:: La scatola nera, Michael Connelly, (Piemme, 2015) a cura di Laura M.

16 luglio 2015 by
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Ci sono personaggi strabordanti, eccessivi, che non si accontentano del ruolo di protagonista, ma pervadono tutte le pagine di un romanzo attirando su di sé, e solo di sé, le luci dei riflettori.
Così è per Harry Bosch, (forse non c’è neanche bisogno di dirlo) personaggio seriale nato dalla penna del romanziere americano Michael Connelly.
Di Bosch sappiamo tutto, o quasi tutto. Il suo autore ci parla della sua vita privata (sofferta, complicata, fuori dagli schemi) come della sua vita professionale, con luci e ombre di una carriera che sta volgendo alla fine, con tutta la malinconia che questo comporta.
Presto Bosch andrà in pensione, o morirà a pochi passi dal raggiungerla (con Bosch tutto è possibile) e forse subentrerà sua figlia, con tutto l’onere e l’onore di una eredità così impegnativa. Già sappiamo di che pasta è fatta, già sappiamo di chi seguirà le orme.
Ma non ancora.
Dopo La caduta, pubblicato l’anno scorso, sempre con Piemme è appena uscito in libreria il sedicesimo volume della serie di Harry Bosch, (venticinquesimo romanzo in assoluto) La scatola nera, (The Black Box, 2012), tradotto questa volta dal duo affiatto di traduttori composto da Giuliana Traverso e Stefano Tettamanti.
Ed è un buon romanzo, per nulla appesantito dai difetti della serialità, capace di accontentare i vecchi fan che hanno seguito Connelly dall’inizio, come me. Che sono invecchiati con lui, in questi anni difficili.
Perchè Harry Bosch con la sua testardaggine, che rasenta la cocciutezza, la sua onestà fuori moda, il suo fascino stropicciato alla Clint Eastwood, il suo caratteraccio, se vogliamo, che non gli farà mai far carriera, ha saputo negli anni cambiare, addolcire alcuni tratti (specie nel rapporto con la figlia), rendere più spigolosi altri, ma non ha assunto una dimensione monolitica e statica. Come le persone, come i suoi lettori. La sua amerazza, la sua voglia di giustizia, il suo lottare contro un sistema se non corrotto, complice, è la stessa nostra, almeno del nostro noi stessi ideale, come vorremmo essere.
E Harry Bosch ha il coraggio di essere così, senza compromessi, senza debolezze. Arivando a rischiare di perdere tutto, fin anche la vita, per un ideale, per una corenza che difende senza cedimenti.
Ma non è un illuso, un perdente.
Lui vince, sempre.
Un po’ per fortuna, un po’ per quel guizzo in più fatto di intuito, coraggio e perchè no, sensibilità.
Ne La scatola nera, Harry si trova ad indagare su un caso irrisolto di vent’anni prima. Un omicidio avvenuto a Los Angeles nel 1992, al tempo dei disordini scoppiati dopo il pestaggio di Rodney King da parte della polizia, un suo vecchio caso. In quella confuisone, la giovane reporter danese Anneke Jespersen venne trovata uccisa con un colpo di pistola fra gli occhi, come in un’ esecuzione, proprio dal tenente Bosch.
Il caso fu archiviato e solo vent’anni dopo Bosch può riprenderlo in mano, pensando che la reporter fosse stata uccisa perchè voleva fotografare qualcosa, accaduto durante i disordini. Ma indagando, scopre che c’è dell’altro, qualcosa che forse può gettare una nuova luce sul delitto. Qualcosa che lo tocca molto da vicino, anche lui segnato dall’esperienza della guerra, (in Vietnam, lui, in Irak, la giovane reporter).
Contro il volere dei suoi superiori, che vorrebbero desistesse dalle indagini, Bosch continua, e noi che lo conosciamo non possiamo dubitare che non sappia scoprire la verità e risolvere il caso.
Alla prossima Harry.

Michael Connelly, una delle più grandi star del thriller americano, Michael Connelly raggiunge sempre il primo posto nelle classifiche con ogni suo nuovo romanzo. L’Italia lo ha accolto con grande entusiasmo fin dal primo romanzo pubblicato, Debito di sangue, da cui è stato tratto un film diretto e interpretato da Clint Eastwood. In seguito ha fatto la sua comparsa il detective Harry Bosch, indimenticabile protagonista di moltissimi suoi thriller, tra cui Il ragno, vincitore nel 2000 del Premio Bancarella. Con Il poeta, uno dei suoi libri più amati, crea il personaggio di Jack McEvoy, il reporter di nera che ritroviamo ne L’uomo di paglia. In anni più recenti Connelly ha ideato un nuovo, riuscitissimo protagonista, l’avvocato Mickey Haller, che svolge la sua attività nel sedile posteriore di una Lincoln, oltre che in tribunale, e che, nella riduzione cinematografica di The Lincoln Lawyer, ha il volto noto di Matthew McConaughey. Tra le presenze eccellenti di due edizioni del Festivaletteratura di Mantova, è stato anche ospite d’onore al Noir in Festival di Courmayeur, dove ha ricevuto il Raymond Chandler Award. Nel 2012 è tornato in Italia per partecipare al Festival internazionale delle Letterature, a Roma. La scatola nera è il sedicesimo thriller che ha per protagonista Harry Bosch.

Source: acquisto personale

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:: Da grande voglio camminare, Claudia e Gaetano Digregorio – con Giuliano Foschini – (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

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Quella che leggerete qui di seguito non è una semplice recensione di un libro letto recentemente.

Oggi ho deciso di raccontarvi una storia. Una storia vera.

Alcuni di voi già la conosceranno, se n’è parlato in tv poco tempo fa. Io, che con la televisione in generale non ho rapporti molto costanti, ne sono venuta a conoscenza una sera, quando un video che veniva condiviso e ricondiviso mille e mille volte sulla mia home di Facebook.

A dir la verità, dopo aver finito di leggere questo libro, (solo) per un attimo ho pensato di non voler scrivere nulla a riguardo.
Il mio punto di vista mi sembrava superfluo, ridondante, avevo già letto tutto, avevano già scritto di tutto. Sui giornali. Sui social. Ne avevano parlato in televisione.

Poi ho chiuso gli occhi e ho immaginato a Claudia e alla sua quotidianità sofferta da ragazzina di quindici anni e, niente, mi sono decisa.

Mai smettere di parlarne, quando ci sono in mezzo situazioni come queste. Bisogna parlare, parlare, condividere, parlare. Magari solo così si riesce a trovare una soluzione, una cura.

Claudia non è diversa dagli altri, è speciale, come le dicono spesso papà Gaetano, mamma Tina e il suo fratellone Saverio, di poco più grande di lei. La famiglia Digregorio vive a Santeramo in Colle, in Puglia. Papà Gaetano fa il meccanico da quando aveva dieci anni. Sarà per questo motivo che non perde mai la speranza: per lui tutto s’aggiusta, basta un po’ di sacrificio ed olio di gomito. Ora ha chiuso l’officina: ha deciso di dedicare tutto il suo tempo alla figlia. Mamma Tina insegna matematica, ha alle spalle anni e anni di studi scientifici. Claudia odia i numeri, ma sarebbe stata anche disposta a partecipare alla gara di matematica, se l’ansia e la paura di fallire non gliel’avessero impedito.

Ama improvvisare, Claudia. Soprattutto a scuola. Tutto l’opposto di suo fratello Saverio. Non solo, Claudia ama cantare, cucinare, adora “guardare le sue amiche perché sono scattanti”, farsi passare la piastra sulla sua folta chioma riccia, scegliere da sola cosa indossare ed è padrona assoluta del telecomando, quando, di sera, si ritrovano tutti insieme sul divano di casa davanti alla tv.

Una forza della natura a tutti gli effetti questa ragazzina. Capace di catalizzare l’attenzione su di sé, dopo i primi minuti di conoscenza, riesce ad attirare l’attenzione, non di certo per il suo problema, ma per la sua spontaneità.

