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:: Favole per bambini molto stanchi, Dente (Bompiani, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 giugno 2015

kkAvviso ai gentili lettori di Liberi di Scrivere:

chi vi scrive cercherà di essere il più possibile breve e concisa.

Bene. Già vi vedo con gli occhi sgranati come a dire: “Per quale motivo? Recensisci libri, dovresti argomentare.” – critica giustissima, avete ragione, ma qui ci sono dei bambini molto (molto) stanchi che avrebbero bisogno delle loro favole preferite per riuscire ad addormentarsi. No, non solo per prendere sonno, sopratutto per prendere coscienza del Mondo che li circonda.
Bambini: piccoli, grandi, di ieri, di oggi, di domani. Chissà. Sicuramente molto stanchi.

Sono loro i primi interlocutori a cui si riferisce il cantautore emiliano Dente (Giuseppe Peveri) nel suo Favole per bambini molto stanchi, uscito lo scorso 4 giugno per Bompiani e con le splendide illustrazioni, quasi degli stati d’animo trasmessi a matita su un foglio bianco, nate dalla mano di Franco Matticchio.
mmDente non è un cantautore. Di più. Un ludolinguista, sa giocare e creare componendo musica. Un mago col cilindro da cui escono parole a volte dolci, a volte disilluse, di sicuro ironiche e sognanti. In un passato remoto, sarà stato sicuramente un aedo, nella Grecia omerica, o un cantastorie, trovatore, menestrello o come vogliamo definirlo, in tempi più (o meno) recenti.

Capacissimo di cimentarsi con le parole in musica, ha deciso di ribaltare il concetto di favola. Come? Ribaltando il concetto di favola e scrivendo, come fossero tante isole nere su un mare di carta bianca, storie che somigliano a filastrocche (non sempre in rima). Queste favole per i bambini stanchi non hanno regole, spesso non hanno neanche una fine. Sono del tutto immaginarie, al punto da tralasciare logica e morale.
Più di duecento pagine di storie per niente noiose e nemmeno difficili alla lettura. Favole d’amore, con il finale a sorpresa, buone,storiche etc etc che, come avrete intuito, tutto hanno, fuorché una morale. Girano intorno ad un nonsense chiaramente ricercato. Non rispettano la punteggiatura. Possono essere corte o più lunghe. Tristi o felici.

Unica costante la parola fine seguita dal punto fermo e il titolo in apertura. Anzi. Il titolo c’è di certo, la fine non è detto che ci sia.

Un universo aperto, parallelo al nostro. Un Mondo in cui odio, amore, quotidianità, sfiducia, felicità, uomini (verosimili, ma anche un po’ fuori dal comune) e animali si incontrano in un vorticoso giro di valzer dal ritmo scanzonato che solo una chitarra classica in versione acustica può avere.

Dente, classe 1976, cantautore, è nato a Fidenza in provincia di Parma. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Dente non è il nome d’arte di Giuseppe Peveri, piuttosto un soprannome datogli da uno zio. Prima di intraprendere la carriera da solista con il suo primo album Anice in bocca (Jestrai, 2006) è stato chitarrista nei Quic. Seguiranno Non c’è due senza te (Jestrai, 2007), L’amore non è bello (Ghost Records/Venus, 2009), Io tra di noi (Ghost Records/Venus, 2011) e Almanacco del giorno prima (RCA/Sony Music, 2014), suo ultimo lavoro musicale. Famoso per la sia abilità di saper giocare con le parole, Favole per bambini molto stanchi (Bompiani, 2015) è il suo primo libro.  (www.amodente.com)

© illustrazioni Franco Matticchio/Bompiani Editore

:: La vita sessuale dei nostri antenati, Bianca Pitzorno (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

12 giugno 2015

sIl mio “vizio di leggere”, da bambina, aveva quasi esclusivamente un solo volto.
Sì, eccome se me la immaginavo questa signora, immersa con passione nelle sue storie che mi entusiasmavano così tanto. Storie di libertà e sogni, di realtà belle e brutte, ma con un immancabile lieto fine. Non sapevo nemmeno in che parte del Mondo abitasse questa mitica scrittrice che ammiravo tanto, ma in quegli anni non mi interessava perché la sentivo comunque vicina al mio essere.
Vi sto parlando di Bianca Pitzorno, scrittrice conosciutissima in Italia e all’estero che rappresenta un pezzo importante della mia infanzia: l’ho saputo da subito, infatti, ne ero più che certa: in compagnia dei suoi libri avrei passato delle ore incredibili con le sue eroine, tutte al femminile e le sue storie, mai noiose, mai banali, figlie di una fervida immaginazione che mi faceva sgranare gli occhi pagina dopo pagina.
Il suo Ascolta il mio cuore (Mondadori, 1991) ha la mia stessa età. Polissena del Porcello (1993), bambina capace di inventarsi un’altra vita mi piaceva tanto. Anni dopo ho ricevuto in regalo, letto e riletto Tornatràs (2000), eletta mia personalissima storia preferita tra quelle scoperte fino a quel periodo. Tra tutte, a dir la verità.
Ho sempre adorato Bianca Piztorno. L’ho sempre trovata di una semplicità e di una profondità disarmante. Fantasia, realtà, alberi genealogici, intrecci, incontri, bambine in bicicletta coi capelli rossi e le lentiggini, incomprensioni, adulti troppo bambini.
Proprio questo, l’ultimo romanzo per ragazzi della Pitzorno che ha fatto breccia nel mio cuore forse molto più degli altri, mi ricorda che di tempo ne è passato.
Non possiamo più identificarci, io e le altre bambine – eroine della mia generazione, nei bellissimi personaggi nati dalla penna di questa scrittrice capace di venirti incontro e travolgerti in un vortice di emotività e ottimismo anche quando le cose si fanno più nere. Siamo cresciute.
Anche il modus scribendi della Pitzorno è cambiato.
Il romanzo soggetto – oggetto di questa recensione non è un libro per ragazzi. Assolutamente.
Ce lo dice il titolo stesso: La vita sessuale dei nostri antenati, uscito lo scorso primo giugno ed edito sempre dalla Mondadori. Dando uno sguardo solo alla copertina, ci aspetteremmo qualcosa tipo un saggio universitario di socio-etno-antropologia, ma vi assicuro che non si tratta di questo.
L’eloquente sottotitolo – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi – ce lo spiega. Si tratta di una storia di famiglia. Una di quelle famiglie altolocate, dall’aria sempre sostenuta. Nobili, dal sangue blu. Con segreti inconfessabili. Con una vita sessuale e sentimentale più simile a quella di “comuni mortali” che altro.
No, nessuno è stato generato per partenogenesi. Persino il più insospettabile, fiero e altero dei personaggi di questo romanzo ha dato sicuramente modo alla sessualità di sfogarsi.
Ada, la protagonista, è una donna figlia del suo tempo, una femminista, una sessantottina, libera, ma, contemporaneamente, divisa tra i ricordi sfumati di un passato doloroso e un presente poco chiaro, fatto di viaggi per motivi di studio/lavoro (è una grecista) e avventure che lasciano intuire una sua instabilità di fondo. Attorno a lei gravitano principalmente le figure della nonna, Donna Ada Bertrand Ferrell, la mater familias, lo zio Tan (Tancredi), figlio di primo letto di nonno Gaddo, punto di riferimento e spalla della giovane e, infine, sua cugina Lauretta, di poco più grande ed orfana come lei di padre e madre. La nonna è loro tutrice legale e cerca in tutti i modi di crescerle come meglio si addice a ragazze provenienti da una delle migliori famiglie di un qualsiasi paesino d’Italia, qui, nel romanzo, chiamato Donora.
Ecco l’incipit:

