:: Acheloo, Helga Di Giuseppe, Illustrazioni di Emanuele Carosi, (Scienze e lettere 2014) a cura di Viviana Filippini

25 marzo 2015 by

AAcheloo è una divinità fluviale presente nella mitologia greca, anzi è stata una delle più importanti divinità greche ed oggi corrisponde ad uno dei fiumi più lunghi della Grecia: l’ Aspropotamo. Va bene, ma chi era davvero Acheloo? A raccontarci la vita di questa mitica figura del passato ci pensa il volume Acheloo di Helga Di Giuseppe, edito da Scienze e Lettere. La casa editrice romana ha dato vita alla collana Monstra nella quale si occupa di tutte quelle divinità greche ibride caratterizzate da fattezze in parte umane e in parte animali. In questo volume è Acheloo, in prima persona, racconta al lettore quella che è stata la vicenda che lo ha portato al combattimento con Ercole. Secondo qualcuno, Acheloo era figlio di Oceano e Teti e secondo qualcun altro della Terra. Non solo, perché per gli autori antichi la divinità fluviale era anche il padre delle Ninfe, delle Sirene e di alcune fonti d’acqua. Acheloo era, e lo è ancora oggi, considerato il più potente dei corsi d’acqua che la gente temeva e venerava con il massimo rispetto. Come vuole la sua natura ibrida, Acheloo poteva trasformarsi a seconda delle situazioni e accanto ai tratti somatici umani poteva assumerne altri che  richiamavano il toro o un serpente. Con queste sembianze, nelle quali uomo e animale si mescolano, la mitica creatura affrontò tanti combattimenti, compreso quello contro Ercole, suo rivale in amore. Dopo un duro scontro, Acheloo, con un corno spezzato, accetterà la sconfitta e cederà ad Ercole il diritto di sposare la bella Deianira. Acheloo non si unirà alla sua amata, e non proverà nemmeno rancore verso Ercole per la sconfitta subita, perché il corno spezzato venne tramutato nella cornucopia (corno dell’abbondanza) colma di frutti della terra, che gli uomini poterono consumare per continuare a vivere. Acheloo, di Helga Di Giuseppe, come gli altri volumi che seguiranno, sono un’interessante iniziativa che permetterà ai piccoli- ma anche adulti- lettori odierni di riscoprire e mantenere in vita le storie della cultura Classica, scovando in esse valori utili ancora oggi. A rendere ancora più apprezzabile e visibile la storia di Acheloo ci pensano le colorate illustrazioni di Emanuele Carosi.

Helga Di Giuseppe è archeologa, esperta di cultura materiale di periodo repubblicano, imperiale e tardoantico. I suoi interessi di ricerca riguardano l’archeologia della produzione ceramica e tessile, l’archeologia del rito, la storia dell’insediamento urbano e rurale nei territori antichi e l’economia delle ville romane. Ha scavato a Roma, in Italia e all’estero. Ha pubblicato molti articoli scientifici, scritto e curato varie monografie e collane, tra cui, l’ultima, Monstra, dedicata ai più giovani. Il suo incontro con Acheloo è avvenuto in occasione del ritrovamento di una fattoria/villa nell’area dell’attuale Auditorium Parco della Musica di Roma. Da qui si è sviluppato un ampio studio che ha coinvolto vari contesti dell’Italia antica e ora, abbandonati momentaneamente i panni scientifici, è qui per restituire con fantasia e conoscenza.

Emanuele Carosi è grafico pubblicitario e illustratore. Da sempre coltiva la passione per il disegno. Collabora con la casa editrice Scienze e lettere per l’illustrazione e la progettazione grafica delle collane dedicate ai più giovani Terre incantate e Monstra, dove riversa tutto l’entusiasmo e la fantasia della sua giovane età. I suoi disegni, ispirati a fonti iconografiche antiche, sono realizzati e colorati a mano e, successivamente, ripresi al computer.

:: Un’intervista con Guillaume Zeller, autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945”

24 marzo 2015 by

9Guillaume Zeller, giornalista e caporedattore di DirectMatin.fr, è l’autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945“, di Éditions Tallandier, ancora inedito in Italia (N.d.i. nel 2016 è stato pubblicato in Italia da Piemme con il titolo di Block 262830, tradotto da Maria Moresco).
Ha gentilmente accettato la nostra intervsita e ci parlerà del suo libro. “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945” racconta una storia forse sconosciuta a molti, perduta tra le migliaia di storie di deportazione successe durante il corso della Seconda Guerra Mondiale. I 579 preti, religiosi e seminaristi cattolici, alla venuta del Reich e nell’Europa occupata, furono incarcerati dai nazisti nel campo di concentramento di Dachau (vicino Monaco) tra il 1938 e il 1945. Alcuni sono sopravvissuti, altri sono morti, tanto che il campo di concentramento di Dachau può essere considerato il più grande cimitero di preti cattolici del mondo. Le loro storie di sofferenza, di fede, d’eroismo sono contenute in queste pagine, che spero siano molto presto pubblicate anche in Italia, per i lettori che non leggono in francese.

Buongiorno, Guillaume, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accetatto questa intervista. E’ l’ autore di “La Baraque des prêtres, Dachau, 1938-1945“. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

Era da qualche anno che lavoravo per una rete televisiva francese e stavo preparando una trasmissione sulla Chiesa Cattolica durante il nazismo. Fu allora che scoprii il personaggio di Mgr von Galen, vescovo di Mïunster, in Germania, che aveva pronunciato un sermone contro i piani di eutanasia di Hitler (il piano T4) dalla sua cattedrale nell’agosto del 1941. Mgr von Galen riuscì a fare indietreggaire Hitler: questo fu eccezionale! E se il vescovo non andò a Dachau, ho scoperto che molti sacerdoti tedeschi ci furono condotti per aver ristampato il sermone di Mgr von Galen. Ed è così che ho scoperto che in totale circa 2700 sacerdoti, soprattutto cattolici, furono deporatti a Dachau. E’ stata questa storia sconosciuta ad avermi appassionato.

Dove e come si è docuementato? Qualcuno l’ha aiutata nelle ricerche?

Ho lavorato in maniera molto classica cercando negli archivi, le bibliografie e le testimonianze. Così, indagando, ho potuto raccogliere una serie di documenti originali, come testimonianze personali dattiloscritte e mai pubblicate, la corrispondenza, alcuni documenti amministrativi. Ho anche raccolto numerosi libri di memorie in francese, inglese, e tedesco. Ci sono anche molti libri in polacco, ma sfortunatamente non ho potuto tradurli tutti. Infine, ho avuto la possibilità di incontrare due superstiti francesi: il gesuita, come il Papa Francesco, padre Gérard Pierre, e Peter Metzger, che è stato seminarista al campo dove è arrivato all’età di 18 anni.