Insomma, cos’è che rende Claudia così speciale? Sicuramente, la sua caparbietà accompagnata da tanta curiosità, parlantina e voglia di fare.

Voglia di andare avanti, sempre. Vuole tornare a camminare. Vuole correre, correre veloce come prima, azzarderei.
Sì, perché fino a qualche anno fa Claudia camminava, correva, si arrampicava sugli alberi dell’orto di Papà Gaetano.
Puntava il piedino destro per terra, come una prima ballerina classica… e danza classica l’ha anche frequentata per qualche tempo. I medici lo scambiarono per “atteggiamento”, in realtà era tutt’altro. Più tardi iniziarono i disturbi intestinali: ogni volta che metteva piede in macchina, appena partiti, vomitava. Si pensò a qualche trauma psicofisico.

Quando la notte del suo orale di terza media, ebbe la prima crisi respiratoria della sua vita tutta la famiglia Digregorio temuto di perderla. Portata di corsa all’ospedale.

L’intervento d’urgenza, poi la rianimazione. “Abbiamo aspirato la più grossa palla di muco che ci sia mai capitato di vedere”, “Forse non si sveglierà”.

Inizia così l’Odissea della piccola Claudia Digregorio e di tutta la sua famiglia. Inizia così la lunga trafila per gli ospedali di tutta Italia: dalla Puglia, fino a Bologna, passando per Roma e Milano e finendo a Genova.

Sempre in macchina, per amore del signor Gaetano e per la sicurezza di Claudia. Arrivarono anche fino a Lourdes, durante un viaggio nel sud della Francia e, ancora, in Calabria, dover un tale che si definiva “frate” organizzava processioni e preghiere collettive: prometteva miracoli, nella disperazione uno può pensare di provare tutto, ma proprio tutto per far star bene la propria bambina.

Claudia è ammalata. Di una malattia che non conosciamo. Non rara ma sconosciuta. Tra le due parole c’è un solco, una voragine, e in questa voragine si può mettere qualsiasi cosa. Non sai chi è il tuo nemico. Non conosci le armi con cui combatterlo. Più banalmente: con chi te la devi prendere? Ma io non mi arrendo. Non mi arrenderò mai. E non perché non ci si può arrendere, quando si tratta di tua figlia. Non è questione di amore, fede, incoscienza, speranza. Ma per un’altra ragione: io sono un meccanico. La prima cosa che mi hanno insegnato quando sono entrato in un’officina è che non esiste nulla che si rompa definitivamente. Tutto si aggiusta. Non c’è motore che non possa ripartire. Bisogna smontarlo, rimontarlo, oliarlo, alle volte sostituire un pezzo con un ricambio, ma alla fine si deve rimettere per forza in moto. Magari potrà camminare più lento, non potrà più raggiungere i regimi di una volta, non potrà più viaggiare a lungo a 130 chilometri orari, ma una cosa è certa: un motore si rimette sempre in funzione.”,

queste le parole di Gaetano Digregorio, riportate anche in Da grande voglio camminare, libro testimonianza scritto a quattro mani con Claudia e l’aiuto di Giuliano Foschini, giornalista.

La malattia di cui è affetta Claudia non è né SLA, né SMA, né Sindrome di Duchenne. Non è annoverata tra i casi clinici delle malattie rare. Un dolore inaspettato, un fulmine a ciel sereno. Un mostro che toglie le forze giorno dopo giorno. Una malattia senza nome.

Sì, questa patologia è davvero sconosciuta. In tutto il mondo è stato trovato solo un caso simile, in Belgio. Caso simile, non propriamente lo stesso.

Nonostante la tracheo e la mancanza di forze che la tengono su una carrozzina, Claudia non si è mai arresa. Ha continuato con la scuola, iscrivendosi alle superiori, ci va volentieri anche se, all’inizio, si è dovuta scontrare anche con la diffidenza dei compagni. Gaetano l’ha sempre aspettata fuori, sia col brutto che col bel tempo, dall’orario di entrata a quello di uscita. In molti gli chiedevano perché facesse tutto questo da solo. Incredulo per una domanda simile, ripeteva che lo faceva per Claudia, per farla sentire al sicuro e per intervenire in casi di emergenza o semplicemente per effettuare quelle manovre da infermiere dovute al tubo che è costretta a portare in gola per respirare. Un papà è meglio di un infermiere.

In molti si chiedono se ce la farà. Per avere una degna risposta, in conclusione, lascio la parola proprio a Claudia, che sa sicuramente rispondervi meglio di me:

“Ma certo che ce la farò. Su questo non c’è dubbio. Ho ancora troppo da fare. Capirete facilmente che non è bellissimo per una ragazza come me finire sugli schermi di mezzo mondo con un tubo piantato in gola. La mia dose di notorietà vorrei prenderla anche quando starò bene. Sapete cosa faccio quando sono triste? Chiudo gli occhi e immagino una delle cose che amo di più: il mare. Mi piace sentirne l’odore, mi piace passare ore e ore con i piedi a mollo. Mi piace sentire l’acqua che sbatte contro ogni centimetro del mio corpo. In questo sono come mio padre. Appena mi rialzo, voglio correre sulla sabbia. Il più a lungo possibile. E per ricaricarmi voglio fare una lunghissima, grandissima mangiata di pesce. Sono stata dal Papa, il mio supereroe. Non vedevo l’ora di incontrarlo. Ho apprezzato la sua omelia. Ha parlato di perdono, proprio a me che, insomma, se fossi molto arrabbiata, nessuno potrebbe avere nulla da ridire. Ma devono stare tranquilli. Io ho già perdonato tutti.”

Claudia e Gaetano Digregorio, padre e figlia, hanno un rapporto indissolubile. Vivono a Santeramo in Colle, in provincia di Bari. Claudia, di quindici anni, frequenta l’Istituto Pietro Sette e sogna di diventare una grande Chef. Ironica e cocciuta, si fa subito amare da tutti. Papà Gaetano, di professione meccanico, non ha occhi che per sua figlia. Claudia vuole (e deve) tornare a correre.

Giuliano Foschini, classe 1981, è il giornalista de La Repubblica che ha conosciuto il signor Gaetano in un giorno qualunque, sempre quando stava aspettare Claudia fuori scuola dentro la sua Jeep. Ha da subito desiderato aiutarli a raccontare la loro storia di malattia e di coraggio. È nato in Puglia, dove vive e lavora.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Reykjavík Café, Sólveig Jónsdótti, (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

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Le storie al femminile contemporanee sono una costante della narrativa, presenti in tutti gli angoli del mondo dove si scrive, con toni più leggeri o più impegnati a seconda dei casi: vicende non incentrate su una storia d’amore, come la narrativa rosa tout court, ma sulla vita di una o più donne in un determinato tempo e luogo vista in vari aspetti.
Stavolta ci si sposta nell’estremo Nord, in Islanda, Paese di estremi e che d’inverno è gelido e quasi sempre buio, perché come suggerisce il titolo, Reykjavík Café è una storia di donne in questa capitale così lontana da tutto (eppure è Europa), dove però si può ridere, scherzare, innamorarsi, lasciarsi, vivere le proprie vite, disperarsi, dare una svolta a se stesse e tanto altro ancora.
L’autrice, Sólveig Jónsdóttir, racconta la storia di quattro giovani donne sui trent’anni, che durante un inverno si incontrano nel caffè che dà il titolo al libro. Hervòr sogna grandi cose, ma si trova a dover fare la cameriera al caffè dopo una laurea e ad avere una storia con un suo professore molto più vecchio, Silja è un medico che vede la sua vita andare in frantumi tornando a casa un giorno prima dal lavoro e trovando il marito con un’altra donna, Mia non si capisce più con il brillante fidanzato che la lascia, Karen vive con i nonni, dopo una vita di abbandoni e lutti, non ha un lavoro e si butta in varie relazioni, tra cui con il marito di Silja.
Quattro storie esemplari, immerse nell’atmosfera di un posto dove a gennaio il sole sorge alle 11 del mattino e tramonta alle 16, ma che per certi aspetti potrebbero essere anche di altri luoghi, che rivelano comunque le difficoltà oggi di trovare la propria strada, anche in Paesi in cui c’è un wellfare ben diverso da quello mediterraneo, la difficoltà ad elaborare lutti, la solitudine, il vivere relazioni difficili, ma anche la gioia di incontrarsi e essere amiche.
Reykjavík Café non è né un chick lit classico né un libro ultraimpegnato, ma una piacevole via di mezzo per scoprire la vita in un posto lontano ma vicino, che è fuori dalle rotte turistiche tradizionali rispetto ad altre Nazioni europee e non, e per appassionarsi alla vita di quattro ragazze nordiche, ai loro problemi e ai loro momenti felici. Non è nemmeno la versione in salsa islandese di Sex and the city, le quattro ragazze di qui non sono omologhe delle quattro di New York, non sono straricche e modaiole, ma molto più umane e alle prese con problemi più realistici, alla fine solo Silja ha un lavoro di un certo livello, le altre tre si arrangiano senza molte prospettive, per abitudine ma anche per problemi personali e esistenziali, di disagio che rendono impossibile tentare nuove strade. Comunque, le quattro protagoniste sono anche lontane da certi stereotipi sul Nord Europa che ci sono ancora, non sono biondissime e ultra disinibite, ma simili a tante altre, e intorno a loro emerge un ritratto di società islandese con vari punti in comune con noi, sia nel bene che nel male, tra problemi legati all’immigrazione, agli anziani, al lavoro e non solo.
Un ritratto vivace e non banale di quattro esistenze femminili, un romanzo che scorre, con questi nomi così strani, per una lettura d’evasione sì ma non certo scontata e stupida. In attesa dei prossimi libri dell’autrice Sólveig Jónsdóttir, qui al suo esordio come romanziera.

