Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Cosa resta di noi, di Giampaolo Simi, (Sellerio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

25 giugno 2015
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È arrivata l’estate. Il mare, il mio, l’Adriatico, mi sembra uno schermo e al tempo stesso uno sfondo. Riesce a catturare la mia attenzione, poi la disperde nei confini dilatati. Così mi costringo a concentrarmi altrove, sulla sponda, sul bordo tra terra e acqua. È inevitabile riflettere sulle possibilità che qualcosa accada in quel lasso di tempo dall’arrivo di un’onda al suo ritrarsi. Con la stessa fatalità del cambio di stagione, la mia spiaggia diventa prima grigia, poi si svuota di persone, rimane striminzita di ombrelloni e di sdraio, scossa dal vento, opacizzata da nuvole di sabbia, un po’ come nel video di “Le vent nous portera” dei Noir Desir. Infine arriva la neve. E anche se niente di tutto quello che ho detto accade sul serio, non posso fare a meno di trovarmi di fronte a uno scenario identico a quello appena descritto. Tutta colpa di Giampaolo Simi e di “Cosa resta di noi” (Sellerio, 2015). Simi la neve la fa cadere sulle spiagge della Versilia, a imbiancare gli stabilimenti balneari, nel giorno di San Valentino. Guardando le acque lui e io ci diamo le spalle. Ma alla mia, di schiena, lo scrittore toscano fa uno scherzetto: ci disegna un brivido di parole, così che mi viene voglia di aggiustarmi il bavero del cappotto anche se indosso soltanto una camicia.
Giampaolo Simi, oggi, è un autore ben oltre i confini del noir, sia quando con il termine si intende la fittizia collocazione commerciale di un testo, riflesso, più che altro, della cultura di massa, sia quando si sottoscrivono le parole di Massimo Carlotto, quando dice che il noir va a colmare quel vuoto lasciato dalla letteratura tradizionale italiana (“la morte del presente nella letteratura vera e propria”). A differenza dei titoli giallo-noir che sovraffollano le librerie italiane, senza troppe pretese quando va bene, abbracciati a prototipi all’italiana cari più a chi guarda Don Matteo piuttosto che a chi legge Ellroy quando va decisamente male, quella di Simi è un’opera di letteratura vera, cosciente del valore della parola oltre che di quello dell’intreccio degli eventi. La sua narrativa, giocata su figure retoriche sempre convincenti, descrizioni mai barocche eppure sensoriali, orchestrata nell’ossatura di un io narrante a cui si affiancato estratti di articoli, frammenti di notiziari e di romanzi, stringe un patto con il lettore: ci accorgiamo subito, noi estimatori di certe atmosfere, che “Cosa resta di noi” è oltre, è altro.
Il romanzo è tutto incentrato sulla figura di Edoardo, bagnino riflessivo e velato dalla malinconia di chi è stato condannato a non avere figli, e di Guia, la moglie che lui non ama soltanto, ma adora, scrittrice che vuole dare un senso alla sterilità di coppia dedicando a questa il proprio capolavoro letterario, dove far vivere il figlio mai nato. La loro storia però è un declino amoroso fatto di incomprensioni, di consapevolezza di una fine imminente, di dolore. Soprattutto da parte di Edoardo: se è vero che Guia, in spagnolo, è nome cristiano dedicato alla figura guida della Santa Vergine, è anche vero che per il protagonista è punto di arrivo, scopo, finalità. Eppure il percorso, il 14 febbraio antecedente a un Carnevale come tanti, si copre, appunto, di neve. La spiaggia si imbianca e il segno dei passi si perde sotto il velo gelato. Tutto diventa possibile perché la neve ha azzerato tutto, il ricordo del passato e il peso del presente. Forse è per questo che Edo tradisce Guia con Anna, rappresentante di prodotti edili. Un tradimento di corpi e di fianchi sotto ai maglioni di lana. Un tradimento di stanze di residence e di palazzi deserti. Poi però succede che Anna scompaia e che nella vita di entrambi, di Edo e di Guia, entri il menestrello, il buffone, il cabarettista, quel Giangi che ad Anna la perseguitava perché ne era innamorato, perché era la sua donna.
Ne “Le cose di ogni giorno”, canzone contenuta nell’album “Dietro la curva del cuore” dei La Crus, storica band milanese, Mauro Ermanno Giovanardi cantava È dentro ai gesti di ogni giorno / l’amore è tutto lì / È dentro alle cose di ogni giorno / dove ti perdo è sempre lì: così è il male nella narrativa di Simi, nascosto nella quotidianità, mascherato da indifferenza, da paura di finire coinvolti in una storia oscena, da perdita della propria umanità, da caffè presi al bar, da sere passate di fronte a una serie tv, da viaggi in taxi e in treno, da Eros e Thanatos invitati a cena, ora a mangiare precotto, ora a gustare tagliolini al limone, perché l’amore è comunque il motore principale della storia e dire “Cosa resta di noi” è come chiedersi cosa resti, appunto, dell’amore.
Nessuna indagine classica per scoprire la verità: i protagonisti conoscono la verità, il lettore conosce la verità. Eppure Simi suona con le parole anche le rigide pentatoniche del giallo, dando al lettore tutti gli indizi per capire come andrà a finire la storia. La sorpresa è assicurata, un po’ come quando d’estate senti un’irrefrenabile attrazione per una spiaggia deserta, dove soffia il vento, dove le tracce lasciate sulla sabbia vengono coperte e dove può, di nuovo, succedere tutto, perché tutto quello che è già successo se ne è andato via, ritirato nel mare da un’onda. Dove arriva un torpore che “non è proprio sonno, è una terra di nessuno dominata da una foschia luminosa. Ci vaga solo chi non ha niente da chiedere al mondo. Quando non sai dove ti trovi, non puoi sentire il bisogno di essere altrove.”

Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction «RIS» e «RIS Roma». Nel 2012 è uscito il suo ultimo romanzo La notte alle mie spalle.

Source: libro del recensore.

