Dall’8 al 13 luglio torna a Polignano a Mare, in Puglia, il festival letterario Il libro possibile, giunto alla tredicesima edizione.
Ogni sera, alle 20 e 30 sono previsti incontri a ingresso gratuito con varie personalità letterarie, nell’ottica di mettere il libro in piazza: quest’anno si prevedono 100mila visitatori, italiani e stranieri, con 350 ospiti e 150 interventi, per coinvolgere un borgo a strapiombo sul Mediterraneo, in piena estate, con un modo per completare la propria vacanza partendo dai libri e proponendo incontri, conferenze, reading, spettacoli, lection magistralis, tavole rotonde sugli argomenti più disparati.
In questa nuova edizione sono previste alcune novità, come la presenza di carri del Carnevale di Putignano che celebrano il mondo dei libri, lo spazio Libri verdi dedicato ai bambini con laboratori creativi, interventi e un reading con Geronimo e Tea Stilton
Tra gli ospiti ci sono Luca Bianchini, Pietrangelo Buttafuoco, don Luigi Ciotti, Carlo Freccero, Nino Frassica, Gabriella Genisi, Michela Marzano, Paolo Mieli, Ferzan Ozpetek, Federico Rampini, Lidia Tavera, Katia Ricciarelli, Farian Sabahi, Vittorio Sgarbi, Luca Telese, Marco Travaglio, Roberto Vecchioni. Tra gli eventi da segnalare l’11 la presenza del segretario della CGIL Susanna Camusso e il reading su Pasolini di Nichi Vendola.
Per il programma completo visitare il sito www.libropossibile.com
:: Al via il Festival ‘Il Libro possibile’ di Polignano a Mare, a cura di Elena Romanello
10 luglio 2015:: Lo zoo, Marilù Oliva (Elliot edizioni, 2015)
9 luglio 2015Il tema della “diversità”, – interiore, esteriore – o al suo opposto della difficile lotta per conquistare la cosiddetta “normalità, sono due temi spesso presenti nella stessa opera, che sia letteraria o cinematografica o teatrale. Come il gioco di specchi che si crea tra diversità e normalità, quando la stessa umanità fatta di sensibilità e onestà resta più vivida in chi per una deformità fisica viene isolato e considerato un diverso. Quando invece il vero “mostro” si rivela essere proprio chi ha tutte le stigmate della normalità.
Questo dualismo fu magistralmente rappresentato in un film hollywoddiano del lontano 1932, Freaks del visonario regista di Luoisville, Tod Browning, diventato ormai un cult movie, forse tra i più osannati della storia del cinema, sebbene restò per anni censurato e non solo, fu mutilato di ben 30 minuti di pellicola, andata perduta per sempre, velato da un’ aura maledetta che quasi distrusse la vita del regista (sicuramente la sua carriera), politicamente scorretto al di là di ogni immaginazione, la maggior parte degli attori che parteciparono al film erano veri freaks, spietatamente detti “fenomeni da baraccone”: nani, deformi, senza arti.
Oggi sarebbe impensabile radunare un cast del genere, non perchè crudeltà e cinismo siano tanto cambiati da allora – esistevano nel passato veri e propri spettacoli itineranti (anche in Italia) in cui l’attrazione esibita era composta proprio da queste persone, testimoniati da un interessante libro come Fenomeni da baraccone di Marcello Fini (Italica Edizioni, 2013) – ma perchè si violerebbero oltre a vere e proprie leggi, anche la sensibilità diffusa di molte persone.
Questi problemi non se li fece Tod Browning nel 1932, e non se li è fatti oggi Marilù Oliva, autrice di un caustico noir che in parte possiede la forza disturbante di quel vecchio film. Opera allegorica se vogliamo, Lo Zoo, edito da Elliot edizioni, ci porta nella tenuta salentina di una ricca contessa sul viale del tramonto (ex star della tv), in cui in una parte del suo giardino troviamo delle gabbie in cui sono rinchiuse queste strane creature: la Donna Anfora, l’Uomo Scimmia, l’ Angelo, el Pequegno, la Strega, la Sirena, il Ciclope.
Si prova autentico disagio a leggere questo libro, e non è la deformità fisica che spaventa. Stavo pensando di scrivere a questo proposito anche un’altra cosa, ma si vede che è passato un angelo e se la è portata via. Ecco volevo dire che ho avvertito vera difficoltà fisica a superare le prime pagine, tanto che avevao pensato di abbandonare la lettura, ma poi ho percepito il vero tema sotteso del libro, la libertà, dalle gabbie non solo fisiche, ma soprattutto interiori, le più difficili da abbattere, e così anche il personaggio del Guardiano (forse il più mostruoso del romanzo) è diventato più sopportabile.
La libertà, dicevo, da se stessi, dalle strutture sociali, dall’avidità, dalla disperazione e la (percezione) della diversità sono quindi i temi principali e ci vuole senz’altro un certo coraggio a presentarli così senza filtri emotivi al lettore e sicuramente questo coraggio Marilù Oliva lo possiede.
Molto bella, anche se inquietante, la copertina, mi ha ricordato quelle immagini associate al Día de los Muertos, festa celebrata in Messico.
Una certezza però mi ha attraversato, spero di non finire mai deformata come personaggio in un suo romanzo.
Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e scrive. Ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, l’ultimo è uno studio sulle correlazioni tra la vita e le opere del Nobel colombiano Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, Sugarpulp. Mala Suerte completa la trilogia salsera di Marilù Oliva, dopo ¡Tú la pagarás! (Elliot 2011), finalista al Premio Scerbanenco, e Fuego (Elliot 2011).
Source: libro inviato dall’ autore.
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:: Agatha Christie 2 X 1
9 luglio 2015
Sebbene Derek Raymond non amasse particolarmente Agatha Christie, scrisse addirittura un saggio dal titolo piuttosto espilicito Perché odio Agatha Christie, devo dire che rivedendo la serie tv britannica Agatha Christie’s Poirot, (con uno strepitoso David Suchet) ho rivalutato anche la lettura di questa Dame del brivido davvero prolifica, oltre che osannata da stuoli di fan. Alcuni titoli davvero belli, tra i miei preferiti: i celeberrimi Assassinio sull’Orient Express, Il Natale di Poirot, L’assassinio di Roger Ackroyd, Poirot sul Nilo, ma anche Carte in tavola, Dopo le esequie, Gli elefanti hanno buona memoria, oltre a tutti i gialli dedicati a Miss Marple. Mondadori nel 125° anniversario della nascita (1890 – 2015) dedica fino al 19 luglio un’ iniziativa che farà felice i collezionisti, un offerta 2 X1 su tutti i gialli digitalizzati di Agatha Christie (ormai quasi tutta la sua produzione). Comprando un giallo di Agatha Christie in ebook infatti si potrà scerglierne un secondo gratis. Questo non è esattamente un post promozionale, (non sono retribuita per scriverlo), ma ho pensato che ai miei lettori potesse essere interessare. Vi posto anche un po’ di trame prese dal sito IBS, tutte di gialli con il belga più famoso della letteratura gialla come protagonsita.
