Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Creole Belle, James Lee Burke, (Parallelo45 Edizioni, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015
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New Orleans. Dave Robicheaux si sveglia in ospedale dopo essere stato operato per aver ricevuto una pallottola nella schiena durante una sparatoria in Bayou Teche, ma la sua battaglia più grossa l’affronta non tanto per il post operazione ma quanto per la morfina che stanno usando per non fargli sentire il dolore.
Purtroppo la morfina non gli sta facendo passare solo il dolore, ma gli sta annebbiando la mente facendogli rivivere i ricordi che lo hanno afflitto in passato. Dave però non riesce a distinguere quali sono i ricordi e quali i fatti reali che gli stanno capitando intorno.
Una notte riceve la visita di Tee Jolie Melton, una sua vecchia conoscenza con un passato molto difficile. La mattina dopo però viene a sapere da Clete Purcel, suo vecchio partner in polizia, che Tee Jolie è scomparsa molti giorni prima e a tutti sembra strano che sia ricomparsa solo per andare a trovare in ospedale una vecchia conoscenza.
Sarà proprio l’ex partner che lo aiuterà a scoprire la verità su quanto accaduto.
Un romanzo emozionante che guida il lettore passo passo nella battaglia interiore di Dave vivendo tutti i drammi personali come se stesse combattendo anche lui in prima persona.
La lunghezza un po’ di quanto siamo abituati per un giallo non comporta comunque nessuna difficoltà nella lettura grazie a uno stile brioso e coinvolgente che guida per tutta la narrazione.
Le descrizioni degli ambienti sono totalmente reali che fanno vivere appieno l’atmosfera di New Orleans, non come siamo abituati a vederla nei film o nei telefilm, tutta colori, feste e balli, ma una New Orleans più suggestiva e oscura.
Anche i personaggi sono molto ben descritti, e non solo fisicamente, ma a livello molto più profondo e intimo che fa sì che il lettore possa creare un legame empatico con il suo personaggio preferito.
Un ottimo romanzo adatto anche a chi non conosce l’autore e a chi non è un fan del genere giallo.

James Lee Burke nasce a Houston nel 1936. Cresciuto sulla costa del Golfo del Texas-Louisiana frequenta il Southwestern Louisiana Institute e in seguito ottiene una laurea in inglese nel 1958 e un master presso l’università del Missouri nel 1960.
Nel corso degli anni ha svolto molti lavori tra cui geometra, giornalista, professore universitario d’inglese, assistente sociale, impiegato per il servizio occupazionale e istruttore negli U.S. Job Corps.
Premiato per ben due volte come Miglior Romanzo Criminale dell’Anno, è stato uno dei vincitori del Breadloaf & Guggenheim Fellowship e ha ricevuto il premio della NEA (National Educational Association).
Al momento della pubblicazione del suo romanzo The Lost Get-Back Boogie da parte della Louisiani State University fu nominato per il premio Pulitzer.

Source: libro del recensore.

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:: Cinematografia organizzata, Francesca Romana Massaro (Ensemble, 2015) a cura di Federica Guglietta

6 luglio 2015
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Torniamo a parlare di cinema, più nello specifico di saggistica cinematografica.
Dopo aver analizzato il saggio sul coloratissimo (e più simmetrico che mai) cinema wesandersoniano, si cambia totalmente registro con Cinematografia organizzata – la mafia tra cinema, fiction e realtà a cura di Francesca Romana Massaro, pubblicato da Ensemble e presentato lo scorso 3 luglio in occasione della Festa dell’Unità ad Ostia Antica.
Un saggio che indaga nel profondo il legame stretto instauratosi negli anni tra produzione cinematografica e organizzazioni mafiose.
A partire dai temi trattati, o meglio, dal tema unico che è, appunto, quello della mafia. A partire dalla sua genesi fino alla sua “esportazione” in America, secondo il famoso e intramontabile assioma: Italia – pizza – mandolino – mafia. Ah, non si tratta propriamente di un assioma? Poco male.
Francesca Romana Massaro ci porta, con dovizia di particolari, in mondo creato per generare un’alternativa filmica alla realtà: spiegare i come ed i perché della mafia, vederla da vicino, capire per quale motivo, ad un certo punto questa riuscisse ad influenzare l’andamento stesso di un set cinematografico, imponendo divieti, regole da rispettare, figure da idolatrare, negando permessi.
Si tratta proprio di un genere, quello del mafia movie, divenuto poi uno dei filoni più importante del gangster. A consacrare questo stato di cose arriverà, nel 1972, “Il Padrino” di Francis Ford Coppola. Degno predecessore di questo lavoro è, sicuramente Pietro Germi, che, trovandosi a girare nel filone del cinema d’autore post Seconda Guerra Mondiale e, proprio per questo motivo, trovandosi attorniato dai vari film figli del neorealismo di Rossellini, De Sica, Visconti, De Santis e Lattuada (per citarne alcuni), ne risente egli stesso l’influenza. Quindi decide di provare a fare una commistione tra western e neorealismo. Quello che ne risentirà molto sarà proprio uno dei suoi primi film girati per il genere mafia movie “In nome della legge” del 1949. Girato a Sciacca nel 1948 e tratto dal romanzo “Piccola pretura” del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film racconta di un giovane magistrato palermitano che viene inviato come pretore in un paesino della Sicilia e qui, per amore e rispetto della legalità, si troverà a fronteggiare varie ingiustizie sociali, ma anche l’omertà della gente del posto che mai si sarebbe schierata contro il boss confessando qualcosa.
Successivamente, negli anni Settanta, tocca al cosiddetto cinema di impegno civile l’arduo compito di portare i film di mafia sul grande schermo. Ci riuscirà nel 1973 Francesco Rosi con il suo “Lucky Luciano”, seguito nel 1977 da “Il prefetto di ferro” di Pasquale Squitieri.
Il “Lucky Luciano” di Rosi si rifà al personaggio realmente esistito di Salvatore Lucania, nel film interpretato da Gian Maria Volonté, boss italoamericano rispedito in Italia come “indesiderabile” nel 1946. A questo punto, Luciano torna a Napoli dove inizia a vivere in modo tranquillo e per nulla imputabile, ma le voci lo accusano di essere coinvolto nel traffico internazionale di droga. Sarà perseguitato ed accusato, ma nonostante tutto non svelerà mai il suo segreto.
Nei capitoli successivi, la Massaro svolge una puntuale analisi su come boss mafiosi abbiano influenzato la cinematografia di genere (sia italiana che americana). Secondo la sua opinione sarebbe proprio la figura di “Lucky Luciano”, boss mafioso di Cosa Nostra, a diventare fonte di ispirazione per tutti gli altri film successivi appartenenti a questo filone.
In poche parole si stava creando quello che, ormai, è secondo l’immaginario collettivo l’immagine di boss, nella fattispecie quello di origini siciliane, irreperibile, una persona di cui, a volte, si sa solo il nome o, addirittura soltanto il soprannome, e che diventa personaggio adattabile a storie tratte da avvenimenti reali o più romanzati.
I capitoli centrali del saggio affrontano il tema dell’infiltrazione mafiosa proprio sul cinematografico, con i rischi e pericoli che tutto ciò potesse portare. Intere produzioni cinematografiche sono state costrette a trovare un compromesso con i boss del posto per poter girare così ì loro film (che sia il pizzo da dare o censure da attuare).
Inoltre viene affrontato il tema del Male, della criminalità e delle azioni empie viste come fonte di attrazione e intrattenimento. Come succede tutt’oggi con varie serie televisive americane di recente produzione: anche qui il potere della criminalità organizzata diviene fulcro dell’azione stessa. Sarete sicuramente a conoscenza de I Soprano (1999-2007), Boardwalk Empire (2010 -2014), e, per quanto riguarda il legame tra crimine e potere politico non posiamo far a meno che ccitare House of Cards (2013 – corrente).
Nel saggio, ampio spazio è quello dedicato alla figura della donna in un ambiente (poi genere) considerato per lungo tempo solo maschile. Ed è cosi è che ci troviamo davanti alla pupa e alla moglie del boss, ma anche a donne capaci loro stesse di diventare donna di mafia.
A corredare il lavoro della Massaro troviamo un’ampia sezione documentaria e una lunga lista di interviste e testimonianze.
Ricordiamo, infine, un film agrodolce che tenta di spiegare in modo semplice e metaforico la mafia vista dagli occhi di un bambino siciliano cresciuto negli anni ’70. Stiamo parlando de La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco Pif Diliberto.

