:: Fumetti e non solo A TORINO COMICS 2015 a cura di Elena Romanello

16 aprile 2015 by

to

Dal 17 al 19 aprile torna Torino Comics, nei padiglioni 1 e 2 del Lingotto, per celebrare sotto la Mole la cultura legata al fumetto, al cinema, alla narrativa di genere, ai filoni del fantastico, ai giochi di ruolo, al cosplay, una cultura ormai passata da fenomeno di nicchia a passione condivisa e che unisce più generazioni.

Un appuntamento che nei suoi ventun anni di vita è cresciuto, acquistando importanza e diventando un punto di riferimento: a Torino Comics ci sono i fumetti, ma non solo, e accanto ai fumetti, che ormai vengono considerati narrativa disegnata, trovano spazio tanti altri filoni.

A Torino Comics si possono trovare fumetti, gadget, accessori per il cosplay, oggettistica, cibo, dvd, artigianato fatto dai fan e anche libri, perché ormai il fandom è molto vario e composito e si trova davvero qualcosa per tutti i gusti e qualsiasi interesse uno abbia.

Il programma completo della manifestazione, che comprende workshop di fumetto e illustrazione, sfilate cosplay, incontri con autori e disegnatori, un festival di cinema horror, dimostrazioni di giochi di ruolo e rievocazioni storiche tra le altre cose è disponibile nel sito http://www.torinocomics.com/.

Ma ecco qualche informazione su dove trovare libri e graphic novel all’interno della mostra.

Quest’anno Torino Comics, su modello di altre fiere del settore, sarà organizzata ad aree tematiche: nella Books&Books trovano spazio le case editrici con le novità, di fumetti, graphic novel e anche qualche libro, oltre l’immancabile libreria interna dove si trovano le ultime uscite e non solo di narrativa di genere. Nella sezione Japangate ci saranno anche manga e libri sul Giappone e la sua cultura, mentre Torino Games ospiterà negli stand manuali di giochi di ruolo e narrativa fantastica. Se si cercano cose non recentissime, da vecchi Urania ai libri usciti negli anni Settanta e Ottanta su serial come Goldrake e Candy Candy, senz’altro merita un giro il Comics Bazar, con espositori anche non dell’area torinese. Nella parte Underground city spazio alle autoproduzioni e all’editoria indipendente, di fumetti e libri, mentre in Dragon’s Lair si parlerà di fantasy, con libri e celebrazione dei medesimi, da Harry Potter a Il trono di spade, in attesa che lo zio George si decida a scrivere gli ultimi due titoli della saga.

Tra l’altro, i cosplayer hanno libertà di scelta nel loro personaggio, tra manga, comics, videogames, cinema, telefilm e anche libri, tenendo conto della plurimedialità di molte figure iconiche, e negli anni si sono visti i protagonisti dei romanzi di Tolkien, dell’universo di Harry Potter, Alice nel paese delle meraviglie e anche figure come Phèdre, eroina della saga di Terre d’Ange di Jacqueline Carey.

Per cui occhi aperti a Torino Comics e niente pregiudizi: i tesori e le passioni si trovano spesso anche nei posti più impensati.

:: Animerama Storia del cinema d’animazione, Maria Roberta Novielli (Marsilio, 2015) a cura di Elena Romanello

16 aprile 2015 by

animeramaIdolatrati da più di una generazione ed emblema di un immaginario che si manifesta oggi in fiere ed eventi in tema sparsi anche qui in Italia, i cartoni animati giapponesi sono passati nella saggistica da una fase di demolizione ad una di esaltazione eccessiva e spesso acritica. I tempi, però, sono maturi per una trattazione più ampia e interessante, fuori dai pregiudizi ma anche dal fandom.
Animerama di Maria Roberta Novielli, acuta studiosa del Giappone e della sua cultura, è incentrato sulle produzioni animate per il grande schermo, anche se non manca qualche riferimento ad alcune serie note, e a differenza di altre storie dell’animazione non fa partire tutto con La leggenda del serpente bianco, film del 1958 premiato a Venezia, ma dalle sperimentazioni del precinema e dei cortometraggi di propaganda bellica, per arriva alla contemporaneità, parlando non solo dei grossi nomi popolari, da Otomo a Miyazaki, ma anche del cinema indipendente, svelando per esempio i segreti dei film a pupazzi animati, da noi assolutamente sconosciuti.
Una storia interessante e agile, ricca di nomi e titoli, che ricostruisce in parallelo all’animazione le vicende storiche e sociali del Giappone, Paese interessante e anomalo visto che fu l’unica nazione asiatica a non conoscere il colonialismo occidentale e a rapportarsi con Europa e Stati Uniti in maniera diversa.
Le vicende della Seconda guerra mondiale furono tragiche e influenzarono anche la cultura popolare, manga ed anime in testa, un’influenza che è durata fino ad oggi, mentre lo sviluppo del dopoguerra e i problemi sociali degli ultimi vent’anni hanno portato nuovi sviluppi, titoli e tematiche, spesso coraggiose e disturbanti, non ultime quelle che riguardano gli aspetti più inquietanti degli otaku, come l’isolamento volontario, quello che li porta ad essere hikikomori.
Animerama è un titolo per studiosi dell’animazione giapponese, sia per gli appassionati che vogliono andare oltre al fandom scoprendo nuovi titoli e affrontando un discorso non solo di semplice fascinazione, sia per chi vuole sapere qualcosa in più su un mondo su cui per troppo tempo si è ragionato per contrapposizione ideologica senza fare un discorso più equilibrato. Un libro per appassionati curiosi o per curiosi tout court, che racconta ancora una volta come il Giappone ha visto comunque nel cinema d’animazione un mezzo espressivo per raccontare storie di ogni genere e non solo per un pubblico infantile, e anche un modo per sperimentare tecniche e contenuti. Un cinema giunto qui in Italia in maniera discontinua, spesso direttamente in tv o per il mercato dell’home video, e che in molti casi resta sconosciuto se non dimenticato. Un motivo in più per approfondire.

Maria Roberta Novielli, specializzata in Cinema presso la Nihon University di Tokyo, insegna discipline legate al cinema e alla letteratura giapponese, oltre che ai processi multimediali asiatici, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È curatrice del sito AsiaMedia e organizza e dirige il Ca’ Foscari Short Film Festival. Ha collaborato a varie attività cinematografiche presso festival internazionali (Venezia, Tokyo, Locarno, tra gli altri), dove in molti casi ha organizzato rassegne filmiche. Tra le sue pubblicazioni principali, le monografie Storia del cinema giapponese (Marsilio 2001), Metamorfosi. Schegge di violenza nel nuovo cinema giapponese (Epika 2010) e Lo schermo scritto (Cafoscarina 2012).

