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:: Un’ intervista con Andrea D’Angelo

29 settembre 2016

lisbBenvenuto Andrea su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te per questo spazio, Giulia. La prima cosa che mi viene in mente al momento, se devo descrivermi, è “ho 28 anni”. Sarà che li ho compiuti da poco o sarà che mi sembrano essere trascorsi molto in fretta. In qualche modo sembrano darmi la misura di tante cose passate, alcune davvero, altre per finta.
L’impennata veloce del tempo è sicuramente venuta a 20 anni, quando mi sono trasferito in Germania per la prima volta. A pensarci adesso vedo un ragazzino che si lanciava nel vuoto. Quella caduta però non la cambierei per niente al mondo. È stata un passo cruciale verso l’età adulta, come persona e come scrittore. Mi ha permesso di imparare il tedesco che è oggi la mia principale lingua di lavoro, e di conoscere il mondo accademico di Berlino che ha un approccio alla letteratura completamente diverso dall’università italiana. Con questo non intendo sempre migliore, anzi vado molto fiero della preparazione che mi ha dato L’Orientale di Napoli. Senza di questa non avrei mai potuto affrontare il percorso che ho fatto. Ho un legame molto forte sia con Napoli, sia con Berlino. Principalmente fra Napoli e Berlino si muove infatti il mio primo romanzo L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate. Poi però quando ho finito i miei studi alla Freie il bisogno di nuovi stimoli mi ha portato a Lisbona.

Si parla tanto in Italia di fuga di cervelli, tu lasciasti l’Italia per la Germania in tempi non sospetti già una decina di anni fa. Cosa ti ha spinto a partire?

Ammetto che la mia decisione di partire per la Germania sia stata più motivata dal desiderio che dalla necessità. Inizialmente il mio progetto era quello di specializzarmi in lingua e cultura giapponese in Germania. Poi però la passione per la letteratura ha prevalso e ho scelto di continuare sulla strada delle letterature comparate. Forse la vera spinta è venuta molto prima, quando a 18 anni sapevo di voler studiare il giapponese e, leggendo L’insostenibile leggerezza dell’essere, Kundera mi ha convinto ad abbinarlo al tedesco. C’è un passaggio in cui scrive che il tedesco è una lingua di parole pesanti, nel senso che le parole del tedesco sono piene di significato.
Lo scontro con la realtà del lavoro è venuto dopo, quando inevitabilmente ho dovuto constatare che di spazio per gli umanisti in Italia ce n’è veramente poco.

Come ti sei trovato al tuo arrivo? Hai trovato subito casa, lavoro, la gente come ti ha accolto?

La Germania all’epoca mi ha accolto, ma a modo suo – non certo a braccia aperte, ma più con un’espressione di “mi raccomando, non sporcare”. La ricerca del lavoro è stata forse la cosa più facile da affrontare. Ce n’è tanto e soprattutto se si parla bene il tedesco si ha un accesso privilegiato in confronto ai tanti che arrivano senza parlarlo e che spesso non lo imparano per niente, nemmeno dopo anni.
Al contrario trovare casa a Berlino può essere un inferno, specialmente nel contesto delle case condivise. Ma con gli anni almeno per me è diventato più facile, grazie a una buona cerchia di amici. Ci siamo aiutati l’un l’altro. Di tedeschi in questa cerchia ce ne sono pochi, malgrado in Germania abbia cominciato a sentirmi culturalmente molto integrato. Paradossalmente questa integrazione si è rivelata maggiormente in altri contesti, conoscendo tedeschi in Portogallo per esempio. E come se il trovarci tutti in una terra straniera abbia colmato quella distanza culturale dettata dalle etichette del tedesco e dell’italiano che in Germania non riuscivamo a colmare.

Cosa consiglieresti ai ragazzi che volessero seguire le tue orme. Studiare le lingue? Leggere libri nella lingua del paese dove si vuole andare a vivere? Imparare gli usi e costumi del posto?

Ai ragazzi che volessero seguire un percorso come il mio consiglierei di immergersi completamente, per non rischiare di sentirsi sempre inevitabilmente dei pesci fuor d’acqua. Questo comprende imparare la lingua del posto e studiarne la cultura, per farla lentamente propria.
Chiaramente in tutto questo la letteratura è un accesso privilegiato, l’espressione diretta di una cultura che cerca di spiegarsi a parole.

Ora vivi a Lisbona, una città piuttosto insolita come meta di migrazione. Descrivicela? Come ti trovi? Cosa ami, cosa ti piace meno di questa tua nuova città?

A Lisbona sono finito per caso. Una mattina a colazione a Napoli, un’amica mi ha detto che sarebbe stata un bel posto dove andare. E allora mi sono messo a cercare lavoro e qualche giorno dopo ero già lì.
Ho riscoperto poi in Lisbona, a piccoli passi, una città in grande fermento. È un grande cantiere. È in piena fase di restauro, da cima a fondo. Inoltra la nuova ondata di immigrazione europea comincia a farsi sentire molto e questo è sempre positivo, come tutte le immigrazioni, perché crea confronto.
Di Lisbona amo la luce, i palazzi, le strade e tutta la sua cultura da scoprire, nella musica, nella storia e nel suo essere mezza modernissima e mezza attardata in una lentezza antiquata.
Non me ne piace la burocrazia e a volte l’atteggiamento disfattista che i portoghesi si lasciano sfuggire.

Come è la vita culturale a Lisbona. Ci sono tante librerie, fiere del libro, incontri, presentazioni, case editrici?

Lisbona è culturalmente molto viva. Si può dire che tutti i mesi ci sia qualche grande evento culturale, come il festival delle lingue o della letteratura. Ci sono alcune delle librerie più vecchie d’Europa. I portoghesi leggono molto, anche se non lo danno a vedere. Conoscono tutti la storia del Portogallo e della sua letteratura a menadito e passano il tempo ad accusarsi di non saperne abbastanza.
Ammetto di non essermi riuscito ancora a fare un’idea molto chiara dell’aria che tira. Mi sembra che al momento a farla da padrone nella produzione cultura portoghese sia una nuova elaborazione del passato coloniale.

Lisbona è una tappa di passaggio o pensi che tra una ventina d’anni sarai ancora lì?

Sinceramente non lo so. Per il momento sento di doverla scoprire ancora e che ha ancora molto da darmi. E poi non me ne andrei mai prima di aver imparato bene il portoghese.

Oltre che viaggiatore sei anche scrittore. Stai scrivendo un libro sulla tua esperienza, vero? Ce ne vuoi parlare?