Francesca Romana Massaro, giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, ha già all’attivo un saggio dal titolo “Il cinema come nessuno ve l’ha mai raccontato” (Ed. Emmebi, 2011). Inoltre è direttore responsabile de L’Araldo dello Spettacolo (www.araldodellospettacolo.it)

Source: libro del recensore.

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:: Straniera ingrata, Irena Brežná, (Keller editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

6 luglio 2015
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Da poco Keller editore ha pubblicato in Italia il romanzo Straniera ingrata di Irena Brežná. La storia è autobiografica, ma riesce a farci capire alla perfezione lo stato d’animo di chi fugge dalla terra di origine, alla ricerca di un luogo nuovo e migliore dove poter cominciare una vita nuova. La Brežná prende spunto dalla propria esperienza personale per narrarci le difficili condizioni socio-esistenziali di chi viene considerato un immigrato. Nel libro, la voce narrante è una sola, quella dell’autrice stessa, ma si sdoppia, mostrando a noi lettori due mondi che convivono nella stessa persona. Da una parte, c’è la dimensione di vita della giovane immigrata arrivata da lontano che lotta per farsi accettare senza dover mai rinunciare alle proprie origini. Questo spirito di ribellione permetterà alla Brežná di evitare il tipico processo di assimilazione, rimanendo legata alla cultura della sua patria d’origine e sentendosi una straniera ingrata. Dall’altra parte, c’è la voce della scrittrice che lavora come interprete pronta ad ascoltare gli emigranti per mediare con le autorità svizzere, nella speranza che qualcuno riesca a trovare rifugio. La Brežná agisce in questo modo, perché conosce bene la grande afflizione di chi scappa dal proprio paese d’origine devastato dalla guerra, dalla povertà o da una politica repressiva. Lei stessa si diede alla fuga dalla Cecoslovacchia (oggi è la Slovacchia) nel 1968 per rifugiarsi in Svizzera, ma appena arrivata qui non le fu semplice inserirsi e farsi accettare dal nuovo mondo elvetico. Straniera ingrata sembra un diario scritto dall’autrice per se stessa e per gli altri. Gli “altri” sono da intendere come i tanti migranti dei quali lei stessa ci narra le vicende, perché lavorando come traduttrice negli uffici per l’immigrazione, negli ospedali e nelle carceri, la donna ha la possibilità di entrare in contatto con l’umanità più umile e disperata. Non a caso le parti del libro nel quale la Brežná ci parla delle persone che incontra durante il suo lavoro sono le più toccanti, in quanto emergono storie di famiglie distrutte dalla povertà e dalla guerra. Il lettore conoscerà storie di immigrati gravemente malati, consapevoli che la loro vita sarà breve, ma pronti a tutto per garantire ai figli l’inserimento in una società nuova che permetta loro di vivere meglio, rispetto al proprio paese natale. Non mancano delinquenti che tentano la fortuna e ogni escamotage possibile per sfuggire all’arresto, però sono tante le voci che l’autrice ascolta e traduce e tutte sono in cerca di vero aiuto. L’immagine è quella di una umanità derelitta, alla ricerca della salvezza, della redenzione e della pace. Attraverso la propria storia, la scrittrice cecoslovacca ci racconta le diverse sfumature del mondo dell’immigrazione ed evidenzia il difficile rapporto e convivenza tra culture diverse, temi molto attuali. Inoltre, questo libro porta chi legge a riflettere sul valore dell’identità personale e nazionale, ma quello che fa pensare ancora di più è la piena consapevolezza di Irena Brežná, autrice di Straniera ingrata, che non sempre il nuovo Paese scelto per salvarsi, sia migliore del tetro incubo che ci si è lasciati alle spalle. Traduzione di Scilla Forti.

Irena Brežná è nata nel 1950 in quella che un tempo era Cecoslovacchia e oggi Slovacchia ed è emigrata in Svizzera nel 1968 dove tuttora vive e lavora. Dopo gli studi di slavistica, filosofia e psicologia s’impegna nella mediazione interculturale e a favore dei diritti umani. Dal 1981 è scrittrice e giornalista. I suoi articoli, pubblicati in Svizzera, Germania e Repubblica Slovacca, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Le sue opere letterarie affrontano principalmente i temi dell’esilio e della patria.

Source: libro del recensore.

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:: La porta delle tenebre, Glenn Cooper, (Editrice Nord, 2015) a cura di Micol Borzatta

6 luglio 2015
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Emily e John sono finalmente rientrati alla loro epoca, ma appena tornano scoprono che l’apertura del portale ha portato nell’Oltre la sorella e i nipoti di Emily che erano nella sala mensa insieme a una scienziata e altre otto persone sparite dalle loro abitazioni.
Rincomincia così un nuovo viaggio nell’Oltre per salvare i nuovi spariti e per farlo John ed Emily dovranno allacciare alleanze con persone molto pericolose che nel loro primo viaggio hanno tradito o evitato del tutto, ma questo e altro per salvare i propri familiari.
Anche in questo nuovo viaggio Cooper mantiene un terminologia molto semplice che permette a qualsiasi lettore di potersi avvicinare ai suoi scritti, appassionandosi subito senza nemmeno più accorgersi del tempo che scorre, rimanendo attento e concentrato nella lettura fino all’ultima pagina senza volersi mai fermare.
Le descrizioni sono sempre molto minuziose e profonde come siamo stati abituati, infatti già dalle prime righe si ha la sensazione di rincontrare vecchi amici che avevamo salutato 7 mesi fa,m provando le stesse emozioni e gli stessi legami provati per gli altri suoi libri in generale e con Dannati in particolare.
Anche stavolta il viaggio nel tempo viene aiutato dalle descrizioni degli ambienti che riprendono perfettamente l’altro libro portano una perfetta continuità nella storia che fa dimenticare al lettore il fatto che sia passati 7 mesi tra una pubblicazione e un’altra.
Anche stavolta il finale è totalmente aperto dando l’impressione che ci sia un terzo libro in uscita che ovviamente aspetteremo con ansia.
Consigliato vivamente anche ai non amanti del genere per la qualità della trama e della scrittura.

