:: Aenigma, Lorenzo Beccati (Nord edizioni, 2016) a cura di Micol Borzatta

18 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Milano. In una banca quattro persone apparentemente normalissime, clienti abituali che tutti conoscono da anni, allo scoccare delle ore 15:00 tirano fuori mitragliette e iniziano a sparare ai poliziotti e a rapinare i cassieri. Dopo essersi fatti dare tutto il bottino lo consegnano a un uomo vestito tutto di nero con una riga bianca verticale sul torace, che invece di scappare di fa arrestare, però la macchina della polizia non arriverà mai in centrale.
Davide Ganz, commissario di polizia, viene incaricato di risolvere il caso.
Mentre inizia le indagini altri furti, perpetrati nello stesso modo, vengono portati a termine. Alla fine di ogni furto un solo messaggio: X FAM.
Con l’aiuto di Rabiaa, una ragazza berbera, Davide scopre che tutti i furti e il messaggio indicano dei collegamenti con Mesmer, colui che scoprì il sonnambulismo ipnotico.
In un alternarsi tra passato e presente Ganz e Rabiaa arriveranno a scoprire il colpevole.
Un romanzo entusiasmante, che ricorda un po’ Il circo fantasma di Barbara Ewing, romanzo in cui troviamo anche lì riferimenti al mesmerismo e a Mesmer.
Lorenzo Beccati, come prima di lui la Ewing riesce a trattare un argomento davvero molto complesso, con connotazioni storiche risalenti al 1700, usando uno stile narrativo molto leggero che riesce ad arrivare a qualsiasi lettore, insegnando molto della storia, raccontando fatti reali del passato, anche se molto romanzati, unendoli a fatti di pura fantasia ambientati nel presente, ma collegati con tale maestria da sembrare il normale continuum.
Descrizioni fatte dal punto di vista dei protagonisti permettono al lettore di immedesimarsi maggiormente, come se fosse lui in prima persona a vedere gli avvenimenti, portandolo così a vivere gli eventi con un’intensità da impedirgli di lasciare la lettura.
Un romanzo insolito e che pur unendo trame e argomenti già sfruttati in molti noir e thriller, sa essere rivoluzionario e stravolgente.

Lorenzo Beccati nasce a Genova nel 1955. Fin dagli anni ’80 è il più stretto collaboratore di Antonio Ricci, creando con lui i più celebri e trasmessi programmi televisivi di tutti i tempi. Con NORD Edizioni ha già pubblicato un altro libro Pietra è il mio nome. Aenigma è il suo secondo romanzo.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Nord.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb (Voland, 2008) a cura di Giulia Gabrielli

16 febbraio 2016 by
w

Clicca sulla cover per l’acquisto

Con uno stile sempre leggero, ironico, frizzante e coinvolgente Amélie Nothomb ci racconta del suo ritorno in Giappone una volta diventata adulta.
Amélie è una ragazza belga, nata in Giappone ma dal quale deve andare via a cinque anni, che ha deciso di tornare in quella che considera la sua patria; Rinri è un silenzioso ragazzo giapponese che studia il francese all’università e che ha un gran bisogno di lezioni supplementari.
La relazione tra i due è l’incontro di due culture diverse, l’una affascinata dall’altra, che trova subito la sua definizione nelle parole della lingua dell’altro:

«Quello che provavo per lui non aveva un nome in francese moderno, ma in giapponese sì, perché il termine koi gli si addiceva. Koi in francese classico si può tradurre con “diletto”. Mi procurava diletto. Lui era il mio koibito, colui con il quale condividevo il koi: provavo diletto in sua compagnia.»

Ed allo stesso modo Rinri usa il francese per le sue dichiarazioni di amore appassionato: «lui giocava all’amore, inebriato da questa novità, e io mi dilettavo del koi».
A legarli poi è anche il rapporto di amore profondo che entrambi hanno con le loro sorelle maggiori che vivono lontane, in Belgio quella di Amélie, in America quella di Rinri.
La vita di coppia dei due ragazzi si intreccia con la scoperta del Giappone da parte di Amélie: la scalata del monte Fuji, i quartieri di Tokyo, la gita sull’isola Sado e quella ad Hiroshima, i film del cinema classico giapponese e il cibo che le riporta i sapori dell’infanzia, in piena tradizione proustiana.
Il Giappone descritto dall’autrice è un mondo di cui anche lei è stata parte, ma non è il suo mondo; il suo è uno sguardo attento, ironico e consapevole, che non cade nella denuncia o nell’esaltazione di una cultura tanto diversa ed allo stesso tempo tanto familiare per lei.
In questo romanzo la Nothomb ci svela così un altro pezzetto della sua biografia, ma distinguere esattamente quale sia il confine tra la realtà e la licenza poetica, come sempre, non è  facile.
Né di Eva né di Adamo comunque è solo uno dei tre libri dedicati al sua rapporto con il Giappone: è successivo a Metafisica dei tubi, che racconta dell’infanzia dell’autrice in questo paese, e complementare a Stupori e Tremori, che invece racconta dell’orribile anno trascorso a lavorare in una grande azienda giapponese.
Dal romanzo inoltre è stata tratta una versione cinematografica nel 2014: Il fascino indiscreto dell’amore (Tokyo Fiancée) di  Stefan Liberski.

Amélie Nothomb è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967, figlia di un diplomatico belga, ha seguito il padre nel suo lavoro in Cina, America, Bangladesh e molti altri paesi. Oggi vive tra Parigi e il Belgio.
Ha debuttato come scrittrice nel 1992 con Igiene dell’assassino, suscitando l’entusiasmo del pubblico e conquistando milioni di lettori in tutto il mondo in pochi anni.
Vincitrice di numerosissimi premi letterari e tradotta in tutto il mondo, ha scritto a tutt’oggi ventidue romanzi, tutti tradotti in Italia da Voland, e prosegue nel suo intento di pubblicare un libro all’anno.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Imago Mortis, Samuel Marolla (Acheron Books, 2016) a cura di Micol Borzatta

16 febbraio 2016 by

indexMilano 2013. Augusto Ghites è un detective privato, il suo settore però è molto particolare. Lui infatti non risolve i casi indagando come tutti i poliziotti e i detective sono abituati a fare, ma lo fa sniffando o iniettandosi le ceneri dei defunti. Questa pratica letale per ogni essere umano, ad Augusti permette di incontrare gli spiriti dei defunti in modo da poterci dialogare e scoprire così ogni segreto che nascondono.
Il suo vecchio maestro però un giorno lo avvertì che il viaggio nel mondo dei morti però è a doppio senso, come lui poteva entrare, loro potevano uscire.
Capita proprio questo un giorno, mentre sta indagando sulla morte di una prostituta morta 65 anni prima, Rosa Colombo, detta Nanà.
Un caso che porterà Augusto a interrogarsi se sia il caso o meno di continuare con quella vita.
Un romanzo davvero fuori dai generi. Non molto lungo, con le sue 101 pagine lo si legge abbastanza velocemente, ma intenso.
Marolla sa in effetti come coinvolgere il lettore mischiando alla perfezione colpi di scena con momenti di suspance.
I personaggi sono descritti molto approfonditamente, dando quella sensazione di concretezza, come se si potessero toccare, e lo stesso avviene con gli ambienti.
L’atmosfera descritta è abbastanza lugubre, ma non eccessivamente, così che Marolla riesce a tenere il lettore in perenne stato d’animo di ansia e attesa, ma non lo terrorizza al punto da impedirgli di continuare la lettura.
Un romanzo travolgente che pur trattando un argomento lungamente sfruttato, i medium e i fantasmi, sa gestirli in modo totalmente nuovo creando un noir spettacolare.

