:: Gruppo di lettura – Cuore di cane, Michail Bulgakov

25 marzo 2017 by

bulStoria di un bizzarro esperimento scientifico, che innesta su un cane randagio moscovita l’ipofisi di un uomo, il racconto denso di avventure ironiche e grottesche di un animale che scopre il mondo con la sensibilità di un essere umano. “Cuore di cane” fu scritto nel 1925, rimase inedito per decenni perché sequestrato dalla polizia segreta sovietica, venne ritrovato negli archivi del KGB dopo la morte dell’autore e finalmente pubblicato conquistò quindi l’apprezzamento dei lettori di tutto il mondo.

Michail Afanas’evic Bulgakov, nato a Kiev in Ucraina nel 1891 e morto a Mosca nel 1940, si laurea in medicina nel 1916.
Subito dopo è mandato a Nikol’skoe, nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico. A questo periodo risalgono i racconti Appunti di un giovane medico, i cui manoscritti sono andati persi. Nel 1920 abbandona definitivamente la carriera medica. Ha ottenuto grande successo con il romanzo La guardia bianca del 1924, adattato per il teatro col titolo I giorni dei Turbiny. Dal 1929 al 1940 lavora alla sua opera più nota Il maestro e Margherita, pubblicata postuma nel 1967, e scrive alcune commedie, lavori di critica letteraria, romanzi oltre ad alcune traduzioni. Tuttavia la maggior parte delle sue opere è rimasta per molti decenni inedita.
Muore nel 1940, a soli 49 anni, ed è sepolto nel cimitero di Novodevicij a Mosca.

Dal sito ufficiale della casa editrice Voland

Appuntamento oggi, sabato 25 marzo, dalle ore 18,00 alle 19,00 per discutere del libro qui nei commenti al post. Partecipate numerosi.

:: Un’ intervista con Giusy De Nicolo

24 marzo 2017 by

swtGiusy, grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. E’ vero che vivi a Londra in questo momento?

Grazie a te piuttosto. Sono pugliese, laureata in Lettere, ho un master in Mediazione familiare e ovviamente ho collezionato i lavori più diversi e improbabili: insegnante, operatrice di call centre, venditrice di pubblicità per una radio locale, educatrice in un centro diurno per minori in difficoltà, data processor… E sì, vivo in Inghilterra da quasi tre anni, in una cittadina a sud di Londra. Un posto a metà tra Paperopoli e Sleepy Hollow, ma molto, molto più freddo e buio.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Credo sia sempre stato lì, sin da piccolissima. Mi piaceva leggere e scrivere storie. Poi ovviamente costringevo genitori e sorella a leggerle. Per loro fortuna erano brevi.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Aiuto. Quanti ne posso elencare? Michail Bulgakov, Stephen King, Italo Svevo, Laurell Hamilton, Edgar Allan Poe, Christopher Moore, Luigi Pirandello, Shirley Jackson. E mi fermo. Ma tra due minuti mi dispererò per aver tralasciato qualche nome fondamentale.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

È una storia un po’ complicata. SweetDreams, il mio primo romanzo autopubblicato, nacque anni fa come feuilleton sul quindicinale con cui collaboravo. Nonostante l’azzardo, l’esperimento stava riscuotendo successo, senonché la rivista morì a seguito del cambio di proprietà con successivo tentativo di golpe. Una faccenda interessante, che magari poi ti racconterò. Comunque, il giornale sparì dalle edicole mentre la storia era ancora a metà e io mi dedicai ad altri due romanzi. Ma, vuoi perché nel tempo diversi lettori continuavano a dimostrarmi il loro affetto minacciandomi di ritorsioni cruente se non avessi concluso la storia, vuoi perché mi sembrava davvero un peccato, ho finalmente vinto la mia gigantesca pigrizia, rieditato, concluso e pubblicato da indipendente. Perciò direi che è stato tutto molto casuale e dettato dalla voglia di non abbandonare i lettori e vedere cosa sarebbe successo.

Hai pubblicato Echi di sangue, Apocalypse kebab con lo pseudonimo di J. Tangerine e SweetDreams. Ce ne vuoi parlare?

Echi di sangue è la storia di un comunissimo studente universitario con la sindrome del criceto, fuorisede a Bari, che dopo una serata di bagordi alcolici si imbatte in un vampiro, e da allora la sua vita sarà stravolta tra mafiosi albanesi, carabinieri con poco senso dell’umorismo e segreti mostruosi che sarebbe meglio lasciare sepolti.
Apocalypse kebab è un racconto di guerra, di alieni e d’amore ambientato in una Praga sull’orlo del collasso. Qui l’eroina più scazzata del mondo, per fermare l’apocalisse, dovrà uccidere il capo degli invasori. Solo che questi non solo è un ragazzo gentile e adorabile, ma ha anche delle ragioni più che valide per fare ciò che fa.
SweetDreams torna ai vampiri con una storia più corale, i cui personaggi principali sono, da una parte, Ivan, vampiro, guerriero e stratega, uno tosto e pericoloso ma con un debole per il musetto della nuova recluta, il quale si scopre al centro di una macchinazione che vuole stritolarlo; dall’altra parte ci sono Cataldo e Manuel, due nerd sfigatissimi trascinati nel conflitto dallo sciagurato interesse per il mistero dei vampiri.

Parli di vampiri. Scrivi storie horror, con sfumature umoristiche. Da Twilight in poi c’è stata quasi una saturazione del genere, declinato in tutte le salse dal romance, al new adult, all’ horror di stampo stokeriano. In cosa si differenzia il tuo stile?