Glenn Cooper  Nato a New York l’8 gennaio 1953 è cresciuto a White Plains, nella periferia di New York. Laureato in archeologia alla Harvard University e in medicina alla Tufts University School of Medicine. Finiti gli studi ha lavorato nel campo dell’industria farmacologica diventando presidente e amministratore delegato di un’azienda di biotecnologie nel Massachusetts.
Nel 2009 pubblica il suo primo libro, Library of the Dead, tradotto in 22 paesi, in Italia conosciuto con il titolo La biblioteca dei morti.
Subito ha sceneggiato e prodotto il suo primo film, Long Distance, con la sua casa di produzione, la Lascaux Pictures.
Nel maggio 2010 ha pubblicato l’atteso seguito del precedente romanzo, Il libro delle anime (Book of Souls) avente sempre Will Piper come protagonista.
In contemporanea viene pubblicato in Inghilterra il terzo libro The Tenth Chamber, arrivato in Italia in 20 gennaio 2011 con il titolo La mappa del destino.
Nel 2011 esce in Inghilterra The Devil will come, in Italia è stato pubblicato il 7 dicembre dello stesso anno con il titolo Il marchio del Diavolo, ambientato interamente in Italia.
Nella città di Solofra in provincia di Avellino è presidente onorario dell’Associazione culturale A.S.BE.CU.SO (Associazione Salvaguardia BEni CUlturali SOlofra) dove ha ricevuto il 20 novembre del 2012 la cittadinanza onoraria.
Quello stesso anno pubblica Il tempo della verità, I custodi della biblioteca e L’ultimo giorno. L’anno successivo, nel 2013, pubblica Il calice della vita.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara dell’ufficio stampa edizioni Nord.

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:: Come donna innamorata, Marco Santagata (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

29 giugno 2015
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E quando mi domandavano: «Per cui t’a così distrutto questo Amore?», e io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.” – Vita Nova II, 5

8 giugno 1290.
A Firenze, in una torrida giornata estiva, si spegne una delle figlie di Folco Portinari, Bice.
Meglio nota come Beatrice, Musa della lirica dantesca e fine ultimo della sua opera più alta e complessa, la Commedia.

Chi sarebbe stato l’angelo da celebrare in versi, lui l’aveva già deciso. Non aveva esitato neppure per un momento. Non poteva che Beatrice Portinari, la dama dagli occhi smeraldo, la signora triste che calamitava l’attenzione dei presenti e li rendeva più gentili, più rispettosi, più affabili.”

Dante, L’Alighieri, il sommo poeta, ai tempi è ancora un giovane alle prime armi. Giovane poeta sconosciuto ai più, che ha già perso la propria Musa e che, almeno in quel determinato periodo storico, vive all’ombra del suo primo amico Guido Cavalcanti, di dieci anni più grande e che gode di maggior autorevolezza e stima in città, essendo un magnate, e del suo maestro Brunetto Latini. Giovane poeta che deve fare i conti con il suo essere figlio di Alighiero degli Alighieri, un usuraio, e con le alte sue aspirazioni di fama e gloria eterna. Lottava contro i mormorii della gente, le spallucce, i nomignoli che gli venivano affibbiati (uno tra tutti, Nasone) e quello che definiva il suo Male. Delle crisi. Crisi epilettiche, diremmo oggi. Succedeva solo quando si trovava in presenza di Beatrice e questa catalizzava appieno la sua attenzione.

Tuttavia, adesso Bice era morta e con lei anche Beatrice. Quella donna divenuta suo personaggio, suo amore platonico e personalissimo, croce e delizia per via del già citato male che lo affliggeva, ma Beatrice restava pur sempre centro del suo fare poesia. Quella donna ora non c’era più. Quel suo amore idealizzato e puro, risalente ai tempi dell’infanzia (pur non essendo a conoscenza di tale sentimento), non aveva più corpo. Cosa fare?

Avrebbe potuto dedicare i suoi versi ad una persona morta: i più non avrebbero capito, sarebbe servita una seconda lettura, una certa inclinazione morale e di fede, soprattutto.
Sì che poteva. Dalle Rime (componimenti giovanili), passando per la Vita Nova (quella “vita rinnovata”, senza Beatrice, la sua donna, angelicata, tuttavia, solo nella sua mente) e finendo con la Commedia, suo massimo capolavoro, Dante non ha mai smesso di parlare di Beatrice, colei che aveva la capacità di rendere tutti giù gentili.

Desiderava diventare il primo tra tutti, Dante.

Già dalla più tenera età ha dovuto combattere contro tutto e tutti per difendere il suo amore per la scrittura: il padre Alighiero avrebbe voluto avviarlo agli studi contabili, in modo da far di lui un banchiere,il nonno Durante lo avrebbe visto bene come notaio o, al massimo, come avvocato. Con caparbia e ostinazione, Dantino , come amava chiamarlo il Cavalcanti, riuscì ad avere come suo maestro Brunetto, il migliore che si potesse avere in città. Si sentiva una spanna sopra la lirica amorosa tradizionale, quella dell’amor cortese e dello struggimento, non riusciva a prendere esempio dall’amico Guido e, proprio per questo motivo si crucciava, non sentendosi per nulla all’altezza di quello che, mentalmente, vedeva essere il suo destino. Un’istituzione divina.
Così Marco Santagata, critico e studioso della lirica dantesca e petrarchesca, ci presenta il suo Dante. Un homo novus caratterizzato da tratti che nessuna letteratura (sia per il liceo che, ovviamente, per l’università) ha mai messo in luce prima d’ora.

Di quali straordinari stiamo parlando?