La scoperta del Portogallo ha portato con sé tanti spunti di riflessione. È una realtà composita che si configura in maniera ben distante dall’immaginario collettivo del Paese della crisi acuta. Tutti schiavi in Portogallo è un romanzo a puntate che per ora si può leggere sul mio blog Penelope a pretesto e che si incentra ironicamente proprio su questo assunto generalizzante e semplicistico. Marta, la sua protagonista, è un personaggio dai sentimenti semplici e dai pensieri complessi. Analizza il Portogallo con un occhio attento e si lascia stupire dalle contraddizioni tra ciò che si dice e che quindi necessariamente si aspetta e la realtà fattuale. Si sente per esempio in dovere di odiare il suo lavoro, che non corrisponde affatto ai sogni che voleva realizzare una volta, però non ci riesce davvero. E il suo Portogallo si trasforma lentamente in un posto dove tutto è possibile e che intenzionalmente cerca di insegnarle qualcosa.

Grazie del tuo tempo, ci diamo appuntamento appena l’hai pubblicato.

Grazie a te.

Nota: potete leggere i primi capitoli del romanzo qui

:: Intervista con Pasquale Capraro, a cura di Diego Di Dio

26 settembre 2016

unnamedCiao Pasquale, come stai? Grazie per esserti reso disponibile a quest’intervista. Vorrei cominciare col parlare della scrittura. Cos’è per te la scrittura, in generale? E in particolare, tu come la vivi? Rappresenta un hobby, uno sfogo, un’aspirazione professionale?

Ciao, tutto procede bene, grazie. Provo a essere sintetico. La scrittura, per me, è una forma di espressione, un percorso da seguire. Dopo l’Accademia di Belle Arti, mi sono accorto che la tela non era il supporto adatto per esprimere le mie emozioni. Così ho scoperto il foglio, uno spazio più ampio. Dipingere significa illustrare la realtà o una sensazione con forme, tecniche e materiali. Scrivere è la stessa cosa: cambiano le tecniche, i materiali, ma il contenuto è uguale. Bisogna solo spostare l’attenzione su altri supporti e forme. Io vivo questa espressione come l’amore: appieno, gustandone tutti gli aspetti possibili, estraniandomi dalla realtà. L’amore è anche questo: un viaggio da percorrere fatto di dolori, sacrifici, rinunce, rispetto, dedizione, ma anche di soddisfazioni.

In che modo scrivi? Hai bisogno di musica e di distrazioni, oppure necessiti della solitudine e del silenzio?

Scrivo in silenzio, nella concentrazione più profonda immerso in una dimensione surreale, e se c’è musica nell’ambiente, non ci faccio caso. Non mi disturba, anzi, mi permette di approfondire la concentrazione.

Parlami dei tuoi autori preferiti, sia italiani che stranieri.

Ho cominciato ai miei tempi con Pasquale Festa Campanile e sono poi scivolato su Carlo Cassola e Alberto Bevilacqua, per approdare poi sulle pagine di Milan Kundera, Isabel Allende, Alessandro Baricco, Mauro Corona, James Ellroy, Carlos Ruiz Zafon e Jeffery Deaver per la narrativa. Ho studiato anche testi di scienze esoteriche di vari autori come Allan Kardec, Thorwald Dethlefsen, Rudiger Dahlke, Ciro Discepolo e altri ancora.

Quali sono gli autori che, secondo te, hanno influenzato di più la tua scrittura?

Tutti hanno lasciato un segno del loro insegnamento. Attraverso i loro scritti, sono giunto a creare un mio personale modo di scrivere.

Bene, veniamo al tuo ultimo romanzo, “Di fiato, d’amore e vento”. Parliamo di un thriller archeologico/artistico che, a tratti, ha i toni leggeri della commedia. Come ti è venuta l’idea per questo romanzo?

L’idea è nata grazie a un amico che mi chiedeva una recensione del suo primo cortometraggio e io ho pensato di rivolgermi a un blogger per segnalarlo. Da qui è nata l’idea di sviluppare il romanzo, scegliendo come protagonista lo stesso reale blogger: Ferruccio Gianola.

Immagino tu abbia dovuto fare ricerche, giusto? Parlaci, anzitutto, del tuo lavoro di documentazione; e dicci quanto tempo hai impiegato a scrivere questo libro.

Il tempo è relativo. A volte, ci si alza anche la notte in preda a un’ispirazione, come spesso succede a chi è colpito dalla fantasia e dall’immaginazione. La documentazione si è basata su testi di storia dell’arte, di ricerca astrologica e archeologica, sugli scritti di esperti nel campo del mistero e dell’egittologia come Graham Hancock e Robert Bauval e anche sul web, come riportato nelle fonti bibliografiche.

A bruciapelo: perché un lettore dovrebbe leggere “Di fiato, d’amore e vento”?

Perché è un nuovo modo di leggere un thriller. Nelle pagine si possono respirare più cose insieme: arte, storia, sentimento, mistero, dramma. Come scrive Elisa Costa: “Pasquale Capraro è stato capace di unire elementi tipici del thriller canonico a uno stile personalissimo, circostanza che rende “Di fiato, d’amore e vento” una commistione tre thriller moderno, giallo archeologico, mystery da tradizione letteraria.”

Progetti futuri? Su cosa stai lavorando?

Prossimamente dovrebbero iniziare le prove sceniche di una riduzione del mio testo Garden Village che sarà presentato e prodotto dalla Cooperativa 29nove di Cutrofiano, un bel progetto che verrà realizzato in teatro prossimamente. Inoltre sono alle prese con la stesura di un romanzo sentimentale ambientato nella Parigi di fine Ottocento, durante il periodo del simbolismo e dei Nabis, e ispirato anche all’Académie Vitti, una scuola privata di pittura, aperta alle donne nel 1890, ora museo presso Atina (FR) da qualche anno.

Grazie Pasquale, in bocca al lupo per tutto e a presto risentirci.

Grazie a voi.

:: Un’ intervista con Angela Marsons, autrice di Il gioco del male, a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2016

indexCiao Angela. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

Grazie mille per avermi invitato. Sono sempre felice di qualsiasi opportunità mi permetta di entrare in contatto con i fantastici lettori che ho in Italia, tutti mi sono stati davvero di supporto per i libri di Kim Stone. Io vivo nella Black Country nelle West Midlands con la mia compagna, il nostro vivace Labrador e un pappagallo che dice le parolacce – non ho la minima idea di come sia potuto succedere! Credo che la mia più grande forza sia la mia attenzione al dettaglio. Devo essere certa di aver studiato tutto nel miglior modo possibile, prima di andare avanti. In un certo senso questa può anche essere la mia più grande debolezza, poiché tendo a farmi assorbire dai dettagli piuttosto che andare avanti.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in una piccola casa a schiera con due sorelle e un fratello. Mio padre era un autista di camion di lunga distanza e non c’era per la maggior parte della settimana. A scuola mi piaceva qualsiasi materia che comprendesse le parole. Nella mia comunità la gente non aspirava ad essere uno scrittore o un artista poiché questo è sempre stato ritenuto semplicemente irrealizzabile. A scuola mi sono concentrata sulle competenze di base dell’ ufficio come scrivere a macchina, le pratiche d’ ufficio, il commercio siccome queste competenze erano le sole che mi avrebbero aiutato a trovare un lavoro, quando avessi lasciato la scuola. E infatti finii per lavorare in un ufficio, quando lasciai la scuola e, successivamente mi occupai della gestione della sicurezza.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Avevo sempre amato il potere delle parole e leggevo qualsiasi cosa su cui potevo mettere le mani. Quando avevo circa dodici anni il mio insegnante di inglese mi chiese se poteva portare in classe alcuni libri sopra la mia età di lettura poiché pensava li avrei apprezzati. Erano libri centrati sulla complessità delle relazioni umane. Li ho divorati ed è stato allora che ho capito che volevo raccontare storie che potessero catturare le persone come quei libri avevano affascinato me.