Cerco di essere realistica, per quanto possa sembrare un nonsenso in una storia di succhiasangue. Mi sforzo di creare un mondo credibile, in cui i personaggi abbiano comportamenti e motivazioni sensate e coerenti. E mi piacciono i contrasti generati dalla collisione di universi all’apparenza inconciliabili, come quello dei vampiri con la vita di un ragazzo qualunque, il cui ricordo più terrificante fino a quel momento è stato il compagno di classe bullo che lo buttava nel cassonetto. Da ciò nascono le situazioni più spaventose ma anche i momenti esilaranti.

Perché secondo te la figura del vampiro affascina e continua ad affascinare? Che archetipo rappresenta?

Può essere il mostro puro, senza intelletto, governato solo dalla sete. Ma anche una creatura complicata e contraddittoria, che ha maturato saggezza e conoscenza ma al prezzo del dolore che una esistenza abnormalmente lunga comporta, che possiede qualità fisiche inumane di forza e resistenza ma non può sfuggire alle proprie passioni umane. Questo è l’archetipo che mi piace esplorare.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La prima stesura, quando sono completamente ossessionata dalla storia e, se va davvero bene, me la vedo dipanarsi sotto gli occhi mentre scrivo. È uno stato di grazia.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Già fatto, ma tutto sotto pseudonimo perché la mia compagna di merende non vuole apparire col vero nome. E se mi lascio sfuggire qualcosa mi strangola, mi dispiace. Però mi sono divertita come una pazza.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Scrivo sempre nella stessa stanza, con musica rock, punk o metal ad alto volume, e mangio, soprattutto cibo spazzatura. Tiro a cioccolata bianca, patatine e gelato. Una tragedia.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti?

Direi generalmente pacifico. Solo una volta mi sono trovata in mezzo a una rissa tra schieramenti diversi e a distanza di anni ancora non ho capito come ci sia finita. Ma finora i blogger che si sono occupati del mio lavoro mi hanno trattata bene. Con gli autoprodotti poi vedo che molto dipende dal genere. Alcuni blogger che si occupano di fantastico e horror parlano solo di romanzi pubblicati con Casa Editrice, altri solo di autoprodotti, alcuni non toccherebbero un libro italiano neanche con un bastone di due metri, altri il contrario. Chi non si pone tutte queste limitazioni mi pare siano le blogger che si occupano di romance. Mi sembrano più libere.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

Anni fa, mentre scrivevo il primo romanzo, sottoposi un racconto a un gruppo di lettura allora molto famoso. Si trattava di un lavoro a cui tenevo molto, che consideravo particolarmente riuscito. Dopo mesi di attesa ricevetti la risposta, una stroncatura completa. Fu una mazzata micidiale. Passai due giorni a piangere sui miei sogni infranti e su una bottiglia di primitivo di Manduria. E anche passata la sbornia non scrissi una riga per mesi. Quella volta ci sono andata davvero vicina. Poi un giorno ho deciso che, sì, va bene, chi se ne frega, a me piace troppo, e ho ripreso.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

Direi di sì. Si tratta sempre di cifre piccole, in rapporto al mercato italiano, ma una recensione positiva su un blog che gode della fiducia dei suoi lettori è importante.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Pure questa è difficile. Va ben, tre nomi totalmente diversi. Christian Frascella col suo Mia sorella è una foca monaca. Geniale, struggente ed esilarante, scritto benissimo. Claudio Vergnani, che con Il 18° vampiro ha inaugurato una serie di romanzi meravigliosa. Ha uno stile pulito, preciso e dissacrante, è un maestro. Tullio Avoledo. Il suo L’elenco telefonico di Atlantide è una spanna sopra i romanzi più acclamati degli ultimi venti anni.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Con incredibile ritardo, American gods di Neil Gaiman. È magnifico, ne sono innamorata.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Intanto grazie mille a te per il tempo che mi hai dedicato. E no, ancora non sto scrivendo. Sono ancora in fase di rimuginio furioso. Sto cercando di far combaciare i pezzi. Echi di sangue ha volutamente lasciato alcune domande in sospeso e alcuni dei lettori che lo hanno apprezzato mi chiedono da anni una seconda parte. Mi sembra giunto il momento di rispondere.

:: Il giardino dei musi eterni, Bruno Tognolini, (Salani, 2017) a cura di Micol Borzatta

23 marzo 2017 by
Giardino dei Musi Eterni

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Ginger è una gatta Main Coon a pelo semi lungo che si sveglia in un grande prato, che è il Giardino dei Musi Eterni, un cimitero per gli animali gestito da un Custode cattivissimo e menefreghista e dal suo cane Bestio, che pur non vedendo gli Animanimali, li sente e li percepisce.
Gli Animanimali, che fra di loro si chiamano Animan perché troppo lungo e complicato come termine quello completo, vivono in armonia, accogliendo i nuovi arrivati, tuffandosi nella pioggia e rincorrendosi tutto il giorno, per poi passare le nottate a cantare con le ranocchie che vivono nel fossato ai margini del cimitero.
Purtroppo però la loro vita viene stravolta. Infatti da qualche tempo alcuni loro fratelli spariscono nel nulla mentre il Custode continua a fare strane ricerche tra le tombe e i peluche che i bimbi umani portano con loro alla domenica, quando vanno a trovare le tombe dei loro piccoli amici, sembrano quasi prendere vita e diventare cattivi.
In questa atmosfera inquietante Ginger, insieme a Orson, Ted, Trilly e Mama Kurma, creerà un gruppo per indagare e risolvere ogni mistero, ma il tempo a loro disposizione però è poco, perché qualcuno vuole comprare il terreno del cimitero per smantellarlo e farci delle villette a schiera.
Un romanzo davvero particolare, raccontato tutto in terza persona ma dalla visuale di Ginger, con un linguaggio molto inventivo che si adatta perfettamente a degli animali.
Libro toccante che, specialmente per chi ha avuto o ha tuttora un animale, arriva fino all’animo e al cuore del lettore portandolo a partecipare ancora più attivamente alla storia.
Lo stile linguistico, come accennato, è perfetto, si addice ai singoli animali trasmettendo appieno al lettore il loro carattere e le loro peculiarità, anche se devo ammettere che il modo di parlare di Mama Kurma risulta spesso incomprensibile, distraendo un po’ dalla lettura e rallentando il ritmo.
Nel complesso un romanzo istruttivo e didattico che non si può non amare.

