:: Rosa Candida, Audur Ava Ólafsdóttir, (Einaudi, 2012) a cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2014 by

978880621013MEDAd un certo punto della lettura di Rosa Candida, il romanzo dell’islandese Audur Ava Ólafsdóttir, mi sono chiesta se fosse una favola. Forse questo libro ha un che di favolistico, ma l’autrice riflette su quanto possano essere importanti per il corso del destino le scelte che compiamo nella nostra vita. Protagonista del romanzo edito dalla Einaudi è il ventiduenne Lobbi che ha lasciato la sua terra d’origine in direzione  del’Europa del Nord dove ha accettato di lavorare in un monastero come giardiniere, accudendo le specie molto rare di rose che lì crescono. L’arte del culto e della coltura floreale il protagonista l’ha ereditata dalla madre,  morta in un drammatico incidente d’auto. Lobbi parte alla ricerca si sé lasciandosi alle spalle l’anziano padre Thoir, intento a riprodurre le ricette ereditate dalla moglie, e Josefun fratello gemello autistico con il pallino dell’ordine. In realtà non c’è solo questa famiglia d’origine, perchè il giovane partendo abbandona anche il frutto di una fugace notte d’amore passata con Anna: la piccola di sette mesi chiamata Flóra Sòl. Lobbi parte, nessuno riesce a fargli cambiare idea, e con sé prende alcune piantine di Rosa candida, una rara varietà di rose a otto petali, molto cara alla madre. In un primo momento pensavo che il protagonista avesse deciso di scappare da alcuni imprevisti che il destino gli aveva riservato, ma procedendo nella lettura mi sono resa conto che Lobbi inizia un viaggio per trovare il senso della sua esistenza. Ad aiutarlo nel tortuoso cammino di scoperta di sé in una prima fase ci penserà padre Thomas, un monaco con la passione sfrenata per il cinema, il quale sosterrà il ragazzo con parole, ma soprattutto con una efficace terapia a base di film. Poi, sarà l’arrivo quasi inaspettato di Anna, ma soprattutto quello della piccola Flóra Sòl, identica a lui che ne è il padre, che stravolgerà l’animo e il cuore di Lobbi facendogli capire cosa vuole davvero: una famiglia tutta sua. Rosa candida è un romanzo di formazione dove all’inizio si ha la netta sensazione che il protagonista non abbia la minima idea di cosa fare della propria vita. Le atmosfere di questo percorso umano sembrano fatate e appartenenti ad una dimensione fuori dalla realtà, ma grazie ad un linguaggio delicato la Ólafsdóttir ci accompagna con garbo dentro alla vita di un giovane padre. La partenza di Lobbi verso un luogo del tutto sconosciuto, il lungo e complicato viaggio per arrivare alla meta e il lavoro, cominciano a insidiarsi in ogni fibra dell’animo di Lobbi. Anna, la madre della piccola Flóra Sòl, inizia a diventare per il nostro protagonista un qualcosa di più che la ragazza semisconosciuta di un rapido incontro d’amore. La convivenza li porterà ad essere vicini e a conoscersi meglio, tanto che ad un certo punto sembra che nella coppia possa scoppiare la vera scintilla. A dire il vero però, ciò che determinerà in Lobbi la presa di coscienza di quanto sia importante assumersi le proprie responsabilità saranno due forme di amore che lui mette in atto: il prendersi cura con passione costante delle delicate piantine di Rosa Candida e primo su tutti, l’amore incondizionato nell’accudire la figlia  Flóra Sòl, perché è solo grazie a questo frugoletto dai capelli rossi che Lobbi riuscirà a scovare il proprio – anzi il loro – posto nel mondo. Traduzione di Stefano Rosatti.

Audur Ava Ólafsdóttir è nata a Reykjavik nel 1958. Ha insegnato Storia dell’arte ed è stata direttrice del Museo dell’Università d’Islanda. Nel 2012 Einaudi ha pubblicato Rosa candida, tradotto in tutti i maggiori paesi europei e negli Stati Uniti, di cui Paolo Giordano ha scritto: «Rosa candida ubbidisce al tempo sospeso delle fiabe come se fosse stato scritto da un’eremita riparata per anni in un fiordo, senza radio, giornali o televisione: una bella boccata di ossigeno». Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito La donna è un’isola.

:: Le ossa della principessa, Alessia Gazzola, (Longanesi, 2014)

2 febbraio 2014 by

ossa_della_principessaDopo L’Allieva, Un segreto non è per sempre, e Sindrome da cuore appeso (prequel della serie) torna il personaggio di Alice Allevi, creato dalla simpatica autrice messinese Alessia Gazzola, in Le ossa della principessa, sempre edito da Longanesi, come i precedenti romanzi. Passano gli anni, Alessia nel frattempo è diventata mamma della piccola Eloisa, e anche il personaggio di Alice Allevi è cresciuto, si è arricchito di sfaccettature, esperienza e delusioni, pur non perdendo le connotazioni buffe e divertenti che l’hanno fatto emergere nel panorama giallo italiano.
La mia ipotizzata virata verso il medical thriller, con connotazioni più forti e drammatiche, non c’è stata, la Gazzola resta fedele al suo schema iniziale che unisce una piacevole  indagine gialla, (niente accenni macabri, derive pulp, per intenderci),  agli ingredienti tipici del romanzo rosa, venato di umorismo e vera e propria comicità. Alice Allevi è sempre sbadata, pasticciona, incapace di avvicinarsi ad un oggetto fragile senza mandarlo in mille pezzi, sempre innamorata sia di Arthur che di Claudio Conforti, (non spoilero promesso, ma in questo romanzo Alice compirà delle scelte definitive, e a meno che la Gazzola non introduca un nuovo personaggio maschile più tranquillo e posato, ma altrettanto affascinante, capace di darle una nuova serenità sentimentale. Daniel Sahar sarebbe stato un buon candidato, se non fosse…) Ma basta cercare marito alla povera Alice Allevi e analizziamo un po’ la trama puramente gialla.
Allora al centro de Le ossa della principessa ci sono due casi paralleli: una sparizione e un cold case. A sparire è niente meno che l’odiosa Ambra Negri della Valle, collega, nemica e rivale di Alice, della quale verremo a scoprire un lato più tormentato e umano, che di punto in bianco scompare da Roma, gettando nella disperazione la madre Isabella, un irriconoscibile Claudio Conforti, macerato dai sensi di colpa, e la stessa Alice che con sua somma sorpresa prova sentimenti ambivalenti nei riguardi di una ragazza fino a quel momento platealmente odiata. Il cold case invece è legato al ritrovamento in un campo delle ossa di un’archeologa morta alcuni anni prima, con accanto una coroncina di plastica da principessa delle favole, indizio messo apposta forse per sviare le indagini, e una moneta da due euro, quasi un obolo per Caronte, (nella religione greca e romana, l’obolo era appunto necessario per pagare il viaggio al traghettatore dell’Ade) segno forse d’affetto di chi comunque non si è preoccupato di dare degna sepoltura alla sfortunata ragazza.
Affiancati dall’Istituto di medicina legale, Calligaris, (il poliziotto alla Maigret, nostra vecchia conoscenza), e Alice porteranno avanti le indagini scoprendo collegamenti inaspettati, (Ambra e l’archeologa uccisa erano amiche e compagne di scuola), che avvalorano così il sospetto che i due casi possano essere legati e che anche Ambra possa essere morta. Il tutto porterà l’improbabile coppia di investigatori a vagliare ipotesi, seguire piste, interrogare presunti testimoni, ma naturalmente c’è qualcuno che mente, c’è qualcuno che ha qualcosa da nascondere e sarà proprio Alice, sempre più pasticciona, ad avere l’intuizione risolutiva, perché sarà anche imbranata e sentimentalmente scombinata, ma l’intuito investigativo non le manca e la porta ad anticipare lo stesso Calligaris, fiero della sua giovane allieva, forse più portata a fare il poliziotto che il medico legale.
Dunque la trama è semplice, con leggerezza e  agilità la Gazzola la dipana, giocando su una sorta di doppio,  Alice e Viviana (l’archeologa uccisa) si somigliano e più l’una conosce l’altra attraverso la lettura delle sue mail, e dei suoi diari, e più l’immedesimazione sembra sconcertare la stessa protagonista. Le difficoltà lavorative, le storie sentimentali complicate, il rapporto mentore allieva, tutto si sovrappone in un incalzante gioco delle parti. Chi sarà l’assassino dell’archeologa? Che fine avrà fatto Ambra? Sarà coinvolto Claudio Conforti nella sua sparizione? Come in ogni giallo che si rispetti il lettore si trova a porsi le stesse domande dei personaggi.
In più una spruzzata d’avventura. L’Oriente, gli scavi archeologi in Palestina e Israele, la scoperta dello scheletro di una antica principessa, la difficile situazione socio-politica, (che la Gazzola fa emergere dai dialoghi dei personaggi) le aspirazioni di una ragazza determinata, competente, e innamorata, che si scontrano con le competizioni del mondo accademico. Viviana ne esce un bel personaggio, non la solita vittima che sbiadisce sullo sfondo, la Gazzola la fa rivivere in pagine che frammentano la narrazione in prima persona di Alice.
Chiude il romanzo il più classico cliffhanger. La narrazione si interrompe con l’ incipit del prossimo romanzo della serie: l’annuncio di un delitto a teatro, lo stesso teatro in cui Cordelia e la sua compagnia fanno le prove ogni giorno, quindi in un modo o nell’altro Arthur tornerà a fare capolino. Non temete. Fascetta niente meno che di Jeffery Deaver, il padre di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs: «Un talento incredibile. Un thriller che ti conquista fin dalla prima pagina… Grande tensione psicologica e un ritmo travolgente. Vi terrà svegli tutta la notte.»