Il tuo primo romanzo, Urla nel silenzio, è stato definito un miracolo del web, puoi raccontarci come è andata, come è stato essere un’ autrice esordiente così di successo?

Questa è una bellissima domanda. Avevo sottoposto il mio lavoro agli editori tradizionali per 25 anni, sempre affrontando rifiuti. Quando Bookouture mi fece firmare per quattro libri nessuno di noi sapeva come Urla nel silenzio sarebbe stato accolto. Ha conquistato subito il 1° posto su Amazon due giorni dopo la pubblicazione e ci ha colpito tutti. L’esperienza è stata completamente travolgente. Non avrei mai sognato tale risposta per Kim Stone e le sue storie. Questa stessa risposta ora sta avendo un eco anche in altri paesi siccome ora le sue storie continuano a viaggiare per il mondo. I messaggi che ricevo dai lettori italiani sono veramente bellissimi e ho apprezzato ognuno di loro.

Puoi raccontarci un po’ il tuo ultimo romanzo, Il gioco del male?

Ho sempre voluto scrivere una storia che rappresentasse con precisione un sociopatico. Ho letto alcuni libri e guardato programmi televisivi in cui vengono raffigurati come deboli e questo semplicemente non è vero. Un sociopatico non ha alcun legame emotivo con qualcuno o qualcosa e questo era quello che volevo ritrarre. Alex è un personaggio su cui avrei potuto scrivere di nuovo e di nuovo.

Il rapporto tra Kim e Alex è una sorta di duello. Cosa ti ha ispirato a creare questi due personaggi?

Sì, il loro rapporto è assolutamente una sorta di duello. Ho voluto mettere insieme due donne forti in modo diverso e vedere cosa sarebbe successo. Volevo scrivere una battaglia psicologica tra il bene e il male. Le scene tra Kim e Alex sono le mie scene preferite da scrivere.

Che tipo di ricerche sui disturbi mentali hai fatto?

Ho fatto una gran quantità di ricerche per Il gioco del male. Ho letto molto sulla condizione chiamata Sociopatia e sugli effetti che i sociopatici hanno sulle persone che gli vivono accanto come familiari, amici e colleghi. Ho passato molte ore a leggere racconti di prima mano di persone che erano venute a contatto con veri sociopatici e come questo avesse influenzato la loro vita.

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Credo che in una certa misura lo faccio. In Urla nel silenzio e nel creare il personaggio di Kim ho voluto mostrare che le persone non devono essere sconfitte dal loro passato e che la forza la troveranno in un modo o nell’altro. Io credo fermamente che una disabilità non definisca una persona per cui ho scelto di ritrarre Lucy in Urla nel silenzio come una ragazza vivace, allegra nonostante i suoi problemi fisici. Ancora una volta, ho incluso Dougie in Il gioco del male per dimostrare che un’ intelligenza acuta può non essere del tutto evidente nelle persone con disabilità.

Il tuo libro è caratterizzato da un crudo realismo, e da una grande violenza psicologica. E’ di questi giorni la notizia del suicidio di una ragazza italiana perseguitata per i suoi video erotici condivisi sul web. L’abuso emotivo è per te peggiore dell’abuso fisico?

Penso che qualsiasi tipo di abuso è ugualmente dannoso. Ritengo particolarmente pericoloso il bullismo – in qualsiasi sua forma. Una delle storie più tristi che io abbia mai letto è stata quella di una ragazza di 14 anni che si è suicidata in conseguenza del bullismo scolastico. Non c’era reale violenza, ma la fecero stare così male che non trovò alcuna soluzione che porre fine alla sua vita. Credo che l’unica possibilità che abbiamo di superare questi problemi sia quella di parlarne sempre più diffusamente.

Qual è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La mia parte preferita del processo di scrittura è quella che io chiamo ‘The Bite’. Dopo la ricerca su argomenti specifici e dopo aver steso le note dei personaggi mi siedo con nuovi quaderni e nuove matite pronta per iniziare il processo di scrittura. Ad un certo punto l’idea nella mia testa prende il volo e inizia a salire. Io chiamo questo momento ‘The Bite’ e quando succede il mondo potrebbe anche finire che non lo noterei nemmeno.

Come lettrice cosa preferisci del genere crime? E quali libri consiglieresti assolutamente di leggere?

Quello che personalmente amo nella letteratura crime è quando lo sviluppo del personaggio è parallelo allo sviluppo della trama. Voglio leggere di personaggi reali con difetti e caratteristiche uniche che li distinguano e rimangano nella mia mente per molto tempo dopo che ho finito di leggere i libri. I libri che sono rimasti con me sono la serie dei libri di Tony Hill di Val McDermid e i libri di Kathy Mallory di Carol O’Connell.

Infine, che cosa avrà in serbo per te il resto del 2016?

Ho appena finito di lavorare al 5° libro di Kim Stone per il mercato del Regno Unito che si intitolerà Blood Lines. Il mio contratto prevede che scriva 2 romanzi di Kim all’anno. Ora sto lavorando al 6° libro in scadenza alla fine dell’anno.

:: Un’ intervista con James Grady, autore de I sei giorni del Condor a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2016

j-grady-2006Caro Signor Grady, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non so dirle quanto siamo onorati di poterla ospitare, quindi lascerò perdere e andrò dritta al punto.
Lei ha preso parte al movimento contro la guerra in Vietnam; ha mai pensato a se stesso come a un modello, qualcuno in cui la generazione che è cresciuta all’ombra del Watergate si potesse riconoscere? O forse sente di essersi semplicemente trovato al posto giusto nel momento giusto?

