultimi noir italiani pubblicati (Manzini, De Marco, per citarne un paio), a Mo Yan e Paul Auster. Sono abbastanza onnivoro. Non disdegno peraltro Tex Willer e Diabolik [Sorride.]

Progetti per il futuro?

Il mio ultimo romanzo, dal titolo provvisorio Bel mondo, che ho già consegnato in gennaio alla mia agente. Là cerco di rappresentare la crisi morale ed economica del nostro Paese, mettendo in scena l’abbrutimento di una famiglia borghese che improvvisamente vede annullato da un giorno all’altro, per ragioni sconosciute, il proprio stile di vita, il proprio brillante futuro. Direi che appartiene all’immaginario rintracciabile in Il capitale umano di Virzì. Il romanzo è in lettura presso un paio di case editrici importanti. Incrocia le dita per me! Nel frattempo sto impostando alcune idee per il lavoro successivo.

:: Dickens, Stefan Zweig (Elliot Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

10 febbraio 2014 by

dickens-9788861923942Traduzione di Anna Vivaci

Dickens voleva insegnare la poesia della vita quotidiana a tutti coloro che erano legati a un’esistenza modesta. Egli ha mostrato a migliaia di uomini fino a quale profondità della loro misera vita giungeva l’eterno […] Voleva essere d’aiuto ai più piccoli e poveri”.

Charles Dickens conosceva bene la povertà. Aveva conosciuto la fame e le rinunce. Fin da bambino aveva avuto freddo e mai nessun “gentiluomo” lo aveva accolto e salvato dalla miseria.
Le sue opere rappresentano in qualche modo il riscatto della sua infanzia, di quella negata, maltrattata, dimenticata. Oliver Twist, David Copperfield o il giovane Pip dalle grandi speranze sono un esempio di quel riscatto. Bambini derubati dell’infanzia diventano uomini di gran cuore e di speranze ritrovate.
C’è tutto questo nell’autore delle famiglie, come ce lo descrive George Orwell nel suo saggio Inside the Whale del 1940: si tratta di uno di quei grandi scrittori che vengono propinati in “dosi massicce” sin dall’infanzia (si pensi a Canto di Natale) e che, per tale ragione, non sono suscettibili di critiche di sorta.
Insomma che ci piaccia o no, Dickens è un’istituzione, un esempio assoluto di grande prosa, capace di imprimersi nella mente dei suoi lettori per sempre. Chi ha letto almeno un libro di questo autore conserverà dei suoi personaggi delle immagini nitide come illustrazioni.
Stefan Zweig ripercorre in questo brevissimo ed efficacissimo saggio – uscito nel 1920 e ripubblicato da Elliot nel 2013-  i romanzi di Charles Dickens attraverso un’epoca, quella vittoriana, che in essi più che altrove ha trovato la sua degna rappresentazione.
La sua narrativa soddisfa alla perfezione il gusto dell’Inghilterra dell’epoca, il suo lavoro diviene a tutti gli effetti l’emblema della tradizione inglese” e dentro i confini di quella tradizione si compie la sua opera, senza voli pindarici o cadute di stile. Si mantiene onesta, fedele a se stessa, specchio di un’Inghilterra ormai “sazia”, come la definisce Zweig, diversa da quella elisabettiana e shakespeariana. Un scrittura lontana da modelli più arditi quali quelli di Shelley, Lord Byron, Balzac o Dostoevskij.
Gli eroi di Balzac sono avidi e prepotenti, ardono di un’orgogliosa brama di potere, non si accontentano di nulla, sono letteralmente insaziabili. […] Anche gli eroi di Dostoevskij sono arditi e intransigenti, la loro volontà rifiuta il mondo e tenta, con un’incontenibile superbia, di afferrare la vita vera che soggiace alla vita reale. […] L’eroe di Balzac vuole conquistare il mondo, l’eroe di Dostoevskij arriva a considerarsi al di là delle leggi […]. I personaggi di Dickens al contrario sono tutti modesti. […] non vogliono sovvertire l’ordine sociale, non vogliono essere né ricchi né poveri, ma stare nel mezzo, che è una strategia molto utile per il commerciante ma davvero pericolosa per l’artista”. E nel mezzo c’è il mondo borghese che tanto piaceva a Dickens, quella sfera media “che sta tra la casa dei poveri e la piccola rendita”.
Zweig ci spiega come l’opera di questo autore sia certamente democratica, ma non socialista. Dickens non sapeva essere radicale. Si accontentava di stare nel mezzo, come i suoi personaggi si accontentano di una vita modesta: una casetta con giardino, un lavoro onesto e dei bambini.
Quella vita viene descritta con precisione e con dovizia di particolari, quelli che il suo occhio attento sapeva cogliere perfettamente nella realtà circostante.
Prima di fare lo scrittore, egli aveva lavorato come stenografo per il parlamento e si era allenato a rendere dei particolari con brevi note, a condensare una parola in un tratto di penna, un’intera frase in un ghirigoro”.
Quei particolari ricadono nei suoi romanzi rendendoli una rappresentazione fedele e quindi credibile della realtà. David Copperfield, per tutti, “è una sorta di autobiografia romanzata” scrive Zweig. “Sono presenti ricordi di un bambino di due anni, di sua madre e della cameriera, i loro profili sono così dettagliati che sembrano emergere dal fondo”. La sua scrittura non lascia spazio ad interpretazioni: “costringe alla precisione”.
Quella fedeltà al particolare era ciò che rendeva le sue opere – per suoi contemporanei – un porto sicuro in cui rifugiarsi: impossibile non affezionarsi ai suoi personaggi. Ecco, quindi, che le uscite mensili dei romanzi a puntate erano attesa con grande fermento: “il giorno in ci arrivava la posta sembrava impossibile restare tranquilli in casa ad attenere che il postino consegnasse finalmente il fascicolo azzurro […]. L’attesa era durata un mese intero, trascorso a sperare e a scommettere sulla scelta di Copperfield tra Dora o Agnese, oppure a rallegrarsi della nuova crisi di Micawer […] E tutti, vecchi e bambini, anno dopo anno, nel giorno fatidico percorrevano a piedi chilometri per raggiungere il postino a metà strada e ricevere così più velocemente il fascicolo”. Un vero e proprio successo in patria e nell’intero mondo anglosassone.
Lo scrittore e poeta Stefan Zweig ci offre un’analisi accattivante e molto interessante di colui che rappresentò per il suo tempo un vero e proprio fenomeno letterario e per la storia uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento. Per nulla rivoluzionario, ma con un occhio sempre rivolto alla normalità e alla quotidianità: più interessato all’uomo che alle dinamiche politiche e sociali, mai veramente critico nei confronti della ricchezza, ma fiducioso negli uomini e nel loro ravvedimento.
Il suo approccio è sempre di tipo morale e i suoi personaggi sono l’esempio eccellente che tutti possono cambiare (in meglio ovviamente). Le sue opere infatti non sono mai veramente tragiche: il lieto fine è sempre dietro l’angolo.
Zweig ci ricorda che proprio il perbenismo di un’epoca e della sua tradizione rappresentarono in qualche modo il limite più grande di questo grande autore e che solo l’humor, “quel suo umorismo lieto e geniale” impedirono a Dickens e alla sua opera di impantanarsi nella più scontata mediocrità.
Un saggio di straordinaria raffinatezza, capace di cogliere aspetti profondi e insoliti dell’opera di Dickens. Una lettura sensata per tutti gli amanti della letteratura e della lettura in generale, anche se non particolarmente affezionati all’autore di Oliver Twist.
Consigliatissimo.

