:: Come donna innamorata, Marco Santagata (Guanda, 2015) a cura di Federica Guglietta

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E quando mi domandavano: «Per cui t’a così distrutto questo Amore?», e io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro.” – Vita Nova II, 5

8 giugno 1290.
A Firenze, in una torrida giornata estiva, si spegne una delle figlie di Folco Portinari, Bice.
Meglio nota come Beatrice, Musa della lirica dantesca e fine ultimo della sua opera più alta e complessa, la Commedia.

Chi sarebbe stato l’angelo da celebrare in versi, lui l’aveva già deciso. Non aveva esitato neppure per un momento. Non poteva che Beatrice Portinari, la dama dagli occhi smeraldo, la signora triste che calamitava l’attenzione dei presenti e li rendeva più gentili, più rispettosi, più affabili.”

Dante, L’Alighieri, il sommo poeta, ai tempi è ancora un giovane alle prime armi. Giovane poeta sconosciuto ai più, che ha già perso la propria Musa e che, almeno in quel determinato periodo storico, vive all’ombra del suo primo amico Guido Cavalcanti, di dieci anni più grande e che gode di maggior autorevolezza e stima in città, essendo un magnate, e del suo maestro Brunetto Latini. Giovane poeta che deve fare i conti con il suo essere figlio di Alighiero degli Alighieri, un usuraio, e con le alte sue aspirazioni di fama e gloria eterna. Lottava contro i mormorii della gente, le spallucce, i nomignoli che gli venivano affibbiati (uno tra tutti, Nasone) e quello che definiva il suo Male. Delle crisi. Crisi epilettiche, diremmo oggi. Succedeva solo quando si trovava in presenza di Beatrice e questa catalizzava appieno la sua attenzione.

Tuttavia, adesso Bice era morta e con lei anche Beatrice. Quella donna divenuta suo personaggio, suo amore platonico e personalissimo, croce e delizia per via del già citato male che lo affliggeva, ma Beatrice restava pur sempre centro del suo fare poesia. Quella donna ora non c’era più. Quel suo amore idealizzato e puro, risalente ai tempi dell’infanzia (pur non essendo a conoscenza di tale sentimento), non aveva più corpo. Cosa fare?

Avrebbe potuto dedicare i suoi versi ad una persona morta: i più non avrebbero capito, sarebbe servita una seconda lettura, una certa inclinazione morale e di fede, soprattutto.
Sì che poteva. Dalle Rime (componimenti giovanili), passando per la Vita Nova (quella “vita rinnovata”, senza Beatrice, la sua donna, angelicata, tuttavia, solo nella sua mente) e finendo con la Commedia, suo massimo capolavoro, Dante non ha mai smesso di parlare di Beatrice, colei che aveva la capacità di rendere tutti giù gentili.

Desiderava diventare il primo tra tutti, Dante.

Già dalla più tenera età ha dovuto combattere contro tutto e tutti per difendere il suo amore per la scrittura: il padre Alighiero avrebbe voluto avviarlo agli studi contabili, in modo da far di lui un banchiere,il nonno Durante lo avrebbe visto bene come notaio o, al massimo, come avvocato. Con caparbia e ostinazione, Dantino , come amava chiamarlo il Cavalcanti, riuscì ad avere come suo maestro Brunetto, il migliore che si potesse avere in città. Si sentiva una spanna sopra la lirica amorosa tradizionale, quella dell’amor cortese e dello struggimento, non riusciva a prendere esempio dall’amico Guido e, proprio per questo motivo si crucciava, non sentendosi per nulla all’altezza di quello che, mentalmente, vedeva essere il suo destino. Un’istituzione divina.
Così Marco Santagata, critico e studioso della lirica dantesca e petrarchesca, ci presenta il suo Dante. Un homo novus caratterizzato da tratti che nessuna letteratura (sia per il liceo che, ovviamente, per l’università) ha mai messo in luce prima d’ora.

Di quali straordinari stiamo parlando?

Il Dante raccontato di Santagata nel suo ultimo romanzo, Come donna innamorata, pubblicato a marzo scorso dalla casa editrice Guanda e in lizza tra i 5 finalisti del Premio Strega 2015, è prima di tutto un personaggio umano: soffre, si commuove, si arrabbia, ha moti di gioia e gelosie varie. Complesso nella sua struttura psicologica e qui entra in gioco una magnifica introspezione nel profondo dell’animo del sommo poeta, elemento importantissimo questo, mai messo in risalto dai testi manualistici che siamo abituati a leggere e a studiare. Last, but not least: si tratta un Alighieri molto affettuoso, legato sia ai familiari (il nonno Durante, sua spalla forte, la moglie Gemma Donati, donna che col tempo impererà ad apprezzare e i tre figli, Giovannino, Pietrino e Antonia) che agli amici (Guido Cavalcanti, suo primo amico, Lapo Gianni, suo secondo amico, il maestro Brunetto).
Ai nostri giorni, ormai, Dante rappresenta quasi un’icona pop, come ci dice lo stesso Santagata in un’intervista proprio in occasione della sua candidatura alla tornata finale del Premio Strega: non è mai stato popolare quanto oggi, ce lo ritroviamo dappertutto, persino nelle pubblicità.
Non dimentichiamoci che, proprio quest’anno, ricorre il 750esimo anniversario della sua nascita, nel 1265 da Alighiero e Bella degli Abati. Dante fu poi esiliato dalla sua Firenze nel 1302 in quanto guelfo bianco. Dopo molte peregrinazioni e richieste di ospitalità presso i maggiori signori dell’epoca, in Toscana, Romagna e Veneto, morì a Ravenna nel 1321.

Ho avuto il piacere di conoscere questo sommo poeta che tutto sembra tranne un uomo di spicco, inavvicinabile, lontanissimo dalla nostra contemporaneità e visione del mondo.
Mi sento di consigliarvelo, per me che sono totalmente abituata a un Dante da manualistica è stata una bellissima scoperta.

Colgo l’occasione per fare un grosso in bocca al lupo al Prof. Santagata per la finale del Premio Strega che si terrà il prossimo 2 luglio nel consueto scenario del Ninfeo di Villa Giulia a Roma.
(www.premiostrega.it)

Marco Santagata, classe 1947, critico e studioso di letteratura italiana, attualmente insegna all’Università di Pisa. Da italianista è tra i massimi esperti di lirica classica italiana, in particolare di Dante e di Petrarca.
Oltre a svolgere l’attività di storico e critico della letteratura è scrittore/narratore. Non solo di saggi, ma anche romanzi, quindi.
Per la casa editrice Guanda ha pubblicato diversi titoli:
Papà non era comunista (1996, ristampato poi nel 2003); Il maestro dei santi pallidi (2002) L’amore in sé (2006); Voglio una vita come la mia, (2008); Come donna innamorata (2015), suo ultimo lavoro per cui è tra i finalisti del LXIX Premio Strega.
Ha vinto il Premio Campiello nel 2003 con Il maestro dei santi pallidi e il Premio Stresa di Narrativa con L’amore in sé nel 2006.
Per quanto riguarda la saggistica ricordiamo: I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca (Il Mulino, 1992, ristampato nel 2004); L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (Il Mulino, 2011); Dante. Il romanzo della sua vita (Mondadori, 2012); Guida all’Inferno (Mondadori, 2013); L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura (Mondadori, 2014). Inoltre è curatore delle opere di Dante e Petrarca nei Meridiani Mondadori.
Si occupa anche di didattica online in qualità di Presidente del Consorzio ICoN – Italian culture on the net.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ufficio stampa Guanda.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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