Alessia Gazzola è nata a Messina nel 1982. Medico chirurgo, dal 2007 si sta specializzando in Medicina legale. Ha scritto il suo primo racconto all’età di cinque anni e da quel momento non ha più smesso di scrivere, ma L’allieva è il primo suo romanzo a essere letto da qualcuno che non sia la madre. Vive e lavora a Messina con il marito.

:: Un’ intervista con Roberto Serrai

1 febbraio 2014 by

roberto-serrai_pic Ciao Roberto, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla quarta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent – 66th and 2nd. Dopo premi come il premio Procida nel 2003 per la traduzione di Ritorno a casa di Natasha Radojić-Kane e il Premio Gregor Von Rezzori – Città di Firenze nel 2011 per una nuova traduzione de Il grande Gatsby, anche un riconoscimento da un blog. Parlando di premi, esistono premi dedicati ai traduttori? Pensi che la vostra qualifica professionale sia giustamente valorizzata?

Bentrovati, e grazie per questa menzione (che, per il fatto di venire da lettori “veri”, mi fa molto piacere). I mastini di Dallas è un libro davvero bello, ci ho lavorato con piacere e mi auguro che, col tempo, arrivi a essere anche per il lettore italiano quello che è, ovvero un piccolo classico.
Dunque, sì, premi ne esistono. Oltre a quelli citati, per esempio, mi viene in mente il Città di Monselice, ma anche i concorsi che vengono organizzati, quasi sempre, in seno alle Giornate della Traduzione di Urbino. Come capita per certi premi letterari, tuttavia, a volte anche quelli per la traduzione possono indurre al sospetto – non è il nostro caso, per fortuna – che nella loro assegnazione, più che le ragioni dell’effettiva qualità di un lavoro, prevalgano altre motivazioni, legate più in generale alle politiche editoriali. Più utili, a mio parere, sono i finanziamenti (silenziosi ma – questi sì, e lo dico per esperienza – sottoposti a controlli molto severi) che alcuni governi, e penso a quello canadese col quale ho più volte avuto rapporti, erogano come contributo alla traduzione, e quindi alla diffusione, di certi autori e opere della propria letteratura. Mi sembra una cosa molto bella. A ogni modo, anche se fanno indubbiamente piacere, non credo che si traduca per i premi. Almeno, io non lo faccio. Per come vedo questo lavoro – in senso marcatamente non narcisista, ma di vero servizio ad autori, libri e lettori – trovo che abbiano un che di contraddittorio. Per quanto mi riguarda, alla consegna di ogni lavoro osservo una specie di rituale. Inviato il file, apro la King James (sono agnostico, ma come traduttore e appassionato di letteratura non posso non amare la KJV) alla seconda lettera a Timoteo, 2:7-8. Se posso leggere quei due versetti e sentirmi in pace con la coscienza, bè, il mio premio già l’ho avuto. Tutto quello che arriva in più è, ovviamente, gradito. Infine: il traduttore, qui in Italia, è giustamente valorizzato? La risposta è semplice: no. Ci sono le eccezioni, ovviamente, ma in generale direi di no. La si ritiene, spesso, una figura intercambiabile, sacrificabile, quasi un fastidio necessario. Basta fare caso a tutte le volte in cui stampa e televisione parlano di un libro straniero pubblicato in edizione italiana senza citare “chi è stato”. Beh, certo, i libri si traducono da soli, no?

Sei nato a Firenze nel 1967, e collabori da anni con varie università italiane e con varie case editrici, prevalentemente come traduttore. Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale, come ti aggiorni o approfondisci le conoscenze su slang, modi dire, anche gerghi collocati nel tempo, per esempio il tipo di gergo nel mondo sportivo degli anni 70, che hai utilizzato per “North Dallas Forty”?

Un traduttore deve leggere assolutamente di tutto, per frequentare il più possibile generi e linguaggi, e io non faccio eccezione. Così come deve vedere tutto (al cinema e in TV, per prima cosa) e ascoltare tutto (e tutti). Oggi, poi, che l’accesso al materiale in lingua è, rispetto a quando ho inizato, incredibilmente più facile ed economico, non ci sono più scuse. Ai miei studenti dico che il traduttore è come un Carabiniere, sempre in servizio (ovvero sempre con le antenne alzate) e nei secoli fedele (al testo). Tra gli ultimi libri che ho letto, per esempio, mi sono piaciuti molto “Overseas” di Beatriz Williams – ogni tanto una bella storia romantica ci vuole – e “The Shining Girls” di Lauren Beukes (finalmente un thriller che, davvero, “non è il solito thriller”). Sto finendo di lavorare a un libro sulla prima guerra mondiale, e dunque negli ultimi mesi ho letto di tutto sull’argomento, da classici che già conoscevo come “The Guns of August” di Barbara Tuchman a libri splendidi che affrontano temi finora poco trattati come i soldati minorenni dell’esercito inglese (“Boy Soldiers”, Richard van Emden) o le imprese dei cuochi militari, sempre inglesi, che tra le truppe in Francia e quelle sparse per l’impero durante la guerra riuscirono a recuperare tre pasti al giorno per cinque milioni di soldati. Alcune ricette sono pure divertenti da rifare (“Feeding Tommy”, Andrew Robertshaw) e più gustose – a chi piace il curry – di quanto si crederebbe.
I gerghi collocati nel tempo sono sempre degli ossi duri. Di solito, faccio più che altro attenzione a non usare espressioni di un’altra epoca (posteriore, ovvio); altre volte cerco qualcuno che sia vissuto in un certo periodo (se possibile) e lo uso come consulente; altre ancora vado a memoria (ho pur sempre quasi mezzo secolo). Uno strumento indispensabile, per evitare di fare sciocchezze, è un dizionario monolingua che situi correttamente – non è scontato – i vari lemmi nel divenire storico. L’Oxford English Dictionary lo fa, e anche il Random House (rispettivamente per l’inglese britannico e quello statunitense). Parlando di opere ambientate e/o scritte in periodi particolari, tuttavia, non si deve tenere conto solo dei problemi legati alla lingua, ma anche di quelli legati alla cultura e all’immaginario collettivo e al rapporto tra le due dimensioni (linguistica e culturale). Bisogna fare un po’ di ricerche, insomma, ed è una delle cose che più mi piacciono di questo mestiere. Una volta ho lavorato su un romanzo ambientato nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. Ho dovuto ricostruire tante dinamiche culturali a me ignote. E’ stata una faticaccia, ma anche uno spasso. Per il libro di Gent ho avuto meno difficoltà, devo dire, forse perché seguo il football, a fasi alterne, da tanti anni.

Hai tradotto autori come William Faulkner, Jonathan Coe, Siddhartha Mukherjee, Azar Nafisi, Francis Scott Fitzgerald, appunto. Quando hai deciso di diventare traduttore? Come è nata la passione per questo lavoro difficile, oscuro, ma nello stesso tempo bellissimo?

Per come la vedo io, una traduzione – a saperla leggere – è come un saggio sul potenziale significante di un certo testo. Il testo va interpretato (cioè bisogna riconoscerne le dinamiche di produzione del senso), va smontato (e bisogna sapere come fare), e poi rimontato in maniera tale che il suddetto potenziale rimanga – quasi, e su questo quasi si giocano, o dovrebbero, reputazioni e carriere – intatto, ma in un’altra lingua. Per questo, all’inizio, ho considerato la traduzione come un’attività collaterale, un’estensione, rispetto alla ricerca accademica. Di qualunque genere fosse il testo sul quale lavoravo. Alla radice sia dell’attività di ricercatore che di quella di traduttore c’è la passione per la cultura (il “fatti non foste a viver come bruti” dantesco, altra cosa che ripeto spesso ai miei studenti), la conoscenza, e la letteratura – intesa anche (lo ricordo da una vecchia lezione di Marcello Pagnini) come consolazione al male di vivere.
Il mio primo incarico fu un testo “minore” di Faulkner, che il mio mentore accademico di allora decise di “passarmi”. Faulkner, non so se mi spiego. Fu come il proverbiale imparare a nuotare con il proverbiale babbo che ti butta in acqua. Insomma, ora tocca a te. Il resto è storia. Per inciso, la casa editrice che doveva pubblicare il volume fallì – ovviamente prima di corrispondere il compenso, che non avrei visto, e sensibilmente ridotto, fino a una decina d’anni dopo. In questo modo entrai subito in contatto anche con una delle fastidiose caratteristiche di certa editoria italiana (la disinvoltura nei pagamenti), quindi col senno di poi posso dire che l’episodio ebbe una sua doppia utilità.

mastiniChe studi hai fatto? So che sei dottore di ricerca in Studi americani, ma quali scuole, stage, corsi di specializzazione mirati alla traduzione sono necessari per iniziare questo lavoro? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono laureato in letteratura, nello specifico americana. Fin da adolescente, dunque, ogni mia scelta è stata – scherzo, ma non troppo – ispirata allo spregio per una vita tranquilla, un’entrata regolare e decente, e una serena vecchiaia. Insomma, “scelte di passione” – e ne pago tutte le conseguenze (pazienza) senza nemmeno ricevere due spiccioli di resto, per parafrasare Majakovskij. Scuole e stage? Consiglio studi umanistici, di qualsiasi genere, e poi due strade: Master o altri corsi di traduzione, ma mi raccomando: con poca, MOLTO poca teoria e tanta pratica, e magari (se il Master non tratta certi argomenti) un bel corso sul lavoro editoriale. E poi lavorare tanto per conto proprio. Studiarsi i software di impaginazione, per esempio, i manuali di stile, i prontuari di punteggiatura, il Queen’s English, ecc. ecc.