Sólveig Jónsdóttir ha studiato scienze politiche e vive a Reykjavík, dove lavora come giornalista alla redazione di «Lifestyle Magazine». Reykjavík Café è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’ Ufficio Stampa Sonzogno.

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:: Il gruppo, Joseph O’Connor, (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

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Non si esce vivi dagli Anni ‘80”, cantava Manuel Agnelli degli Afterhours, neanche troppo tempo fa. Niente di più vero. Gli eighties hanno influenzato i nostri tempi più di quanto si pensi. Gli Smiths e il loro frontman Morrissey, i Velvet Underground, David Bowie, Patti Smith, i Siouxsie and the Banshees, i Cure e i Joy Division.

Adesso guardate la copertina del libro alla vostra destra: quello più in avanti, con la cresta alta e al vento, non vi sembra proprio Morrissey? E la ragazza alla sua sinistra non assomiglia a Nico, la cantante tedesca che collaborò coi Velvet Underground a partire dal 1967 regalandoci la sua voce per pezzi magnifici come Femme Fatale, All Tomorrow Parties e I’ll Be your Mirror.

Sì? No? Non ve lo ricordate?

No, non sono loro, anche se ci si avvicinano parecchio. Morrissey non ha gli occhi allungati, dal taglio orientale e la bionda Nico, all’alba degli anni ottanta, non collaborava già più col gruppo di Lou Reed.

Poco male, perché quella che voglio cercare di raccontarvi adesso è proprio la storia di questi quattro ragazzi.

Siamo a Luton, cittadina prevalentemente industriale che dista cinquanta chilometri da Londra, e gli Anni Ottanta sono appena all’inizio. Robbie, di origine irlandese e membro di una famiglia sulle cui spalle grava un enorme fardello di dolore e pena, al college incontra Fran, ragazzo vietnamita che, a sua volta, ha alle spalle un’infanzia travagliata, quindi si comporta come se fosse un poeta maledetto, giocando anche su una sua presunta bisessualità, ma ciò che lo contraddistingue più di tutte le altre sue qualità è il carisma innato che sembra possedere. Legati da subito da una profonda e totalizzante amicizia, Robbie e Fran, da giovani, non sono ancora del tutto a conoscenza di ciò che li tiene uniti. Successivamente incontrano due gemelli, fratello e sorella: il batterista Seán e la violoncellista Trez, di cui Robbie si innamorerà.

I quattro fondano un gruppo, The Ships. Venticinque anni di musica, vita dissoluta, amicizia, amore e allontanamenti sono narrati in prima persona proprio da Robbie Goulding che ripercorre, mettendo da parte materiale su materiale per questa che diventerà la biografia del loro gruppo, tutta la strada fatta insieme. Una vita da rock star, una rock band con tutti i suoi pregi e difetti. Una biografia fatta di ricordi, quelli di Robbie, che spesso con coincidono con quelli degli altri componenti del gruppo: per questo è stata ampliata, cassata, riampliata, adattata, arricchita di interviste e testimonianze nel corso degli anni. Un valido aiuto viene anche dalla figlia di Robbie, curatrice di una sorta di appendice a fine romanzo.

Le memorie e il vissuto di Robbie diventano tutt’uno con la narrazione di Joseph O’Connor: ci riportano indietro in un tempo, quello dei rockeggianti Anni ’80 in cui a farla da padrone, soprattutto in ambiente artistico, ci sono droga, trasgressioni, vita brava e vita da strada, nelle periferie inglese che sanno di desolazione, di incontri con star famose, famosissime, fino ad arrivare alla vita bohémienne dell’East Village a New York, concerti all’Hollywood Bowl, fino al ritorno a Dublino.

O’Connor ci racconta la storia de Il Gruppo come solo un appassionato di musica rock potrebbe fare: alternando serietà e leggerezza, comicità, aneddoti e non tralasciando il fulcro drammatico delle vicende che, com’è ovvio, solo una vita vissuta all’insegna della dissolutezza può portare.

A corredo della pubblicazione, su Spotify si può trovare un’intera playlist dedicata alla trama del romanzo. Playlist che spazia da Johnny B. Good di Chuck Berry, Stairway to Heaven dei Led Zeppelin, The Song of Silence di Simon & Garfunkel, Paranoid dei Black Sabbath, Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan, Ashes to Ashes di David “il Duca Bianco” Bowie e tanti altri pezzi.

Un libro, quello di O’Connor, che, se siete amanti del rock e delle storie forti e piene zeppe di musica, non potete assolutamente farvi scappare.

Joseph O’Connor, classe 1963, è uno scrittore irlandese protagonista, come tanti altri scrittori della sua generazione, dell’eccezionale fioritura letteraria iniziata a cavallo degli anni ’80 e ’90 nel suo Paese. I suoi libri sono stati tradotti in 29 Paesi. Il suo Cowboys & Indians è stato finalista al Whitbread Prize. Stella del mare è il romanzo che lo ha consacrato a livello internazionale, diventando un bestseller. In Gran Bretagna e Irlanda è stato il libro di narrativa più venduto in assoluto nel 2004, rimanendo al primo posto per più di un mese e nelle classifiche di vendita per 35 settimane di fila. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui: l’Irish Post Award per la letteratura, il premio dell’American Library Association, il Prix Millepages in Francia e il Prix Madeleine Zepter come romanzo europeo dell’anno. Il gruppo è il suo ultimo romanzo, pubblicato in Italia da Guanda Editore, come molti altri suoi titoli, tra cui: La fine della strada, Il maschio irlandese in Patria e all’estero, Yeats è morto!, Desperados, Stella del mare, Cowboys & Indians, Un comico, Dove sei stato? e molti altri.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ Ufficio Stampa Guanda.

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:: Un’ intervista con Alice Basso, a cura di Elena Romanello

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1Alice Basso ha esordito con Garzanti con lo spumeggiante L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, un po’ giallo un po’ commedia, ambientato a Torino e che rivela la vita misteriosa dei ghost writers, coloro che scrivono al posto di chi non sa scrivere ma vuole pubblicare un libro per magari raccontare altri campi in cui eccelle. Le abbiamo chiesto alcune cose sul libro, su Torino, dove si svolge, e non solo.

Nel tuo libro si respira molto l’aria di Torino; che rapporto hai con questa città?