:: Il dio della bicicletta, Marco Ballestracci (Instar Libri, 2014) a cura di Alessandro Morbidelli

15 aprile 2015 by

cop dio della biclettaForse dovrei lasciar decantare con i tempi giusti la sensazione che mi accompagna dalla fine della lettura de “Il dio della bicicletta” di Marco Ballestracci, uscito l’anno scorso per Instar Libri, ma letto da me solo qualche giorno fa. Le analisi migliori hanno bisogno di tempo e di sedimentazione dei pensieri. Eppure non mi importa. Anzi, mi sento di scattare in avanti, in fuga. Quelli più bravi di me, quelli che sanno scrivere di sport e sanno riconoscere chi di sport sa scrivere, potranno riprendermi e dirmi: “Ma dove volevi andare?”. Io, al momento, non riesco a fare a meno di sentirmi dire, da una voce lontana “Coza t’hoi dit? Va’ giù, Fausto. Va’ giù!“, anche se non mi chiamo Coppi, anche se non c’è nessuno, dietro di me che bestemmia contro una foratura.
Così parto. Con un certo anticipo. Pedalo. Certo, già altri sono arrivati al traguardo.
Ma chi se ne frega.
Perché io sono uno di quelli che arrivano sempre con qualche minuto di ritardo. A parte rare volte, di sicuro quando vado al cinema, ché non voglio perdermi nemmeno un minuto di pubblicità, mi capita di correre. Per recuperare tempo. Per fare in modo che il ritardo non sia troppo. E ho una macchina a metano. Quindi, quando mi immetto per la Statale, con l’occhio fisso all’orologio, tutto vorrei, tranne incontrare loro, in gruppetti più o meno folti: i ciclisti.
Ecco, io sono il Nemico, quello che venerava volentieri un dio a forma di spazzaneve anche d’estate, quello che annuiva soddisfatto per la vittoria della civiltà ogni volta che incontrava, sempre per caso, in tv, una competizione ciclistica in velodromo, quello che sorrise di gusto quando la Fiat se ne uscì con la pubblicità della nuova Palio, quella in cui un ciclista si appoggiava per due volte al cofano dell’auto ferma al semaforo: alla terza l’autista ingranava la retromarcia togliendo il punto d’appoggio all’altro, proprio mentre la mano cercava il sostegno. Sì, io ridevo.
Quindi il fatto che oggi proprio io mi trovi a scrivere di questo libricino dedicato alla bicicletta e al dio che a volte muove i pedali, soffia i venti e via i destini, in qualche modo, dovrebbe avere un valore in sé diverso. Anche per tutti quelli che, come me, ridevano alla pubblicità della Palio.
Capiamoci: questo non è un manuale che insegna ad andare d’accordo con i ciclisti. No, è qualcosa d’altro, di cui voglio scrivere. E lo faccio per due motivi. Il primo è che se non me ne avessero parlato, non avrei mai comprato questo libro. L’avrei relegato, sbagliando, a semplice opera di cronaca sportiva. Quindi, se è vero che i caproni seguono il belare più alto, magari qualcuno mi verrà dietro. Il secondo è che qui c’è letteratura. Nascosta nella forma del racconto che è un po’ resoconto, un po’ pagina di diario, mai cronachistico. Qui ci si siede e si inizia ad ascoltare un uomo che regala storie. E che lo fa portandoci lontano, nei luoghi adatti agli eroi, quelli che Roland Barthes chiama “Dio del Male al quale bisogna sacrificare“, quelli dove muoiono corridori come Tom Simpson e dove vanno a morire quelli come Pierre Kraemer. Fa così, Ballestracci, ti dà l’impressione di uno che ti offre da bere mentre parla. Ti accompagna a un raduno dove vecchi corridori recitano Dante a memoria, ti tiene col fiato sospeso quando a prendere la parola è Alfredo Martini, senti la vertigine della discesa di Gastone Nencini e sì, insieme a Roger Riviere ci vai a finire pure tu, oltre il limite, giù per la scarpata di venti metri. Poi ti rialzi e vai avanti. Perché tu che leggi sei immortale, come gli eroi, quelli che in qualche modo vengono evocati da queste figure in sella che combattono contro se stessi, ma anche contro il Destino. Eccola, l’epica della sfortuna che rivive con Imerio Massignan (a cui Ballestraci ha già dedicato “Imerio” sempre per Instar Libri) le vicende del condottiero tessalo Protesilao. Eccoli Charly Gaul-Achille e Bartali-Aiace Telamonio e, come scrive Buzzati, Ettore, sconfitto dagli dei. Eccolo, il più grande di tutti per controllo della sfida, rapporto con i compagni e gusto dell’impresa, Fausto Coppi, l’Agamennone del ciclismo.
Marco Ballestracci sente la presenza di qualcosa che va oltre, che si appiccica ai pedali, ma anche agli occhi di chi colleziona biciclette, di chi vince il Tour De France da outsider e per questo non viene festeggiato, di chi mette in moto una squadra di muratori per facilitare una tappa di montagna. È questo il dio della bicicletta di cui parla. Attraversa, con la sua scrittura, la Storia. Perché gli uomini che passano lasciano sempre ai lati della strada altri uomini e le strade solcano città, sfiorano paesi, attraversano montagne, segnano epoche.
Chiaro esempio di quella disomogeneità narrativa che, come scriveva Angelo Marchese, avrebbe messo in crisi la concezione della narratologia come metodo, sono racconti costruiti in maniera tale da non lasciare punti deboli, ponti termici tra i dentro la vicenda e il fuori.
Non ho mai assistito allo spettacolo che lo stesso Ballestracci ha allestito partendo da questo piccolo bagaglio di narrazioni. Visitando il suo blog personale marcoballestracci.blogspot.it si può incontrare un calendario ricco di appuntamenti. Un tour, da vero bluesman. Mi piacerebbe, un giorno, vederne uno. Sempre che non si faccia troppo tardi, sempre che la mia auto a metano mi ci porti in tempo. Sempre che per strada non incontri un ciclista. A quel punto mi chiederei, senza ombra di dubbio, se per lui il dio della bicicletta non abbia in mente qualcosa di particolare.

Marco Ballestracci nasce in Svizzera, ma vive e lavora in Veneto. Con Instar Libri ha pubblicato “L’ombra del Cannibale“, “La Storia Balorda” (Premio Selezione Bancarella Sport 2012) e “Imerio“. Ha scritto anche un libro di racconti sul calcio: “A pedate. 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio” (Mattioli 1885). È cantante e armonicista blues.

:: Partnership Premio Narratori della Sera

14 aprile 2015 by

unnamedAllora è semplice, ci hanno chiesto di essere uno dei diversi media partner della Terza edizione del Premio letterario “Narratori della Sera”, organizzato dalla casa editrice Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo. Vedrete il nostro logo nella pagina fan ed è la prima volta che aderiamo ad un’ iniziativa del genere.

Di premi in Italia ce ne sono molti, la cui serietà a volte ci scoraggia dal partecipare pensando che sia solo una caccia alla tassa di iscrizione, quando il vincitore, che di norma dovrebbe vincere la pubblicazione e/o somme in denaro, o è già stato scelto prima di iniziare o addirittura riceve richieste di pubblicazioni a pagamento.

Conoscendo Stefano da molti anni, prima di fare l’editore era (lo è ancora) un giornalista ed un esperto in comunicazione e dirigeva il quotidiano Il Recensore.com, so che fa le cose seriamente per cui vi segnalo in tutta tranquillità questo concorso.

Ecco il nuovo bando:(qui) Scadenza 30 settembre 2015.

