:: Un’ intervista con Alicia Giménez-Bartlett, a cura di Elena Romanello

14 marzo 2017 by

ALICIAAlicia Giménez-Bartlett è una delle autrici spagnole più popolari e amate oggi, sia grazie ai gialli (novelas negras in lingua originale) di Petra Delicado che alle sue altre storie. Al Circolo dei lettori di Torino ha raccontato un po’ di cose sui suoi libri, se stessa e la vita in generale.

Il genere giallo è considerato appanaggio degli autori uomini. Come mai siete così poche donne a cimentarvi con esso?

Prima le donne non scrivevano, così come non facevano tante altre cose, c’è un ritardo nella presenza delle donne nell’arte, nella musica, nella cultura, socialmente e storicamente. Di solito, inoltre, si pensa che nelle storie poliziesche ci siano situazioni poco piacevoli, adatte solo agli uomini. Del resto le donne hanno fatto la rivoluzione del giallo, innanzitutto quelle angloamericane, poi sono venute quelle europee, e hanno conquistato questo genere in maniera più rapida che non il potere economico per esempio, in un processo prima difficile ma che poi diventa rapido.

La letteratura gialla o novelas negras si è allargata a macchia d’olio, con prima i romanzi inglesi, poi quelli italiani, poi il filone spagnolo, poi gli autori nordici e orientali e non è ancora finita. Come mai la letteratura gialla si è evoluta da genere di serie B a fenomeno culturale?

Penso che la letteratura debba raccontare la realtà, questo succede dal tempo del realismo ottocentesco, con autori come Hugo e Zola che hanno raccontato davvero cosa voleva dire essere operai allora. Oggi il genere che racconta meglio il mondo contemporaneo e i problemi della gente è il giallo, che parla anche di attualità e dei problemi di oggi.

Come mai voi giallisti spagnoli ambientate le vostre storie praticamente sempre a Barcellona e non per esempio a Madrid?

Barcellona è una città con una rigida struttura sociale a piramide, con una mentalità borghese, tradizionalista, moderna solo all’apparenza. Un delitto che avviene qui fa da risonanza forte, tenendo conto che è anche una città turistica, variegata, vivace. Madrid è molto più grande come città ma non ha tutte queste caratteristiche, che sono perfette per lo sfondo di un romanzo giallo.

Tu alterni romanzi gialli e romanzi di altro genere, di costume. Cosa ti spinge verso un genere rispetto che un altro, visto che alterni?

Io sono una Gemelli e per me è tutto doppio, ho avuto due mariti, due figli, due cani, due case e due modi diversi di scrivere. Petra Delicado è la mia parte umoristica, giocosa, mentre nei miei altri romanzi, come Uomini nudi, viene fuori il mio aspetto introspettivo e malinconico.

Anche i tuoi romanzi hanno sempre al centro una coppia, c’è chi ha scomodato Don Chisciotte…

Non riesco a dare duplicità ad un solo personaggio. E per me sono fondamentali anche i personaggi secondari, avete mai notato come un film non funziona quando per esempio i personaggi di contorno non sono ben delineati?

Hai mai provato a scrivere due libri in contemporanea come faceva per esempio Simenon con la serie di Maigret e gli altri suoi romanzi?

Sì, ma non ci sono riuscita. Era impossibile per me. Comunque io non amo particolarmente Simenon, lo trovo molto maschilista, i suoi personaggi femminili sono o mogli o prostitute, stereotipati e insopportabili.

Nella letteratura gialla trova spazio il cibo e il mangiare, anche Fermin Gàrzon adora mangiare…

Tutta questa presenza di cuochi in tv oggi mi sembra una gran cretinata, cucinare non mi pare una grande arte, e il considerarla tale mi pare una prova del momento di decadenza sociale che stiamo vivendo, dove si dà spazio a chi non ha idee diverse e nuove da proporre. Fermin ama mangiare, ma perché mangiare è una necessità. In ogni caso, nei Paesi nordici sono rimasti stravolti perché faccio bere troppo alcool ai miei personaggi in servizio, cosa per loro inconcepibile.

L’umorismo che c’è nei tuoi libri fa parte della cultura spagnola?

Certo, mi ispiro molto alle battute che sento fare dalla gente per strada. Come quel giornalaio con un cagnolino piccolo che ad una signora che gli chiedeva a cosa gli servisse ha risposto dicendo al cane Attaccala! O al bar ho visto un cliente che pagava tirando fuori tante monete e il barista che gli diceva Ma credi di essere in chiesa? O ancora quando ho chiesto al ristorante una tazza di brodo gallego e ho detto che resuscitava i morti tanto era buono e il mio vicino ha detto L’importante è che il morto non sia Franco!

Quanto hanno in comune Petra e Alicia?

Petra è più coraggiosa di me, si arrabbia più di me, è più pratica, non invecchia e non ha paura di offendere gli altri. Però mi sono ispirata a certe cose con i miei figli per alcune situazioni di Petra.

Quali sono i tuoi autori e autrici preferiti?

Leggo molto e adoro cercare novità e nuove voci. Mi piace il giallo, soprattutto quello mediterraneo, e tra gli italiani adoro Ammaniti, Camilleri, un maestro con cui condivido lo stesso editore, Lucarelli, Carlotto e Elena Ferrante.

Il tuo prossimo libro?

Sto lavorando ad una nuova storia di Petra, che dovrebbe essere pronta per l’estate e che molto probabilmente uscirà in Italia entro fine anno. Parlerò di un problema grave di oggi, quello della solitudine nelle grandi città, e il titolo sarà Mio caro assassino.