Cara Lauretta, cara cugina come me orfana e come me allevata dalla inflessibile nonna nel culto della nostra nobilissima stirpe, perdonerai mai all’autrice di avere scritto questo libro sui nostri antenati? Di averne rivelato i segreti e i peccati più insospettabili a partire dal lontano Cinquecento, quando una firma del Vicerè su una pergamena rese blu il nostro sangue che prima era rosso come quello di tutti gli altri abitanti di Ordalè e di Donora? Adesso che abbiamo quasi quarant’anni, che abbiamo vissuto la liberazione sessuale e le sfrenatezze del Sessantotto, che abbiamo messo la testa a partito, non ci dovrebbe risultare così difficile accettare che anche i nostri antenati, e specie le antenate, abbiano avuto le loro storie di letto, e non sempre esemplari. Lo so che per chiunque è difficile pensare che i propri genitori hanno avuto una vita sessuale, e che se così non fosse noi non saremmo qui…E i nostri nonni, come immaginarli a rotolarsi peccaminosamente tra le lenzuola? Ma con i bisnonni non dovrebbe essere così impossibile, specie se sappiamo che hanno messo al mondo quindici figli. Per non parlare dei trisnonni e dei quadrisnonni. Senza l’attività sessuale dei nostri antenati il genere umano si sarebbe estinto. Eppure tu, Lauretta, quando accenno a questo argomento ti turi le orecchie e strilli: “Bisogna essere proprio dei maniaci sessuali per pensare a certe cose”. Lauretta, Lauretta, ti piace tanto sapere chi erano e cosa facevano i nostri antenati, che rapporti c’erano tra zio Tan e Armellina, chi era il pittore che ritrasse Garcia e Jimena nella Cattedrale di Ordalè… Conservi con cura l’abito di broccato che la nonna, donna Ada Ferrell, indossò nel giorno delle nozze. Le nozze, appunto, il letto comune! Cosa avveniva in quel letto una notte dopo l’altra? E negli anni a seguire i sette figli. Li aveva mandati lo Spirito Santo in forma di colomba? Lauretta, bisogna proprio che ti spieghi come sono andate le cose? Ora, passata anche quest’ultima tempesta, ascoltami: ti racconterò molti segreti che neppure immagini. Tua Adita.

Una storia difficile, capace di travalicare secoli (principalmente dalle prime generazioni della famiglia Bertrand Ferrell nel ‘500 agli anni Settanta, in pieno clima di rivoluzione sessuale). Una storia di orfani cresciuti da persone molto più grandi dei propri genitori. Una storia che racconta di un gap generazionale non trascurabile e di come la sessualità sia stata (e per alcuni rimane ancora) un forte tabù. Una storia che permette alla Storia, quella che tutti abbiamo studiato a scuola, di incarnarsi nell’animo dei protagonisti, influenzandone vita comunitaria, lavorativa e, certamente, anche quella sessuale. Un libro interessantissimo e coinvolgente, una prosa che non annoia, legata dal leitmotiv del percorso a ritroso nella propria vita, individuale e familiare, legata alla costante dei rapporti umani che vanno oltre qualsiasi apparenza di formalità e rigore.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

:: Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault, (Rizzoli, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2015

Virginia-Wolf-1024x1024Virginia e Vanessa sono due sorelle sempre vicine che si vogliono davvero bene, tanto che nulla sembra scalfirle. Un giorno però Virginia, non si sa perché, si sveglia con il lupo dentro. Questo stato d’animo la fa stare male e la porta a recidere ogni rapporto con il mondo esterno. Virginia si chiude sempre più in se stessa, vuole stare solo in camera sua e da sola. La bambina è così triste che anche la sua voce si trasforma, tanto da non essere più umana, ma un verso che ricorda l’ululato di un lupo. Vanessa assiste quasi impotente al dramma che sta colpendo la sorella, ma non si arrende. La piccola si rimbocca le maniche e fa la cosa che meglio le riesce: disegnare. Pennelli, colori, uno, due, tre, tanti fiori colorati iniziano a riempire le pareti della camera di Virginia, dando vita ad un vivace e fantastico giardino che riporta nella ragazzina la serenità e la voglia di vivere. Il libro di Kyo Maclear ha per protagoniste Vanessa Bell e Virginia Woolf, due sorelle britanniche molto famose, la prima come pittrice e arredatrice e l’altra come scrittrice e attivista nella lotta per la parità tra i due sessi, ma queste pagine narrano la solidarietà e il bene tra consanguinei attraverso l’importanza dell’immaginazione e dell’arte. Chi racconta la storia in Virginia Wolf è Vanessa e il suo colorare e disegnare attorno a Virginia forme che la rendano felice, sono la rappresentazione metaforica di una mano tesa con il fine preciso di dare aiuto e portare il sole in quell’animo minato dal malumore, dalla malinconia e dalla tristezza (il lupo nero). Delicate ed eleganti sono le illustrazioni di Isabelle Arsenault che con tratti semplici e precisi riesce a tradurre in immagini la storia e i sentimenti che legano le due sorelle. Traduzione Beatrice Masini.

Kyo Maclear è una scrittrice, saggista e autrice per bambini. Nata a Londra si è trasferita con i genitori, all’età di quattro anni, a Toronto. Laureata in Storia dell’arte e Studi culturali all’Università di Toronto, i suoi testi sono pubblicati in Nord America, Europa Asia e Australia. Il suo primo racconto, The Letter Opener (Harper¬Collins), nel 2007 è stato finalista dell’ Amazon.ca/Books in Canada e First Novel Award, and nel 2009 è stata premiata con il premio K.M. Hunter Artist Award in Literature.