Raggruppati nei “blocchi” speciali che conservavano il nome di “baracche dei preti”, 1034 di loro persero la vita. Ci racconti la storia che l’ha più impressionata.

Senza alcun dubbio, quei momenti eroici, quando i sacerdoti esausti si proposero volontari per lavare, curare, confortare, sostenere i loro compagni laici che stavano morendo in condizioni spaventose, durante la grande epidemia di tifo che colpì il campo a partire dalla fine del 1944. Mentre i malati erano abbandonati da tutti, i sacerdoti si offrirono volontari, con il permesso del loro superiore ecclesiastico. Molti di questi sacerdoti sono morti con i malati dopo aver contratto il tifo, ma hanno dimostrato che i nazisti non avrebbero potuto cancellare la loro umanità. Questi sacerdoti sono dei vincitori, e degli esempi per tutti credenti e non.

Quali furono le ragioni della loro deportazione?

I sacerdoti non sono stati perseguiti perché erano cattolici, ma piuttosto per ragioni politiche. Così, numerosi sacerdoti tedeschi e austriaci sono stati arrestati per la loro opposizione alla politica hitleriana: alcuni ritengono per la loro “resistenza spirituale”. Altri sacerdoti cattolici sono stati espulsi per aver preso parte alla resistenza, sia direttamente con i partigiani nella boscaglia, o perché hanno contribuito a salvare gli ebrei. Questo è il caso di un grande domenicano: padre Giuseppe Girotti, morto a Dachau. Ci fu una importante eccezione: i sacerdoti polacchi. Erano i più numerosi a Dachau e sono loro che hanno sofferto di più. Ora, questi sacerdoti polacchi furono perseguitati dai nazisti proprio perché erano sacerdoti. La SS credevano che essi fossero l’elite, giocando un ruolo molto importante nella società polacca, e quindi dovevano essere eliminati. Si può dire in questo caso che fu una persecuzione antireligiosa.

Quali furono le condizioni di vita di questi sacerdoti nel campo?

Erano atroci quanto quelle dei loro compagni laici: soffrivano la fame, il freddo, le percosse, le epidemie. Avevano paura per tutto il tempo. Eppure i sacerdoti avevano due grandi vantaggi: erano stati raggruppati insieme, permettendo loro di sostenersi a vicenda, e per di più, poterono erigere una cappella che diede loro grande conforto (ma i sacerdoti polacchi non ebbero il diritto di andarci per lungo tempo). Ma se beneficiarono di questi due privilegi, soffrirono anche di persecuzioni particolari: la SS e i Kapos si divertivano a deriderli e bestemmiavano, ma soprattutto furono gli obiettivi specifici di esperimenti medici e di eutanasia.

Come è continuata la loro pratica di fede, la loro vita spirituale, in detenzione?

Malgrado queste condizioni terribili è sorprendente constatare come questi preti siano riusciti a mantenere intatta la loro fede, a praticare i sacramenti, a mantenere la disciplina della Chiesa. Così, i sacerdoti di Dachau celebrarono l’Eucaristia (spesso in clandestinità), confessarono e spesso diedero l’estrema unzione. Ci fu anche un seminarista tedesco Karl Leisner, ordinato da un vescovo francese Gabriel Piguet. Quando possibile, i sacerdoti partecipavano anche a delle conferenze, tenevano lezioni, e prendevano appunti su piccoli notebook vietati dalla SS. Sembra incredibile oggi, ma è anche ciò che gli ha permesso di resistere psicologicamente e non crollare.

Il Vaticano non riuscì a impedire la loro deportazione. La Santa Sede riuscì solo a farli raggruppare a Dachau, ha detto in un’intervista. Come se l’è spiegato?

Questo dimostra che il Vaticano era lontano dall’influenza che ha oggi. Fallirono in effetti settimane di negoziazioni tra il nunzio apostolico a Berlino e le autorità naziste per cercare di raggiungere un accordo. Roma aveva anche chiesto che i religiosi non fossero bruciati nel crematorio, ma questa richiesta fu rifiuatata. Bisogna tornare nel contesto del tempo. Quando è stato firmato l’accordo nel dicembre 1940 la Germania era onnipotente: stava vincendo su molti campi di battaglia e non provava alcuno scrupolo a guardare dall’alto in basso il Papa.

Su decisione di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di Francesco, 56 sacerdoti morti a Dachau sono stati beatificati. Perché pensa che le loro storie siano ancora sconosciute?

La loro storia è sconosciuta per diverse ragioni. Se si può dire, infatti, che Dachau è “il più grande cimitero di sacerdoti cattolici del mondo”, queste morti furono assorbite nello spaventoso bilancio complessivo di milioni di uomini e donne uccisi nei campi nazisti. Inoltre, le grandi figure religiose morirono nei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, come Padre Massimiliano Kolbe, o la carmelitana Edith Stein. Infine, alcuni potrebbero non voler ascoltare le storie dei sacerdoti di Dachau, che non sempre corrispondono a ciò che viene ancora detto circa il comportamento della Chiesa durante la guerra. Si dice spesso che la Chiesa fosse passiva o complice dei regimi totalitari. I sacerdoti di Dachau dimostrano, in modo tragico, che questo non è vero.

:: Viaggiatore in terra, Julien Green, (Nutrimenti, 2015) a cura di Viviana Filippini