Carte in tavola:
Decisamente uno strano invito a cena quello che ha ricevuto Poirot. Il suo anfitrione, il mefistofelico Schaitana, ha infatti promesso al celebre investigatore di mostrargli la più strana delle sue collezioni: quella di criminali che hanno commesso un delitto e non sono mai stati scoperti. Poirot, incuriosito, si reca al ricevimento con un funesto presentimento e ben presto scopre che la sua sensazione era ben motivata. Infatti, mentre gli invitati, tra i quali altri tre celebri cacciatori di delitti, sono impegnati in una partita a bridge, qualcuno pugnala a morte l’eccentrico padrone di casa. Il caso si presenta subito difficile da risolvere, il colpevole senza dubbio si nasconde tra gli ospiti, ma tutti sembrano al di sopra di ogni sospetto, eppure almeno uno di loro, in passato, ha già ucciso.
Il mistero del treno azzurro:
Conosciuto anche con il pomposo nome di ‘Treno dei miliardari’, il Treno Azzurro unisce nella notte Londra alle spiagge assolate della Costa Azzurra. Sulle sue lussuose carrozze si possono incontrare tutti i protagonisti dell’alta società: miliardari americani, nobili europei, ereditiere e anche investigatori famosi come Hercule Poirot. La presenza di quest’ultimo, per quanto casuale, deve essere per forza collegata a qualche delitto. E infatti il delitto avviene. La giovane e bella Ruth Kettering, figlia del miliardario Van Aldin e moglie infedele del corrotto lord Kettering, viene ritrovata stangolata nel suo scompartimento senza la preziosa collana di rubini che aveva con sé.
Due mesi dopo:
Com’è morta veramente l’ultima delle figlie del generale Arundell? Per il vecchio medico e per la fedele dama di compagnia dell’anziana signorina non ci sono dubbi: si tratta di morte naturale. Il fatto poi che neppure i parenti inspiegabilmente diseredati pochi giorni prima del decesso avanzino alcun sospetto sembra confermare l’ipotesi. Ma allora come mai Hercule Poirot, che due mesi dopo la morte della signorina Arundell, ha ricevuto una strana lettera scritta dalla defunta, sembra non credere alla versione accettata da tutti? Questo romanzo, scritto nel 1937, è forse uno dei più piacevoli gialli della Christie, sia per la disinvoltura con la quale la scrittrice, oramai perfettamente padrona del suo mestiere, tratta i personaggi, sia perché riflette alcuni dei principali interessi dell’autrice: i cani, le case di campagna e il fascino sottile dell’occulto.
Gli elefanti hanno buona memoria:
Il caso è risolto e archiviato da molti anni: duplice suicidio. Ma quando la giovane Celia Ravenscroft decide di sposarsi, l’inquietante interrogativo della sorte dei suoi genitori, trovati morti su una scogliera nel pressi della loro villa in Cornovaglia e ritenuti, appunto, suicidi, torna d’attualità e l’inchiesta si riapre. La tesi del suicidio è ancora valida, oppure è state la madre a uccidere il padre o viceversa? Ariadne Oliver, la celebre scrittrice di gialli (personaggio dietro il quale si nasconde la stessa Christie), si sente in dovere di intervenire in quanto amica della defunta mamma della sposa. L’intraprendente signora prova a ricostruire i fatti interrogando tutti i vecchi testimoni della vicenda, persone dotate di una memoria da elefante… ma anche questa volta, per risolvere l’intricato puzzle, occorrerà la genialità di Hercule Poirot. Scritto nel 1972, “Gli elefanti hanno buona memoria” è uno degli ultimi romanzi di Agatha Christie, un libro dall’intreccio appassionante e “raffinato”, come sempre.
Poirot non sbaglia:
Nella sala d’aspetto del dentista si trovano diversi personaggi, tra di essi c’è anche un “timoroso” Poirot. Ma la paura del dolore non toglie a Poirot l’innato istinto di notare i particolari. Così quando viene a sapere che il dottor Morley è stato trovato cadavere, non crede all’ipotesi di suicidio formulata dalla polizia. Un altro omicidio e misteriose sparizioni convinceranno Scotland Yard che Poirot non si era sbagliato.
:: Cari mostri, Stefano Benni (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta
9 luglio 2015Ero dell’idea di rimandare a fine luglio la lettura dell’ultimo romanzo di Stefano “il Lupo” Benni, uscito a maggio scorso per Feltrinelli (casa editrice che dal lontano 1987 pubblica tutti i suoi scritti), ma – come potete ben vedere – non ci sono riuscita.
Mi ha ispirato fin da subito questo suo “Cari mostri”, dove già titolo e immagine di copertina racchiudono un ossimoro (con relativa rappresentazione grafica). Persone apparentemente “normali” la cui ombra, proiettata sui muri intonacati e rischiarati dalla luce giallognola dei lampioni di un qualsiasi piccolo centro cittadino d’Italia (o del Mondo, chissà), rappresenta il loro lato negativo, quel gemello cattivo nascosto nell’anima di una persona qualunque e che potrebbe emergere da un momento all’altro. Come un fantasmi dagli occhi spiritati e rossi, un famelico lupo, una creatura indefinita e così viva.
Mostri “normali”. Mostri che si scontrano quotidianamente con la realtà in cui vivono fino a perdere il controllo. Immaginazione, paura, terrore e sangue convivono in esseri (umani e non) apparentemente innocui. Dei “Cari mostri”, appunto. Teneri, inaspettatamente nascosti, protetti dalla coltre del loro inconscio o sotto una coperta. Mostri che vengono protetti e scacciati dai loro stessi possessori, mostri che vengono combattuti. Mostri che esistono, ma non si vedono.
Una raccolta di sei racconti che affronta tematiche sociali diverse affiancate alle relative paure. Già dalle primissime pagine del primo racconto quello che emerge è uno stato di confusione mentale e oggettiva. Uno spaccato tra realtà e disordine psichico, azioni e immagini mentali.