Samuel Marolla nasce a Milano. Dopo essersi diplomato in sceneggiatura alla Scuola del Fumetto di Milano inizia a occuparsi di fumetto avventuroso e narrativa.
Nel 2007 inizia a lavorare con Edizioni XII.
Nel 2008 pubblica L’altalena, nel 2009 Archetipi e nel 2010 Carnevale.
Nel 2011 Edizioni XII pubblica la raccolta di racconti La mezzanotte del secolo.
Ha pubblicato anche con Mondadori nel 2009 Malarazza e nel 2012 Onryo, e ha iniziato come sceneggiatore con Sergio Bonelli Editore.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Samuel dell’ufficio stampa Acheron Books

:: Orm il rosso. Le navi dei vichinghi (vol II), Frans Gunnar Bengtsson, (Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Orm il rosso. Le navi dei vichinghi di Frans Gunnar Bengtsson è il seguito de Le navi dei vichinghi uscito nel 2014, sempre per Beat edizioni. Nella prima parte della saga Orm, figlio di Toste, aveva abbandonato, dietro forzatura, la propria terra danese finendo prigioniero in Spagna e, dopo la fuga, arrivando in Irlanda. Da qui il ritorno nelle proprie amate terre nordiche con una nuova fede, quella cristiana. La seconda parte dell’epopea di Bengtsson è ricca, come vuole il suo stile narrativo, di epiche avventure che Orm vivrà un po’ per mare e un po’ sulla terra. Questa volta Orm, per sfuggire all’ira funesta del re Sven, si recherà verso le terre nordiche di confine con tutta la sua famiglia. Accanto a lui la moglie Ylva, il religioso cattolico Vilibaldo, che durante la narrazione riuscirà a convertire molte persone al cristianesimo, gli amati cavalli e i cani della Scania. Nella nuova terra Orm costruirà una casa, dove la moglie darà alla luce le loro gemelle, e lui farà innalzare una chiesa per accogliere i fedeli. La prima parte del romanzo è abbastanza stanziale, nel senso che Orm è presentato mentre sta costruendo e dando forma al suo regno. Oltre alla vita della sua famiglia, al suo nascente reame, compaiono alcuni personaggi strani che vengono a fare visita al signore. Tra di loro due strambi giullari irlandesi e un prete molto tormentato, in fuga da se stesso e dai propri problemi. La seconda parte delle avventure di Orm è molto più dinamica, perché il guerriero parte per un lungo viaggio con il fine di recuperare l’oro bulgaro del fratello Are, rimasto vedovo e senza figli. Una volta compiuta questa missione, Orm tornerà a casa, ma al posto della tranquillità tanto desiderata, troverà altri problemi e spinosi grattacapi da risolvere, come nuovi nemici da affrontare, tra i quali figura pure quel prete che aveva perso se stesso e che ricomparirà sulla scena, ancora più traumatizzato e senza più fede in Dio. Orm il Rosso. Le navi dei vichinghi (vol II) di Bengtsson narra di un mondo e di epoche lontane, e lo fa attraverso la storia di un ragazzo – Orm il rosso- diventato un uomo potente e saggio, che ha sì combattuto, ma che ha anche saputo trovare pace e stabilità, grazie all’amore per la famiglia e alla fede in Dio. Il protagonista è maturato e questo essere diventato uomo completo è quel valore aggiunto che gli permetterà di affrontare con sicurezza le difficili situazioni che la vita privata e pubblica gli riserveranno. La saga dello svedese Frans Gunnar Bengtsson è curiosa, affascinate e di piacevole lettura, perché i due volumi (Le navi dei vichinghi e Orm il Rosso. Le navi dei vichinghi)trascinano il lettore in un passato lontano nel quale, grazie alle fantastiche avventure, si scopre che la convivenza tra culture, usi e costumi diversi era possibile. Traduzione Ada Arduini.

Frans Gunnar Bengtsson è stato uno dei maggiori poeti e scrittori svedesi. Saggista, si occupò di François Villon, Walter Scott e Joseph Conrad e scrisse una imponente biografia di Carlo XII, il re svedese. Il libro che gli diede la fama fu però Le navi dei vichinghi, pubblicato in due parti nel 1941 e nel 1945.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Fiabe in rosso, Lorenzo Naia, Roberta Rossetti (Verba volant, 2015) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Quante volte si è sentito dire che certi stereotipi sessisti contro le donne nascono proprio dalle fiabe classiche, o meglio da come sono state tramandate, che presentano l’altra metà del cielo come sottomessa, passiva e in cerca sempre e solo di un Principe azzurro che la salvi? Tante, troppe volte.
Per fortuna, molte fiabe sono state rilette in tal senso, ma si è trattato praticamente sempre di progetti rivolti ad un pubblico adulto, come il lavoro che fece per esempio Angela Carter nel suo Le fiabe delle donne.
Fiabe in rosso, uscito per Verba Volant con i testi di Lorenzo Naia e i disegni di Roberta Rossetti si rivolge invece ad un pubblico di bambini e bambine, anche se non fa male leggerlo se si ha qualche anno in più. Tra le pagine del libro si ritrovano una serie di fiabe della tradizione, con protagoniste femminili e da sempre icone di sottomissione e conformismo, rivisitate nel finale. Per cui Mignolina troverà qualcosa di meglio di un principino come lei, Cappuccetto rosso si salverà senza l’intervento del Cacciatore, Biancaneve salverà lei il principe, Rosaspina, cioè la Bella Addormentata, si sveglierà con l’aiuto di qualcuno di imprevisto e Raperonzolo non attenderà in eterno chiusa nella torre.
1Un modo efficace per scardinare gli stereotipi di genere e per rappresentare eroine che dicano ai bambini e alle bambine che non ci sono ruoli preordinati e che ognuno è padrone del proprio destino e di cosa vuole essere e diventare. Il tutto aiutato dai testi di Lorenzo Naia, che ha ideato il progetto la Tatamaschio, in cui vuole lottare contro luoghi comuni che perpetuano violenza, sopraffazione e stereotipi.
Interessanti anche i disegni di Roberta Rossetti, lontani dall’iconografia che vuole le principesse delle fiabe tutte perfette nella loro eterna attesa, con disegni più vicini alla sensibilità dei bambini e bambine più piccoli, con all’interno inserti di carta di giornale come aggancio alla realtà e alla cronaca.
Il richiamo al rosso, non certo un colore zuccheroso, rende omaggio ad uno dei più importanti progetti per i diritti delle donne portato avanti in questi anni, Zapatos Rojos di Elina Chauvet, per non dimenticare le donne morte in Messico nella zona di Ciudad Juarez e con loro tutte le donne vittime di violenza, una cosa che non è certo una fiaba.
Fiabe in rosso è un libro doveroso per i più piccoli e piccole, ma da leggere anche se si è più grandi, anche perché certi stereotipi inculcati a forza sono duri a morire, e anche in età adulta possono creare non pochi problemi.

Lorenzo Naia è educatore e parent coach e coordina un centro educativo per bambini e ragazzi dai 2 ai 16 anni. Ha conseguito una laurea in psicologia della comunicazione ed ha approfondito le tematiche della psicologia dell’educazione e del disegno infantile.