Se comunque prima volete chiedere informazioni ecco i recapiti:
premi@edizionidellasera.com – 320.4126622

La premiazione della passata edizione: (qui)

:: La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon, Alessandra Selmi, (Baldini&Castoldi, 2015) a cura di Viviana Filippini

14 aprile 2015 by

Laterza1Aiace Pardon, protagonista di La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon di Alessandra Selmi, edito da Baldini&Castoldi, è un placido senzatetto che bazzica nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Fin qui nulla di strano. L’uomo, come molti altri clochard, riceve qualche spicciolo che gli permette di sopravvivere davvero con poco. Poi, per Aiace qualcosa cambia, perché ogni giorno c’è un misterioso donatore che comincia a dargli prima 5, poi 10, 20, 50  e pure un bigliettone da 100 euro. Pardon, chiamato così per la sua abitudine di scusarsi sempre e con chiunque, avendo problemi di vista non riesce a vedere bene il filantropo che ogni giorno gli da’ sempre di più, ma è colpito da un particolare: il suo benefattore indossa sempre- in barba alla pioggia, al gelo o alla neve- delle eleganti, costose e sempre pulite scarpe. Ad un certo punto Aiace scompare nel nulla e la sua amica di sempre, pure lei una senzatetto, è convinta che sia l’uomo dalla scarpe lustre l’assassino del mite Pardon. La donna, che all’intero commissariato vien scambiata per un fagotto parlante fatto di stracci, denuncia l’accaduto. Tra tutti i membri delle forze dell’ordine c’è solo un giovane poliziotto, Alex Lotoro che, incuriosito dalla clochard e dalla sua incredibile intelligenza, comincia a parlarle e a frequentare con lei, i luoghi dove il povero Aiace trascorreva le sue giornate.  La strana coppia scaverà sempre più a fondo nella vita di Pardon, trovando non solo il suo cadavere, ma scoprendo anche la sua vera identità e quel sottile filo che lo lega al suo assassino. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è il primo romanzo di Alessandra Selmi, giovane editor lombarda che, in questo giallo ambientato in una Milano uggiosa, rende protagonista una parte del mondo dei senza fissa dimora presenti nella città della Madonnina, facendo conoscere a chi legge le situazioni che hanno condotto i clochard alle loro attuali condizioni di vita; facendoci scoprire anche quello che fanno e i luoghi che frequentano per sopravvivere. Davvero sfiziosa e interessante è poi l’alleanza tra Alex Lotoro e la barbona che lo affianca nella ricerca dell’assassino. Lui è sì poliziotto, ma nei confronti della donna sembra essere una sorta di “scolaretto alle prime armi”, perché la sua aiutante, piccola, goffa e su di età, assomiglia ad una enciclopedia fatta persona. Ad ogni incontro la clochard si presenta a Lotoro con un nome diverso, recuperato dalla letteratura o dalla storia, e lo istruisce su alcuni piccoli, ma importanti dettagli (le scarpe del presunto assassino sono lustre e non lucide; la vittima è stata strozzata  e non strangolata), che permetteranno loro di trovare il colpevole.  Lei, pungente, ironica e a tratti sarcastica, fornisce nozioni di ogni tipo al giovane poliziotto a volto imbranato, tanto che lui stesso ad un certo punto la apostrofa come  «quella palla da bowling che ha mangiato un dizionario» e la ricompensa con dolci sfiziosi per la complicità fornita nell’indagine. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è davvero un poliziesco avvincente, ricco di suspense e di imprevedibili colpi di scena. La Selmi però non si limita a raccontarci la rocambolesca trafila necessaria alla risoluzione del caso, perché lei ci mostra l’umanità, la solidarietà, l’amicizia e lo scambio di saperi che ci possono essere tra persone appartenenti a due mondi diversi. Basta solo andare oltre le apparenze, superare i pregiudizi e tutto diventa possibile.

Alessandra Selmi è nata a Monza nel 1977. Collabora come editor con diverse case editrici milanesi. Dalla sua esperienza è nato il libro E così vuoi lavorare nell’editoria. I dolori di un giovane editor (Editrice Bibliografica, 2014). La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è il suo primo romanzo.

:: Un’ intervista con Alice Ranucci, a cura di Elena Romanello

14 aprile 2015 by

diLa giovanissima Alice Ranucci è autrice del commosso e disincantato romanzo In silenzio nel tuo cuore, ritratto di un’adolescenza al femminile a Roma tra drammi, aspirazioni, sogni, scoperte. Le abbiamo chiesto qualcosa in più su se stessa, abbastanza diversa ma non del tutto dalla sua protagonista Claudia.

Come è nata l’idea del tuo romanzo?

Due anni fa ho cominciato a lavorare a un progetto di volontariato che si chiama Civico Zero. E’ un progetto di ‘Save the Children’, che tutela minori non accompagnati immigrati in Italia. Ho cominciato facendo interviste e riprese del posto, ma in realtà è stato come aprire uno squarcio su un altro mondo. Mi sono affacciata, all’inizio solo con la testa, forse un po’ spaventata, poi mi sono proprio tuffata in questo progetto, affezionandomi ai ragazzi, conoscendo le loro storie. Ciò che mi ha ispirato però, non è stato solo Civico, è stato il rientro a scuola, nel mio di mondo, il contrasto stridente. La critica costante a tutto quello che stava fuori da quel mondo, primi fra tutti quelli che venivano classificati generalmente come “immigrati”, ma con la consapevolezza che quelli che si permettevano di parlare non sapevano, non conoscevano. E allora questo romanzo è nato anche per fargli vedere, sentire. È nato come un parallelo tra due mondi che ho tentato di incrociare.

A leggere le tue note biografiche, sembra proprio che tra te e Claudia ci sia ben poco in comune. Cosa ti tende simile a lei e cosa ti rende diversa?

Claudia per me è stata una compagna, un’amica. Ma forse ancora di più è stato un filtro. All’inizio è estremamente diversa da me: forse ne ho fatto l’incarnazione dei valori che criticavo. E’ stata per me come uno sfogo, così è nata, dalla rabbia. La sua rabbia mi apparteneva. Poi, pian piano, è cresciuta insieme a me, e mentre la sua vita veniva sconvolta da traumi terribili, io mi affezionavo sempre di più a lei. Quindi un po’ mi assomiglia, è inevitabile. Molti dei suoi giudizi, delle sue opinioni e delle osservazioni sul mondo che la circonda, sono miei.

Quali sono i principali problemi, pregi e difetti dei giovani di oggi?

Penso che definire i “giovani” come un’unica categoria sia fondamentalmente sbagliato. È come dire, “quali sono i problemi degli adulti?”. Beh penso che ogni individuo abbia i propri problemi, i propri pregi e difetti. Ci sono tantissimi adolescenti con voglia di fare, intelligenti, colti, interessati. Con passioni e prospettive, con valori e motivazioni. Ma raramente se ne parla. Vengono sempre soppiantati nei discorsi dai giovani svogliati, delinquenti, violenti, con valori sbagliati. Esistono entrambi. Ma penso che di difetti naturali non ce ne siano, perché nessuno nasce sbagliato, e anche i comportamenti più estremi hanno spesso dietro delle motivazioni. Devono solo essere comprese. L’assenza di una famiglia, l’omologazione, certamente giocano un ruolo. La verità è che la nostra è un età molto difficile, perché tutto ci sembra infinitamente grande, e perché ci troviamo a prendere decisioni che influenzeranno totalmente il nostro futuro, le persone che saremo, a volte senza essere preparati a farlo.

Come vivi il tuo rapporto con la tua città, Roma, capitale d’Italia e simbolo di tante cose?

Roma è una città molto grande, bellissima, e non si finisce mai di scoprire cose meravigliose. Qualche volta mi capita di desiderare di vivere in una città più piccola, amo molto Firenze, ma per me Roma è casa. Credo che lo rimarrà per sempre, anche se l’anno prossimo andrò a studiare a Londra e poi chissà dove mi porteranno i miei studi.