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:: Nero in dissolvenza, Alessandro Zannoni, (Amazon Media, 2015)

24 giugno 2015

108Vago in trance lungo il viale alberato sopra l’argine del torrente che lambisce la città, poi scendo verso Porta Parma per rientrare in centro. Sconfitto. Deluso. Confuso. Ho sbagliato su tutta la linea, sbagliato proprio di brutto. Non ho scoperto il ricattatore ma un altro segreto da occultare. Mi fermo a ridosso dell’antico fossato, appoggio le mani sulle pietre fredde, occhi sulle prime case del centro storico. Segreti. Quanti segreti ci saranno in questa piccola città? Li immagino incrostati su queste vecchie mura, coperti da silenzi, confusi dal tempo, diluiti dalla pioggia; segreti piccoli o dolorosi, sopportabili o ingombranti, tenuti sempre addosso, pesanti da incurvare le spalle, nascosti sul fondo degli occhi, stipati nel petto, dispersi nella testa, in agguato in casa; segreti antichi senza più paure, segreti freschi ancora spaventosi, segreti spuntati, che non fanno più male, caduti in prescrizione; segreti che uniscono persone sbagliate, segreti affilati come rasoi nuovi di zecca, che possono recidere di netto le false geometrie di un vice commissario.

Alessandro Zannoni ha iniziato a autopubblicarsi, con il nome de plume Michelangelo Merisi, in tempi non sospetti, quando non era ancora una pratica diffusa come oggi che con negozi di vendita online come Amazon bastano pochi click, e giusto rispettando qualche regola di impaginazione, quasi tutti possono pubblicare e vendere i loro testi senza limitazioni.
Dall’autopubblicazione Zannoni è passato alla pubblicazione tradizionale (con il suo vero nome) grazie a persone come Luigi Bernardì, che hanno capito che il ragazzo ha talento, una sua voce personale, ruvida e un po’ aspra, ma definita con pregi e difetti molto marcati.
All’autopubblicazione è tornato con Nero in dissolvenza, un noir del 2004, molto thompsoniano, il suo primo lavoro “serio”, quello che l’ha fatto conoscere appunto a Luigi, editato da Giampaolo Simi, forse per alcuni versi ingenuo, il cui punto di forza è sicuramente la scrittura, non banale, non superflua, in cui ogni frase ha una sua forza espressiva ben calibrata e una maturità stilistica molto letteraria.
Raccontato in prima persona dal protagonista, Nero in dissolvenza narra la storia di Alessandro Allori, un fotografo che vive tra La Spezia e la Versilia, e ha la sfortuna di incontrare sul suo cammino una donna maledetta. Il tema della dark lady è un tema cardine della letteratura noir, è un catalizzatore ideale di inquietudine capace con naturalezza di unire amore e morte, sesso e delitti.
In un tardo autunno, ormai inverno, piovoso e livido, tra bar e strade sporche di solitudine con il mare come sfondo si muovono i personaggi in questo noir di provincia, abbastanza prevedibile negli sviluppi quasi inevitabili, la cui bellezza penso risieda nelle suggestioni che riesce a creare, in quel clima di torbido inganno, di finti ricatti, di suicidi che già intuiamo dalle prime pagine, suicidi non sono.
Tutto frenato, cristallizzato nella monotona vita di provincia, in cui niente succede, in cui quelle cose non succedono. Segreti. Quanti segreti ci saranno in questa piccola città? Mediocri personaggi, di una mediocre commedia umana tranquilla, quotidiana, caratterizzata con pochi tratti capaci di evocare nel lettore quel senso di squallore e pesantezza, dalla segretaria scialba, all’agente immobiliare con un sorriso a trentasei denti, al protagonista stesso, che non brilla per coraggio o risolutezza (almeno per quasi tutto il romanzo).
Un noir insomma dove non ci sono eroi, o vincitori, dove anche la dark lady alla fine non ha più nulla di eccezionale ma è inghiottita dal grigiore, dallo squallore, dalla sconfitta. E Zannoni racconta tutto questo senza sbavature, in maniera asciutta e tesa a raccontarci il colore del cielo, le strade fradice di pioggia, o caotiche e avvelenate di smog, i bar affollati dove prendere l’ultimo caffè o fumare una sigaretta. E intanto il piano della dark lady si slabbra, scivola verso un finale inevitabile e non per questo meno amaro.

Formato Kindle EUR 2,99.

Alessandro Zannoni, ex antiquario, vive sul confine tra Liguria e Toscana. Scrittore autoprodotto, ha pubblicato con reale successo di critica e pubblico quattro romanzi con lo pseudonimo di Michelangelo Merisi. Dal 2002 al 2006 ha fondato e diretto alcune collane di gialli e noir; ha organizzato la “Festa della letteratura noir” tra Lerici e la Lunigiana; è l’ideatore del festival annuale di Sarzana “Leggere fa male”. Con il suo vero nome ha pubblicato il romanzo Imperfetto (Perdisa Pop, 2009), la novella Biondo 901 (Perdisa Pop, 2008) da cui è stato tratto un monologo teatrale e sempre per Perdisa nel 2011, Le cose di cui sono capace.

:: Troppa importanza all’amore, Valeria Parrella – (Einaudi, 2015) a cura di Lucilla Parisi