:: Riflessioni sparse sul sistema giudiziario italiano in “La tua giustizia non è la mia” di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (Longanesi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

14 marzo 2017 by
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

È uscito a settembre 2016 con Longanesi il libro di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo La tua giustizia non è la mia. Dialogo tra due magistrati in perenne disaccordo. Un testo che rimanda a una amichevole discussione/dissertazione tra due colleghi, trascritta poi e diventata così un libro. Molto interessanti i contenuti mentre è proprio la struttura che a tratti infastidisce il lettore il quale, volendo esser certo di attribuire al giusto interlocutore questa o quella affermazione, è costretto più volte a ritornare al capoverso dove, di volta in volta come nei dialoghi, viene indicato il titolare delle dichiarazioni. Un dialogo di oltre cento pagine. Per il resto il libro risulta sin da subito molto utile per apprendere sfumature e misteri del sistema giudiziario italiano visto nel suo insieme e confrontato con altri stranieri, in particolare il norvegese, l’americano, il francese e l’inglese.
Dodici punti elaborati nel corso della discussione e una conclusione volta a chiarire se e quanto sia davvero differente il concetto di giustizia dei due autori. Non si chiarisce del tutto quanto effettivamente la giustizia di Colombo sia lontana da quella di Davigo ma leggendo il testo nel lettore vige costante l’impressione che mentre Gherardo Colombo sembra perdersi nei suoi ideali Piercamillo Davigo mantenga sempre attivo un certo pragmatismo. Per leggerli in accordo bisogna attendere il capitolo sulla corruzione, uno dei mali peggiori del nostro Paese, tutt’altro che risolto. Per Davigo «il problema principale è che mentre prima (di Tangentopoli, ndr), pacificamente, si rubava per fare carriera all’interno dei partiti politici» adesso «si usano altri sistemi» che al momento non è ancora chiaro quali siano perché «i processi relativi alle elezioni primarie non li abbiamo ancora fatti». Per Colombo prima di Tangentopoli «la corruzione, a livelli elevati, era un sistema» mentre ora «è diffusa a qualsiasi livello» e così tanto «che è praticamente impossibile riuscire a contrastarla attraverso strumenti di controllo».
Se la “élite” politica mostra ai cittadini questo volto non ci si può stupire quando Davigo afferma che «l’Italia è un paese nel quale la regola principale di comportamento verso l’autorità è la slealtà». Sono atteggiamenti, comportamenti, stili di vita che si apprendono quasi inconsciamente. Esattamente come quando a scuola si apprende la «apologia dell’omertà contro l’autorità, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa». La scuola italiana, che Davigo considera «una delle peggiori fucine di illegalità che esistano in questo paese», è in prevalenza incentrata sul confronto/scontro tra i buoni e cattivi, i bravi e i somari, il rigore e le “spie”… E non si può non concordare con Davigo quando sostiene che «bisogna fare in modo che sia conveniente comportarsi bene e sconveniente comportarsi male. Altrimenti l’educazione non serve a niente».
Un ottimo modo per cominciare sarebbe quello di cominciare a “punire” dall’alto, nel senso che i primi a pagare per errori e crimini dovrebbero essere i cosiddetti colletti bianchi. «In Italia i ricchi rubano più dei poveri» eppure «non li prendono mai» e quando succede «gridano all’ingiustizia». Certo. Non ci sono abituati. La soluzione che viene cercata è peggiore di una beffa, è davvero un’ingiustizia considerando che «si cambiano le leggi, si fa di tutto perché non siano puniti». Un sistema talmente marcio che un governo viene indicato come “buono” se abbonda in condoni edilizi e voluntary disclosure. Il che, tradotto in parole più semplici, equivale a dire viva l’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia e i conti nei paradisi fiscali.
«Dopo la stagione di Mani Pulite, stracciato il velo dell’ipocrisia, i politici disonesti sono diventati di singolare improntitudine. Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi». Viene da chiedersi se l’obiettivo è che smettano di farlo anche gli abusivi e gli evasori. Ammesso che non l’abbiano già fatto.
In La tua giustizia non è la mia Colombo e Davigo affrontano anche il tema dei lunghi processi, delle pene inique, della riforma del sistema giudiziario e carcerario, dell’indulto che rischia di diventare il “condono” giudiziario, delle operazioni sotto copertura, un azzardo secondo Davigo perché va a finire che non si riesce più a capire «se la polizia giudiziaria ha infiltrato qualcuno nella criminalità organizzata o viceversa» e su tanti altri aspetti della giustizia che quotidianamente combatte “il male” e deve farlo qualunque ne sia l’origine. Metaforicamente Colombo si interroga sul perché «da diecimila anni ci diciamo sempre le stesse cose e cerchiamo di risolvere gli stessi problemi». La soluzione va ricercata nell’idea errata «secondo la quale il bene e il male si distinguono per paternità» invece vanno distinti «oggettivamente».
Un libro originale La tua giustizia non è la mia, molto interessante per i contenuti e molto utile per il lettore che apprenderà informazioni e nel contempo sarà invogliato a riflettere su aspetti del sistema giudiziario italiano e suoi suoi operatori che vengono presentati in un modo mentre nascondono dell’altro. Sui politici, sui governi, sugli insegnanti e sugli alunni, sui cittadini, sui criminali…

Gherardo Colombo: è entrato in magistratura nel 1974. È stato consulente delle commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo e sulla mafia. Ha condotto o collaborato a inchieste divenute celebri, tra cui la scoperta della Loggia P2, l’omicidio Ambrosoli, i cosiddetti fondi neri dell’IRI, Mani Pulite. Dal marzo 2005 è stato giudice presso la Corte di Cassazione. Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura per dedicarsi a incontri formativi nelle scuole, dialogando negli anni con migliaia di ragazzi sui temi della giustizia e del rispetto delle regole. È attualmente presidente della casa editrice Garzanti. Nel 2010 ha fondato l’associazione Sulle regole, punto di riferimento per il dibattito sulla Costituzione e la legalità.

Piercamillo Davigo: è presidente di sezione della Corte Suprema di Cassazione, in servizio alla Seconda sezione penale dal 2005. Entrato in magistratura nel 1978, è stato assegnato al Tribunale di Vigevano con funzioni di giudice, poi dal 1981 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano con funzioni di sostituto procuratore. Dal 1992 ha fatto parte del pool di Mani Pulite, trattando procedimenti relativi a reati di corruzione e concussione ascritti a politici, funzionari e imprenditori. Dall’aprile 2016 è presidente dell’Associazione nazionale magistrati.

Fonte biografia autori http://www.longanesi.it

Source: ebook inviato al recensore dall’Ufficio Stampa Longanesi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le nostre anime di notte, Kent Haruf (NN Editore, 2017) a cura di Maria Anna Cingolo

13 marzo 2017 by
an

Clicca sulla cover per l’acquisto

Kent Haruf è stato uno scrittore americano di innegabile talento, morto nel 2014 e al quale la NN editore ha deciso di legare il suo destino, pubblicando i suoi libri dal 2015. Benedizione, Il canto della pianura, Crepuscolo, acquistabili anche insieme in un cofanetto intitolato Trilogia della pianura, sono tutti ambientati ad Holt, cittadina immaginaria del Colorado. Nelle stesse strade prende vita anche l’ultimo racconto lungo di Haruf, Le nostre anime di notte, subito bestseller e sulla base del quale verrà girato un film originale Netflix, con protagonista Jane Fonda.

“Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.”

Addie Moore e Louis Waters, entrambi relativamente anziani, vedovi e con figli, decidono di frequentarsi per tenersi compagnia e trovare il coraggio di non dimenticare di vivere. Di notte, Addie e Louis si raccontano attraverso dialoghi semplici e non costruiti, conversazioni che danno l’impressione di essere esistite, parole vere perché chi le proferisce è autentico. Infatti, i due protagonisti sono persone comuni con storie ordinarie ed hanno sperimentato i doni che la vita regala generosamente ma anche quelle croci che attribuisce con violenza e senza chiedere: la loro vita è quasi finita ma ancora non vogliono smettere di vivere e per questo iniziano una relazione di amicizia e d’amore. Il loro rapporto non rispetta le puritane regole sociali delle cittadine americane di periferia e fa parlare gli abitanti di Holt, ma, scegliendo di essere liberi, i due non si interessano dei pettegolezzi della gente, anche se in questa storia alcuni giudizi hanno inevitabilmente più peso di altri. Addie e Louis escono dalla prigione della solitudine tenendosi per mano ed incarnano in modo intimo, delicato e quotidiano la Bellezza. In centosettantacinque pagine, il lettore trova il tempo di riscoprirsi, riassaggiando con sorpresa la beatitudine e il conforto nei piccoli gesti, nell’abbraccio della natura, nella presenza calda e rassicurante di chi si sceglie di avere accanto.

“Di nuovo in camera di Addie, Louis mise una mano fuori dalla finestra e sentì la pioggia che gocciolava dalle grondaie, quindi tornò a letto e con la mano bagnata sfiorò la guancia morbida di Addie.”

Le nostre anime di notte è una carezza sul viso piena di questa stessa premura e della consapevolezza che esista una pioggia capace di far fiorire ogni fase della nostra vita, trasformandola sempre in primavera.
Traduzione di Fabio Cremonesi.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.

Source: acquisto personale del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Rocco Ballacchino

13 marzo 2017 by

parBenvenuto Rocco su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Descriviti ai nostri lettori come se fossi un personaggio dei tuoi libri.

R: Per molti lettori io assomiglio molto al “mio” commissario Crema. Confesso che ci sono diversi riferimenti al mio quotidiano che ho trasferito in questo personaggio. L’ambito familiare è molto simile al mio, moglie e figli compresi, e ho spesso carpito alcuni episodi che ci sono accaduti per riportarli nei miei gialli. Per i più maliziosi confermo però, come spesso mi capita di fare durante le presentazioni, che non c’è nessuna Dottoressa Bonamico, il magistrato del cuore del commissario, nella mia vita.

Negli anni ho recensito parecchi tuoi libri da Crisantemi a Ferragosto, a Appello Mortale, fino a Torino Obbiettivo finale, ma questa è la prima nostra intervista. Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore?

R: Torino obiettivo finale è il mio settimo romanzo dal 2009. Chi l’avrebbe mai detto, in tutta onestà. Ho iniziato con Crisantemi a ferragosto, edito da Il Punto Piemonte in bancarella che non smetterò mai di ringraziare (specie Patrizia Marra) per aver creduto in me nonostante non avessi particolari raccomandazioni. Mi hanno pubblicato dopo aver letto e apprezzato la prima versione, autoprodotta di quel romanzo, cosa più unica che rara nel panorama editoriale italiano.

Fai parte di Torinoir, ce ne vuoi parlare?

R: Torinoir è un’associazione culturale, composta attualmente da 11 scrittori, nata nel 2014 su iniziativa del nostro presidente, Giorgio Ballario. Ci siamo proposti di promuovere la letteratura giallonoir mettendo, per una volta, da parte l’egoismo e l’individualismo che caratterizza solitamente il ruolo dello scrittore. Abbiamo pubblicato una serie di lavori collettivi e abbiamo un sito attraverso cui è possibile seguire ciò che facciamo (www.torinoir.it). Per il prossimo Salone del libro stiamo organizzando un’importante iniziativa, ma per ora non posso dirvi di più…

E’ appena uscito per Frilli editore Torino Obbiettivo finale, il tuo ultimo noir della serie con Sergio Crema e Mario Bernardini. Ce ne vuoi parlare?

R: Questo giallo fa parte di una trilogia, con Scena del crimine e Trama imperfetta, in cui i protagonisti sono il commissario Crema e il critico cinematografico Mario Bernardini, due personaggi agli antipodi che hanno però incontrato il favore del pubblico. Penso che sia proprio la loro diversità, fisica e caratteriale, a favorire questa magica alchimia. Torino obiettivo finale inizia con la riapertura di un caso di omicidio già apparentemente risolto e porterà il commissario a confrontarsi con una storia più grande di lui relativa alla costruzione di un grattacielo a Torino.

L’ambientazione torinese ti è congegnale, definiresti Torino una città noir?

R: È una domanda a cui non è facile rispondere anche se penso che la varietà della sua urbanistica (i lunghi portici, la Mole, le piazze, il fiume, i numerosi parchi) favorisca molto l’ambientazione di trame gialle. Attendo di vivere qualche anno in un’altra città per poterti dare una risposta più attendibile sulla specificità di Torino in tal senso.

Trovi ispirazione per i tuoi romanzi dalla cronaca? Quali fatti ti hanno ispirato questo romanzo?

R: Avevo deciso di ambientare il mio giallo a Torino a novembre del 2015 e di trattare il tema dell’anarchia e del terrorismo. Coincidenza ha voluto che in quel periodo sono avvenuti i drammatici fatti di Parigi allo Stade de France e al Bataclan. Ho perciò ritenuto doveroso inserirli nella mia trama e di raccontare come possano condizionare, anche a distanza, la vita delle persone. La copertina di Torino obiettivo finale, proprio per quello, mostra, una accanto all’altra, la Tour Eiffel e la Mole Antonelliana.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

R: Apprezzo molto la parte che sta a monte della scrittura stessa e che riguarda l’ideazione del soggetto e le sue varianti che mi vengono in mente in corso d’opera. Forse perché sono un autore dallo stile “cinematografico” (dicono alcuni critici) penso di preferire quest’aspetto a quello, seppur piacevole, della stesura del testo.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

R: Devo ammettere che non leggo un esordiente da una vita. Ho però scoperto da poco una consumata giallista, Maria Masella, sempre della scuderia Frilli che mi ha particolarmente colpito. Si tratta di un’autrice già affermata, ma che ha esordito tra le mie letture.