Bruno Tognolini nasce a Cagliari nel 1951. Negli anni ’80 ha passato quasi un decennio nel teatro, per poi passare, da quasi trent’anni, a scrivere per i bambini e i loro grandi.
Nel 2007 e nel 2011 è stato Premio Andersen e ha scritto poesie, romanzi e racconti e programmi televisivi come L’albero azzurro e la Melevisione.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il cuore in libertà, Emily Dickinson (Salani, collana Poesie per giovani innamorati, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

22 marzo 2017 by

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IL CUORE IN LIBERTÀ

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Il cuore in libertà” è una raccolta di poesie di Emily Dickinson che prende il titolo da un verso del celebre componimento 384:

No rack can torture me- /my soul – at Liberty- (Per me non c’è tortura/ho il cuore in libertà)

e che si inserisce all’interno di una collana che ha come scopo quello di avvicinare un pubblico giovane alla poesia, genere letterario apprezzato con più difficoltà.
Sono a tutti note le qualità artistiche di Emily Dickinson, personalità alquanto fuori dall’ordinario che ha scelto per sé un destino discordante rispetto ai dettami della società, decidendo a soli ventitré anni di chiudersi al mondo e vivere in solitudine. Proprio la solitudine resta uno dei temi più ricorrenti nei versi di questa raccolta Salani; la poetessa scrive infatti nel componimento 405:

“it might be lonelier/without the Loneliness/ I’m so accustomed to my Faith (mi sentirei più sola/ senza la solitudine/al mio destino ho fatto l’abitudine”).

La sua penna evoca con delicatezza un amore che la scrittrice non sembra aver mai sperimentato davvero, un sentimento platonico che viene spesso descritto in metafora, attraverso allusioni senza veri contorni che, però, riescono a prendere forma nella mente del lettore, suggerendo atmosfere romantiche. Lo sguardo della Dickinson è fuori dagli schemi della società, così come lo è il suo rifiuto del matrimonio o di alternative religiose, e a volte sembra quello di un bambino: curioso, attento, mai banale. Emily guarda alla vita e alla natura in modo diverso dagli altri. Descrive le api, il vento, il sole e il mare come se fossero suoi conoscenti; incontra i germogli, le stelle, un grillo e un pettirosso e li fa giocare con le sue parole: tutto si fa scrittura e il creato diviene manifestazione viva e immortale di ciò che la poetessa prova. Oltre a solitudine, amore e natura, ampio spazio è riservato anche al desiderio di morte, alla quale Emily anela in modo ambiguo eppure semplice e naturale.

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Il suo poetare è una melodia, è il ritmo della natura riprodotto in lettera; la Dickinson spezza i versi facendo uso di un’interpunzione che esprime la necessità della scrittrice di veicolare il dramma e il sentimento della sua esistenza. La frammentazione del verso si lega indissolubilmente a quella dell’animo di Emily ma anche a quello di chi legge e rimane scosso dal suo terremoto sintattico, dal mistero non svelato della sua scrittura, dalla rivelazione del mondo, oscura e quasi iniziatica, che la Dickinson vuole trasmetterci ma allo stesso tempo tenere tutta per sé. Nicola Gardini, curatore di questa edizione, affronta con successo l’avventuroso compito di tradurre in italiano la poesia della Dickinson, rispettando le sue scelte stilistiche, il ritmo, le rime, la brevità e il linguaggio. Gardini si è preso cura di Emily, della fragilità e della forza della sua arte, in questa edizione che è un brillante tentativo di valorizzare i testi poetici agli occhi di ragazzi e ragazze, e non solo.
Traduzione di Nicola Gardini.

Emily Dickinson nata ad Amherst nel 1830 nel cuore dell’America puritana e muore nello stesso luogo nel 1886. Si definì “regina”, “zingara”, “strega”, “monaca ribelle” e trascorse quasi tutta la sua vita nella casa dei genitori, scegliendo di confinarsi nella sua stanza. Dopo la sua morte, la sorella Vinnie fece pubblicare le poesie di quest’autrice che è considerata una delle maggiori poetesse del suo secolo.

Nicola Gardini è traduttore e poeta.  Vive tra Oxford e Milano, insegna Letteratura italiana all’università di Oxford. Ha tradotto classici come Ovidio, Marco Aurelio, Catullo e versi di Woolf, Hughes, Auden e Simić. Di grande successo la sua ultima pubblicazione per Garzanti “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La ragazza del dipinto, Ellen Umansky (Newton compton, 2017) a cura di Laura M.