Aaah, Torino! Dunque, io vengo da Milano, anzi, per l’esattezza dall’hinterland milanese, e a Torino ci sono arrivata per lavoro nel 2006. Lì è iniziata la parte più avventurosa e soddisfacente della mia vita, anche perché arrivare a Torino nell’inverno del 2006, ossia durante le Olimpiadi Invernali, ha significato farci conoscenza proprio nel momento del suo massimo fulgore: tutta illuminata a festa, tirata a lucido, piena di attività, e pulita che mancavano soltanto dei camerieri con crestina a spazzare gli angoli delle strade. In pratica, è stato un colpo di fulmine, e di quelli che durano, perché io Torino la amo ancora adesso con la stessa intensità, ad anni di distanza. Ma la cosa che farà ridere (be’, i miei amici ci ridono un sacco) è che, nonostante tutto questo amore, io di fatto Torino ancora la conosco pochissimo! Il problema è che io sono imbranatissima come autista e totalmente priva di senso dell’orientamento, nonché di memoria geografica. Il che significa che i miei amici autoctoni devono spiegarmi sempre tutto, spesso mi scarrozzano loro (e mai che io impari strade o nomi di posti quando è qualcun altro a fare da guida), e in sostanza, quando ho annunciato che avevo scritto un libro ambientato a Torino e in cui la città appariva anche un po’, la loro reazione è stata, come dicevo, una gran risata. Poco male: spero che i torinesi prendano il mio libro come un omaggio sincero alla loro bellissima città!

Tu ti occupi di editoria nella vita: che differenze ci sono tra la tua vita e quella della tua protagonista?

Fortunatamente, molte. E lo dico perché mi sa proprio che vivere come Vani, e facendo il suo lavoro, rischi di essere piuttosto difficile. Sempre nell’ombra, sempre subordinata a qualcun altro… Io non sono una ghostwriter ma una redattrice e traduttrice, e, per quanto a un redattore possa capitare molto spesso di “ghostwritereggiare” un po’, abbiamo vita molto più facile. Si lavora sempre su libri altrui, ma c’è dialogo con gli autori, e c’è il piacere di un lavoro che mira a fare di un libro buono un libro ottimo. Devo dire che il mio mestiere mi piace molto!

Nel libro si parla di cultura dark anche con cognizione di causa: hai seguito questa cultura e moda?

Ah ah, no, non io direttamente, ma una delle principali muse ispiratrici della mia protagonista – una mia amica che si chiama Vani anche lei – l’ha fatto in gioventù e di conseguenza il tutto s’è trasferito al mio personaggio di carta. Nel libro ci sono anche molti accenni alla cultura metal (che è un po’ diversa: lo dico perché i miei amici metallari sono precisi!), e quella invece la conosco un po’ di più di prima mano, perché, appunto, ho amici che mi portano con loro e si occupano attivamente della mia cultura sociale e musicale! E devo dire che è un ambiente molto interessante: intanto, non è affatto ostile e cupo come i non addetti ai lavori pensano, semmai è ironico, gioca molto con questa identità fintamente aggressiva ma in realtà è popolato da persone amichevolissime. Nel libro c’è una scena in cui Vani e la sua giovane amica Morgana vanno in un locale metal malconcio e malfamato, ma si tratta di un piccolo scherzo dedicato ai miei amici, che sanno benissimo che si tratta di un cliché che nella realtà trova pochissimo fondamento, e che gioca con l’immagine poco raccomandabile che questi luoghi si divertono a inscenare.

Come è nata l’idea del tuo libro?

C’è un aneddoto che ogni tanto racconto durante le presentazioni in libreria, ma solo quando l’audience mi sembra sufficientemente spiritosa da prenderlo bene. Ci provo anche qui? Dunque. Io ho una carissima amica che scrive a sua volta, specialmente sceneggiature, e dunque tiene d’occhio con interesse quello che tv e cinema propongono. Un giorno mi chiama inorridita. “Non hai idea di cosa ho visto alla televisione.” Le chiedo cosa. “Una foca. C’era una foca che prendeva i cattivi.” Dice proprio così. Io indago, e scopro che effettivamente esiste un telefilm, una sorta di Commissario Rex, in cui vicende che talvolta in fine di puntata si concludono con la sconfitta di qualche cattivone ruotano attorno ad un personaggio che è una foca. Cioè, proprio una foca, un pinnato del Polo, che per qualche ragione mi pare sia l’animale domestico di qualcuno dei protagonisti umani.
Dopo la scoperta, ho riflettuto. Nel panorama della fiction italiana e internazionale, letteraria e televisiva, ci sono un sacco di personaggi che non fanno gli investigatori che però si trovano al centro di casi da risolvere, giusto? Solo in Italia abbiamo, per dire, una prof (quella della Oggero, che peraltro adoro), svariati preti e suore… e giù giù fino al cane, appunto, del Commissario Rex. E adesso, anche le foche. Be’, io sapevo di avere in canna una figura che poteva avere più dignità di una foca di presenziare in un poliziesco: la figura di un ghostwriter, che sarebbe stato perfetto per riciclarsi come profiler in un’indagine che si fosse svolta nel mondo editoriale. Così ho pensato: se lo fa una foca, lo posso fare anch’io! E mi sono decisa a scrivere di Vani.

Prossimi progetti?

Sono più che felice di dire che le avventure di Vani e del commissario Berganza proseguiranno. L’accoppiata creatasi nel primo libro è pronta per cimentarsi in nuove indagini, e il secondo libro è già finito. Se tutto va bene, dovrebbe uscire l’anno prossimo. In questi due mesi dall’uscita del libro un sacco di persone mi hanno chiesto un sequel e hanno gioito quando ho confermato che ci sarebbe stato: ma ti assicuro che nessuna di loro è più felice di me, che passerei la vita a scrivere di Vani e del suo amico commissario!

:: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, Alice Basso (Garzanti, 2015) a cura di Federica Guglietta

14 luglio 2015 by
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Ghostwriter. Scrittori fantasma. Scrivono storie, romanzi, documenti ufficiali, discorsi o trattati al posto di altri.

Gli Altri. Spesso sono persone importanti, celebrità, personaggi con le luci della ribalta puntate addosso. Non hanno tempo, non hanno voglia e, magari, la maggior parte delle volte non sono neanche capaci di scrivere. Eppure può capitare che la questione sia più semplice. Non hanno “l’idea”, quel guizzo creativo che può dar vita ad un capolavoro.

Bravura di una persona totalmente anonima, che quel romanzo non lo firmerà neanche. Successo assicurato per la casa editrice grazie al nome e alla una bella foto patinata in copertina del personaggio di turno. Un binomio perfetto per assicurarsi vendite su vendite e sfornare l’ennesimo bestseller. Un successone, altroché. Di chi sarà il merito, alla fine?

Nell’ambito editoriale di ghostwriter ce ne sono tanti.

Lo sa bene Silvana “Vani” Sarca, che lo fa di professione per L’Erica Edizioni. Una casa editrice importante, L’Erica. Una personalità scostante, quella di Vani, che cerca sempre di vivere ai margini di ciò che la circonda. Ha un’innata antipatia verso il Mondo.

Si nasconde. Tra le pile di carte e il materiale che le inviano per scrivere. Tra le mura del suo ufficio. Dietro il suo ciuffo e il suo abbigliamento abituale, entrambi meravigliosamente neri.

Vani, però, ha un grande pregio, sconosciuto ai più: l’empatia. Sa arrivare dritta al cuore, ai sentimenti e alle sensazioni delle persone, pur avendone letto solo una bozza di manoscritto. Proprio questa sua qualità le permette di essere più che mai vicina agli autori di cui “prende il posto”. Scrivere è la sua passione, scrivere è diventato il suo lavoro. In incognito. Preferisce non incontrare personalmente chi commissiona all’editore i libri che poi lei butterà giù, come un fiume in piena, facendoli diventare cult.

Finché, un giorno, il suo editore non la obbliga a conoscere Riccardo, autore conosciutissimo alle prese con un invalidante blocco dello scrittore.