Domanda interessante, ma difficile. Nella primavera del 1969, nel corso del mio secondo anno di college a Missoula, Montana, entrai a far parte del movimento. Non che si trattasse di un’organizzazione, era più un sentimento, un impegno condiviso: si andava alle manifestazioni, si raccoglievano firme ecc. Poi, nella primavera del 1970, ci fu la sparatoria alla Kent State [il 4 maggio, nel corso di una manifestazione contro l’invasione statunitense della Cambogia, la Guardia Nazionale sparò sulla folla uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove; n.d.t.]. Ancora a Missoula, presi parte alle proteste. Nelle vacanze tornai a Shelby, la mia città, un posto piccolo, molto più piccolo di Missoula; per pagarmi gli studi, d’estate lavoravo per il comune (riparazioni all’acquedotto, asfaltature, insomma, lavori manuali). Sapendo delle mie attività pacifiste, un membro del consiglio comunale e il direttore di un giornale locale, gente d’estrema destra, cercarono di farmi licenziare. Ma il mio capo, che pure non era d’accordo con le mie idee politiche, non volle cedere alle pressioni dei superiori. “Questa è l’America, e James può credere quello che cavolo gli pare”, disse. E fu così che il capo, un operaio ultraconservatore e che per di più non aveva studiato, divenne il mio eroe.
Poi, nell’inverno del 1971 ero a Washington. Lavoravo come stagista per un Senatore (non ero ancora laureato, ma ero entrato in un programma di tirocinio per gli studenti di giornalismo). Fu allora che mi venne in mente l’idea di Condor. A quei tempi, pareva che il paese fosse avvolto in una nebbia di misteri e pericoli – la guerra, la nascita  di uno stato di polizia, il passaggio dalla sperimentazione psichedelica all’eroina, la Mafia- in Montana come a Washington. Con Condor ho cercato di affrontare tutto questo. E il mio tempismo è stato perfetto. Le notizie sul Watergate e sul ruolo della CIA si stavano appena affacciando sui giornali quando il romanzo è arrivato all’editore, e, subito dopo, a Dino De Laurentiis. Penso che se il libro fosse uscito un anno prima, o magari un anno dopo, non avrebbe funzionato. Insomma, ho scritto il romanzo giusto al momento giusto. Ho avuto fortuna.

Oltre ad essere un romanziere, ha lavorato anche come giornalista e sceneggiatore. Quali di queste esperienze le ha dato di più?

Be’, per quanto ami i film, e ora anche i nuovi prodotti per la tv, comici o drammatici, dei quattro anni in cui ho lavorato come giornalista investigativo per l’editorialista Jack Anderson (all’epoca Anderson era syndicated columnist e i suoi pezzi venivano ripresi su 1000 giornali diversi) ho un ricordo stupendo; e poi le esperienze fatte in quel periodo hanno avuto un’enorme influenza sulla mia narrativa. Volevo scavare, un po’ come Leo Sisti, presente? Sempre alla ricerca della storia dietro i titoloni, attento ai passaggi di potere, puntare il dito su chi sfruttava i meno fortunati. Per questo avevo momentaneamente accantonato la mia carriera di romanziere (in parte danneggiandola): speravo di poter fare qualcosa di buono. Ancora oggi, nella mia vita di narratore, attingo alle cose che ho imparato allora, per strada, e dietro le porte chiuse, lì dove il pubblico non arriva.

Per lei, il successo è arrivato prestissimo: subito dopo aver pubblicato I sei giorni del Condor. Che può dirci dell’America di allora? Com’era essere un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione negli anni ’70? E che ne pensa di questa definizione? Era davvero come la immaginiamo, “un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione”?

Il mio successo con Condor, be’, in quel periodo l’America si è risvegliava dal conservatorismo dei ’50, rifiutavamo il dominio della generazione dei nostri genitori, che avevano fatto la Seconda Guerra Mondiale, e be’, il Vietnam. Era eccitante, un momento di apertura, in cui potevi inseguire i tuoi sogni e avevi qualche possibilità di realizzarli.
E io il più grande dei miei sogni personali (certo, non di quelli politici) l’avevo già realizzato: il mio romanzo d’esordio aveva avuto successo, e ne avevano tratto un film destinato a diventare un classico, avevo un meraviglioso secondo lavoro come reporter investigativo (un fatto di coscienza, non avevo bisogno di soldi). Ero davvero convinto che se avessi gestito come si deve la mia vita e il mio talento, e se non mi fossi fatto spaventare, avrei potuto fare la differenza. Forse sarei riuscito a scrivere della narrativa che davvero ripagasse in parte tutta la fortuna che avevo avuto.
Non mi rendevo conto che non tutti, neanche nella mia generazione, mettevano la stessa passione nella ricerca della giustizia e della verità. Non tutti volevano davvero cambiare le cose, ma d’altra parte quei pochi che lo volevano davvero sono riusciti a fare la differenza. Mai abbastanza, certo, ma d’altronde è sempre così: la lotta per la giustizia e l’onore non finisce mai. È questo che ci rende umani.
A livello più personale, ero deciso a non sprecare l’opportunità che avevo. Dovevo fare quello che dovevo fare: scrivere romanzi. Non potevo buttare all’aria la mia fortuna, per cui facevo una vita morigerata, sostentandomi con lo stipendio da reporter e mettendo da parte il resto per poter scrivere. Mi vestivo e vivevo da studente universitario, blue jeans e camicie economiche, giacche di pelle e scarpe da ginnastica. Spendevo solo per libri, i film e la musica (rock ‘n ‘roll). Per il resto ascoltavo la radio. Di solito mi alzavo alle 6.30 e andavo a dormire alle 11, ed evitavo i bagordi (non che fosse difficile, all’epoca, nella triste Washington). Certo, non potevo dirmi esattamente monogamo, come potrebbero testimoniare diverse ragazze con cui all’epoca ho avuto relazioni di lunga durata, ma non sono mai stato un festaiolo, né un artista del rimorchio. Lavoravo 40 o 50 ore a settimana, andavo a correre per tenermi in forma, e ci davo dentro per imparare a scrivere meglio. C’erano talmente tanti modi in cui potevo bruciarmi: avrei potuto cominciare a drogarmi pesante, sperperare tutto quello che avevo, diventare presuntuoso o lanciarmi in relazione sessuali dall’esito disastroso. Ma ero troppo ingenuo e timido per cadere preda di queste opportunità di autodistruzione.
Ero (sono) un idealista, ma un idealista nato da genitori piccolo borghesi e cresciuto in una cittadina proletaria, uno che ha seguito i detective della omicidi in azione nel corso delle guerre tra bande per il controllo dello spaccio, che ha parlato con criminali piccoli e grandi e conosciuto l’eroismo della gente comune.
Per me ormai liberale non significa più molto. Un po’ come conservatore. Diciamo che voglio la maggior libertà possibile – libertà dalla paura, dalla violenza e dall’ingiustizia- per tutti i cittadini del mondo. Certo, sono un idealista, ma senza la luce degli ideali come faremmo a muoverci in questi tempi bui?

Nel 1975, il suo romanzo è diventato un film di Sidney Pollack, I tre giorni del Condor, e lei è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura. Nel cast c’erano, tra gli altri, Max von Sydow, Robert Redford e Faye Dunaway. Può raccontarci qualche aneddoto sulla produzione del film? E c’è qualcosa che secondo lei dovremmo assolutamente sapere sulla sceneggiatura?