24 giugno 2015
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Troppa importanza all’amore. E’ un racconto della raccolta che dà il titolo al tutto. Dell’amore assoluto in queste pagine non vi è traccia. C’è la vita con tutto quello che comporta.
I problemi, grandi e piccoli, la paura, il tradimento, la malattia, l’età e la disabilità. Sì, poi ci sono le emozioni, gli affetti e gli amori, quelli con la “a” minuscola, che poi sono l’unica cosa che conta. Il segreto, se esiste, è quello di sentirlo il sapore, della vita. Fermarsi, se necessario, in silenzio, e guardare oltre. “Solo con Jude io mi sono potuto permettere la ricchezza del silenzio perfetto: perché sapevo che non stavamo perdendo nulla. E questa cosa qui se non l’hai mai sentita, non la puoi capire.”
Questione di punti di vista, poi: quello della figlia che ha raccolto le tracce lasciate dalle esistenze, sospese, dei genitori; quello del carcerato che esce e di quello che fine pena mai; quello dello specchio che rimanda un’immagine che fa innamorare.
Non c’è neanche il tempo e neppure un’altra vita, a parte quella che si sta vivendo. Il senso della fine pesa (ancor più se conti i secondi), almeno quanto il vuoto lasciato dalle domande mai fatte. Non rimangono che le risposte e, prima di darle, soprattutto a un figlio, bisogna pensarci veramente. “Pensarci veramente significa come quando a un marinaio gli togli tutti gli strumenti, pure la bussola, e gli dici di portare la nave seguendo quella stella là, ma veramente.”
Soprattutto, in queste pagine, c’è Valeria Parrella: lo straniamento e insieme il sentimento di appartenenza al mondo e alla città in cui vive sono sempre forti. Si ritorna nei vicoli, stranamente familiari, e si riconosce la luce che li attraversa, a mo’ di presagio. Il suo sguardo sul mondo ci restituisce dei personaggi autentici, terribilmente reali e a dir poco fantastici, come solo i personaggi delle fiabe sanno essere. Alcuni sono vivi, ma già morti. Altri li riconosci dalle scarpe che portano. “Quando mi raccontarono per la prima volta la storia di Alice e del coniglio […] io seppi l’importanza che avevano le porte per il mondo.”
Coglie il miracoloso dell’umanità e lo rende concreto, tangibile, possibile. Annulla le distanze e rende inevitabili le coincidenze. Tutto torna, insomma.
Raccontare la vita non è cosa semplice, c’è il rischio di prendere dei grossi abbagli. Qui, in queste pagine, a parte la lama di luce che dal quartiere Sanità “scende per gli scaloni a forcipe e, una volta sul marciapiede, scansa i motorini e si manifesta”, non vi sono inganni.
La scrittura della Parrella si concede e non si ritrae di fronte alla realtà, anche quella più difficile da accettare. Non rimane che farsene una ragione.
D’altronde, “da qualche parte, sotto la vita, c’è la vita.”

Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011), Tempo di imparare (2014) e la raccolta di racconti Troppa importanza all’amore (2015). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), ripubblicato da Einaudi nei Super ET nel 2014. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia» e collabora con «Repubblica».

Source: libro del recensore.

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:: Qualcosa che assomiglia al vero amore, Cristina Petit, (Tre60, 2015) a cura di Viviana Filippini

16 giugno 2015
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Esiste un qualcosa che assomiglia al vero amore? Cercherà di scoprirlo Clementine, la psicologa e psicoterapeuta, protagonista dell’omonimo e primo romanzo di Cristina Petit. La ragazza vive a Parigi nell’appartamento che ha ereditato dalla nonna. La sua vita è allegra e spensierata grazie anche agli strambi vicini di casa, capitanati dal piccolo Remy, che le fanno compagnia e la aiutano ad ambientarsi in questo nuovo mondo. Clementine ha una casa piena di libri, compreso quello scritto da suo padre su Camus, perché la ragazza, attraverso sedute di libro terapia, cerca di aiutare i suoi piccoli pazienti, a volte anche i loro inconsci genitori, a superare i traumi che ostacolano il corso della vita di ogni giorno. Il mondo di Clementine sembra una sorta di fiaba che a tratti mi ha ricordato il film Il favoloso mondo di Amélie, per le situazioni surreali nelle quali la protagonista si trova coinvolta. Un esempio concreto? Uno dei passatempi preferiti della famiglia del piccolo Remy è quello di scegliere nomi dalla guida telefonica e fantasticare sulla persone selezionate creando vite e avventure immaginarie. Clementine all’inizio rimane perplessa, ma quando la coinvolgeranno nel divertente gioco, anche lei non saprà resistere e lascerà libera la sua immaginazione di lavorare in modo completo. A Parigi, mentre Clementine sta costruendo la sua nuova esistenza cercando di lasciarsi alle spalle i dolori d’infanzia e fidanzati incapaci di comprendere il suo amore per i libri, c’è uno scrittore, un certo Albert, che ha appena pubblicato un libro. L’autore in erba ha scritto il suo primo romanzo dopo aver incrociato una ragazza – Clementine – per la quale è scattato il colpo di fulmine. Lui non la conosce, non è riuscito a chiederle il nome, non sa come trovarla nella labirintica Parigi, ma è innamorato di lei. L’unica cosa che Albert ha potuto fare per mantenerne vivo il ricordo è stato scrivere una storia nella quale la misteriosa ragazza è la principale protagonista. Il libro di Albert viene pubblicato e il suo successo è grandioso. Tutti a Parigi, e non solo, lo leggono e rimangono affascinati dalla trama avvincente e ricca di emozioni. Pure Clementine leggerà la storia, ne rimarrà entusiasta e ma senza capire bene il perché, anche se sente una strana affinità con lo sconosciuto autore e con la storia scritta. Il romanzo della Petit è coinvolgente perché tra le sue pagine i piani della vita della protagonista e quelli del libro scritto da Albert si mescolano in un piacevole labirinto emotivo, nel quale il sentimento dell’amore e il bisogno di tranquillità animano tutti i personaggi presenti nella trama narrativa. Una vicenda simpatica, curiosa, avvincente, in equilibrio tra fantasia e realtà, dove si spera che siano i buoni sentimenti a trionfare.  I lettori del libro di Cristina Petit – noi, tanto per intenderci- vengono trascinati dentro ad un storia, quella di Clementine, ma allo stesso tempo quando la ragazza si immerge nel romanzo di Albert, chi legge si trova catapultato in quella vicenda. Qualcosa che assomiglia al vero amore di Cristina Petit è un vero esempio di libro nel libro dove, oltre ai sentimenti, ciò che ha il potere di unire le persone sono i libri.

Cristina Petit è nata e cresciuta a Bologna, dove ha conseguito la laurea in Lingue e letterature straniere e dove insegna in una scuola primaria. Sposata, ha tre bambini che le hanno spalancato orizzonti nuovi e inimmaginabili. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Tre60.