Quando un traduttore si sente pronto a mettersi alla prova come contatta le case editrici? Mandando direttamente curricula, iscrivendosi a banche dati di traduttori, o si viene chiamati e scelti direttamente dagli editori ? Chi seleziona i traduttori? Nel tuo caso come è andata all’inizio, immagino che dopo aver iniziato a lavorare tutto sia più automatico o mi sbaglio? Dopo molto incide sulla reputazione maturata e sui lavori svolti.

Curricula e banche dati sono utili (ma attenzione, chiedete a dieci persone “come scrivere un buon CV per l’editoria” e vi troverete con dieci versioni diverse del vostro curriculum e non saprete, se una va bene, qual è), ma ogni editore si fiderà più del parere di qualcuno che conosce che di un curriculum lungo magari come un volume della Treccani e di decenni di esperienza (ma con altri editori). Quindi: farsi conoscere, di persona. Frequentare i luoghi dove si possono incontrare, fisicamente, i propri futuri datori di lavoro: fiere del libro, presentazioni di libri, iniziative culturali, ecc. ecc. Prima, assumere informazioni sulle case editrici e il mercato editoriale, con piglio militare: chi sono, cosa pubblicano, chi hanno alle spalle ( = chi paga), chi sono gli editor che si occupano del tipo di libri che si vorrebbe tradurre. Telefonare, farsi dare le email aziendali, farsi spedire i cataloghi, studiarsi tutto (appena un gradino sotto allo stalking, insomma) e poi farsi avanti. Non è semplice, mai: ci sono editor ai quali ho scritto per anni senza avere due righe di risposta. Ma insisto.
Come ho iniziato l’ho detto, se poi dopo tutto è più automatico, la risposta è: no. Dopo ventun anni di lavoro, ogni volta bisogna rimettersi in gioco, e andare in giro (virtualmente), mi si passi una citazione del mio amato Manzoni, a fare la questua delle noci. La questua delle noci ( = sapersi vendere, procurarsi nuovi incarichi) è quanto di più alieno ci sia dal mio carattere. Ma si impara. Ci si adatta. O ci si estingue (Darwin).

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

Anche questo un po’ l’ho già detto. A volte mi vengono proposti testi che si ritengono adatti alle mie competenze e alle mie capacità, altre volte no. Va bene lo stesso. I testi che propongo io li scelgo in base ai miei gusti (ovvero, devo ritenere che valga la pena tradurli e pubblicarli in Italia), ma anche cercando di proporre il testo giusto all’editore giusto (dopo le indagini di cui sopra). A volte significa leggere, o almeno sfogliare, decine di libri al mese. Conoscere l’autore aiuta, a livello personale sempre, ma adesso ormai mi interessa quasi di più un altro livello, quello “commerciale”. Vale a dire, la conoscenza dell’autore diventa un punto di forza se il suddetto, o la suddetta, ha molta forza contrattuale e voglia di spenderla per te. Questo, in certi casi, ti permette di lavorare non “molto meglio”: di più. Ma sono casi rari.

Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata? Ti è mai capitato di sforare questi limiti?

Preparo un piano, una scaletta, certo, ma tanto salta sempre tutto. E salta sempre perché il freelance, nei limiti delle umane possibilità, è costretto ad accettare tutto, o quasi, quello che gli viene proposto. Con i compensi che abbiamo, o si fa così o anche il pane con la cipolla tocca mangiarlo un giorno sì e uno no. La A di “adultera” era la lettera scarlatta, il marchio d’infamia di Hester Prynne: per noi è la F di “freelance”. Quasi sempre si lavora non a uno, ma a due, tre, quattro progetti insieme. E ogni tanto bisogna pur dormire. Le date di consegna, di conseguenza, sono sempre un po’ trattabili. Cioè slittano di qualche giorno. O possono farlo. Ma a volte no (e bisogna imparare a riconoscere quelle volte). Se si agisce con correttezza (facendolo presente per tempo, e mostrandosi onesti), c’è un piccolo margine da sfruttare per far quadrare i conti col Tempo (la maiuscola è voluta). Basta non esagerare (lo diceva anche Calvino quando lavorava da Einaudi). Una volta ho esagerato – non per malafede, diciamo per ingenuità (ero poco più che ragazzo) – e sono stato, come meritavo, punito.

Parliamo  della traduzione di I mastini di Dallas di Peter Gent, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Un testo molto difficile per molti versi, non solo da un punto di vista tecnico, accompagnato anche da un’aura maledetta, o per lo meno di denuncia dei mali contemporanei dello sport, e della società americana più in generale. Alla sua uscita nel 1973, creò un vero e proprio caso, e fu anche portato sullo schermo nel 1979 da Ted Kotcheff, con Nick Nolte come protagonista. Dopo tutti questi anni solo oggi possiamo leggerne in Italia la versione in italiano. Il football americano è certo uno sport molto più violento e usurante del nostro calcio, ma molti meccanismi possono essere simili. Tutto ciò ha influenzato il tuo lavoro? Quale è stata la parte di più difficile, quella più affascinante?

“North Dallas Forty” è del 1973. Allora, l’esperimento – più o meno sentito, più o meno in buona fede – degli anni Sessanta, l’estate dell’amore, il tentativo di fare prevalere le ragioni della collettività su quelle dell’individuo, non solo era passato: era fallito. Da ora in poi, ognuno per sé. Arricchirsi, “vincere”, superare il tuo vicino, togliergli il posto in squadra, la donna, il futuro. Una cosa mostruosa, violenta, feroce. Scrittori come Hunter S. Thompson l’avevano capito subito: si legga, per esempio, il suo “The Kentucky Derby Is Decadent and Depraved” (1971), e soprattutto se ne guardino le splendide illustrazioni (di Ralph Steadman). Gent, di questo cambiamento epocale, se ne rende conto “quasi” subito, e ne parla usando una squadra di football come metafora della società in generale, ma lo fa benissimo. Nel libro c’è il grottesco e c’è la tragedia (nel senso più alto e classico del termine), nel film soprattutto il grottesco (io preferisco il libro, ma voglio bene a Nick Nolte). Ed è questa tragedia – che è una tragedia anche dell’ipocrisia che sottende molto sport americano; direi, però, soprattutto il baseball (o almeno sembra ipocrisia a noi; basta andare a vedere una partita negli USA e si torna bambini, e si crede perfino alla panzana sul disinteresse dei giocatori per il dio denaro) – la resa di questa tragedia, la vera sfida. Quel sentirsi all’improvviso niente più che un pezzo dell’equipaggiamento della squadra, un oggetto, una cosa, che interessa solo finché produce risultati, e quindi reddito, e si piega a certe logiche – che del resto, almeno per il momento, sono invincibili. A me è interessato questo.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena consegnato un grosso libro, sto iniziando a lavorare a un bel progetto con persone che mi piacciono, cerco di far tradurre (da me) un libro splendido, ritradurre (sempre da me, ovvio: è fuori catalogo da anni, purtroppo e per fortuna) un libro meraviglioso [si noti come non vengono svelati i titoli: è un mondo senza pietà, né fiducia], ma soprattutto è iniziata… la questua delle noci.

Grazie della tua disponibilità, sono sicura che quanto da te detto sarà utile a molti che si avvicinano alla tua professione, magari scoraggiati dalle mille difficoltà. Vedere che qualcuno ha trasformato la sua passione in lavoro è un ottimo punto di partenza.

Grazie a voi. Temo di essere sembrato negativo e pessimista (nell’ambiente, svelo un segreto, qualcuno mi chiama “Mr Sunshine”), ma non è così. Tornassi indietro farei esattamente le stesse cose. Non esiste lavoro più bello. È cruciale, tuttavia, essere consapevoli di quello che ci aspetta. Chi cerca denaro, tempo libero, soddisfazioni di un certo tipo, visibilità, glamour, beh, scelga un altro mestiere. La traduzione è un’amante esigente. Prende più di quello che dà (in senso quantitativo). Non è un maglione che si mette e si toglie, è più una seconda pelle. Non la lasci mai, ti sta sempre addosso. A volte ti sembra di essere solo, e che solo i colleghi possano capirti. Beh, a volte è davvero così. E la domanda del neofita (per dire una stupidaggine) non è “dove ti vedi tra cinque anni”, ma “dove ti vedi tra venticinque”. Per molti (per me lo è stata) la risposta è “sempre qui, sempre così”. Siete pronti? Sì? Allora andrà tutto bene.