Isabelle Arsenault è un’ illustratrice laureatasi in Disegno grafico all’ Università del Québec a Montréal. Molte sono le sue collaborazioni con riviste in Canada e negli Stati Uniti. Nel 2004 ha illustrato il suo primo libro per bambini (Le coeur de Monsieur Gauguin), nel 2005 le permettera di vincere il prestigioso premio Prix du Gouverneur général dans la catégorie illustration jeunesse de langue française . Nel 2012 grazie alle illustrazioni per Virginia Wolf scritto da Kyo Maclear, la Arsenault ha ricevuto il premmio Le deuxième Prix Littéraire du Gouverneur Général .

:: Finché sarò tua figlia, Elizabeth Little, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 giugno 2015

FinJanie era una volta una ragazza bella, ricca e famosa, una protagonista della vita mondana di Beverly Hills tra feste ed eccessi vari, finché non fu accusata di aver ucciso la madre Marion, filantropa e miliardaria con cui non andava particolarmente d’accordo, e rinchiusa in carcere. Dieci anni dopo, il suo avvocato riesce a farla uscire per un vizio procedurale del suo processo (cosa possibile negli States) e Janie decide di scoprire la verità su questa madre perfetta e sulla sua morte, di cui lei non è comunque colpevole.
Nascondendosi sotto una falsa identità e inseguita tra gli altri da un blogger implacabile, Janie inizia a fare un viaggio in incognito, ricordando alcuni particolari della morte della madre e qualcosa che le aveva sentito dire poco prima di morire, e arriva nella cittadina mineraria di Adeline, nel South Dakota, dove scoprirà la storia di Tessa, ragazza ribelle e insofferente come lei, che trent’anni prima sparì per nuovi lidi e che è qualcuno che lei ha conosciuto in altri tempi e con un altro nome.
Il genere thriller funziona sempre, con il suo tema di fondo della ricerca della verità, e qui il libro è originale come atmosfere, personaggi, punto di vista del narratore. Di solito il detective della situazione è un poliziotto o una figura simile, non un diretto o diretta accusato/a di omicidio, che ricostruisce la storia in prima persona, un’ottima scelta perché si seguono in tempo reale i progressi dell’indagine, con inframmezzati pezzi di giornale, mail, interrogatori, diari.
Finché sarò tua figlia, traduzione non fedelissima dell’originale Dear daughter, cara figlia, mette in scena anche il lato oscuro del bel mondo di Beverly Hills, protagonista di tanti romanzi, film, serie tv, ed è incentrato su una protagonista comunque poco simpatica, ragazza viziata e piena di vizi caduta all’inferno, che cerca di riscattarsi in maniera poco ortodossa, indagando sul passato di una madre che ha per lo più detestato, ma a cui scoprirà di assomigliare molto.
Storia senza eroi ma basata sulla ricerca della verità e sulla riscoperta di rapporti familiari e sentimenti, con un finale che suona come un colpo netto, Finché sarò tua figlia presenta una buona variante sul genere thriller oltre che un viaggio nell’animo dei poco simpatici della società, fortunati ma anche loro vulnerabili, e una riflessione sul rapporto madre figlia, da due punti di vista che non potranno più incontrarsi.

Elizabeth Little è nata e cresciuta a St. Louis e si è laureata a Harvard. Scrive per il «New York Times» e il «Wall Street Journal». Finché sarò tua figlia è il suo romanzo d’esordio.

:: La specialista del cuore, Claire Holden Rothman (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

10 giugno 2015

phLe prime donne medico ufficialmente riconosciute nella società moderna furono alcune pioniere nei Paesi anglosassoni nell’Ottocento, come Maude Abbott, dottoressa a Montreal, vissuta tra il 1869 e il 1940, tra le prime a studiare medicina e a seguire la sua strada in un Paese poco noto a livello storico e sociale, rispetto al suo più famoso vicino gli Stati Uniti, ma dove trovarono spazio sperimentazioni e figure femminili d’avanguardia.
Alla vita della Abbott è liberamente ispirato il romanzo La specialista del cuore, di Claure Holden Rothman, che racconta la vita di Agnès, anticonformista fin dall’infanzia, da quando il padre, medico lui stesso e accusato di aver ucciso la sorella disabile Marie, la saluta prima di scappare. Agnés crescerà nel ricordo di quest’uomo incapace di affrontare la realtà ma di cui raccoglierà l’eredità accademica, capo famiglia tra una nonna sempre più anziana  ma che non la ostacolerà e una sorella minore, Laure, incapace di vivere nella realtà e chiusa in una specie di eterna infanzia come molte donne della sua epoca, portando avanti una vita fuori dagli schemi e per questo intrigante e insolita.
Nelle pagine del libro emerge la condizione femminile dell’epoca, ma anche la storia della scienza e della medicina dell’epoca,  campi di sperimentazione e studio ancora di più allora, oltre che gli eventi e i fatti di un mondo tra l’Ottocento e il dramma della Prima guerra mondiale. Il tutto è incentrato su Agnès, bambina, poi ragazza e poi donna, con una missione nel cuore che la porterà a trascurare il resto e il desiderio di ritrovare chi se ne è andato, anche a distanza di decenni, a costo di rimanere delusa e di capire ormai come la sua vita e la sua strada siano un’altra cosa, che riguarda solo lei.
Un romanzo storico e femminista, oltre che un tributo a chi, uomo o donna, da sempre cerca di aiutare gli altri: La specialista del cuore è una storia che avvince e appassiona, un modo per dare voce a tutte le donne che si sono ribellate alle convenzioni sociali e per tutti coloro che si sono dedicati alla scienza e alla ricerca. Tutto il romanzo è interessante, ma la parte per certi aspetti più godibile è quella relativa all’infanzia di Agnès, bambina che studia la natura e che salvaguardia le ricerche di questo padre imperfetto ma essenziale nella costruzione della sua vita.
Il tutto con una ricostruzione storica efficace e senza cadere in facili trappole sentimentali, costruendo con Agnès, bambina abbandonata e curiosa, e donna sempre in cerca di qualcosa e qualcuno, un personaggio che resta nel cuore, emblema della scienza e del suo eterno cercare di migliorare il mondo mettendosi sempre in discussione e anche di tutte quelle persone, donne in testa ma non solo, che non hanno saputo e voluto accontentarsi.

Claire Holden Rothman vive a Montreal. Ha conseguito la laurea in filosofia alla McGill University e in letteratura inglese alla Concordia University. Per tredici anni ha insegnato letteratura inglese al College di Marianopolis e scrittura creativa alla McGill. È inoltre autrice di due raccolte di racconti. Il suo primo romanzo, La specialista del cuore, è stato eletto tra i sei migliori romanzi del 2009 dalla rivista Quill and Quire.