Vani, come sappiamo, si era sempre rifiutata di prendere contatti con gli autori per cui scriveva, ma stavolta fa un’eccezione. Tra lei e Riccardo, dopo un’iniziale simpatica reciproca, è subito empatia, anzi di più: vera e propria alchimia, forse. Parlano citando grandi autori quali Hemingway, Fitzgerald e Steinbeck. Vani non crede potesse essere possibile una cosa del genere, ma capisce di doversi tutelare. Sicuramente, dopo la pubblicazione del libro, Riccardo farà perdere le sue tracce (e invece…).

“Ho scritto il libro più bello del mondo, ma nessuno lo sa.”

Poi succede l’inaspettato. Una scrittrice per cui, precedentemente, aveva lavorato scompare e allora Vani deve per forza uscire allo scoperto.

L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, romanzo d’esordio di Alice Basso, edito da Garzanti, ci mostra le dinamiche del mondo editoriale “da dentro”, un microcosmo spesso fatto di scrittori senza nome, di relazioni fisicamente inesistenti, di contatti solo lavorativi. Tuttavia, lascia anche spazio all’amore, ai sentimenti più puri e umani che esistano… e al mistero. Scrive quello che conosce, la Vani – Alice, nient’altro che questo. Sa andare dritta al punto, così come riesce ad andare in fondo al cuore delle persone. Si fa leggere senza fatica.

Un romanzo che si presenta quasi come un vademecum di avviamento alla scrittura, dettato da chi proprio del Mondo circostante non ne vuole sapere, e che poi diventa una storia di passione lavorativa e sentimentale.

Alice Basso, al suo esordio con L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, in realtà, è veterana per quanto riguarda libri, storie e romanzi, dato che, proprio come il suo personaggio, di mestiere fa la redattrice in una casa editrice. Ha già in mente di scrivere il continuo delle avventure della sua Vani.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’ Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Al via il Festival ‘Il Libro possibile’ di Polignano a Mare, a cura di Elena Romanello

10 luglio 2015 by

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Dall’8 al 13 luglio torna a Polignano a Mare, in Puglia, il festival letterario Il libro possibile, giunto alla tredicesima edizione.
Ogni sera, alle 20 e 30 sono previsti incontri a ingresso gratuito con varie personalità letterarie, nell’ottica di mettere il libro in piazza: quest’anno si prevedono 100mila visitatori, italiani e stranieri, con 350 ospiti e 150 interventi, per coinvolgere un borgo a strapiombo sul Mediterraneo, in piena estate, con un modo per completare la propria vacanza partendo dai libri e proponendo incontri, conferenze, reading, spettacoli, lection magistralis, tavole rotonde sugli argomenti più disparati.
In questa nuova edizione sono previste alcune novità, come la presenza di carri del Carnevale di Putignano che celebrano il mondo dei libri, lo spazio Libri verdi dedicato ai bambini con laboratori creativi, interventi e un reading con Geronimo e Tea Stilton
Tra gli ospiti ci sono Luca Bianchini, Pietrangelo Buttafuoco, don Luigi Ciotti, Carlo Freccero, Nino Frassica, Gabriella Genisi, Michela Marzano, Paolo Mieli, Ferzan Ozpetek, Federico Rampini, Lidia Tavera, Katia Ricciarelli, Farian Sabahi, Vittorio Sgarbi, Luca Telese, Marco Travaglio, Roberto Vecchioni. Tra gli eventi da segnalare l’11 la presenza del segretario della CGIL Susanna Camusso e il reading su Pasolini di Nichi Vendola.
Per il programma completo visitare il sito www.libropossibile.com

:: Lo zoo, Marilù Oliva (Elliot edizioni, 2015)

9 luglio 2015 by
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Il tema della “diversità”, – interiore, esteriore – o al suo opposto della difficile lotta per conquistare la cosiddetta “normalità, sono due temi spesso presenti nella stessa opera, che sia letteraria o cinematografica o teatrale. Come il gioco di specchi che si crea tra diversità e normalità, quando la stessa umanità fatta di sensibilità e onestà resta più vivida in chi per una deformità fisica viene isolato e considerato un diverso. Quando invece il vero “mostro” si rivela essere proprio chi ha tutte le stigmate della normalità.
Questo dualismo fu magistralmente rappresentato in un film hollywoddiano del lontano 1932, Freaks del visonario regista di Luoisville, Tod Browning, diventato ormai un cult movie, forse tra i più osannati della storia del cinema, sebbene restò per anni censurato e non solo, fu mutilato di ben 30 minuti di pellicola, andata perduta per sempre, velato da un’ aura maledetta che quasi distrusse la vita del regista (sicuramente la sua carriera), politicamente scorretto al di là di ogni immaginazione, la maggior parte degli attori che parteciparono al film erano veri freaks, spietatamente detti “fenomeni da baraccone”: nani, deformi, senza arti.
Oggi sarebbe impensabile radunare un cast del genere, non perchè crudeltà e cinismo siano tanto cambiati da allora – esistevano nel passato veri e propri spettacoli itineranti (anche in Italia) in cui l’attrazione esibita era composta proprio da queste persone, testimoniati da un interessante libro come Fenomeni da baraccone di Marcello Fini (Italica Edizioni, 2013) – ma perchè si violerebbero oltre a vere e proprie leggi, anche la sensibilità diffusa di molte persone.
Questi problemi non se li fece Tod Browning nel 1932, e non se li è fatti oggi Marilù Oliva, autrice di un caustico noir che in parte possiede la forza disturbante di quel vecchio film. Opera allegorica se vogliamo, Lo Zoo, edito da Elliot edizioni, ci porta nella tenuta salentina di una ricca contessa sul viale del tramonto (ex star della tv), in cui in una parte del suo giardino troviamo delle gabbie in cui sono rinchiuse queste strane creature: la Donna Anfora, l’Uomo Scimmia, l’ Angelo, el Pequegno, la Strega, la Sirena, il Ciclope.
Si prova autentico disagio a leggere questo libro, e non è la deformità fisica che spaventa. Stavo pensando di scrivere a questo proposito anche un’altra cosa, ma si vede che è passato un angelo e se la è portata via. Ecco volevo dire che ho avvertito vera difficoltà fisica a superare le prime pagine, tanto che avevao pensato di abbandonare la lettura, ma poi ho percepito il vero tema sotteso del libro, la libertà, dalle gabbie non solo fisiche, ma soprattutto interiori, le più difficili da abbattere, e così anche il personaggio del Guardiano (forse il più mostruoso del romanzo) è diventato più sopportabile.
La libertà, dicevo, da se stessi, dalle strutture sociali, dall’avidità, dalla disperazione e la (percezione) della diversità sono quindi i temi principali e ci vuole senz’altro un certo coraggio a presentarli così senza filtri emotivi al lettore e sicuramente questo coraggio Marilù Oliva lo possiede.
Molto bella, anche se inquietante, la copertina, mi ha ricordato quelle immagini associate al Día de los Muertos, festa celebrata in Messico.
Una certezza però mi ha attraversato, spero di non finire mai deformata come personaggio in un suo romanzo.

Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e scrive. Ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, l’ultimo è uno studio sulle correlazioni tra la vita e le opere del Nobel colombiano Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, Sugarpulp. Mala Suerte completa la trilogia salsera di Marilù Oliva, dopo ¡Tú la pagarás! (Elliot 2011), finalista al Premio Scerbanenco, e Fuego (Elliot 2011).

Source: libro inviato dall’ autore.

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:: Agatha Christie 2 X 1

9 luglio 2015 by

cmpgn2046Sebbene Derek Raymond non amasse particolarmente Agatha Christie, scrisse addirittura un saggio dal titolo piuttosto espilicito Perché odio Agatha Christie, devo dire che rivedendo la serie tv britannica Agatha Christie’s Poirot, (con uno strepitoso David Suchet) ho rivalutato anche la lettura di questa Dame del brivido davvero prolifica, oltre che osannata da stuoli di fan. Alcuni titoli davvero belli, tra i miei preferiti: i celeberrimi Assassinio sull’Orient Express, Il Natale di Poirot, L’assassinio di Roger Ackroyd, Poirot sul Nilo, ma anche Carte in tavola, Dopo le esequie, Gli elefanti hanno buona memoria, oltre a tutti i gialli dedicati a Miss Marple. Mondadori nel 125° anniversario della nascita (1890 – 2015) dedica fino al 19 luglio un’ iniziativa che farà felice i collezionisti, un offerta 2 X1 su tutti i gialli digitalizzati di Agatha Christie (ormai quasi tutta la sua produzione). Comprando un giallo di Agatha Christie in ebook infatti si potrà scerglierne un secondo gratis. Questo non è esattamente un post promozionale, (non sono retribuita per scriverlo), ma ho pensato che ai miei lettori potesse essere interessare. Vi posto anche un po’ di trame prese dal sito IBS, tutte di gialli con il belga più famoso della letteratura gialla come protagonsita.