Cosa stai leggendo?

R: Sto leggendo ZeroK di Don Delillo, confesso con qualche lentezza. Sicuramente è un libro interessante che va giudicato strada facendo…

Cosa pensi dello sdoppiamento Fiera di Torino / Salone di Milano, a breve distanza uno dall’altro. Ci sarà secondo te un arricchimento per entrambi o un indebolimento?

R: Devo confessare che questo duello non mi ha appassionato più di tanto. Penso però che ci sia spazio per entrambi e sia ormai inutile piangere sul latte versato visto che erano anni che si paventava la possibile nascita di una proposta simile a Milano. Spero che il nostro salone sarà un salone innovativo, e non una replica ridotta di quello precedente.

Descrivici il tuo rapporto con la critica. Come affronteresti una recensione totalmente negativa?

R: Da quello che ho notato i recensori anziché stroncare totalmente un libro preferiscono non recensire. Detto ciò ammetto che non la prenderei bene anche se sono dell’idea che, soprattutto nel giudicare i libri, tutto sia opinabile. Vengono giudicati, spesso solo a parole, delle “schifezze” romanzi di autori di grande livello perché dovrei essere esente anch’io da una critica del genere. Magari come consolazione sarei “costretto” a divorare una bella carbonara insieme al mio amico Crema.

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri?

R: Le presentazioni dei libri sono sempre un’incognita perché non sai mai quanta gente arriverà e se arriverà. Una volta superata la fase iniziale le trovo divertenti perché ti permettono di raccontare aneddoti curiosi sulla genesi del tuo libro. Sicuramente cominciano a essere, nella società dell’informazione digitale, un po’ anacronistiche perché le persone “vivono” soprattutto in rete, lettori compresi. Una volta, durante un incontro in cui erano presenti anche altri autori di Torinoir, ho definito, parlando a ruota libera, Dostoevskij “un collega” suscitando l’ilarità del pubblico.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

R: Confesso che sto scrivendo, nonostante fosse nata come una trilogia, il quarto episodio della saga Crema-Bernardini. Fatico sempre più a coinvolgere nella trama il critico cinematografico. Prima o poi lo farò fuori, ma le resistenze di alcuni affezionati lettori me l’hanno sinora impedito. Vediamo se sopravviverà anche a questo episodio che inizia con una donna, in fin di vita, che convoca al suo capezzale il commissario per…
Il resto spero lo leggerete a fine anno e grazie della piacevole ospitalità.

:: Jane Austen di Manuela Santoni (Becco Giallo, 2017) a cura di Elena Romanello

13 marzo 2017 by
jane

Clicca sulla cover per l’acquisto

Duecento anni fa moriva, a soli 42 anni, per una malattia degenerativa all’epoca inguaribile, Jane Austen, una delle più amate autrici di tutti i tempi, oggi come non mai al centro di un fenomeno di costume e di fandom.
I suoi libri continuano ad essere pubblicati, sono usciti film ispirati a lei e alla sua vita di donna comunque controcorrente, visto che non si sposò mai e si dedicò alla scrittura sia pure facendo uscire i suoi libri in maniera anonima. A Jane Austen si sono ispirati seguiti, riletture, avventure gialle, fumetti, viaggi tematici a Bath e altro ancora.
Per ricordarla degnamente, però, occorre rivolgersi ad un titolo appena uscito nella collana Biografie di Becco Giallo, Jane Austen, dell’italiana Manuela Santoni, una graphic novel che dà dell’autrice una lettura nuova e interessante, partendo dal mistero delle lettere di Jane bruciate dalla sorella Cassandra su richiesta dell’interessata subito dopo la morte, per nascondere forse dei segreti che non dovevano essere svelati.
Jane Austen, ormai malata e prossima alla morte, scrive una lettera alla sorella Cassandra, in cui ricorda la sua vita, da quando era una ragazzina che detestava le tradizionali attività femminili perché preferiva leggere, alla nascita delle sue storie, passando per l’amore breve per il giovane Tom Lefroy, al quale preferì comunque libri e scrittura.
La graphic novel racconta per sommi capi la vita dell’autrice, risultando comunque esauriente nel ricostruire il percorso di una donna in anticipo sui suoi tempi, che si dedicò ad un’arte che era considerata allora al massimo buona per intrattenere i salotti ma che ha saputo raccontare come poche l’alta società di inizio Ottocento e soprattutto le sue donne e ragazze, senza diritti ma volitive, acute, mai sottomesse.
Un libro che piacerà a chi ama Jane Austen e il suo mondo, qui ricostruito in maniera minimalista rispetto allo sfarzo di altre opere anche fumettistiche, ma molto efficace, con uno stile di impaginazione e grafica che ricorda non poco quello di un altro fumetto al femminile, molto diverso come storia anche se inerente sempre il ruolo delle donne nella società, e cioè Persepolis di Marjane Satrapi.
Jane Austen a fumetti è completato da un breve saggio che racconta l’opera dell’autrice di Mara Barbuni, insegnante, ricercatrice universitaria e traduttrice, nonché direttrice di Due pollici d’avorio, la rivista della Jane Austen Society of Italy. Un modo per entrare ancora di più in un universo che non cessa di avere qualcosa da dire, contro forse le stesse aspettative dell’autrice.

Manuela Santoni, classe 1988, è illustratice e fumettista e vive in provincia di Roma. Diplomata al liceo artistico, si è laureata in lettere alla Sapienza, ha frequentato la Scuola Romana dei Fumetti e il Master annuale di illustrazione a Macerata. Ha lavorato a vari progetti individuali e collettivi sul fumetto e l’illustrazione. Il suo sito ufficiale è http://www.behance.com/manuelasantoni

Suorce: inviato al recensore dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Patrizia Debicke Van der Noot

11 marzo 2017 by

DebBenvenuta Patrizia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei italo- lussemburghese, non è vero? Come si pronuncia il tuo cognome?