:: The Academy, Amelia Drake, (Rizzoli, 2015) a cura di Micol Borzatta

10 giugno 2015

drakeTwelve è una ragazza all’apparenza come tante altre. Solo all’apparenza perché Twelve è un’orfana di dodici anni. Il nome non deriva dalla sua età, è sempre stata chiamata Twelve, da quando la direttrice dell’orfanotrofio Moser l’ha trovata, il nome infatti deriva dal fatto che è stata la dodicesima orfanella trovata nel suo anno, anno definito Anno Nero perché dal primo gennaio al 31 dicembre gli orfanelli raccolti sono stati settanta.
Come per tutti gli ospiti dell’orfanotrofio e della città intera anche per Twelve è giunto il momento, con il compimento del suo dodicesimo anno di età, di affrontare gli esami di selezione per entrare in una delle diciotto accademie della città che permetteranno di entrare, al loro termine, nel mondo del lavoro.
Twelve supera alla grande la selezione e mentre si sta dirigendo verso l’Accademia di Servizio, quella in cui le hanno fatto credere di essere entrata, viene rapita e portata alla diciannovesima Accademia, l’Accademia dei Ladri. Un’accademia segreta conosciuta solo come una leggenda.
Twelve cerca di scappare, ma le scoperte che fa sono strabilianti…
Un romanzo fantastico che punta a un target di adolescenti, ma in realtà adatto per qualsiasi lettore di qualsiasi età perché sa coinvolgere in un modo quasi magico.
Trasporta il lettore in un mondo di invenzione che per tutta la durata della lettura sembra reale, a tal punto che il lettore non vuole staccarsi da quelle pagine per paura quasi di poter perdere anche un solo attimo delle avventure dei protagonisti. Personaggi che sono descritti talmente minuziosamente che legano immediatamente con il lettore che si ritrova a patteggiare per uno o per l’altro, incitandoli e supportandoli a ogni pagina, a ogni riga, a ogni parola di tutto il romanzo.
Lo stile segue perfettamente le atmosfere diventando più calmo o più frenetico in base alle esigenze, e il linguaggio semplice permette di potersi godere la lettura senza doversi concentrare troppo su passaggi complessi ma seguendolo come se scorresse linearmente nell’anima.
Un romanzo consigliato a tutti che alla sua fine lascia un senso di vuoto come se avessimo salutato dei cari amici portandoci a voler iniziare il prima possibile il seguito della saga per poterli rincontrare e sapere come proseguono le loro avventure.

Di Amelia Drake si conosce davvero molto poco. Non ama molto le foto e difatti non ne troviamo nemmeno una. Seguendo i suoi racconti autobiografici sappiamo essere molto alta e con i capelli neri, ama i tatuaggi e ne ha fatto uno alla base del collo a forma di lacrima.
Ama i libri, a tal punto che nel suo piccolo appartamento si dice ne abbia più di diecimila.
Ha lavorato per molto tempo come cameriera in un ristorante di lusso, ed è proprio mentre serviva i tavoli che le è venuta in mente la storia di Twelve, così non ha potuto fare altro che prendere la sua penna stilografica d’ottone che si è costruita da sola e iniziare a scrivere il primo volume di questa meravigliosa saga.

:: Caligola Impero e follia, Franco Forte, (Mondadori, 2015) a cura di Laura M.

7 giugno 2015

3Se pensiamo che Io, Claudio di quel genio eclettico che era Robert Graves, uscì nel 1934 e ci presentò un Caligola fedele alla figura maledetta tramandata dai classici (pensiamo solo a Le Vite dei Cesari di Svetonio, e agli scritti di Dione Cassio), e che forse solo Camus dedicò a Caligola un’ opera teatrale, sempre condizionata da questa quasi indelebile damnatio memoria, non sono molte le opere letterarie dedicate o che anche trattano anche solo fuggevolmente la storia di questo sfortunato terzo imperatore della dinastia Giulio Claudia (morì a soli 29 ucciso da una congiura di pretoriani che portarono al potere lo zio Claudio) famoso forse più per aver fatto senatore il suo cavallo che per campagne militari, costruzioni di acquedotti o leggi o donazioni a favore degli strati più poveri della popolazione.
Ma dopo tutto aveva il suo bel daffare, come vedremo, per restare vivo, tra intrighi di corte, lotte di successione e vendette varie. In tempi più recenti giusto La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori dell’italiano Andrea Frediani ne ha parlato, ma anche qui è solo un personaggio tra i tanti descritti.
A sanare questa anomalia ci ha pensato Franco Forte con il suo Caligola Impero e follia, edito da Mondadori collana Omnibus Italiani, finalmente un’opera dedicata interamente a questo imperatore e narrata in terza persona ma dal suo punto di vista. Dandogli voce insomma e cercando di rendergli giustizia dopo tutti questi secoli, seguendo l’onda della storiografia ufficiale che sta cercando di scavare più a fondo analizzando le fonti (a dir vero poche, la damnatio memoria aveva anche questo inconveniente) con occhio critico soprattutto soppesando le reali motivazioni che spinsero Svetonio a descrivere Caligola come un pazzo sanguinario odiato da nobiltà e senato.
Un po’ come successe con i film western, all’inizio gli indiani erano brutti e cattivi poi si scoprì che qualche ragione ce l’avevano per cercare di difendersi dagli Yankee e che la loro cultura, lingua, religione aveva una dignità che andava rispettata e anche i film iniziarono a trattarli con sfaccettature più umane.
Si sa il romanzo storico è un ottimo veicolo di cultura e insegnamenti e se è messo in buone mani, e quelle di Forte lo sono, può dare vita a opere interessanti e anche storiograficamente accurate. E Forte ama scartabellare vecchi archivi, comparare documenti, aggiungendo poi alla narrazione quel tocco di fantasia che non guasta e invoglia alla lettura.
Ha inoltre uno stile di scrittura classico, apparentemente semplice (frutto di anni di studio, la semplicità non è mai semplice), privo di barocchismi, e questo è sicuramente il segreto che rende di facile lettura anche opere decisamente corpose e complesse.
Caligola Impero e follia è dunque un buon romanzo storico, ben strutturato, che copre una vasta parte della vita del personaggio, dall’infanzia alla morte.
Gaius Iulius Caesar Germanicus, soprannominato Caligola, (dai soldati di suo padre per l’uso fin da piccolo dei tipici calzari militari detti caliga), fu il più giovane di figli di Germanico e Agrippina Maggiore. Come risucì a sopravvivere alla sua famiglia è una storia avventurosa, che Forte ci narra con dovizia di particolari. Caligola sopravvive infatti ai suoi fratelli e all’amata (incestuosamente) sorella Drusilla, a suo padre, avvelenato quando lui ha sette anni, e a sua madre suicida in un’isola dove era stata confinata. Sopravvive per la sua astuzia, che o fa ascoltare tutti i corrotti di Roma quando è ancora ragazzino, e lo mette in guardia da tutte le cospirazioni che decimano la sua famiglia fino a essere eletto imperatore.
Sopravvive ad un avvelenamento e dopo aver visto morire avvelenata Drusilla capisce di non potersi più fidare di nessuno, e non potendo più nascondersi, (non è più un ragazzino che può passare in secondo piano) per sopravvivere utilizza metodi durissimi contro la nobiltà e il Senato e naturalmente fare questo a Roma è come firmare la propria condanna a morte.