Roberta Rossetti è illustratice e scenografa, laureata presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con anche un diploma presso la sabauda Accademia Pictor in Illustrazione per l’infanzia. Gestisce laboratori di educazione all’immagine per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Verba volant.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Finito di leggere più di un mese fa, questo libro che pare “scritto per dare forma a un dolore vero”- come si può chiaramente leggere in quarta di copertina -, ma non riuscivo proprio a parlarne, ad esternare tutto il bagaglio di emozioni, smarrimento ed empatia che mi aveva lasciato dentro.
Così me lo sono trascinato dietro per un po’ di tempo, presenza fissa sul mio comodino, nella borsa e persino nella valigia. L’ho spiegazzato, come si fa con qualcosa che non si capisce, l’ho trascurato per esorcizzarne il dolore, l’ho ripreso quando ho capito che potevo parlarne. Ma andiamo per gradi.
Vincitore del Premio Sinbad 2015 come miglior libro straniero, è il mio primo Toews. Esatto, prima di avere tra le mani I miei piccoli dispiaceri, io, Miriam Toews, non la conoscevo. Eppure ne ha scritti di libri prima di questo.
La mia personale iniziazione alla sua scrittura è avvenuta insieme a una trafila di dolori, come se gli amabili uccellini rappresentati su quella copertina neutra e pulita lasciassero in qualche modo presagire, con l’apparente calma, i loro colori vivaci e l’essere rivolti verso direzioni tutte diverse, un lieto fine per quei (già annunciati) piccoli dispiaceri. Titolo che è, tra l’altro, una citazione dotta, ripresa da un verso della poesia di Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem, in cui si legge appunto All My Puny Sorrows.
Come se, ammettiamolo, il dolore possa essere qualitativamente e quantitativamente piccolo, poi.
La piacevolezza della copertina, invece nasconde e tutela un racconto duro che vi rimarrà nel cuore con un tonfo secco e vi aprirà gli occhi: non sempre c’è una spiegazione agli eventi della vita, alcune cose sono così inspiegabilmente assurde da sembrare irreali, quando poi sono le più reali di tutte. Facevo male, eccome se facevo male, a non conoscerla, ma non quanto ne faccia questa storia. Ve l’assicuro.
I miei piccoli dispiaceri parla di tante cose. Di famiglia, una in particolare, quella di Elf e di sua sorella Yoli, legatissime seppur così diverse. Fanno parte di una comunità mennonita, hanno una grande famiglia, ma sono diverse. Di un amore, il loro, fraterno ed immenso che farà da contrappeso a scelte difficili. Di un dolore, unico e multiforme, totalizzante.
Elf, la sorella maggiore che di mestiere è pianista di successo con intelligenza fuori dal comune, è stanca. Elf vuole morire e vuole farlo proprio a sole due settimane da un tour molto importante. Yoli, che ci racconta la sua storia, è la sorella minore e problematica, con due figli avuti da due uomini diversi senza che sia mai stata sposata con nessuno dei due e una vita decisamente sopra le righe.

“Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.”

Elf vorrebbe essere portata in Svizzera, per finire lì i suoi giorni, lì c’è la possibilità di morire in pace, c’è l’eutanasia. Invece resta in Canada, a Toronto. Yoli vorrebbe solo strattonarla e portarla via, lontano dall’inquietudine che la sta dilaniando e annichilendo. Cerca di farlo consolandola e canzonandola, a volte la sgrida, spesso finisce per dirle: “Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?
Elf giace su un letto d’ospedale: ha tentato per la prima volta di togliersi la vita, ma non ce l’ha fatta.
Yoli ed Elf sono solo i tasselli principali di questa storia dalla trama esile, ma con un apparato di personaggi collaterali ricco e variegato, che dà perfettamente l’idea di quella che dev’essere la vita in una comunità che segue determinate regole e che probabilmente, non ha nel proprio codice comportamentale quell’insoddisfazione che caratterizza il presente di Elf. Difatti nessuno la comprende.
I miei piccoli dispiaceri è nato da un’esperienza autobiografica dell’autrice e racconta perfettamente il dolore e il nero della depressione, il male vero che si prova, senza giri di parole e inutili metafore. Il dolore è vero e percepito proprio perché è vissuto.
Un male raccontato in modo crudo e drammatico, ma che finisce per essere solo buffo e paradossale, inesorabilmente attaccato alla vita. Una scrittura che dà vita a personaggi veri quanto la loro sofferenza, nati dal ricordo personale e dalla voglia di farlo rivivere per trarne un insegnamento che sia utile ad altri, alla società, al mondo.
Consigliato a chi crede che non ci sia scampo, che finirà schiacciato dal peso della propria esistenza tanto da non poterci fare nulla. Perché, se è vero che si parla così tanto di morte, non ci si ritrova a fare altro se non desiderare di voler vivere ancora.
Traduzione di Maurizia Balmelli, immagine di copertina di Lorenzo Lanzi.

Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosaI miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.

Maurizia Balmelli, nata e cresciuta a Locarno, ha studiato all’École Lecoq a Parigi e alla Scuola Holden a Torino. Collabora con varie case editrici italiane tra cui Einaudi, Adelphi, Rizzoli. Dal 2003 è titolare del corso di Traduzione dal francese presso la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali gestita dall’Agenzia Tuttoeuropa di Torino. Tra gli autori tradotti Cormac McCarthy, Romain Gary, J.M.G. Le Clézio, Agota Kristof, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Aleksandar Hemon, Martin Amis.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il fiume ti porta via, Giuliano Pasini (Mondadori, 2015) a cura di Federica Belleri

14 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Pontaccio è un piccolo paese nella Bassa emiliana. Siamo in agosto.  Il fiume con i suoi argini, grande e piccolo, lo minaccia ogni volta che si ingrossa. Fa rumore, ha una voce cupa, gorgoglia. Il suo suono entra nella testa e non se ne vá. Il commissario Roberto Serra è stato sospeso dal servizio. Il suo rapporto con Alice è ormai compromesso e la piccola Silvia gli manca terribilmente.  Il paesino è un luogo semplice.  Ci si divide fra bar, chiesa e trattoria. Esiste ancora una cabina del telefono! Fra alluvioni, zanzare, afa e nebbia, i pochi abitanti rimasti cercano di sopravvivere. Gli anziani giocano a carte, si cucina e si beve alla grande, il maresciallo gioca a fare lo sceriffo e i giovani sono colmi di rabbia e risentimento. In questo posto che sembra dimenticato dai più,  viene ucciso il dottor Gardini, detto “il re dei matti” e il commissario Serra si mette a indagare sulla sua morte, anche se non sarebbe autorizzato a farlo. Nonostante le ferie previste in agosto, si muovono i RIS di Parma e il piccolo agglomerato di case si trova i riflettori puntati addosso.

Giuliano Pasini,  dopo Venti corpi nella neve e Io sono lo straniero, ci ripropone il personaggio di Roberto Serra. Uomo particolare, fragile e complicato. Uno che mette “dopo”il lavoro,  affetti e sentimenti. Capace, per un brutto scherzo del destino, di vivere le vite degli altri, di rivedere omicidi e violenze, con gli occhi dell’assassino. Una “Danza” la sua, che spaventa e gli fa terra bruciata intorno. Serra si ritrova a scavare nella vita del dottor Gardini e di tutti i “matti” che aveva curato nel manicomio di Colorno. Cosa lo aspetta? Una sorta di percorso per essere accettato, visto che non è della zona. L’incapacità di fare una distinzione tra sani e matti, se non cercando di immedesimarsi. La paura di non riuscire a trovare un confine fra odio e amore. L’angoscia di dover affrontare una malattia o un ossessione.  La voglia di scoprire documenti del passato, custoditi nel buio, sottoterra. Il terrore dell’elettroshock. Chi uccide? Qualcuno ha bisogno di essere protetto? E da chi, forse anche da se stesso? Quanti vuoti affettivi da colmare, quante responsabilità evitate. Per quale motivo? Perché non ci si lascia andare in direzione della corrente, come fa il fiume? Perché vivere nel dubbio di essere stati ingannati? Il dolore non si allontana con l’alcol. Non serve coprire gli occhi con le mani per far finta di non vedere o per non essere scoperti. Il “brutto” va affrontato, prima o poi. Tanto arriva, ci presenta il conto, proprio come una piena, lasciando emergere quello che non ci piace, quello che non ci sembra giusto. Trovandoci impreparati, disarmati, ma più consapevoli. Buona lettura.