Stefan Zweig (Vienna, 1881 – Petropolis, 1942). Di origini austriache ma naturalizzato britannico, fu critico, poeta e romanziere. Il saggio su Dickens fu pubblicato nel 1920 all’interno del volume Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij. Dello stesso autore sono apparsi per Elliot Amerigo e Brasile.

:: Anime assassine – La vendetta del cigno nero, Diego Collaveri (La mela avvelenata, 2013) a cura di Micol Borzatta

10 febbraio 2014 by

cigno-nero-4-225x300Guido è un poliziotto che un giorno viene contattato da una sua vecchia conoscenza, un’amica della sorella defunta, che non vedeva più dai tempi del funerale.
Silvie Blake, stilista di abiti gothick vede scomparire una sua modella e amica. La polizia non è intenzionata a darle retta perché oltre a risalire a troppo poco tempo prima, la scomparsa riguarda un ambiente, quello dei night di dominatori-slave, che per loro porta in automatico a sparizioni e peggio. Per questo motivo Silvie si rivolge a Guido.
Insieme indagano ritrovandosi in set fotografici per servizi hard, in locali frequentati da coppie dominatore-slave, fino al sorprendente finale.
Un romanzo brioso e in alcuni punti seducente, senza però cadere nel volgare, che coinvolge il lettore tenendolo legato fino alla fine.
Lo stile di narrazione è veloce, lineare e molto semplice, e l’autore non ricade nel classico errore di molti autori di gialli che rallentano la narrazione durante la parte delle indagini rendendo il lavoro di difficile lettura e pesante, ma anzi è riuscito anche in quella parte di solito molto complicata a tenere un ritmo veloce.
Personaggi e luoghi molto ben descritti, minuziosamente ma sempre senza appesantire la lettura, portano il lettore a potersi immedesimare sempre di più durante la lettura ritrovandosi a indagare insieme a Guido per poi scoprire il grande colpo di scena del finale.

Diego Collaveri
nasce a Livorno nel 1976. Dal 1992 al 2000 lavora come chitarrista e arrangiatore per ENI music, per poi spostare il suo talento artistico verso la scrittura, partecipando a concorsi di poesia e narrativa che gli portano fin da subito riconoscimenti e le prime pubblicazioni.
Nel 2001 inizia a lavorare a delle sceneggiature e a delle commedie teatrali per riuscire nel 2002 a dirigere il primo cortometraggio.
Nel 2003 fonda la Jolly Rogers productions con la quale produce cortometraggi e video di spettacoli live.
Nel 2009 viene inserito nell’Enciclopedia degli scrittori contemporanei.
Autore di due saghe di generi completamenti opposti: una saga giallo/noir e una saga fantasy.

:: Brama, Arne Dahl, (Marsilio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