In effetti non l’ho scritta io, quella sceneggiatura: avevo 25 anni, all’epoca, e mai e poi mai mi avrebbero lasciato mettere le mani in un progetto multimilionario. Devo dire, però che Dino, Redford, Sydney Pollack, sono stati tutti gentilissimi con me. Potevo andare sul set quando volevo, e loro mi mostravano tutto mi spiegavano il funzionamento delle cose, ecc.
Ma una cosa curiosa, su quella sceneggiatura la so, almeno a grandi linee: hanno continuato a scrivere e riscrivere il testo man mano che le notizie sul Watergate e sugli scandali della CIA e della politica saltavano fuori. Era il 1973, o forse l’inizio del 1974, e Nixon lottava per tenersi il posto.
Per quanto riguarda la sceneggiatura in generale, quello che gran parte delle persone non considera mai, è che una sceneggiatura è un po’ come uno schema tecnico, o un progetto per un edificio alla cui costruzione partecipano molte persone, e in circostanze che cambiano di secondo in secondo. È raro che lo sceneggiatore veda riprodotta su pellicola la sua idea proprio com’era sulla carta, anche perché tradurre la teoria nella pratica non è sempre così facile: tanto per dire, che succede se al momento di girare piove sempre e si finisce il budget per le riprese in esterno?

Recentemente, oltre a rivedere il film, ho riletto i Sei giorni del Condor. Era un po’ che non lo facevo. Che dire? Il suo libro ha la bella capacità di non annoiarmi mai, ed è una cosa molto rara. Posso chiederle come le è venuta l’idea? E si aspettava di avere tutto questo successo?

Grazie! Quello del 1971 è stato un inverno freddo. Io lavoravo al Campidoglio, e ogni giorno, arrampicandomi su per Capitol Hill, passavo davanti a un edificio d’angolo con le pareti imbiancate. In quella zona c’erano solo villette o bassi condomini, questo, invece era un palazzo alto tre piani. C’era una targa sulla porta, eppure non avevo mai visto nessuno entrare o uscire. Così pensai: e se fosse una copertura della CIA? Forse bastò qualche passo, o forse ci volle qualche giorno, ma mi venne una seconda idea: e se fossi rientrato in ufficio dalla pausa pranzo e avessi trovato tutti morti?
Due belle domande. Cercando di immaginare una risposta, con tutto quello che stava succedendo in quel periodo. Sapevo solo che Condor doveva essere un uomo comune, non un supereroe alla James Bond. Così è nato il mio romanzo. Chissà, forse tutta l’arte nasce da questo genere di domande.
Non avevo idea che Condor avrebbe avuto successo! Non ero neanche sicuro di riuscire a trovare un editore. Ma la scrittura mi aveva sempre attratto, fin da quando avevo sei anni, e questa storia la dovevo proprio scrivere. Tra tutte quelle che mi erano venute in mente, questa di Condor era la prima abbastanza forte da diventare un romanzo.

A un certo punto, Maronick dice a Condor che farebbe meglio a continuare a leggere, perché la sua fortuna è finita, e quando succede un uomo non vale poi molto. Ogni volta che arrivo a questo punto… B’e, non posso fare a meno di pensare che è fantastico.
Comunque, come ha detto lei, Joe Turner/Ronald Malcolm è un uomo comune, un accademico diventato spia. Pensa che questo tipo di relazione sia rappresentativo del modo in cui i giovani si rapportavano con l’establishment, e cioè essendone oppressi ma ribellandosi allo stesso momento?

In America, questo modo particolare di ribellarsi al controllo e all’oppressione, di contestare l’autorità e l’establishment è emersa negli anni ’60, tra il movimento per i diritti Civili, le proteste contro il Vietnam, e la paura di chi vive sotto la guerra fredda, sapendo che, con l’atomica, il mondo avrebbe potuto autodistruggersi in quindici minuti. L’idea era sì, ribellarsi, ma per creare “qualcosa di meglio”, come direbbe Camus. Volevamo essere costruttivi, non semplicemente distruttivi. Questo atteggiamento mi piacerebbe tanto ritrovarlo tra i giovani d’oggi.

Sul finale del film, di fronte agli uffici del Times, c’è un senso di solitudine, un certo malessere che nel romanzo mi pare meno palpabile. A questo punto del libro, Condor ha scoperto certe cose su di sé, cose che non sospettava; è cresciuto e maturato, e si è scoperto più portato di quanto credesse per lo spionaggio. In quanto autore del romanzo e del film, lei è forse l’unica persona al mondo che possa rispondere a una domanda così diretta: film o romanzo, I tre giorni o i Sei giorni del Condor, quale dei due ha il finale migliore?

Accidenti, bella domanda. Penso che per rispondere sia necessario prendere in considerazione le differenze tra due lavori. E penso che entrambi i finali abbiano una risonanza importante all’interno sia del testo, che del contesto in cui sono apparsi.
E sarà pur vero che sono l’unico al mondo che possa rispondere alla domanda, ma davvero non so cosa dire: mi piacciono sia il libro che il film. Il finale del film lascia forse più speranze a livello generale, mentre il romanzo è più incentrato sulla dimensione personale.

Come si sente a parlare ancora del suo libro, dopo tutti questi anni?

Fortunato. Mi sento incredibilmente fortunato a sapere che il mio lavoro è ancora vitale, ancora vivo. Come le ho detto, ogni tanto ancora mi stupisco.

In qualche modo, I tre giorni del Condor si allontana dai Sei giorni del Condor; nel film trovo tracce di una disillusione politica che nel libro è meno evidente. Pensa che questa differenza sia dovuta al confronto con il regista? E posso chiederle se e come ha collaborato a rivedere la trama originale?

Il disincanto e la prospettiva più ampia che si trovano nel film sono opera di Redford, di Pollack e di Dino; volevano fare un film importante, il più onesto e profondo possibile riguardo a quello che stava succedendo ai tempi. Probabilmente erano influenzati dai grandi film francesi e italiani degli anni ’60. Sentivano di avere delle responsabilità nei confronti del pubblico, la nazione, il mondo. Ci sembrava, a tutti noi, di correre dei grossi rischi politici e sociali, proponendo intrattenimento di questo genere: e se Nixon non fosse caduto? E se la CIA avessero prevalso sulle forze della giustizia e della verità? Nel momento in cui scrivevano e giravano il film queste possibilità non sembravano affatto remote. Condor è uscito prima di Tutti gli uomini del Presidente. Ma come ho già detto, io non ho partecipato direttamente alla scrittura del film.

I sei giorni del Condor è il primo capitolo di una serie; può dirci qualcosa degli altri romanzi? Quanti sono? E come sono stati accolti dal pubblico?