Giuliano Pasini è nato a Zocca (Modena) nel 1974 e vive a Treviso. Ha esordito nel 2012 con il romanzo Venti corpi nella neve (TimeCRIME) che ha ottenuto un notevole successo di pubblico. ‘Nuova stella del thriller italiano’ secondo Antonio D’Orrico del ‘Corriere della Sera’, ha pubblicato con Mondadori la seconda avventura di Serra Io sono lo straniero e partecipato all’antologia Alzando da terra il sole. I suoi romanzi, tradotti in Germania, Austria e Svizzera, si sono aggiudicati i premi Mariano Romiti, Massarosa, Provincia in giallo, Sapori del giallo, Lomellina in giallo.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, a cura di Tommaso De Lorenzis (minimum fax, 2015) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Se amate James Ellroy è difficile che vi sia sfuggito Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, uscito lo scorso novembre per minimum fax a cura di Tommaso De Lorenzis. Beh se vi è sfuggito siete ancora in tempo per rimediare e farvi una full immersion nella vita, scritti e miracoli del demon dog della crime fiction statunitense. Ellroy Confidential contiene il meglio o per lo meno una selezione molto ragionata delle interviste che il nostro ha concesso negli anni a vari scrittori e giornalisti, partendo dalla prima che leggenda metropolitana vuole se la sia fatta da solo. James Ellroy è un buon soggetto da intervista, generoso, loquace, affatto refrattario a concedersi ed esporsi. Quanto gli piaccia essere intervistato non è dato sapere ma quello che è certo se serve a promuovere il suo culto maledetto ben venga, non si tira indietro, anzi collabora molto attivamente. Un po’ ingrandisce qualche episodio, stando a lui dovrebbe essere stato arrestato in gioventù una quantità spropositata di volte, quando la realtà ci indurrebbe alla prudenza e a ridimensionare un po’ le cifre. Ma se anche colorisce un po’ la realtà, e molte cose vanno prese col dubbio di inventario, più che un mentitore seriale è un ricordatore creativo, e soprattutto divertente. E’ piacevole leggere le sue interviste, quanto i suoi libri, solo che qui appunto ci sono due voci a confronto la sua e quella di un presunto antagonista, che quasi mai veste e calza il ruolo dell’inquisitore molesto. Ellroy porta l’intervistatore dove vuole lui, e raramente capita il contrario. Le parti più sincere e spontanee sono senz’altro quelle dedicate alla madre e alla sua morte. Ne parla senza reticenze, quasi come se avesse elaborato un lutto durato una vita, che continua tutt’ oggi ed è il carburante di cui si nutre la sua stessa creatività. Spesso si ha la sensazione che non sia così pazzo come il suo mito narra, e che si diverta piuttosto a spiazzare, disorientare e stupire i suoi interlocutori, sia che siano lettori storici dei suoi libri, che occasionali conoscenze da una notte e via. E’ molto più razionale e rigoroso di quanto gli piaccia far credere, come se un’anima d’acciaio lo sorreggesse e spingesse a un’autoanalisi feroce, strumento privilegiato che utilizza spavaldamente per migliorare sé stesso e il suo essere scrittore, a quanto pare la sola cosa che davvero lo interessi. Di aneddoti ce ne sono numerosi, alcuni gustosi, altri grotteschi, alcuni straconosciuti, altri che non avevo mai sentito, insomma ce ne è per tutti gusti e per tutti i gradi di conoscenza dell’autore. Non ci si annoia in sua compagnia, e soprattutto in controluce si vedono le ombre dei suoi libri che si muovono come fiamme. James Ellroy è un personaggio altrettanto stravagante quanto i suoi personaggi di carta e non è detto che non ci dedichi altrettanta cura nel costruirlo. Chi sia davvero Ellroy forse non lo sapremo mai, ma in fondo saranno pure affari suoi. Il ruolo del lettore voyeur dopo tutto ci sta stretto, come sta stretto a lui.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La tomba maledetta. Il figlio di Ramses, Christian Jacq (TRE60, 2016) a cura di Laura M.

13 febbraio 2016 by
DSC09719.JPG

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il fascino dell’ Egitto antico sembra davvero senza tempo e destinato sempre a nuove rinascite se pensiamo che Christian Jacq è tornato con una nuova serie destinata molto probabilmente a riscuotere il meritato successo di opere come Il figlio della Luce, La battaglia di Quadesh, L’ultimo nemico (alcuni dei cinque libri che compongono la serie Il Grande romanzo di Ramses).
Chi ha qualche anno in più non può non ricordarle assieme al suo prolifico autore, forse lo scrittore egittologo più celebre al mondo. Christian Jacq nacque a Parigi nel 1947 e fin da giovanissimo fu attratto dalla magia dell’Antico Egitto, per poi specializzarsi con un dottorato sugli studi sull’Antico Egitto alla Sorbona.
Faraoni, piramidi, mummie, principesse velate e tesori sono diventati grazie a lui (senza nulla togliere alla letteratura di genere tra fine Ottocento e inizi Novecento) scenari consueti dell’immaginario comune e i suoi meriti non si limitano a pure opere divulgative o romanzesche. E’ autore infatti di un nutrito apparato saggistico, di indubbio valore scientifico, che lo differenzia da molti che scrissero d’Egitto senza avere le sue approfondite conoscenze. La letteratura naturalmente è fatta di fantasia, (anche il nostro Salgari ne scrisse, pensiamo a Le figlie dei Faraoni, certo senza essere un egittologo) ma se amate dare profondità scientifica alle vostre letture fantastiche non potete evitare di leggere Jacq.
La nuova serie Il figlio di Ramses, esordisce con La tomba maledetta (La Tombe maudite, 2014) edito da Tre60 e tradotto da Stefania Barontini Conversano (di prossima pubblicazione Il libro proibito).
Dopo vent’anni qualcosa doveva cambiare dalla prima serie dedicata a Ramses e se vogliamo la prima cosa che notiamo è il taglio poliziesco che l’autore ha dato alla sua storia, e un pizzico di fantasy, le arti magiche, le leggende, le maledizioni, sono parti integranti del mondo antico e al centro di questa storia c’è proprio il furto del vaso sigillato di Osiride che contiene il tesoro dei tesori, il segreto della vita e della morte. Scoprire chi è stato a rubarlo spetterà al giovane figlio di Ramses II aiutato dalla bellissima Sekhet, anch’essa esperta di arti magiche, Setna dovrà opporsi alle forze del male in una battaglia senza esclusioni di colpi per difendere il regno del padre e l’intero Egitto.
Avventura, magia, mistero, amore, gli ingredienti ci sono tutti per una storia appassionante e coinvolgente. La scrittura è semplice e lineare, piacevole anche per i giovani lettori, che diventeranno magari i nuovi Jacq di domani. Consigliato.

Christian Jacq, nato a Parigi nel 1947, scopre il fascino dell’Antico Egitto a tredici anni, attraverso alcuni libri della biblioteca di famiglia. Quattro anni dopo riesce a coronare il sogno di visitare la terra dei Faraoni e in quel momento il suo destino gli è chiaro: dedicherà la propria vita a quel Paese, a quella Storia, a quel mondo. Dopo aver studiato Lettere e Filosofia, il giovane Jacq si dedica allo studio dell’Archeologia e dell’Egittologia, conseguendo prima la laurea e successivamente un dottorato presso la Sorbona. Dopo aver pubblicato diversi saggi ed essersi guadagnato gli elogi del mondo accademico francese, Jacq decide di cimentarsi nella narrativa. Il successo arriva nel 1995 con la saga di Ramses: pubblicata in 29 Paesi, raggiunge ogni record di vendita.Oggi Christian Jacq torna con una nuova saga dedicata all’Antico Egitto che, grazie alla sua passione per quella civiltà ancora ricca di misteri, ai suoi numerosi studi e alla sua strepitosa vena narrativa, sta nuovamente scalando le classifiche internazionali.