R: Intanto grazie per la corposa e interessante intervista. Comincio subito a rispondere. Sono nata italiana, ma diventata cittadina lussemburghese 33 anni fa, sposandomi. Allora in Lussemburgo non si poteva avere la doppia nazionalità. E si adottava il nome del marito con il quale ho cominciato a scrivere e firmare. Da poco le cose sono cambiate, ma ormai era fatta… Il mio cognome in italiano si pronuncia come si scrive. La prima parte come se al posto della K ci fosse una H.

Come è nato il tuo amore per i libri, la letteratura, la storia?

R: Per i libri il morbillo mi fu galeotto dovrei dire. Mi tenne a letto a dieci anni per settimane, poi avere vicino una famiglia di forti lettori e per la Storia invece fu da sempre colpo di fulmine. A scuola mi regalava ottimi voti. Velo pietoso sugli altri.

Parlaci del tuo debutto, della tua strada verso la pubblicazione. Come è andata?

R: Primo libro un romanzo giallo print on demand in italiano con Lampi di Stampa (gruppo Gems), poi tradotto e pubblicato in francese da una piccola casa editrice.
Poi altre esperienze romanzi e romanzi gialli sempre con piccole case editrici italiane e tedesche e nel 2006 primo contratto di polso con Corbaccio per L’oro dei Medici, pubblicato nel 2007…

Quanti romanzi hai pubblicato finora? Quante serie hai iniziato? Quali sono quelli a cui ti senti più legata, che hanno suscitato maggiore preferenza tra i tuoi lettori?

R: Ho pubblicato in totale 11 romanzi 6 dei quali gialli e thriller noir storici. Ho iniziato quattro serie: due per i romanzi attuali, due per gli storici: una sui Medici e una sul papa Giulio II e la sua Guardia Svizzera.

L’ultimo tuo libro, in ordine di pubblicazione è La congiura di San Domenico. Come è nata la trama di questo romanzo?

R: Dalla mia sviscerata simpatia per Giulio II, il papa generale, che riconquistò con le armi alla chiesa i territori che il suo predecessore Alessandro VI Borgia aveva scialacquato. Sicuramente non un papa “santo”, ma brillante, lucidissimo e quello che ha regalato a Roma straordinarie opere: vedi Cappella Sistina, San Pietro ecc., ecc. La prima avventura del Leutnant Julius von Hertenstein, l’ufficiale della Guardia Svizzera al servizio di Giulio I è stata pubblicata nel 2013 a cinquecento anni dalla morte del papa “terribile” come lo definivano i suoi contemporanei. Volevo scrivere di lui ma era difficile usare un ultrasessantenne come protagonista attivo e allora mi sono inventata un alter ego più giovane e in grado di stargli alla pari anche mentalmente.

Come è iniziato il tuo interesse per la famiglia Medici?

R: Anche se sono una fiorentina per caso, quando sono nata c’era una guerra di mezzo, impossibile per chi ama la storia non sapere tanto sulla più significativa famiglia che fece grande la sua città. Io ho scelto di partire da Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere e che fu il primo Granduca, scrivendo L’eredità Medicea. Poi so passati ai suoi figli Ferdinando e Giovanni in La gemma del cardinale e L’oro dei Medici.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, di genere storico, quali ti hanno maggiormente influenzata?

R: Walter Scott, Alexandre Dumas, Stendhal, Victor Hugo, Alessandro Manzoni, Lev Tolstoi, Maria Bellonci, Juliette Benzoni, Ken Follet, Danila Comastri Montanari, Valerio Massimo Manfredi, Valeria Montaldi, Giulio Leoni, Alfredo Colitto, le sorelle Martignoni, Marcello Simoni ecc. eccetera e non me ne voglia qualcuno se ho dimenticato di citarlo.
E non trascuriamo i grandi saggisti del passato come Guicciardini… Influenzata? Sicuramente, in realtà un po’ tutti e nessuno.

Che tipo di ricerche svolgi per i tuoi libri?

R: Tante e puntigliose, forse persino troppe, ma sono fatta così. Per me la ricostruzione e l’ambientazione sono essenziali. E quindi archivi, libri, web, tutto serve e, come con l’ultimo, magari l’andare a tampinare qualche collega che potesse darmi un’indicazione logistica esatta.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura dei tuoi romanzi?

R: Individuare il buco nero nella storia vera per poterci infilare una trama gialla noir.
Poi ricostruire in modo plausibile la natura dei personaggi realmente esistiti e colmare il vuoto inventando di sana pianta quelli che mi servono per costruire il romanzo. Per esempio nel mio ultimo libro La congiura di San Domenico ho approfittato della conquista di Bologna da parte dell’esercito pontificio (novembre 1506) per infilarci esorcisti, delitti e complotti. Poi con Michelangelo a tiro, convocato da Giulio II per eseguire una statua di bronzo, gli ho affibbiato il ruolo di spalla del mio ufficiale svizzero.

Che ruolo hanno nei tuoi romanzi i personaggi femminili? Ti senti una scrittrice femminista?

R: Ruoli molto importanti e spesso essenziali, anche se finora nei miei romanzi storici non ho mai avuto donne come protagoniste. Nel ‘500 pochissime donne hanno fatto la storia: vedi Caterina de’ Medici ed Elisabetta d’Inghilterra.
Femminista? Difendo con le unghie e con i denti le mie posizioni e non mi sento certo diversa da un uomo. Ritengo di essere in grado di ragionare e reagire come un uomo. Ma non mi sento femminista e non sono per le quote rosa. Sminuiscono le reali capacità femminili. Credo che si debba guadagnare ogni posizione con il proprio cervello.

Cosa stai leggendo al momento? Ci sono esordienti nel genere thriller o storico che ti piacerebbe segnalare ai nostri lettori?