:: La figlia del boia, Oliver Pötzsch, (Beat, 2012) a cura di Elena Romanello

1 febbraio 2014 by

la_figlia_del_boia_1Tra i generi che vanno di più al momento c’è il giallo storico, con come ambientazioni predilette il Medio Evo o la Londra vittoriana, l’epoca in cui nacque il giallo come genere letterario, ma che ogni tanto può spaziare su altri momenti e luoghi, a raccontare storie lontane nel tempo ma con motivazioni alla fine non dissimili da quelle che muovono gli animi degli esseri umani oggi.
Tra i tanti titoli che sono usciti spicca, per l’epoca non tanto praticata, La figlia del boia di Oliver Pötzsch, prima di una serie di storie ambientate nella Germania del Seicento, dopo la conclusione della guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa, facendo nascere gli Stati nazionali moderni e dando un primo colpo ad un fondamentalismo religioso ancora presente, e che aveva ispirato le guerre di religione e la caccia alle streghe.
Il protagonista e investigatore di questa storia è Jacob Kuisl, il boia della cittadina di Schongau, all’epoca di una certa importanza, un uomo che per autorità della legge deve infliggere tormenti e morte, ma capace di umanità e diviso verso quella modernità che pian piano, almeno qui in Europa, renderà obsoleto il suo lavoro. Jacob non crede alla colpevolezza della levatrice Martha, detentrice di un sapere al femminile che la pone ancora in odore di stregoneria e sospettata della morte di alcuni bambini, e decide di aiutarla a dimostrare la sua innocenza, anche perché a lei deve la vita di sua moglie e dei suoi figli, come praticamente tutti gli uomini della cittadina.
Jakob, non un sanguinario assassino e nemmeno un freddo esecutore come saranno i boia in epoche più vicine a noi, è un uomo di scienza aperto alle possibilità della modernità, e sarà affiancato, nella sua ricerca della verità, dal giovane medico Simon Fronwieser, che cerca di portare una concezione più moderna e scientifica della medicina, e dalla figlia Magdalena, una femminista ante litteram che non accetta il ruolo preordinato di figlia di un boia, che comporta compiti e limitazioni e un destino praticamente deciso.
La figlia del boia è un thriller storico pieno di colpi di scena e di false piste, che rappresenta in pieno l’ingresso nella modernità di un’epoca in cui si crede ancora alle streghe, ma in cui in realtà i delitti sono commessi per motivazioni molto più terra terra e moderne, cambiando pochi elementi potrebbe essere una storia di speculazione edilizia di oggi.
Il mondo descritto da Oliver Pötzsch, discendente dalla famiglia dei boia di Schongau, è lontano da noi ma a tratti vicino, e rispecchia ancora una volta come il compito della narrativa gialla, storica o meno, sia di portare alla ricerca di una verità ma anche di far riflettere sulle contraddizioni e isterie di una società. O almeno, questo dovrebbe succedere nella buona letteratura gialla, e La figlia del boia lo è. Traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli.

Oliver Pötzsch è nato nel 1970 e vive a Monaco di Baviera con la sua famiglia. Ha lavorato a lungo come sceneggiatore per la televisione tedesca ed è un discendente dei Kuisl, la dinastia di boia a cui appartiene anche il protagonista del suo romanzo, realmente esistita e che ha svolto il mestiere per 300 anni.

:: Storia di una professoressa, Vauro Senesi, (Piemme, 2013) a cura di Elena Romanello

31 gennaio 2014 by

professoressaGli insegnanti oggi nel nostro Paese vengono spesso accusati di essere la causa di tutti i mali, disprezzati, precarizzati sotto la scure dei tagli: per questo motivo il libro Storia di una professoressa, di Vauro Senesi, più noto come vignettista ma da qualche tempo anche scrittore, merita una lettura, per capire l’importanza di una figura fondamentale.
L’eroina di questa vicenda, raccontata come un romanzo ma reale, è Ester, una professoressa, che incontriamo nel prologo quando non più giovanissima si indigna per il menefreghismo di un ragazzo durante la proiezione di un documentario sulla Shoah, e poi scopriamo a ritroso, dall’infanzia come scolara dalle Orsoline negli anni Sessanta alla giovinezza tra amore e impegno sociale con il prete di borgata don Carlo, dal matrimonio con Giovanni, il grande amore della sua vita, alla sua carriera come insegnante, dalla sua maternità per un bambino adottato difficile fino ad oggi ed oltre.
Mentre Ester cresce, si appassiona e prova a cambiare il mondo, sullo sfondo scorrono gli ultimi cinquant’anni della Storia del nostro Paese, la contestazione degli anni Sessanta, Piazza Fontana, le rivendicazioni sociali e sindacali degli anni Settanta, non ultime quelle sull’istruzione ispirate da don Milani, il femmnismo, gli anni di piombo, l’edonismo anni Ottanta, l’ultimo ventennio con i tagli alla scuola.
Ester è un personaggio che non si dimentica, figlia di un’epoca in cui le istituzioni, scuola e famiglia, ti opprimevano, ma dove si potevano avere sogni e aspirazioni, si poteva credere in un mondo migliore, si poteva provare a fare qualcosa e tutto questo non era visto come qualcosa da poveri illusi come capita oggi. Un’eroina moderna questa di Vauro, che sceglie un lavoro nel sociale, occupandosi dei più giovani fin da ragazza nel doposcuola di don Carlo, e che vive la sua vita tra gioie e dolori, tra la sua storia, comunque esemplare, e la grande Storia.
Storia di una professoressa è un libro che toccherà e magari commuoverà chi ha vissuto in quegli anni, cercando di non dimenticare quei valori malgrado tutto quello che c’è stato dopo o forse anche per reazione, ma è una storia che dovrebbe leggere anche chi non era ancora nato o era troppo giovane per vivere quell’epoca da protagonista come Ester.
E se non altro, Storia di una professoressa può aiutare a far capire quanto sono importanti gli insegnanti, soprattutto quando vanno oltre la cosa, peraltro legittima, di doversi guadagnare lo stipendio, e trasmettono cultura e qualcosa di più ai ragazzini che hanno di fronte. Come fa Ester per tutta la sua vita, e come hanno fatto e continuano a fare tanti altri e altre.

Vauro Senesi è nato a Pistoia nel 1955. Disegnatore e autore satirico, giornalista, scrittore, collabora stabilmente con Il Fatto Quotidiano e con la trasmissione televisiva Servizio Pubblico. Con Piemme ha pubblicato con successo Kualid che non riusciva a sognare (Premio Città di Cuneo), Il mago del vento, La scatola dei calzini perduti (Premio selezione Bancarella 2010), Farabutto, Sciacalli, Il respiro del cane e Storia di una professoressa.

:: L’oste dell’ultima ora, Valerio Massimo Manfredi (Wingsbert House, 2013) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2014 by

LOSTE DELLULTIMA ORAL’oste dell’ultima ora, edito da Wingsbert House  nella collana Wine-book, (è acquistabile sia come un normale volume che insieme a dello Chardonnay in una apposita confezione) e pubblicato in accordo con Grandi & Associati, è un libretto a dire il vero assai sottile, che contiene un racconto lungo, di uno dei più celebri autori italiani di romanzi storici, Valerio Massimo Manfredi, e ci porta per mano nella Palestina dei tempi di Gesù di Nazareth, facendoci conoscere un personaggio piuttosto defilato della Storia, che la fantasia di Manfredi trasfigura, arrivando a dargli un nome, Baruch ben Gad, e connotazioni precise, quasi uscisse da un aneddoto contenuto in uno dei tanti Vangeli Apocrifi, ai quali non so in quale misura l’autore si sia ispirato.
La brevità del testo, accompagnata dallo stile semplice e essenziale, ci riporta proprio allo stile delle parabole evangeliche, e per quanto ho potuto capire io, non sono una teologa, non ci sono parti che possano provocare discussioni dottrinali. La figura di Gesù è quasi sullo sfondo, (i personaggi si rivolgono a lui con il termine predicatore, tutt’al più Maestro), come la figura di Maria, sua madre, che appare brevemente durante le nozze di Cana e annuncia sottovoce al figlio che il vino è finito.
Figure discrete, quella di Gesù velata di una bonaria ironia, che lasciano al centro della scena appunto, Baruch ben Gad, l’oste delle nozze di Cana, l’oste dell’ultima ora, come appunto viene chiamato dagli apostoli e da Gesù, (a cui offre del vino e del cibo, durante il loro primo incontro), lo stesso che consegnerà anche il vino per l’ultima cena a Gerusalemme.
Cuore di questo racconto è che i giusti compiono azioni generose e spontanee senza volere niente in cambio, Gesù stesso nel compiere il suo primo miracolo trasformando l’ acqua in vino, sembra ricordarsi e ricompensare il gesto di generosità dell’oste, che appunto aveva donato vino e cibo a lui e agli apostoli, rendendo in un certo modo giustizia ad una buona azione. Una storia semplice, con sullo sfondo la Storia, l’occupazione romana della Palestina, la povertà diffusa, un cenno di critica sociale fa dire a Baruch che la colpa della povertà non è tanto dei romani, quanto degli stessi locali, che accaparrano e non dividono ricchezze e proprietà.
Poi altro tema è il vino, che farà da tema conduttore a tutta la collana Wine-book, che appunto L’oste dell’ultima ora inaugura. Baruch, contadino senza terra, marinaio di ventura, imparerà i segreti della coltivazione dei vigneti, da un samaritano, (celebre il disprezzo dei giudei nei confronti degli abitanti della Samaria) che diventerà suo amico, socio d’affari, figura paterna di riferimento, suo erede. Originale senz’altro unire letteratura e prodotti eno-gastronomici, la Wingsbert House è una celebre azienda agricola emiliana che produce vini e aceti balsamici,  portando avanti un discorso di eco-sostenibilità, e coniando il termine di bioeditoria. In un periodo di crisi, forse questo è il futuro.

Valerio Massimo Manfredi inaugura la collana di Wingsbert House dedicata ai grandi narratori di ieri e di oggi che raccontano il vino, le sue storie, la sua filosofia. Archeologo di formazione, Manfredi è uno degli scrittori italiani più letti e amati nel mondo. È anche sceneggiatore per il cinema e conduttore televisivo. Il suo ultimo romanzo, Il mio nome è Nessuno. Il ritorno (Mondadori) è uscito nel settembre 2013.