Il Dante raccontato di Santagata nel suo ultimo romanzo, Come donna innamorata, pubblicato a marzo scorso dalla casa editrice Guanda e in lizza tra i 5 finalisti del Premio Strega 2015, è prima di tutto un personaggio umano: soffre, si commuove, si arrabbia, ha moti di gioia e gelosie varie. Complesso nella sua struttura psicologica e qui entra in gioco una magnifica introspezione nel profondo dell’animo del sommo poeta, elemento importantissimo questo, mai messo in risalto dai testi manualistici che siamo abituati a leggere e a studiare. Last, but not least: si tratta un Alighieri molto affettuoso, legato sia ai familiari (il nonno Durante, sua spalla forte, la moglie Gemma Donati, donna che col tempo impererà ad apprezzare e i tre figli, Giovannino, Pietrino e Antonia) che agli amici (Guido Cavalcanti, suo primo amico, Lapo Gianni, suo secondo amico, il maestro Brunetto).
Ai nostri giorni, ormai, Dante rappresenta quasi un’icona pop, come ci dice lo stesso Santagata in un’intervista proprio in occasione della sua candidatura alla tornata finale del Premio Strega: non è mai stato popolare quanto oggi, ce lo ritroviamo dappertutto, persino nelle pubblicità.
Non dimentichiamoci che, proprio quest’anno, ricorre il 750esimo anniversario della sua nascita, nel 1265 da Alighiero e Bella degli Abati. Dante fu poi esiliato dalla sua Firenze nel 1302 in quanto guelfo bianco. Dopo molte peregrinazioni e richieste di ospitalità presso i maggiori signori dell’epoca, in Toscana, Romagna e Veneto, morì a Ravenna nel 1321.

Ho avuto il piacere di conoscere questo sommo poeta che tutto sembra tranne un uomo di spicco, inavvicinabile, lontanissimo dalla nostra contemporaneità e visione del mondo.
Mi sento di consigliarvelo, per me che sono totalmente abituata a un Dante da manualistica è stata una bellissima scoperta.

Colgo l’occasione per fare un grosso in bocca al lupo al Prof. Santagata per la finale del Premio Strega che si terrà il prossimo 2 luglio nel consueto scenario del Ninfeo di Villa Giulia a Roma.
(www.premiostrega.it)

Marco Santagata, classe 1947, critico e studioso di letteratura italiana, attualmente insegna all’Università di Pisa. Da italianista è tra i massimi esperti di lirica classica italiana, in particolare di Dante e di Petrarca.
Oltre a svolgere l’attività di storico e critico della letteratura è scrittore/narratore. Non solo di saggi, ma anche romanzi, quindi.
Per la casa editrice Guanda ha pubblicato diversi titoli:
Papà non era comunista (1996, ristampato poi nel 2003); Il maestro dei santi pallidi (2002) L’amore in sé (2006); Voglio una vita come la mia, (2008); Come donna innamorata (2015), suo ultimo lavoro per cui è tra i finalisti del LXIX Premio Strega.
Ha vinto il Premio Campiello nel 2003 con Il maestro dei santi pallidi e il Premio Stresa di Narrativa con L’amore in sé nel 2006.
Per quanto riguarda la saggistica ricordiamo: I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca (Il Mulino, 1992, ristampato nel 2004); L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (Il Mulino, 2011); Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012); Guida all’Inferno (Mondadori, 2013); L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura (Mondadori, 2014). Inoltre è curatore delle opere di Dante e Petrarca nei Meridiani Mondadori.
Si occupa anche di didattica online in qualità di Presidente del Consorzio ICoN – Italian culture on the net.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ufficio stampa Guanda.

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:: Agustín nella Terra del Fuoco, Ornella Fiorentini, (Giovanelli edizioni, 2015) a cura di Viviana Filippini

27 giugno 2015

inQuesto è un romanzo d’avventura e di formazione che ha per protagonista il piccolo Agustín. L’autrice, Ornella Fiorentini, ha pubblicato di recente con Giovanelli edizioni il romanzo per bambini, Agustín nella Terra del Fuoco, nel quale il piccolo protagonista sperimenta un viaggio che lo cambierà per sempre. Il viaggio non è solo quello fisico che il tredicenne compie per raggiungere l’isola di Tabata in compagnia della nonna Paloma, di un lama e del fidato amico a quattro zampe Pepe. Il viaggio, per Agustín sarà un arzigogolato e anche un po’ insidioso cammino di crescita che lo porterà a scoprire le gioie, i dolori e gli imprevisti della vita. Ma perché il protagonista decide di compiere questa impresa? Agustín parte dall’Aconcagua, la montagna più alta dell’Argentina, per raggiungere l’isola che si trova in quel posto che tutti considerano la fine del mondo:l’arcipelago della Terra del Fuoco. Qui vivono da sette anni i suoi genitori – Izar e Rafael-, che il piccolo amerindo vuole ritrovare per poter riunire la famiglia che si era disgregata al momento della loro partenza. Camion, treni, lunghe camminate porteranno il protagonista di questa narrazione a scoprire un mondo tutto nuovo e pure le proprie origini, perché sul suo cammino arriverà un membro della tribù dei Selknam, la stessa alla quale appartiene il padre di Agustín. L’uomo gli racconterà perché sta viaggiando da clandestino e gli confesserà la motivazione che lo sta portando a Tabata. La rivelazione sconvolgerà Agustín, ma lo aiuterà a capire che a volte gli uomini riescono a ritrovare la loro coscienza e comprendono cosa sia la vera giustizia. Attraverso un linguaggio scorrevole e delicato l’autrice crea una storia di forte impatto emotivo, dove il piccolo protagonista arriverà alla fine con un livello di maturità molto più solido, rispetto a quello che ha nelle prime pagine della trama. Uno dei personaggi che mi hanno più intrigato è la nonna Paloma, perché cresce il nipote e lo segue nel suo cammino. Una nonna affettuosa, materna verso la figlia, il genero e il nipote. Una donna avanti con l’età, che nel corso della narrazione dimostrerà di avere una profonda saggezza e di essere colei che ha il compito di tramandare alle generazioni più giovani saperi, usi e costumi della tradizione del popolo di appartenenza, affinché nessuno li dimentichi. Agustín è un ragazzino, ma le esperienze vissute gli permetteranno di capire quanto possono essere crudeli gli uomini (il governatore) verso i propri simili e quanto dolore, fisico ed emotivo, possa scatenare la lotta per i propri diritti e per la libertà. A Rendere coinvolgente la storia del piccolo viaggiatore ci sono i disegni della pittrice argentina Andrea Girona, che con tratti grafici delicati riesce a rendere i personaggi della narrazione vicini al lettore. Questo libro è un romanzo di formazione e, allo stesso tempo, è una storia che racconta l’importanza della famiglia e della scoperta delle proprie radici necessari al ragazzino di Agustín nella Terra del Fuoco di Ornella Fiorentino ad affrontare il domani, senza dimenticare il proprio background familiare.