22 marzo 2017 by
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Esce domani un romanzo accolto molto positivamente dalla critica dal titolo La ragazza del dipinto (The Fortunate Ones, 2017), della scrittrice americana Ellen Umansky, tradotto da Adriana Cicalese, ed edito da Newton Compton.
La ragazza del dipinto narra la storia di Rose e Gerard, due giovani fratelli, che all’ inizio dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando a Vienna e in altri stati europei le famiglie mettevano in salvo i figli perché sapevano che le ombre della guerra sarebbero state fosche (anche se nessuno immaginava le proporzioni del genocidio che i nazisti avevano in mente), lasciano il loro paese.
Rose abbandona così gli eleganti genitori e l’appartamento al centro di Vienna dove è conservato un importante quadro di Soutine, artista ebreo già di chiara fama e si rifugia a Londra, accolta da una coppia di ebrei osservanti, mentre il fratello è accolto da un’ altra famiglia.
Lo strazio della separazione è grande anche se non così grande non essendo consapevole che non vedrà più Mutti e Papi che saranno deportati e moriranno a Auschwitz nell’ultimo inverno di guerra.
Rose si rimprovererà sempre di non aver fatto di più per loro, consapevole che se avessero raggiunto l’Inghilterra si sarebbero salvati. Poi sposa Thomas un ingegnere e trova un lavoro di insegnante in una scuola inglese di buon livello.
Ma il marito viene trasferito in America dove Rose incontra Lizzie una ragazza il cui padre era amico di Rose e aveva posseduto il Fattorino fino a che era stato rubato dalla sua casa assieme ad altri quadri. Poi il quadro tanto amato dalla madre di Rose ricompare. Quale è il mistero legato a questo prezioso dipinto? Ecco il mistero su cui ruota l’intera storia, anche se il mistero più difficile da sondare resta sempre quello intorno al cuore umano.
Tra le vicende orrende della guerra e la vita un po’ più calma nel nuovo continente la trama si dipana narrando una parte molto significativa della nostra storia. La ragazza del dipinto è se vogliamo l’affresco corale di un’ epoca travagliata e nello stesso tempo affascinante, dove si toccano temi come la perdita, il senso di colpa, la luce rasserenante dell’arte, l’amicizia, e il perdono.
Una lettura da fare soprattutto se amate approfondire le vicende legate alla Seconda guerra mondiale e ai suoi sopravvissuti. Certo è una storia di fantasia ma molto attenta alle dinamiche psicologiche e capaci di rivelare piccoli tratti di suspense.

Ellen Umansky è cresciuta a Los Angeles e vive a Brooklyn con il marito e le sue due figlie. Ha pubblicato sia racconti che saggi, apparsi, tra gli altri, su «New York Times», «Salon» e «Playboy». Ha lavorato nelle redazioni di «The New Yorker», «Forward» e «Tablet». La ragazza del dipinto è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ufficio stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I segreti della famiglia Ferrolongo, Danilo Persicani, (Parallelo45, 2017) a cura di Micol Borzatta

22 marzo 2017 by
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Asti, settembre 1939.
Nella villa della ricchissima e famosissima famiglia Ferrolongo vengono ritrovati i cadaveri di due persone, uccise con due semplici colpi di pistola, sparati a bruciapelo.
Quando i carabinieri vengono chiamati, riscontrano che i cadaveri sono la signora Agnese Ferrolongo e il figlio Corrado Lanzi.
Le indagini iniziano subito, anche se si svolgono esclusivamente all’interno della famiglia, senza sospettare nessun coinvolgimento esterno.
I Ferrolongo, infatti, sono un’antica famiglia nobiliare piemontese di cui tutti i salotti dell’alta società, come anche i vicoletti bui delle strade, si parla a mezza voce, riferendo passandosi aneddoti e pettegolezzi., perfino degli scandali che si protrarrebbero da generazione a generazione.
Proprio a causa di questi pettegolezzi e questi scandali, viene accusato dell’omicidio Federico Lanzi, marito di Agnese e padre di Corrado, con il movente di voler far cessare tutte le dicerie che coinvolgono la sua famiglia.
Solamente l’avvocato penalista Alfredo Vigerio, chiamato in difesa di Federico, avrà l’abilità di smascherare tutti i pettegolezzi e le dicerie, scartando le invenzioni e rivelando la verità, fino a scagionare il suo cliente trovando il vero colpevole.
Romanzo che mischia una storia familiare a un classico thriller, con bravura e maestria, portando il lettore ad appassionarsi sempre più degli avvenimenti, sentendosi coinvolto in prima persona a tal punto da voler indagare anche lui per svelare misteri, segreti e avvenimenti.
Scritto con uno stile limpido e lineare, l’autore sa dosare perfettamente colpi di scena e scoperte rivelatrici, senza mai esagerare e senza mai portare il lettore a sapere troppo, troppo presto.