R: Ho appena finito e recensito Alcuni avranno il mio perdono di Luigi R. Carrino, sto leggendo Delitto con inganno di Franco Matteucci.
Di recente mi non mi pare di aver avuto sottomano qualcosa scritto da esordienti. Posso segnalare invece, con piacere, due ritorni sulla scena a distanza di anni. Per il thriller Federica Fantozzi con Il logista e per lo storico Nicola Verde con Il Vangelo del boia.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

R: Difficile. Muoversi con tanta prudenza. Direi cominciare partecipando a concorsi letterari seri tipo Giallo Mondadori, Nebbia Gialla e altri. Mi pare che anche Garzanti faccia qualcosa…

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Mi piace molto e aspetto solo gli inviti. Tra i più divertenti devo citare per forza il Nebbia Gialla che coagula brillantemente i tanti interventi di alto livello con una atmosfera festosa e conviviale, quasi da gita scolastica, in grado di coinvolgere tutti gli ospiti.

Oltre che scrittrice sei un’apprezzata operatrice culturale, lavori come recensore per molti siti e blog. Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore? Orientano e calamitano davvero le vendite?

R: Il ruolo dei forum, dei siti e dei blog, troppo a lungo sottovalutato dalle case editrici, è in perenne ascesa, soprattutto negli ultimi anni. Credo senz’altro che possa indirizzare il pubblico e dare una bella mano alle vendite. Internazionalmente parlando è senz’altro così. Non so però quanto questa valutazione possa contare in Italia. Il problema è chi legge veramente in Italia? E, da quello che ho potuto ascoltare di recente, anche le scuole italiane dovrebbero forse orientare i loro allievi su letture più abbordabili, insomma meno “pallose”. Io ho sempre sostenuto che dalla birra si passa al vino. E quindi da un buon fumetto si può arrivare a un buon libro.

Infine, per concludere, nel ringraziarti per la disponibilità, un’ ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

R: Ho appena finito un racconto lungo non storico. E forse avrei una trama… Ho in programma un nuovo storico. Vediamo intanto le reazioni della mia agente.

:: La casa dei Krull, Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Giulietta Iannone

10 marzo 2017 by
tyr

Clicca sulla cover per l’acquisto

Simenon non è solo Maigret. “La casa dei Krull” (Chez Krull, 1939), nuovamente tradotto da Simona Mambrini per Adelphi, appartiene infatti alla sua produzione svicolata dal celebre commissario con sede al numero 36 di Quai des Orfèvres. E’ un romans-dur, come si è soliti definire la sua produzione altra, non prettamente poliziesca, più letteraria, ma in fin dei conti omogenea e coerente con l’intera poetica simenoniana. Che non è altro che un puntuale e inesorabile scavo nella psicologia dei personaggi, nel cuore e nei bassifondi della psiche umana.
Atmosfere plumbee, pioggia, umidità, il tram che passa scampanellando ogni 3 minuti, la vita che scorre monotona lungo un canale, un modesto emporio-osteria frequentato da marinai e cavallanti, questo è lo scenario in cui si apprestano a recitare i personaggi di questo breve romanzo scritto alla fine degli anni 30, (poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale) in cui traspaiono tutti gli odi e l’ostilità che avrebbero poi quasi profeticamente portato al conflitto.
Al centro, protagonista una famiglia tedesca naturalizzata francese, e mai accettata dalla piccola comunità di provincia in cui si è trasferita. Poi l’arrivo di Hans, parente di Germania, rompe gli equilibri. Chi ha ucciso Sidonie? Povera ragazza del luogo tubercolotica e senza futuro? La comunità compatta accusa i Krull.
Il tema del diverso, dello straniero viene trattato da Simenon con grande attenzione psicologica, scavando nell’interiorità di personaggi opachi, quasi scoloriti. E’ la luce infatti che manca, in questo romanzo fatto di ombre, che scoloriscono tra crepuscoli e albe livide. Il grigiore, il non colore si insinua nelle cose di pessimo gusto dell’abitazione dei Krull, casa rifugio, muro eretto contro l’emarginazione di cui sono vittima, pur avendo fatto di tutto per adeguarsi, confondersi con il paesaggio umano circostante, che ha il privilegio di avere una sua dimensione autoctona, conforme, integrata. I Krull sono “tedeschi” “crucchi” spregiativamente diversi, strani, peggiori. I Krull sono un corpo estraneo da espellere, da cacciare.
Oltre ad essere una storia di atmosfere e ambienti La casa dei Krull è sicuramente una storia di personaggi, di presenze spettrali e tragiche. C’è Cornelius, il capofamiglia, artigiano intrecciatore di cesti, isolato nel suo laboratorio e nella sua lingua (non più tedesco, ma non ancora francese) figura che si erge a simulacro dolente e biblico, la madre che cerca in ogni modo di difendere il figlio, Anna e Liesbeth che partecipano al dramma in atto.
E Hans che osserva questo dramma familiare in interni quasi come occhio esterno, e di più contribuisce alla degenerazione verso la tragedia: seduce la cugina Liesbeth, (fatto che sarà fondamentale, se ben osserviamo, per il concatenarsi degli eventi) estorce soldi al futuro suocero del cugino Joseph, ricambia l’ospitalità con il suo cinismo e la sua indifferenza.
Che poi alla fine chi ha ucciso Sidonie diventi un dettaglio marginale, di scarsa importanza, accentua l’impegno di Simenon a non farne un poliziesco (sebbene ci sia un omicidio, e una blanda indagine poliziesca) con le sue classiche dinamiche di disvelamento del colpevole. Anche se un colpevole (del vero dramma del romanzo) c’è, e non è l’assassino di Sidonie. Questo sdoppiamento credo sia il coup de teatre magistrale dell’autore, in una vicenda comunque troppo deprimente e verista, per scivolare nei canoni rassicuranti di chi cerca sempre in una storia il lieto fine.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Missione Grande Bellezza, Alessandro Marzo Magno, (Garzanti, 2017) a cura di Greta Cherubini

10 marzo 2017 by
miss

Clicca sulla cover per l’acquisto

«Fare la guerra in Italia è come combattere in un maledetto museo», osserva il generale Mark W. Clark, comandante delle forze alleate nella penisola.