Nato a Milano nel 1962, Franco Forte cura le collane da edicola Mondadori (Il Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania) ed è considerato uno dei più importanti autori italiani di romanzi storici. Molti dei suoi romanzi sono stati pubblicati da Mondadori. Tra questi i due titoli della serie ‘Il romanzo di Roma’ Carthago (2009) e Roma in fiamme (2011), i gialli storici con protagonista il notaio criminale Niccolò Taverna Il segno dell’untore (2012) e Ira Domini ‘ Sangue sui Navigli (2014) e Gengis Khan ‘ Il figlio del Cielo (nuova edizione 2014). Ha inoltre lavorato per la televisione, come autore delle serie ‘Distretto di Polizia’ e ‘RIS: Delitti imperfetti’ e dei film TV ‘Giulio Cesare’ e ‘Gengis Khan’.

:: Dimmi di che segno sei, Alessia De Luca, (Rizzoli, 2015) a cura di Elena Romanello

6 giugno 2015

3L’espressione chick lit porta con sé essenzialmente due icone, anche se non più recentissime: da un lato Bridget Jones, giornalista londinese in cerca del grande amore tra diete e serate con gli amici e dall’altro Carrie Bradshaw, stesso lavoro ma a New York, a caccia di uomini con le migliori amiche in Sex and the city.
Ma negli anni sono emersi nuovi personaggi, anche in casa nostra, nelle nostre città che si scoprono altrettanto spumeggianti che Londra e New York. Come la Roma riscritta da Alessia De Luca, in una miniserie di quattro romanzi dove amore, sesso, party, segni zodiacali sono gli elementi di una ricetta che funziona, in corso di pubblicazione per Rizzoli e già opzionati per un adattamento televisivo.
L’eroina della situazione è Francesca, tornata nella sua città natale, la Città eterna, dopo una delusione d’amore, pronta a rinnamorarsi ma anche a incasellare le persone in base al segno zodiacale, dopo che lei, Scorpione, è stata delusa da un Bilancia. Ovviamente le cose saranno anche più complesse, in una serie di avventure in cui la nostra eroina si confronta con Marianna, del Toro, sua amica di sempre che come lei adora Roma, Massimo La Notte, forse una Bilancia, affascinante direttore di una rivista di moda, il redivivo ex Gianni della Bilancia, il bellissimo Lorenzo, vicino di casa di Francesca e dell’Acquario, il buon partito Stefano del Toro che abita nella stessa casa dei genitori di Francesca, l’astrologo Gabriele dello Scorpione, i due musicisti Jack (dell’Ariete) e Claude (dei Pesci), il principe Alessandro del Leone e altri ancora.
La serie è composta da Dimmi di che segno sei e Un segno dal destino che sono già usciti e gli imminenti Nel segno di una passione e Il segno perfetto. Quattro romanzi che presentano una via italiana ad un genere non certo solo di appannaggio della narrativa anglosassone, mescolando il tutto con elementi tutti nostrani quali la passione per l’oroscopo e l’esaltazione di Roma.
Senz’altro divertenti per gli amanti, o si dovrebbe dire le amanti del genere, e curiosi per i nomi nostrani e le atmosfere, da cui emerge l’amore per Roma, città che per decenni fu vista come un simbolo pop, aspetto che andrebbe recuperato.

Alessia De Luca è di Roma come la sua Francesca, ma vive e lavora a Roma, dove tra le altre cose scrive oroscopi per il portale Alfemminile.com.

:: Via Ripetta 155, Clara Sereni – (Giunti Editore, 2015) a cura di Lucilla Parisi

5 giugno 2015

6Non mi importava del freddo, non mi importava della fame che ancora, soprattutto a fine mese, mi faceva sognare un panino col tonno o col prosciutto. Non mi importava di niente, non mi preoccupavo di niente: direi che ero felice, benché la parola suoni anche a me eccessiva. Ero piena di me. Poter dire casa mia. E poi lì, a via Ripetta, la strada dove avevo trascorso il primo Capodanno adulto, di scoperta e di politica […]. Il futuro era un cantiere aperto, molte e grandi cose da fare. Senza timore di infortuni.

Questo è uno di quei libri che sanno farti star bene. Sì, perché finalmente in un’epoca di individualismo imperante e di totale assenza di partecipazione, che altro è dalla condivisione del tutto e a ogni costo sui social network, si ritorna a parlare di quando davvero si era parte di qualcosa. Di quando le idee erano la base, il punto di partenza – almeno nelle intenzioni – del cambiamento, perché le cose si potevano ancora cambiare; di quando la lotta non era il fine, ma il mezzo per affermare, contestare, abbattere, sovvertire, creare. In cui i luoghi di riunione e confronto erano reali e non virtuali e dove si guardava al presente proiettati al futuro. E forse pensavamo che nulla sarebbe accaduto comunque, di nuovo quel senso di stare dalla parte giusta, di invincibilità.

Ritrovarsi a Roma mentre leggevo il nuovo libro di Clara Sereni è stata una piacevole coincidenza. Ho guardato la città oltre il peso di quei ridicoli addobbi e lustrini che la ricoprono come una vecchia baldracca, cercando di riconoscervi l’aspetto che poteva avere ben oltre quarant’anni fa. Ho provato a ritrovarvi i segni lasciati da quella tensione positiva che la rendeva viva e pulsante.

Con l’autrice è stato bello ripercorrere un decennio significativo della nostra storia – dal ’68 al ’77 –, anni in cui, poco più che ventenne, Clara Sereni scoprì in via Ripetta 155, l’indirizzo della sua nuova casa: il luogo del riscatto da una famiglia ingombrante e l’inizio della sua crescita umana e politica. Via Ripetta al civico 155 non è ancora via della Scrofa ma è a cinque minuti a piedi da Piazza Navona dove tutto succedeva, ci si incontrava si discuteva si cantava.

Gli eventi più significativi di quegli anni fanno da sfondo all’autobiografia di un’intera generazione in movimento, spinta dalla incontenibile forza delle idee e dalla necessità di rivoluzione.

