:: L’ebreo che ride, Moni Ovadia, (Einaudi, 2008) a cura di Serena Bertogliatti

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ovadiaDio ride.
Ed essendosi sconsideratamente eletti come suo popolo, gli ebrei non possono che ridere di se stessi.

Ci sono molti modi di raccontare una barzelletta. Tra i tanti, il ricorso allo stereotipo rappresenta la via più comoda, semplificando al massimo gli elementi per assicurare un effetto immediato, scevro da dubbi, non intralciato da complicazioni che facciano scemare il climax – e questo la storia del popolo ebraico lo sa bene.
Eppure, è proprio la via dello stereotipo quella che Ovadia sceglie per narrare, in un libro che è a metà tra saggio e raccolta di aneddoti, la storia culturale del popolo ebraico (specialmente di quello yiddish, la manifestazione tedesco-slava della diaspora ebraica). Eppure, è proprio la via dello stereotipo che gli permette di guardare a questa cultura dall’interno, riportando quei Witze (“storiella umoristica ebraica”) con cui l’ebraismo prende in giro se stesso e, quindi, il proprio Dio (o forse il contrario?). E così, dopo aver assistito a un pogrom, un ebreo può lamentarsi con il proprio Dio:

«D’accordo, d’accordo, è perché siamo il popolo eletto! Ma senti! Ogni tanto non potresti eleggere qualcun altro e lasciarci un po’ in pace?»

Una barzelletta può stigmatizzare, ma mille barzellette possono far traballare lo stereotipo. Basta entrare completamente nei cliché, anziché usarli per creare distanze, e poi, una volta all’interno, parlarne e parlarne finché la fragilità di quella semplicistica rappresentazione non si rivela, rivelando così anche cosa si nasconda al di sotto, da quale fatto reale si sia partiti per giungere alla generalizzazione.
Questo fa Ovadia, che vede nell’ironia di stampo ebraico un antidoto all’idolatria. Ogni rilettura è necessariamente parziale, e Ovadia non fa eccezione, Ovadia che sottolinea quel “necessariamente”, vedendo nella Torah la Verità da indagare, ma credendo anche che quella Verità non sia mai perfettamente raggiungibile, costringendo quindi a un continuo dibattito, un continuo confrontare le proprie soggettive verità – quel che si ritrova nel Talmud e si dovrebbe ritrovare, si auspica l’autore, in ogni comunità ebraica. In tal senso Ovadia è parziale, in quanto sprona – ebrei e non – a una fluidità di pensiero, riconoscendo nel popolo ebraico, con la sua diaspora, quel popolo che la storia ha posto in condizione di dover comprendere l’Altro, anziché stigmatizzarlo, essendo stato il popolo ebraico così spesso l’Altro d’Europa.
Il libro inizia, dopo un capitolo dedicato all’“umorismo divino”, proprio in Europa, in quella cultura yiddish che ha dato vita ai Witze che intervallano la narrazione dell’autore. Ci fa entrare nello shtetl, la “cittadina ebraica”, microcosmo di cui ci presenta le figure tipiche: dal rabbino al suo shammes (scaccino/sagrestano), dal sensale di matrimoni (shadkhen) al povero strutturale alla comunità (shnorrer).
Lo shtetl non sopravviverà alle guerre del ventesimo secolo, ma l’ironia sì. E così, Ovadia ci accompagna fino al penultimo respiro della cultura yiddish europea, in quella Germania in cui gli ebrei si erano ormai integrati – in quel peculiare modo, diviso tra due identità, ebraica e tedesca – e che, durante il nazismo, si rivolta loro contro. Senza remore, i Witze continuano a dissacrare ebrei e nazisti, ma Ovadia qui si ferma, a un passo dalla fine della Seconda Guerra, dando un limite a quell’ironia che limiti non ha:

Il witz ebraico dal canto suo non si sarebbe arreso neppure all’orrore ma raccontare quelle storielle è «privilegio» e prerogativa per cui non ho titoli.

L’ultima parte del libro tratta un ebraismo più noto della specificità dello shtetl, parlandoci di quella cultura americano-ebraica in cui inciampamo in film e telefilm. Si ha così l’entrata dell’ironia ebraica nella Goldene Medine, la “patria d’oro”, prima come povero popolo migrante e poi come cultura sempre più integrata, ma sempre inesorabilmente se stessa. E così, per quanto “americanizzata”, l’ebraicità si ri-manifesta nella figura della yiddishe mame, la madre yiddish iper-protettiva che, a suon di alimentazione iper-trofica e sensi di colpa, crea questi figli ebrei morbosamente attaccati a lei che la fiction tanto volentieri restituisce.
Dagli Stati Uniti si passa all’altra parte della cortina, l’URSS, in cui la paradossale doppia condizione dell’ebreo prende ennesima forma: da una parte, l’ingerente apporto (nonché fiducia) che molti ebrei hanno dato al regime; dall’altra, il loro continuare a essere l’Altro.
Se questa dualità deriva dalla diaspora, come Ovadia dice, allora l’arrivo a Israele nel ventesimo secolo (ultimo capitolo) dovrebbe finalmente risolvere il problema. Ma, per Ovadia, tale condizione d’esule perenne è un problema sacro, in quanto impedisce all’ebreo di stigmatizzare, da minoranza, altre minoranze. La staticità geografica nasconde in seno il pericolo di una staticità mentale, e quindi di un ristagno intellettuale, spirituale, umano.
Per questo, forse, la necessità de L’ebreo che ride: per ricordare – a ebrei e non – le insidie di una vita fondata su certezze e assoluti.

Moni Ovadia nasce in Bulgaria nel 1946 per poi trasferirsi, giovanissimo, a Milano, dove si laurea in Scienze Politiche. Attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante, ha pubblicato diversi libri, tra cui Contro l’idolatria e Lavoratori di tutto il mondo, ridete.

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