Tu fai volontariato e questo traspare nel libro. Come pensi che ti abbia cambiata?

Mi ha cambiata moltissimo. E’ lo sguardo, la prospettiva quella che è cambiata. Come dicevo prima, conoscere un mondo tanto lontano dal mio mi ha dato anche l’opportunità di capire meglio me stessa, e quanto sono fortunata. Quante cose della mia vita ero abituata a dare per scontate, a confronto con ragazzi che, a dispetto di tutto, comunque sono riusciti a mantenere il sorriso.

I tuoi prossimi progetti?

Adesso sto preparando l’IB, l’esame di maturità inglese, e spero vada bene perché vorrei studiare Psicologia e Neuroscienze a Londra. Però ho già in testa l’idea del prossimo romanzo, ho buttato giù una scaletta e qualche pagina. Di una cosa sono certa: ovunque andrò, non smetterò mai di scrivere…

:: Una favola a Manhattan, Alberto Ferreras, (Baldini & Castoldi, 2013) a cura di Micol Borzatta

13 aprile 2015 by

9788866208419Bella è una pubblicitaria, una ragazza come tante altre, ma a differenza delle altre ragazze la sua vita non è facile, perché Bella è grassa. A causa della sua mole ha iniziato a farsi chiamare solo B perché non sentendosi bella non le sembra giusto portare il suo nome, le sembra uno scherzo di cattivo gusto.
La sua carriera lavorativa non decolla perché la sua capa, per paura che la sua bravura la metta in oscurità, prende la scusa del peso per non promuoverla.
Bella è disperata, ma un giorno mentre fa la dichiarazione dei redditi conosce Madame, una signora russa che le cambierà per sempre la vita.
Quando ho visto questo libro mi sono lasciata incuriosire da una recensione che avevo letto che lo dichiarava “il libro giusto al momento giusto”, anche se continuavo a pensare che sarebbe stato l’ennesima copiatura di Il diavolo veste Prada o l’ennesima storia della Cenerentola del caso, ma man mano che procedevo nella lettura devo dire che ho dovuto ricredermi.
Una favola a Manhattan è veramente il libro giusto che arriva al momento giusto. Qualsiasi sia il momento in cui lo leggi, lui ha sempre da insegnarti come affrontare la vita.
In un epoca dove la bellezza a cui siamo obbligati è del tipo anoressico, trovare una protagonista cicciottella, con i suoi chili di troppo che riesce a stare bene con se stessa fino al punto di trovarsi bella dà veramente una spinta in più.
La grinta che trasmette, aiutata dalle descrizioni fantastiche e dalla trama mozzafiato che tiene il lettore attaccato alle sue pagine, porta a relazionarsi con se stessi e con la protagonista, seguendone i cambiamenti e cercando di imparare da essi per poterli mettere in pratica nella nostra vita reale.
Un ottimo romanzo dove l’autore vuole trasmettere a tutte le persone che non esistono persone belle o brutte, ma solo persone stupende con le loro caratteristiche particolari che li evidenziano e fanno sì che possiamo distinguerci gli uni dagli altri.

Alberto Ferreras nasce a Madrid ma cresce a Caracas in Venezuela. Artista, scrittore e regista ha creato My Audition per Aldomovar e trasmesso sulla rete televisiva HBO, e ha collaborato come traduttore per Madonna.
B as in Beauty (Una favola a Manhattan) è il suo primo romanzo e ha vinto il premio narrativa nelle International Latino Book Awards. Particolarità è che l’autore lo ha scritto prima in inglese e poi lo ha tradotto in spagnolo.

:: Il Nao di Brown, Glyn Dillon (Bao Publishing, 2013) a cura di Federica Guglietta

13 aprile 2015 by

1Ci sono libri che vanno letti e poi riletti. Una. Due. Cento. Mille volte. Succede anche a persone come me che raramente rileggono qualcosa più volte.

Era un giorno come tanti altri quello in cui mi capitò di riprendere per la seconda volta un volume che, meno di un anno fa, mi ha fatto scoprire il mondo delle storie a fumetti, quei romanzi illustrati, graphic novel così ben scritti, strutturati e colorati con dedizione da sembrare – no, ma che dico -, così da essere dei veri tesori da custodire gelosamente. Sul comodino, incisi nella mente e nel cuore.  Proprio quel giorno, quando ripresi quel volume dal ripiano della libreria, pensai per un secondo a come Nao dovesse vivere la sua quotidianità. Se solo esistesse in carne ed ossa.

Una ragazza come altre, almeno all’apparenza. Se la incrociassimo per strada, probabilmente, non la noteremmo nemmeno. Tuttavia, se prestassimo un briciolo di attenzione in più, se fossimo davvero disposti ad aprire la sua scatola cranica ed entrarci dentro, noteremmo che lei, giovane donna per metà inglese e per metà giapponese, oltre a quell’aria disincantata che si porta sempre dietro, ha un segreto. Più di uno.
2

Nao, infatti, è affetta da OCD, in particolare da una forma di disturbo ossessivo compulsivo che, contrariamente a quanto solitamente accade, non ha per sintomi la fissazione per l’igiene e il conseguente lavarsi le mani duecento volte in un giorno, disporre cose secondo il giusto cromatismo o cose simili. Tutt’altro.  Nella sua testa si manifestano visioni violente che riescono a fondere realtà ed immaginario, rendendole la vita impossibile.

Si tratta quasi una outcast à la Dickens trapiantata negli anni duemila, una persona che non riesce a stare bene con gli altri, che non riesce ad andare oltre la formalità nei rapporti lavorativi e sentimentali, perché non sta bene con se stessa. Nao non esiste, non è una persona reale, non la si può concretamente identificare in qualcuno, questo è vero. Eppure, se esistesse, potrebbe essere mille persone diverse, stando alla velocità con cui frullano i pensieri nella sua mente. Oppure potrebbe essere le nostre paure, ossessioni, fantasmi, demoni che girano ad una velocità devastante.
3Nao resta solo la protagonista di un bel graphic novel di Glyn Dillon, edito in Italia fine 2013 da Bao Publishing. Un prezioso volume cartonato, dalla copertina candida con in rilievo raffigurato un ensō (円相), simbolo che, in giapponese, vuol dire cerchio ed è proprio il concetto di ciclicità ad essere onnipresente in tutto lo svolgersi della storia.
Vivida l’influenza nel tratto e nei colori ad acquerello (è il rosso a predominare) di maestri quali Moebius e di Hayao Miyazaki.

Per l’edizione italiana, è stata scelta come sovracoperta un’immagine raffigurante il mezzo busto di giovane donna che ha, al posto della testa, una lavatrice sempre in azione, come se fosse sempre intenta a centrifugare.
Non fa altro che colpevolizzarsi dicendo di essere cattiva. Il presente si mescola alle immagini nella sua testa e si  4intreccia con un meta fumetto, un’altra storia a fumetti che l’autore ha inserito nella trama principale per intervallare le montagne russe che concorrono a formare il flusso di pensieri ossessivi presenti nella mente della protagonista.

Un racconto e una vita destinate alla decadenza e al baratro più nero che, ad un certo punto, saranno risollevate dall’arrivo di un gigante buono, un riparatore di lavatrici che, per Nao, rappresenterà una certezza nel suo mondo di paure e che l’aiuterà a capire una cosa importantissima: non tutto è sempre o bianco o nero, ma che esiste anche una via di mezzo. Questo compromesso tra un eccesso e l’altro non è il grigio, aspettate, ma il marrone.