Carte in tavola:

Decisamente uno strano invito a cena quello che ha ricevuto Poirot. Il suo anfitrione, il mefistofelico Schaitana, ha infatti promesso al celebre investigatore di mostrargli la più strana delle sue collezioni: quella di criminali che hanno commesso un delitto e non sono mai stati scoperti. Poirot, incuriosito, si reca al ricevimento con un funesto presentimento e ben presto scopre che la sua sensazione era ben motivata. Infatti, mentre gli invitati, tra i quali altri tre celebri cacciatori di delitti, sono impegnati in una partita a bridge, qualcuno pugnala a morte l’eccentrico padrone di casa. Il caso si presenta subito difficile da risolvere, il colpevole senza dubbio si nasconde tra gli ospiti, ma tutti sembrano al di sopra di ogni sospetto, eppure almeno uno di loro, in passato, ha già ucciso.

Il mistero del treno azzurro:

Conosciuto anche con il pomposo nome di ‘Treno dei miliardari’, il Treno Azzurro unisce nella notte Londra alle spiagge assolate della Costa Azzurra. Sulle sue lussuose carrozze si possono incontrare tutti i protagonisti dell’alta società: miliardari americani, nobili europei, ereditiere e anche investigatori famosi come Hercule Poirot. La presenza di quest’ultimo, per quanto casuale, deve essere per forza collegata a qualche delitto. E infatti il delitto avviene. La giovane e bella Ruth Kettering, figlia del miliardario Van Aldin e moglie infedele del corrotto lord Kettering, viene ritrovata stangolata nel suo scompartimento senza la preziosa collana di rubini che aveva con sé.

Due mesi dopo:

Com’è morta veramente l’ultima delle figlie del generale Arundell? Per il vecchio medico e per la fedele dama di compagnia dell’anziana signorina non ci sono dubbi: si tratta di morte naturale. Il fatto poi che neppure i parenti inspiegabilmente diseredati pochi giorni prima del decesso avanzino alcun sospetto sembra confermare l’ipotesi. Ma allora come mai Hercule Poirot, che due mesi dopo la morte della signorina Arundell, ha ricevuto una strana lettera scritta dalla defunta, sembra non credere alla versione accettata da tutti? Questo romanzo, scritto nel 1937, è forse uno dei più piacevoli gialli della Christie, sia per la disinvoltura con la quale la scrittrice, oramai perfettamente padrona del suo mestiere, tratta i personaggi, sia perché riflette alcuni dei principali interessi dell’autrice: i cani, le case di campagna e il fascino sottile dell’occulto.

Gli elefanti hanno buona memoria:

Il caso è risolto e archiviato da molti anni: duplice suicidio. Ma quando la giovane Celia Ravenscroft decide di sposarsi, l’inquietante interrogativo della sorte dei suoi genitori, trovati morti su una scogliera nel pressi della loro villa in Cornovaglia e ritenuti, appunto, suicidi, torna d’attualità e l’inchiesta si riapre. La tesi del suicidio è ancora valida, oppure è state la madre a uccidere il padre o viceversa? Ariadne Oliver, la celebre scrittrice di gialli (personaggio dietro il quale si nasconde la stessa Christie), si sente in dovere di intervenire in quanto amica della defunta mamma della sposa. L’intraprendente signora prova a ricostruire i fatti interrogando tutti i vecchi testimoni della vicenda, persone dotate di una memoria da elefante… ma anche questa volta, per risolvere l’intricato puzzle, occorrerà la genialità di Hercule Poirot. Scritto nel 1972, “Gli elefanti hanno buona memoria” è uno degli ultimi romanzi di Agatha Christie, un libro dall’intreccio appassionante e “raffinato”, come sempre.

Poirot non sbaglia:

Nella sala d’aspetto del dentista si trovano diversi personaggi, tra di essi c’è anche un “timoroso” Poirot. Ma la paura del dolore non toglie a Poirot l’innato istinto di notare i particolari. Così quando viene a sapere che il dottor Morley è stato trovato cadavere, non crede all’ipotesi di suicidio formulata dalla polizia. Un altro omicidio e misteriose sparizioni convinceranno Scotland Yard che Poirot non si era sbagliato.

:: Cari mostri, Stefano Benni (Feltrinelli, 2015) a cura di Federica Guglietta

9 luglio 2015 by
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Ero dell’idea di rimandare a fine luglio la lettura dell’ultimo romanzo di Stefano “il Lupo” Benni, uscito a maggio scorso per Feltrinelli (casa editrice che dal lontano 1987 pubblica tutti i suoi scritti), ma – come potete ben vedere – non ci sono riuscita.

Mi ha ispirato fin da subito questo suo “Cari mostri”, dove già titolo e immagine di copertina racchiudono un ossimoro (con relativa rappresentazione grafica). Persone apparentemente “normali” la cui ombra, proiettata sui muri intonacati e rischiarati dalla luce giallognola dei lampioni di un qualsiasi piccolo centro cittadino d’Italia (o del Mondo, chissà), rappresenta il loro lato negativo, quel gemello cattivo nascosto nell’anima di una persona qualunque e che potrebbe emergere da un momento all’altro. Come un fantasmi dagli occhi spiritati e rossi, un famelico lupo, una creatura indefinita e così viva.

Mostri “normali”. Mostri che si scontrano quotidianamente con la realtà in cui vivono fino a perdere il controllo. Immaginazione, paura, terrore e sangue convivono in esseri (umani e non) apparentemente innocui. Dei “Cari mostri”, appunto. Teneri, inaspettatamente nascosti, protetti dalla coltre del loro inconscio o sotto una coperta. Mostri che vengono protetti e scacciati dai loro stessi possessori, mostri che vengono combattuti. Mostri che esistono, ma non si vedono.

Una raccolta di sei racconti che affronta tematiche sociali diverse affiancate alle relative paure. Già dalle primissime pagine del primo racconto quello che emerge è uno stato di confusione mentale e oggettiva. Uno spaccato tra realtà e disordine psichico, azioni e immagini mentali.

Tutto ciò ha un suo capro espiatorio o spirito guida malvagio (lascio a voi il giudizio, senza rivelare il mio): il Wenge. Un mostro reale, ibrido, commistione di più animali messi insieme come un novello Frankenstein, sempre affamato. Si dice che scelga da solo il suo padrone, chissà se sia davvero così o solo una diceria. Il Wenge da esserino tenero e bisognoso d’amore semina terrore e morte. Il Wenge ossessiona, spaventa, forse è il più mostro tra tutti i mostri del romanzo.

Come dimenticare, poi, la Madonna che, invece di piangere, ride di gusto; quel manager che, pur di ridimensionare l’edificio del Museo Egizio sfida una mummia tutt’altro che “cara”; ragazzi della nostra generazione senza alcuna prospettiva per il futuro; l’influente riccone russo che si è messo in testa di sradicare un albero secolare e… mi fermo qui.

Benni riesce a unire romanzo di genere e narrazione horror, mantenendo sempre quello stile che lo caratterizza da sempre: un modus scribendi satirico, ma smussato, per niente arido o spigoloso, che crea neologismi ed è aperto al gergo corrente, che non nasconde mai un’esplicita voglia di critica sociale perché, come lui stesso scrive nel suo “Margherita Dolcevita” (Feltrinelli, 2005):

L’arte è questo: scappare dalla normalità che ti vuole mangiare. Io fuggo sempre, e i miei disegni sono così perché so che possono essere cancellati, divorati in un attimo. Eppure so che uno di questi, almeno uno, o tanti, durerà milioni di anni.”