Source: acquisto del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La guerra delle Rose – Bloodlin, Conn Iggulden (Piemme, 2015) a cura di Elena Romanello

13 febbraio 2016 by
911SwqWvAnL

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dopo aver raccontato pagine non così note della Storia di Roma e dell’epopea di Gengis Khan, l’autore inglese Conn Igguldenn ha immerso i suoi lettori in una trilogia ambientata durante la Guerra delle Rose, periodo cruciale, remoto e forse un po’ ostico per i neofiti della Storia inglese.
Dopo Stormbird e Trinity la saga arriva alla fine con Bloodline, ultimo capitolo di una storia così lontano, il Quattrocento britannico (che comunque in patria è stata trattata da vari autori, non ultima Philippa Gregory), in cui le due famiglie rivali anche se con legami di parentela dei Lancaster e degli York si contesero il trono inglese in una lotta all’ultimo sangue.
Bloodline inizia dove Trinity era finito, con la decapitazione di Riccardo di York, mentre Enrico VI è ancora prigioniero e la regina dei Lancaster, la francese Margherita d’Angiò, è in marcia verso il sud, in testa ad un esercito di temibili guerrieri scozzesi, quelli che nemmeno l’Impero romano riuscì a piegare. Edward, figlio di Riccardo, si proclama re e giura vendetta, e ci saranno ancora scontri tra le due casate, perché alla fine solo un re può cingere la corona, a qualsiasi costo.
Si diceva che non è un’epoca che si conosce molto, soprattutto fuori dalla Gran Bretagna, ma niente paura: l’autore sa portare per mano in questo mondo spietato, tra battaglie, intrighi, lotte di potere, morte, che poi ispirò alcune tragedie a Shakespeare oltre a influenzare la Storia non solo inglese per i secoli successivi.
Conn Iggulden sa far appassionare a questa pagina terribile ma ricchissima di fascino, raccontando una vicenda che si dispana man mano riservando colpi di scena e sviluppi che sono stati reali ma che diventano puro romanzesco. A differenza di altri autori, anche pregevoli, di romanzi storici, Iggulden sceglie di raccontare non personaggi inventati ma persone reali, svelandone splendori e nefandezze, rendendoli alla fine umani nelle loro debolezze e riuscendo ad appassionare chi legge ad una vicenda dove comunque non ci sono né eroi né cattivi, perché tutti sono in quanto modo stati corrotti da questa ricerca del potere.
Non è un caso che ci sia stato chi ha paragonato questo mondo reale e remoto a quello fantasy di George R.R Martin nella saga del Trono di spade, del resto più di una volta il un po’ lento Martin ha detto di avere come fonti di ispirazione proprio la storia inglese di quel periodo. Per cui la saga della Guerra delle Rose, disponibile anche in un cofanetto con i tre libri, è ottima per chi ama il romanzo storico non stucchevole ma realistico, ma è da consigliare anche a chi attende in modo spasmodico le prossime avventure dei non certo eroici abitanti di Westeros e dintorni.

Conn Iggulden è uno dei più famosi autori contemporanei di romanzi storici. Nato a Londra nel 1971 ha esordito con la serie dedicata alle imprese di Giulio Cesare (Le porte di Roma, Il soldato di Roma, Cesare padrone di Roma, La caduta dell’aquila), seguita da quella su di Gengis Khan (Il figlio della steppa, Il volo dell’aquila, Il popolo d’argento, La città bianca e Il signore delle pianure). Bloodline è il terzo episodio della nuova serie dedicata alla Guerra delle due Rose, dopo Stormbird e Trinity.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Piemme.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: One day – Yolima Marini

12 febbraio 2016 by
gianni

Gianni Berengo Gardin

Anna è giovane, ha una bellezza particolare, di quelle che non danno all’occhio. Ha il suo perché, e lo si trova nel suo modo di camminare lungo la vie veneziane d’ogni giorno.
Anna ha un pensiero quotidiano che la perseguita ormai da qualche mese: si domanda se sia vero ciò che vedono i suoi occhi, o se sia solo pura immaginazione. Per fortuna il dubbio la perseguita solo fino al primo isolato, dopodiché si mescola alla folla e torna a vivere le abitudini quotidiane.
Pierpaolo è disteso sul tavolo in cucina. Fuori tira un vento invernale; il cielo, ormai buio, gli fa compagnia. Si vedono soltanto le luci delle altre case, dove altri piccoli abitanti hanno trovato rifugio, e stanno felici di fronte a un camino che scoppietta rumorosamente. Lui non ha un camino che lo riscaldi: ha solo un tavolo di legno che rimane in silenzio quando gli si distende sopra. Con lo sguardo fisso oltre la finestra si masturba, pensando a una donna che ha incontrato nei sogni. Si concentra su di lei e inizia a cercare quel piacere di cui non riesce a fare a meno, mentre i suoi occhi grigi si chiudono.
Anna cammina. Il negozio dove lavora è distante: farebbe prima se prendesse il vaporetto, ma lei lo soffre terribilmente. Ha lo stomaco sensibile, così sensibile che un sorso di vino le fa girare la testa come se avesse vuotato una bottiglia. Un ragazzo con lo zaino in spalla le va addosso, si scusa, e prima che lei possa aprire bocca è già sparito. Qui nessuno ha tempo da perdere. Anna lo sa bene e senza nemmeno accorgersene accelera il passo come tutti.
Pierpaolo è in piedi sulla soglia di casa, guarda la gente che va al lavoro. Lui un vero lavoro non ce l’ha, vive alla giornata. A volte fa il cameriere, a volte fa il muratore. Certe volte ha dovuto pure fare il baby-sitter alla figlia di due anni di Linda, una cara amica con un bell’appartamento dalle parti di San Marco. La sua casa non è così bella: niente tende rosa, niente tavoli puliti e mobilia ben tenuta, niente foto di famiglia dove c’è spazio solo per i sorrisi, e sopratutto niente bambini che girano per casa e che chiamano ogni due secondi.
In casa sua regna il silenzio, c’è puzza di fumo, zampate di gatto ovunque e tante bottiglie di vino messe contro il muro come uomini prima di essere fucilati. Un bambino con la palla sotto l’ascella gli passa accanto: la tiene stretta mentre zitto s’avvia verso la scuola. Gli ricorda un po’ lui, quando alla sua età correva veloce per le stradine di Padova con il suo amico Giacomo “Jimmy”. Anche loro portavano sempre una palla da calcio sottobraccio, si sa mai che potesse scappare una partitella tra compagni durante la ricreazione. Bei tempi, pensa.
Ora Jimmy è morto di eroina e lui ha finito anche la quinta sigaretta. Lentamente ritorna in casa, come se due mani tremanti l’avessero afferrato e trascinato dentro. Un gatto rosso lo fissa prima di miagolare: è Daisy, la gatta della sua ex. Lei è scappata a Parigi con quel pittore della Francia del nord, mentre la micia è rimasta con lui: è da queste cose che si vede la fedeltà. Apre una finestra e l’aria pulita entra in casa. Con un gesto annoiato accende lo stereo e una musica perfetta esce dalle casse. Daisy scappa sotto il tavolo, iniziando a fare fusa contro la gamba di Pierpaolo, che intanto ha messo su il caffè delle otto. Se non ricorda male, Massimo l’aspetta per le nove al bar: oggi farà il cameriere, e così sarà per qualche mese. La paga è buona e forse gli scappa pure di occuparsi dei pasti.
Mentre aspetta che venga su il caffè, si specchia un attimo nella finestra, e quello che vede non gli piace proprio per niente. Deve sistemarsi, o perderà anche questa opportunità. Continua a fissarsi come incantato, anche quando ormai il caffè cola lentamente fuori dalla caffettiera.