Danilo Persicani nasce a Piacenza nel 1953. Geologo, ricercatore e docente, passa la sua carriera lavorativa presso l?università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e il Politecnico di Torino.
Durante la sua carriera universitaria scrive anche degli articoli scientifici.
A suo carico ha già due monografie: Elementi di scienza del suolo e La parola al Professore.
A scritto anche due romanzi gialli facenti parte della stessa storia, ovvero Il tesoro di Santo Stefano, il primo atto di I delitti della via Francigena, e Le pievi di San Colombano che è il secondo atto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: L’ossessione e altre prose, Joris-Karl Huysman, curatore del volume Pasquale Di Palmo, (Via del vento edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2017 by
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La venditrice ambulante, La lavandaia, Il mercante di marroni, Il parrucchiere, Damiens, L’ascella, La secca, L’ossessione.
Sono  otto prose inedite in Italia tratte dai “Croquis parisiens” e pubblicate dalla casa editrice “Via del Vento edizioni”.
Su tutte aleggia il respiro illuminato di Joris-Karl Huysman celebre per il romanzo “A rebours”, vero e proprio vangelo del Decadentismo che ha ispirato l’opera di autori del calibro di Wilde e D’Annunzio.
La critica ha suddiviso in tre fasi la produzione letteraria di Huysman.
Dopo il Naturalismo e Zola, il momento decadente,  infine lo stadio mistico e religioso.
I Croquis parisiens” raccolgono prose ispirate ai vari mestieri che si svolgevano a Parigi, a fantasie, a paesaggi urbani.
Uno  “humour devastante”, l’ironia, un  surrealismo che surclassa la condizione naturalistica dello scrittore, sono elementi che emergono da un fondo di grottesca percezione del reale.
C’è chi vi ha ravvisato anche l’influenza dell’arte figurativa (il padre dello scrittore era pittore).
Linguisticamente, “L’Ossessione ed altre prose” è una raccolta di storie nelle quali i termini ricercati e dotti sono sapientemente mescolati ad altri gergali derivanti dall’argot, arcaismi raffinati accoppiati ad espressioni di tipo triviale e popolaresco.
Ne vien fuori un calderone di sensori che solleticano la pelle, la scorza del nostro animo. Siamo stimolati, incitati, infilzati come spiedini, dalla narrazione di un alchimista che ricerca nel mondo la convinzione della sua improbabilità, del suo non-senso, della sua finta metamorfosi.
Galleggia nel trambusto dei nostri pensieri il piacere del disgusto, vetro infranto con il quale l’autore osserva la turpitudine maniacale di un istante, di un particolare di nessuna importanza, di un soggetto da cestinare tra i rifiuti della memoria.
Nel racconto  “Il parrucchiere” si condensa questa propensione al distacco dalla globalità olistica e ci si tuffa nel lago dei dettagli, delle descrizioni intrecciate, delle ispezioni visive.
Viene narrata la tortura di un gentiluomo che va a tagliarsi i capelli.

Al bruciante ticchettio del ferro che il tosatore agita, i  capelli si sparpagliano come pioggia, cadono dentro gli occhi, si sistemano dentro le ciglia, si fissano alle ali del naso, si incollano agli angoli delle labbra che solleticano e pungono, mentre una nuova stretta di mano vi piega improvvisamente il cranio a sinistra”. (…)

E ancora più avanti:

(..) “..il parrucchiere vi ha come per miracolo alleggerito di vari anni; l’atmosfera sembra più clemente e nuova, l’anima schiude freschezze, ma esse appassiscono, ahimè, quasi subito a causa dei pruriti che procurano i capelli tagliati, caduti dentro la camicia, che si fanno sentire.
E lentamente, covando un raffreddore, si ritorna a casa, ammirando l’eterno eroismo dei religiosi le cui carni sono, notte e giorno, volontariamente grattate dall’aspro crine del duro cilicio”.

Una lettura per amanti del retrogusto speziato, uno spazio quasi onirico offerto con abbondanza di immaginazione e perizia lessicologica.

Joris-Karl Huysman fu scrittore francese, di origine olandese (Parigi 1848 – ivi 1907).
Esordì con Le drageoir à épices (1874), raccolta di poemetti in prosa d’imitazione baudelairiana; si volse poi al romanzo naturalista: Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e collaborò al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Scrittore di raffinate aspirazioni, rappresentò egualmente la meschinità e mediocrità della vita con romanzi quali En ménage (1881), À vau-l’eau (1882), finché giunse a una svolta decisiva con À rebours (1884), in cui il protagonista, Des Esseintes, cerca di salvarsi dal tedio conformando la propria esistenza al più raffinato estetismo decadente.
Dopo un altro romanzo amaro, di fondo autobiografico, En rade (1887), inclinò con Là-bas (1891) verso un satanismo che gli aprì la via della conversione al cattolicesimo, rispecchiata nei romanzi successivi: En route (1895),
La cathédrale (1898), L’oblat (1903). Coltivò la critica d’arte (L’art moderne, 1883; Certains, 1889; Trois primitifs, 1905) e scrisse, nell’ultima parte della vita, opere di pietà e di spiritualità: Sainte Lydwine de Schiedam (1901);
Les foules de Lourdes (1906).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

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:: Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy, 2017)

20 marzo 2017 by
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Alla periferia di Shenyang, città industriale della Cina nord orientale, la famiglia Zhang vive miseramente in mezzo a fabbriche abbandonate. Eppure, Wei e i suoi possiedono un tesoro: l’ultimo albero della lacca sopravvissuto in città. Il loro sogno: diventare proprietari della loro piccola casa, in modo da onorare una promessa fatta ai parenti, sepolti sotto il famoso albero. Questo sogno sta per realizzarsi quando un grande progetto di estrazione minaccia improvvisamente la famiglia di espulsione. Tra l’umile famiglia di Wei e i rappresentanti del capitalismo cinese si ingaggerà allora una dura lotta.

“Siamo gente semplice, Wei. Il mondo va avanti anche senza di noi e la Terra non ha bisogno delle nostre gambe per girare! Hai presente i banali fiorellini sulle bacinelle di plastica che usiamo ogni giorno?”

