:: Un’ intervista con Giusy De Nicolo

swtGiusy, grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. E’ vero che vivi a Londra in questo momento?

Grazie a te piuttosto. Sono pugliese, laureata in Lettere, ho un master in Mediazione familiare e ovviamente ho collezionato i lavori più diversi e improbabili: insegnante, operatrice di call centre, venditrice di pubblicità per una radio locale, educatrice in un centro diurno per minori in difficoltà, data processor… E sì, vivo in Inghilterra da quasi tre anni, in una cittadina a sud di Londra. Un posto a metà tra Paperopoli e Sleepy Hollow, ma molto, molto più freddo e buio.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Credo sia sempre stato lì, sin da piccolissima. Mi piaceva leggere e scrivere storie. Poi ovviamente costringevo genitori e sorella a leggerle. Per loro fortuna erano brevi.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Aiuto. Quanti ne posso elencare? Michail Bulgakov, Stephen King, Italo Svevo, Laurell Hamilton, Edgar Allan Poe, Christopher Moore, Luigi Pirandello, Shirley Jackson. E mi fermo. Ma tra due minuti mi dispererò per aver tralasciato qualche nome fondamentale.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

È una storia un po’ complicata. SweetDreams, il mio primo romanzo autopubblicato, nacque anni fa come feuilleton sul quindicinale con cui collaboravo. Nonostante l’azzardo, l’esperimento stava riscuotendo successo, senonché la rivista morì a seguito del cambio di proprietà con successivo tentativo di golpe. Una faccenda interessante, che magari poi ti racconterò. Comunque, il giornale sparì dalle edicole mentre la storia era ancora a metà e io mi dedicai ad altri due romanzi. Ma, vuoi perché nel tempo diversi lettori continuavano a dimostrarmi il loro affetto minacciandomi di ritorsioni cruente se non avessi concluso la storia, vuoi perché mi sembrava davvero un peccato, ho finalmente vinto la mia gigantesca pigrizia, rieditato, concluso e pubblicato da indipendente. Perciò direi che è stato tutto molto casuale e dettato dalla voglia di non abbandonare i lettori e vedere cosa sarebbe successo.

Hai pubblicato Echi di sangue, Apocalypse kebab con lo pseudonimo di J. Tangerine e SweetDreams. Ce ne vuoi parlare?

Echi di sangue è la storia di un comunissimo studente universitario con la sindrome del criceto, fuorisede a Bari, che dopo una serata di bagordi alcolici si imbatte in un vampiro, e da allora la sua vita sarà stravolta tra mafiosi albanesi, carabinieri con poco senso dell’umorismo e segreti mostruosi che sarebbe meglio lasciare sepolti.
Apocalypse kebab è un racconto di guerra, di alieni e d’amore ambientato in una Praga sull’orlo del collasso. Qui l’eroina più scazzata del mondo, per fermare l’apocalisse, dovrà uccidere il capo degli invasori. Solo che questi non solo è un ragazzo gentile e adorabile, ma ha anche delle ragioni più che valide per fare ciò che fa.
SweetDreams torna ai vampiri con una storia più corale, i cui personaggi principali sono, da una parte, Ivan, vampiro, guerriero e stratega, uno tosto e pericoloso ma con un debole per il musetto della nuova recluta, il quale si scopre al centro di una macchinazione che vuole stritolarlo; dall’altra parte ci sono Cataldo e Manuel, due nerd sfigatissimi trascinati nel conflitto dallo sciagurato interesse per il mistero dei vampiri.

Parli di vampiri. Scrivi storie horror, con sfumature umoristiche. Da Twilight in poi c’è stata quasi una saturazione del genere, declinato in tutte le salse dal romance, al new adult, all’ horror di stampo stokeriano. In cosa si differenzia il tuo stile?