Lotta continua aveva cominciato la sua battaglia contro il commissario Calabresi: delle colpe della polizia eravamo certi, non solo Piazza Fontana ma Pinelli e anche Valpreda erano ferite che non potevano rimarginarsi. E tutti gli altri morti ammazzati nelle manifestazioni e negli scioperi, una lunga teoria di lapidi. […] La vittoria del referendum sul divorzio era ancora calda, presente. Alla manifestazione per ricordarla non andai, avevo un lavoro urgente da finire. Poi la polizia di Cossiga sparò, morì Giorgiana Masi a ponte Garibaldi, poco lontano da casa mia dove io me ne stavo tranquilla: mi sentii in colpa. […] la rabbia per Giorgiana Masi ci toglieva ogni timidezza.

I cortei, le riunioni, le proteste erano la forma più naturale di confronto: erano momenti significativi di aggregazione, capaci di avvicinare i più giovani ai meno giovani, per condividere pensieri che erano più che sogni e trovare insieme le modalità per dare loro concretezza, nonostante tutto.

Scioperi e scioperi. Le manifestazioni di piazza […] i cortei improvvisati nei reparti. Dunque malgrado le minacce la lotta non si fermava, gli operai non erano mai stati così forti. […] Insomma era chiaro, da ogni parte provavano a fermare le lotte, il progresso, il mondo.

La storia personale di Clara Sereni è solo il pretesto per raccontarci molto più di un pezzo di vita: si tratta di dieci anni di storia saturi di eventi e occasioni mancate, soprattutto per chi poi è rimasto a guardare il crollo di ideali che sembravano non poter fallire e ad assistere all’imbruttimento e impoverimento umano e politico di un Paese che non ha più niente da dire.

Tornando verso via Ripetta la luna splendeva sul Gianicolo e illuminava tutta Roma, stesa davanti a noi che sembrava di poterne toccare ogni via, ogni palazzo, ogni chiesa: la città l’avevamo già presa, ora la speranza concreta era nel sorpasso del Pci sulla Democrazia cristiana alle elezioni politiche. […] C’era la convinzione che l’Italia potesse cambiare, anzi che fosse già cambiata, e che del mutamento fosse ora possibile cogliere i frutti. […] Solo che il sorpasso non ci fu: di fronte al pericolo comunista gli italiani si tapparono il naso, e la Democrazia cristiana si confermò, seppure di poco, il primo partito. […] La piccola borghesia affilava le unghie senza più vergogna di sé, e ancora ci raccontavamo di una rivoluzione possibile.

Non ci sono giudizi in questo libro, non ci sono recriminazioni o prese di posizione. Ci sono i fatti così come raccontati da chi li ha vissuti in prima persona. In quegli anni tutto era possibile e necessario. Insomma, erano i tempi in cui bastava essere sull’agendina di qualcuno perché polizia e carabinieri costruissero sospetti di congiure, di terrorismo. […] La polizia massacrava alla stazione Termini quelli che tentavano di ripartire con il treno, ma massacrati eravamo tutti da quella svolta violenta che non avevamo voluto, e che ci travolgeva. Non con lo Stato, non con le Brigate rosse, non con l’Autonomia, non con i provocatori quali che fossero: soli con noi stessi. […] Discutevamo poco, non trovavamo più le parole. Dubitavamo ormai di tutto, delle parole dei dirigenti come di quelle dei giornali.

Camminando su via Ripetta ho alzato lo sguardo al 155 e mi è sembrato che qualcosa ancora ci fosse da vedere. Forse i quattro piani di scala a chiocciola o il soffitto a cassettoni dell’appartamento, il tinello o lo scaldabagno montato in orizzontale anziché in verticale per via della scarsa pressione dell’acqua, o qualche incontro interessante.

Elegantissimo nel lungo soprabito imparato a Londra […], per grazia o per smemoratezza Mario Monicelli mi chiamava Esmeralda; Nanni Loy si scelse come nuova compagna una mia amica; con Sergio Amidei ebbi l’unico scontro verbale da cui – in tutta la mia vita – sia uscita vincitrice […]. Attraverso di loro amavo il cinema, anche quello più difficile, accanto a loro mi indignavo per gli interventi della censura, attraverso i loro racconti entravo nei meandri delle commissioni culturali del Psi e soprattutto del Pci: […] la mia formazione culturale e politica veniva da lì.

C’è questo e altro nel libro di Clara Sereni: si parla anche di amori, di cinema, di figli e di non-matrimoni. Soprattutto si parla di Roma in un modo che molti di noi non ricordano neppure. E’ un viaggio lungo le sue strade di allora che non sono più quelle di oggi, ma in cui – come un tempo – è bello soffermarsi a guardare e a pensare.

Un’alba limpidissima e rosata, attraversando il Gianicolo per scendere da Monteverde a via Ripetta, regalò una vista lunga verso i Colli, ancora senza smog: ci stringemmo forte, un momento di pace solitaria in cui una grande futuro era a portata di mano. Ci sentivamo a buon diritto dentro le magnifiche sorti e progressive.

Clara Sereni è nata a Roma nel 1946 e vive a Perugia. È una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee. Da anni impegnata nel mondo del volontariato, è stata per oltre un decennio presidente della Fondazione “La Città del Sole” – Onlus, che costruisce progetti di vita per persone con disabilità psichica e mentale. Ha pubblicato: Sigma Epsilon (1974), Casalinghitudine (1987), Manicomio primavera (1989), Il gioco dei regni (1993), Eppure (1995), Taccuino di un’ultimista (1998), Passami il sale (2002), Le Merendanze (2004), Il lupo mercante (2007) e Una storia chiusa (2012). Ha curato anche le raccolte di testimonianze intorno al tema della disabilità e della diversità: Mi riguarda (1994), Si può! (1996) e Amore caro (2009). Dirige per l’editore Ali&no la collana “le farfalle”.