Libro molto particolare, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, (Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes, 2015) edito in Italia da Clichy, collana Gare du Nord, e tradotto dal francese da Tania Spagnoli. Dal ritmo lento, poetico, struggente, un’ampia riflessione tra il filosofico e il documentaristico (perlopiù di denuncia nei confronti del potere politico e economico) sulla natura, sulle spietate regole del progresso, sui legami familiari, sulla povertà e la ricchezza, sull’avidità e la corruzione, sul senso della vita.
Finalista al Premio Goncourt 2015, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, del francese Olivier Bleys, insomma è una parabola esistenziale dal sapore fiabesco, con una morale, un lieto fine, e una leggerezza tutta orientale simile, perlomeno in spirito, agli antichissimi racconti buddisti, densi di saggezza e malinconica fatalità.
E soprattutto è una lettura introspettiva e delicata, anche se non risparmia eventi tra il grottesco e il tragico, che ci riporta a un realismo non proprio magico, ma sicuramente profetico.
Tutto ruota intorno a un albero, un vecchissimo sommacco, albero della lacca, che rischia di essere abbattuto e a una povera famiglia cinese di operai, gli Zhang, che vive ai margini della modernizzazione, (dopo il licenziamento, il sussidio) in una umile casa in mezzo ai ruderi fatiscenti di una Cina (post) industriale.
Il sogno degli Zhang, (padre, madre, figlia e nonni materni) è diventare proprietari della loro casa, acquistandola dal ricchissimo, scaltro e disonesto signor Fan. Hanno risparmiato da una vita, raccogliendo gli yuan necessari in una scatola. Ma non sanno che la loro apparente tranquillità sarà presto turbata da uno sfratto, da una vera e propria espropriazione, che nei piani di chi pianifica e decide dovrebbe permettere a una ditta di estrarre dal terreno sottostante il terbio, un rarissimo metallo.
L’assedio sarà drammatico, ma Wei sotto la neve, al freddo, riscaldato solo da una zuppa fatta dalle amorevoli mani di sua moglie sarà pronto a difendere la sua proprietà (ma in realtà l’integrità della sua famiglia e le sue radici) più col coraggio e l’ostinazione, che grazie all’aiuto di una vecchia arma, forse non funzionante.        

Olivier Bleys, nato a maggio del 1970, scrittore francese, ha pubblicato fino ad oggi 27 libri tra romanzi, scritti, diari di viaggio, strisce illustrate, ecc. Premiato dall’Accademia francese per Pastel (Gallimard, 2010), il suo Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini è stato selezionato per il premio Goncourt. Nel 2014 è stato nominato cavaliere delle Arti e delle Lettere. Ha fondato un’associazione per promuovere il viaggio artistico e nel 2010 ha fatto partire un progetto su «Il giro del mondo a piedi, per tappe».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Clichy.

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:: Il respiro del fuoco, Federico Inverni (Corbaccio, 2017)

17 marzo 2017 by
res

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Dopo Il prigioniero della notte, romanzo con cui ha esordito nel 2016, Federico Inverni torna con un nuovo thiller sempre ambientato a Haven, sempre con protagonisti la profiler Anna Wayne e il detective Lucas.
Che Federico Inverni sia uno pseudonimo è un dato risaputo, che comunque ha ben poco a che fare con la bravura di questo autore o con l’interesse che suscitano i suoi romanzi. Insomma non toglie e non aggiunge niente, e l’autore sicuramente ha le sue buone ragioni per aver fatto questa scelta.
Allora questo suo nuovo romanzo si intitola Il respiro del fuoco, è sempre edito da Corbaccio e se vogliamo l’ho trovato ancora più interessante del primo. Insomma Inverni è un autore che migliora col tempo. Diciamo che potete anche leggere questo senza aver letto il precedente, la storia è solida, i personaggi sono ben caratterizzati, comunque essendo una sorta di continuazione (per lo meno nell’evoluzione dei personaggi) è sicuramente consigliabile leggere prima Il prigioniero della notte. Il passato di Anna Wayne e di Lucas hanno un’ importanza determinante, sia per la comprensione di questo romanzo, che per l’eventuale seguito, che ci è preannunciato nel finale di questo libro. Insomma è una storia in più capitoli, in cui ogni libro è un dettaglio del puzzle.
Chiarito questo veniamo al romanzo vero e proprio. Il respiro del fuoco è un thriller investigativo, molto americano per certi versi, oltre che per l’ambientazione che seppure immaginaria, richiama a periferie, luoghi, condizioni sociali americane, anche per il tipo di scrittura caratterizzata da capitoli brevi e veloci concatenati l’uno nell’altro.
Al centro della trama una setta religiosa, i Testimoni dell’Avvento, guidata dal reverendo Tobias Manne. E questo già ci offre un approfondimento sui meccanismi interni di queste comunità chiuse, dalla manipolazione mentale al vero e proprio plagio. Che queste sette portino a fenomeni degenerativi come il suicidio rituale è un fatto concreto, la cronaca è piena di questi eventi drammatici, e Inverni si ispira proprio a questi accadimenti per creare sia il personaggio del reverendo Tobias Manne, che per descrivere la strage vera e propria, con cui inizia il libro. Ad indagare Anna Wayne e il detective Lucas, ossessionati da un inquietante interrogativo: è davvero un suicidio rituale o c’è dell’altro?
Parlarvi troppo della storia credo rovinerebbe la lettura a chi deciderà di iniziarla, per cui mi limito a dire che il fuoco ha un ruolo centrale, tanto che alcuni versetti dell’Apocalisse racchiudono la chiave di lettura del libro, per cui leggeteli attentamente sono in epigrafe del romanzo.
La storia si sviluppa in un breve lasso temporale, tre giorni, dal venerdì alla domenica, poco prima di Natale.
Oltre all’indagine poliziesca parallelamente scorre la storia personale dei personaggi, entrambi danneggiati e feriti da avvenimenti del loro passato. Lucas è in cura, sta seguendo un trattamento per superare i suoi traumi, Anna (i cui capitoli a lei dedicati sono in prima persona) ai suoi traumi reagisce con una sorta di rabbia che esplode più o meno controllata.
Può Anna fidarsi davvero di Lucas? Cosa le nasconde? Ecco questi interrogativi solo accennati troveranno risposte più chiare sicuramente in seguito, per ora creano un vago senso di inquietudine che accentua la drammaticità della trama.
Insomma una lettura davvero consigliata, se amate il thriller, ancor più se amate leggere autori italiani.