Tutto ciò ha un suo capro espiatorio o spirito guida malvagio (lascio a voi il giudizio, senza rivelare il mio): il Wenge. Un mostro reale, ibrido, commistione di più animali messi insieme come un novello Frankenstein, sempre affamato. Si dice che scelga da solo il suo padrone, chissà se sia davvero così o solo una diceria. Il Wenge da esserino tenero e bisognoso d’amore semina terrore e morte. Il Wenge ossessiona, spaventa, forse è il più mostro tra tutti i mostri del romanzo.
Come dimenticare, poi, la Madonna che, invece di piangere, ride di gusto; quel manager che, pur di ridimensionare l’edificio del Museo Egizio sfida una mummia tutt’altro che “cara”; ragazzi della nostra generazione senza alcuna prospettiva per il futuro; l’influente riccone russo che si è messo in testa di sradicare un albero secolare e… mi fermo qui.
Benni riesce a unire romanzo di genere e narrazione horror, mantenendo sempre quello stile che lo caratterizza da sempre: un modus scribendi satirico, ma smussato, per niente arido o spigoloso, che crea neologismi ed è aperto al gergo corrente, che non nasconde mai un’esplicita voglia di critica sociale perché, come lui stesso scrive nel suo “Margherita Dolcevita” (Feltrinelli, 2005):
“L’arte è questo: scappare dalla normalità che ti vuole mangiare. Io fuggo sempre, e i miei disegni sono così perché so che possono essere cancellati, divorati in un attimo. Eppure so che uno di questi, almeno uno, o tanti, durerà milioni di anni.”
Con “Cari Mostri”, Banni si è dimostrato capace di scavare a mondo nei meandri del Male di vivere, del buio costante, dell’alienazione, della depressione. Lo dimostra con la sua ironia, prendendo ispirazione un po’ qua un po’ là: dal grottesco (un E. A. Poe intriso di comicità), passando per l’angoscia esistenziale e poi ributtandosi nel comico, per liberarci dal Male con una grossissima risa. Il suo è intento è quello di spiegarci cosa sia realmente la Paura in modo da divenire capaci di affrontarla, di sconfiggere questo Mostro fagocitante… e ci riesce. Ci riesce davvero bene.
Stefano Benni, classe 1947, nato a Bologna, è uno scrittore, poeta, drammaturgo, sceneggiatore e umorista. Tra i suoi romanzi e raccolte di racconti ricordiamo: “Bar Sport”, “Elianto”, “Terra!”, “La compagnia dei celestini”, “Baol”, “Comici spaventati guerrieri”, “Saltatempo”, “Margherita Dolcevita”, “Spiriti”, “Il bar sotto il mare”, “Pane e tempesta” e “Le Beatrici”, tutti pubblicati, negli anni, dalla casa editrice Feltrinelli. Da qualche anno, inoltre, pubblica racconti inediti tradotti in arabo sulla rivista “Al Doha”. Infatti, i suoi libri sono stati tradotti in più di trenta paesi: Albania, Bosnia, Brasile, Bulgaria, Cina, Colombia, Corea, Croazia, Cuba, Danimarca, Ecuador, Egitto, Filippine, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Iran, Israele, Lituania, Macedonia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia, Ungheria e Stati Uniti. In più, ci sono numerosi gruppi (emergenti o più conosciuti) hanno messo in musica le parole del Lupo. Ad esempio i Modena City Ramblers, come si può ascoltare dalle note di “Riportando tutto a casa” (PolyGram/BlackOut, 1994) che contiene il testo “Ahmed l’ambulante”: «Nel settembre del ‘92, aggirandoci per lo stand Rinascita della Festa Nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, ci è capitato di leggerci ad alta voce questa poesia di Stefano Benni. Accogliendo l’invito del retrocopertina del libro (“Ballate”, Feltrinelli 1991), abbiamo deciso di metterla in musica; ne è nata questa canzone dal suono per noi insolitamente mediterraneo. Abbiamo fatto sentire il pezzo al poeta in persona, ricevendone la benedizione. Ancora grazie Stefano.» o gli Üstmamò: il loro primo album – omonimo -, infatti, (Virgin, 1991), contiene, “Filikudi”, scritto da Giovanni Lindo Ferretti in collaborazione con Stefano Benni. Come giornalista ha scritto per La Repubblica e Il Manifesto.
Piccola curiosità letteraria: da grande amico di Daniel Pennac, fu proprio lui a convincere la Feltrinelli a tradurre i primi libri di quest’ultimo dal francese all’italiano. Da allora i due amici presentano ciascuno i libri dell’altro quando vengono pubblicati nei rispettivi Paesi.
Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.
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:: Sbirritudine. Un poliziotto dentro la mafia più feroce. Una storia vera, Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano
8 luglio 2015Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.
«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»
“Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.
«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»
Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.
«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia.»
Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.
«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra.»
Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.
«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»
Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.
Giorgio Glaviano (1975), siciliano, vive e lavora a Roma come sceneggiatore.
Source: ebook inviato dall’ Ufficio Stampa dedicato, ringraziamo Fiammetta di Walkabout Literary Agency.