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:: Missione d’onore, Giovanni Melappioni (Rai Eri, 2015) a cura di Micol Borzatta

16 giugno 2015

giSicilia, Seconda Guerra Mondiale, sbarco degli Alleati.
Ines e Cosimo sono fratelli, orfani di madre vivono con un padre violento e una nonna gretta e meschina in un luogo dove le donne sono relegate al margine della società come esseri inferiori. Ines vuole scappare da tutto questo e portare via anche suo fratello e per questo, a differenza di tutte le altre ragazze, legge e studia tutti i libri che ha ereditato da sua madre di nascosto.
Con l’arrivo della guerra però cambia tutto. Un giorno, durante lo sbarco degli alleati nell’isola, mentre in cielo ci sono gli scontri aerei e i cannoni risuonano come se fossero la normalità, una squadra di paracadutisti tedeschi viene inviata tra le linee nemiche per recuperare una lista di nomi scritta dal parroco per il paese secondo i voleri di Don Amelio, una lista molto importante e per questo molto pericolosa che viene nascosta dal parroco stesso nel momento della sua morte.
Le strade dei tedeschi e dei due fratelli si incrociano più volte trasformando la vita dei due bambini che si ritrovano a dover affrontare scelte contrarie alla loro etica e ai loro desideri che li porterà a trasformare loro stessi per poter sopravvivere in un mondo dove solo il più forte può andare avanti.
Un romanzo storico molto interessante che è stato vincitore nel 2014 del premio Giara D’Argento grazie alla capacità dell’autore di raccontare avvenimenti storici senza nessun tipo di pregiudizio ma descrivendo solo ed esclusivamente i fatti per come sono.
Descrizioni veramente minuziose che rendono i personaggi molto reali e la guerra è talmente dettagliata che denota la competenza storica dell’autore.
Unico neo riscontrato in questo romanzo è la scelta dello stile dell’autore che è molto lento e in alcune parti difficile da seguire e impedisce al lettore di rimanere totalmente concentrato sulla lettura, portandolo a doversi fermare e distrarsi per poter proseguire la lettura.
Un romanzo fantastico a livello storico, ma adatto solo a un target di appassionati del genere.

Giovanni Melappioni nasce a Civitanova Marche nel 1980, dove vive e lavora tutt’ora.
Grande appassionato di storia, è diventato uno studioso preferendo in particolar modo l’epoca medievale e la Seconda Guerra Mondiale. Studi che lo portano a tenere conferenze e incontri in giro per l’Italia. Nel 2011 pubblica L’ultima offensiva e vari racconti. Inizia a scrivere vari articoli per il web e racconti brevi a tema storico per siti e forum.

:: Mi sa che fuori è primavera, Concita De Gregorio (Feltrinelli, 2015) a cura di Lucilla Parisi

15 giugno 2015

9Semmai vorrei essere capace di spiegare la sensazione fisica che provavo ogni volta che le prendevo in braccio. In quella specie di slancio e di abbandono che ha il corpo di un bambino quando si lascia sollevare: Livia restava sempre intera, integra. Con una rigidità verticale interna, non saprei come dire. Era sempre lei. Alessia invece te la spalmavi addosso, diventava un calco del mio corpo. Diventava me. Avevano consistenze diverse. Si poteva sapere da quel modo di lasciarsi abbracciare che persone sarebbero diventate.

Irina se lo ricorda bene quel modo, perché Livia e Alessia sono le sue bambine, anche ora che non sono più con lei, da quando nel 2011 il marito Mathias se l’è portate via, portandosi con sé, dopo il suicidio, la verità sulla loro scomparsa.
La storia è nota. Un caso di cronaca come tanti, di bambini scomparsi e non ancora tornati e Irina Lucidi è la madre rimasta a vivere nonostante il dolore che spezza il fiato. Le indagini non hanno portato a nulla. Nessun cadavere, ma neppure nessuna strada da percorrere che non finisca alla stazione di Cerignola, dove Mathias si era lasciato investire da un treno in transito.

La storia di Irina trova le parole di Concita De Gregorio che ha saputo rendere in queste pagine molto di più della testimonianza di una donna sopravvissuta al dolore: vi troviamo anche l’emozione viva del racconto di una vita. Così Irina, di madre tedesca e padre italiano, vissuta a Bruxelles e poi a Losanna, ripercorre la propria storia fino alle più lontane origini, a quella bisnonna americana a cui era stata strappata la figlia Mayme, ancora in fasce, proprio dall’uomo che amava e che se l’era portata in Italia. Quella bambina è la nonna a cui Irina è profondamente legata e a cui affida i suoi più profondi pensieri.

Il dolore da solo non uccide e io sono viva. Dunque devo vivere, perché finché ci sono ci sarà il ricordo di chi non è più con noi. Vivo, il ricordo: vive loro nei pensieri. Dimenticare, nonna. Tu che hai camminato per un secolo lo sai che niente si dimentica ma tutto, a momenti, si deve poter prendere e mettere in un posto.

Come quella bisnonna lontana, Irina ha rivissuto quello stesso oltraggio, l’offesa più grande, quella di essere privata delle proprie figlie. Un destino che si ripete, un dolore rinnovato, che pone nuovi quesiti, nuove prospettive: cose da non dimenticare e cose per cui vale ancora la pena vivere, anche se gli altri vogliono vedere in questa rinascita, nel tentativo mai semplice di ricostruirsi una vita, la colpa per tutto, anche della felicità ritrovata. Irina però non può e non vuole fermarsi, perché dalla sua sopravvivenza dipende quella delle proprie figlie, nonostante tutto, comunque vada.

Parole aperte cariche di significati. Con Mi sa che fuori è primavera Concita De Gregorio ci regala una storia autentica: Irina e le balene dei suoi sogni, quelle di viaggi lontani, compiuti e ancora da compiere. Irina e la sua lotta per la ricerca della verità, più di prima, nel tentativo di riaprire indagini, di ripercorrere strade nuove, alla ricerca delle sue figlie che ancora aspetta.

“Non torneranno, nonna, lo so. Ma non potrei vivere senza sapere che nella mia casa c’è un posto per loro. Il posto che le aspetta, se dovessero bussare e chiedere: il nostro letto, mamma, in questa casa dov’è.”