Gyl Dillon, inglese, classe 1971, è figlio e fratello minore di altri due disegnatori. Comincia la sua carriera nel fumetto, ma prosegue principalmente come storyboarder e concept designer per il cinema e la televisione. Vive a North West London con la moglie e figli. Il Nao di Brown è il suo ultimo lavoro.

:: Incontri con i docenti: Prof. Dr. Hussein Hamouda Mahmoud, ‎ direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University (Il Cairo)

12 aprile 2015 by

07596eeProseguendo la serie di incontri con i docenti, abbiamo il piacere oggi di avere con noi il professor Hussein Hamouda Mahmoud, direttore del Dipartimento di Italianistica alla Helwan University del Cairo. Discuteremo della crisi dell’ editoria e del numero sempre maggiore di giovani che preferiscono alla lettura dei libri altre attività, problema presente anche in Egitto. Ecco l’intervista.

Buongiorno professor Hamouda, e grazie di aver accettato questa intervista. E’ direttore del dipartimento di Italianistica alla Helwan University. Ci parli del suo ciclo di studi, come si è avvicinato all’insegnamento?

Buongiorno a voi. Ho studiato italiano, lingua e letteratura, nella facoltà di Lingue, dell’ Università di Ain Shams, una delle maggiori del Cairo in Egitto, dove il Dipartimento d’italiano è stato inaugurato nel 1956. Ma la facoltà stessa era stata fondata già nell’ Ottocento, nell’epoca della Rinascita araba che vide la nascita della cultura araba moderna. Prima ho lavorato come traduttore, giornalista, poi, dal 1999 ho cominciato la mia carriera universitaria. Da giornalista avevo anche un lettore “ideale” a cui mi rivolgevo scrivendo gli articoli per il giornale, ma ad un certo punto ho avuto il desiderio di conoscere questo lettore, non più ideale, ma reale. I giovani interlocutori nelle aule universitarie mi sembrarono sin dal primo momento più vivi e concreti. In fine dei conti noi, tutti, insegniamo qualcosa a qualcuno nei diversi ruoli che assumiamo nella vita.

Mi innamorai della letteratura araba leggendo Le Mille e una notte. Come è nato il suo amore per la letteratura italiana?

Anche io mi innamorai della letteratura italiana leggendo le Mille e una notte italiane. Si tratta del Decameron di G. Boccaccio. Certo che erano solo dieci giornate ma sono state raccontate ben 100 novelle, mentre nelle Notti arabe sono narrate circa 250 novelle, ma alla fine si tratta di due raccolte di novelle che possono, teoricamente, durare infinitamente. Infatti la mia tesi di dottorato era una comparazione tra le Mille e una notte e il Decameron. Le posso descrivere, entrambe, come Umane Commedie, a differenza della Divina Commedia di Dante. Noi, popolazioni del bacino del Mediterraneo, siamo accomunate dalla stessa cultura.

Secondo i dati recenti forniti dalla Associazione Italiana Editori (AIE), che monitorano la quantità e la qualità di lettori in Italia, in quest’ultimo anno si sono persi 800.000 lettori. L’editoria Italiana è in crisi, le case editrici chiudono, le librerie anche storiche chiudono, mi diceva che è un problema sentito anche in Egitto.  

Le case editrici soffrono anche in Egitto, malgrado l’aumento numerico dei lettori, la crescita demografica e il basso prezzo dei libri. Ci sono 8 milioni i lettori in Egitto, in una popolazione di 90 milioni. I nuovi libri stampati sono diminuiti del 25% nel 2010. Di recente si è assistito a un nuovo fenomeno editoriale in Egitto, messo in luce nell’ultima edizione della Fiera internazionale del libro del Cairo, del gennaio 2015. Si tratta dell’editor/giovane/individuale. Hanno avuto grande successo i nuovi scrittori giovani che non sono legati a nessun editore, ma stampano i loro libri e li distribuiscono tramite una rete giovanile. Bisogna riconsiderare tutte le politiche e i dinamismi dell’editoria per poter rispondere alle nuove esigenze dei nuovi lettori.

Per la mia generazione i libri erano simbolo di libertà, di indipendenza critica, di confronto, di amore per mondi anche lontani e diversi dal nostro. Ci confrontavamo con la diversità e altre culture. Ci avventuriamo verso una società globalizzata sempre meno libera?

Sembra che ci siano novità nel contesto attuale rispetto al contesto in cui abbiamo avuto la nostra esperienza di vita. Si tratta della “rete” invece di librerie o biblioteche. I libri online e quelli elettronici sono in aumento. Il fatto, mi fa ricordare il discorso di Umberto Eco alla Fiera del libro di Torino nel 2009, quando parlava della memoria metallica invece di quella cartacea. Dal punto di vista quantitativo le informazioni delle nuove generazioni sono assai più abbondanti di quelle che potevamo avere al nostro tempo. Con l’immigrazione, la virtualità della cultura e i contatti mondiali sempre più ricchi assistiamo ora a una maggiore consapevolezza del mondo. I libri non perderanno il loro ruolo, anche se perderanno la forma tradizionale, grazie al progresso tecnologico. Gli autori di oggi dovranno trovare soluzioni innovative a questo problema. Malgrado questo bisogna adottare una nuova poetica. Una nuova educazione che riconosca l’altro e che sia più tollerante. La poetica della transculturazione. È compito anche dei formatori, dei docenti e professori, nelle scuole, non solo in Italia, ma in tutto il mondo: educare i giovani alla molteplicità dei mondi, tutti validi e riconoscibili.

Quali sono i principali nemici che allontanano i giovani dai libri?

La disperazione, la mancanza di libri che possano rispondere alle loro esigenze. Poi internet che diffonde una cultura mediocre, una sorta di fast food culturale. Internet crea una rete sociale efficace, ma è incapace di creare una comunità concreta, e quindi non riesce a sviluppare vere e proprie tendenze o filosofie. La rete viene dal vuoto e va nel vuoto.

La lettura dei libri offre in dono un grande regalo: il tempo. Il tempo per riflettere, assimilare i concetti, apprezzare la bellezza. Nell’era di internet, la velocità della circolazione delle informazioni è vertiginosa, si perde quasi il senso dell’analisi critica. Notizie, su notizie ci sovrastano in un brusio di fondo che sembra diventare più che fonte di conoscenza, fastidioso rumore. Come si fa ad opporsi a questo stato di cose?

Non mi sembra che sia da rifare tutto. Le informazioni sono importanti, come spunti per un sviluppo della coscienza. Ma attingere alle ricchezze del patrimonio umano è anche bello e formativo. Creare l’interesse, motivare, sensibilizzare i giovani è anche nostro compito. Noi siamo i responsabili delle nuove tecnologie che abbiamo creato senza sapere cosa farne di positivo, allora tocca a noi riorganizzare questo caos, forse tramite l’invenzione di nuove forme creative che possano attrarre o attirare l’attenzione dei giovani che sono, tecnologicamente parlando, più evoluti delle vecchie generazioni.

Perché gli stati, o meglio gli enti preposti all’educazione non sostengono progetti culturali di più ampio respiro? Non so in Egitto ma qui in Italia la scuola è un po’ il fanalino di coda, i docenti vivono quasi tutta la loro carriera lavorativa da precari, di corsa a tenere lezioni in posti lontani anche disagevoli, non avendo mai la certezza l’anno successivo di essere confermati. I giovani ricercatori universitari vanno all’estero. Sono sempre meno coloro che scelgono di lottare contro la burocrazia, l’ignoranza, la mancanza di fondi. Da docente, avendo un fondo da destinare a incrementare la lettura, cosa farebbe?