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:: VersOriente – La Cina sono io, Xialou Guo, (Metropoli d’Asia, 2014) a cura di Viviana Filippini
8 luglio 2015Cosa può accadere ad una traduttrice impegnata a trasporre dal cinese all’inglese un misterioso diario manoscritto? Per scoprirlo dovete addentrarvi nelle pagine de La Cina sono io, della scrittrice Xialou Gou, pubblicato in Italia da Metropoli d’Aisa. Iona vive a Londra, dove lavora per una casa editrice che le affida la traduzione di una serie di lettere e di un diario scritti in cinese. La ragazza, che ha una vita sociale un po’ caotica e complicata, si immergerà a tal punto nel lavoro affidatole, da entrare in contatto con una storia che, ideogramma dopo ideogramma, la cambierà per sempre. Quella che emerge dai testi è l’esistenza di un certo Jian, un giovane artista punk finito in prigione per le sue azioni ritenute sovversive dal governo cinese. Jian, una volta scarcerato finirà, prima in un centro per immigrati in Inghilterra, poi in Svizzera. Accanto ai suoi scritti, quasi indecifrabili, Iona traduce anche lettere dalla calligrafia equilibrata e ordinata, che non appartengono per niente al tormentato punk. Le altre lettere sono quelle della giovane Mu, la fidanzata di Jian, un’aspirante poetessa. Le epistole che Iona traduce le permetteranno di scoprire come tra Jian e Mu ci siano il desiderio di esprimersi in libertà e un profondo legame che va ben oltre l’amicizia. Il loro è vero amore, un sentimento purtroppo messo in crisi da una serie di drammatici fatti –tra i quali il massacro di Piazza Tienanmen- che li porteranno sì ad allontanarsi, ma anche a cercarsi sempre. Iona legge e traduce il materiale ricevuto riuscendo a capire dove il punk potrebbe trovarsi e la sofferenza che ha caratterizzato la vita di Jian. Il giovane è figlio di un importante uomo del partito cinese, che non ha esitato a lasciare il piccolo Jian e la madre per costruirsi un’altra famiglia. Il protagonista ha con il genitore un rapporto conflittuale e i dissidi tra i due emergono netti e taglienti nei loro pochi incontri. Jian decide di usare la musica e la scrittura per far sentire la sua voce e comunicare ai giovani cinesi la necessità di un cambiamento che porti ad una nuova Cina, più libera e democratica. Una Cina fatta di persone e non di organi amministrativi sempre pronti a limitare la libertà umana. Iona rimarrà colpita da ogni singola parola tradotta e farà tutto il possibile per far ritrovare Jian e Mu e per rendere pubblica la loro vicenda. Il libro d Xialou Guo è costruito come un diario che si svela agli occhi del lettore grazie al sapiente e accurato lavoro di traduzione di Iona, e anche a quello della traduttrice reale Gaia Amaducci. Allo stesso tempo il romanzo è un documento di un’importante storia d’amore tra giovani che vivono in una società sempre pronta a controllarli e a reprimere ogni anelito di libera espressione. A comunicare il profondo disagio e il tormento di non riuscire a fare abbastanza per il proprio paese c’è la musica di Jian e quel manifesto scritto di suo pugno che da lui passerà Mu, per arrivare a Iona e, da lei, a noi lettori. Il romanzo ha un intreccio solido, ben costruito, che racconta con lucidità e attenzione la Cina degli ultimi anni, mostrandola come una società che, da un lato, non accetta chi la pensa in modo diverso dal sistema (Jian) e, dall’altro, non ammette nemmeno le critiche (ad un certo punto l’editore inglese di Iona sarà “invitato” dal governo cinese e non azzardarsi a pubblicare i diari di Jian). La Cina sono io di Xiaolu Gou racconta sì le vicende umane di due giovani innamorati, ma allo stesso tempo restituisce a noi lettori un quadro storico della Cina contemporanea, dove la libertà non è per tutti.
Xiaolu Guo. Nata in un villaggio della Cina meridionale nel 1973, Xiaolu Guo è scrittrice e regista. È autrice di romanzi, poesie e saggi, in cinese e inglese, che sono stati tradotti in diverse lingue. Il suo libro più famoso, Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati, ispirato a Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, è stato pubblicato in Italia nel 2007 (Rizzoli). Nel 2013 è stata inserita nel “Granta’s Best of Young British Novelists” (con un estratto di La Cina sono io, pubblicato quest’anno dalla Random House), che in passato ha promosso autori del calibro di Martin Amis, Kazuo Ishiguro, Ian McEwan, Zadie Smith. Come regista e sceneggiatrice ha realizzato vari documentari e film, tra cui Once Upon a Time Proletarian, presentato al festival di Venezia, e She, a Chinese, vincitore del Pardo d’Oro al festival di Locarno nel 2009. Dal 2002 vive a Londra.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’Ufficio Stampa Metropoli d’Asia..
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:: Intervista a Helga Di Giuseppe, responsabile della collana Monstra di Scienze e Lettere, a cura di Elena Romanello
8 luglio 2015
Su Liberi di scrivere abbiamo già parlato della collana Monstra di Scienze e Lettere, che presenta libri illustrati sui miti classici rivolti ad un pubblico di bambini ma non solo. Helga di Giuseppe è autrice di questa serie, e le abbiamo chiesto alcune cose su questa interessante proposta editoriale.
Come è nata l’idea di Sirene e di Monstra?
L’idea parte dalla mia formazione di archeologa e dalle notevoli esperienze accumulate sul campo che mi hanno portata, in varie occasioni, ad incontrare esseri particolari della mitologia classica. Con lo scavo della villa dell’Auditorium a Roma, ad esempio, ho avuto a che fare con il dio-fiume Acheloo, con lo scavo delle pendici settentrionali del Palatino ho imparato a conoscere Hecate, con gli studi sulla produzione tessile Aracne, figure che hanno fortemente colpito la mia fantasia per l’attualità dei temi che proponevano con le loro storie. Così, alcuni anni fa, cogliendo l’occasione offertami dal lavoro presso la casa editrice Scienze e Lettere ho voluto dar voce a questi personaggi, creando la collana Monstra, dedicata agli ibridi della mitologia classica che uniscono in sé le caratteristiche degli uomini, degli animali e, a volte, anche delle cose. Mi sono voluta prendere cura di questi esseri, perché nonostante ‘tecnicamente’ parlando siano dei mostri, ovvero esseri inesistenti in natura, in realtà sono figure estremamente positive e interessanti e sono diventati quel che sono per via di punizioni subite per la loro ‘esuberanza’. Li ho voluti mettere in scena anche perché meno noti o mal noti rispetto al grande panorama degli dèi dell’Olimpo. Pensiamo ad Acheloo il primo ad aprire la serie, che nessuno sa chi sia e che invece è un bene che venga conosciuto, in quanto simbolo delle acque locali che scorrono e che necessitano rispetto da parte dell’uomo o le Sirene, figlie del precedente che in origine non sono affatto donne-pesce come tutti pensano, ma uccelli, alquanto cattivelli.
Perché c’è ancora tutto questo interesse per la cultura classica e secondo lei ci sono stati cambiamenti di percezione e di seguito?
Il continuo interesse per la cultura classica credo sia un fatto antropologico, legato all’innato interesse dell’uomo per il suo passato e per quello dell’umanità in genere. La cultura classica non è qualcosa di statico e inamovibile ma va scoperta e riscoperta in continuazione attraverso la lettura critica delle fonti letterarie, epigrafiche, archeologiche, buona parte delle quali attendono ancora di essere esplorate: il fascino della scoperta dunque e l’attesa di essa sono un catalizzatore irresistibile di interessi. Una volta la cultura classica e la conoscenza del passato in genere erano appannaggio delle classi più elevate della società; nel tempo l’istruzione, il benessere economico, il moltiplicarsi delle forme di comunicazione hanno generato una sensibilità verso il passato sempre più diffusa, che ora però stiamo rischiando di perdere di nuovo per molte ragioni, primo fra tutti il disagio economico che ci ricorda che la cultura è un lusso che non tutti se lo possono permettere.
Lei ha seguito un percorso accademico nella cultura classica: cosa le ha dato e come e perché lo consiglierebbe a dei giovani?