Concita De Gregorio si è laureata all’Università di Pisa. Ha iniziato a lavorare come giornalista nei quotidiani locali, è entrata con una borsa di studio a “Repubblica” dove è rimasta per vent’anni come inviata di politica e cultura. A “Repubblica” è tornata come editorialista dopo aver diretto, dal 2008 al 2011, “l’Unità”. Conduce il programma di RaiTre Pane quotidiano, è cofondatrice della rivista spagnola “Ctxt”. Ha quattro figli. Nel 2001 ha pubblicato Non lavate questo sangue. I giorni di Genova sul G8. Tra i suoi libri successivi Una madre lo sa. Tutte le ombre dell’amore perfetto (2007), Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (2009), Così è la vita. Imparare a dirsi addio (2011), Io vi maledico (2013) e l’avventura letteraria a quattro mani con il figlio adolescente Un giorno sull’isola. In viaggio con Lorenzo (2014). Per “I Narratori” Feltrinelli ha pubblicato Mi sa che fuori è primavera (2015).

:: Favole per bambini molto stanchi, Dente (Bompiani, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 giugno 2015

kkAvviso ai gentili lettori di Liberi di Scrivere:

chi vi scrive cercherà di essere il più possibile breve e concisa.

Bene. Già vi vedo con gli occhi sgranati come a dire: “Per quale motivo? Recensisci libri, dovresti argomentare.” – critica giustissima, avete ragione, ma qui ci sono dei bambini molto (molto) stanchi che avrebbero bisogno delle loro favole preferite per riuscire ad addormentarsi. No, non solo per prendere sonno, sopratutto per prendere coscienza del Mondo che li circonda.
Bambini: piccoli, grandi, di ieri, di oggi, di domani. Chissà. Sicuramente molto stanchi.

Sono loro i primi interlocutori a cui si riferisce il cantautore emiliano Dente (Giuseppe Peveri) nel suo Favole per bambini molto stanchi, uscito lo scorso 4 giugno per Bompiani e con le splendide illustrazioni, quasi degli stati d’animo trasmessi a matita su un foglio bianco, nate dalla mano di Franco Matticchio.
mmDente non è un cantautore. Di più. Un ludolinguista, sa giocare e creare componendo musica. Un mago col cilindro da cui escono parole a volte dolci, a volte disilluse, di sicuro ironiche e sognanti. In un passato remoto, sarà stato sicuramente un aedo, nella Grecia omerica, o un cantastorie, trovatore, menestrello o come vogliamo definirlo, in tempi più (o meno) recenti.

Capacissimo di cimentarsi con le parole in musica, ha deciso di ribaltare il concetto di favola. Come? Ribaltando il concetto di favola e scrivendo, come fossero tante isole nere su un mare di carta bianca, storie che somigliano a filastrocche (non sempre in rima). Queste favole per i bambini stanchi non hanno regole, spesso non hanno neanche una fine. Sono del tutto immaginarie, al punto da tralasciare logica e morale.
Più di duecento pagine di storie per niente noiose e nemmeno difficili alla lettura. Favole d’amore, con il finale a sorpresa, buone,storiche etc etc che, come avrete intuito, tutto hanno, fuorché una morale. Girano intorno ad un nonsense chiaramente ricercato. Non rispettano la punteggiatura. Possono essere corte o più lunghe. Tristi o felici.

Unica costante la parola fine seguita dal punto fermo e il titolo in apertura. Anzi. Il titolo c’è di certo, la fine non è detto che ci sia.

Un universo aperto, parallelo al nostro. Un Mondo in cui odio, amore, quotidianità, sfiducia, felicità, uomini (verosimili, ma anche un po’ fuori dal comune) e animali si incontrano in un vorticoso giro di valzer dal ritmo scanzonato che solo una chitarra classica in versione acustica può avere.

Dente, classe 1976, cantautore, è nato a Fidenza in provincia di Parma. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Dente non è il nome d’arte di Giuseppe Peveri, piuttosto un soprannome datogli da uno zio. Prima di intraprendere la carriera da solista con il suo primo album Anice in bocca (Jestrai, 2006) è stato chitarrista nei Quic. Seguiranno Non c’è due senza te (Jestrai, 2007), L’amore non è bello (Ghost Records/Venus, 2009), Io tra di noi (Ghost Records/Venus, 2011) e Almanacco del giorno prima (RCA/Sony Music, 2014), suo ultimo lavoro musicale. Famoso per la sia abilità di saper giocare con le parole, Favole per bambini molto stanchi (Bompiani, 2015) è il suo primo libro.  (www.amodente.com)

© illustrazioni Franco Matticchio/Bompiani Editore

:: La vita sessuale dei nostri antenati, Bianca Pitzorno (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