:: La verità sul caso Harry Quebert, Joel Dicker, (Bompiani, 2013) a cura di Stefano Di Marino

29 gennaio 2014 by

4527328_0 Lo ammetto. Quando, diversi mesi fa, le librerie si sono riempite del romanzo ‘La verità sul caso Harry Quebert’ di Joel Dicker pubblicato da Bompiani e pubblicizzato persino nei metrò come un libro mozzafiato da cui era impossibile staccarsi, ho avuto alcune perplessità. Diversi amici e colleghi me ne parlarono benissimo ma… in realtà non erano giallisti e il marchio editoriale non mi pareva specializzato. Perciò qualche legittima riserva l’avevo, e anche il sospetto che si trattasse di qualche polpettone pseudointellettuale appena tinto di giallo. Il prezzo poi non era trai più invitanti (benché a dire il vero si tratti di 700 pagine di romanzo). Però lui restava sempre lì, a occhieggiare nelle librerie come a sfidarmi. Sono passati diversi mesi e l’ho trovato in una edizione praticamente identica all’originale in un club del libro a un prezzo più che conveniente. E allora, ho detto, accettiamo la sfida. E qui devo ammettere di dovermi ricredere su tutto. ‘La verità sul caso Harry Quebert’ non solo è un ‘page-turner’ che mi sono divorato in meno di una settimana, ma riesce nell’intento che sfugge alla maggior parte dei romanzi di questi tempi. Essere un thriller impeccabile con una continua evoluzione dei fatti sino a una conclusione inaspettata e al tempo stesso essere un grande romanzo che ci parla anche di altro. Nella fattispecie di argomenti a me cari. La scrittura, l’essenza di ciò che significa essere uomini e romanzieri, la boxe, l’amicizia, l’amore, la vita insomma senza che tutto questo appesantisca la vicenda con divagazioni inutilmente intellettualoidi.
Il fil rouge della vicenda è tutto sommato semplice e non nuovissimo, ma, come spesso dicevamo, non è il cosa ma il come si racconta una vicenda che fa la differenza. Tutto ruota intorno all’omicidio di una quindicenne, Nola, assassinata nel 1975 in un paesino della costa orientale americana, non lontanissimo da New York. Il corpo, ritrovato casualmente solo nel 2008, rivela però una serie di sconcertanti rivelazioni. Accanto al cadavere in una busta c’è l’originale di un manoscritto di un celebre scrittore, Harry Quebert, proprietario della tenuta. Persino la dedica affettuosa alla ragazza sembra una prova contro l’uomo che ormai ultrasessantenne viene incriminato. Non solo è accusato di aver ucciso la ragazza, ma appare evidente che con lei aveva una relazione chiaramente proibita considerata la differenza d’età, e a quel punto tocca a Marcus Goldman, giovane scrittore di talento in crisi di fronte alla consegna del secondo libro, allievo di Harry, amico, compagno di allenamenti pugilistici universitari che, più dell’agone sono parafrasi della vita, battersi per scagionare l’amico e mentore. E al tempo stesso scrivere quel libro che l’editore lo pressa per consegnare sfuggendo alla tentazione di trasformarlo in una storia torbida di facile vendibilità ma avvilente sotto il profilo umano. Da qui emergono, con un abile incastro di sovrapposizioni temporali condotte però in maniera chiara e mai confusa, i segreti della cittadina di Aurora. Insomma una sorta di ‘Twin Peaks’ che incontra ‘Peyton Place’. Ma tutto è veramente congeniato al millimetro, ogni capitolo (che segue un’inversa numerazioni di regole sulla scrittura che il professor Harry ha lasciato al giovane studente Marcus) introduce colpi di scena, capovolgimenti di fronte, nuove rivelazioni che portano il mistero con intelligenza sino all’ultima pagina, parallelamente la vicenda umana dei personaggi primi tra tutti Marcus e Harry, sempre in bilico tra genio e velleità. Scrivere, come boxare, richiede sincerità, passione, capacità di superare quell’istintiva tentazione di mistificare se stessi che, come accade al giovane Marcus, spingono a diffondere di sé l’immagine di ‘Formidabile’ vaso di ferro tra vasi di coccio. Come la boxe occorre sapersi mettere in gioco davvero, magari perdere. Una lettura consigliata a chi ama i gialli, ma anche semplicemente i romanzi di formazione, le storie che parlano di umanità e quelle che a dispetto di ogni moda editoriale, schivano la tendenza del momento. Perché anche questa è una delle trappole dell’editoria. È anche curioso che una storia che ha vaghissime ma innegabili echi fitzgeraldiane e, alla fine racconti ‘il grande romanzo americano’, sia narrata da uno scrittore svizzero e venga dalla Francia. Ma questo è solo uno dei tanti tasselli che rendono così avvincente la lettura.

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Les derniers jours de nos pères, ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010. La verità sul caso Harry Quebert ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012, ed è in corso di traduzione in oltre 25 paesi.

:: Un’ intervista con Enrico Astolfi

29 gennaio 2014 by

1186149_1424848757731572_575811040_nCiao Enrico, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Parlaci di te, racconta ai nostri lettori qualcosa della tua vita, dei tuoi studi, dei tuoi hobby, della tua passione per la lettura.

Prima di tutto vorrei ringraziare Liberi di scrivere per l’intervista, è la prima e non nascondo di essere emozionato. Parlando di me. Mi sono laureato come tecnico della comunicazione audiovisiva e multimediale presso l’Università di lettere di Ferrara, per poi arrangiarmi lavorando come fattorino, operaio, lavapiatti, facchino ed in produzioni cinematografiche sia come runner che aiuto attrezzista per la scenografia. Dal 2008 al 15 Gennaio 2014 ho prestato servizio in una cooperativa come operatore sociale in un centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Ora sono un neo-disoccupato.
Nel tempo libero, gioco a calcio, alleno i portieri di una fortissima squadra di calcetto composta da bambini provenienti da campi rom o occupazioni, e quelli dell’Atletico San Lorenzo, compagine militante in terza categoria, società totalmente finanziata dalle varie realtà del quartiere e dai propri soci. Sono un appassionato degli sport da combattimento, mi alleno nelle MMA.
Leggo parecchio. Non ho un genere preferito anche se ho un debole per la letteratura latino-americana, per autori come Osvaldo Soriano, Mario Benedetti, Julio Cortazar,Galeano, Bolano e molti altri. Diciamo che passo molto tempo immerso nelle storie altrui.

Pensavi da giovanissimo che avresti potuto fare della scrittura una professione? E’ questa la tua attuale aspirazione? Pensi che in Italia, nell’attuale congiuntura economica, un giovane possa guadagnarsi da vivere tramite la scrittura?

Da giovanissimo speravo di giocare nella Spal in serie A.
Da grande ho sempre lavorato in altri settori, non ho mai guadagnato molto con la scrittura.  Sinceramente, anche adesso, non riesco a concepirla come unica attività della mia vita. Certo mi piacerebbe riuscire a mantenermi con i romanzi e le sceneggiature, ma, sinceramente, rimane un sogno, un’illusione, forse un miraggio, come quello di difendere la porta della mia squadra del cuore nella massima divisione italiana.

Casilina Ultima fermata è il tuo quarto romanzo. Sei già l’autore di Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara), Eri tutto lungo (con il collettivo Alba Cienfuegos, Line Bn, 2008, Ferrara), La ballata del Tocororo (con Lorenzo Mazzoni, Linea Bn, 2009, Ferrara). Come è nato questo romanzo?

Considero Casilina Ultima fermata il mio romanzo d’esordio.
Palude è una raccolta di racconti,  Eri tutto lungo e La ballata del Tocororo sono lavori che ho condiviso con altre persone.
Casilina Ultima fermata è nato dall’esigenza di raccontare una storia che ho raccolto per il quartiere, al Pigneto. Sono partito da un aneddoto e su quello ho costruito l’apparato narrativo che regge il romanzo. C’è molta realtà in quello che descrivo, personaggi, situazioni, colori, ho voluto rendere visibile una Roma che non è la solita Roma patinata da cartolina. Questa città ha seri problemi, nel libro se ne parla, ma non sono io, scrittore demiurgo, a proporre soluzioni, a dettar condizioni, a professare, ho lasciato spazio, campo libero, ai personaggi stessi, sono loro che si esprimono, che vivono, che combattono contro il degrado, che spacciano, che ammazzano o amano. Il romanzo, quindi, nasce dall’idea di raccontare un anfratto di questa megalopoli, ma con l’idea che siano sempre i protagonisti della storia a farlo, non io.
Se venite da queste parti, sono sicuro che riconoscerete quel vasto assortimento umano che popola le pagine del romanzo. Ritroverete i personaggi, forse in una battuta, in un gesto, in un lamento o in un’immagine. Questo poi dipenderà da voi.

Originariamente si doveva intitolare Occhi, poi avete scelto Casilina Ultima Fermata. Un omaggio a Ultima fermata a Brooklyn di Hubert Selby Jr?

Il titolo Occhi piaceva solo a me. Mi son battuto per mantenerlo, ma ho perso. Dalla Ponte Sisto mi han detto che avrebbero preferito qualcosa di più cupo, legato al territorio, che fosse più funzionale e legato al genere.
Adesso posso dire che la scelta di Casilina Ultima fermata sia stata assolutamente vincente perchè,  il richiamo alla via consolare crea aspettative, c’è curiosità, senso d’appartenenza.
Ultima fermata a Brooklyn di  Hubert Selby Jr è un libro molto bello, ma non posso dire che il titolo venga dall’intenzione di omaggiare lo scrittore statunitense.