:: Le memorie di Talarana – L’ombra del Tiranno, Alessandro H. Den (Smashwords Editions, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2015

pIl signor Olton, Sovrintendente del Commercio Transoceanico dell’impero di Selthon, durante uno dei suoi viaggi naufraga. Ormai convinto che la sua vita sia alla fine si lascia andare per seguire il destino dei suoi compagni di viaggio, ma Dalagoth, creatura magica e genio delle acque, ha altri programmi per lui. Infatti dopo averlo salvato e portato alla presenza degli Dei, gli affida un bambino, ancora in fasce, con l’ordine di crescerlo come se fosse suo figlio e prepararlo per il compito a cui è destinato; per fare ciò Olton deve promettere che farà studiare la magia al bambino.
Gli anni passano e il bambino, che Olton ha chiamato Greg, crescendo inizia a dimostrare capacità magiche e una curiosità per la conoscenze formidabili. Olton però, pur avendo fatto una promessa a Dalagoth, non vuole per nessun motivo che il figlio si avvicini alla magia, ma pretende che segua le sue orme nel settore marittimo. Greg però non si lascia convincere e di nascosto inizia a prendere lezioni di magia con i suoi amici da Maestro Dovan.
La vita sembra trascorrere tranquilla fino a quando un complotto non mette a rischio la pace tra i due grandi imperi, Selthon e Naren e viene rubata una pietra magica importantissima viene rubata per far sì che i Demoni possano riprendere il possesso della Terra, dopo che millenni prima gli Angeli li avevano relegati nel sottosuolo.
Primo di una saga di sei romanzi rientra nel classico fantasy: un bambino orfano predestinato, un destino segnato, la nemesi cattiva, la battaglia tra Angeli e Demoni, l’imposizione del padre che tenta di non far avverare il destino e il cambiamento dell’eroe predestinato che prende coscienza del suo ruolo.
L’ambientazione non è molto classica, infatti l’autore mischia la classica ambientazione in stile medievale con elementi ultratecnologici, alcuni dei quali sono quasi fantascientifici anche per la nostra epoca. Questo aspetto però invece di rovinare l’effetto del libro è l’unico che lo rende un po’ innovativo e diverso dal solito senza accentuare il déjà vu descritto sopra.
Le descrizioni degli ambienti sono molto particolareggiate e portano il lettore a immaginarsi i paesaggi realisticamente, come se in un lontano passato abbia avuto l’opportunità effettiva di visitarli. Non si può dire lo stesso dei personaggi. O meglio, la presentazione dei personaggi è fatta molto minuziosamente sia a livello fisico che mentale e sentimentale, è l’evolversi che viene tralasciato, specialmente per quanto riguarda il protagonista che passa da bambino ribelle e quasi infantile a eroe predestinato nel giro di nemmeno due righe lasciando il lettore un po’ sdubbiato.
Altra piccola parte che lascia un po’ di amaro in bocca è quando l’amica di Greg, Lisa, viene posseduta da un Demone che la manovra come una marionetta. Oltre a essere molto e troppo simile alla serie televisiva Supernatural il lettore si sente preso in giro quando Lisa, una volta liberata dal Demone, inizia a domandarsi se effettivamente il malvagio sia lui o qualcun altro, magari proprio Greg. Dubbio che non torna con la storia narrata.
In conclusione un ottimo romanzo fantasy nel suo insieme, specialmente vista la moda del momento a raccontare di creature più leggendarie come licantropi e vampiri, che però vista ormai l’eccessivo sfruttamento di questo filone riporta troppi riferimenti e déjà vu.

Alessandro H. Den nasce e cresce a Firenze. Fin dai tempi dell’asilo dimostra una grande passione per la scrittura iniziando i primi scarabocchi, passando poi ai tempi delle elementari ai primi raccontini e continuando con romanzi negli anni successivi, lasciando prove di questo anche sui banchi di scuola oltre che sui vari fogli.
Appassionato a troppe cose sceglie come linea di studio un corso poliedrico e decide di frequentare la Facoldtà di Design.
Il primo libro della saga scrive a sedici anni, però riesce a consegnare la copia definitiva per la pubblicazione solo anni dopo, quando lo ha già cestinato e riscritto almeno cinque volte.
La sua passione è così forte che al momento pur essendo impegnato a frequentare il secondo anno della laurea magistrale in Architettura, sta scrivendo il quarto romanzo della saga Le pietre di Talarana e il secondo romanzo breve della saga Le memorie di Talarana.

:: Mediorientarsi – Il silenzio e il tumulto, Nihad Sirees, (Il Sirente, 2014), a cura di Matilde Zubani

30 Maggio 2015

72Le due strade che si intersecano all’angolo del mio palazzo sono letteralmente gremite di gente, prese d’assalto da una marea umana che scivola e sussulta, sormontata da centinaia di ritratti del Leader che fluttuano come onde marine al di sopra delle teste. (…) lascio l’appartamento nella speranza di fuggire alla calura e al tumulto: fuori, però, è l’inferno sulla terra.

Il racconto prende vita in una città, di cui non si saprà mai il nome, schiacciata dal caldo e dal frastuono, tappezzata dalle immagini di un Leader, anch’esso senza nome. In queste circostanze vive Fathi Shin, uno scrittore ormai da tempo emarginato e considerato un traditore della patria, perché non iscritto al partito unico.

Fathi ci racconta, con pungente ironia, la fatica di vivere in un Paese in cui perfino la musica si è trasformata in un’arte patriottica, con l’unico scopo di suscitare l’ardore della folla. Una rapida successione di aneddoti, come l’inchiesta aperta dai servizi segreti a suo carico per un “caso di vaffanculo”, solletica la nostra immaginazione, tingendo l’oppressione di assurda comicità. Nel caos che lo circonda il protagonista conduce una ricerca quasi mistica del silenzio, in cui captare le voci e i suoni più tenui. Un silenzio che gli viene costantemente negato, perché mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire di commettere l’orrendo crimine del pensare. Perché il pensiero è un’autentica calamità, pari all’alto tradimento nei confronti del Leader.

La vita di Fathi è resa meno dura dall’amore che prova per tre donne (profondamente diverse tra loro): c’è Lama, la sua amante e compagna, a cui lo lega una passione che rappresenta la loro personale risposta al regime e il sesso, l’unico modo per riappropriarsi della vita. C’è poi la sorella Samira, dal buonumore permanente, che grazie all’indifferenza a tutto e a tutti si conquista a colpi d’ironia uno spazio di libertà nel matrimonio infelice. Infine la madre, rifugiata in un’esistenza di ostentata superficialità, che con le sue vicende amorose finirà per mettere il figlio di fronte a un temibile bivio.

In questo libro non c’è solo la storia di Fathi, ma il desiderio di raccontare la vita sotto dittatura. Il parallelismo con la Siria, terra natale dell’autore, sorge spontaneo. In poche righe, Sirees trova l’occasione per una digressione sulla divinizzazione del Leader, che suona quasi come un’autocritica. Risalendo fino alla conquista della Persia da parte di Alessandro Magno racconta: i Persiani avevano l’abitudine di prostrarsi davanti alo loro re (…) Alessandro si era messo in testa di importare quel rituale in Grecia, ma si era scontrato con l’opposizione dei Macedoni. Mentre ad Atene si trattava di rapporti tra governo e cittadini, in Oriente era piuttosto una questione di dominio esercitato dal re-dio sulle sue creature. Anche gli Arabi erano stati vittime di questo assolutismo importato dall’Oriente ma, contrariamente ai Macedoni, non avevano manifestato troppe obiezioni.