12 giugno 2015

sIl mio “vizio di leggere”, da bambina, aveva quasi esclusivamente un solo volto.
Sì, eccome se me la immaginavo questa signora, immersa con passione nelle sue storie che mi entusiasmavano così tanto. Storie di libertà e sogni, di realtà belle e brutte, ma con un immancabile lieto fine. Non sapevo nemmeno in che parte del Mondo abitasse questa mitica scrittrice che ammiravo tanto, ma in quegli anni non mi interessava perché la sentivo comunque vicina al mio essere.
Vi sto parlando di Bianca Pitzorno, scrittrice conosciutissima in Italia e all’estero che rappresenta un pezzo importante della mia infanzia: l’ho saputo da subito, infatti, ne ero più che certa: in compagnia dei suoi libri avrei passato delle ore incredibili con le sue eroine, tutte al femminile e le sue storie, mai noiose, mai banali, figlie di una fervida immaginazione che mi faceva sgranare gli occhi pagina dopo pagina.
Il suo Ascolta il mio cuore (Mondadori, 1991) ha la mia stessa età. Polissena del Porcello (1993), bambina capace di inventarsi un’altra vita mi piaceva tanto. Anni dopo ho ricevuto in regalo, letto e riletto Tornatràs (2000), eletta mia personalissima storia preferita tra quelle scoperte fino a quel periodo. Tra tutte, a dir la verità.
Ho sempre adorato Bianca Piztorno. L’ho sempre trovata di una semplicità e di una profondità disarmante. Fantasia, realtà, alberi genealogici, intrecci, incontri, bambine in bicicletta coi capelli rossi e le lentiggini, incomprensioni, adulti troppo bambini.
Proprio questo, l’ultimo romanzo per ragazzi della Pitzorno che ha fatto breccia nel mio cuore forse molto più degli altri, mi ricorda che di tempo ne è passato.
Non possiamo più identificarci, io e le altre bambine – eroine della mia generazione, nei bellissimi personaggi nati dalla penna di questa scrittrice capace di venirti incontro e travolgerti in un vortice di emotività e ottimismo anche quando le cose si fanno più nere. Siamo cresciute.
Anche il modus scribendi della Pitzorno è cambiato.
Il romanzo soggetto – oggetto di questa recensione non è un libro per ragazzi. Assolutamente.
Ce lo dice il titolo stesso: La vita sessuale dei nostri antenati, uscito lo scorso primo giugno ed edito sempre dalla Mondadori. Dando uno sguardo solo alla copertina, ci aspetteremmo qualcosa tipo un saggio universitario di socio-etno-antropologia, ma vi assicuro che non si tratta di questo.
L’eloquente sottotitolo – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi – ce lo spiega. Si tratta di una storia di famiglia. Una di quelle famiglie altolocate, dall’aria sempre sostenuta. Nobili, dal sangue blu. Con segreti inconfessabili. Con una vita sessuale e sentimentale più simile a quella di “comuni mortali” che altro.
No, nessuno è stato generato per partenogenesi. Persino il più insospettabile, fiero e altero dei personaggi di questo romanzo ha dato sicuramente modo alla sessualità di sfogarsi.
Ada, la protagonista, è una donna figlia del suo tempo, una femminista, una sessantottina, libera, ma, contemporaneamente, divisa tra i ricordi sfumati di un passato doloroso e un presente poco chiaro, fatto di viaggi per motivi di studio/lavoro (è una grecista) e avventure che lasciano intuire una sua instabilità di fondo. Attorno a lei gravitano principalmente le figure della nonna, Donna Ada Bertrand Ferrell, la mater familias, lo zio Tan (Tancredi), figlio di primo letto di nonno Gaddo, punto di riferimento e spalla della giovane e, infine, sua cugina Lauretta, di poco più grande ed orfana come lei di padre e madre. La nonna è loro tutrice legale e cerca in tutti i modi di crescerle come meglio si addice a ragazze provenienti da una delle migliori famiglie di un qualsiasi paesino d’Italia, qui, nel romanzo, chiamato Donora.
Ecco l’incipit:

Cara Lauretta, cara cugina come me orfana e come me allevata dalla inflessibile nonna nel culto della nostra nobilissima stirpe, perdonerai mai all’autrice di avere scritto questo libro sui nostri antenati? Di averne rivelato i segreti e i peccati più insospettabili a partire dal lontano Cinquecento, quando una firma del Vicerè su una pergamena rese blu il nostro sangue che prima era rosso come quello di tutti gli altri abitanti di Ordalè e di Donora? Adesso che abbiamo quasi quarant’anni, che abbiamo vissuto la liberazione sessuale e le sfrenatezze del Sessantotto, che abbiamo messo la testa a partito, non ci dovrebbe risultare così difficile accettare che anche i nostri antenati, e specie le antenate, abbiano avuto le loro storie di letto, e non sempre esemplari. Lo so che per chiunque è difficile pensare che i propri genitori hanno avuto una vita sessuale, e che se così non fosse noi non saremmo qui…E i nostri nonni, come immaginarli a rotolarsi peccaminosamente tra le lenzuola? Ma con i bisnonni non dovrebbe essere così impossibile, specie se sappiamo che hanno messo al mondo quindici figli. Per non parlare dei trisnonni e dei quadrisnonni. Senza l’attività sessuale dei nostri antenati il genere umano si sarebbe estinto. Eppure tu, Lauretta, quando accenno a questo argomento ti turi le orecchie e strilli: “Bisogna essere proprio dei maniaci sessuali per pensare a certe cose”. Lauretta, Lauretta, ti piace tanto sapere chi erano e cosa facevano i nostri antenati, che rapporti c’erano tra zio Tan e Armellina, chi era il pittore che ritrasse Garcia e Jimena nella Cattedrale di Ordalè… Conservi con cura l’abito di broccato che la nonna, donna Ada Ferrell, indossò nel giorno delle nozze. Le nozze, appunto, il letto comune! Cosa avveniva in quel letto una notte dopo l’altra? E negli anni a seguire i sette figli. Li aveva mandati lo Spirito Santo in forma di colomba? Lauretta, bisogna proprio che ti spieghi come sono andate le cose? Ora, passata anche quest’ultima tempesta, ascoltami: ti racconterò molti segreti che neppure immagini. Tua Adita.

Una storia difficile, capace di travalicare secoli (principalmente dalle prime generazioni della famiglia Bertrand Ferrell nel ‘500 agli anni Settanta, in pieno clima di rivoluzione sessuale). Una storia di orfani cresciuti da persone molto più grandi dei propri genitori. Una storia che racconta di un gap generazionale non trascurabile e di come la sessualità sia stata (e per alcuni rimane ancora) un forte tabù. Una storia che permette alla Storia, quella che tutti abbiamo studiato a scuola, di incarnarsi nell’animo dei protagonisti, influenzandone vita comunitaria, lavorativa e, certamente, anche quella sessuale. Un libro interessantissimo e coinvolgente, una prosa che non annoia, legata dal leitmotiv del percorso a ritroso nella propria vita, individuale e familiare, legata alla costante dei rapporti umani che vanno oltre qualsiasi apparenza di formalità e rigore.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

:: Virginia Wolf, Kyo Maclear, Isabelle Arsenault, (Rizzoli, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2015