All’epoca delle riprese, e cioè nel momento in cui il libro stava per essere pubblicato, ho pensato di scrivere una serie di romanzi con Condor come protagonista, cinque in tutto; nell’ultimo lui sarebbe morto o impazzito. Gli agenti, l’editore, tutti quanti, cavolo: tutti gli esperti mi hanno consigliato di fare così. A metà della scrittura del secondo romanzo, però, mi sono reso conto che non avrei potuto competere con il Condor nella versione di Redford, e allo stesso tempo, che se insistevo a proporre una serie di storie, un certo numero di romanzi di questo tipo, avrei finito per essere etichettato, e pubblicare altri generi di storie che volevo scrivere sarebbe stato più difficile. Ovviamente non è né giusto né logico, ma è così che vanno le cose. Insomma, ho finito il secondo romanzo (L’ombra del Condor), e poi ho lasciato perdere il personaggio fin dopo l’11 settembre. Allora ho scritto un romanzo breve con un Condor “moderno” per esprimere la mia rabbia, tristezza, e preoccupazione per quello che stava succedendo. In seguito, ho pubblicato altri tre o quattro racconti o romanzi brevi, questi però con il Condor “originale”. E poi Condor appare anche in un cameo nel mio romanzo Mad Dogs. In fine, l’anno scorso, ho pubblicato il primo vero e proprio sequel, Il ritorno del Condor, in cui il protagonista cerca di sopravvivere allo stato di massima allerta seguito all’11 settembre.
Tutte le storie e i romanzi sono stati ben accolti dal pubblico. Il commento che preferisco lo devo al Washington Post: nella loro recensione si legge che Il ritorno del Condor fa pensare a Orwell e a Bob Dylan.

In chiusura, una domanda sulla situazione attuale: che ne pensa degli Stati Uniti di oggi? Nel giro di pochi mesi potreste ritrovarvi con il primo presidente donna, oppure…

Per me la cosa più importante, più ancora del rischio che Trump diventi presidente, è tutto il seguito che ha avuto. Il consenso nei suoi confronti ha rivelato la presenza di certe forze pericolose. Trump si è servito dei suoi averi per far leva sull’ignoranza, la paura, le bugie, l’odio, e la forza dei personaggi televisivi. E Se perde, be’, questo non significa che la verità, la giustizia, la razionalità, l’umanità e lo stile di vita americano hanno trionfato. Signfica solo che abbiamo scampato la catastrofe, e che ci aspetta un enorme lavoro di reinvenzione politica e sociale. Più che ottimista direi che sono speranzoso. E sì, sarebbe bello avere un presidente donna. Sarebbe ora che le donne venissero trattate davvero come pari, e che avessero la possibilità di realizzarsi appieno.

Che altro posso dirle? Grazie per avermi risposto. Se mi avessero detto, solo un paio di anni fa, che avrei avuto l’occasione di intervistarla, non ci avrei mai creduto. Ma be’, probabilmente è anche questa la forza del blogging e della stampa libera.

[Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni]

Nota: recensione di I sei giorni del Condor, qui.

:: Bookteen – Un’ intervista con Anna Maria D’Ambrosio, a cura di Lucrezia Romussi

6 settembre 2016

bnj

Qualche mese fa, ho avuto l’opportunità di incontrare la scrittrice Anna Maria D’Ambrosio, la quale nata a Novara si laurea in Pedagogia presso l’Università di Torino. Nel 2011 vince il Premio Rhegium Julii per l’inedito di poesia con la raccolta “Costretti a calpestare l’erba”, finalista al concorso Manzoni 2013. Con la casa editrice Interlinea pubblica il libro d’esordio, la raccolta poetica “Di fiori e di foglie” nel 2013, con il quale ha conseguito il primo premio del Giovane Holden Edizioni 2015 e la competizione letteraria Kafka 2015. Anna Maria D’Ambrosio gentilmente ha risposto alle mie domande.

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Per me la scrittura è un modo di vivere: guardare la realtà in maniera indiretta, rielaborarla e restituirla nella scrittura, secondo il mio punto di vista. La rielaborazione prevede un passaggio profondo per cui i dati esteriori perdono peso, mentre prevalgono quelli interiori e cioè i sentimenti, gli stati d’animo, le osservazioni, le riflessioni, i pensieri.

Qual è il suo genere letterario preferito?

Il mio genere letterario preferito è la poesia perché parla per immagini, usa la metafora, ricorre a un linguaggio interiore per esprimere ciò che solitamente nel quotidiano non si dice. Amo tanti poeti, senz’altro: Rainer Maria Rilke, Cesare Pavese, Emily Dickinson, Eugenio Montale…

In quale momento della sua vita ha compreso che nella sua vita che come lavoro avrebbe la scrittrice?

Già dall’adolescenza mi sono sentita portata alla scrittura, ma non individuo un momento in cui ho compreso che mi sarei dedicata completamente alla scrittura. Ciò è avvenuto molto gradualmente e, purtroppo, con lunghi periodi di stasi.

Potrebbe, per favore, descrivere brevemente la trama del suo ultimo libro ‘’Devi solo cadere con me’’?

“Devi solo cadere con me” è un romanzo di formazione, in cui ho principalmente espresso, attribuendolo alla protagonista, il disperato bisogno di essere se stessi, la ricerca della propria identità nonostante tutto, il desiderio di avere un nome vero corrispondente a quello che si è interiormente, senza scissioni, senza sdoppiamenti. In breve, Alina scappa dal suo compagno, che ha accumulato debiti di gioco, a causa della dipendenza dalle slot machine, e prova a voltare pagina e a ricominciare da sola una nuova vita. Durante la fuga ripensa al passato e ricompone la sua vita girovaga…

A cosa si è ispirata per scrivere tale opera? A un fatto realmente accaduto?

Per scrivere quest’opera mi sono ispirata a un gruppo di girovaghi, che ho incontrato casualmente durante una vacanza al mare. Nel gruppo era presente una bambina; notando in lei molti segni di trascuratezza, io ho pensato alle sue difficoltà, allo svantaggio di nascere e vivere in una determinata condizione. Mi sono immedesimata in lei: ne è scaturita la mia Alina, una bambina che della danzatrice aveva il fisico e la postura, non lo studio, non la disciplina.

Pensa che ‘’Devi solo cadere con me’’ sia un testo adatto alla lettura di ragazzi giovani?

Il romanzo “Devi solo cadere con me” è un testo adatto ai giovani, anzi mi sentirei di consigliarlo proprio agli adolescenti. Infatti, chi meglio di un adolescente può capire lo smarrimento che si prova davanti alla propria vita, bellissima sì, ma tutta da definire? La noia, il rischiosissimo senso del vuoto nascono dal disagio di dover rispondere a se stessi, come per la prima volta succede proprio nell’adolescenza.

:: Intervista a Monica Gatto, a cura di Elisa Costa

5 settembre 2016

unnamedCiao, Monica! Innanzitutto ti faccio tantissimi complimenti per essere riuscita a scrivere un libro così bello a soli sedici anni! Ora vorrei porti qualche domanda a proposito di Mezzanima. Iniziamo?