23 marzo 2015 by

GTViaggiatore in terra è un’antologia che raccoglie cinque racconti dello scrittore Julien Green, due storie erano già note (Viaggiatore in terra e Le chiavi della morte) le altre tre (Christine, Leviatano o L’inutile attraversata e Maggie Moonshine) arrivano per la prima volta in Italia e sono caratterizzate da una costante atmosfera di suspense e tensione emotiva, presente in ogni singola pagina. Lo scrittore americano naturalizzato francese crea storie nelle quali i protagonisti vivono in bilico tra realtà e fantasia e sono messi in situazioni quotidiane nelle quali devono confrontarsi con le problematiche esistenziali che li tormentano. In particolar modo alcuni dei personaggi che si muovono tra le file narrative create da Green sono persone dall’animo afflitto da continui supplizi che li portano a non riuscire ad esprimere il loro male di vivere. Ne è un esempio la drammatica vita di solitudine di Daniel O’ Donovan protagonista de Viaggiatore in terra; o il senso di impotenza del giovanotto presente in Le chiavi del destino pronto alla vendetta contro l’approfittatore di turno, ma incapace di compierla. Il ragazzino presente in Christine ha una morbosità estrema e, a tratti, esasperante per la cugina che gli impedisce di vedere, mentre in Leviatano il personaggio principale si ritiene colpevole di un reato inconfessabile, ancora più grave di un omicidio, e questo tormento lo porterà a conseguenze drammatiche. Che dire poi della povera Maggie Moonshine dell’omonima vicenda, che rimarrà sola, perché il suo amato la abbandonerà per ragioni che si possono intuire, ma che non vengono esplicitate nella narrazione. Ogni vicenda che si incontra nel libro di Green è ricca di metafore, di immagini simboliche da interpretare che confermano l’abile capacità dello scrittore di trattare temi delicati, come l’omosessualità, senza citarli mai in modo esplicito, ma alludendo ad essi stimolando la mente del lettore. La paura, l’ambiguità comportamentale del genere umano, il dubbio su quello che sarà il domani, la volontà di fare e l’impotenza di compiere in modo concreto le proprie volontà sono alcuni dei temi che ritornano in tutta la raccolta Viaggiatore in terra e poi c’è il “non detto” che accumuna molti dei personaggi presenti nel libro. Esso è la rappresentazione della loro impossibilità ad essere felici e a vivere in modo libero la propria natura umana a causa di pregiudizi sociali che, nei tempi un cui visse lo scrittore, non tolleravano i comportamenti non condivisi dal viver comune. Nelle storie di Julien Green il non poter dire e il non poter vivere l’amore in modo libero determina delle situazioni di vita dove il tormento, le ambiguità e le incomprensioni sono quotidiane. Ogni personaggio è spinto dal desiderio del fare, ma gli eventi e il contesto bloccano in modo irreparabile l’istinto d’azione. Questo determina in ogni essere letterario un senso di sconfitta e un abbattimento morale sfociante nel fallimento e nella sconfitta. In tale status i protagonisti si auto-eclissano con vite passate nell’oblio, nelle quali la libertà di essere se stessi scompare in modo progressivo, in funzione della sofferta solitudine e del suicidio come soluzioni estreme ad un profonda sensazione di disagio per il proprio vissuto. Nella raccolta Viaggiatore in terra di Julien Green è presente un alto tasso di autobiografismo che garantisce all’autore la possibilità di raccontare ciò che per lui sono il bene e il male e gli stati d’animo comuni a molte altre persone che, come lui, non potevano viver liberamente la propria sessualità per non trasformarsi in vittime di discriminazione. A cura di Giuseppe Girimonti Greco. Traduzione e note di Giuseppe Girimonti Greco, Francesca Scala, Ezio Sinigaglia, Filippo Tuena.

Julien Green (Parigi 1900-1998), scrittore naturalizzato francese di origine americana, accademico di Francia, è tra i grandissimi narratori del secolo scorso. Sin dai suoi esordi ha saputo affrontare, con straordinaria eleganza e profondità, i temi più rappresentativi della grande letteratura francese: la fragilità dell’innocenza, la colpa, l’espiazione, il continuo conflitto interiore tra il Bene e il Male. L’opera che lo rese famoso fu Adrienne Mésurat (1927); ma si ricordano anche Le visionnaire (1934) a Moïra (1950). Figlio di genitori nativi degli Stati Uniti, perse la madre a quattordici anni e, dopo una crisi mistica, si convertì al cattolicesimo all’età di sedici anni. Studiò al liceo Janson-de-Sailly. Nel 1918 prestò servizio sul fronte francese, poi in Italia. Finita la la guerra trascorse circa tre anni in America e terminò gli studi nell’università della Virginia.   Dal 1926 al 1940 visse in Francia, per poi trasferirsi in America dove svolse opera di propaganda nelle trasmissioni radio in francese. A guerra finita si stabilì di nuovo in Francia, pur avendo in precedenza ottenuto la cittadinanza americana. Tra i vari riconoscimenti ricevuti figurano anche il premio letterario Prince Pierre de Monaco (1951), il Grand prix de littérature dell’Académie Française (1970) e il premio Cavour (1991).

:: Academy Street, Mary Costello (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Valeria G.

23 marzo 2015 by

ac“Qualche giorno dopo, su un affollato vagone della metropolitana, un uomo seduto accanto a lei le sfiorò accidentalmente un piede. Indossava un completo blu di tessuto leggero e dall’aspetto costoso. Notò le belle mani appoggiate sui pantaloni; la gamba sinistra era parzialmente a contatto con la sua. Sentì il ritmo del suo respiro, intravide i muscoli della coscia contrarsi sotto la stoffa. Illanguidita, lasciò scivolare le braccia in grembo. Il bisogno di toccarlo era incontenibile. A una curva il treno rallentò, spingendola lievemente contro di lui. Chiuse gli occhi e lo immaginò mentre sollevava il braccio per stringerla a sé. Lui cambiò posizione per liberarsi dal contatto …
La porta si aprì … premette il viso sulla sua schiena chiudendo gli occhi … Mi scusi … lo disse in tono rapido e schietto “…