9 febbraio 2014 by

image001Tra gli effetti collaterali della globalizzazione, e dell’uso sempre più diffuso di internet, veicolo privilegiato di diffusione e scambio di ogni genere di cose, dalle informazioni al denaro, dai rifiuti tossici alla tratta di esseri umani, sembra esserci ormai l’internalizzazione del crimine, fenomeno quanto mai terrificante e capace di scardinare le vecchie e ormai obsolete categorie che fino a solo pochi anni fa ordinavano delitti, furti, rapimenti, ricatti, estorsioni. Il crimine al giorno d’oggi sembra viaggiare sulla rete. Con un semplice click si possono spostare capitali, macrofondi, fondi neri, mandare mail di minaccia, fare tremare le fondamenta economiche di uno stato o anche solo diffondere false notizie su twitter per tendere vere e proprie trappole come capita in Brama, (Viskleken, 2011) dello svedese Arne Dahl, edito da Marsilio nella collana Farfalle – Giallo Svezia, tradotto da Carmen Giorgetti Cima, e editato da Francesca Varotto. La letteratura bene o male è uno specchio della realtà e quindi era inevitabile che anche gli scrittori aggiornassero le trame dei loro romanzi, rendendole sempre più attuali e realistiche. Dahl forse per primo ha dato il via ad un genere di crime, appunto globalizzato. Ma questa tendenza la sto notando in molti altri scrittori, anche se in questo caso le particolarità sono state portate all’estremo. Da un lato abbiamo il crimine globalizzato, internazionale, sempre più connesso e unito in una sorta di congiura mondiale, fatta di connivenze, complicità, favoreggiamenti. Dall’altra vediamo la polizia interessata dalle stesse dinamiche, sopranazionale, globalizzata. Dahl inventa per la sua nuova serie di romanzi, di cui Brama è il primo episodio, (la sua prima serie che gli ha dato notorietà a livello internazionale, ruotava già intorno ad una squadra denominata Gruppo A,  serie di cui Marsilio ha già pubblicato 4 degli undici episodi Misterioso, La Linea del Male, Falso Bersaglio ed Europa Blues, quest’ultimo da me iniziato e abbandonato, mai iniziare una serie dal 4° episodio), un’ unità operativa dell’Europol, denominata OpCop, che raccoglie i migliori elementi di tutti i paesi dell’Unione, almeno quasi tutti i paesi sono rappresentati, (in un meccanismo che a rotazione porterà che tutti effettivamente lo siano). Una sorta di FBI europea, per ora super segreta, guidata dallo svedese Paul Hjelm. Anche altri svedesi saranno coinvolti in questo caso, ma concediamo un po’ di campanilismo all’autore che con mia somma sorpresa sembra essere un attento conoscitore della ‘ndràngheta, mafia forse meno conosciuta a livello internazionale che per esempio quella russa o cinese, (un personaggio di questo corpo è un poliziotto italiano, e vive con la scorta per le minacce di morte subite in servizio, e avrà un ruolo fondamentale nei fatti narrati). Accennavo a Europa Blues che in un certo senso mi aveva fatto allontanare da quest’autore, e sebbene volessi dargli una nuova occasione, devo ammettere che l’inizio della lettura non è stato felice, sì si apprezza lo stile limpido e scorrevole, la facilità di presentare tanti personaggi, ognuno perfettamente caratterizzato, ma una certa lentezza, probabilmente mia nel cercare di capire cosa stesse succedendo, mi aveva quasi spinto ad abbandonare di nuovo, ma non l’ho fatto e sono stata premiata. Circa a metà, (è un romanzo di 540 pagine, non lunghissimo, ma impegnativo), la svolta, tutto quello che avevo letto fino a quel momento è stato illuminato da una luce di comprensione e mi sono sentita veramente coinvolta nei fatti narrati. Diciamo da pag 247 alla fine ci ho messo poche ore a leggerle, unendoci riflessioni personali su cosa sia l’Europa e in che direzione stia andando, sul fatto di capire in quale misura la crisi economica che stiamo vivendo, sia generata da scelte morali ed etiche dei singoli operatori economici, o dei cittadini in senso esteso.  Direte che è poco, io non lo considero poco per un romanzo che dovrebbe essere di intrattenimento. Un po’ tutti i romanzi scandinavi sono caratterizzati da forti connotazioni sociali, e di denuncia, se non vi piace il genere, forse potreste considerali noiosi, ma questi temi collegandosi a molte parti dei miei studi, io personalmente li trovo molto interessanti. Sono arrivata praticamente alla fine della recensione e mi accorgo di aver detto ben poco della trama. Cercherò di rimediare avvisandovi che c’è davvero tanta carne al fuoco: innanzitutto, una guest star d’eccezione, anche se non appare come vero e proprio personaggio, giusto di sfuggita su un’ auto che corre per le strade di Londra, Barack Obama, e per quanto possa sembrare incredibile il suo ruolo è fondamentale nel romanzo, ben due personaggi moriranno cercando di avvicinarsi a lui per denunciare terribili crimini di cui sono testimoni. Si parlerà di pedofilia, di crimini finanziari, di traffici di rifiuti tossici, di società di sicurezza che funzionano come veri e propri bracci armati della criminalità, di traffici di bambini, di traffici di droga, di un proprietario di un mobilificio, che sfiancato dalle crisi e dalle ditte cinesi che copiano i suoi mobili, si troverà a combattere con la sua coscienza e prendere decisioni che in altre circostanze non avrebbe mai preso, ascoltando la proposta di un fantomatico collega olandese che gli fornisce un numero di telefono. Si parlerà di come uno scandalo che coinvolge un funzionario del Ministero dell’Ambiente lettone può mettere in crisi la già fragile economia di un paese che sta cercando di sopravvivere dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Si parlerà di coraggio, di due cittadini comuni, un’americana e un tibetano, e si parlerà di ingiustizia, perché molti innocenti moriranno e solo parte dei colpevoli verranno puniti. Almeno in questo romanzo. Ma la storia continua, per cui attendiamo i prossimi episodi.                     

Arne Dahl, tra i cinque candidati all’European Crime Fiction Star Award per il suo diffuso riconoscimento internazionale, è lo pseudonimo di Jan Arnald (1963). Editor, scrittore, critico letterario, a Stoccolma collabora con l’Accademia di Svezia e cura una rubrica sul «Dagens Nyheter». Autore di romanzi e racconti, ha raggiunto le classifiche internazionali con la serie del Gruppo A, di cui Marsilio ha pubblicato quattro episodi.

:: Io la troverò, Romano De Marco (Feltrinelli, 2014) a cura di Stefano Di Marino

9 febbraio 2014 by

romano de marcoInaugura la collezione “Nero a Milano” un bel romanzo di Romano De Marco che torna alla sua ispirazione più genuina e fa tesoro di tutte le sue esperienze. Forse la migliore cosa che ha scritto sino a oggi. Storia milanese ma non solo, considerati i vari cambi di location su e giù per l’Italia. Un classico hard boiled italiano che ha quel giusto sentore di polizziottesco, ma ha anche molto di più. M’immergo nella lettura e ritrovo atmosfere e ritmi a me congeniali. La Milano di Romano non è la mia Gangland, ma vi è strettamente imparentata. Respiriamo la stessa nebbia. Ed è un un complimento. Soprattutto, come diceva Romano in una recente presentazione a Suzzara, è una storia di sentimenti, in particolare l’amore per i figli. Che potrebbe essere un clichè ma qui trabocca di emozioni vere. Quel che è giusto, però, per dare anima alla vicenda che si muove sui binari del thriller. Lasciatemelo dire. La mania imperante nell’editoria libraria italiana di scrivere libri per assecondare presunti gusti femminili (perché stupidamente si pensa che leggano solo le donne e che queste abbiano in testa solo cieli azzurri e nuvolette a cuore. Quale suprema dimostrazione di disprezzo per l’intelligenza femminile!) ha prodotto nell’ultimo anno danni irreparabili, piegando ottimi scrittori a tramine sciapite e melense. Con che risultati poi, be’, Romano non ci sta. Sa che il sentimento, quello vero, è nerbo di ogni storia per lettori uomini e donne che siano. E qui di sentimento ce n’è quanto ci vuole. L’amicizia, il tradimento, il riscatto. Anche l’odio, naturalmente, perché siamo in un territorio che più oscuro non si può. Snuff movies e sangue a schizzi. Ma tutto giocato con un’encomiabile equilibrio. E quando emerge l’”uomo di ferro” l’appassionato come me dei romanzi di Romano e di ‘certi film’ con un baffuto e biondo eroe del nostro cinema più nostrano, ti si stringe un cappio alla gola. Sembra di sentire Bacalov che suona in sottofondo. E tutto tiene, il meccanismo si regge perfettamente. Salti avanti e indietro nel tempo, cambio di prospettive, figure retoriche narrative non facili da gestire, sono ben dosate. La vicenda si svolge davanti a noi alla fine lineare, con diversi twist e strizzate d’occhio. Chi coglie coglie, chi , invece, segue la trama per vedere come ‘va a fineireì è completamente soddisfatto. Questo è il thriller italiano. E non ha nulla da invidiare agli stranieri. Valorizziamolo.