Parliamo subito del rapporto che unisce i protagonisti: Arian e Robin sono una la metà dell’altro, un’anima divisa in due. Secondo te, nella realtà può esistere un legame simile? Credi nell’anima gemella?

Ciao! Grazie mille, per i complimenti e per le domande 🙂 I protagonisti, in effetti, sono uniti da un legame più unico che raro. Spero che un legame simile possa esistere davvero, secondo me non è impossibile, anche se molto difficile da creare. E credo nell’anima gemella, anche se non me la immagino perfetta. Sia Arian che Robin hanno i loro difetti e le loro debolezze, anche se quando sono insieme passano in secondo piano.

Tra le altre cose, il tuo libro parla di magia. Se potessi scegliere, quale potere speciale ti piacerebbe avere, e perché?

È una domanda difficile. Però credo di avere dato ai vari personaggi alcuni dei poteri che mi piacerebbe avere. I protagonisti sono a stretto contatto con il Buio, che è l’elemento che preferisco in assoluto.

Veniamo ora all’antagonista: che cosa rappresenta per te la Regina? Un incubo, una paura, un ostacolo da superare?

La Regina è tutte questo messo insieme: è un incubo e in alcune occasioni sembra insormontabile, ma è anche una paura che va sconfitta e un ostacolo che deve essere superato a tutti i costi.

Tra i comprimari troviamo diversi personaggi interessanti, uno fra tutti il giovane Ren: in un certo senso è come se lui fosse la mente, la ragionevolezza e l’intelligenza, laddove invece Arian e Robin sono il cuore, il sentimento e l’istinto. Sei d’accordo con quest’affermazione?

In un certo senso sì. Ren è l’amico e la guida. I due protagonisti si ritrovano improvvisamente in un mondo che non conoscono, in cui si muovono ancora a fatica. L’amicizia di Ren, oltre che a guidarli, li aiuta a sentirsi parte di quello che è il loro “ambiente”. E in un certo senso, in effetti, Ren è anche il freno all’impulsività dei protagonisti, che a volte potrebbe metterli in difficoltà, nonostante penso che l’intelligenza e la strategia accomunino tutti e tre.

Nel romanzo sono molto spesso le donne a possedere un carattere forte e deciso: pensiamo a Marine, alla Regina, alla stessa Arian… Nella tua vita c’è una “grande” donna cui vorresti assomigliare?

Sinceramente non ho una “grande” donna in particolare, direi forse di più che ho tanti piccoli pezzi di “grandi” donne che mi piacerebbe avere, per poi essere solo me stessa.

Nel corso della loro avventura, i due protagonisti incappano in molti pericoli e in situazioni spiacevoli, eppure riescono sempre a trovare una speranza nella reciproca compagnia. Quanto è importante per te l’amicizia?

Secondo me l’amicizia è molto importante. Ci sono amicizie diverse, alcune durano qualche giorno, altre invece vivono per anni. Sono convinta che, poi, ci siano amicizie uniche che rimangono tutta la vita e che ci completano. Penso che l’anima gemella consista un po’ anche in tutto questo, in fondo.

Arian e Robin sono dei ragazzini, ma le loro esperienze di vita li hanno costretti a crescere in fretta. Secondo te, qual è il momento in cui si smette di essere bambini?

Secondo me si smette di essere bambini quando non si prova più la forza per emozionarsi davanti alle cose e le si subisce e basta. Credo che sia molto brutto smettere di emozionarsi. Arian e Robin crescono, nel corso del loro viaggio, imparano e con le loro scelte si costruiscono col passare del tempo, ma non smettono mai di stupirsi, di arrabbiarsi, di avere paura e di provare tante altre emozioni. Secondo me, quindi, si può crescere sempre senza smettere di essere bambini.

Sinceramente, se un mattino ti capitasse di svegliarti e ritrovarti nel Regno, come reagiresti?

Per i primi due o tre minuti rimarrei ferma e mi convincerei di essere impazzita. Nei cinque minuti successivi credo che rischierei l’infarto almeno un paio di volte e sinceramente non so quante cose potrebbero passarmi per la testa. Credo che in fondo ne sarei felice, anche se probabilmente mi verrebbe voglia di tagliarmi le mani per alcuni degli effetti collaterali del Regno.

Un’ultima domanda prima di salutarci: come è cambiata la tua vita da quando Mezzanima è stato pubblicato?

Dopo la pubblicazione di Mezzanima non è che la mia vita sia cambiata tanto, se non per la grande soddisfazione di avere il “mio” libro in mano. Poi ci sono stati tanti eventi, tra le presentazioni in libreria e biblioteca. Ma credo che la cosa che mi ha emozionato di più, e che continua a farlo, sia leggere le opinioni delle persone. Ad esempio, adoro leggere le recensioni, nonostante abbia sempre un’ansia pazzesca quando me le trovo davanti.

Ti ringrazio tantissimo per la disponibilità e ti auguro tanta fortuna per tutti i tuoi progetti.

Alla prossima!

:: Un’ intervista con Francesco Anghelone, curatore assieme a Andrea Ungari dell’ Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016

31 luglio 2016

unnamedNegli scorsi mesi è uscito l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2016, ecco alcune domande e risposte che ci aiuteranno ad approfondire i temi trattati.

Come è nata l’idea di compilare un Atlante Geopolitico del Mediaterraneo? È al suo terzo anno di pubblicazione, ogni anno focalizzando temi diversi. Ci parli dei motivi che vi hanno spinto a scriverlo e a strutturarlo in questo modo.

Con l’inizio delle cosiddette Primavere arabe è cresciuta l’attenzione nei confronti dei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Paesi attraversati da importanti cambiamenti politici e sociali, in molti casi poco conosciuti e difficili da comprendere per gran parte dell’opinione pubblica occidentale. Il nostro obiettivo, quando abbiamo immaginato di dare vita all’Atlante Geopolitico del Mediterraneo, era quello di offrire ai lettori uno strumento che li aiutasse a comprendere meglio gli eventi che stanno cambiando il volto dell’area, partendo tuttavia da una sintetica ma approfondita analisi della storia recente dei paesi della regione.

Per capire il presente bisogna studiare e comprendere il passato. È questo lo spirito che anima il vostro libro?

Conoscere il passato è fondamentale per comprendere cosa sta accendo oggi nel Mediterraneo. Molto spesso si analizzano i fatti che accadono nell’area senza tenere conto del contesto storico e politico in cui avvengono. Questo rappresenta, a mio modo di vedere, un forte limite rispetto alla possibilità di avere una comprensione profonda degli eventi in corso.

Se vogliamo, la democartizzazione del Medio Oriente era uno degli obbiettivi che si era posta l’amministrazione statunitense, appoggiando in un certo senso, per lo meno moralmente, il fenomeno che va sotto il nome delle “Primavere arabe”. Poi ne è seguito un quasi totale disinteresse. Come se lo spiega?