Edito da pochi mesi da un piccolo editore romano la Ponte Sisto, che comunque ha in catalogo autori come Vincenzo Ostuni, Casilina Ultima fermata ti ha dato comunque molte soddisfazioni. E’ già in ristampa. Un piccolo successo per un autore ai suoi esordi. Una piccola rivincita su quelli che ti dicevano scrivi opere più commerciali?

In due mesi abbiamo venduto più di seicento copie e, a detta di tutti, pare che sia un ottimo risultato per un esordiente. Inoltre mi sembra che l’ingranaggio stia ancora girando e che il libro continui a destare interesse quindi, spero vivamente, che continui ad essere letto. Certo, sono molto soddisfatto. Sono felice che la storia che ho raccontato stia piacendo, a volte mi arrivano messaggi di amici insonni che mi maledicono perchè non riescono a staccarsi dalle pagine. Per me è questa la gratificazione maggiore. Da un senso a quello che ho fatto ed è uno stimolo per continuare.
Per questo motivo non vivo questo momento come una rivincita, perchè sto scrivendo altro, perchè il mio stile, la mia voglia di raccontare prescinde da indicazioni esterne, dalla rigidità di un genere o di un pubblico. Io, adesso, mi sento libero e sereno. In Italia ci sono case editrici, di piccole e medie dimensioni, che propongono opere non commerciali di ottimo livello, io penso a loro.
C’è un mondo di professionisti che opera nell’editoria “minore” che ha voglia di fare, che pubblica storie ed autori interessanti e c’è anche un gran numero di librai coraggiosi che le supportano e le tengono in vita. Penso che la curiosità del lettore, che la voglia di scoprire qualcosa di diverso, di vivo sia l’alternativa alla grande distribuzione. Ed io, forse ingenuamente, ci credo.

La vera difficoltà che un autore incontra, quando vuole far conoscere la sua opera, è la mancanza di spazi dove fare presentazioni, la difficoltà nel trovare canali che promuovano il suo lavoro. Il tempo in libreria, in cui un libro è segnato come novità, è sempre più breve. Non tutti vanno in radio, in televisione, sui giornali. E molti autori di nicchia, con opere anche veramente valide e originali restano nell’ombra. Come pensi di ovviare a questa situazione stagnante dell’editoria italiana?

Ho fatto parecchie presentazioni in questi due mesi, quasi tutte in spazi occupati, manifestazioni alternative, centri sociali, librerie di quartiere. Sono stato molto fortunato perchè ovunque ho incontrato persone disponibili che non solo hanno organizzato un bel evento, ma hanno anche proposto il libro ad altri. Sono così entrato in un giro che mi ha permesso di portarlo in contesti nuovi e stimolanti. Ovvio la presenza fisica dell’opera nelle librerie è fondamentale per arrivare ad un pubblico più eterogeneo e composito, ma penso che sia altrettanto importante costruirsi un pubblico che ti segue con interesse. Per chi non ha i mezzi per affrontare interviste in Tv o alla radio o per arrivare ai quotidiani, il passa parola dei propri lettori è fondamentale e a, a volte, può fare miracoli.
Come dicevo prima, le piccole case editrici si danno da fare, organizzano manifestazioni, fiere, si ritrovano e pubblicizzano i loro prodotti. C’è la volontà comune e condivisa di emergere da questa situazione.
Io nel mio piccolo porto in giro il mio lavoro con molto entusiasmo e cerco di fare più presentazioni possibili.

Parliamo ora del romanzo. Una storia semplice, ambientata a Roma, una sorta di noir metropolitano, ma ricco di umanità, di personaggi che una volta avremmo potuto definire gente comune. Parlaci di Franco e Roy.

Sia Roy che Franco sono due personaggi reali.
Franco, il Grigio, è un delinquente di borgata che, appena uscito di galera per aver massacrato di botte una cassiera durante una rapina, cerca una nuova identità, di ricostruirsi una vita. Una volta fuori, però, trova il suo quartiere, la sua dimensione familiare, il suo quotidiano completamente stravolti e viene inghiottito in una dimensione parallela. Inevitabilmente deve costruirsi una nuova identità, darsi obbiettivi, e combattere.
Si muove tra realtà ed irrealtà, visioni pseudo religiose, ricordi, allucinazioni, sino al finale, sino al gesto estremo. Che ovviamente non racconto.
La storia di Roy invece è più dolce, più rassicurante e mi è servita per bilanciare, o forse per rimediare, all’esistenza di Franco. Infatti all’inizio, quando raccolsi la storia del Grigio, iniziai a scrivere solo di lui, era l’unico protagonista. M’addentrai nella sua follia con troppa disinvoltura e, inevitabilmente, rimasi intrappolato.
Per mesi non scrissi nulla, finché non incontrai il vero Roy Van Persie e come per magia mi sbloccai. Lui divenne il pretesto, la chiave di svolta.
Così lo gettai nelle pagine del romanzo e riuscii a terminare il lavoro in pochi mesi.
Roy Van Persie è un olandese innamorato dell’Italia, che ogni anno utilizza le due settimane di ferie per aiutare associazioni di volontariato che recuperano cani randagi. Ogni estate una città diversa, una nuova missione. Sotto al sole dei primi giorni di Agosto carica il suo furgone, lo riempie di materiale, poi si mette comodo e parte. Cosa gli succederà a Roma? Ovviamente, anche questo, non lo voglio svelare.

E’ un romanzo profondamente romano anche se tu sei un romano d’azione. Come hai costruito la tua Roma, con vie, piazze, quartieri, accenni dialettali?

Ho costruito la mia Roma, passeggiando, stando molto per strada, lavorando, prendendo i trasporti pubblici, fermandomi nei bar, facendo nottate nei locali, conoscendo i personaggi più svariati.
A molti romani è piaciuta questa frase:“Sai qual è la verità? La verità è che non è cambiato niente. Tutti a dire questo è peggio, che una volta era meglio, che le cose funzionavano. Che si stava meglio quando si stava peggio. Non è vero. Credimi. Questa città è sempre uguale e sarà sempre uguale, e sai perché? Perché non sono i romani che fanno Roma. È Roma a fare i romani. E ti posso dire una cosa: Roma i romani li tiene per le palle”
Ecco, posso, dire che sia successa la stessa cosa anche a me, che sia stata la città a fare tutto, ad aiutarmi a costruire personaggi, dialoghi, situazioni, io semplicemente, ho ascoltato, visto e trascritto.
E mi piace farlo, perchè è come vivere più vite, aprirsi altre prospettive,e inevitabilmente essere più liberi.

Grazie Enrico della tua disponibilità, l’intervista è finita, nel salutarti mi piacerebbe chiederti se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro.

Anche se non ho fretta diciamo che il primo obbiettivo e trovare a breve un altro lavoro.
Per quanto riguarda Enrico e la scrittura, sto lavorando ad un romanzo nuovo, ho già scritto parecchie pagine, e posso dire che mi sta piacendo e divertendo moltissimo. Sempre storia romana, gran ritmo, personaggi spassosi e molti colpi di scena. Il tema principale è il pregiudizio, la domanda ricorrente “ fino a che punto ti spingeresti per avere potere?”
Inoltre ho avuto un paio di contatti da produttori cinematografici per la trasposizione di Casilina. Ultima fermata. Non ho ancora firmato nulla. Non nego che quando mi rilasso e magari chiudo gli occhi per fantasticare un poco, me li vedo, Franco e Roy, sul grande schermo, che si sfiorano e combattono la loro battaglia. Sarebbe un gran bel film. Ma non dipende solo da me.

:: L’ebreo che ride, Moni Ovadia, (Einaudi, 2008) a cura di Serena Bertogliatti

28 gennaio 2014 by

ovadiaDio ride.
Ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi.

Ci sono molti modi di raccontare una barzelletta. Tra i tanti, il ricorso allo stereotipo rappresenta la via più comoda, semplificando al massimo gli elementi per assicurare un effetto immediato, scevro da dubbi, non intralciato da complicazioni che facciano scemare il climax – e questo la storia del popolo ebraico lo sa bene.
Eppure, è proprio la via dello stereotipo quella che Ovadia sceglie per narrare, in un libro che è a metà tra saggio e raccolta di aneddoti, la storia culturale del popolo ebraico (specialmente di quello yiddish, la manifestazione tedesco-slava della diaspora ebraica). Eppure, è proprio la via dello stereotipo che gli permette di guardare a questa cultura dall’interno, riportando quei Witze (“storiella umoristica ebraica”) con cui l’ebraismo prende in giro se stesso e, quindi, il proprio Dio (o forse il contrario?). E così, dopo aver assistito a un pogrom, un ebreo può lamentarsi con il proprio Dio:

«D’accordo, d’accordo, è perché siamo il popolo eletto! Ma senti! Ogni tanto non potresti eleggere qualcun altro e lasciarci un po’ in pace?»