Con “Cari Mostri”, Banni si è dimostrato capace di scavare a mondo nei meandri del Male di vivere, del buio costante, dell’alienazione, della depressione. Lo dimostra con la sua ironia, prendendo ispirazione un po’ qua un po’ là: dal grottesco (un E. A. Poe intriso di comicità), passando per l’angoscia esistenziale e poi ributtandosi nel comico, per liberarci dal Male con una grossissima risa. Il suo è intento è quello di spiegarci cosa sia realmente la Paura in modo da divenire capaci di affrontarla, di sconfiggere questo Mostro fagocitante… e ci riesce. Ci riesce davvero bene.

Stefano Benni, classe 1947, nato a Bologna, è uno scrittore, poeta, drammaturgo, sceneggiatore e umorista. Tra i suoi romanzi e raccolte di racconti ricordiamo: “Bar Sport”, “Elianto”, “Terra!”, “La compagnia dei celestini”, “Baol”, “Comici spaventati guerrieri”, “Saltatempo”, “Margherita Dolcevita”, “Spiriti”, “Il bar sotto il mare”, “Pane e tempesta” e “Le Beatrici”, tutti pubblicati, negli anni, dalla casa editrice Feltrinelli. Da qualche anno, inoltre, pubblica racconti inediti tradotti in arabo sulla rivista “Al Doha”. Infatti, i suoi libri sono stati tradotti in più di trenta paesi: Albania, Bosnia, Brasile, Bulgaria, Cina, Colombia, Corea, Croazia, Cuba, Danimarca, Ecuador, Egitto, Filippine, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Inghilterra, Iran, Israele, Lituania, Macedonia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia, Ungheria e Stati Uniti. In più, ci sono numerosi gruppi (emergenti o più conosciuti) hanno messo in musica le parole del Lupo. Ad esempio i Modena City Ramblers, come si può ascoltare dalle note di “Riportando tutto a casa” (PolyGram/BlackOut, 1994) che contiene il testo “Ahmed l’ambulante”: «Nel settembre del ‘92, aggirandoci per lo stand Rinascita della Festa Nazionale dell’Unità di Reggio Emilia, ci è capitato di leggerci ad alta voce questa poesia di Stefano Benni. Accogliendo l’invito del retrocopertina del libro (“Ballate”, Feltrinelli 1991), abbiamo deciso di metterla in musica; ne è nata questa canzone dal suono per noi insolitamente mediterraneo. Abbiamo fatto sentire il pezzo al poeta in persona, ricevendone la benedizione. Ancora grazie Stefano.» o gli Üstmamò: il loro primo album – omonimo -, infatti, (Virgin, 1991), contiene, “Filikudi”, scritto da Giovanni Lindo Ferretti in collaborazione con Stefano Benni. Come giornalista ha scritto per La Repubblica e Il Manifesto.

Piccola curiosità letteraria: da grande amico di Daniel Pennac, fu proprio lui a convincere la Feltrinelli a tradurre i primi libri di quest’ultimo dal francese all’italiano. Da allora i due amici presentano ciascuno i libri dell’altro quando vengono pubblicati nei rispettivi Paesi.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Feltrinelli.

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:: Sbirritudine. Un poliziotto dentro la mafia più feroce. Una storia vera, Giorgio Glaviano (Rizzoli, 2015) a cura di Irma Loredana Galgano

8 luglio 2015 by
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Esordio letterario straordinario quello di Giorgio Glaviano che pubblica quest’anno con Rizzoli il suo primo romanzo. “Sbirritudine”: un libro che ti entra nelle viscere, una storia che ti scuote mostrandoti il lato nascosto e vero della Sicilia e dell’Italia.
Il libro è frutto dell’immaginazione dell’autore. Nomi, personaggi e luoghi sono fittizi o usati in modo fittizio ma gli avvenimenti sono ispirati a una storia vera. Ed è proprio questo a sconvolgere perché un conto è affermare in maniera generica che nel nostro Paese siamo tutti corrotti, tutti collusi, che Stato e Mafia non si fanno la guerra ma si spartiscono la torta… un altro è vedere, o di rimando leggere, ciò che realmente accade e perché, assistere agli incontri, agli accordi, subire gli intrighi, le minacce, le calunnie solo per aver cercato di fare il proprio lavoro, ovvero difendere la legalità.
Il libro di Glaviano è narrato in prima persona, è il poliziotto siciliano protagonista degli accadimenti che racconta vicende e stati d’animo e lo fa con una tale incisività, merito dell’abile penna della scrittore, da regalare al lettore innumerevoli fotogrammi che come pezzi di un intricato puzzle pian piano si incasellano al loro posto restituendo un’immagine meno nitida seppur evidente di ciò che realmente accade. È la rabbia che si prova a rendere l’immagine sfocata, è il confine tra Stato e Mafia sempre più labile a mostrarla incerta e indefinita.

«Combattere la mafia significa combattere contro il proprio Paese. Io sono stato un traditore, un terrorista, un nemico dell’Italia, uno a cui dare la caccia. Uno che ha odiato la sua terra. Per combattere la mafia dovevo combattere la gente, i miei colleghi, la mia famiglia, i miei superiori e il loro modo di pensare. Ero io quello difettato, perché per tutti gli altri non c’era alcun problema. […] La normalità è la mafia. La normalità è dire e pensare che la mafia non esiste. La normalità è credere che sia vero. La normalità è andare a votare, comprare, vivere in un Paese come questo.»

Un Paese come questo”, un Paese nel quale un poliziotto che vuole combattere una guerra contro la criminalità organizzata deve farlo senza mezzi e senza ‘organizzazione’, perché la sua squadra viene decimata di continuo dalla burocrazia, dai trasferimenti, dalle intimidazioni, dalle pressioni… un Paese nel quale se un poliziotto vuole catturare i vertici della Cupola viene minacciato e gambizzato, dai suoi colleghi e diretti superiori prima che da quelli che riteneva essere i suoi avversari, alcuni dei quali, per ironia della sorte, si riveleranno essere poi dei validi alleati, seppur motivati da ragioni differenti.
Riemerge con grande forza nel testo di Glaviano il problema serio dell’informazione, o meglio della disinformazione del nostro Paese fatta per la gran parte di notizie banali e scontate, già assimilate come possibili o probabili e passate dai media nazionali come il decalogo delle cose da sapere nell’illusione indotta di aver avuto accesso a tutte le info che bisognava conoscere per essere o diventare delle ‘persone informate’. Invece no. Per la maggiore si tratta di notizie preconfezionate o verità edulcorate e solo in minima parte rispondenti ai fatti.

«Io servivo a ripulire Pandolfo. Con la denuncia della richiesta di pizzo lui diventa un imprenditore vergine, perché si è dimostrato onesto e ha lottato contro la mafia. Lo Stato ha visto tutto: ci sono i filmati che testimoniano il mio tentativo di estorsione. Così lui viene protetto dallo Stato e può chiedere i soldi all’Europa. Risultato: tanti soldi. Tra poco, con il parco eolico e quello fotovoltaico, ci sarà lavoro per molta gente, qui a Prezia. E il lavoro significa voti e i voti forza politica… Per avere i fondi europei serviva che Prezia fosse un po’ più pulita. Serviva un arresto eccellente… Il vecchio boss è malato, e ora si potrà curare a spese dello Stato.»

Gli eclatanti arresti di decennali latitanti passati da stampa e tg come grandiosi colpi inferti alla criminalità organizzata che in realtà altro non sono che frutto dell’accordo stretto tra uomini di Stato e uomini di Mafia. Ci si interroga su dove possa mai trovare la forza per continuare a combattere un poliziotto a cui viene mostrata la foto del suo dirigente immortalato tra boss e capi-mandamento.