Romano De Marco è nato in abruzzo, nel 1965, ha esordito nel Giallo Mondadori, a marzo 2009, con il romanzo Ferro & Fuoco (ripubblicato per le librerie, nel 2012 da Pendragon edizioni). Nel 2011 ha pubblicato Milano a mano armata, per Foschi Editore (premio Lomellina in giallo 2012), con la prefazione di Eraldo Baldini. A Gennaio 2013 è la volta di A casa del diavolo nella collana Time Crime di Fanucci (secondo classificato premio Nebbia Gialla 2013). Il suo ultimo romanzo è Io la troverò (Feltrinelli Fox Crime) uscito a gennaio 2014. Ha pubblicato racconti su numerose antologie e articoli sulle collane del Giallo Mondadori. Collabora con la Delos edizioni con una rubrica sulla rivista Writer’s Magazine Italia (diretta da Franco Forte) e pubblicando racconti in ebook per la serie “Sex Force” diretta da Stefano Di Marino.

:: Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

8 febbraio 2014 by

jane austenJane Austen è una delle scrittrici anglosassoni più amate e conosciute. I suoi romanzi hanno raccontato e ci raccontano ancora oggi le tresche amorose, gli intrighi di coppia e la routine della vita quotidiana della nobiltà inglese nella campagna del ‘700 e chissà quale sarebbe oggi la sua impressione se scoprisse di essere diventata lei stessa la protagonista di un romanzo. Ebbene sì, in Una Carrozza per Winchester la scrittrice Giovanna Zucca si immagina una possibile – perché a dire il vero i due protagonisti non si incontrarono mai nella realtà – storia d’amore tra la Austen e il medico Thomas Addison, accorso al suo capezzale nella speranza di trovare una cura all’oscuro male che la attanagliava da tempo. Una volta giunto a destinazione il dottore scoprirà una donna forte, coraggiosa che non ama molto le regole delle società dove è nata e questo creerà da subito tra i due un intenso e inaspettato feeling. Il romanzo è una perfetta mistura tra realtà e finzione che servono a chi scrive a raccontare a noi lettori la relazione tra l’autrice di Orgoglio e Pregiudizio e l’eminente medico- scienziato, due personalità che emergono pagina dopo pagina in ogni loro sfaccettatura caratteriale, a differenza dei comprimari che per il loro modo di porsi nella trama richiamano spesso alla mente molti degli stereotipi comportamentali che la Austen stessa rese protagonisti delle sue opere. Una carrozza per Winchester è allo stesso tempo un viaggio dentro ad un’epoca passata, un microcosmo campestre che affiora con forza in tutte le sue forme di rispetto morale e sociale alle quali la Austen non amava molto sottostare. Questo atteggiamento di ribellione volontaria ci mostra quindi una Jane Austen in netta opposizione alla sua famiglia e alla comunità troppo legata alla rigidità formale . L’immagine restituitaci da Giovanna Zucca è quindi ben lontana da quella che spesso è ricorsa nella storia e che ci ha mostrato Jane come una donna debole, “impegnata” a trascorrere le sue giornate tra feste, balli o a ricamare. La Zucca con questa narrazione ci aiuta a capire la vera indole dell’autrice di Mansfield Park, dimostrandoci la sua tenacia, il suo fare di testa propria andando spesso contro il parere dei familiari e la poca propensione al rispetto di dettami d’etichetta ormai obsoleti per i suoi tempi e che lei seguiva solo per non mettere in cattiva luce la famiglia d’origine. Non a caso la scrittrice firmava i suoi libri con “A Lady” proprio per evitare dicerie attorno al suo conto e perché era impensabile che ai suoi tempi una donna si guadagnasse da vivere con la scrittura (una riflessione sul ruolo della donna in letteratura la potete trovare anche in Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove tra l’altro si parla della Asuten stessa). Attorno a Jane ci sono tanti altri personaggi, tutti ammaliati dal suo io debilitato della malattia, ma impavido nell’affrontare la vita. Addison travolto dai sentimenti per questa donna farà tutto il possibile per sterminare lo sconosciuto nemico che la tormenta, chiedendo consiglio anche all’amico e collega Hodgkin. I due intuiranno la possibile origine del malanno, ma la questione principale rimarrà capire se le eventuali cure proposte avranno efficacia o no. In Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca racconta con garbo l’amore tra la Austen e Addison, un rapporto che da medico-paziente, si trasforma in una relazione d’amore vero tra una donna  e un uomo. Una rapporto  che è la rappresentazione di  un amore maturo fatto di ragione e sentimento puro tra persone adulte che si amano, rispettano e accettano per quello che sono, in barba agli ottusi pettegolezzi di villaggio.

Giovanna Zucca piemontese di nascita ma veneta d’adozione, vive e la lavora a Treviso come strumentista e aiuto anestesista. Laureata in Filosofia, una disciplina che coltiva con grande interesse e passione, collabora con il centro interuniversitario di studi sull’etica presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Con Fazi ha pubblicato nel 2010 Mani calde, romanzo ad ambientazione ospedaliera che nel 2012 ha vinto il Premio Reghium Julii Opera Prima, ben accolto da pubblico e critica. Del 2012 lo scherzo filosofico Guarda, c’è Platone in tv!(Fazi).