Una barzelletta può stigmatizzare, ma mille barzellette possono far traballare lo stereotipo. Basta entrare completamente nei cliché, anziché usarli per creare distanze, e poi, una volta all’interno, parlarne e parlarne finché la fragilità di quella semplicistica rappresentazione non si rivela, rivelando così anche cosa si nasconda al di sotto, da quale fatto reale si sia partiti per giungere alla generalizzazione.
Questo fa Ovadia, che vede nell’ironia di stampo ebraico un antidoto all’idolatria. Ogni rilettura è necessariamente parziale, e Ovadia non fa eccezione, Ovadia che sottolinea quel “necessariamente”, vedendo nella Torah la Verità da indagare, ma credendo anche che quella Verità non sia mai perfettamente raggiungibile, costringendo quindi a un continuo dibattito, un continuo confrontare le proprie soggettive verità – quel che si ritrova nel Talmud e si dovrebbe ritrovare, si auspica l’autore, in ogni comunità ebraica. In tal senso Ovadia è parziale, in quanto sprona – ebrei e non – a una fluidità di pensiero, riconoscendo nel popolo ebraico, con la sua diaspora, quel popolo che la storia ha posto in condizione di dover comprendere l’Altro, anziché stigmatizzarlo, essendo stato il popolo ebraico così spesso l’Altro d’Europa.
Il libro inizia, dopo un capitolo dedicato all’“umorismo divino”, proprio in Europa, in quella cultura yiddish che ha dato vita ai Witze che intervallano la narrazione dell’autore. Ci fa entrare nello shtetl, la “cittadina ebraica”, microcosmo di cui ci presenta le figure tipiche: dal rabbino al suo shammes (scaccino/sagrestano), dal sensale di matrimoni (shadkhen) al povero strutturale alla comunità (shnorrer).
Lo shtetl non sopravviverà alle guerre del ventesimo secolo, ma l’ironia sì. E così, Ovadia ci accompagna fino al penultimo respiro della cultura yiddish europea, in quella Germania in cui gli ebrei si erano ormai integrati – in quel peculiare modo, diviso tra due identità, ebraica e tedesca – e che, durante il nazismo, si rivolta loro contro. Senza remore, i Witze continuano a dissacrare ebrei e nazisti, ma Ovadia qui si ferma, a un passo dalla fine della Seconda Guerra, dando un limite a quell’ironia che limiti non ha:

Il witz ebraico dal canto suo non si sarebbe arreso neppure all’orrore ma raccontare quelle storielle è «privilegio» e prerogativa per cui non ho titoli.

L’ultima parte del libro tratta un ebraismo più noto della specificità dello shtetl, parlandoci di quella cultura americano-ebraica in cui inciampamo in film e telefilm. Si ha così l’entrata dell’ironia ebraica nella Goldene Medine, la “patria d’oro”, prima come povero popolo migrante e poi come cultura sempre più integrata, ma sempre inesorabilmente se stessa. E così, per quanto “americanizzata”, l’ebraicità si ri-manifesta nella figura della yiddishe mame, la madre yiddish iper-protettiva che, a suon di alimentazione iper-trofica e sensi di colpa, crea questi figli ebrei morbosamente attaccati a lei che la fiction tanto volentieri restituisce.
Dagli Stati Uniti si passa all’altra parte della cortina, l’URSS, in cui la paradossale doppia condizione dell’ebreo prende ennesima forma: da una parte, l’ingerente apporto (nonché fiducia) che molti ebrei hanno dato al regime; dall’altra, il loro continuare a essere l’Altro.
Se questa dualità deriva dalla diaspora, come Ovadia dice, allora l’arrivo a Israele nel ventesimo secolo (ultimo capitolo) dovrebbe finalmente risolvere il problema. Ma, per Ovadia, tale condizione d’esule perenne è un problema sacro, in quanto impedisce all’ebreo di stigmatizzare, da minoranza, altre minoranze. La staticità geografica nasconde in seno il pericolo di una staticità mentale, e quindi di un ristagno intellettuale, spirituale, umano.
Per questo, forse, la necessità de L’ebreo che ride: per ricordare – a ebrei e non – le insidie di una vita fondata su certezze e assoluti.

Moni Ovadia nasce in Bulgaria nel 1946 per poi trasferirsi, giovanissimo, a Milano, dove si laurea in Scienze Politiche. Attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante, ha pubblicato diversi libri, tra cui Contro l’idolatria e Lavoratori di tutto il mondo, ridete.

:: Dovrei essere fumo, Patrick Fogli, (Piemme, 2014) a cura di Natalina S.

27 gennaio 2014 by

dovrei essere fumoRacconta, mi ha detto, se lo farai nessuno di noi sarà morto invano. Io non so se un racconto abbia questo potere e se le parole conservino la loro forza, dopo che sono state scritte e lette”.

Inizio dalla fine non per rovesciare una storia ma per renderle giustizia. La forza delle parole, se nate dal cuore, arriva, con lo stesso potere con cui sono state scritte. Giunge a cuori sensibili che non possono e non devono rimanere indifferenti al richiamo del ricordo e della commemorazione.
Scrivere e leggere di shoah non restituisce la vita ai 6 milioni di ebrei che l’hanno persa durante il genocidio nazista; non strappa alla memoria del tempo ciò che di terribile il genere umano ha causato.
Scrivere e leggere di shoah significa, prima di tutto, essere vicino a coloro che sono sopravvissuti per non farli sentire, ancora una volta, SOLI, legittimando ciò che è stato. È un modo per illuminare quelle notti da cui, puntualmente, si svegliano in preda agli incubi e agli attacchi di panico. Significa aggiungere tasselli e non rischiare di essere orfani di un passato a noi ignoto. Significa trovare risposte.
Ed è per questo che, da qualche giorno, sono in compagnia di Alberto ed Emile, protagonisti principali dell’ultimo lavoro letterario di Patrick Fogli, “Dovrei essere fumo”, pubblicato per Piemme nella collana Open.
È come se avessi viaggiato sulle rotaie di un binario. Prima Alberto, poi Emile, poi ancora Alberto, poi Emile, e così fino alla fine. Fino al nodo che congiunge e snoda tutte le verità. Verità che hanno radici lontane ma non abbastanza per essere taciute, dimenticate, rivendicate. È attraverso un linguaggio necessario, mai pletorico, e un ritmo che solo nelle riflessioni lascia spazio al respiro, che Fogli ci conduce a chiudere il cerchio di esistenze che la Storia (l’uomo) o il buon Dio, se ne esiste uno, ha messo sulla stessa strada. Le storie nascondono altre storie, altre vite, altri passaggi, come l’esistenza di Alberto, di Emile e di tutti i personaggi che costellano il romanzo. Dovrei essere fumo intreccia sentimenti contrastanti dell’animo umano, come l’innocenza e la colpa, il perdono e la vendetta, la vita e la morte, in un equilibrio narrativo il cui unico scopo è cullare un gemito soffocato dal Male e restituire, almeno in parte, uno stralcio di vita ad un uno, tanti, molti ebrei da giustiziare, con la consapevolezza di chi sa che non sarà mai abbastanza ma sempre troppo, miseramente, poco.

Patrick Fogli: È nato a Bologna ed è ingegnere elettronico. Ospite al Festivaletteratura di Mantova, finalista al Premio Scerbanenco al Noir in Festival di Courmayeur, è considerato dalla critica uno degli scrittori più interessanti e originali della narrativa italiana di oggi. Per Piemme ha scritto Lentamente prima di morire – il cui protagonista, Gabriele Riccardi, torna anche ne La puntualità del destinoL’ultima estate di innocenza e i romanzi: Il tempo infranto, sulla strage alla stazione di Bologna, e Non voglio il silenzio, con Ferruccio Pinotti, sull’omicidio Borsellino e la trattativa Stato-mafia. Ha scritto con Stefano Incerti la sceneggiatura di Neve, il nuovo film del regista napoletano.

:: Un’intervista con Fatima Bhutto a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2014 by

F.Bhutto.Primo piano puroCredit by Amean JBenvenuta Fatima e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Non le farò domande sulla sua famiglia, (invito i lettori interessati a leggere il suo saggio biografico Canzoni di sangue), preferisco farle domande sul suo lavoro di scrittrice. L’ombra della Luna crescente (The Shadow of the Crescent Moon, 2013) è il suo primo romanzo, un’ opera di fantasia che rispecchia comunque la vita in Pakistan, specialmente dei giovani. Molto spesso la fantasia, ci aiuta a facolizzare anche meglio la realtà?

Penso che la narrativa sia davvero liberatoria. Ci permette di discutere argomenti che sarebbero altrimenti troppo spaventosi o troppo difficili da affrontare direttamente. Ti offre uno spazio libero da giudizi, e questo è davvero importante, specie quando stai trattando argomenti pesantemente politici, o soggetti delicati.

Cinque personaggi, due donne e tre uomini sono al centro della vicenda: Mina e Samarra,  Aman Erum, Sikandar e Hayat. Il mio personaggio maschile preferito è sicuramente Sikandar, molto diverso dall’idea che molti occidentali hanno degli uomini musulmani: è sensibile, idealista, ama teneramente la moglie accettando i suoi scatti di rabbia, le sue forse ingiuste recriminazioni (il dolore per la perdita del figlio è di entrambi). Come ha costruito questo personaggio così in opposizione con gli stereotipi correnti?

Anch’io provo una grande simpatia per Sikandar e la provo perché ci mostra che la paura è universale. Non si può sfuggirla, non importa quanto ci si impegni a provarci. Finché non risolvi la causa della tua paura, ne sei perseguitato. Gli uomini non sono più coraggiosi delle donne, non lo credo assolutamente, ma subiscono maggiori stigmatizzazioni quando si parla di paura. Devono nascondere la loro paura agli altri, ed anche a se stessi.

Oriente e occidente, due mondo così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

L’amore ci unisce, ed anche la compassione. Viviamo in un mondo incredibilmente interconnesso e se c’è una verità riguardo all’universo nella quale credo è questa – che siamo tutti connessi. Molte più cose ci uniscono di quante ci dividano. La paura ci allontana, ci impedisce di vedere che siamo tutti un’unica cosa.

La vicenda si snoda nell’arco di tre ore, dalle 9 a mezzogiorno di un venerdì di dicembre, un giorno di pioggia, primo giorno dell’Eid. Numerosi flash back dilatano il tempo, per poi contrarlo nei momenti di maggior pathos, quasi cristallizzandolo come in una goccia d’ambra. Oriente e occidente differiscono anche nella concezione e percezione che hanno del tempo. Era questo che voleva far emergere dal suo romanzo?