Federico Inverni è lo pseudonimo di un autore che preferisce conservare il proprio anonimato, lasciando che siano i suoi romanzi a trovare la loro strada, ma è felice di parlare con i suoi lettori e con i tanti librai che l’hanno contattato attraverso i social network. Nasconde i suoi interessi e le sue passioni fra le righe che scrive. Ha esordito nel 2016 con il thriller «Il prigioniero della notte» (Corbaccio), il primo romanzo con protagonisti la profiler Anna Wayne e il detective Lucas. «Il respiro del fuoco» è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Tolkien, Stephen King, e altro ancora al Salone del Libro di Torino 2017, a cura di Elena Romanello

17 marzo 2017 by

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Il programma del Salone del libro di Torino 2017 verrà svelato nella sua interezza a fine aprile, ma ci sono già diverse anticipazioni per un evento che farà di Torino la capitale del libro dal 18 al 22 maggio.
Il tema quest’anno sarà Oltre il confine, con tanto di logo realizzato da Gipi, con quindi come argomento incontri, scontri, confronti tra culture. La Regione ospite è la Toscana, sede di vari festival letterari in partner con il Salone, mentre il Paese di quest’anno sarà gli Stati Uniti, luogo dalla doppia faccia, a un lato il Nobel a Bob Dylan dall’altro l’elezione dell’ultra reazionario Donald Trump. All’interno del Salone sono confermati il Bookstock Village, l’angolo sul cibo a cura di Slow Food, l’iniziativa Adotta uno scrittore, il concorso Lingua Madre. Più del 90 per cento degli editori dell’anno scorso hanno confermato la loro presenza, ci saranno new entry, non solo nell’Incubatore, senza contare le tariffe agevolate per chi proviene dalle zone del terremoto.
Le prime grosse notizie riguardo alle iniziative in programma riguardano due giganti dell’immaginario fantastico, Stephen King e J.R. Tolkien. Per entrambi il 2017 rappresenta un anno di celebrazioni, Stephen King festeggia infatti il suo settantesimo compleanno a settembre, mentre per Tolkien quest’anno rappresenta il centoventicinquesimo anniversario della nascita e ottant’anni dalla prima uscita de L’hobbit. Entrambi sono diventati un fenomeno letterario e di costume, grazie a film, ma anche a newsgroup, mailing list, forum, webzine, promuovono costantemente l’organizzazione di incontri, seminari, mostre, raduni, feste, cosplay.
Il tributo ai due maestri saranno anche a cura dei fandom degli scrittori, come il raduno europeo dei seguaci di Tolkien la sera del 20 maggio al Borgo medievale, con una festa in costume con concerto di Arturo Stalteri con musiche ispirate al Signore degli anelli. Sempre il 20 maggio alle 18 e 30 Loredana Lipperini curerà uno speciale in collaborazione con l’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, mentre Tolkien sarà di scena con una lectio magistralis di Wu Ming 4 Aspettando Beren e Luthien – Donne, dame ed eroine nel mondo di J.R.R.Tolkien, con l’intervento del presidente Aist, Roberto Arduini, una mostra di illustratori italiani in tema al Salone Off e la presenza dei cosplayer tolkeniani, su iniziativa di Torino Comics e della Cospa Family, all’interno dei padiglioni del Lingotto.
Per quello che riguarda Stephen King, altro autore che ha appassionato generazioni con i suoi libri fantastici ma che raccontano anche tanto la realtà a stelle e strisce con le sue contraddizioni, è previsto un lungo omaggio il 19 maggio dalle 18 alle 20 con Giovanni Arduino, scrittore, traduttore e profondissimo conoscitore di King, e Loredana Lipperini, arricchito da testimonianze, musiche, filmati, fumetti, fan scatenati, cosplayer in tema, apparizioni a sorpresa e, a a partire dalle 19 la lettura delle pagine più amate dei suoi libri ad opera di scrittori famosi. Una prova fondamentale di come la cultura nerd sia ormai parte fondante della cultura tout court.

:: Il pastore d’Islanda, Gunnar Gunnarsson, (Iperborea, 2016) a cura di Viviana Filippini