:: L’intimo delle donne, il primo open ebook scritto da voi, per dire basta alla violenza contro le donne

7 febbraio 2014 by

indexDare voce alle donne vittime di violenze, violenze di tutti i generi non solo fisiche, ma anche morali e psicologiche, è l’obbiettivo che si è prefissato Libreriamo (www.libreriamo.it), sito letterario e associazione culturale tesa alla diffusione della letteratura, dando il via ad un’ iniziativa sociale in Crowdsourcing, forse per la prima volta tentata in Italia. “L’intimo delle donne”, questo è il nome del progetto, consentirà alle donne, soggetto finalmente e non più oggetto di violenza, di raccontare le proprie esperienze, le proprie paure, i propri sogni, le proprie aspirazioni in un libro (un open e-book) infrangendo la barriera del silenzio che ancora troppo spesso copre queste situazioni. Una iniziativa coraggiosa, come coraggiose saranno le donne che parteciperanno, ponendo se stesse al centro delle loro narrazioni. Trasformare in arte qualcosa di così odioso, che ancora troppo spesso avvelena le vite di tutti i giorni, è una grande lezione di civiltà e le donne sono capaci di questo. Partecipare è molto semplice, basterà consegnare entro la fine di aprile del 2014, i propri racconti, uno o più d’uno, legati alla propria esperienza o anche di fantasia. Siete state discriminate, sfruttate, avete subito violenza e non avete mai trovato il coraggio di denunciare, raccontare questo a nessuno, avrete ora l’occasione per farlo, unite, insieme ad altre donne con esperienze analoghe alle vostre. Un’occasione per farsi ascoltare, per sensibilizzare l’opinione pubblica e toccare le coscienze di chi queste violenze le perpetra. Ho visto a proposito delle vittime della Shoah che l’effetto liberatorio di queste iniziative per i soggetti coinvolti, ed educativo per tutti gli altri, è reale e per meglio ribadire il concetto lascio la parola a Saro Trovato mood maker, sociologo e fondatore di Libreriamo: “Vogliamo proporre una campagna sociale concreta a favore della tutela e del rispetto delle donne. Protagoniste della campagna saranno le stesse donne italiane, le quali saranno chiamate a raccontare le proprie storie di vita o di fantasia, per contribuire insieme a far emergere in maniera sempre piu’ forte un problema sociale che meriterebbe non esistere in un Paese civile. Obiettivo della campagna e’ sensibilizzare le donne a non aver paura di denunciare chi fa loro violenza, dare sostegno a chi e’ rimasto vittima e costruire una “community in rosa” che possa far sentire la propria voce ai media e alle Istituzioni.” Sul sito Libreriamo troverete l’apposito form per inviare i racconti, o se preferite sulla pagina facebook . Ad aprile saranno comunicati i racconti selezionati da un’apposita giuria composta dalla redazione di Libreriamo e coadiuvata da alcuni autorevoli critici e scrittori italiani. Indicativamente la lunghezza dei racconti non dovrà superare le 20mila battute, corrispondenti a circa 10 cartelle word. Dunque la parola a voi, avrete modo di fare concretamente qualcosa per difendere la dignità e la vita di molte donne. Cito il comunicato stampa ricevuto: “Per fornire qualche dato, per dare un senso  alla campagna di Libreriamo, l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ con la London school of hygiene&tropical medicine e con il South African medical research council, ha portato avanti una ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul giornale inglese “The lancet”. Il 13% degli omicidi nel mondo, pari a 1 su 7 e’ commesso tra le mura di casa, da parte del partner della vittima.  Il partner e’ responsabile di una quota che va da un terzo alla meta’ di tutti i femminicidi. Il 42% di coloro che hanno subito violenze fisiche o sessuali da uomini con cui avevano avuto una relazione intima ha riportato danni alla salute.

:: Segnalazione di Tokyo orizzontale, Laura Imai Messina (Piemme, 2014)

7 febbraio 2014 by

DSC08275-コピー-260x500Curiosi di sapere come si vive in Giappone? Ricordo che c’era un blog molto bello, di un’italiana che raccontava la sua vita nella terra del Sol Levante, con ironia e leggerezza, non mi ricordo come ci finii, e maledetta vecchiaia, non mi ricordo neanche più neanche come si chiamasse. Mi ha fatto passare ore divertenti, lo cercherò, sempre che sia ancora online. Comunque di blog scritti da italiani trasferitisi in Giappone per studio o lavoro, o perchè hanno li trovato, l’uomo o la donna della loro vita, ce ne sono parecchi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Trai più popolari c’è Giappone Mon Amour  della blogger, docente universitaria e ora scrittrice Laura Imai Messina. Romana, ancora giovanissima, è del 1981, nella sua vita ha già fatto davvero molte cose. Si è trasferita a Tokyo a 23 anni per perfezionare la lingua, ha sposato un giapponese Ryōsuke, con cui vive assieme alla cagnolina Gigia nel piccolo quartiere di Kichijōji, ha ottenuto un dottorato di primo livello in Culture Comparate presso l’International Christian University con una tesi sulla scrittrice giapponese Ogawa Yōko, é docente a contratto di lingua italiana in alcune università della capitale e ricercatrice nell’ambito delle letterature comparate presso la Tokyo University of Foreign Studies,  e ora esordisce con Piemme con il suo primo romanzo Tokyo Orizzontale, libro che mi è appena arrivato, e il corriere gentilissimo, causa pioggia, ha voluto consegnarmi nelle mie mani, perché non si rovinasse. Sarà un segno, che è qualcosa di prezioso? Chissà. Dal poco che ho letto della trama è un romanzo che parla delle vite e degli amori di quattro ragazzi a Tokyo, alcuni giapponesi, altri stranieri. Che dire per ora ve lo segnalo, in attesa di leggerlo e soprattutto vi consiglio la lettura del suo bel blog.  Laura Imai Messina sarà in Italia per un lungo tour di presentazione del suo libro, tappe Bologna, Milano, Roma, Torino tra le altre, sul suo sito troverete l’intero piano del tour. Mata aimashou!

Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.

:: Segnalazione di Colazione da Tiffany, Truman Capote, (Garzanti, 2014)

6 febbraio 2014 by

colazionedatiffanyTruman Capote
Colazione da Tiffany

Traduzione dall’inglese di Bruno Tasso

Da questo libro il film vincitore di 2 premi Oscar, con Audrey Hepburn e Mickey Rooney

Quando Colazione da Tiffany venne pubblicato per la prima volta nel 1958, il «Time» definì la sua eroina, Holly Golightly, «la gattina più eccitante che la macchina per scrivere di Truman Capote abbia mai creato. È un incrocio tra una Lolita un po’ cresciuta e una giovanissima Auntie Mame (l’eccentrica protagonista dell’omonimo romanzo di Edward E. Tanner, del 1955)… sola, ingenua e un po’ impaurita».
Di tutti i suoi personaggi, disse Capote più tardi, Holly è stata la sua preferita, ed è facile capire perché.
Holly Golightly è una cover-girl di New York, attrice cinematografica mancata, generosa di sé con tutti, consolatrice di carcerati, eterna bambina chiassosa e scanzonata. È un personaggio incantevole, dotato di una sorprendente grazia poetica. Intorno a lei ruotano tipi bizzarri come Sally Tomato, paterno gangster ospite del penitenziario di Sing Sing; O.J. Berman, il potente agente dei produttori di Hollywood; il «vecchio ragazzo» Rusty Trawler; Joe Bell, proprietario di bar e timido innamorato… «Holly Golightly», scrisse «The Atlantic», «è bizzarra, simpaticissima, commovente… e reale.»