Assolutamente! Sei la prima giornalista ad accorgersene – è certamente vero che l’est e l’ovest hanno prospettive completamente diverse riguardo al tempo. Nell’occidente c’è un senso di importanza dato al tempo – alle otto ti svegli, alle dieci sei in ufficio, all’una pranzi alle sei vai a casa e non solo quello, ma anche nella vita. A diciotto anni lasci casa, a venticinque possiedi un appartamento, a trenta ti sposi e così via. Ma in oriente l’inazione è un movimento vitale quanto l’azione. L’oriente vede il tempo più come un viaggio, completamente separato da un ordine. C’è il caos nel viaggio – è una grande parte del viaggio, in effetti.

La giustizia, oltre alla libertà, e alla compassione, è un tema importante nel suo romanzo, Mira nella foresta accusa i talebani di essere ingiusti, accusa più profonda non poteva farla. Come ha reso con le parole questa necessità quasi vitale dell’uomo a qualunque latitudine abiti?

Mina lo personifica, questo desiderio di giustizia, non solo nel suo tener testa ai talebani, ma anche nel suo dolore e nella sua costante ricerca di una comunità che la comprenda e che condivida la sua perdita. Per me la giustizia è il cuore della politica e della società. È una necessità primaria ed una delle cose meravigliose della narrativa è stata mostrare quanto sia soggettiva. La giustizia per Mina può significare ingiustizia per qualcun altro – i risultati finali possono essere differenti, ma la ricerca è la stessa.

L’ombra della Luna crescente è un romanzo difficilmente classificabile: è un romanzo familiare, politico, generazionale, uno spaccato in grado di raffigurare le contraddizioni e l’ attualità del Pakistan contemporaneo, e nello stesso tempo capace di trasmettere tenerezza e poesia. Il suo essere anche poetessa, l’ha aiutata in questo?

Questa è una domanda interessantissima, ma una domanda alla quale non posso davvero rispondere perché immagino fosse il tono della storia! Voglio dire, non ne ero consapevole ma provavo una grande tenerezza per i personaggi e per il loro mondo e forse questa tenerezza traspare…

L’ombra della Luna crescente è un romanzo coraggioso, nel suo paese creerà sicuramente frizioni per le sue riflessioni, specialmente politiche. Come pensa di affrontare le eventuali critiche?

Quando tratti qualunque argomento politico delicato – e pare che quando un piccolo gruppo si sta difendendo dalle masse, tutto diventi delicato – ci saranno sempre attacchi e frizioni. Ma io credo che restare in silenzio su questi argomenti sia estremamente pericoloso, non parlarne apertamente. Sono pronta ad affrontare ciò che ne deriverà.

Non sceglie un percorso lineare, usa veli e disvelamenti repentini, improvvise rivelazioni, anche molto avanti nella narrazione, mi riferisco al motivo perché Mira si infiltra nei funerali di perfetti estranei, creando un senso di attesa e di mistero. Tutto ciò si ricollega alla concezione del tempo a cui ci riferivamo prima?

In parte sì, ma anche perché nella vita noi abbiamo a che fare in continuazione con questa tensione fra sapere e non sapere. Abbiamo ampi margini per la segretezza che cerchiamo sempre di controbilanciare col nostro bisogno di trasparenza. Perciò proprio come nella vita non si conoscerà mai il cuore del problema che disturba qualcuno il primo giorno che l’incontri, così nel romanzo devi viaggiare per qualche tempo con i personaggi prima che loro ti lascino entrare.

Aman Erum è il personaggio più fragile e in un certo senso discutibile, anche se lei non usa mai termini men che meno corretti nel tratteggiarlo. Vuole fuggire all’estero in cerca di stabilità economica e sicurezza, arriva a diventare informatore del colonnello Taric, l’uomo con la vera d’oro rosa, considerandosi un patriota, ma causando involontariamente l’arresto di Samarra con quello che ne consegue. Il padre ne disapprova le scelte, nel passo più commovente del libro, anche se lo nasconde nel tono di voce. Troverà un riscatto?

Spero di sì, davvero. Penso che tutti i personaggi nel romanzo stiano affrontando situazioni nelle quali il loro stesso paese li sta coinvolgendo. Stanno tutti lottando nel loro modo per trovare un po’ di giustizia, per trovare una qualche redenzione. Ma il romanzo parla anche molto di tradimento, e quanto ciascuno di noi deve tradire al fine di sopravvivere oggi nel mondo moderno…

Grazie della sua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendole di anticiparci i suoi progetti per il futuro? C’è un nuovo romanzo, in programma?

Grazie per le tue domande sentite e sensibili. È stato un piacere rispondere. Spero davvero molto di poter lavorare su altre storie in futuro, ed appena avrò finito col tour promozionale del libro, allora tornerò a lavorare sulla scrittura invece di parlare!

[Traduzione a cura di Davide Mana]

[Photo credits: Amean J]

English version here

:: I cani volano basso, Alek Popov, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2014 by

cani volano bassoTraduzione dal bulgaro di Sibylle Kirchbach

Ned e Ango Banov sono due fratelli bulgari. E fin qui tutto bene. Le loro vite sembrano trascorrere nella norma fino a quando un giorno dagli Stati Uniti d’America ricevono una misteriosa scatola nera, dentro alla quale sono custodite le ceneri del padre. L’uomo, un eminente docente matematico emigrato in America, con la passione per i numeri e per la bottiglia, è morto in modo misterioso. Popov compie un salto temporale di quindici anni e ci mostra, da una parte, il razionale e calcolatore Ned (Nedko in bulgaro) trasferitosi negli U.S.A. dove si è affermato come uomo di successo a Wall Street. Dall’altra parte, c’è il più impulsivo e squattrinato Ango (Angel all’anagrafe) che,  messa da parte la non proprio eccellente carriera di editore e un matrimonio fallito, parte con la sua una Green Card per l’America, raggiungendo il fratello a New York,dove si manterrà portando a spasso i cani dei ricchi newyorkesi. Tutto procede nella monotona quotidianità di ogni metropoli, ma all’improvviso la vita dei due fratelli cambierà: Ned avrà una sorta di sogno-visione premonitore con il mitico broker Soros e sarà spedito per ragion lavorative nella terra natia – la Bulgaria-  dalla quale aveva desiderato tanto andarsene. Ango, rimasto solo a New York, si troverà invischiato in una faida tra band di dog-sitter e scoprirà la verità sulla morte del padre. I cani volano basso di Popov sembra una storia umoristica per il costante stile ironico e sagace che mantiene viva l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina, ma ad una riflessione post-lettura ci si accorge che è proprio grazie all’ironia che Popov riesce a compiere un’indagine nella realtà sociale nella quale i due fratelli vivono, mostrando quali sono le insidie e i pericoli presenti nel mondo capitalistico. Il sorriso è l’elemento che crea nel libro di Popov un’atmosfera divertente dove si evidenziano gli aspetti più grotteschi dell’umanità. Nel libro si alternano le vicende di Ned e Ango: dagli spuntini consumati nei cimiteri abbandonati in Bulgaria, alle multe newyorchesi per non aver raccolto gli escrementi dell’amico a quattro zampe, passando per incontri amorosi all’aperto con l’incombente arrivo delle forze dell’ordine sul più bello e misteriose pompe di benzina gestite da uomini con la saggezza d’altri tempi. In ogni situazione la comicità, il pericolo, la suspense e il dramma s’intersecano in perfetto equilibrio dimostrando come i due fratelli siano sì lontani fisicamente, ma empaticamente legati. Da queste strampalate e surreali avventure e visioni del mondo da due punti di vista diversi i “Banov brothers” usciranno spesso ammaccati, ma con una maggiore consapevolezza su quali siano i veri sentimenti che contano nella vita. La storia creata da Popov è una sorta di altalena che dall’alto si muove verso il basso e viceversa, in un’oscillazione tra povertà e fortuna che toccherà da vicino entrambi i protagonisti. La vicenda de I cani volano basso scorre via veloce in un rocambolesco turbine di eventi descritti dall’autore bulgaro con un sapiente tono umoristico, un espediente stilistico che gli serve per dimostrarci come Ned e Ango ad un certo punto della loro esistenza, quando sembrano non avere ben chiare le idee sul futuro,  saranno chiamati a fare i conti con il proprio passato. Non importa se la coppia Banov non ha chiaro da subito il modo in cui dovranno confrontarsi con il loro vissuto, perché Popov ci dimostra che prima o poi il faccia a faccia con quello che è avvenuto si manifesta e l’abilità sta solo nel capire (i fratelli lo fanno con coraggioso e simpatico eroismo) come affrontare l’avversario.

Alek Popov nasce a Sofia nel 1966, si laurea dapprima in Lingue e culture antiche, poi in Lingua e letteratura bulgara presso l’Università di Sofia. Pubblica la sua prima raccolta di racconti The Other Death nel 1992 e a questa seguiranno altre sei raccolte; il suo primo romanzo Mission: London, edito nel 2001 si basa sulle colorate impressioni raccolte nell’Ambasciata bulgara del Regno Unito ed è stato definito e lodato come il più divertente libro bulgaro contemporaneo per la sua sarcastica visione dell’élite dei diplomatici bulgari. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il National Radio’s Pavel Veshinov Award per il miglior racconto giallo; il Graviton Award per la miglior “science fiction novel”; il Raško Sugarev Award per il miglior racconto; il Prize Helicon per il miglior libro in prosa dell’anno; e di recente il National Prize for Drama Ivan Radoev.