17 marzo 2017 by
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Benedikt è un buon pastore e come tale, ogni prima domenica di Avvento, per lui è l’occasione giusta per andare alla ricerca delle pecorelle smarrite. L’uomo è il protagonista de Il pastore d’Islanda un racconto lungo, o romanzo breve, di Gunnar Gunnarsson, pubblicato in Italia da Iperborea. Quello che colpisce di questa storia è il fatto che Benedikt, da anni e sempre prima di Natale, decida di sfidare il gelo, la neve e le intemperie per addentrarsi nella terra islandese e salvare animali sperduti. Il pastore è solo nella sua ricerca, o meglio, accanto a lui non ci sono uomini, ma il fedele cane Leon e il possente montone Roccia.  Il gruppo, da tutti soprannominato “la Trinità”, parte in barba ai pericoli che il temibile e terribile inverno può scatenare.  Attorno a loro la candida neve cancella e ovatta tutto, mettendo a dura prova la missione che Benedikt deve portare a termine – salvare le pecorelle smarrite- e l’incolumità sua e dei suoi compagni di avventura. La storia del pastore Benedikt, protagonista del Pastore d’Islanda, ha in sé un fascino fiabesco che porta a interpretazioni diverse. Prendendo in considerazione la vicenda del pastore e mettendola in relazione con la prospettiva cattolico cristiana, il protagonista di questa storia che va alla ricerca delle pecorelle perdute, mettendo a repentaglio la propria vita pur di salvarle, ha un netto ed esplicito richiamo alla figura di Gesù. Come il Cristo, il pastore d’Islanda, è l’uomo dal cuore nobile pronto al sacrificio di sé per il bene altrui. Dal mio punto di vista però la storia del buon pastore Benedikt può essere spogliata dall’abito religioso per una visione naturalistica che mi ha ricordato molto la figura dello scrittore, poeta e filosofo americano Henry David Thureau, per il quale la Natura era un vero e proprio strumento intimo filosofico capace di donare benessere ed equilibrio esistenziale. Non a caso Benedikt ha pochi contatti con i suoi simili e quando si trova con gli altri uomini cerca sempre di isolarsi o di scovare un proprio “angolino” per recuperare il giusto equilibrio interiore.  Il pastore d’Islanda si trasforma in modo completo, diventando un uomo vivo, eroico e dinamico, nel momento in cui è a diretto contatto con i suoi amici animali e con il mondo della Natura pura. Benedikt parla con le piante e con gli animali come se fossero delle persone, anzi come se fossero la sua vera famiglia, nella quale lui si sente a suo agio, perché sa di trovare in essa l’amore completo. A Benedikt non importa se la Natura si comporta da Madre e da Matrigna, perché per lui sarà sempre la dimensione ideale nella quale trovare la propria pace esistenziale. Ad un certo punto l’uomo, ormai diventato troppo vecchio e acciaccato per compiere la sua impresa salvifica, dovrà rinunciare a fare il suo lavoro, lasciandolo in eredità ad un altro Benedikt, molto più giovane e questo non farà alto che lasciare nel Pastore d’Islanda di Gunnarsson un po’ di amara sofferenza per l’impossibilità di vivere ancora a diretto contatto con la natura Madre di ogni cosa. Traduzione di Maria Valeria D’Avino.

Gunnar Gunnarsson (1889-1975), plurinominato al Nobel, è uno dei più importanti nomi della letteratura islandese. Nato in una famiglia povera ma deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, si trasferisce in Danimarca dove riesce a terminare gli studi e comincia a scrivere romanzi che presto gli procurano fama internazionale e i più prestigiosi riconoscimenti. Tutte le sue maggiori opere sono state scritte in danese, tra cui Il pastore d’Islanda, La chiesa sulla montagna, L’uccello nero, e solo in seguito tradotte in islandese dall’autore stesso, che torna in patria nel 1939 per rimanervi fino alla morte. Il pastore d’Islanda ha avuto svariate letture e interpretazioni sia in Islanda che all’estero.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Non dirmi bugie, Rena Olsen (Newton Compton, 2017) a cura di Elena Romanello

16 marzo 2017 by
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Clara sta spazzolando i capelli ad una delle sue figlie adottive, quando alcuni uomini armati di un corpo di polizia scelto, fanno irruzione in casa, arrestano suo marito Glen, portano via le sue bambine e rinchiudono lei in un reparto psichiatrico.
Qui agenti federali e medici la chiamano con il nome Diana e iniziano a incalzarla con domande su suo marito e sulle sue attività, minacciando di chiuderla in un carcere femminile se non collabora: Glen ha urlato a Clara di non dire niente e lei vuole obbedirgli perché lo ama tanto, così come non vuole tradire la madre di lui, così importante nella sua vita.
Man mano che la storia procede, alternata tra passato e presente, emerge un’inquietante verità, basata su menzogne di anni, in mezzo alla quale Clara ha vissuto, sequestrata da un’associazione criminale che traffica in ragazze e bambine, tra bugie, violenze, omicidi, lavaggio del cervello, stereotipi inculcati. Per Clara sarà duro capire che tutta la sua vita è stata uno sbaglio, che Glen non era certo un grande amore da difendere, che ha perso cose e persone importantissime e che per lei può esserci redenzione e una nuova vita a patto che sappia rinnegare e distruggere quella vecchia.
Un thriller psicologico che racconta il dramma reale del traffico di esseri umani, soprattutto di giovani donne e bambine, frequentissimo anche nel civile Occidente, dal di dentro, spiegando che raggiri e bugie vengono raccontati spesso alla vittime, quando vengono prese da bambine, perché si accetti l’indicibile e l’anormale, fatto di prevaricazione e violenza, tra bordelli e vite come schiave di uomini molto più anziani.
Ma Non dirmi bugie è un libro interessante non solo dal punto di vista del thriller e della denuncia: in un momento in cui da più parti si esalta la sottomissione della donna, la sudditanza all’uomo, la mancanza di ribellione e soprattutto si minimizza la violenza domestica perché sempre amore è, questa storia di sopraffazione e menzogna è doverosa e da leggere proprio per far capire che amore non è violenza, amore non è oppressione, amore non è limitazione di una libertà e la ribellione di Clara, con il suo ritrovare se stessa può essere d’aiuto a qualunque donna o ragazza che si trovi alla prese con un rapporto oppressivo e limitativo.
Non dirmi bugie quindi si pone tra le storie thriller interessanti e di valore, quelle avvincenti ma capaci anche di parlare di problemi attuali e non certo solo legati al mondo della criminalità organizzata.

Rena Olsen Vive in Iowa, è una scrittrice, terapeuta, insegnante, cantante a tempo perso e soprattutto un’incrollabile ottimista. Di giorno cerca di salvare il mondo come psicologa scolastica, mentre di notte costruisce nuovi mondi sulla carta. Non dirmi bugie è il suo primo romanzo. Il suo sito internet è renaolsen.com

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’ufficio stampa.

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