Ornella Fiorentini Laureata in Arte al DAMS dell’università di Bologna, vincitrice di parecchi premi letterari nazionali e internazionali, Ornella Fiorentini ha pubblicato l’opera per l’infanzia “Fiabe contemporanee” nel 1985. “Il cuore a fette” è il suo primo romanzo pubblicato nel 2004 a cui segue il romanzo “Cuore d’artista” nel 2006. La raccolta di racconti noir “Teodora degli Innocenti” esce nel 2007. La raccolta di haiku e poesie in versi liberi “Diamanti” è pubblicata nel 2009 e si aggiudica Il Gran Premio Città di Budapest. Nello stesso anno viene pubblicato il romanzo “La bambola di Solange”. Nel 2010 segue la pubblicazione dei romanzi “Le stelle di San Lorenzo” e “Obiettivo Veronika”. Escono anche l’audiolibro per l’infanzia “Niklas e Kimkim” e l’atto unico teatrale “Nena del Guadalquivir”. Nel 2011 vengono pubblicati la raccolta di racconti noir “Si può morire per amore?”, il libro di haiku “Erba smeraldo”, gli e-book “Viola & Cannella” e “La Principessa Virginia”, quest’ultimo tradotto in inglese e in francese e il romanzo “A bocca chiusa”. Nel 2012 vengono pubblicati il libro per l’infanzia “Martino e il pettirosso” e la silloge poetica “Sciamana”. Nel 2013 vengono pubblicati la raccolta di racconti “Christine” e la silloge poetica “Girasole Caparbio”. Nel 2014 è uscito “E perché dovrei pentirmi?”, romanzo noir per le edizioni Tabula Fati, Chieti.
Collabora alle riviste letterarie “NTL – La Nuova Tribuna Letteraria”, Lozzo Atestino (PD) e “La Piè”, Imola (BO). Dal 2009 conduce seminari di Scrittura Creativa per Coop Adriatica di Ravenna e per il Comune di Russi (RA). Nell’agosto-settembre 2012 ha condotto il workshop di Scrittura Creativa al MAMI, 1° festival mondiale di Arti, Musica e Intercultura di Segni (Roma). Con l’Associazione Cianove Italia-Bulgaria di Ravenna e la Fondazione Artist di Sofia, ha partecipato al progetto della Comunità Europea “Arte per il cambiamento sociale 2013” in Bulgaria. Nel 2014, in qualità di docente del corso di Scrittura Creativa, ha iniziato la collaborazione con C.A.P.I.T., Ravenna. Come storica dell’arte, ha iniziato la collaborazione con l’associazione culturale “La Pergola Arte”, Firenze presentando il compendio di dodici artisti “Arte è” al caffè letterario “Le giubbe rosse” il 29 novembre 2014 a Firenze.

:: Il Canto degli Innocenti, Piergiorgio Pulixi, (EO, 2015)

26 giugno 2015
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Non tutti i poliziotti della narrativa noir sono solo chiacchiere e distintivo, parole che David Mamet mette in bocca a Al Capone nel celebre Gli intoccabili, e a maggior ragione non lo è Vito Strega, commissario di Polizia di una grande città di cui non conosciamo il nome (si sa che c’è il mare) a cui Piergiorgio Pulixi dedicherà ben 13 romanzi di una lunga saga dedicata al Male: il distintivo lo sta per perdere, una psicologa deve valutare se è idoeneo ad essere reintegrato in servizio dopo una brutta storia che l’ ha coinvolto, (ha ucciso, non si sa quanto accidentalmente, un suo collega) e di chiacchiere non ne fa, amici e nemici concordano che lui macina fatti, risolve i casi di cui si occupa.
Ne Il canto degli innocenti, edito da EO nella collana Originals, primo capitolo di questa serie chiamata I Canti del Male, Vito Strega si troverà volente o nolente ad indagare, su richiesta di una sua amica collega (segretamente innamorata di lui), su un caso che vede coinvolti diversi adolescenti, colpevoli di brutali omicidi di cui non conservano uno straccio di senso di colpa, nè scappano dal luogo dove li compiono consegnandosi con grande tranquillità alla polizia quasi fieri degli atti compiuti.
Se non fosse per il ripetersi di queste modalità aberranti non ci sarebbero ragioni di collegarli: gli assassini non si conoscono, i moventi dei crimini sono apparentemente diversi. Insomma solo Vito Strega si accorge di questa connessione, che lo rende sempre più certo che ci sia dietro un Burattinaio capace di plagiare le giovani menti influenzabili dei ragazzi spingendoli a uccidere. Ma perchè? E soprattutto come fermarlo?
Se questa è a grandi linee la traccia narrativa delle indagini, su un piano parallelo si svolge l’indagine forse più interessante nell’animo tormentato del commissario. Un tipo di per sè notevole: un omone alto più di un metro e novanta, affascinante, quasi una calamita per le creature di sesso femminile (gatte comprese) sebbene perdutamente innamorato della moglie che l’ha lasciato per un altro, dotato di tre lauree, amante del jazz e dei libri, a suo modo sensibile. Insomma un personaggio che fa di tutto per conquistarsi le simpatie del lettore pur con i suoi lati bui.
Ed è importante che un personaggio stia simpatico e soprattutto incuriosisca se si vuole iniziare un’opera così ambiziosa come quella di Pulixi dedicata a tutte le sfumature del male.
Dopo i polizieschi all’americana della saga di Mazzeo, e il noir piscologico, L’appuntamento, dunque un noir più nostrano, più classico se vogliamo, per un autore che ama sperimentare e soprattutto mettersi alla prova, anche correndo qualche rischio. La prima reazione quando si parla di crimini commessi da adaloscenti è di rifiuto, un po’ come se fosse stato violato un tabù del noir e della stessa nostra società. I ragazzini sono innocenti, non uccidono, e soprattutto se anche lo fanno non sono consapevoli del male fatto. Non hanno ancora una cosienza formata per distinguere il bene dal male, o meglio non possono essere malvagi.
Non che i casi di cronaca non parlino di bambini che uccidono i fratellini in culla, o giocando con una pistola uccidano un amichetto. Ma anche li la colpa è dei genitori che li non li sorvegliano o li educano senza imporre divieti. Difficilemente riusciamo a concepire un ragazzino che compia il male per se stesso. Forse Lorenza Ghinelli nei suoi libri ci ha parlato dei lati bui dell’infanzia, ma ben pochi altri autori. Finale (per quanto provvisorio) spiazzante.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008) e L’albero dei microchip (Edizioni Ambiente, 2009), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010), i polizieschi Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog “Noir Italiano” e “50/50 Thriller”, e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014). Nel 2014 ha pubblicato, sempre per le nostre edizioni, L’appuntamento. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto e su Micromega.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Colomba dell’ edizioni E/O.

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:: La resurrezione della carne, Francesco Bianconi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

26 giugno 2015
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Anno Domini Duemila-e-non-si-sa. Sicuramente cinque, massimo dieci anni dalla data attuale. In una Milano post Expo, non più solo da bere, ma anche “da mangiare”, una città molto cambiata, mutata per certi versi in peggio, con la topografia totalmente stravolta, luoghi fantasma e infrastrutture mai rimosse dal 2015, c’è Ivan.