Il mio percorso accademico mi ha lasciato moltissime belle acquisizioni che non smetto mai di scoprire, come l’elasticità mentale, la disciplina, la tolleranza nei confronti del diverso, la capacità di analisi e di giudizio, l’affinamento della sensibilità. Studiare il passato in tutte le sue forme e geografie è come vivere più vite e uscirne ogni volta più ricco. Per non parlare del fatto che gli studi classici in sé implicano il confronto continuo con altre discipline, con studiosi di tutto il mondo, insomma aprono la mente come pochi altri campi del vivere quotidiano. Lo consiglierei certamente ai giovani, ma con un’accortezza oggi fondamentale: affiancare gli studi classici con qualcosa di pratico che consenta la sopravvivenza. un corso di taglio e cucito, di cucina, di grafica, di informatica, di idraulica ecc. Infatti gli studiosi di scienze umanistiche non sono minimamente riconosciuti dalla società: un ingegnere che progetta ponti o un architetto che progetta case e monumenti viene pagato moltissimo, uno studioso che progetta collane editoriali, scavi archeologici, iniziative di ricerca, programmi di comunicazione, allestimenti museali, mostre non ha nessun tipo di riconoscimento se non, raramente, nei ristretti ambienti in cui opera.
Come la cultura classica può migliorare la vita?
La cultura classica, ti migliora la vita come te la migliora la cultura in genere, fornendoti una capacità di giudizio superiore che non sempre coincide con la felicità, ma certamente con una maggiore consapevolezza della storia in cui siamo. La cultura classica in particolare, ti offre l’opportunità di fare un salto nel passato che è come fare un salto nella propria infanzia, quindi sempre con un po’ di nostalgia, un mezzo sorriso, una tenerezza per le cose che sappiamo sono passate per sempre e che possiamo quindi guardare con il giusto distacco, la giusta ironia.
Prossimi progetti?
Continuerò a far parlare i ‘vulnerati’ della mitologia antica, nella speranza che suscitino l’interesse dei più giovani, ma anche degli adulti, e che facciano scattare in loro quel bisogno di combattere le ingiustizie e di difendere gli ‘abusati’ che ci renderebbero più umani, un’umanità di cui in questo momento di grandi movimenti di popoli disperati si sente particolare bisogno.
:: Padiglioni lontani, M. M. Kaye, (E/O, 2015) a cura di Elena Romanello
8 luglio 2015La casa editrice E/O ripropone come lettura estiva ma non solo un famosissimo romanzo degli anni Settanta e Ottanta, Padiglioni lontani, di Mary Margaret Kaye, autrice inglese nata e vissuta in India, uno dei ritratti più fedeli e appassionati dell’India sotto la dominazione britannica, assente da troppi anni dalle librerie italiane dopo essere stato un grande successo, come purtroppo capita spesso con i libri.
Senz’altro qualcuno ha ancora in casa l’edizione Sperling & Kupfer, che ogni tanto si trova anche nei mercatini dell’usato e nei bookcrossing, o magari qualcuno lo ricorda anche come titolo, grazie anche al bel sceneggiato anni Ottanta con Ben Cross, Amy Irving e Christopher Lee, anche questo purtroppo non più replicato. Ma molti non lo conoscono e questa è un’occasione per immergersi nelle oltre mille pagine di un’epopea avventurosa, storica, romantica, mai melensa, crudele, appassionante, colorata.
Tutto parte nell’India della rivolta dei Sepoy del 1857, quando Ash, bambino inglese, vede morire i suoi genitori uccisi dai rivoltosi e viene salvato dalla sua balia indiana, che lo nasconde al nord, verso le montagne, dove conosce il giovanissimo Marajà di cui entra al servizio, stringendo amicizia con Anjuli, la sorellastra di questo, il grande amore della sua vita. Costretto a fuggire perché in pericolo di vita, Ash torna in seno alla società britannica e fa carriera nel copo delle Guide, ma sarà per sempre diviso tra due culture e due anime, indiana e inglese, finché dopo anni reincontrerà Anjuli in una situazione imprevista.
Un romanzo che è storia d’amore, Storia di una pagina poco nota, ritratto di una cultura che oggi si affaccia sui destini del mondo e dove molte delle cose narrate ci sono ancora, tra tradizione, folklore, crudeltà. Padiglioni lontani è considerato il romanzo migliore mai scritto da un autore occidentale sull’India, un mondo che Mary Margaret Kaye conosceva bene, visto che ci era nata nel 1908, ci è tornata a varie riprese, anche aiutata dal successo editoriale di Padiglioni lontani, che ha venduto in tutto il mondo diciotto milioni di copie.
Mary Margaret Kaye è autrice anche di diversi gialli, alcuni usciti negli anni nella collana del Giallo Mondadori, spesso ambientati in Sud Africa, altro Paese in cui ha soggiornato, vari libri per ragazzi e il romanzo storico esotico L’ombra della luna
L’autrice è morta nel 2004, a 96 anni, e le sue ceneri sono state disperse nel lago Picola, nei pressi di Udaipur, nei luoghi indiani di Padiglioni lontani.
Quindi, un’ottima occasione per leggere o rileggere un classico e per immergersi in un mondo che non può non conquistare.
M.M. Kaye nasce in India, a Shimla, nel 1908, in una famiglia con stretti legami con l’apparato militare britannico (ne fecero parte il nonno, il padre, suo fratello e infine suo marito). Dopo l’indipendenza indiana segue il marito in giro per il mondo nei suoi spostamenti per ragioni di servizio. Pubblicato nel 1978, Padiglioni lontani è stato un caso editoriale senza precedenti. Autrice di più di quindici opere fra romanzi e memorie, dopo la morte, avvenuta in Inghilterra nel 2004, le sue ceneri sono state disperse nel lago Pichola, nei pressi di Udaipur, in India.
Source: libro del recensore.
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:: Va tutto bene, Alberto Madrigal (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta
8 luglio 2015Berlino. Anno corrente o quello prima, è uguale: in tempi di crisi la relatività non esiste, tutto si fa assoluto.
Eppure qualcosa di relativo c’è.
Berlino e le sue strade deserte al tramonto. Città moderna, dà un senso di estrema civiltà solo a vederla così disegnata.
Berlino e i suoi locali pieni di gente, sempre al tramonto. Città europea che ha saputo ricostruirsi, modernizzarsi, staccarsi dagli orrori del passato. Tuttavia, forse, non basta. Anche una città così ha le sue pecche, come tutte le grandi capitali. Come la facciata di un antico palazzo macchiata dalla tag di uno street writer.
Partiamo, appunto, da questa Berlino silenziosa, fluttuante e, allo stesso tempo, stabile, solida con i suoi palazzoni fa da sfondo a un racconto generazione che riunisce noi, tutti i giovani nati tra gli anni ’80 e i primissimi anni ‘90: adulti, ma non troppo. Con un titolo di studio, ma con senza esperienza (e viceversa).