Virginia-Wolf-1024x1024Virginia e Vanessa sono due sorelle sempre vicine che si vogliono davvero bene, tanto che nulla sembra scalfirle. Un giorno però Virginia, non si sa perché, si sveglia con il lupo dentro. Questo stato d’animo la fa stare male e la porta a recidere ogni rapporto con il mondo esterno. Virginia si chiude sempre più in se stessa, vuole stare solo in camera sua e da sola. La bambina è così triste che anche la sua voce si trasforma, tanto da non essere più umana, ma un verso che ricorda l’ululato di un lupo. Vanessa assiste quasi impotente al dramma che sta colpendo la sorella, ma non si arrende. La piccola si rimbocca le maniche e fa la cosa che meglio le riesce: disegnare. Pennelli, colori, uno, due, tre, tanti fiori colorati iniziano a riempire le pareti della camera di Virginia, dando vita ad un vivace e fantastico giardino che riporta nella ragazzina la serenità e la voglia di vivere. Il libro di Kyo Maclear ha per protagoniste Vanessa Bell e Virginia Woolf, due sorelle britanniche molto famose, la prima come pittrice e arredatrice e l’altra come scrittrice e attivista nella lotta per la parità tra i due sessi, ma queste pagine narrano la solidarietà e il bene tra consanguinei attraverso l’importanza dell’immaginazione e dell’arte. Chi racconta la storia in Virginia Wolf è Vanessa e il suo colorare e disegnare attorno a Virginia forme che la rendano felice, sono la rappresentazione metaforica di una mano tesa con il fine preciso di dare aiuto e portare il sole in quell’animo minato dal malumore, dalla malinconia e dalla tristezza (il lupo nero). Delicate ed eleganti sono le illustrazioni di Isabelle Arsenault che con tratti semplici e precisi riesce a tradurre in immagini la storia e i sentimenti che legano le due sorelle. Traduzione Beatrice Masini.

Kyo Maclear è una scrittrice, saggista e autrice per bambini. Nata a Londra si è trasferita con i genitori, all’età di quattro anni, a Toronto. Laureata in Storia dell’arte e Studi culturali all’Università di Toronto, i suoi testi sono pubblicati in Nord America, Europa Asia e Australia. Il suo primo racconto, The Letter Opener (Harper¬Collins), nel 2007 è stato finalista dell’ Amazon.ca/Books in Canada e First Novel Award, and nel 2009 è stata premiata con il premio K.M. Hunter Artist Award in Literature.

Isabelle Arsenault è un’ illustratrice laureatasi in Disegno grafico all’ Università del Québec a Montréal. Molte sono le sue collaborazioni con riviste in Canada e negli Stati Uniti. Nel 2004 ha illustrato il suo primo libro per bambini (Le coeur de Monsieur Gauguin), nel 2005 le permettera di vincere il prestigioso premio Prix du Gouverneur général dans la catégorie illustration jeunesse de langue française . Nel 2012 grazie alle illustrazioni per Virginia Wolf scritto da Kyo Maclear, la Arsenault ha ricevuto il premmio Le deuxième Prix Littéraire du Gouverneur Général .

:: Finché sarò tua figlia, Elizabeth Little, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 giugno 2015

FinJanie era una volta una ragazza bella, ricca e famosa, una protagonista della vita mondana di Beverly Hills tra feste ed eccessi vari, finché non fu accusata di aver ucciso la madre Marion, filantropa e miliardaria con cui non andava particolarmente d’accordo, e rinchiusa in carcere. Dieci anni dopo, il suo avvocato riesce a farla uscire per un vizio procedurale del suo processo (cosa possibile negli States) e Janie decide di scoprire la verità su questa madre perfetta e sulla sua morte, di cui lei non è comunque colpevole.
Nascondendosi sotto una falsa identità e inseguita tra gli altri da un blogger implacabile, Janie inizia a fare un viaggio in incognito, ricordando alcuni particolari della morte della madre e qualcosa che le aveva sentito dire poco prima di morire, e arriva nella cittadina mineraria di Adeline, nel South Dakota, dove scoprirà la storia di Tessa, ragazza ribelle e insofferente come lei, che trent’anni prima sparì per nuovi lidi e che è qualcuno che lei ha conosciuto in altri tempi e con un altro nome.
Il genere thriller funziona sempre, con il suo tema di fondo della ricerca della verità, e qui il libro è originale come atmosfere, personaggi, punto di vista del narratore. Di solito il detective della situazione è un poliziotto o una figura simile, non un diretto o diretta accusato/a di omicidio, che ricostruisce la storia in prima persona, un’ottima scelta perché si seguono in tempo reale i progressi dell’indagine, con inframmezzati pezzi di giornale, mail, interrogatori, diari.
Finché sarò tua figlia, traduzione non fedelissima dell’originale Dear daughter, cara figlia, mette in scena anche il lato oscuro del bel mondo di Beverly Hills, protagonista di tanti romanzi, film, serie tv, ed è incentrato su una protagonista comunque poco simpatica, ragazza viziata e piena di vizi caduta all’inferno, che cerca di riscattarsi in maniera poco ortodossa, indagando sul passato di una madre che ha per lo più detestato, ma a cui scoprirà di assomigliare molto.
Storia senza eroi ma basata sulla ricerca della verità e sulla riscoperta di rapporti familiari e sentimenti, con un finale che suona come un colpo netto, Finché sarò tua figlia presenta una buona variante sul genere thriller oltre che un viaggio nell’animo dei poco simpatici della società, fortunati ma anche loro vulnerabili, e una riflessione sul rapporto madre figlia, da due punti di vista che non potranno più incontrarsi.

Elizabeth Little è nata e cresciuta a St. Louis e si è laureata a Harvard. Scrive per il «New York Times» e il «Wall Street Journal». Finché sarò tua figlia è il suo romanzo d’esordio.