Ivan Sacchi, che di professione fa lo sceneggiatore un po’ poeta, come amano definirlo i suoi colleghi, canzonandolo. Autore di successo di una serie tv dal titolo La resurrezione della carne, un misto di zombie, inquadrature di sangue finto sull’asfalto, invasioni di non vivi – mezzi morti in piazza Duomo, metafore esistenziali poche perché è risaputo che, al giorno d’oggi, la gente vuole solo l’intrattenimento, quello cotto e mangiato, diciamo pure un po’ crudo, un po’ liofilizzato, assolutamente senza critica sociale. Anche gli americani vogliono i suoi zombie mangiacarne, sono disposti a pagare bene, sono disposti a pagare tanto.

La svolta, secondo gli altri.

La fama. I soldi. Tutto quello che ognuno desidererebbe.

Il nulla, secondo lo sceneggiatore.

Nonostante tutto, Ivan si sente vuoto e solo. Non apprezza il suo lavoro. A chi lo osanna vorrebbe dire che si è solo ispirato, anzi, che ha scopiazzato le scene più belle dei film horror più brutti e meno apprezzato di un Fulci, un Argento e un Andrea Bianchi, ma questo nessuno lo sa.

Lascia correre, Ivan. Tira avanti per apunia ed atarassia.

Finché non succede che incontra Giovanna, ragazza intelligentissima non appartenente al suo mondo di finzione. Si innamorano, si amano.

Finisce l’erba e l’acqua scola.
Un bimbo chiede come mai
fiorisca il cardo di viola,
poi fra le viole sceglie te.
Perciò stanotte dormi qui,
Che non esiste oscenità,
freghiamo la pornografia.
E dammi figli e verità
e sesso orale e santità.
Non mi resta più nessuno,
Tranne te.”

da Nessuno, traccia contenuta nell’album Fantasma, Baustelle (2013)
Ivan ha così la sua prima resurrezione, si sente vivo. Hanno un figlio. Una vita ideale, eppure così normale. La normalità che Ivan cercava.

Eppure la vita rimane sempre quella che è, imprevedibile.

Un evento del tutto inaspettato arriverà a turbare il loro equilibrio, tanto che Ivan dovrà impegnarsi a risorgere di nuovo.

Quello che ho cercato di raccontarvi è il succo de La resurrezione della carne, secondo romanzo di Francesco Bianconi, frontman dei Baustelle, edito da Mondadori ed uscito in libreria lo scorso 9 giugno.

A quattro anni dal suo Il regno animale, Bianconi torna a scrivere.

Nozione abbastanza inesatta questa.

Per sua ammissione sappiamo che, prima di fare musica, fin da bambino ha sempre desiderato  diventare uno scrittore. Dobbiamo dire che ci è riuscito in tutto e per tutto, come ci ha ampiamente dimostrato coi testi dei suoi sei album scritti e composti per i Baustelle.
Quel lirismo intriso di realismo che, da anni, firma a sua musica e i suoi scritti, modus scribendi in ogni caso pieno di riferimenti colti eppure così vicino alla vita di tutti noi, ai nostri problemi e alle nostre paure.

Musica e scrittura si fondono in unicum che diventa, appunto, realtà.

La copertina de La resurrezione della carne sembra la versione più matura, cresciuta e stravolta di quella dell’ultimo album dei Baustelle, Fantasma (Warner Music, 2013).

A questo punto, non ci resta che aspettare (non senza una certa ansia) nuovi lavori in musica e poesia.

Francesco Bianconi, classe 1973, nato a Montepulciano, in provincia di Siena, è cantante e compositore nei Baustelle, gruppo alternative rock con cui dal 2000 al 2013 ha pubblicato sei album. Ha scritto anche canzoni per altri interpreti (Paola Turci e Irene Grandi, per dirne qualcuno). Il suo primo romanzo, Il regno animale, edito sempre da Mondadori, risale al 2011. Poeta e occhio critico dei nostri giorni, Bianconi sa unire parole e musica in un’armonia che non ha eguali nel panorama cantautorale degli anni zero.
(www.baustelle.it)

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Io so perché canta l’uccello in gabbia, Maya Angelou, (Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

26 giugno 2015
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Questo libro di Maya Angelou, Io so perché canta l’uccello in gabbia, venne pubblicato per la prima volta nel 1969 e da subito fu accolto con grande successo. Beat edizioni lo ha rieditato di recente e leggendolo ci si addentra in un mondo nel quale la realtà raccontata ha degli aspetti molto simili alla nostra contemporaneità, dove sono ancora presenti, purtroppo, conflitti razziali. La Angelou è nota in America per essere stata una poetessa, attrice, sceneggiatrice e ballerina, ma quello che più traspare da questo volume di ricordi è l’immagine di una donna che ha sempre lottato e sofferto per poter affermare la propria libertà di essere e di vivere. Il libro non è un diario, ma più un racconto biografico scritto dall’autrice per narrare il suo mondo privato e quanto fosse difficile crescere negli USA tra gli anni ’30 e ‘40. Si parte dall’infanzia trascorsa in Missouri, assieme al fratellino, nell’emporio della nonna paterna, una donna conosciuta e rispettata da tutti. I due ragazzini vivevano con la nonna perché i loro genitori erano separati e non si facevano vedere e sentire, tanto è vero che ad un certo punto i due ragazzini crederanno di non avere genitori. Come emerge dalle pagine della Angelou, la vita con la nonna non era male, perché l’attività commerciale della donna le permetteva di guadagnare abbastanza per garantire una vita degna a se stessa e ai suoi familiari. L’anziana signora amava i nipoti, ma li trattava con molta severità e ogni piccola trasgressione veniva punita in modo brutale, anche se la colpa presunta non era così eccessiva. Ad un certo punto Maya e il fratello vedranno ricomparire all’orizzonte mamma e papà e si renderanno conto di non essere orfani come avevano creduto. In un primo momento i fratellini andranno a vivere con la madre. Per loro sarà un trionfo raggiungere quella donna così bella e affascinate da sembrare un’attrice di Hollywood, ma tutto si complicherà quando il compagno della donna violenterà Maya. La ragazzina soffrirà, però grazie alla mamma, al fratello e ai tanti libri che leggerà riuscirà ad accantonare le esperienza traumatiche. A farle capire l’importanza dell’avere propri diritti, sarà il breve periodo di convivenza con dei ragazzi di strada che aiuteranno Maya a trovare il percorso, un po’ difficoltoso, verso la propria indipendenza. Io so perché canta l’uccello in gabbia di Maya Angelou racconta la vita ai tempi della segregazione razziale ponendo attenzione sulla comunità afroamericana nella quale l’autrice stessa visse. Pagina dopo pagine emerge il desiderio della Angelou di essere indipendente da tutto e tutti, un tenacia che la porterà ad essere la prima donna alla guida in una mezzo pubblico a San Francisco. Io so perché canta l’uccello in gabbia è un intenso insieme di ricordi, emozionanti pezzi di vita dove gioia, dolore, ingenuità, voglia di riscatto morale e di vivere si mescolano narrando la storia di una singola persona e di un’intera comunità, quella dei neri d’America, che ancora oggi devono lottare per ottenere e mantenere i propri diritti e il rispetto. Traduzione Maria Luisa Cantarelli.
Vi consiglio anche la lettura di Radici, di Alex Haley, Ragazzo negro di Richard Wright, Il buio oltre la siepe di Harper Lee e The Help di Katherine Stockett.