Mary Costello non è una sconosciuta nonostante  Academy Street sia il suo primo romanzo che ha visto la luce tra gli scaffali delle nostre librerie. In precedenza, lei ha pubblicato una raccolta di racconti inediti intitolata  The China Factory  che è stata finalista al Guardian First Book Award. Lo stesso “The Guardian” ha riconosciuto in lei uno di quei talenti che sognano gli aspiranti scrittori : avere il dono di trasformare storie semplici in grandi romanzi. La sua naturalezza è stata paragonata alla penna della grandissima Alice Munro che come lei, appunto, ha la capacità di trattare temi di un notevole spessore attraverso storie di vita quotidiana.
Certo, per una scrittrice che nasce dell’East Galway è sicuramente più facile trarre ispirazione per le proprie storie. L’Irlanda, si sa, è di per sé una terra ricca di visioni e mistero, di sogni e di una natura maestosa nella quale l’uomo è un ospite che non può lasciarsi andare a troppe invadenze: il fiume Shannon, il più lungo di tutto il paese che divide i territori dell’ovest, le alte scogliere che si lasciano frustare dal mare,  le terre incolte, i prati colore dello smeraldo. E poi i piccoli porti, con intorno un cerchio di case dalle tinte vivaci, dai quali in passato partivano le navi dirette nel Nuovo Mondo. Infine, la solitudine dei piccoli centri abitati dove sembra che il tempo e l’uomo si siano entrambi fermati in attesa di un cambiamento divino.
Da questa terra verde e selvaggia parte  Academy Street  pubblicato da Bollati e Boringhieri, tradotto da Mary Guidieri Berner. È Tess Lohan la protagonista: una bambina irlandese che conduce una vita parzialmente tranquilla nella residenza di Easterfield fino al giorno in cui perde la mamma.  E la sua iniziazione al dolore, la porta che si apre sulla vita adulta. La sua esistenza prosegue lenta accanto a quel che resta della sua famiglia che la mancanza della figura materna ha reso triste e silenziosa. Poi, per seguire le orme della tanto amata mamma fa domanda per diventare infermiera e si trasferisce a Dublino. Ma non è qui il suo futuro. Lascia il suo paese natale a bordo di un aereo. Siamo negli anni 60 e Tess, sebbene abbia l’appoggio di sua sorella Claire che vive in America da tempo, approda a New York con il marchio di immigrata irlandese. Le sue giornate nascono nel piccolo appartamento in Academy Street e spesso si concludono in ospedale. In questa città che sta cambiando sotto l’effetto di una nuova guerra, la sua vita povera di evasioni si scontra improvvisamente con la bellezza ruvida di David del quale lei si innamora perdutamente e dal quale avrà il suo unico figlio, illegittimo, Theo.
Quello che emerge è un personaggio speciale e affascinante che si lascia amare già dalle prime righe, una bambina inizialmente, e poi una donna che nella seconda e terza parte del romanzo non smette mai di amare, incondizionatamente e a senso unico, soffrendo per ciò che il destino sembra non volerle concedere. Una donna sola, che vive una solitudine monacale e ingiusta. Una personalità sensibile, all’apparenza fragile, che si affida alla preghiera e alla lettura per non soffocare, ma che sa esprimere un fascino e una forza interiore tale da catturare il lettore il quale vorrebbe non finissero mai le centocinquantasette pagine che compongono il testo, e che vorrebbe, naturalmente, il lieto fine. Qualora l’intento della Costello sia stato quello di descrivere una donna invisibile, mi permetto di dire che non ci è riuscita perché non ci si può dimenticare di Tess Lohan.

Mary Costello è nata nell’East Galway e oggi vive a Dublino. È autrice della raccolta di racconti The China Factory, finalista al Guardian First Book Award. Academy Street, finalista al Costa First Novel Award 2014, è il suo primo romanzo.

:: Red Country, Joe Abercrombie (Gargoyle Books, 2015) a cura di Elena Romanello

19 marzo 2015 by

inTra i nomi delle ultime generazioni che si cimentano nel genere fantasy, dopo la rivoluzione che ha fatto George R.R. Martin, spicca Joe Abercrombie, uno degli autori più innovativi e originali, capaci di creare universi fantastici mescolandoli con suggestioni noir e western, quelli alla Sergio Leone per intenderci, oltre che con richiami al cinema di Akira Kurosawa nella sua epicità.
Il mondo della saga de La prima legge è un universo di guerre, di vita sui campi di battaglia, di atmosfere dove la magia non esiste quasi e tutto sembra molto vicino a certe realtà non certo fantastiche: dopo una saga in vari libri, Joe Abercrombie racconta una vicenda a se stante in Red Contry, uscito per Gargoyle come già i libri precedenti.
In un mondo dilaniato da guerre intestine, dove l’Impero opprime il Sud, l’Unione deve sedare una ribellione interna e i mercenari sono pronti a combattere per il migliore offerente, mentre gli Spettri, popolo indigeno, non mancano di ribellarsi ai soprusi dei dominatori, ci sono isole dove si crede di poter vivere tranquillamente, come le Terre Attigue, dove vive Shy, giovane contadina.
Dopo il rapimento del fratellino e sorellina minori, Shy parte per ritrovarli, come faceva John Wayne nel classico Sentieri selvaggi di John Ford, percorrendo le strade delle Terre Remote, in un’avventura on the road picaresca dove si trovano tante suggestioni, dal western al Brancaleone di Monicelli passando per la fiaba e il romanzo realista, tra incontri con mercenari, cercatori d’oro, mandriani, attacchi, duelli, faide, per arrivare poi alla destinazione finale.
Red County è una metafora dell’epoca della Guerra civile americana, anche nei nomi dei contendenti, oltre che dell’epopea western, che tanto epopea non fu visto che portò alla devastazione di un territorio e al genocidio di un popolo, ma questa è solo una chiave di lettura. Un universo spietato e avvincente, dove non esistono buoni e cattivi assoluti (un po’ come nei film di Sergio Leone, ma anche in storie come Gli spietati, Deadwood e Hell on Wheels), con al centro un personaggio femminile finalmente diverso da certi archetipi diventati stereotipi del genere fantastico, tra sacerdotesse, guerriere, streghe e fanciulle in pericolo.
Nel libro ci sono riferimenti alle storie precedenti della saga di Abercrombie, eventi e personaggi, ma Red Country è godibilissimo anche come stand alone, ed è un libro che senz’altro piace agli amanti del fantasy, soprattutto a chi cerca storie nuove, ma anche a chi è digiuno del genere e magari non è nemmeno un grande stimatore, ma che ama sperimentazioni, innovazione, tematiche coraggiose trattate con il filtro della fantasia.
Paragonare Joe Abercrombie a George R.R. Martin risulta un po’ superfluo, perché sono autori diversi, capaci di prendere un genere e stravolgerlo, spogliandolo da luoghi comuni e trame che tornano, per creare qualcosa di nuovo. Un libro da leggere e che non lascia indifferente chiunque ami la buona letteratura, in qualunque genere la si voglia incasellare, sempre che questo abbia ancora senso.