Se  la straordinaria ricchezza del patrimonio artistico italiano poteva risultare d’intralcio alle operazioni belliche alleate,  non fu sicuramente tale per quanti di quel «maledetto museo» fecero man bassa.
Quella raccontata da Alessandro Marzo Magno nel nuovo libro «Missione Grande Bellezza» è la storia di un saccheggio lungo un secolo, compiuto dai francesi prima e dai tedeschi poi. Un vero e proprio stillicidio di quadri,  sculture, preziosi, manoscritti, damaschi e  broccati, che hanno lasciato l’Italia a bordo di carovane, navi e treni, spesso per non farvi più ritorno.
Ma è anche e soprattutto il racconto delle eroiche gesta compiute dai Monuments Man e le Monuments Women che hanno dedicato la propria esistenza al recupero del maltolto: dall’ “emballeur” Antonio Canova, allo «007 dell’arte» Rodolfo Siviero, passando per l’affascinante Palma Bucarelli e il controverso Ante Topić Mimara, non ché dei tanti sconosciuti che hanno offerto coraggiose prove d’«onore verso la patria» collaborando alle restituzioni, come il marmista romano Antonio Bonomi, che dopo oltre vent’anni di onorata carriera presenta le proprie dimissioni al Louvre per aiutare gli inviati pontifici ad individuare le opere da riportare in patria.
L’arte diventa oggetto (o meglio, vittima) di trattati politici, giochi diplomatici e contenziosi spesso lunghi e impegnativi, in cui vincitori e vanti fanno sfoggio delle più sottili arti della persuasione per trattenere o riconquistare il maltolto.
Con una narrazione avvincente, ricca di aneddoti e testimonianze tratte dagli epistolari e dalle memorie dell’epoca, l’autore porta alla scoperta un retroscena spesso dimenticato dei grandi eventi bellici che hanno travolto il Belpaese. Perché se innumerevoli sono state le perdite umane causate dai conflitti, altrettanto può dirsi per le opere d’arte coinvolte nel grande scacchiere degli equilibri politici europei:  monili d’oro e argento fusi per ricavarne lingotti, paramenti sacri dati alle fiamme per recuperarne i fili di metallo prezioso, mobilio fatto a pezzi e usato per scaldarsi, reperti rivenduti ai collezionisti o messi all’asta, interi edifici distrutti. Senza contare i danneggiamenti subiti dalle opere d’arte nel corso del trasporto verso la Francia o la Germania ( o, con ogni probabilità la Russia): tele tripartite, vetri frantumati, statue sfregiate.

«Non sapremo mai quale impressione dovesse dare entrare in una chiesa rutilante di tessuti e pietre preziose, o nella sede di una confraternita con gli oggetti accumulati dai soci nel corso dei secoli: un patrimonio che l’ondata napoleonica ha spazzato via per sempre».

Un sterminata quantità di opere d’arte apertamente rubate per arricchire le collezioni personali dei potenti di turno o per aumentare il prestigio dei musei della nazione dominante.
 «Missione grande bellezza» è la descrizione di un lento e lugubre corteo funebre che lascia dietro di sé «mestizia, silenzio, solitudine e desolazione»; un’enciclopedia dei tesori trafugati dedicata ad esperti e amanti di storia dell’arte che intendano conoscere l’entità e la qualità del patrimonio perduto, ed insieme un’appassionata perorazione all’individuazione e al recupero di quanto ancora oggi resta da riconquistare.
«La guerra continua».

Alessandro Marzo Magno, veneziano, laureato in storia, vive e lavora tra Milano e Trieste. È stato per quasi dieci anni caposervizio esteri del settimanale «Diario». Ha scritto, tra l’altro, Il leone di Lissa. Viaggio in Dalmazia (2003), La carrozza di Venezia. Storia della gondola (2008), Piave. Cronache di un fiume sacro (2010), Atene 1687. Venezia, i turchi e la distruzione del Partenone (2011). Con Garzanti ha pubblicato L’alba dei libri (sette edizioni, tradotto in inglese, giapponese, coreano e spagnolo), L’invenzione dei soldi (sei edizioni, tradotto in coreano e in turco), Il genio del gusto (seconda edizione 2015, tradotto in coreano) e Con stile (2016).

Source: pdf inviato al recensore, ringraziamo Francesca Ufficio stampa esterno Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Intervista: Liberi di scrivere su RadioLibri

9 marzo 2017 by

logoCon grande piacere, non ostante la mia proverbiale timidezza, ho avuto il piacere di essere intervistata su RadioLibri dal mitico Benny Bottone, una delle voci del mattino di Radio Capital, che ringrazio assieme a Arianna Galati. Benny non ostante abbia fatto di tutto per mettermi a  mio agio, era disinvolto, io molto, molto meno. Comunque è stata una bella esperienza di cui sono felice. E’ bello vedere i piccoli grandi sucecssi del blog.

:: Leggera come l’abisso, Roberto Pecoraro, (Leucoteca edizioni, 2017) a cura di Micol Borzatta

9 marzo 2017 by
cop

Clicca sulla cover per l’acquisto

Linda, mentre sta lavorando come tutti i giorni, sviene.
Non appena perde i sensi si risveglia in una grotta dove tempo e bisogni primari sono annullati, Qui incomincia a vivere vite diverse.
Ogni volta è una persona diversa, in una realtà diversa, con una vita diversa, che lei però non conosce assolutamente, fino a quando si ritrova nei panni di uno sconosciuto che sta vivendo un episodio ambientato nella sua stanza, episodio che lei non conosce, la paura è tale che scappa dalla grotta.
In questo modo Linda riprende coscienza, svegliandosi al pronto soccorso.
Secondo i medici è stata svenuta solo qualche minuto.
Linda riprende la sua vita di tutti i giorni, ma si accorge che tutti i personaggi del suo viaggio onirico stanno comparendo, uno alla volta, nella realtà.
Romanzo intenso e profondo, descrive quello che in realtà è un viaggio interiore di crescita e di ricerca della verità.
Con ambientazioni a volte surreali e a volte reali, l’autore vuole trasmettere al lettore come la società odierna ci sta rovinando. Infatti Linda, all’inizio del romanzo, rappresenta il prototipo moderno dell’individuo, sempre di corsa e oberato di lavoro, attaccato allo smartphone, per poi, attraverso il viaggio interiore e astrale, iniziare a capire come godersi la vita e il mondo.
Affascinante e ipnotico, il romanzo sa dare ottimi spunti per riflettere.

Roberto Pecoraro nasce nel 1974 ad Agrigento. Attualmente vive a Milano, dopo aver vissuto fino al 2009 in Sicilia. Laureato in Ingegneria, è attivo nel sociale e nella promozione della lettura nelle periferie.
Leggera come l’abisso è il suo romanzo d’esordio.