Senza un futuro ben delineato: solo immaginato. Con tanti sogni nello zaino o nella valigia (sempre disposti a partire per mettere in pratica progetti, per avere un briciolo di speranza che il Mondo, quello dei grandi, li consideri come esseri capaci di costruire qualcosa di bello, produttivo, geniale. O, magari, che, contenga tutte queste tre variabili. Gli stessi che, purtroppo, non hanno i soldi per metterli in pratica e sono costretti a lasciar perdere o a chiedere aiuto.
Eterni figli: anche solo pensare di poter immaginare una vita insieme alla persona che amano li spaventa. Se non li spaventa, non ci sono abbastanza soldi. L’idea di crearsi una vita insieme, avendo anche un bambino, non è contemplabile. Non siamo più negli anni ’80: la gente non fa un passo così importante, pur senza avere un lavoro. Quelli erano altri tempi, ci si riusciva ad arrangiare. Oggi no, la società è diventata un’arma a doppio taglio: offre opportunità che solo in pochi riescono ad afferrare e impone di vivere secondo determinati schemi.
I Sex Pistols ci dedicherebbero senz’altro “No Future”, ma è probabile che basti il solito “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche sotto forma di domanda e, si sa, una risposta ad un interrogativo del genere è sempre del tutto soggettiva.
Fa male ammetterlo, ma è così. Veniamo trascinati da un’amarezza che ci stringe il cuore. Siamo tutti giovani: troppo o troppo poco, ormai. Viene da chiederci se vada tutto bene. Questa domanda ci frulla in testa una, due, tre, cento volte al giorno.
Il titolo dell’ultimo graphic novel di Alberto Madrigal, sua seconda opera lunga a due anni da “Un lavoro vero” e in uscita il prossimo 10 luglio in tutte le librerie sempre per Bao Publishing, ci dice che sì, va tutto bene. Alla fine. Dopo aver preso un palo dritto in faccia o, letteralmente, aver pestato più di una merda di cane sul marciapiedi, ma sì.
Va tutto bene.
La parola “bene” in copertina è tutta in maiuscolo, scritta con un font bello pieno, quasi fosse un grassetto colorato di bianco. Il bianco spicca sull’ombra dei palazzoni berlinesi e dà speranza. Più delle due parole che lo precedono. Come se questa frase di sole tre parole volesse essere scandita.
Va. Tutto. Bene.
C’è Sara, una ragazza creativa e sognatrice. Ha mille idee che, sfortunatamente, almeno in questo momento, non riesce a realizzare. Nemmeno quando si tratta di metterle su una pagina di Word. Eppure non si arrende e parla ai suoi amici della sua idea migliore, quella più ponderata: riuscire ad aprire un’attività mai nessuno ha mai pensato. Un locale innovativo. “Ormai non si vendono oggetti, si vendono esperienze”, le aveva detto Steve, quel suo amico, il più aperto a cose nuove e, forse anche un po’ svalvolato, della comitiva. Chissà se è vero. “Non può non funzionare”, ripete tra sé per motivarsi. Bisogna buttarsi per vedere se è vero, ma da sola è difficile.
Dall’altra parte c’è Daniel, conosce Sara da tanti anni, è come se fosse la sua Nemesi: un ragazzo coi piedi per terra, vorrebbe solo trovare un lavoro e avere uno dignitoso stipendio assicurato. Fino a qualche anno prima sognava di poter vivere facendo musica. Adesso, rimasto quasi disoccupato, si è reso conto che solo di sogni non si va avanti. Di musica non si campa, ci vuole il lavoro fisso. Questo è il pensiero che lo assilla, soprattutto da quando sta con Eva, la donna che ama e che, dal canto suo, vorrebbe tanto avere un figlio da lui.
Sara, Eva, Steve e Daniel. Quattro giovani legati da un rapporto di amicizia (e anche di più). Hanno davanti lo stesso identico futuro, ma lo affrontano in modi e da punti di vista nettamente differenti. Se ne accorgeranno dopo un anno, avranno la conferma che non sempre va tutto come si sperava, ma bisogna tirare avanti.
Un romanzo a fumetti fatto di silenzi, magnifiche tavole descrittive che si raccontano da sole, stream of consciousness, un misto tra calma e apparente e tumulto interiore, aspettative disilluse e flashback di un un passato ancora troppo vicino. Berlino guarda tutto e tace, in una sorta di silenzio assenso. Può capitare, però, che il tempo e la realtà circostante mandino dei segni, degli avvertimenti.
Una volta capito il senso di ciò che ci succede, non possiamo non affermare che:
“A volte siamo così occupati a scansare la merda da non renderci conto che la vita è piena di opportunità.”
…e allora, come all’interno di un rewind esistenziale di cui solamente noi possiamo regolare intensità e durata, va tutto bene.
Alberto Madrigal, classe 1983, illustratore e fumettista spagnolo, vive a Berlino dal 2007. Dopo le prime storie brevi e illustrazioni da freelance, esce la sua prima opera lunga “Un lavoro vero” (Bao Publishing, 2013), graphic novel (quasi) autobiografico che affronta la tematica del “potrò mai vivere facendo quello che mi piace? Perché il mio lavoro artistico non viene considerato al pari degli altri?”. Anche in “Va tutto bene” ritroviamo gli stessi temi e lo stesso punto di vista, straniato, ma realista, di chi vorrebbe tanto fare ciò per cui si sente più portato, ma deve accontentarsi di altro. Il suo stile è inconfondibile, tratti leggeri, appena accennati, velati da una colorazione pastello dalle sfumature malinconiche. Sempre nel 2015 illustra “L’albero delle storie”, romanzo per ragazzi di Gabriele Clima e pubblicato nella famosa e sempreverde collana “Il Battello A Vapore” di Edizioni Piemme. Attualmente sta realizzando le illustrazioni per un graphic novel francese, in uscita nel 2016 per la casa editrice Futuropolis, dal titolo “Berlin années 10.0” con i testi di Mathilde Ramadier.
Source: libro del recensore.
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:: Il passato è una bestia feroce, Massimo Polidoro, (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello
7 luglio 2015Da alcuni anni prolificano storie di genere thriller ascrivibili ai cosiddetti cold case, i casi di anni prima mai risolti, oggetto anche di una popolare e struggente serie di telefilm statunitense, ma anche di fatti reali: un po’ le nuove tecniche di indagine scientifica permettono di cercare di dare una risposta a crimini di anni fa rimasti irrisolti, un po’ perché il dolore per ogni perdita non si esaurisce mai e si cerca di dare una risposta comunque.