Joe Abercrombie è nato nel 1974 a Lancaster (Uk). Sin da studente di Psicologia presso l’Università di Manchester, pensa di scrivereuna saga fantasy dal solido impianto epico-guerresco e ne inizia la stesura. Trasferitosi a Londra per lavorare come montatore freelance e produttore di format televisivi, termina di scrivere il primo episodio, Il Richiamo delle spade, la cui pubblicazione gli vale la candidatura al prestigioso Premio John Campbell. Seguono Non prima che siano impiccati e L’ultima Ragione dei Re. La trilogia – intitolata “La Prima Legge”– viene tradotta in diversi Paesi ed è pubblicata in Italia da Gargoyle. Il suo grandioso successo è confermato dagli stand-alone Il sapore della vendetta, The Heroese Red Country (sempre disponibili per i tipi di Gargoyle). È in corso di pubblicazione la serie young-adult “La trilogia del mare infranto”, di cui è da poco uscito in Italia Il mezzo re per Mondadori.
Abercrombie è fra gli autori della serie della BBC “Worlds of Fantasy”, insieme a China Miéville, Michael Moorcock e al compianto Terry Pratchett.
www.joeabercrombie.com

:: Una luce improvvisa, Garth Stein (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

18 marzo 2015 by

56Trevor, uomo di oggi, racconta ai suoi figli quello che gli successe nell’ormai lontana estate del 1990, quando il padre, in crisi con la moglie, lo trascinò nella zona di Seattle, nella casa di famiglia di Riddell House, costruita dal bisavolo commerciante in legno e devastatore di foreste, per cercare di venderla e di sistemare l’anziano padre, e risolvere così i problemi economici e personali. Niente andrà come era previsto.
Una luce improvvisa, nuovo libro di Garth Stein dopo L’arte di correre sotto la pioggia racconta la scoperta della vita, delle bugie degli adulti, dei loro segreti ma anche delle cose per cui vale la pena vivere da parte di Trevor, ragazzino in un’epoca che non è lontana ma lo sembra, in cui non esistevano smart phone e tablet, in cerca di una sua strada tra il conformarsi a cui suo padre vorrebbe e lo scoprire invece nuove possibilità.
Sono tanti gli argomenti che si ritrovano in Una luce improvvisa: le colpe dei padri e dei nonni, il rapporto tra le generazioni, gli amori omosessuali proibiti delle convenzioni di decenni fa, il recupero del passato, l’obbligo delle donne di occuparsi sempre e comunque dei familiari senza tenere conto dei loro veri sentimenti e inclinazioni, il rapporto tra le generazioni, la ricerca della verità, ma anche l’ecologismo e il passato di devastazione che molti magnati misero a segno in varie zone naturali degli States, distruggendo equilibri e creando situazioni di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Diventa anche non semplice definire Una luce improvvisa, visto che ci sono elementi del romanzo di formazione, della saga familiare, della storia d’amore, della ricostruzione d’epoca, del thriller, del romanzo fantastico e paranormale con echi di autori come Stephen King, Neil Gaiman ma anche la veterana Daphne du Maurier: tutto insieme concorre a costruire una storia che prende davvero per mano il lettore, ricordando l’importanza del passato per costruirsi una vita in cui cercare almeno di non commettere gli errori delle generazioni precedenti e non dimenticarle, evitando che, come Ben, che comunica con Trevor il suo passato, spariscano con le loro vicende struggenti in un passato che non è concluso.
La grande protagonista del libro è Riddell House, dimora lussuosa e voluta dal suo costruttore in spregio alla natura e alla vita degli altri, ora in rovina insieme ai discendenti di quella famiglia, ma vero e proprio organismo vivente, inquietante e avvolgente, nelle cui stanze Trevor diventa grande e acquista consapevolezza, scoprendo come non si può andare avanti senza chiudere i conti con il passato e che le gioie si sommano anche ai dolori, alcuni irrisolvibili.
Una luce improvvisa è un libro per tanti lettori e lettrici, di varie età, perché ognuno può trovarci qualcosa di sé, qualcosa di utile, qualcosa per capire, qualcosa con cui commuoversi e divertirsi, nel labirinto di Riddell House, che forse, in vari momenti della vita, bisogna attraversare per andare avanti con un bagaglio nuovo, guardando avanti senza dimenticare cosa è successo prima.

Garth Stein vive a Seattle, ed è l’autore di uno dei maggiori bestseller internazionali degli ultimi anni, L’arte di correre sotto la pioggia, pubblicato in Italia da Piemme. Una luce improvvisa, attesissimo in tutto il mondo, è schizzato subito ai primi posti delle classifiche americane e ha ricevuto una magnifica accoglienza di pubblico e critica.

:: Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Paolo Borgognone, (Zambon Editore, 2015)

17 marzo 2015 by

BoVorrei iniziare questa recensione partendo da una premessa: non è necessario condividere o abbracciare acriticamente le tesi di un autore per leggere un suo testo. Sembra sciocco dirlo, ma non è un’ovvietà come può a prima vista sembrare, e se mi seguirete capirete il perchè. “Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche” di Paolo Borgognone, Zambon Editore, è un testo fortemente schierato, filorusso, e dichiaratamente critico dell’appoccio statunitense quando si tratta di relazioni internazionali. Se agli americani non dà dei nazisti poco ci manca, (Giulietto Chiesa nella sua prefazione lo fa piuttosto apertamente citando Brecht).
Comunque le idee non attaccano la lebbra, non corrompono, non inquinano le menti, (a fare il lavaggio del cervello già ci pensa egregiamente la tv, e il testo è piuttosto critico con la società dello spettacolo occidentale di debordiana memoria) bisogna unicamente avere gli strumenti adatti per interpretarle, classificarle, ordinarle. Insomma, non diventerete tutti filorussi e dichiaratamente putiniani leggendo questo libro, ma avrete l’accesso a una quantità di informazioni, ampiamente documentate tra l’altro, che vi aiuteranno a farvi un’idea del mondo e della storia, e soprattutto vi aiuteranno ad avere un approccio critico della realtà, qualsiasi ideologia seguite (anche l’agnosticismo di Carrére può essere una scelta).
I fatti, e solo i fatti sono il collante dell’opera, le conclusioni e le tesi argomentate che seguono possono essere accolte favorevolmente, contestate o rigettate in toto, ma tuttavia creano un dibattito critico che a mio avviso è necessario se non indispensabile nel mondo contemporaneo.
Di cosa parla questo libro? Be’ il titolo è chiarificatore, Capire la Russia ha l’ambizione di capire un paese-continente, metà Europa metà Asia, o meglio di capire le sue dinamiche politiche e sociali, partendo dalla sua storia recente, e per farlo non si limita a proporre teorie, ma presenta fatti, fa nomi, indica date, crea collegamenti che ai più potrebbero sfuggire.
Direte voi: è per un pubblico di lettori specialistico. In parte, ma non del tutto. Non è solo per addetti ai lavori. I concetti guida sono semplici e immediati, lo stile discorsivo, è sì un testo politologico, ma si presta a diversi piani di lettura. Non è indispensabile conoscere l’opera omnia di Fukuyama o Samuel P. Huntington (tra l’altro ex direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard) per dire, due autori statunitensi citati spesso, per avvicinarcisi, dopo aver superato l’ostacolo principale, ovvero non essere spaventati davanti della mole del testo.
I pro e i contro. Di Capire la Russia ho apprezzato grandemente il metodo di studio (scientifico), la passione dello studioso che fortemente crede in ciò che argomenta e soprattutto la vastità del materiale disponibile, raccolto in anni e anni di studio. La vastità delle informazioni (e la preparazione dell’autore) è davvero enorme, considerate 670 pagine fitte di rimandi bibliografici, citazioni di interviste, link ad articoli del web. Insomma leggere questo testo è piuttosto impegnativo, ma premia con discreta generosità. L’autore certo presenta ciò in cui crede senza cedimenti, c’è poco margine per il dubbio (linea guida che ha invece da sempre guidato i miei studi) ma è piuttosto incoraggiante per far luce in una materia magmatica e in continuo movimento. Cosa penso io della situazione Russia non è oggetto di questa recensione (grazie a Dio direte voi), mi limito a indicarvi alcune vie interpretative, per non perdersi nella grande quantità di informazioni (che se è apprezzabile, almeno per me) capisco che possa essere dispersivo per altri.
In conclusione, la politologia, dopo tutto, è una scienza a dir poco interessante, e se anche avrò con questa mia recensione avvicinato o per lo meno incuriosito, qualche lettore che guarda la tv e si chiede come è possibile che sia successo in Ucraina quello che è successo, avrò fatto un buon lavoro.