Solo il 14 febbraio 2014 torna nelle sale italiane il film di Blake Edwards in versione restaurata e digitalizzata in 4K, per far rivivere su grande schermo l’intramontabile classico della storia della letteratura e del cinema Colazione da Tiffany di Truman Capote.

PRESENTATI ALLA CASSA DEL CINEMA CON IL LIBRO COLAZIONE DA TIFFANY (edizione Garzanti) PER ACQUISTARE IL BIGLIETTO PER LA PROIEZIONE A PREZZO RIDOTTO*

L’elenco delle sale e delle proiezioni in 2K e 4K disponibile su www.nexodigital.it

* La promozione è valida solo nei cinema che aderiscono all’iniziativa

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Altre voci, altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), il romanzo che Capote ha concluso poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e riemerso solo nel 2004, tra le carte abbandonate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn; la raccolta completa di tutti i suoi racconti La forma delle cose. Tutti i racconti di Truman Capote (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e la raccolta dei suoi scritti giornalistici Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008).

:: Volevo solo averti accanto, Ronald H. Balson, (Garzanti, 2014) a cura di Natalina S. e Marco Minicangeli

5 febbraio 2014 by

imagesNatalina S.

Sarebbe stato un peccato chiudere nel cassetto dei sogni “Volevo solo averti accanto”, un romanzo di Ronald H. Balson, avvocato statunitense, che nella sua forgia letteraria ha saputo fondere il senso di giustizia con la passione per la scrittura e arrivare, con grande calore, al cuore dei lettori. Ed è proprio il cuore dei lettori a restituire entusiasmo e forza tali da rendere il romanzo un successo indiscusso a livello internazionale. Tradotto da Lucia Ferrantini ed edito da Garzanti, Volevo solo averti accanto, conquista anche gli scaffali delle librerie italiane nonché  l’animo, appassionato e sensibile, degli amanti del genere.

“Ci piace pensare di aver ormai superato l’odio razziale, ma la verità è che non possiamo mai abbassare la guardia [ … ] noi siamo delle sentinelle, dobbiamo tenere gli occhi aperti rispetto a qualunque indizio possa assomigliare al germe del genocidio.”

Sono le parole di Ben Solomon, protagonista principale del romanzo, ad offrirci una chiave di lettura profonda e significativa del tema che fa da perno all’intera storia: l’Olocausto che, pur essendo una delle manifestazioni più terrificanti del male, non esaurisce in sé le mille altre facce in cui può mostrarsi  e ci obbliga, in quanto figli della civiltà, a non abbassare il livello di guardia per non rischiare di inciampare, nuovamente, in errori che poco distano dal confine del filo spinato.
La storia narrataci da Balson abbraccia due momenti spazio-temporali, un presente nell’Illinois del 2004 e un passato nella Zamość degli anni del nazismo, perfettamente bilanciati nelle tre parti in cui la struttura narrativa è stata concepita. È il 26 settembre del 2004 e Ben Solomon, ebreo polacco, sopravvissuto ai campi di concentramento, sta per partecipare all’evento mondano più atteso dell’anno: il Gran Gala di apertura, la forza del destino, al Teatro dell’opera di Chicago. Il suo è un appuntamento atteso, voluto. Ben desidera, con tutte le sue forze, risanare la spaccatura che Elliot  Rosenzwaig, oggi, uomo integerrimo e dalla posizione indiscussa, ha provocato nella sua vita e in quella della sua famiglia, in cambio di una fatiscente bramosia di potere durante il regime. Sostenuto dalla forte quanto fragile avvocatessa Catherine Lockhart, Ben combatterà la sua battaglia fino a quando una luce spunterà per i giusti a dar gioia ai retti di cuore e solo allora troverà pace.
Non c’è vita senza amore, in tutte le sue manifestazioni, e anche nel clima nefasto dello sterminio nazista o, forse, soprattutto, esso si confonde fino a fondersi con l’istinto di sopravvivenza per sputare sull’odio e abbracciare i sogni. Volevo solo averti accanto è, anche, una storia d’amore e di amicizia non circoscritte entro i limiti del tempo e dello spazio ma cerniere indissolubili tra la vita e la morte.
Con la sua prosa minuziosa e l’estrema naturalezza nel narrare i fatti, questo romanzo conduce i lettori ad entrare in empatia con la sofferenza e con il senso di giustizia che spinge il protagonista alla ricerca della verità. Il ritmo, seppur lento nello snocciolare istante per istante ogni avvenimento, tiene alta l’attenzione e il desiderio di arrivare fino in fondo per scoprire che mai nessuno potrà chiudere questo capitolo chiamato Olocausto. Traduzione di Lucia Ferrantini.

Marco Minicangeli

Chicago, 26 settembre 2004. Al Teatro dell’Opera sta per iniziare La forza del destino, Gran Gala d’apertura della stagione. Elliot Rosenzweig, ricco mecenate della città, sta apprestandosi ad entrare quando tra la folla appare un uomo vestito con uno smoking fuori moda che si avvicina e gli punta addosso una pistola. Subito viene fermato e arrestato, ma il problema è che l’arma, una vecchia Luger, non avrebbe mai potuto sparare. Effettivamente quello che vuole l’uomo non è uccidere, ma attirare l’attenzione di tutti su un fatto: il vero nome di Resenzweig è Otto Piatek, e quell’uomo è il Macellaio di Zamosc, un famoso criminale nazista.
Inizia così Volevo solo averti accanto Once We Were Brothers — di Ronald H. Balson, un romanzo che negli Stati Uniti è stato un piccolo caso. Autopubblicato in formato ebook, è letteralmente esploso solo grazie al passaparola nella rete e le grandi case editrici se lo sono conteso a suon di dollari.
Torniamo alla vicenda narrata. L’uomo che ha puntato la pistola è Ben Solomon, un ebreo che è riuscito a salvarsi dalle persecuzioni naziste ed è emigrato in America. Sarebbe più o meno la stessa storia che racconta Rosenzweig — magnate delle assicurazioni, benefattore della città — che afferma di essere sopravvissuto ad Auschwitz, ma Solomon continua a dire che non è così, che lui è un nazista delle SS. Nessuno sembra volergli credere, nessuno tranne Catherine Lockhart, un giovane avvocato avviato a una radiosa carriera. E così Ben inizia a raccontare la storia sua e di Elliot (o forse sarebbe meglio dire Otto?), facendo rivivere al lettore la follia degli anni del nazismo. La storia scorre bene e non pochi saranno i problemi che Catherine e Ben si troveranno ad affrontare in una Chicago che fa fatica ad accettare quelle accuse. Ma è davvero così o dietro c’è qualche altra cosa? Possibile che quell’ottantenne illuminato, che fa donazioni anche ad associazioni ebraiche, sia un criminale di guerra?
Volevo solo averti accanto mette il dito in una piaga che forse non sarà mai sanata. Molti sono quelli che non hanno pagato (in Francia, Didier Daenickx con lo splendido A futura memoria si era fatto le stesse domande) e noi italiani dovremmo interrogarci su quante siano le camice nere che da un giorno all’altro sono diventate bianche. Chissà quante ricchezze, più o meno cospicue, sono il risultato della spoliazione degli ebrei. Già, chissà.