Gli Stati ora non sostengono nessuno. L’economia di mercato mette tutti in una situazione di precariato. Anche la cultura. La situazione è la stessa in tutto il mondo. Non ci sono più fondi, né in Europa né nel resto del mondo. I fondi vengono sprecati nel mondo politico e imprenditoriale. I fondi che ho per i libri sono diminuiti tanto da arrivare a solo 250 euro per anno con cui devo provvedere all’ acquisto di libri in un Dipartimento di italianistica che serve 300 studenti, 15 docenti e ricercatori.

Quali sono i libri che considera indispensabili, quelli fondanti, per un giovane egiziano che volesse avvicinarsi alla letteratura italiana?

Tanti. Le tre corone della letteratura e padri della lingua italiana: Dante, Petrarca e Boccaccio. Ariosto. Tasso. Alfieri. Goldoni. Manzoni. I veristi. Pirandello. I neorealisti. I moderni. Gli italo-egiziani Marinetti, Ungaretti e Pea. Leopardi e Carducci. Il teatro italiano fino a Dario Fo e oltre. Vittorini, Pavese, Calvino, Buzzati. Moravia. Tabucchi, Eco e Baricco. Saviano e Camilleri. Sciascia e Consolo.

Per favorire l’analisi comparativa tra letteratura araba e italiana, che soluzioni auspicherebbe?

Per favorire il confronto tra le letterature mediterranee bisogna dare una maggior spinta alla traduzione tra le diverse lingue, che sono il ponte essenziale per la comunicazione letteraria. Le soluzioni dovrebbero, poi, avvalersi delle teorie della ricezione, dell’ ermeneutica, dell’  imagologia, e della transculturazione. Queste tendenze di interpretazione e di critica letteraria ci aiuteranno a vedere in modo più chiaro le nostri radici comuni. Bisogna affermare, comunque, che ci accumunano tante cose, più di quelle che ci separano. Le teorie, gli studi e le poetiche del grande comparatista italiano, di fama mondiale, Armando Gnisci sono sicuramente utilissime a questo riguardo.

Imparare una lingua diversa da quella materna, anche in età adulta, è una sfida affascinante. Penso ai tanti giovani che attraversano il Mediterraneo per approdare in Europa. La letteratura delle migrazioni è una delle più ricche e profonde letterature contemporanee. Inviterebbe questi giovani a scrivere, raccontando le loro esperienze?

Scrivere la propria esperienza è un atto di generosità. Significa che mi doni una parte di te, della tua vita. Invito tutti, giovani e non, a scrivere, a comunicare agli altri le proprie vite cosa che arricchisce anche le nostre vite. La letteratura della migrazione è, invece, essenziale per dare una nuova linfa alle letterature invecchiate. Per la seconda generazione degli immigranti il problema della lingua non rappresenta nessun ostacolo, dato che i giovani saranno formati nella società di destinazione. La prima generazione, invece, impara la lingua facilmente, perché è una lingua di vita, che si usa nel quotidiano. Poi si scrive in un italiano compromesso, o si scrive a quattro mani, ma arriverà il momento in cui scatterà automaticamente il modulo linguistico che trasforma la lingua acquisita in quella cognitiva, cioè in una lingua meticcia o creola, un miscuglio di due lingue madri o quasi.

Sono cristiana, ma ho avuto modo di leggere il Corano, anzi lo rileggo spesso, e mi trasmette sempre un grande senso di pace. Ripensando a fenomeni come il terrorismo islamico che sembrano dare ai popoli di fede musulmana, almeno in Occidente, un’ aura negativa, non pensa che una maggiore diffusione dei libri diminuirebbe anche il grado di aggressività e violenza diffusa?

Il terrorismo non è un fenomeno islamico, ma universale, legato più alla politica che alla religione. La religione viene abusata o strumentalizzata nei conflitti politici. Separare la religione e la politica è un compito dell’ Occidente, accusato di sostenere tanti movimenti fanatici nel mondo islamico, che inseminano il terrore con le armi occidentali. L’Occidente deve promuovere una cultura di pace e di tolleranza, non solo nei propri paesi, ma in tutto il mondo. Il libro, certamente, è molto utile a combattere tutte le forme di fanatismo e estremismo, che nascono dall’ignoranza. Il libro è contro il terrorismo perché è contro l’ignoranza. Perché illumina d’immenso.

Il progresso tecnologico, più che un ostacolo può essere un alleato. Oltre ai libri cartacei, stanno diffondendosi i libri digitali, aperti a numerosi contenuti interattivi. Immagini, suoni, link possono rendere la lettura dell’Odissea altrettanto appassionante che un video gioco (se non di più). Cosa ne pensa? Preferisce il libro tradizionale, o è favorevole anche agli ebook? Gli studenti con meno possibilità economiche come possono accostarsi a questi mezzi tecnologici?

Temo che nel prossimo futuro non sarà una questione di preferenza, ma di obbligo. Da ora bisogna investire di più nella creazione di nuove biblioteche virtuali e elettroniche sostenute dagli stati e disponibili, specialmente per le classi più povere. Bisogna riconoscere il diritto alla cultura come un fondamentale diritto umano garantito ai bambini, ai diversamente abili, ai poveri, senza nessuna forma di discriminazione.

Per concludere, cosa si auspica per il futuro?

Più cultura e più felicità; meno politica, meno consumismo, meno abuso, meno violenza, meno armi, meno disagio per tutta la terra.

:: Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2015 by

conflitto russo-ucrainoDi questo nuovo «Grande Gioco», l’ Ucraina è certamente la pedina più considerevole. Lo è per la ricchezza delle sue risorse minerarie (carbone, minerali di ferro, petrolio, enormi riserve non ancora sfruttate di gas metano e petrolio derivati dalla frantumazione del suolo, shale gas e shale oil) e agricole (soprattutto cereali). Risorse che avevano destato l’interesse di Pechino, dichiaratosi disposto nel settembre 2013 a siglare un accordo per l’acquisizione dello sfruttamento di tre milioni di ettari delle fertilissime «terre nere» ucraine e ora poco propenso a schierarsi nel fronte antirusso.
Lo è per il passaggio nel suo territorio di circa quarantamila chilometri di gasdotti che la collegano alla Russia e all’area del Mar Caspio (Turkmenistan, Kazakistan, Azerbaigian e Uzbekistan).
Lo è per la cruciale rilevanza della sua posizione geopolitica da cui dipende strettamente la sicurezza nazionale russa poiché lo spazio ucraino, insieme alla Bielorussia, costituisce l’intercapedine strategica che separa a occidente la Russia dal sempre più minaccioso schieramento dei Paesi NATO.