Paolo Borgognone (1981), astigiano, si è laureato in Storia all’Università degli Studi di Torino nel 2008. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia (www.civg.it). Per la casa editrice Zambon ha pubblicato “Il fallimento della sinistra “radicale” e, nel 2013, una trilogia sul tema della disinformazione strategica, dedicata rispettivamente ai casi latinoamericano, eurasiatico-mediorientale e italiano. Capire la Russsia è in corso di traduzione in tedesco.

:: Il collezionista di lettere, Jorge Dìaz, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

17 marzo 2015 by

5Quest’anno ricorre il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, ed è dall’anno scorso, quando ricorreva invece il secolo dallo scoppio del primo conflitto mondiale, che escono romanzi, saggi, film. Tra i tanti spicca il romanzo di Jorge Dìaz, seicento pagine ambientate in Spagna, Paese che restò neutrale durante le due guerre mondiali del Novecento, sia pure per motivazioni diverse.
La collezionista di lettere, traduzione non letterale dell’originale Cartas a Palacio, racconta un fatto, pare realmente accaduto anche se ovviamente romanzato dall’autore, e cioè il ruolo di Alfonso XIII di Spagna nella guerra: commosso dalla lettera di una bambina francese che gli chiedeva notizie del fratello scomparso nelle trincee, il sovrano mise su un ufficio in cui si preoccupava di chiedere notizie di militari e altro personale disperso, ferito, fatto prigioniero per comunicarle alle famiglie, intercedendo a volte anche per la loro liberazione.
A questo sfondo storico interessante e poco noto, si aggiungono le storie di vari personaggi, tra cui spicca Blanca, la figlia ribelle di una famiglia aristocratica, che lascia il fidanzato fedifrago all’altare (e lui si rivelerà ben peggio di un traditore) e che si dedica a questo lavoro per conto del re, scoprendo storie di persone diverse da lei, innamorandosi dell’intellettuale e attivista Manuel e trovando nuovi scopi per la sua vita.
Un romanzo complesso e avvincente, con tante storie in parallelo, con la Storia reale che si mescola con quelle individuali di uomini e donne tra sogni spazzati via dalla guerra, amori, passioni, ritorni, perdite, morti, speranza, che riesce ad avvincere, scritto con l’immediatezza di un reportage giornalistico, usando il presente anziché il passato remoto letterario come si sta diffondendo sempre di più nella narrativa contemporanea.
Ancora una volta gli autori spagnoli o comunque ispanici dimostrano versatilità e capacità di arricchire i generi letterari già noti di vitalità e innovazione: hanno paragonato l’opera di Jorge Dìaz a Ken Follett, il paragone ci sta, con in più l’ambientazione meno nota della Spagna, Paese che ci ha messo decenni per tornare a ripensare sul suo passato e che sta producendo una generazione di abili narratori e narratrici di romanzi storici, come Ildefonso Falcones e Maria Duenas.
La collezionista di lettere, storia di speranza, d’amore e di riscatto contro convenzioni, miseria e oppressione, è un libro che a prima vista può sembrare rivolto ad un pubblico femminile, ma che in realtà sa essere interessante e convincente per chi vuole scoprire una pagina di Storia così lontana e così vicina.
Pare che tra l’altro La collezionista di lettere diventerà presto uno sceneggiato, del resto Jorge Dìaz nasce innanzitutto come sceneggiatore televisivo. In attesa, non resta che immergersi in questo affresco travolgente, capace di incollare alle sue pagine facendo scoprire un mondo e dei personaggi che riescono comunque ad entrare nel cuore.

Jorge Dìaz È nato ad Alicante nel 1962. È scrittore, giornalista e sceneggiatore per la TV. È uno dei creatori e autori della serie tv Hospital Central, un enorme successo in Spagna, vincitore di tutti i premi di settore. La collezionista di lettere è il suo terzo romanzo, un bestseller in Spagna, in corso di traduzione in tutta Europa, e presto diventerà una serie tv.