Maya Angelou, nata a St. Luois è morta il 28 maggio del 2104 a 86 anni. Durante la sui vita pubblicò un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. La scrittrice è considerata un baluardo della cultura afroamericane e ha ricevuto una nomination al premio Pulitzer e numerosi Grammy Award. Attiva nel movimento per i diritti civili, ha lavorato a fianco di Malcolm X, conosciuto nel Ghana, e, dopo il suo assassinio, con Martin Luther King, Jr. Dopo la pubblicazione di Io so perché canta l’uccello in gabbia divenne testimone della battaglia antirazzista e nel 1993 lesse i suoi versi poetici per il primo mandato del presidente Bill Clinton, che la invitò alla cerimonia. Nel 2011 ricevette dal presidente Barack Obama, la medaglia della Libertà 2010, la più importante onorificenza civile americana.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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:: Eternal War: Gli Eserciti dei Santi, Livio Gambarini, (Acheron Books, 2015) a cura di Micol Borzatta

26 giugno 2015
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Toscana, Firenze, fine 1260. La battaglia tra Guelfi e Ghibellini impervia. A Montaperto i Ghibellini riescono a sconfiggere i Guelfi uccidendo molti guerrieri e decimando la famiglia Cavalcanti, tra cui anche Schiatta, il patriarca.
Vent’anni dopo il nipote di Schiatta, Guido Cavalcanti, oramai adolescente, decide di fare qualcosa per fermare la guerra che continua a mietere vittime, così approfitta del suo amore per Bice degli Uberti per chiedere la sua mano al fratello e unire le due parti.
Questo è quello che conosciamo tutti, quello che racconta anche la storia, ma quello che non sappiamo è che i grandi patrioti della storia sono guidati da Ancestrarchi che si uniscono nel mondo dello spirito ai pater familias e li consigliano.
Kabal, l’Ancestrarca dei Cavalcanti, si ritrova però in una situazione molto difficile, il suo protetto Guido infatti è nato con due anime. Una cosa che nessuno credeva fosse possibile, ma ben presto scopre che un altro giovane fiorentino ha la stessa anomalia di nascita: Dante Alighieri.
Un romanzo davvero avvincente che dopo una partenza molto lenta, ma al contempo necessaria per far capire al lettore il periodo storico in cui è ambientato, prende un ritmo molto frenetico e brioso che lega il lettore alle sue pagine fino alla fine portandolo a voler sapere gli avvenimenti senza quasi respirare.
Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono talmente minuziose che non possiamo non innamorarci di loro e non sentirci trasportati nel passato.
Un ottimo romanzo che unisce fantasia e storia in maniera magistrale, facendo venire voglia di approfondire l’argomento e quindi avvicinare i giovani alla storia.

Livio Gambarini nasce nel 1986. Cresce nelle vallate della bergamasca e a oggi è l’autore più giovane di Acheron Books.
Si è laureato in lettura fantasy in Italia e al momento tiene un corso di scrittura creativa all’Università Cattolica di Milano.
Ha già pubblicato un romanzo ambientato nella Lombardia del 1325, Le colpe dei padri, e diversi racconti che hanno ricevuto dei premi e menzioni in concorsi italiani di fantascienza, horror e fantasy.
Le sue più grandi passioni sono i videogiochi, i giochi di ruolo, le arrampicate in montagna e la psicologia, insieme alla recitazione, al parkour e le arti marziali vietnaminte.

Source: ebook inviato dall’editore.

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:: Tre tazze di cioccolata, Care Santos, (Salani, 2015) a cura di Federica Spinelli

25 giugno 2015
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Tre tazze di cioccolata è innanzitutto un trittico di storie, una raccolta di immagini e storie su una città e su un oggetto molto particolare: un’antica cioccolatiera. Le fortune e le sfortune dei personaggi sono legati al destino di questo bricco di porcellana e all’utilizzo di uno degli alimenti più amati di sempre: il cioccolato. L’argomento di per sé assai goloso è reso ancora più interessante dalla città che fa da sfondo alle vicende del romanzo. La bellissima Barcellona. Questo romanzo è un’epopea e un inno alla città, simbolo del viver bene e per questo il giusto sfondo alle vicende legate alla bevanda degli dei: la cioccolata.
Il cioccolato e la sua vasta gamma di impieghi sono quindi il fil rouge che lega le tre storie del romanzo. Il prezioso oggetto al centro delle vicende è una cioccolatiera appartenuta alla contessa Adelaide di Francia, figlia di Luigi XIV che l’aveva fatto commissionare alla neonata fabbrica di porcellane di Sevres. Attraverso le narrazioni delle vicende di quest’oggetto molto particolare, che la porteranno nelle mani di famosi cioccolatai e mercanti di antiquariato, prostitute e ambasciatori, donne nobili e serve, la cioccolatiera subirà dei danni, perderà pezzi e finirà persino in cocci. Alla sorte di quest’oggetto sono legati i destini dei personaggi che si intrecciano nel corso dei secoli dagli arbori dell’ottocento ai giorni nostri.
La cioccolatiera, quando il lettore la incontra per la prima volta ha già subito danni irreparabili, è sbrecciata sul beccuccio e il coperchio si è perso per colpa delle mani di un’ incauto commerciante.
Il lettore procede a ritroso dai giorni nostri fino all’origine dell’oggetto presso la fabbrica di ceramiche di Sevres. Dagli amori di Sarah, l’ultima custode dell’oggetto in ordine cronologico, alle traversie della moglie del cioccolataio più famoso di Barcellona, Candida, e della sua cameriera Aurora fino all’avventura rocambolesca del segretario di Adelaide di Francia, Gillot, questo prezioso bricco di porcellana passa di mano in mano.
Il romanzo ha la struttura di un’opera teatrale divisa in tre atti ciascuno dei quali porta il nome di una variante nel modo di preparare la cioccolata, preceduti e seguiti da un interludio. Il preludio, i due l’interludi e il finale raccontano come la cioccolatiera subisca i danni permanenti riportati: della rottura definitiva e della ricostruzione nel preludio, della perdita del coperchio e della sbrecciatura sul beccuccio nei due interludi e della sua ideazione nel finale.
I tre atti sono invece occupati dalle vicende dei custodi della cioccolatiera in ordine cronologico partendo dal più recente. Nel primo atto, ambientato ai giorni nostri, si raccontano le vicende del triangolo amoroso di Max-Sarah-Orioles, nel secondo atto sono raccontate le vicende di due donne Candida e Aurora, la nobil donna spagnola e la sua cameriera e dei loro destini, infine nel terzo atto le peripezie di Guillot al seguito di una spedizione per recuperare un grosso carico di cioccolata. L’ ultima parte del terzo atto ė costruita informa di commedia.
L’autrice si diverte a giocare con il lettore che viene continuamente sbalzato temporalmente da un’epoca ad un’altra inseguendo le traversie dei protagonisti, odiando e amando come loro. È un romanzo su una città, su un modo di amare e vivere, è un gioco letterario, un esperimento e un complimento alla perla della Catalogna, una piacevole raccolta di vite che l’autrice srotola davanti al lettore, incantato la segue.