I fatti (recenti): dopo manifestazioni di piazza, iniziate in Ucraina la notte del 21 novembre 2013, (dopo la sospensione da parte del Governo Ucraino di un accordo denominato DCFTA tra l’Ucraina e l’Unione europea) il presidente Viktor Janukovyč, filorusso ma democraticamente eletto, tra la notte di venerdì 20 e sabato 21 febbraio 2014 fugge e lascia l’Ucraina rifugiandosi in Russia[1].  Deposto Janukovyč la notte del 22-23 febbraio 2014 viene in seguito istituito il governo del nuovo Primo Ministro ad interim, presieduto da uno dei leader delle proteste, Arseniy Yatsenyuk. Il governo locale della Crimea, la cui popolazione e a maggioranza di etnia russa, a seguito di questi fatti ritenuti illegittimi, rifiuta di riconoscere il nuovo governo. L’11 marzo Crimea e Sebastopoli si dichiarano unilateralmente indipendenti, con 78 voti favorevoli su 100 al Parlamento della Crimea. Il 15 maggio viene proclamato un referendum, il cui esito (che raggiunge quasi il 97% dei consensi), è a favore del ricongiungimento della Repubblica autonoma di Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione Russa. (Dal 25 maggio 2014 il Presidente dell’Ucraina è Petro Oleksijovyč Porošenko). E’ l’inizio di una sorta di guerra civile tra governativi e separatisti filorussi a cui gli accordi di Minsk-2 pongono il cessate il fuoco, valido dal 15 febbraio 2015, che tra alti e bassi regge fino a oggi.
Ecco in sintesi cosa è successo negli ultimi (confusi) mesi, tutto all’interno di un quadro geopolitico di grande instabilità, che sembra porre da un lato l’Unione Europea, (appoggiata dagli USA) e dall’altra la Federazione Russa. Tra i due l’Ucraina come oggetto del contendere. Assistendo ai telegiornali, leggendo i quotidiani, approfondendo notizie su Internet, il quadro che si delinea non è molto più chiaro.
Ma chi sono i cattivi, gli aggressori? Chi si sta difendendo? Cosa sta davvero accadendo e quali saranno le reali ripercussioni su di noi? (A molti di tutto ciò importa sapere se il prossimo inverno avremo ancora gas sufficiente, e non è una osservazione unicamente utilitaristica, ma sottolinea l’interconnessione tra Europa e Russia, e quanto questi legami siano non solo strategicamente rilevanti, ma anche vitali).
Per rispondere a queste domande, e per accrescere la nostra coscienza critica, vi consiglio la lettura de Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, del professore di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma Eugenio Di Rienzo, edito da Rubbettino editore.
Un testo essenziale e se vogliamo anche breve, non più di un’ ottantina di pagine reali, alle quali si aggiungono note e apparato bibliografico. Un testo specialistico, scritto da un osservatore autorevole, ma non unicamente per addetti ai lavori, anzi il linguaggio chiaro e schematico lo rende allo stesso tempo anche un ottimo testo divulgativo.
Io dal canto mio non farò una recensione specialistica, rimando questo ad altre sedi, ciò che invece mi preme fare è un’analisi, la più chiara e semplice possibile, perché la politologia non è unicamente una scienza astratta, ma anzi ci tocca molto da vicino ed è bene assumere i giusti anticorpi per non essere manipolati o condizionati, quando in ballo ci sono bene o male anche i nostri interessi specifici.
Una guerra, (per di più nel cuore slavo dell’Europa orientale), le sanzioni, con i conseguenti danni economici con ripercussioni ramificate, l’ incertezza geopolitica che si ripercuote negativamente non solo sulle regioni e i paesi coinvolti, bene o male sono problemi di tutti, che incidono anche pesantemente sulla nostra vita quotidiana, in un mondo sempre più globalizzato e correlato.
In un quadro di crisi finanziaria e economica piuttosto diffusa, la rottura di rapporti commerciali significa debolezza per alcune aziende, (che prima esportavano quantità ingenti di beni e prodotti in Russia), le succitate limitazioni alle forniture di gas di cui l’Europa è debitrice (circa il 15% del gas consumato in Europa passa per l’Ucraina[2]) circa 40.000 chilometri di gasdotti la collegano alla Russia e alla zona del Mar Caspio e che soddisfano il 25-31% dei bisogni energetici dell’UE (e il 43% dell’Italia), la carenza di beni e servizi, anche solo l’insicurezza nei trasporti, insomma non solo teoriche problematiche astratte. E’ bene quindi capire a cosa andiamo incontro, con le nostre scelte e anche solo con le nostre (disinformate) opinioni.
Di Rienzo ha il pregio di non abbracciare una tesi a discapito di un’ altra, solo perché è la più diffusa (dai mass media) o conveniente, ma anzi si interroga, ponendo uno accanto all’altro i fatti, coadiuvato dalle riflessioni di importanti esperti di politica e economia, tra gli altri il pensiero di Henry Kissinger (non certo un sinistrorso) trova largo spazio a dimostrazione che la sua analisi non può essere tacciata di antiamericanismo o antioccidentalismo tout court. Anzi le conclusioni a cui perviene Di Rienzo sono relativamente condivise anche negli USA, e diffuse da riviste di settore.
Innanzitutto, scavando a fondo, per capire le origini, più o meno manifeste di questo conflitto, Di Rienzo sottolinea come origine di tutto sia individuabile nel tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina nella NATO violando gli stessi accordi, (già ampiamente violati) di rinunciare formalmente a qualsiasi forma di espansione dell’Alleanza Atlantica verso est. Questa sorta di peccato originale ha prodotto a cascata tutta una serie di ripercussioni (negative) che inficiano anche oggi i pur sinceri e onesti sforzi intrapresi per la negoziazione di una pace duratura. Da guerra di aggressione quindi in giusta prospettiva può essere declassata a guerra di difesa? Difesa di interessi strategici, economici, politici da parte russa, opposti a quelli occidentali, in un tentativo, di quest’ultimi, quasi grottesco di ricreazione di una sorta di guerra fredda, anacronistica e inopportuna.
Si evincono poi altri punti nodali come la debolezza dell’Unione Europea in politica estera, (ancora troppo influenzata dagli interessi e dalle decisioni USA), fatto che di per sé può essere giudicato poco influente, quando invece mette a rischio gli equilibri generali in modo esponenziale, (pensiamo solo al fatto che Putin era pronto ad usare l’atomica durante la crisi in Crimea) e l’azione di movimenti nazionalisti di estrema destra tra le file governative ucraine, in funzione antirussa, (e qui pensiamo ai bizantinismi dell’Occidente, tesi a giustificarli in funzione democratica).
Insomma il quadro è complesso, ma meno oscuro. Rimando quindi alla vostra lettura del testo, e ai vari approfondimenti, suggeriti dalla abbondante bibliografia. Sarete, dopo, se non altro più consapevoli, e questo è già di per sé molto.