:: Il colore della magia, Terry Pratchett, (TEA, 1998) a cura di Micol Borzatta

17 marzo 2015 by

icSi narra che nell’universo ci sia una grandissima tartaruga divina, A’Tuin, che nuota nello spazio infinito. Il sesso di questa tartaruga non si conosce ed è da sempre una delle domande esistenziali che gli scienziati si pongono. L’importanza di saperlo deriva dal fatto che sul guscio di A’Tuin ci sono quattro elefanti, Berilia, Tubul, Gran’T’Phon e Jerakeen, che sorreggono sulle loro spalle il disco del mondo, Mondo Disco, la cui circonferenza è ghirlandata dalle cascate e sormontato dalla volta celeste. Il sole e la luna percorrono le loro orbite intorno al mondo tant’è che spesso gli elefanti si ritrovano a dover alzare una zampa per fare in modo che possano percorrere il loro tragitto.
Ecco si può ben immaginare che gli scienziati siano interessati a sapere il sesso di A’Tuin per sapere che cosa potrebbe accadere al loro mondo quando nel loro viaggio incontreranno un’altra tartaruga.
Su Mondo Disco la vita scorre normalmente, gli eroi sono in viaggio, le principesse nelle loro torri, gli studiosi di Krull continuano le loro spedizioni per determinare il sesso di A’Tuin, e a Ankh-Morpork i maghi continuano i loro studi, tutti tranne uno: Scuotivento.
Infatti il nostro povero mago non può memorizzare nessun incantesimo, nemmeno il più semplice ed elementare, perché la sua mente è occupata da uno degli otto imponenti e potenti incantesimi che sorreggono il loro mondo, memorizzato a causa di una scommessa e che non può usare a causa della sua potenza. Viene così scelto per fare da guida turistica a Due Fiori, un turista proveniente da Mondo Contrappeso, accompagnato da un baule che cammina da solo su mille piedini e vive di vita propria, famoso per la sua fedeltà unica al suo padrone.
Inizia così per i due compagni un viaggio avventuroso per tutto il mondo alla scoperta di misteri, mostri, eroi, e guidati a loro insaputa dagli Dei, come piccole pedine di un’interminabile partita a scacchi a più giocatori.
Il colore della magia è il primo libro del ciclo Scuotivento e primo di una sessantina di libri scritti da Terry Pratchett nella sua lunga carriera.
Come in tutti i suoi romanzi troviamo uno stile ironico con cui crea una parodia del generale genere fantasy, stereotipando al massimo i personaggi, ma rendendoli così anche molto reali.
Nelle sue narrazioni si ritrovano i libri di Tolkien, di Howard, ma si nota anche che Pratchett attinge da Lovecraft, Shakespeare, dai miti e dalle leggende, creando così un suo genere unico e spettacolare.
I personaggi e gli ambienti sono descritti con una minuzia di particolarità immensi che li rende vivi e concreti e si ha la sensazione durante la lettura di vederli intorno a noi mentre compiono le loro gesta.
Lo stile umoristico porta il lettore a divertirsi come un bambino durante la lettura spingendolo a continuare pagina dopo pagina.
Una trama avvincente che seppur simile alle mille avventure fantasy risulta essere unica e inaspettata, piena di misteri e meraviglie grazie proprio allo stile di narrazione scelto.
Un grande romanzo di un grande scrittore che dovrebbero leggere tutti almeno una volta.

Sir Terence David John Pratchett, conosciuto come Terry Pratchett, nasce a Beaconsfield il 28 aprile 1948 e muore a Broad Chalice il 12 marzo 2015.
Nella sua vita è stato uno scrittore di fantasy umoristici e ha studiato astronomia e giornalismo, appassionato di fantascientifico.
Find ai tredici anni aveva la passione per la scrittura e scriveva sul giornale della scuola.
Le sue prime letture furono Wells e Doyle.
Nel 1981 pubblica il suo primo romanzo Il popolo del tappeto, ma è solo nel 1983 con la pubblicazione di Il colore della magia, libro che ha dato vita a Mondo Disco, che inizierà il suo grandissimo successo portandolo a scrivere più di 60 libri in tutta la sua carriera letteraria, diventando l’autore più venduto degli anni novanta con una media di due libri scritti e pubblicati all’anno.
Nel 2007 ha iniziato a soffrire di Alzheimer, ma ha continuato lo stesso a combattere registrando un programma per la BBC, aiutando la ricerca scientifica testando nel 2008 un prototipo per rallentare il progresso della malattia e a scrivere dettando i testi al suo assistente o a un programma con riconoscimento vocale fino alla fine dei suoi giorni senza mai arrendersi.

:: Luna di miele con nostalgia, Molly Antopol, (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015 by

Antopol cop.inddLa forma del racconto o novella, introdotta tra gli altri dal nostro Boccaccio della letteratura, vive alti e bassi ancora oggi, visto che dai più viene preferito il romanzo, considerato, a torto e ragione, più blasonato ed interessante, oltre che più ampio e approndito, visto che ci sarebbe lo spazio per raccontare tutto.
Se si cercano dei racconti interessanti e contemporanei, Luna di miele con nostalgia, serie di storie che hanno come tratto comune il raccontare storie di persone di cultura ebraica nell’ultimo secolo, evitando la Shoah, scritti dalla giovane autrice Molly Antopol, possono fare al caso proprio, anche perché in poche pagine riescono ogni volta a tracciare un ritratto e un microcosmo incredibili, rendendo vivi e indimenticabili personaggi di uomini e donne di varia età, provenienza e con varie storie, che nel racconto vivono un momento fondamentale di snodo.
Segnalata da vari siti ed enti letterari, acclamata anche per la giovane età, paragonata a Bernard Malamud, Isaac Bashevis Singer, Alice Munro e Grace Paley, Molly Antopol si dimostra un nome interessante e da tenere d’occhio, sia che si cimenti nel romanzo in futuro sia che torni al racconto.
Ogni singola storia del libro, agile e di poche pagine, racconta un momento nella vita di persone alle prese con la Storia, da un uomo anziano che decide di risposarsi per superare la solitudine ad una figlia che mette in difficoltà il padre ex dissidente nella Praga comunista, da un giovane soldato israeliano che affronta il dramma di un incidente in servizio a un gruppo di intellettuali vittime del maccartismo negli anni Cinquanta.
Tante storie esemplari, per una commedia umana, o un dramma, dalle mille sfaccettature, tra passato e presente, in vari angoli del mondo, dove si parla di ebraismo ma alla fine di condizione umana, di ricordi, di rapporti tra persone, di drammi e gioie, con una punta di amarezza e rimpianto sullo sfondo, e sempre la capacità di stupire, nel descrivere personaggi essenziali ma che arrivano al cuore.
Luna di miele con nostalgia è un libro per chiunque sia curioso degli altri e dei loro mondi, ma anche per chi vuole leggere delle belle storie, chiuse in loro stesse ognuna ma capaci di aprire un universo. Un libro senz’altro per chi ama il racconto e la novella come forma letteraria, ma anche per chi è scettico, perché grazie a queste pagine non riuscirà più a accusare questo modo di scrivere come superficiale e sbrigativo. In attesa di vedere le prossime prove di Molly Antopol. Traduzione di Costanza Prinetti.

Molly Antopol insegna scrittura creativa alla Stanford University. Ha di recente ricevuto una Wallace Stegner Fellowship e il premio della National Book Foundation 5 Under 35. Vive a San Francisco e sta lavorando al suo primo romanzo,The After Party.