Il negozio di Mrs. Robinson è luminoso. Il bianco regna sovrano, con grande teatralità acchiappa la luce da fuori con avidità e la rifrange in un modo che acceca già dopo aver spinto la porta. Ti rendi conto di essere finita dentro senza un vero motivo, visto che i prodotti della Robinson sono merce costosa e pregiata, ma rimani ancora per ammirare ciò che hai davanti agli occhi. È il negozio più in di Venezia, il Times l’ha messo al secondo posto dei negozi più chic al mondo, e Anna si ricorda ancora, come tutti del resto, la grande festa data dalla proprietaria: dopo un anno se ne parla ancora. La ragazza entra facendo suonare il campanellino d’oro appeso all’entrata. Una signora non troppo corpulenta sbuca, sorridendo.
«Good morning, my dear!»
L’abbraccia forte e poi fa un passo indietro per ammirarla. Anna appoggia l’ombrello asciutto nel portaombrelli: il cielo è stato clemente. Mrs. Robinson continua a sorridere.
«Buongiorno, Mrs. Robinson»
«Caffè ?» domanda con il suo accento forte di Seattle.
«No grazie». Anna si porta una mano al ventre mentre la datrice di lavoro annuisce comprensiva. Mrs. Robinson sembra la fata turchina di Cenerentola, con quei capelli bianchi tirati indietro con cura, gli occhiali tondi alla John Lennon, e il modo di fare così materno nei confronti di Anna. La ragazza si è tolta il lungo cappotto invernale e sta per mettersi al lavoro, ma prima guarda oltre il davanzale. Vede un uomo in felpa e jeans che corre, o almeno ci prova; sorride, è buffo, il suo corpo non è abituato a correre in quel modo, pensa Anna con la scopa in mano. L’uomo si volta e quegli occhi grigi la fanno arrossire come non mai. Lui ridacchia mentre lei tiene fisso lo sguardo sul pavimento, e quando lo rialza non c’è più. Sparito.

Non puoi urlare contro il cliente maleducato o contro chi vuol fregarti, devi stare zitto e sorridere, e così fa Pierpaolo. Annuisce, saluta e sorride. Bravo, idiota, fai cosi.
È il decimo caffè che porta nel giro di un quarto d’ora, e il braccio destro inizia a dolergli, ma non per via dei vassoi pieni di tazzine fumanti. È l’astinenza da cocaina che inizia a sentirsi e il bisogno di farsi aumenta ogni secondo. Mentre il corpo continua a rimbalzare da un lato all’altro del locale, il cervello urla la pretesa dose settimanale.
Si studia nella vetrina del negozio accanto al bar: non ha una bella cera, il viso scavato e sbarbato sembra quello di un uomo che confonde la notte col giorno. La mano sinistra ha un lieve tremolio: è il termometro dell’astinenza. Era meglio continuare a fumare come fanno in tanti, anziché andare a cercare quella robaccia, ma è tardi per i ripensamenti. E poi, santo cielo, che retorica buonista. La vita non è che una: a che serve morire centenari e in perfetta salute, senza aver soddisfatto la sete di cose, di sapori, di bisogni e di sballo altrimenti proibita dai legionari dell’infelicità?
Pierpaolo ha bisogno di una dose. Una anche piccola, che gli basterebbe per andare avanti tutta la giornata. Potrebbe chiamare il suo pusher e farsi aiutare, ma quando porta la mano nella tasca dei pantaloni si accorge che dove di solito c’è il cellulare, stavolta non c’è niente.
Stringe i denti e chiede a un collega una sigaretta, prende un’altra ordinazione, una seconda e una terza, poi corre in bagno, lasciando gli altri in balia delle ordinazioni. Un uomo ha ordinato ben 20 caffè corretti, una donna trenta cornetti e venti birre piccole (in qualche modo deve pur mandare giù i cornetti), mentre un vecchio ha chiesto di avere del purissimo caviale. Lui avrebbe voluto ridergli in faccia, ma è pur sempre un bar che si affaccia su una strada importante di Venezia, e certe cose non si fanno se vuoi che i clienti ritornino. Allora osserva il foglio delle ordinazioni e ride, non capisce neanche lui cosa ha scritto su quei fogli giallo ocra. Sembra la grafia del dottore che anni addietro visitò quella santa di sua madre.
Basta, ha bisogno di farsi sul serio, ma quando pensa che sia la fine, ecco che la porta del bagno si spalanca. Come per magia entra Mickey lo Schiavo. Il suo fedele spacciatore osservandolo sorride, tira fuori un sigaro e se lo porta alle labbra.
Le porte del paradiso gli si spalancano. Lo fissa con occhi sognanti mentre con le mani sfila rapido la scarpa nera lucida, e indica il punto giusto per l’iniezione.
«Che roba», mormora Mickey Lo Schiavo.

«Buona giornata anche a lei!»
Anna risistema tutto, l’orologio indica le cinque e per oggi ha finito. La attende una gaia merenda con Monica dalle parti di Rialto. Monica è una cara amica, si sono conosciute alle medie e da lì non si sono più lasciate. Insegna danza ad alcune bambine a Mestre, ma il suo fidanzato vive e lavora a Venezia. Anna si sistema i capelli e riprende il suo lungo, pesante cappotto. Come sempre augura una buona serata alla datrice di lavoro la quale, china a fare i conti del mese, non si accorge di quel dolce arrivederci da parte della ragazza. È troppo presa dai bilanci.
Ridono, scherzano, parlano, bevono molto, cambiano più di una volta locale e amicizie.
Senza accorgersene fanno l’una, ormai di turisti non ce ne sono più da un pezzo; i locali chiudono mentre i giovani ritornano nei loro gusci. Da qualche minuto Anna parlotta con un tipo carino, alto, snello, pelle chiara come la neve e due grandi occhi neri, di quelli che se li fissi troppo a lungo ti ci perdi. E la sua intenzione è proprio quella di perdersi. Pensa al dopo, anche quando apre la borsa e vede, nel mucchio di cose, un profilattico. I ragazzi non lo portano mai con sé.
«Scappo», annuncia Monica spuntandole da dietro. «Sveglia presto domani»
«Ciao bella»
Le due giovani si salutano e Anna ritorna a chiacchierare con il giovanotto. Che fa il geometra e ha intenzione di andare a vivere a Stoccolma, tutto pagato da lui, perché il fine settimana va a posar per un fotografo che paga bene, e può permettersi qualche extra. Anna l’ascolta rapita; continuano a bere e parlare anche quando s’incamminano verso casa di lei, che vive da sola.
Lui ha due coinquilini: Wu e Simone, cari ragazzi, studenti anche loro.
«Prima di andare a casa tua» dice con un sorrisino «potremmo», e si guarda intorno, «potremmo fare… non so…»
Anna finisce di bere e lo guarda divertita. S’è accorta che dietro al collo ha un tatuaggio che spunta dalle spalle ed immagina di essere sdraiata sulla sua schiena e baciargli quel disegno, ridendo allo stesso tempo. Sente dei passi, si gira e vede sbucare due ragazzi. Li fissa incuriosita mentre lui corre a salutarli: pacche sulla schiena, battutine e occhi puntati su di lei, che distoglie lo sguardo spostandolo sul bicchiere vuoto.
«Ti presento i miei coinquilini» dice tutto allegro. «Ve l’ho detto che era carina!»
Anna arrossisce lievemente, e sente ancora gli occhi dei ragazzi fissati su di sé.
«Come ti dicevo prima» si schiarisce la voce «potremmo divertirci un po’, vero ragazzi?»
Loro annuiscono sorridenti, mentre un brivido percorre la schiena di Anna e un brutto presagio si fa spazio nella mente, non ancora così vivo da farle venire voglia di creare una scusa e correre via. Colpa di tutto il vino che ha mandato giù fino a qualche minuto prima, che la fa restare immobile con uno sguardo da idiota completa. Le strappano i vestiti e le tappano la bocca, lei lotta con tutta la forza che ha, ma il vino non l’aiuta molto, anzi, peggiora le cose, facendola diventare una preda più piacevole da domare. Allora grida con tutta se stessa mentre quelli ridono divertiti, più volte cerca di scappare ma non riesce, più volte spera che arrivi qualcuno ma a quell’ora per le strade non c’è un’anima. Eppure sembrava un bravo ragazzo, pensa, prima di realizzare ch’è perduta.