:: La specialista del cuore, Claire Holden Rothman (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

10 giugno 2015

phLe prime donne medico ufficialmente riconosciute nella società moderna furono alcune pioniere nei Paesi anglosassoni nell’Ottocento, come Maude Abbott, dottoressa a Montreal, vissuta tra il 1869 e il 1940, tra le prime a studiare medicina e a seguire la sua strada in un Paese poco noto a livello storico e sociale, rispetto al suo più famoso vicino gli Stati Uniti, ma dove trovarono spazio sperimentazioni e figure femminili d’avanguardia.
Alla vita della Abbott è liberamente ispirato il romanzo La specialista del cuore, di Claure Holden Rothman, che racconta la vita di Agnès, anticonformista fin dall’infanzia, da quando il padre, medico lui stesso e accusato di aver ucciso la sorella disabile Marie, la saluta prima di scappare. Agnés crescerà nel ricordo di quest’uomo incapace di affrontare la realtà ma di cui raccoglierà l’eredità accademica, capo famiglia tra una nonna sempre più anziana  ma che non la ostacolerà e una sorella minore, Laure, incapace di vivere nella realtà e chiusa in una specie di eterna infanzia come molte donne della sua epoca, portando avanti una vita fuori dagli schemi e per questo intrigante e insolita.
Nelle pagine del libro emerge la condizione femminile dell’epoca, ma anche la storia della scienza e della medicina dell’epoca,  campi di sperimentazione e studio ancora di più allora, oltre che gli eventi e i fatti di un mondo tra l’Ottocento e il dramma della Prima guerra mondiale. Il tutto è incentrato su Agnès, bambina, poi ragazza e poi donna, con una missione nel cuore che la porterà a trascurare il resto e il desiderio di ritrovare chi se ne è andato, anche a distanza di decenni, a costo di rimanere delusa e di capire ormai come la sua vita e la sua strada siano un’altra cosa, che riguarda solo lei.
Un romanzo storico e femminista, oltre che un tributo a chi, uomo o donna, da sempre cerca di aiutare gli altri: La specialista del cuore è una storia che avvince e appassiona, un modo per dare voce a tutte le donne che si sono ribellate alle convenzioni sociali e per tutti coloro che si sono dedicati alla scienza e alla ricerca. Tutto il romanzo è interessante, ma la parte per certi aspetti più godibile è quella relativa all’infanzia di Agnès, bambina che studia la natura e che salvaguardia le ricerche di questo padre imperfetto ma essenziale nella costruzione della sua vita.
Il tutto con una ricostruzione storica efficace e senza cadere in facili trappole sentimentali, costruendo con Agnès, bambina abbandonata e curiosa, e donna sempre in cerca di qualcosa e qualcuno, un personaggio che resta nel cuore, emblema della scienza e del suo eterno cercare di migliorare il mondo mettendosi sempre in discussione e anche di tutte quelle persone, donne in testa ma non solo, che non hanno saputo e voluto accontentarsi.

Claire Holden Rothman vive a Montreal. Ha conseguito la laurea in filosofia alla McGill University e in letteratura inglese alla Concordia University. Per tredici anni ha insegnato letteratura inglese al College di Marianopolis e scrittura creativa alla McGill. È inoltre autrice di due raccolte di racconti. Il suo primo romanzo, La specialista del cuore, è stato eletto tra i sei migliori romanzi del 2009 dalla rivista Quill and Quire.

:: The Academy, Amelia Drake, (Rizzoli, 2015) a cura di Micol Borzatta

10 giugno 2015

drakeTwelve è una ragazza all’apparenza come tante altre. Solo all’apparenza perché Twelve è un’orfana di dodici anni. Il nome non deriva dalla sua età, è sempre stata chiamata Twelve, da quando la direttrice dell’orfanotrofio Moser l’ha trovata, il nome infatti deriva dal fatto che è stata la dodicesima orfanella trovata nel suo anno, anno definito Anno Nero perché dal primo gennaio al 31 dicembre gli orfanelli raccolti sono stati settanta.
Come per tutti gli ospiti dell’orfanotrofio e della città intera anche per Twelve è giunto il momento, con il compimento del suo dodicesimo anno di età, di affrontare gli esami di selezione per entrare in una delle diciotto accademie della città che permetteranno di entrare, al loro termine, nel mondo del lavoro.
Twelve supera alla grande la selezione e mentre si sta dirigendo verso l’Accademia di Servizio, quella in cui le hanno fatto credere di essere entrata, viene rapita e portata alla diciannovesima Accademia, l’Accademia dei Ladri. Un’accademia segreta conosciuta solo come una leggenda.
Twelve cerca di scappare, ma le scoperte che fa sono strabilianti…
Un romanzo fantastico che punta a un target di adolescenti, ma in realtà adatto per qualsiasi lettore di qualsiasi età perché sa coinvolgere in un modo quasi magico.
Trasporta il lettore in un mondo di invenzione che per tutta la durata della lettura sembra reale, a tal punto che il lettore non vuole staccarsi da quelle pagine per paura quasi di poter perdere anche un solo attimo delle avventure dei protagonisti. Personaggi che sono descritti talmente minuziosamente che legano immediatamente con il lettore che si ritrova a patteggiare per uno o per l’altro, incitandoli e supportandoli a ogni pagina, a ogni riga, a ogni parola di tutto il romanzo.
Lo stile segue perfettamente le atmosfere diventando più calmo o più frenetico in base alle esigenze, e il linguaggio semplice permette di potersi godere la lettura senza doversi concentrare troppo su passaggi complessi ma seguendolo come se scorresse linearmente nell’anima.
Un romanzo consigliato a tutti che alla sua fine lascia un senso di vuoto come se avessimo salutato dei cari amici portandoci a voler iniziare il prima possibile il seguito della saga per poterli rincontrare e sapere come proseguono le loro avventure.

Di Amelia Drake si conosce davvero molto poco. Non ama molto le foto e difatti non ne troviamo nemmeno una. Seguendo i suoi racconti autobiografici sappiamo essere molto alta e con i capelli neri, ama i tatuaggi e ne ha fatto uno alla base del collo a forma di lacrima.
Ama i libri, a tal punto che nel suo piccolo appartamento si dice ne abbia più di diecimila.
Ha lavorato per molto tempo come cameriera in un ristorante di lusso, ed è proprio mentre serviva i tavoli che le è venuta in mente la storia di Twelve, così non ha potuto fare altro che prendere la sua penna stilografica d’ottone che si è costruita da sola e iniziare a scrivere il primo volume di questa meravigliosa saga.