:: Addio a Terry Pratchett, Maestro del Fantasy, a cura di Elena Romanello

16 marzo 2015 by

TeSe ne è andato a soli 67 anni per una forma rara e aggressiva di Alzheimer Terry Pratchett, autore fantasy tra i più amati, con al suo attivo oltre settanta libri in oltre trent’anni di carriera.
Britannico, classe 1948, Pratchett arricchiva i suoi romanzi di grande umorismo e divertimento, una nota non così scontata in un genere che spesso si distingue per celebrare eroismi e costruire personaggi manichei: per Terry Pratchett le streghe erano buone, la Morte poteva essere un’amica, gli elfi erano infidi, i maghi spesso pasticcioni.
L’universo di riferimento di Terry Pratchett era il Mondo Disco, Discworld, parodia di vari elementi del fantastico, da Lovecraft a Tolkien, dalle fiabe ad Howard. Le sue storie erano autoconclusive, con determinate premesse di creature, ruolo della magia, eventi da raccontare, linee temporali che si intersecano, ed alcuni personaggi che ritornano, spesso presi dal folklore, tra streghe, vampiri, banshee, elfi, troll, nani.
Negli anni Novanta è stato l’autore più venduto, oltre che un protagonista di fiere e convention, mantenendo poi anche il rapporto con i fan via Internet, su cui ha raccontato anche la malattia, realizzando anche un documentario sulla BBC in tema.
Impossibile citare tutti i libri scritti da Terry Pratchett, che in passato lavorò anche come giornalista e addetto stampa: Il popolo del tappeto, Il colore della magia (primo della serie del Mondo Disco), Stregoneria, Sorellanza stregonesca, Morty l’apprendista, L’intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, Il piccolo popolo dei grandi magazzini e Buona Apocalissi a tutti, scritto a quattro mani con Neil Gaiman, sono solo alcuni dei titoli di una produzione che in teoria si rivolgeva ai ragazzi ma che in realtà era piacevole, interessante e divertente per tutti.
Appassionato di scienza e astronomia, ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico, Cavaliere del Regno, vincitore del British Book Award e della Carnegie Medal, insignito di otto lauree honoris causa, professore di letteratura popolare al Trinity College di Dublino e vincitore di altri vari riconoscimenti, Terry Pratchett è stato pubblicato in italiano da Salani e Mondadori e i suoi libri sono disponibili, anche se per alcuni c’è da fare un po’ di caccia al tesoro.
Terry Pratchett ha continuato a scrivere fino all’ultimo, grazie ad un programma di riconoscimento vocale, battendosi in parallelo per l’aumento dei fondi per i malati di Alzheimer e per il suicidio assistito. La figlia Rhianna ha annunciato la morte del padre citando le sue frasi dedicate al personaggio della Morte nel Mondo Disco: ALLA FINE, SIR TERRY, DOBBIAMO INCAMMINARCI INSIEME. Si è incamminato quindi, i suoi universi fantastici saranno eterni così come sarà eterno il rimpianto di averlo perso.

:: Incontri con i docenti: prof. ssa Carla Magnani, docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano.

14 marzo 2015 by

scuola secondariaLa gente non legge, i giovani preferiscono passare il loro tempo utilizzando smartphone, videogiochi, ascoltando musica, andando al cinema, che leggendo libri. L’editoria è in crisi. Stavo pensando: perchè oltre a scrittori, editori, traduttori, editor, non intervistare docenti di lettere? Sono o non sono il tassello fondamentale su cui costruire, sul quale si poggia l’educazione dei lettori di oggi e di domani? La prima docente di lettere che ha aderito a questa mia richiesta è la professoressa Carla Magnani, docente di lettere, nella Scuola Secondaria di Primo Grado Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano (Brescia). Ecco l’intervista:

Buongiorno professoressa Magnani, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ docente di lettere nella Scuola Secondaria di Primo Grado (la vecchia scuola media) Benedetto da Norcia di Rodengo Saiano. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinata all’insegnamento?

Ho alle spalle un percorso anomalo, avendo esercitato per molti anni la libera professione in altro settore. Ho iniziato a insegnare quando mi sono trasferita in Lombardia (25 anni fa), in istituti tecnici e professionali per poi passare, nel 2000, alla Secondaria di primo grado. Questa scelta è nata dal bisogno di avvicinarmi al mondo giovanile, avendo allora una figlia di nove anni e reputandolo uno strumento efficace per seguire le varie dinamiche che caratterizzano la pre-adolescenza.

Come nasce secondo lei l’amore per i libri? Come è nato il suo?

Una componente che reputo essenziale è il contatto anche fisico che il bambino dovrebbe avere con i libri fin dai primi anni di vita. Toccarli, manipolarli, li rendono familiari e diventano utili a fornire risposte ai mille perché tipici di quell’età. Riguardo al mio amore per i libri non so dire quando sia iniziato, certo molto presto, ed è cresciuto con me.

Nella fascia di età dei suoi studenti (1114 anni), quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti?

Quelli che non si limitano a divertire, a far sognare, ma hanno anche il pregio di far riflettere.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

Crescere in un ambiente dove la lettura è bandita, l’imposizione di alcuni titoli che sono lontani agli interessi dei ragazzi e una certa loro pigrizia ad avvicinarsi ad un mondo che sentono distante.

Durante le sue lezioni, leggete ad alta voce testi classici?

Sì, naturalmente solo delle parti. Impossibile dedicarsi totalmente a un’opera; cerco di dare una visione globale della storia della letteratura attraverso i suoi autori più significativi.

La gente non legge, l’editoria è in crisi. Oltre a lamentarsi e strapparsi le vesti, non vedo grandi iniziative. Tutto ciò è quasi considerato un male inevitabile, un segno dei tempi. Perché non sostenere la scuola, l’educazione? Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

La mia scuola, nelle classi prime, è da anni che promuove un torneo di lettura con lo scopo di avvicinare anche gli studenti più restii a leggere. Sotto forma di gara, tutti si sentono più motivati e, devo dire, che per alcuni, otteniamo risultati soddisfacenti.

Che consigli darebbe ai suoi colleghi, che volessero avere un approccio meno istituzionale, e più teso a dare una sorta di autonomia agli studenti? Per esperienza i libri imposti dai programmi di studio, li ho sempre letti quasi con disagio, mentre se scelti da me acquistavano molto più interesse.

Personalmente tengo conto degli interessi degli alunni e li oriento solo verso il genere letterario che preferiscono. Lascio a loro la libertà di scelta del titolo, aiutata anche dall’ottimo servizio fatto dalla Biblioteca Comunale, nell’indirizzarli.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Pur avendo il lettore di ebook continuo a comprare e leggere libri cartacei. La mia esperienza mi porta a ritenere che gli alunni, ad un ebook, preferiscano ancora il libro tradizionale, magari sostituito da un DVD.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Qualunque sia il supporto su cui leggere, l’importante è farlo fino ad arrivare a scoprirne la magia.

Grazie della disponibilità.