Cerco di essere realistica, per quanto possa sembrare un nonsenso in una storia di succhiasangue. Mi sforzo di creare un mondo credibile, in cui i personaggi abbiano comportamenti e motivazioni sensate e coerenti. E mi piacciono i contrasti generati dalla collisione di universi all’apparenza inconciliabili, come quello dei vampiri con la vita di un ragazzo qualunque, il cui ricordo più terrificante fino a quel momento è stato il compagno di classe bullo che lo buttava nel cassonetto. Da ciò nascono le situazioni più spaventose ma anche i momenti esilaranti.

Perché secondo te la figura del vampiro affascina e continua ad affascinare? Che archetipo rappresenta?

Può essere il mostro puro, senza intelletto, governato solo dalla sete. Ma anche una creatura complicata e contraddittoria, che ha maturato saggezza e conoscenza ma al prezzo del dolore che una esistenza abnormalmente lunga comporta, che possiede qualità fisiche inumane di forza e resistenza ma non può sfuggire alle proprie passioni umane. Questo è l’archetipo che mi piace esplorare.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La prima stesura, quando sono completamente ossessionata dalla storia e, se va davvero bene, me la vedo dipanarsi sotto gli occhi mentre scrivo. È uno stato di grazia.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Già fatto, ma tutto sotto pseudonimo perché la mia compagna di merende non vuole apparire col vero nome. E se mi lascio sfuggire qualcosa mi strangola, mi dispiace. Però mi sono divertita come una pazza.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Scrivo sempre nella stessa stanza, con musica rock, punk o metal ad alto volume, e mangio, soprattutto cibo spazzatura. Tiro a cioccolata bianca, patatine e gelato. Una tragedia.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti?

Direi generalmente pacifico. Solo una volta mi sono trovata in mezzo a una rissa tra schieramenti diversi e a distanza di anni ancora non ho capito come ci sia finita. Ma finora i blogger che si sono occupati del mio lavoro mi hanno trattata bene. Con gli autoprodotti poi vedo che molto dipende dal genere. Alcuni blogger che si occupano di fantastico e horror parlano solo di romanzi pubblicati con Casa Editrice, altri solo di autoprodotti, alcuni non toccherebbero un libro italiano neanche con un bastone di due metri, altri il contrario. Chi non si pone tutte queste limitazioni mi pare siano le blogger che si occupano di romance. Mi sembrano più libere.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

Anni fa, mentre scrivevo il primo romanzo, sottoposi un racconto a un gruppo di lettura allora molto famoso. Si trattava di un lavoro a cui tenevo molto, che consideravo particolarmente riuscito. Dopo mesi di attesa ricevetti la risposta, una stroncatura completa. Fu una mazzata micidiale. Passai due giorni a piangere sui miei sogni infranti e su una bottiglia di primitivo di Manduria. E anche passata la sbornia non scrissi una riga per mesi. Quella volta ci sono andata davvero vicina. Poi un giorno ho deciso che, sì, va bene, chi se ne frega, a me piace troppo, e ho ripreso.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

Direi di sì. Si tratta sempre di cifre piccole, in rapporto al mercato italiano, ma una recensione positiva su un blog che gode della fiducia dei suoi lettori è importante.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Pure questa è difficile. Va ben, tre nomi totalmente diversi. Christian Frascella col suo Mia sorella è una foca monaca. Geniale, struggente ed esilarante, scritto benissimo. Claudio Vergnani, che con Il 18° vampiro ha inaugurato una serie di romanzi meravigliosa. Ha uno stile pulito, preciso e dissacrante, è un maestro. Tullio Avoledo. Il suo L’elenco telefonico di Atlantide è una spanna sopra i romanzi più acclamati degli ultimi venti anni.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Con incredibile ritardo, American gods di Neil Gaiman. È magnifico, ne sono innamorata.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Intanto grazie mille a te per il tempo che mi hai dedicato. E no, ancora non sto scrivendo. Sono ancora in fase di rimuginio furioso. Sto cercando di far combaciare i pezzi. Echi di sangue ha volutamente lasciato alcune domande in sospeso e alcuni dei lettori che lo hanno apprezzato mi chiedono da anni una seconda parte. Mi sembra giunto il momento di rispondere.

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