Ronald H. Balson: è un avvocato con la passione della scrittura. Volevo solo averti accanto è il suo primo romanzo .

:: Segnalazione: “Grandangolo – I Grandi Filosofi del Corriere della Sera”

5 febbraio 2014 by

3D_grandangoloLa collana di saggistica, Grandangolo, del Corriere della Sera è in edicola. A partire da martedì 11 Febbraio, e per tutti i martedì successivi fino al 7 Ottobre, in allegato al Corriere della Sera saranno disponibili 35 volumi contenenti il cuore del pensiero Occidentale. Ogni volume, assolutamente inedito, (circa 160 pagine, brossura alettata 12,2cm  x 18,5cm, con introduzione curata da Armando Torno) sarà dedicato a un pensatore, filosofo, scienziato che con il suo lavoro ha contribuito allo sviluppo e all’evoluzione del mondo come lo conosciamo: dai grandi padri della filosofia come Socrate, Platone e Aristotele, ai pensatori cristiani come Sant’ Agostino e San Tommaso, per poi passare a Cartesio, Galileo, Newton. Non mancheranno i padri della psicanalisi Jung e Freud, per arrivare poi a Hegel, Marx, Kirkegaard, Nietzsche e infine a Popper, Sartre e Einstein e molti altri. Un’ opera divulgativa insomma di grande respiro, completa e di facile consultazione, che ha coinvolto professori e filosofi contemporanei, capaci di trasmettere con linguaggio semplice e immediato il loro sapere alle nuove generazioni e a tutti coloro che per studio o curiosità si avvicinano anche per la prima volta alla filosofia. Ogni testo è composto da una parte biografica, da una parte monografica, in cui è trattato il cuore del pensiero dei vari filosofi, arricchito dalle citazioni più celebri. Ricca anche la parte grafica e bibliografica alla quale si aggiungono le recensioni di alcuni dei massimi pensatori contemporanei. La prima uscita dedicata a Platone sarà venduta al prezzo lancio di € 1,00 + il costo del quotidiano. Dal secondo volume in poi il costo sarà di €5,90 + il prezzo del quotidiano. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 206 Euro o comprare in seguito i singoli libri a questo link: http://goo.gl/dxUMi4. Per chi preferisce il formato digitale,  i volumi saranno disponibili sui principali store e sull’app per iPad Biblioteca del Corriere ad un prezzo ancora più conveniente. Il primo ebook sarà venduto a partire da € 0,89; dalla seconda uscita in poi il prezzo sarà a partire da € 3,59.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2014 by

OLYMPUS DIGITAL CAMERAD. Ciao Lorenzo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Finalmente abbiamo con noi il vincitore della quarta edizione del Liberi di Scrivere Award con il romanzo Apologia di uomini inutili. Hai già vinto nel 2011 con Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ma se vogliamo questa vittoria è ancora più schiacciante, più di 400 voti,  per un romanzo obbiettivamente difficile, forse ancora più “feroce” di Le bestie – Kinshasa Serenade. Come te lo spieghi? I lettori sono più maturi di quanto si immagini, sono pronti ad affrontare anche storie difficili, dolorose, scomode, sempre che gli scrittori abbiano il coraggio di scriverle?

R. Grazie a voi per l’ospitalità. Intanto ringrazio i lettori per avermi votato. Senza dubbio una vittoria schiacciante su nomi molto importanti, una vittoria insperata. Se è vero che Malatesta poteva contare su lettori affezionati e sul suo pubblico di fedelissimi, la vittoria di Apologia di uomini inutili è stata una sorpresa anche per me. Credo che la vittoria dipenda molto dal tipo di lettori di questo blog, lettori aperti e intelligenti, inoltre l’editore si è mosso molto bene per pubblicizzare che il romanzo era finalista. In generale io credo che i lettori sarebbero prontissimi ad affrontare storie difficili, sono spesso gli editori che fanno il grosso del mercato a propinare carta straccia che spacciano per narrativa, educano i lettori a mangiare cacca.

D. Parliamo proprio del premio, nato da un blog, quindi senza alcuna forma di ufficialità, né sovvenzione, per ora almeno svincolato anche da sponsor, enti culturali, patrocini vari, anche se un pensiero ce l’ho fatto, per farlo crescere, che so chiedere a qualche ditta di penne da collezione, alla Montblanc per esempio, di sovvenzionarci. Tu che ne pensi, perderebbe la spontaneità che ora ha?

R. Io credo di no. Il blog divulga intelligenza, se poi uno sponsor aiuta a crescere, perché non usarlo. In fondo non stai chiedendo fondi a una fabbrica di mine antiuomo o a qualche partito politico.

D. Quest’anno siamo finiti anche sui giornali, L’estense, Il Resto del Carlino, La nuova Ferrara, pensi che stiamo attirando l’attenzione, e soprattutto cosa pensi dei premi letterari in genere, servono agli scrittori e alla letteratura?