A questo filone appartiene il giallo d’esordio come autore di narrativa di Massimo Polidoro, Il passato è una bestia feroce, storia di una ricerca su una scomparsa di decenni prima di una ragazzina da parte del suo miglior amico, tra pericoli, nostalgia, disincanto per quello che non è stato e non ci sarà più.
Bruno Jordan, cronista di nera in un giornale specializzato, appena lasciato dalla fidanzata e con un papà ex cantante pop ora malato di demenza senile che non gli fa riconoscere il figlio e lo fa inveire contro la moglie che sarebbe fuggita con un amante quando in realtà è morta di cancro da anni, riceve una strana lettera che gli riporta alla mente la scomparsa di Monica, sua compagna di scuola e amica, in una lontana estate di oltre trent’anni prima, quando sparì senza lasciare tracce e lasciando nella costernazione lui e altri due amici.
Bruno torna nel paesino della bassa Padana in cui è cresciuto, scoprendo cosa ne è stato, spesso in negativo, di persone che erano sue amiche e conoscenti anni prima, e si butta a capofitto alla ricerca di Monica, scoprendo false piste e coincidenze inquietanti, fino al finale imprevedibile.
Il passato è una bestia feroce ha dentro di sé due anime che convivono perfettamente: una è ovviamente la trama thriller, abbastanza ben congegnata, forse con qualche eccesso nel finale e con un ultimo capitolo che apre nuove avventure per Bruno. L’altra è la riflessione sulla generazione che era adolescente negli anni Ottanta, Monica sparisce nel 1982, la sera in cui l’Italia sta stracciando la Germania ai Mondiali di calcio e tra le righe sono citati cantanti e programmi tv. Una generazione che poi si è confrontata con un mondo sempre più precario e assurdo, che ha perso molte delle certezze che aveva in quelle lontane estati, che ha dovuto confrontarsi con una realtà che ha deluso e disilluso e che oggi, non più giovane, campa tra lavori non sempre entusiasmanti e problemi familiari e personali vari. Bruno, che ha perso i suoi sogni con la sua amica trent’anni prima, cerca di recuperare quel momento, di scoprire la verità per ritrovare quel se stesso, ma certe cose sono andate per sempre, come un amico morto di cancro, come una vicina di casa finita malissimo.
Chiunque ha più o meno l’età di Bruno ritroverà qualcosa di se stesso, si appassionerà alla sua ricerca e alla sua discesa agli inferi di qualcosa che non era immaginabile, ma soprattutto sentirà un groppo in gola pensando a quello che si pensava che potesse essere la vita e cosa è diventata. A tutto questo si aggiunga l’enigma e le ferite sempre aperte delle persone che spariscono nel nulla per non tornare mai più e non essere mai ritrovate né vive né morte, un qualcosa che destabilizza e inquieta chiunque rimanga.
Massimo Polidoro è crittore e giornalista ed è considerato uno dei maggiori esperti internazionali nel campo del mistero e della psicologia dell’insolito. Conduttore e consulente scientifico di trasmissioni televisive di successo, ha scritto saggi come Enigmi e misteri della storia e di Rivelazioni. Ha fatto dell’indagine sui misteri la sua professione. IL passato è una bestia feroce è il suo primo libro di narrativa.
Source: libro del recensore.
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:: La distanza, Baronciani – Colapesce (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta
7 luglio 2015C’erano una volta (e sopravvivono ancora) quelle relazioni in cui ti vedi una volta al mese, se tutto va bene. Quelle relazioni in cui ci vuole un po’ più di sacrificio e fiducia, di fiducia e sacrificio. Bisogna lanciare in aria i sentimenti, quasi fossero tanti aquiloni lasciati andare sempre più su, in balìa dell’etere. Direzione nord-est o sud ovest non importa. Sarà sempre troppo lontano.
Telefonate, parlare due ore e viverle come se fossero passati appena cinque minuti. Oppure parlare due secondi ed attaccare. Dipende.
Messaggi, tanti, troppi, indispensabili. Chilometrici, come la strada da percorrere per vedersi. Ancora una volta, se in treno o in aereo non ha alcuna importanza. Viaggi programmati per stare insieme, in cui si investono speranze, sogni, ma anche soldi e tempo. Attese che logorano l’anima. Silenzi incresciosi. Lacrime che, la maggior parte delle volte, rispecchiano mancanze.
Questo stato (emotivo e non) si può riassumere in una sola parola: distanza. Quella caratteristica che può unire o rovinare tutto.
Distanza fisica, lontananza reale, un misto di nostalgia, aspettative e piccoli rituali. Quella stessa distanza che diventa un amplificatore di emozioni, in pratica. Una cassa di risonanza in cui centrifugano in loop le parole dette e taciute, le azioni compiute e le mancanze, le incomprensioni e i silenzi.
Il concetto di distanza potrebbe essere espresso così oppure in altri mille modi.
O meglio. O peggio.
Meno male che c’è un graphic novel, uscito lo scorso 26 giugno per Bao Publishing, che mi è capitato tra capo e collo, inaspettatamente, in cui la distanza è come una prima donna, una femme fatale che ammalia e dispera.
Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando de La distanza di Baronciani e Lorenzo “Colapesce” Urciullo. Un libro scritto a quattro mani, un personaggio principale (ma sono anche tanti quelli secondari che fanno capolino nella storia per poi dissolversi, quasi fossero un pensiero, un ricordo evanescente) e un sentimento dominante: l’inadeguatezza.
Sì, perché Nicola, ragazzo siciliano alla soglia dei trent’anni, si sente esattamente così. Senza certezze, senza una base solida su cui costruire il proprio futuro. Ha una storia a distanza con Carla, che vive a Londra, ma è come se lei non lo ascoltasse più. Un amore al telefono, con svolgimenti sempre più rari. Telefonate inesistenti e, per questo, inconcludenti. Lui parla e lei non l’ascolta.
Decide comunque di partire per Londra. Dal nulla, piomba nella sua vita Francesca, ragazza ligure in vacanza al Sud, incontrata per caso nel negozio di dischi del suo amico Piero. Prima di andare a Londra, Nicola aveva in mente di compiere un viaggio nella parte nord orientale dell’isola, per poi fermarsi per un festival, rivedere vecchi amici e, infine, fare tappa all’aeroporto di Palermo Punta Raisi. Francesca si propone di accompagnarlo insieme all’amica Charlotte, che sarebbe arrivata il giorno dopo.