«Erano tutti insieme: politica, Polizia, Carabinieri, mafia. Mancava un prete a benedire e sarebbe stata la cartolina perfetta della Sicilia

Non bisogna dimenticare però, come popolo, che il vero Stato siamo noi e questa sarebbe la vera grande Rivoluzione che assesterebbe durissimi colpi alle organizzazioni criminali e ai collusi. Rete e solidarietà per creare la forza necessaria e propedeutica a un reale cambiamento. Il protagonista indica la strada suggerendo di ‘imitare’ i mafiosi che creano gruppi compatti e impenetrabili e con essi generano la paura nelle persone isolandole, lasciando credere loro di non avere alternative. Solo prendendo coscienza che non è così si può svoltare, insieme.
E non basta e non serve più neanche tentare di giustificare la propria passività circoscrivendo il problema e additandolo come ‘siciliano’. I fatti di cronaca ormai ci smentiscono da anni.

«Lui il sesto senso non ce l’aveva e non capiva che il Nord era stato già colonizzato. La Sicilia ha sicilianizzato l’Italia. L’ha infettata con il morbo di Cosa Nostra. Ecco perché ho deciso di tornare giù. Giù o su era la lo stesso. […] Si lavorava, si rubava, si approfittava di questo. Ma nessuno vedeva, nessuno sentiva e nessuno parlava. Tutti muti. Tutti vigliacchi. Da Nord a Sud, da Est a Ovest: ogni italiano. I figli, i padri, le madri, i vivi e i morti. Avevo visto che eravamo tutti quella cosa. Quella cosa loro era anche Cosa Nostra

Il ‘sesto senso’ di cui parla il poliziotto è ciò che i mafiosi chiamano “sbirritudine”, quel fiuto che ti permette di riconoscere un mafioso anche solo da un semplice gesto, da uno sguardo, da una parola. «Sembrano uguali a tutti gli altri e invece sono maliùti. Malacarne in tutto e per tutto.»
Quella stessa “sbirritudine” che per il protagonista del libro diventa una vera ossessione trascinandolo in un tunnel di inganni e ingiustizie tali da sopraffarlo e allora lui sarà talmente preso dal suo lavoro da non trovare le forze per combattere altre battaglie, per salvare il suo matrimonio, per godersi i propri figli… per vivere la propria vita.

«Avevo imparato una lezione importante. Il grigio si nasconde anche nel bianco. Perché tutto è collegato, in Italia. Tutto è connesso. Tutto è colluso. Se tiri un filo strappi il sipario. Se indaghi su una partita di arance avariate di Ribera, alla fine vengono fuori il capo dei capi e i pezzi da novanta della politica.»

Impressiona il leggere di come uomini di mafia abbiano nel tempo conservato più ‘onore’ di certi uomini di Stato. Rattrista il fatto che nel nostro Paese gli impavidi che scelgono di opporsi ai poteri forti e a quelli illegali vengano in genere lasciati soli. Ed è anche per questi motivi che Sbirritudine di Giorgio Glaviano è un libro che va letto, perché certe considerazioni è bene che le faccia ogni italiano, da Nord a Sud, da Est a Ovest.

Giorgio Glaviano (1975), siciliano, vive e lavora a Roma come sceneggiatore.

Source: ebook inviato dall’ Ufficio Stampa dedicato, ringraziamo Fiammetta di Walkabout Literary Agency.

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:: VersOriente – La Cina sono io, Xialou Guo, (Metropoli d’Asia, 2014) a cura di Viviana Filippini

8 luglio 2015 by
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Cosa può accadere ad una traduttrice impegnata a trasporre dal cinese all’inglese un misterioso diario manoscritto? Per scoprirlo dovete addentrarvi nelle pagine de La Cina sono io, della scrittrice Xialou Gou, pubblicato in Italia da Metropoli d’Aisa. Iona vive a Londra, dove lavora per una casa editrice che le affida la traduzione di una serie di lettere e di un diario scritti in cinese. La ragazza, che ha una vita sociale un po’ caotica e complicata, si immergerà a tal punto nel lavoro affidatole, da entrare in contatto con una storia che, ideogramma dopo ideogramma, la cambierà per sempre. Quella che emerge dai testi è l’esistenza di un certo Jian, un giovane artista punk finito in prigione per le sue azioni ritenute sovversive dal governo cinese. Jian, una volta scarcerato finirà, prima in un centro per immigrati in Inghilterra, poi in Svizzera. Accanto ai suoi scritti, quasi indecifrabili, Iona traduce anche lettere dalla calligrafia equilibrata e ordinata, che non appartengono per niente al tormentato punk. Le altre lettere sono quelle della giovane Mu, la fidanzata di Jian, un’aspirante poetessa. Le epistole che Iona traduce le permetteranno di scoprire come tra Jian e Mu ci siano il desiderio di esprimersi in libertà e un profondo legame che va ben oltre l’amicizia. Il loro è vero amore, un sentimento purtroppo messo in crisi da una serie di drammatici fatti –tra i quali il massacro di Piazza Tienanmen- che li porteranno sì ad allontanarsi, ma anche a cercarsi sempre. Iona legge e traduce il materiale ricevuto riuscendo a capire dove il punk potrebbe trovarsi e la sofferenza che ha caratterizzato la vita di Jian. Il giovane è figlio di un importante uomo del partito cinese, che non ha esitato a lasciare il piccolo Jian e la madre per costruirsi un’altra famiglia. Il protagonista ha con il genitore un rapporto conflittuale e i dissidi tra i due emergono netti e taglienti nei loro pochi incontri. Jian decide di usare la musica e la scrittura per far sentire la sua voce e comunicare ai giovani cinesi la necessità di un cambiamento che porti ad una nuova Cina, più libera e democratica. Una Cina fatta di persone e non di organi amministrativi sempre pronti a limitare la libertà umana. Iona rimarrà colpita da ogni singola parola tradotta e farà tutto il possibile per far ritrovare Jian e Mu e per rendere pubblica la loro vicenda. Il libro d Xialou Guo è costruito come un diario che si svela agli occhi del lettore grazie al sapiente e accurato lavoro di traduzione di Iona, e anche a quello della traduttrice reale Gaia Amaducci. Allo stesso tempo il romanzo è un documento di un’importante storia d’amore tra giovani che vivono in una società sempre pronta a controllarli e a reprimere ogni anelito di libera espressione. A comunicare il profondo disagio e il tormento di non riuscire a fare abbastanza per il proprio paese c’è la musica di Jian e quel manifesto scritto di suo pugno che da lui passerà Mu, per arrivare a Iona e, da lei, a noi lettori. Il romanzo ha un intreccio solido, ben costruito, che racconta con lucidità e attenzione la Cina degli ultimi anni, mostrandola come una società che, da un lato, non accetta chi la pensa in modo diverso dal sistema (Jian) e, dall’altro, non ammette nemmeno le critiche (ad un certo punto l’editore inglese di Iona sarà “invitato” dal governo cinese e non azzardarsi a pubblicare i diari di Jian). La Cina sono io di Xiaolu Gou racconta sì le vicende umane di due giovani innamorati, ma allo stesso tempo restituisce a noi lettori un quadro storico della Cina contemporanea, dove la libertà non è per tutti.

Xiaolu Guo. Nata in un villaggio della Cina meridionale nel 1973, Xiaolu Guo è scrittrice e regista. È autrice di romanzi, poesie e saggi, in cinese e inglese, che sono stati tradotti in diverse lingue. Il suo libro più famoso, Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati, ispirato a Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, è stato pubblicato in Italia nel 2007 (Rizzoli). Nel 2013 è stata inserita nel “Granta’s Best of Young British Novelists” (con un estratto di La Cina sono io, pubblicato quest’anno dalla Random House), che in passato ha promosso autori del calibro di Martin Amis, Kazuo Ishiguro, Ian McEwan, Zadie Smith. Come regista e sceneggiatrice ha realizzato vari documentari e film, tra cui Once Upon a Time Proletarian, presentato al festival di Venezia, e She, a Chinese, vincitore del Pardo d’Oro al festival di Locarno nel 2009. Dal 2002 vive a Londra.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Riccardo dell’Ufficio Stampa Metropoli d’Asia..

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