Ha ancora il sapore di vino in bocca quando esce dal locale, in tasca ha uno spinello che fumerà a casa prima di andare a letto. Lo aiuta a dormire, a combattere la sua insonnia da eroinomane.
Volta l’angolo, manca a poco a casa sua, quando alza la testa e vede una scena raccapricciante: tre ragazzi si stanno divertendo. Si ferma e osserva la scena: la ragazza quasi nuda è in lacrime, si vede che ha lottato, ma contro quelle iene è impossibile vincere.
Tira fuori la canna, se la porta alla bocca, l’accende. Deve decidersi: intervenire oppure andarsene e avvisare qualcuno. Nel secondo caso si sentirebbe un vigliacco, e poi c’è quel dannato karma, che lo perseguita da quando ha capito che non se ne può liberare.
Sospira e stringe la canna tra i denti. Sono in tre e ben piazzati, se gli va di lusso finirà in ospedale.
Fa un altro passo indietro, ma lo stupro è una cosa che non accetta.
«Hey» dice, e tutto intorno a lui si blocca, «sapete la strada per San Marco?» domanda con l’aria di chi è spaesato in una terra che conosce troppo bene.
«La strada parallela, amico», risponde uno dei tre.
Gli occhi di Anna si spalancano, sa bene che sta gridando con tutta sé stessa di non andarsene.
«Sicuri?» domanda di nuovo.
«Seee», rispondono seccati.
«No, perché l’ ho fatta prima e non mi sembrava…»
«Oh, il mio socio ha detto il vero, ora smamma»
«Ma che è, state girando un porno?»
«Vattene»
«Chi lo produce?»
I ragazzi danno le spalle ad Anna, che si appoggia sfinita contro il muro, tirando su con il naso. È stremata, e Pierpaolo lo capisce.
«Secondo me la tipa ha bisogno d’aiuto» mormora, guardandola preoccupato. Anche lui prega che qualcuno arrivi in suo aiuto, da solo è impossibile farcela. Per questo ha mandato un sms ad un ex pugile che era stato suo maestro anni fa.
«Sei solo un impiccione. Sai benissimo come arrivare a San Marco, adesso alza i tacchi»
«E se non volessi?»
Il terzetto lo suona come una grancassa, ripetutamente.
Anna guarda la scena immobile. Solo quando è tutto finito e lui è per terra capisce chi è. È l’uomo che correva in modo buffo quel mattino e che l’ha fatta arrossire. Pensa a quello, e non al fatto che è nuda, e dovrebbe provare imbarazzo. Ha subito un tale shock che l’imbarazzo non ricorda neppure cosa sia.
Lui apre un occhio tumefatto e le sorride, lentamente si mette seduto. È tutto dolorante: lo hanno conciato per bene, anzi, li hanno conciati per bene. Prima che Anna possa dirgli qualcosa, le ha già messo addosso la sua giacca che sa di tabacco scadente. Si tira su a fatica, barcollando.
«So chi si prenderà cura di te» le dice con una smorfia. «Ora ti aiuto ad alzarti. Puoi aggrapparti a me, se vuoi. Ti prenderei in braccio, ma penso di avere qualcosa di rotto»
Lei resta immobile. Pierpaolo la fissa, vorrebbe sollevarla, ma sa che se lo facesse lei si metterebbe a strillare e tirare pugni, e lui di botte ne ha avute a sufficienza, così aspetta in silenzio.
Anna è un animale ferito che deve riacquistare fiducia nel mondo, e non è una cosa così rapida. Ci sono donne che dopo uno stupro non recuperano più la fiducia verso l’uomo, restando segnate per la vita intera. Pierpaolo si rimette giù, il braccio gli fa male: deve esserselo rotto quando ha tirato un pugno fra le costole al giapponese.

«Io sono Pierpaolo», e le porge una sigaretta. Lei la prende anche se non fuma, né lo ha mai fatto. Suo zio è morto di cancro ai polmoni, fumava come un dannato. Fumano in silenzio, lui in piedi e lei seduta, tutti e due distrutti.
Anna guarda il ragazzo che ha lo sguardo rivolto verso l’oscurità, studia ogni parte di lui, dal capo ai piedi. Senza i lividi e quel sangue secco sarebbe anche un uomo interessante, si dice per lavare via la tensione del momento, però non funziona granché. Vorrebbe farsi una doccia e dormire, ma non riesce a trovare la forza di alzarsi, convinta che crollerebbe immediatamente. Non sente le gambe, non sente più niente, non ricorda neanche come si fa a parlare. La voce l’ha persa nel tentativo di dare un minimo allarme, schiacciata ed oppressa dalla violenza.
Vorrebbe dire a Pierpaolo di aiutarla a mettersi in piedi, ma senza voce non sa come attirare la sua attenzione. Lui ha lo sguardo rivolto verso il buio in fondo alla strada.
«Aiuto» mormora con tanta fatica, ma è quanto basta per farlo voltare e guardarla negli occhi.
«Piedi» dice di nuovo, allungando le braccia nella sua direzione.
Pierpaolo butta via la sigaretta e con un po’ di dolore la solleva. Anna si aggrappa forte a lui, come se fosse la sua unica salvezza, e vorrebbe dirgli tante cose, ma la sua voce è davvero sparita. Forse un giorno la ritroverà e allora andrà da questo strano uomo a ringraziarlo, gli porterà un un mazzo di fiori, e pure una bottiglia di vino presa dalle cantine di suo padre.

«Ha bisogno di una visita accurata» sussurra a bassa voce Lucia nelle orecchie di Pierpaolo. Anna dorme, è al sicuro ora.
Il letto è soffice e le lenzuola profumano di buono. Forse è stato solo un brutto sogno, non c’è stato alcuno stupro.
Il bel giovanotto l’ha riaccompagnata a casa e si sono dati un bacio casto, promettendo di rivedersi in qualche futuro migliore. Invece le basta girarsi per capire che non è stato un incubo, vorrebbe un po’ d’acqua ma la stanchezza è tanta che non riesce neppure ad articolare le parole.
Pierpaolo e Lucia sono seduti al tavolo, davanti a loro una bottiglia di vino toscano e due bicchieri appena svuotati.
Tommaso, un bimbo molto allegro di tre anni, non smette di girare intorno a Pierpaolo: il ragazzo lo coglie alla sprovvista e lo solleva in aria, facendogli fare dei gridolini di gioia.
Lui guarda l’amica in pigiama:è tardi e tutti, compreso quel piccolo birbante, dovrebbero essere a letto.

«Prenditene cura, io passerò presto».
Scompiglia i capelli riccioli del bel bimbo biondo. Gli sono sempre piaciuti i bambini, ma non ha mai avuto il coraggio di averne uno, neppure immaginandolo. Fatica persino a badare a se stesso, e un figlio è frutto d’amore quanto d’impegno e devozione.
«Okay, ma non sono un ospedale», protesta Lucia incrociando le braccia
«Forse no, però un’ottima dottoressa si», e le sorride.
«Domani la porto a fare una visita e poi l’accompagno a casa. Se avrà bisogno l’aiuterò volentieri, ma non può restare qui».
Pierpaolo annuisce e se ne va. Tommaso lo segue fino alla porta per salutarlo. Si, i bambini a volte sono davvero carini, pensa il ragazzo prima di ritornare sulla strada.