Source: pdf inviato al recensore dall’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La fragilità delle certezze, di Raffaella Silvestri (Garzanti, 2017) a cura di Federica Belleri

9 marzo 2017 by
images

Clicca sulla cover per l’acquisto

Milano. Anna incontra Teo per un colloquio di lavoro. Anna, che ha voluto lasciare l’università e la sua laurea in lettere, con i genitori a tormentarla per quel maledetto pezzo di carta. Teo, laureato alla Bocconi, assunto a tempo indeterminato nella più importante società di consulenza manageriale del mondo. Due personalità,  due modi diversi di approcciarsi al lavoro. Chi ha dovuto sudarselo e chi ha scalato fino alla vetta in poco tempo, rinchiuso in una bolla dorata. Chi ha anni di esperienza ma ha bisogno di una guida, e chi sta cercando un’alternativa a quello che ha sempre fatto. Si conoscono in un particolare momento di crisi per la società di lei e Anna pensa di aver trovato in Teo la persona giusta per aiutarla. Ma Anna non ha fatto i conti con se stessa, e nemmeno Teo.
Dalla fine degli anni ’90 ai giorni nostri si sviluppa la trama di questo romanzo, dove economia e finanza assumono un ruolo a margine, anche se importante. Il dramma che si attorciglia ai protagonisti è la fragilità, l’instabilità dell’anima e delle cose. È l’illusione di bastare a se stessi, accompagnandosi poi alle persone sbagliate. È la precarietà di un diploma o di una laurea, che costringe a fuggire all’estero per essere considerati professionali. È una scelta economica sbagliata, che può scagliarci verso l’alto e schiantarci a terra in un attimo. È l’incapacità di amare, di un amore puro. È la costrizione di indossare una maschera e di dormire un sonno forzato, perché questo vuole la società.  È il dolore provocato dalla sconfitta e la paura folle di dover affrontare la realtà. È il non amarsi abbastanza, tanto da lasciarsi andare alla deriva. Cambiare per sentirsi vivi o galleggiare per morire dentro?
Una vita spesa cercando di rimanere estranei a tutto, per poi obbligarsi a diventare forti per difendersi. Una vita vissuta da fuori, perché viverla dall’interno fa male. Una continua scelta fra la strada dritta o quella tortuosa, fra il pericolo o l’equilibrio.
La fragilità delle certezze,  di Raffaella Silvestri. Drammi passati e presenti di personaggi che entrano dentro e feriscono per profondità e schiettezza. Un viaggio a velocità sostenuta, fatto da brusche frenate e accelerate improvvise, dove fidarsi e affidarsi è davvero complicato.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La spia del mare, Virginia de Winter (Mondadori, 2016) a cura di Elena Romanello

7 marzo 2017 by
la spia del mare

Clicca sulla cover per l’acquisto

Nella Venezia del 1741, pronta a festeggiare il Carnevale, momento unico dell’anno che dura mesi come organizzazione e realizzazione, arriva Cordelia Bakcson, giovane spia inglese che vuole smascherare un gruppo di assassini che si nasconde dietro ad un gruppo mascherato da Commedia dell’Arte e che vogliono attentare alla Serenissima.
Dietro c’è molto di più, tra filtri alchemici per l’immortalità e legami di sangue insospettabili, e Cordelia si troverà a rischiare molto di più della sua vita, trovando anche alleati, come il realmente esistito Giacomo Casanova.
Prima delle sfumature e dei vampiri che luccicano, la letteratura rivolta alle donne è stata per decenni ammorbati da ameni affreschi pseudostorici con eroine che saltellavano da un letto maschile all’altro, con tanto di puntata in harem e luoghi esotici e salvataggio dell’amore macho di turno. Ecco, dimentichiamoci (per fortuna!) questi libercoli, il romanzo di Virginia de Winter, che aveva mostrato già il suo amore per il fantastico e la narrazione con la saga vampirica e fantasy di Black Friars, è ben altra cosa che un trastullo di tal forma, una storia originale che mescola il romanzo storico e d’avventura, con omaggi a Dumas, al romanzo fantastico.
Il risultato è una cavalcata di pagine che si leggono avidamente, tra colpi di scena, duelli, fughe, morti apparenti, complotti, poteri sovraumani, con al centro di tutto un’eroina non certo melensa e sprovveduta, coinvolta in eventi e fatti più grandi di lei anche in prima persona, tra realtà storica e fantasia romanzesca.
La spia del mare indica una nuova strada possibile al romanzo fantasy, quella del rivisitare fatti storici e luoghi indimenticabili in una nuova prospettiva: del resto, la strada degli alchimisti di Praga esisteva veramente e da sempre si sono cercati rimedi per l’immortalità e per indurre un sonno simile alla morte da cui risvegliarsi dopo anni, gli antenati delle moderne sperimentazioni e ricerche scientifiche di oggi.
La grande protagonista del libro è e resta Venezia, città iconica ancora oggi, qui restituita in uno dei suoi momenti di massimo splendore, con la sua atmosfera festosa, il suo essere capitale del mondo, luogo di divertimento ma anche di misteri, aiutata da una cornice unica sospesa sulle acque.
La spia del mare è un romanzo interessante per i cultori del fantasy in cerca di qualcosa di un po’ diverso dalle ottime ma ormai un po’ troppo presenti saghe stile Tolkien o George R.R. Martin, ma anche una storia interessante per chi ama la Storia e le atmosfere del passato, vicende lontane ma che ridiventano vive grazie all’abilità di chi scrive.

Virginia de Winter è nata nelle assolate regioni meridionali e appena può corre verso i mari e le spiagge del Sud. Vive e lavora a Roma, tra librerie cariche e dispense desolatamente vuote, una famiglia molto amata e piantine che non vogliono saperne di sopravvivere alle sue cure. Adora i libri, le serie tv, anime, manga e chiacchierare di queste cose sui social network. È appassionata di architettura, opera lirica, musica e vintage, ma ama leggere sopra ogni altra cosa. Ha cominciato a pubblicare nel 2004 sul sito di fanfiction EFP. È autrice della serie Black Friars (L’Ordine della Spada, L’Ordine della Chiave, L’Ordine della Penna, L’Ordine della Croce) edita da Fazi dal 2010 al 2013 e de Il Cammeo di Ossidiana (Harper Collins, 2016).

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.