Così partono per un suggestivo viaggio on the road. Aria d’estate. Luoghi sconosciuti ai più che sembrano delle piccole oasi in cui riprendere fiato. Musica, tanta musica. Gli Smiths con la loro “There is a light that never goes out”. Scorci naturalistici, monumenti, silenzi e dialettismi in una Sicilia tutta da vivere quando si è giovani che di arance, limoni, viuzze e salsedine.
Nicola, nichilista, cinico e un po’ logorroico.
Francesca, cordiale, allegra e un po’ avventata. Charlotte, versione femminile di Nicola in francese, naturalmente, lingua che mischia all’italiano creando parole davvero buffe.
Ancora non lo sanno, ma le loro differenze contribuiranno a guidarli in questo viaggio.
Baronciani disegna le tavole di questo splendido graphic novel a tutta pagina, lasciando che il lettore sia rapito da ciò che osserva e, allo stesso tempo, rimanga spettatore non visto in questo vortice di luoghi, sensazioni, sentimenti e suggestioni. Le figure, coloratissime, danno un senso di vivacità e spensieratezza che smorza un po’ il fil rouge della storia: quell’ansia generazionale che induce a sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, proiettati in un futuro che non c’è con a fianco persone che spariscono.
Tutto questo percorso ascendente di emozioni vi riserverà sicuramente il piacere di una lettura che mira a sfatare molti miti e molti luoghi comuni, con un pizzico di consapevolezza in più e tanto trasporto emozionale.
Alessandro Baronciani, classe 1974, è nato a Pesaro, ma ha lasciato che Milano divenisse la sua seconda casa. Artista poliedrico, è fumettista, illustratore, art director, grafico, cantante e chitarrista nel gruppo punk Altro, ha inoltre dato vita al progetto new wave Tante Anna. Ha collaborato con La Repubblica XL e Rumore Magazine. Nel 2006 pubblica “Una storia a fumetti”, raccolta delle sue prime autoproduzioni, che sarà poi seguita da “Quando tutto diventò blu” e “Le ragazze nello studio di Munari”, tutti e tre editi da Black Velvet. Nel 2013 esce il suo primo lavoro per Bao Publishing, la sua “Raccolta – 1992/2012”. Suo è anche “I quit girls”, libro di illustrazioni tutte dedicate alle ragazze. Le sue tavole trasudano naturalezza ad ogni tratto: è capace di delineare le figure dei suoi personaggi lasciando che siano in armonia con l’ambiente circostante. Fa uso di colori vibranti e pieni, crea realtà assimilabili a quelle di Roy Lichtenstein e della pop art, solo più piene.
Colapesce (pseudonimo di Lorenzo Urciullo), classe 1983, è un cantautore siciliano. Inizia a fare musica fin da giovanissimo: già nel 1998, registra un brano insieme a Roy Paci; successivamente è tra i fondatori degli Albanopower, formazione con cui realizza un tributo all’album “Mellon collie and the infinite sadness” degli Smashing Pumpkins, facendosi notare persino da Billy Corgan, frontman del gruppo statunitense. Sceglie il suo pseudonimo (nome che poi farà da titolo al suo primo EP, estendendosi anche alla formazione che lo accompagna da solista) dalla “Leggenda di Colapesce”, risalente addirittura al XII secolo: Nicola “Cola Pesce” è un ragazzo che viene maledetto dalla madre per le sue continue immersioni, diventando un pesce in tutto e per tutto. Cola si ritrova così a dover trovare rifugio tra le onde, facendosi inghiottire ogni volta da pesci più grandi di lui per poi uscire tramite un taglio nel ventre. Suo album d’esordio è “Un meraviglioso declino” (24 Records, 2012), con cui vince la Targa Tenco e il P.M.I. Lo scorso febbraio è uscito il suo nuovo disco, “Egomostro”. La collaborazione con Baronciani per “La distanza” rappresenta la sua prima esperienza nel mondo di fumetti e graphic novel.
Source: libro del recensore.
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:: Creole Belle, James Lee Burke, (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta
6 luglio 2015New Orleans. Dave Robicheaux si sveglia in ospedale dopo essere stato operato per aver ricevuto una pallottola nella schiena durante una sparatoria in Bayou Teche, ma la sua battaglia più grossa l’affronta non tanto per il post operazione ma quanto per la morfina che stanno usando per non fargli sentire il dolore.
Purtroppo la morfina non gli sta facendo passare solo il dolore, ma gli sta annebbiando la mente facendogli rivivere i ricordi che lo hanno afflitto in passato. Dave però non riesce a distinguere quali sono i ricordi e quali i fatti reali che gli stanno capitando intorno.
Una notte riceve la visita di Tee Jolie Melton, una sua vecchia conoscenza con un passato molto difficile. La mattina dopo però viene a sapere da Clete Purcel, suo vecchio partner in polizia, che Tee Jolie è scomparsa molti giorni prima e a tutti sembra strano che sia ricomparsa solo per andare a trovare in ospedale una vecchia conoscenza.
Sarà proprio l’ex partner che lo aiuterà a scoprire la verità su quanto accaduto.
Un romanzo emozionante che guida il lettore passo passo nella battaglia interiore di Dave vivendo tutti i drammi personali come se stesse combattendo anche lui in prima persona.
La lunghezza un po’ di quanto siamo abituati per un giallo non comporta comunque nessuna difficoltà nella lettura grazie a uno stile brioso e coinvolgente che guida per tutta la narrazione.
Le descrizioni degli ambienti sono totalmente reali che fanno vivere appieno l’atmosfera di New Orleans, non come siamo abituati a vederla nei film o nei telefilm, tutta colori, feste e balli, ma una New Orleans più suggestiva e oscura.
Anche i personaggi sono molto ben descritti, e non solo fisicamente, ma a livello molto più profondo e intimo che fa sì che il lettore possa creare un legame empatico con il suo personaggio preferito.
Un ottimo romanzo adatto anche a chi non conosce l’autore e a chi non è un fan del genere giallo.
James Lee Burke nasce a Houston nel 1936. Cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana frequenta il Southwestern Louisiana Institute e in seguito ottiene una laurea in inglese nel 1958 e un master presso l’università del Missouri nel 1960.
Nel corso degli anni ha svolto molti lavori tra cui geometra, giornalista, professore universitario d’inglese, assistente sociale, impiegato per il servizio occupazionale e istruttore negli U.S. Job Corps.
Premiato per ben due volte come Miglior Romanzo Criminale dell’Anno, è stato uno dei vincitori del Breadloaf & Guggenheim Fellowship e ha ricevuto il premio della NEA (National Educational Association).
Al momento della pubblicazione del suo romanzo The Lost Get-Back Boogie da parte della Louisiani State University fu nominato per il premio Pulitzer.
Source: libro del recensore.
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