Intervista al professor Di Rienzo: qui

[1] http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/02/23/ucraina-fuga-in-elicottero-di-yanukovich-che-lascia-kiev/267182/

[2] http://www.unita.it/ambiente/russia-taglia-gas-all-ucraina-br-e-ora-trema-anche-l-europa-1.575257

:: Il giardino dei tarocchi. Un’avventura tra i giganti colorati di Capalbio (Gr), Fabrizio Felici Ridolfi, (Scienze e Lettere, 2014) a cura di Viviana Filippini

7 aprile 2015 by

giardinodeitarocchi

Fiammetta compie gli anni e non ha la più pallida idea di quale sarà il regalo per lei. Poi, il nonno prende la bambina e il fratellino Aldo per portarli in un posto misterioso poco conosciuto e poco visitato. Il trio, in viaggio sulla strada, scorge all’orizzonte strane figure che compongono il Giardino dei Tarocchi, un luogo fantastico pieno di forme e di colori nei pressi di Capalbio, un piccolo borgo antico in provincia di Grosseto. Qui, Fiammetta e Aldo cominceranno un’esplorazione, tra realtà e fantasia, durante la quale, grazie alla guida di Niki de Saint Phalle, la pittrice e scultrice creatrice della struttura, impareranno a conoscere la storia di uno spazio e delle sculture che lo animano. Il giardino dei tarocchi di Ridolfi è il secondo volume della collana Terre Incantate della casa editrice Scienze e Lettere, dedicata ai bambini che hanno un’età compresa tra i 6 e i 12 anni e ha lo scopo di far scoprire ai piccoli lettori, e direi anche agli adulti, tanti luoghi poco noti, ma presenti in Italia (nelle grandi città e nei piccoli e sperduti centri delle nostre province) dove, storia, arte, tradizioni e folclore locale si mescolano. In questo volume, arricchito dalle colorate tavole di Emanuele Carosi, la piccola protagonista e il fratellino, grazie alla compagnia di Niki, impareranno la storia dei tarocchi, ma anche come la creatrice di questo fantastico luogo, dove è possibile passeggiare per trovare pace allontanandosi dal caos quotidiano, abbia preso ispirazione, per la creazione del suo progetto, dal Parco Guell di Barcellona, realizzato da Antoni Gaudì. Il Giardino dei Tarocchi, protagonista del libro di Ridolfi è nato nel 1998 e ospita ventidue enormi statue in calcestruzzo, interamente rivestite da tasselli colorati in ceramica, in vetri di Murano e in specchi riproducenti gli Arcani Maggiori del mazzo dei Tarocchi. Il parco è per coloro che lo visitano un luogo nel quale ritrovare l’armonia e la pace con se stessi e con il mondo. Vero è anche il fatto che Niki de Saint Phalle non abbia mai amato molto pubblicizzare la sua creazione per tutelarla dall’invasione del turismo di massa, ma adesso che conosciamo l’esistenza di questo giardino, una bella gita sulla scia di quella della piccola Fiammetta e di Aldo, la consiglio tutti.

Fabrizio Felici Ridolfi è docente di egittologia presso istituti di formazione universitaria per adulti e grande appassionato del Giardino dei Tarocchi e del suo ricco simbolismo. Autore di numerosi articoli sulla civiltà egizia, ha pubblicato per la collana Ankh di Scienze e Lettere, da lui diretta, i volumi Vita Quotidiana nell’Antico Egitto, I Luoghi dello Spirito, Miti e Dei dell’Antico Egitto e Rallegrati, o Egitto – Le origini del Cristianesimo nella terra dei Faraoni.

Emanuele Carosi è grafico pubblicitario e illustratore. Da sempre coltiva la passione per il disegno. Collabora con la casa editrice Scienze e Lettere per l’illustrazione e la progettazione grafica delle collane dedicate ai più giovani Terre incantate e Monstra, dove riversa tutto l’entusiasmo e la fantasia della sua giovane età. I suoi disegni sono realizzati e colorati a mano e, successivamente, ripresi al computer.

:: La casa di tutte le guerre, Simonetta Tassinari, (Corbaccio 2015) a cura di Valeria G.

7 aprile 2015 by

un“Lisa aveva un’espressione sdegnosa e imbronciata, e ricordo perfettamente che stava raffigurando un albero. Aveva già tracciato il tronco, colorandolo di marrone intenso, ed era alle prese con i rami. Sembrava prenderci un gran gusto, e quell’albero mi parve meraviglioso. Nessuno di mia conoscenza era capace di disegnare così bene. Mi fermai con una fantastica frenata esattamente di fronte a lei, per impressionarla.”

Il coraggio è l’unica magia che vale la pena di possedere” ha detto Erica Jong.
Ogni essere umano ha provato almeno una volta nella vita una paura folle, paralizzante, una di quelle emozioni che possono azzerare ogni pensiero razionale. Eppure, proprio dalla paura nasce la virtù magica a cui si riferisce la Jong. Anzi, si può asserire che è obbligatorio avere paura per poter entrare nel mondo dei coraggiosi.
E, il coraggio, quello vero e puro, è stato abilmente nascosto tra le righe dell’ultimo lavoro della scrittrice Simonetta Tassinari intitolato “La casa di tutte le guerre”, edito da Corbaccio.
La protagonista è una bambina di dieci anni e mezzo che raggiunge la nonna di origini inglese nella grande casa di Rocca nel cuore della Romagna per le vacanze estive. Qui, Silvia Frassineti, la nostra piccola eroina, si trova a vivere l’estate che cambierà per sempre il corso della sua vita. La curiosità tipica di una bambina di quell’età la porta a voler conoscere “la Lisa” una bambina poco più grande di lei che vive una vita solitaria, povera di affetti e priva di mezzi a causa dell’indigenza di suo padre. Lisa ha perso la mamma ed è una bambina difficile da cui tutti, adulti e bambini, preferiscono stare alla larga. Ma per Silvia è diverso. Lei appena la vede sente che tra di loro c’è un legame che deve essere risvegliato, lotta per quell’amicizia come, forse, non ha mai lottato in vita sua. La strana amicizia delle due fanciulle gira intorno ad una grande storia d’amore, una di quelle che sono talmente uniche e profonde che hanno la capacità di unire e dividere, di creare intorno a sé bene e male, fiducia e vendetta. Una di quelle che solo i coraggiosi possono vivere perché da quel sentimento non si torna indietro, costi quello che costi.
La casa di tutte le guerre” è un romanzo gradevole e ironico che attraverso la voce della sua piccola protagonista ci racconta la saga misteriosa di una famiglia borghese durante gli anni sessanta ( anche se non mancano riferimenti storici del periodo a cavallo della seconda guerra mondiale). La scelta di affidare la narrazione in prima persona ad una fanciulla rende la storia particolarmente divertente e leggera e in una recente intervista, proprio in vista della presentazione del suo romanzo, la Tassinari ha confermato di aver studiato e scelto questo tipo di narrazione per rendere la storia il più fluida possibile, per aprire un punto di vista fiducioso verso il futuro, e per presentare con la giusta spensieratezza una storia d’amore difficile e dolorosa.
La Tassinari, inoltre, sempre durante la stessa intervista, ha rivelato che per certi aspetti il romanzo si può definire autobiografico: il paese è lo stesso dove lei a trascorso le vacanze durante le estati degli anni sessanta, a casa della nonna. Nessuno ci dice se la sua vera nonna assomigli nei modi e nell’aspetto all’elegante Mary Frances, che con il suo ruolo dominante detiene le fila di tutto il romanzo, ma, vista l’importanza che lei ha voluto dare a tale personaggio, è facile supporre che ella sia stata fonte di autentica ispirazione nella stesura de “La casa di tutte le guerre”.
Un romanzo che profuma di sole e di giornate lente, di voglia di crescere e di responsabilità, di amicizia e devozione, di amore, di dolore e riscatto verso quel destino che tanto ha dato e tanto ha tolto.

Simonetta Tassinari è nata a Cattolica ed è cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino. Vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Prima di scrivere La casa di tutte le guerre ha attraversato diversi generi, dalla sceneggiatura radiofonica alla saggistica storico-filosofica, dal romanzo storico al brillante, pubblicando, tra gli altri, per Giunti ed Einaudi scuola. Ha vinto il premio Il Pungitopo e il Premio di narrativa italiana inedita, e ha collaborato con giornali e riviste. Vive in campagna con la famiglia, tre gatti e un cane.