R. Non so se le classifiche dei concorsi, così come le classifiche degli store digitali o dei premi letterari diano un orientamento al lettore, penso di sì, almeno in minima parte. Senza dubbio hanno un senso per il mondo editoriale. Quando Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico vinse l’Award nel 2012 fui contattato dal più grosso gruppo editoriale tedesco per la traduzione del libro. E anche in queste settimane, dopo la vittoria di Apologia di uomini inutili nell’ultimo premio Liberi di Scrivere, diversi prestigiosi editori si sono fatti vivi per avere miei manoscritti inediti (ho detto prestigiosi, non grossi…)

D. Vivi tra Milano e Istanbul, questo respiro internazionale, ricordiamo comunque che già da prima eri un viaggiatore, come sta cambiando il tuo modo di vere le cose? Ti stai facendo conoscere anche  a livello internazionale? Ho visto che hanno votato per te dalla Turchia, dalla Germania, dal Vietnam.     

R. Purtroppo a Istanbul non potrò più metterci piede per almeno cinque anni in quanto espulso come persona non desiderata (echi delle proteste di Gezi Park e di quello che ho scritto). Senza dubbio il mio modo di vedere le cose sarebbe diverso se non mi fossi mai spostato da casa, viaggiare implica osservazione e partecipazione, anche culturale e mentale. A livello internazionale è difficile. Porno Bloc è stato tradotto in romeno, Un tango per Victor è stato pubblicato da un editore tedesco, sto tentando di “piazzare” altri titoli in Francia e in Germania, ma è molto dura. Le persone che hanno votato per me da Vietnam, Turchia, eccetera sono amici, colleghi, conoscenti.

D. Da poco è uscito per Koi Press Termodistruzione di un koala, un noir irriverente, scanzonato, alternativo, divertente, un po’ sgangherato poliziottesco anni 70, un po’ critica sociale, un po’ satira anarchica, insomma un pout purri con in sottofondo i Mano Negra, i canti di protesta. Ce ne vuoi parlare?

R. Si tratta della quarta indagine di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (in questi giorni è uscito anche il quinto volume: La tremarella). Racconta del Mitico e del Fesso, due balordi squattrinati, che vengono assoldati dai fratelli Marone, veterani dello spaccio di cocaina, per commettere un atto di “sano vandalismo” ai danni dell’Atlantico, un bar notturno a ridosso della stazione di Ferrara. Non hanno però fatto i conti con la mafia russa, che ha da tempo allungato i propri tentacoli su questo locale, e che ha inviato nella città emiliana il Koala, uno dei killer più spietati e pericolosi dell’ex impero sovietico. Toccherà come sempre all’ispettore Pietro Malatesta e al suo sodale compare, il sovrintendente Gavino Appuntato, cercare di evitare un sanguinoso regolamento di conti che potrebbe far esplodere il tranquillo e quasi immutabile deserto sociale di Ferrara.

D. Banlieue ferrarese, (il fruttivendolo nigeriano, l’alimentare eritreo, il market pachistano, la pizzeria dei libanesi, il bar gestito dai cinesi) killer moscoviti, insomma multietnicità e respiro internazionale, sta diventando un tuo marchio distintivo?

R. Sì, insieme ad azione, colpi di scena, humor feroce e grottesco. Racconto quello che vedo e che sento. Soprattutto mi diverto.

D. Bel personaggio il Koala, spietato, cattivissimo, pronto a mordere la mano ai suoi stessi padroni a Mosca. Arriva a Ferrara per riprendersi un koala di peluche in cui ha nascosto qualcosa di molto prezioso per lui. Peluche che finirà nelle mani di alcuni bambini e non dico di più, ma il titolo è abbastanza indicativo. Come è nato questo personaggio?

R. Volevo internazionalizzare la serie malatestiana e ho iniziato a fare ricerca sulle varie mafie in giro per il mondo. Mi sono imbattuto il quella moscovita e questo mi ha aperto nuovi canali di ricerca legati all’Afghanistan e al post-URSS, è nato così, studiando il passato, leggendo reportage, bevendo caffè.

D. Un noir che non sfigurerebbe come fumetto. Ti hanno già proposto di trasformarlo in un fumetto, o per lo meno in una graphic novel? Già Amaducci accompagna le vicende di Malatesta con i suoi bizzarri disegni. 

R. Andrea Amaducci basta e avanza, illustra lui e lo fa egregiamente. L’idea magari è quella di fare qualcosa insieme dove il fumetto prevalga sul testo. Se altri mi chiedessero di fare una trasposizione rifiuterei.

D. Dirigi la collana noir di una casa editrice italo-francese, con sede a Parigi, la Meme Publishers, quale è il bilancio attuale? Come ti trovi nel ruolo di direttore editoriale? Come scegli i libri da pubblicare? 

R. Non so se sono portato per questa cosa, a me piace leggere e scrivere e mi sembra di non riuscire a dedicare tempo per me, però con Meme mi trovo bene, i libri pubblicati sono ottimi, stiamo pensando a grossi nomi internazionali che usciranno fra qualche mese, la collana che io curo ha pubblicato fra gli altri Alessandro Bastasi, Andrea Mariani, Pierluigi Porazzi che hanno scritto cose molto belle.

D. Oltre al corso a circolo Arci Métissage a Milano hai iniziato anche il corso di Scrittura Creativa, Narrativa e Reportage anche a Monza per Corsi Corsari. Ce ne vuoi parlare? Come è nata questa tua nuova attività di insegnante? Hai buoni riscontri?

R. Sono sempre stato scettico sui corsi di scrittura e continuo a esserlo. Più che altro racconto la mia esperienza e cerco di creare interazione fra i corsisti. Al primo laboratorio a  Métissage è nato un romanzo collettivo scritto dai partecipanti, molto bello, una spy story ambientata a Milano. È nata un’amicizia fra me e anche tra i ragazzi che hanno partecipato. I riscontri sono ottimi, soprattutto a livello umano e culturale. Spero vada altrettanto bene a Monza, con Corsi Corsari e nella replica milanese.

D. Grazie Lorenzo della disponibilità. L’intervista è finita, come ultima domanda ti chiederei se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro, nuovi romanzi standalone, nuove avventure di Malatesta, progetti cinematografici?

R. Con Andrea Amaducci stiamo terminando la nuova indagine malatestiana. È quasi finita la prima stesura. Abbiamo aperti altri sei romanzi, almeno, dello sbirro anarchico, ma ci concentreremo solo su quello dal clima “spallino”. Sarà una storia dedicata alla Spal e ai suoi tifosi. Poi da solo sto scrivendo più o meno cinque bozze. Da una novella un po’ Simenon (con tutto il rispetto), a una spy-story ambientata durante la guerra nella ex Jugoslavia, ad altre storie disseminate tra Istanbul, Tirana, la Brianza, Milano.