Care Santos è nata a Materò, Barcellona. Dopo gli studi in Giurisprudenza e Filologia ha iniziato la sua carriera come giornalista per varie testate. Ha fondato e diretto l’Associazione giovani scrittori spagnoli, tiene regolarmente laboratori di scrittura creativa in Spagna e in America e firma articoli adì critica letteraria per il quotidiano El Mundo. Tre tazze di cioccolata è il suo ultimo romanzo, vincitore del premio Ramon Llull e tradotto in sedici lingue. Salani ha già pubblicato Il colore della memoria, uno dei romanzi più apprezzato dalla critica spagnola, che ha venduto in Italia quarantamila copie in tre edizioni.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Salani.

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:: Il Porto Proibito, Stefano Turconi – Teresa Radice (Bao Publishing, 2015) a cura di Federica Guglietta

25 giugno 2015
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Se è da tanto tempo che desiderate perdervi in una lettura avvincente e ricca di riferimenti letterari – partendo dal νόστος dell’Ulisse omerico, passando per The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge fino ad arrivare a L’isola del tesoro di Stevenson -, questa non potete proprio perdervela.

Sembra davvero uscito da un baule pieno di tesori, Il porto proibito. Graphic novel appena uscito, a maggio, per Bao Publishing con illustrazioni nate dalla matita di Stefano Turconi e testi di Teresa Radice.

Una pietra preziosa.

A partire dall’edizione, curatissima in tutti i dettagli, tanto da farlo sembrare un libro di quelli antichi, quelli rilegati a filo, in pelle nera-blu o in marocchino rosso, con il titolo sul dorso e l’immagine in copertina intarsiata da una cornice in rilievo. La copertina stessa, di un blu profondo, richiama l’ambientazione marinaresca.

Ci troviamo catapultati nel 1807, su una nave della marina inglese, l’Explorer. Al largo delle coste del Siam, l’equipaggio avvista e salva un giovane naufrago, Abel, che ricorda soltanto il nome. Il ragazzo fa amicizia con Nathan, il primo ufficiale, che ricopre anche il ruolo di capitano perché pare che il comandante della nave, Stevenson, sia scappato dopo essersi portando con sé i valori presenti a bordo.

Abel torna in Inghilterra in compagnia dell’equipaggio e, grazie a Nathan, trova alloggio presso la locanda gestita dalle tre figlie del capitano fuggiasco. Qui ha modo di incontrare per diverse volte Rebecca, giovane donna tanto bella quanto sfuggente, che gestisce una casa di tolleranza. Ancora senza memoria, avrà modo di scoprire tante cose su di sé, su quelle persone che hanno messo in salvo la sua vita e su quel passato che stenta a ricordare.

Una trama intricata per una storia polifonica che coinvolge tutti, dai marinai dell’Explorer al Capitano Nathan. Un racconto corale in cui non c’è un solo filo conduttore, ma tutto si incrocia e si unisce, dal tassello più piccolo a quello più importante. Un poema in prosa, anzi, a fumetti in cui riecheggiano diversi rimandi letterari, anche meno visibili a primo acchito rispetto a quelli già notati precedentemente e che appartengono al filone classico – avventuroso.

Le illustrazioni di Turconi sono nitide e veloci, chiaroscurate nei tratti di maggior pathos, ma non inchiostrate. Risentono sicuramente dell’esperienza di anni di lavoro nel campo Disney.
La narrazione di Teresa Radice è fluida, sfuggente, ma senza mai perdere il filo della storia, capace di raccordare gli innumerevoli fili narrativi in un unicum letterario dal sapore ottocentesco.

barPossiamo trovare altri riferimenti letterari sottesi ad una prima lettura, che riguardano principalmente l’ambientazione fantastica da una parte, realistica dall’altra del porto proibito: locus amoenus, o sarebbe meglio dire sconosciuto agli occhi dei più, che si mostra solo a chi si trova nella categoria dei non-vivi non-morti, ossia coloro che ancora non hanno trovato ancora portato a termine il cammino per cui sono stati designati nella loro vita e, per questo motivo, si ritrovano a peregrinare in lungo e in largo fino al giorno in cui non l’avranno trovato.

Una storia che una doppia chiave di lettura si presta ad essere riletta più e più volte per carpirne pienamente il senso. Questo è il caso delle storie di Abel, del Capitan Nathan, delle tre sorelle Stevenson e di Rebecca, protagonisti ognuno a suo modo di una storia molto più grande.

Stefano Turconi, classe 1973, è un disegnatore e fumettista. Dopo essersi diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, entra a far parte dell’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. A fine anni novanta comincia varie collaborazioni con le uscite per ragazzi su Topolino, PKNA e W.I.T.C.H. Inoltre è cofondatore del Settemondi Studio, un gruppo di autori italiani nato da un’idea di Giovanni Gualdoni. Lo Studio pubblica fumetti soprattutto in Francia per la Soleil Productions (Edizioni BD in Italia). Il suo stile risente sicuramente l’influenza dell’Accademia Disney, ma anche del fumetto francese con una spiccata per le atmosfere e le ambientazioni esotiche.

Teresa Radice, classe 1975, ha studiato lingue e scrittura creativa. Dopo la Laurea in Comunicazione, a seguito un corso di sceneggiatura Disney tenuto da Gianfranco Cordara. Quindi ha studiato sceneggiatura all’Accademia Disney, entrando in redazione nel 2002. Riconosce come suo maestro lo sceneggiatore Alessandro Sisti, uno dei padri putativi dell’universo di Pikappa, che l’ha aiutata con suggerimenti e critiche a realizzare la sua prima storia Disney, Zio Paperone e l’emù di sangue blu, uscita l’8 luglio 2003. Inoltre considera suoi modelli Fausto Vitaliano e Bruno Enna. Ha lavorato anche per altre testate disneyane soprattutto W.I.T.C.H e X-Mickey, per la quale ha scritto numerosi episodi. Sembra che Teresa abbia conosciuto il disegnatore Stefano Turconi lavorando insieme alla storia Legame Invisibile, sempre per la X-Mickey.
I due, marito e moglie, hanno già scritto a quattro mani un graphic novel, di recente pubblicazione, il volume Viola Giramondo (Tunué, Collana Tipitondi, 2013).

© Immagini Stefano Turconi, Teresa Radice/Bao Publishing

Source: pdf riservato ad uso recensione inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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