Secondo lo scrittore siriano Shady Hamadi, questo libro denuncia parte della società siriana che ha accettato di scendere a compromessi con il potere, in cambio di benefit elargiti ad alcuni dal regime. Spetta quindi agli arabi, e ai siriani in particolare, riuscire a liberarsi dal Presidente-Dio, per una società della partecipazione nella quale l’individuo riprenda il suo valore originale.

Il silenzio e il tumulto è un libro asciutto e colloquiale, in cui spesso l’autore si rivolge direttamente al caro lettore, quasi a volersi confidare. E’ un atto di coraggio scandito da un ritmo perfetto, merito anche della traduzione di F. Pistono. Più volte ho pensato che la scelta di alcune parole fosse particolarmente azzeccata, rendendo al meglio la vivace ironia dello scrittore.

Consiglio a tutti, senza esitazioni, questo romanzo: un inno alla libertà e alla superiorità dell’intelletto, che non può essere messo a tacere, nemmeno dal tumulto più assordante. Traduzione dall’arabo di Federica Pistono.

Nihad Sirees è nato ad Aleppo nel 1950. Laureato in Ingegneria civile, è autore di sette romanzi e di diverse sceneggiature per il teatro e la TV. Dal 2012 Sirees si è ritirato all’estero, in un esilio auto-imposto dovuto alla situazione politica siriana.

Breve storia della SiriaPer circa 400 anni il territorio siriano è stato parte dell’Impero ottomano. Con l’insorgere della Prima guerra mondiale ci fu un breve tentativo di dar vita ad una monarchia indipendente. Tentativo subito stroncato dalle forze armate francesi, che diedero il via ad una stagione coloniale durata oltre venticinque anni (1920-46) e conclusa soltanto “grazie” al patto stretto con un altro potente attore occidentale, la Gran Bretagna. L’accordo prevedeva la creazione di due stati indipendenti: la Siria e l’Iraq, che sarebbero dovuti restare divisi, così da poterli controllare meglio. Da questa spartizione nacque in Siria, indipendente dal 1946, la coabitazione tra una maggioranza sunnita e minoranze cristiane, druse, curde e sciite di rito alawita. A seguito dell’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, costellato da numerosi cambi di governo e tredici colpi di Stato. Nel 1963 salì al potere il partito Ba’th e nel 1970 un golpe interno al partito affermò alla guida del paese Hafiz al-Asad, a cui è succeduto nel 2000 il figlio, Bashar al-Asad. Dalla decolonizzazione erano state le coalizioni delle minoranze ad aggiudicarsi la supremazia politica e quando le primavere arabe hanno portato la maggioranza sunnita nelle strade della Siria, per chiedere a gran voce la libertà, si è scatenata una cieca repressione sfociata nel feroce conflitto che tutt’ora insanguina il Paese.

:: Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte, (ed. Cento Autori, 2015) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2015

fuga_d_azzardo_libroUna valigia piena di soldi e una donna in fuga si sa da chi, ma non  bene il  perché. Kimberly bella, bionda, figlia di papà è in realtà una ragazza ribelle che abbandona la sua vita di benessere per seguire il suo uomo, Mirko Sladek. Lui è l’uomo di fiducia di La Cocca, il potente boss che ha il controllo assoluto dello spaccio di droga sulla Costa Ovest degli Stati Uniti. Durante la compravendita di una costosa partita di droga la ragazza si intrufola nella trattative e non perde occasione di fuggire con il malloppo. Entrambi sono i protagonisti del nuovo romanzo si Franco Forte, Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere (ed. Cento Autori). Dall’America, la narrazione si sposta in Italia, a Cremona, una cittadina tranquilla pacata dove la ragazza è sicura che i suoi sicari inseguitori non la troveranno mai. Peccato che questa certezza si rivelerà per Kimberly una mera illusione. Il motivo? I suoi inseguitori la troveranno, ma sulle sue tracce si metterà anche la polizia italiana, e per la giovane comincerà una nuova fuga e una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Nel nuovo libro di Forte la suspense è a fil di lama, pagina dopo pagina è un crescendo di situazioni che tolgono il fiato a chi legge, con colpi di scena spesso inaspettati. Ci sono personaggi che credono di essere giustiziati per i propri errori, ci sono brutali carnefici che ricompiano sulla scena, dimostrando che di non essere morti come qualcuno avrebbe voluto. Ci sono tradimenti, ripicche e intrighi che raccontano la delinquenza nascosta dietro all’apparente ordine del mondo nel quale i protagonisti vivono. Nel thriller di Franco Forte riecheggiano i film e la letteratura pulp, atmosfere crude alla Tarantino, ma anche scene di estremo pericolo e violenza fisica e psicologia alla quale tutti i personaggi presenti sono sottoposti dalla penna dello scrittore. Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere è molto vicina alla letteratura hard boiled per l’elevato tasso di suspense, tensione e senso di rischio incombente, che aleggia dalla prima all’ultima pagina. Quello che accade a Kimberly, e a chi cerca di catturarla e eliminarla, è la testimonianza che la fuga non è sempre la via migliore da scegliere per avere salva la vita. In Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte spiazza il lettore fino all’ultima pagina, a dimostrazione che anche chi sembra avere una possibilità di redenzione, forse ha sbagliato troppo per ottenerla.

Franco Forte è giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi bestseller Carthago (Mondadori, 2009), La Compagnia della Morte (Mondadori, 2009), Operazione Copernico (Mondadori, 2009), i cui diritti di traduzione cinematografica sono stati acquistati da Dino De Laurentiis, La stretta del Pitone (Mursia, 2005), Il figlio del cielo e L’orda d’oro (Mondadori, 2000) – da cui ha tratto uno sceneggiato TV su Gengis Khan prodotto da Mediaset – China killer (Marco Tropea/Il Saggiatore, 2000). Tra gli altri libri: Roma in fiammeIl segno dell’untore (2013) e Ira domini. Sangue sui navigli(2014) e Caligola. Impero e follia (2015).
Sempre per Mediaset ha scritto la sceneggiatura di un film tv su Giulio Cesare e ha collaborato a serie televisive quali RIS – Delitti imperfetti, Distretto di polizia e Intelligence. Per la RAI ha scritto alcune puntate della fiction Alpha Cyber. Il suo esordio come narratore risale al 1990, con il romanzo Gli eretici di Zlatos (Editrice Nord). Direttore responsabile della rivista «Writers Magazine Italia» (www.writersmagazine.it) ha pubblicato Il Prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per gli autori esordienti.
Ha curato antologie per Mondadori, Stampa Alternativa, Editoriale Avvenimenti e ha tradotto i romanzi Aristoi e Metropolitan di Walter Jon Williams (Mondadori), Meglio non chiedere di Donald E. Westlake (Marco Tropea Editore) e, dal tedesco, Q come Caos di Falko Blask (Il Saggiatore).