Anna non è in casa sua, le manca un bell’armadio così bello e spazioso, luminoso e sicuramente non possiede lenzuola di Spongebob che profumano di vaniglia. Quando si alza le gira un po’ la testa e le viene da vomitare, ma resiste all’impulso. Mentre i piedi toccano il freddo pavimento, il dolore inizia a calmarsi e lei può di nuovo spalancare gli occhi. Solo allora si accorge del bambino che la sta fissando sulla soglia. È piccolo, avrà si o no due o tre anni, ha i capelli color grano e occhi neri come la notte. Potrebbero essere inquietanti quegli occhi, ma la luce che li anima li rende vivaci e curiosi. Le braccia sono a ciondoloni, un piede ha già passato la soglia. L’altro è ancora li che non sa che fare, se entrare o no. È un piede assai indeciso, come la maggior parte dei piedi destri: i sinistri sono più coraggiosi e testardi.
«Ciao»
Tommaso continua a fissarla.
Vorrebbe avere accanto a sé Pierpaolo, per vedere come si comporterebbe davanti a quella ragazza tutta arruffata. Sicuramente l’avrebbe salutata, e così, imitandolo, raddrizza la schiena e le sorride.
«Chi sei? »
«Tomtom» dice lui, sorridendo sempre di più.
« Tomtom? Io sono Anna. Sai dov’è papà?»
«Andato via», dice lui.
Finalmente il piede destro supera la soglia, andando a ricongiungere il sinistro.
Anna l’osserva attentamente: sarà suo figlio? Non nota nessuna somiglianza fra i due. Si da forza e si mette in piedi, mentre Tommaso batte in ritirata
«Mamma, mamma!»
«Tommaso?»
«Si è svegliata mamma»
Ah c’è pure la moglie, pensa Anna. Una donna riccia sbuca sulla porta.
«Buongiorno»
«Suo marito?»
«Marito?»
«Sì, l’uomo che mi ha portata qui»
«Ah Pierpaolo», ride. «Non siamo sposati, ma amici»
Anna, arrossendo: «Mi perdoni»
«Sono Lucia, una pediatra. Pierpaolo ti ha portato qui ieri notte, pensavo di portati all’ospedale per una visita, se te la senti»
Anna acconsente.
«Pensavo di uscire verso le dieci, non più tardi. Fatti una doccia, in bagno troverai dei vestiti puliti. Intanto ti preparo la colazione»
«Sono anemica»

Pierpaolo è seduto su una scala di libri e fissa l’orizzonte. Ripensa a ciò che è accaduto quella sera. Aveva promesso a Lucia che sarebbe passato per vedere come stava la ragazza, ma non l’ha mai fatto. Sono passate tre settimane e lui non si è fatto più sentire. Lucia l’ha cercato, eccome se l’ha fatto. È venuta a casa sua proprio quando lui non c’era, così gli ha lasciato un biglietto: “Anna sta bene. Fatti vivo, merda”.
Si è fatto una risata quando l’ha letto, se l’è messo in tasca ed ha fatto passare un’altra settimana di assoluto silenzio.
Pierpaolo è seduto su una scala di libri a guardare l’orizzonte, la sigaretta tra le mani e quel pizzico di voglia di eroina. Ha deciso che un giorno smetterà di farsi e testare ogni nuova droga sul mercato. Forse per la prima volta chiederà aiuto a qualcuno di sua conoscenza, anche se questo lo porterà a mettere in discussione il proprio orgoglio. Ormai non ha più quella giovinezza che aveva un tempo fa tra le mani, sta invecchiando e vuole farlo come si deve.

Anna.
Quattro settimane dopo, entra nella sua libreria preferita, dove c’è sempre quel gattone che dorme su vecchi fumetti ingialliti. Gli dà una grattatina dietro alle orecchie e il micio inizia a fare le fusa. Gli occhi di Anna scorrono per tutta la libreria, per fermarsi su qualcuno che le fa battere il cuore all’impazzata. Smette di prestare attenzione al gatto dormiente: lui è li fuori in piedi, che fuma una sigaretta. Ha una maglia bianca troppo grande che lo rende buffo, pantaloni stretti neri e stivaletti neri, i suoi capelli sono arruffati come quella notte. Si chiede come mai non è più venuto a trovarla. L’ha abbandonata senza darle neanche una spiegazione, e lei avrebbe voluto ringraziarlo, eccome se avrebbe voluto. Le ha salvato la vita. Gli deve tanto.
Stringe i pugni e si avvia verso di lui, che alza lo sguardo e la vede.
Rimane bloccato, mentre la sigaretta gli cade dalle mani. Ora sono a due passi da ciascuno, lei può guardarlo bene in faccia, alla luce del sole, e lui può studiare ogni parte di lei. Eppure le esce solo un «grazie»
Lui sorride e si sfila gli occhiali da sole: «Lucia?»
«Siamo diventate amiche , l’aiuto con Tomtom»
Pierpaolo ride.
«Come stai?»
«Sopravvivo»
Si fissano a lungo.
«Caffè?» domanda Anna, con un mezzo sorriso e una stretta di spalle. Stavolta Pierpaolo non può rifiutare e annuisce col capo.
«Seguimi» dice lei, e lo prende per mano, un gesto che lo stupisce. Lui è ingenuo come sono a volte gli uomini che non capiscono quando l’amore è davvero arrivato. È un’onda che sale all’improvviso, e l’unica cosa che puoi fare è farti trascinare, sperando di arrivare a riva e rivedere il cielo sopra la tua testa.
Anna e Pierpaolo escono dalla libreria, li accoglie un sole d’autunno che si crede d’aprile.
Lei sa dove portarlo e lui, senza domande o consigli, si fa trascinare da quella ragazza così sicura di sé, eppure dal tocco gentile. Forse è arrivato il momento di mettere la testa a posto; forse non ancora, forse ci penserà nei giorni a venire. O forse, al momento, non ha altri che lei.

Yolima Marini, anno 1990, è una fotografa freelance, autodidatta,  di spettacoli teatrali e musica live. Per un periodo ha studiato regia e sceneggiatura a Firenze. Tra un tour e l’altro, scrive quando ha tempo, piccoli racconti, scrive nei camerini, in qualche stanza di qualche hotel sperduto. Si appresta per partire per Lisbona, e chissà se mai ritornerà.

:: Primi passi verso il Salone del Libro 2016, a cura di Elena Romanello

12 febbraio 2016 by

fil.jpg

Dal 12 al 16 maggio ci sarà la ventinovesima edizione del Salone del libro al Lingotto di Torino, dopo mesi di illazioni, fango, notizie contraddittorie. La conferenza stampa ufficiale sarà ad aprile, ma ci sono già le prime anticipazioni, sotto la guida di Giovanna Milella.
Si parla di Visioni quest’anno, in parallelo tra cultura umanistica e scientifica, mentre tra i sostegni al Salone si aggiungono quelli dei MIUR e del MIBAC. Il logo del Salone è realizzato dall’artista Mimmo Paladino, mentre si confermano le presenze dei grossi gruppi editoriali e i biglietti non aumenteranno, con in più una nuova tariffa di cinque euro per chi entra dopo le 18.
Ci sono due mostre già confermate, una sui Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e l’altra sullo storico Piero Melograni e la Grande Guerra. Dopo le polemiche sulla presenza dell’Arabia saudita, il Paese ospite quest’anno sarà l’insieme delle culture del mondo islamico, dal Nord Africa all’Iraq, con ospiti quali il direttore del Museo del Bardo di Tunisi, Moncef Ben Moussa, il poeta siriano-libanese Adonis, considerato l’autore contemporaneo più significativo della lirica in lingua araba, ma anche un lucido osservatore delle derive dell’Islam radicale e il narratore algerino Yasmina Khadra (nome d’arte di Mohamed Moulessehoul), che nel suo ultimo libro ha ricostruito le ultime ore di Gheddafi.
Poi ci sarà spazio per alcuni importanti anniversari: il 2016 è il centenario della morte del poeta piemontese Guido Gozzano, cantore delle buone cose di pessimo gusto, ma anche il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, autrice che a Torino ambientò tra gli altri il suo celeberrimo Lessico familiare. Ma nel 2016 sono anche cinquecento anni dalla prima uscita di Orlando furioso di Ludovico Ariosto, poema epico cavalleresco e antenato del moderno fantasy, oltre che il mezzo millennio delle morti di Shakespeare e Cervantes, a pochi giorni di distanza, ancora amatissimi oggi.
Ci sarà insomma molto da seguire, leggere, su cui riflettere, per cui non resta che iniziare il conto alla rovescia e aspettare.