Non sono convinto che la democratizzazione del Medio Oriente fosse un reale obiettivo dell’amministrazione statunitense. A mio modo di vedere Obama voleva innanzitutto ridurre la presenza americana nell’area, imprimendo quindi un cambio di rotta netto rispetto all’amministrazione Bush che aveva scosso l’intera regione con l’intervento in Iraq. Per gli Stati Uniti oggi il Mediterraneo è uno scenario geopolitico di secondaria importanza, concentrati come sono nella competizione con la Cina in Asia e nel Pacifico.

Dopo i vari totalitarismi del XX secolo, era ipotizzabile un totalitarismo di matrice islamica, come è appunto lo Stato Islamico? Dove sono visibili le sue radici, le sue origini, e in cosa si differenzia dai totalitarismi del passato recente (comunismo, nazismo)?

La nascita del cosiddetto “Stato islamico” era inimmaginabile sino a pochi anni fa. Ciò è stato possibile per una serie di eventi che, a partire dalla guerra dell’Iraq del 2003, hanno mutato profondamente gli equilibri politici dell’area. Le radici di un simile totalitarismo vanno ricercate certamente in una visione radicale dell’Islam che oggi si sta diffondendo molto rapidamente all’interno di molti paesi musulmani. Una visione che vede certamente nell’Occidente un nemico da abbattere. Va però detto che per molti anni i paesi occidentali hanno ignorato i gravi problemi sociali ed economici che affliggevano molti paesi del Medio Oriente e dell’Africa, preferendo concludere accordi con regimi autoritari che garantivano una certa stabilità all’area piuttosto che affrontare alla radice molti dei mali che affliggevano quei popoli. Questo atteggiamento dell’Occidente ha rappresentato ovviamente una forte arma di propaganda nelle mani di chi oggi vorrebbe uno scontro totale tra l’Islam e l’Occidente.

In che misura secondo lei questa è una guerra santa o una guerra profana?

Credo sempre poco al concetto di guerra di religione. Sono convinto che dietro a ogni guerra vi siano interessi molto “profani”. Lo scoppio delle cosiddette Primavere arabe ha creato le condizioni per ridisegnare gli equilibri politici della regione e alcuni hanno cercato di approfittare di questa situazione per sostituire i vecchi regimi al potere. La religione è tuttavia importante perché essa rappresenta un forte strumento di propaganda capace di mobilitare e motivare una grandissima massa di persone.

I fenomeni terroristici presenti in Europa, l’ultimo poche settimane fa a Nizza, in che misura si insericono in una strategia della destabilizzazione, più che della tensione? È un chiaro messaggio alla Francia di interrompere le sue attività in Siria e Iraq?

Gli eventi di Nizza ci dicono innanzi tutto che è oggi impossibile poter garantire la sicurezza al cento per cento all’interno dei paesi occidentali. Le modalità di reclutamento dei cosiddetti martiri, i luoghi scelti per gli attentati e le modalità degli stessi sfuggono infatti a ogni regola e ciò li rende dunque difficili se non impossibili da prevedere in molti casi. Ciò crea certamente le condizioni per il diffondersi del panico all’interno della società, ponendo seri problemi ai governi. Lo scopo, nel caso specifico, è certamente quello di spingere la Francia e interrompere le proprie attività contro l’Isis, ma al tempo stesso colpire sul suolo europeo serve a dimostrare la forza del Califfato, nonostante le perdite territoriali che ultimamente sta subendo, e dunque a promuoverne una diffusione sempre più ampia.

Il bacino da cui l’ISIS prende questi aspiranti martiri, consci che moriranno e non avranno vie di scampo, è essenzialmente dalle sacche più disagiate, ghettizzate, emarginate. La mancanza di integrazione di questi giovani nel tessuto sociale è da molti vista come una qustione a lungo sottovalutata anche dai paesi europei. Alfredo Macchi conclude che la battaglia da svolgere è essenzialmente culturale. È d’accordo?

Sì, certamente. Per troppi anni abbiamo ignorato i problemi che potevano nascere dall’esistenza di veri e propri ghetti nelle grandi città europee. Così come abbiamo ignorato la violazione dei diritti umani in molti paesi del Medio Oriente solo perché i regimi ci erano “amici”. Questi sono stati errori politici ma anche culturali, dettati da una certa arroganza dell’Occidente rispetto ai suoi vicini arabi. Ora che ci siamo svegliati da questo lungo sonno dobbiamo iniziare una forte opera di inclusione sociale a tutti i livelli, altrimenti rischiamo di perdere definitavamente la battaglia contro chi promuove l’odio e lo scontro di civiltà.

Molte colpe di cosa sta succedendo spettano alla disomogeneità e disorganizzazione dell’Unione Europea. In che modo fattivamente potrebbe far smettere i finanziamenti che l’ISIS riceve? In che misura partecipa a questo “gioco” la Cina?

L’Europa, come soggetto politico sul piano internazionale, semplicemente non esiste. I suoi paesi membri perseguono ancora obiettivi nazionali e ciò rappresenta una scelta miope che rischiamo di pagare a caro prezzo. Ha certamente gli strumenti per limitare il flusso di finanziamenti all’Isis, ma per far sì che ciò accada è essenziale una condivisione delle scelte e degli obeittivi che oggi non sembra esistere. La Cina, da parte sua, ha già forti interessi economici nell’Africa subsahariana e certamente nei prossimi anni estenderà il suo raggio di azione anche nel Nord Africa. Per ora la sua politica nell’area è essenzialmente di carattare commerciale, ma niente esclude che nei prossimi anni possa divenire anche un attore politico, specie dopo che avrà consolidato la propria presenza economica.

La mia percezione è che la gente capisca davvero poco di cosa sta succedendo, delle vere motivazioni, delle vere ripercussioni. Rientra tutto in una certa disinformazione e strumentalizzazione dei mass media, non solo svolta dall’ISIS? In che misura anche noi contribuiamo a tenere all’oscuro l’opinione pubblica su quello che sta davvero accadendo? Mi riferisco anche a motivi più che legittimi come il tentativo di non diffondre il panico.

La conoscenza è sempre importante. Uno dei grandi limiti che oggi riscontriamo nel nostro rapporto con l’Islam è proprio la scarsa conoscenza che abbiamo di esso. Così come conosciamo poco i paesi della sponda sud del Mediterraneo e quelli del Medio Oriente. In questo momento dobbiamo dunque diffondere conoscenza e non fare il contrario, anche perché attraverso la conoscenza spesso siamo in grado di superare antiche diffidenze e assurdi preconcetti. L’opinine pubblica deve essere consapevole, a mio modo di vedere, che attraversiamo una fase storica molto difficile e che la sicurezza all’interno dell’Europa è oggi seriametne messa a rischio. Ciò non significa che siamo di fronte a una battaglia persa, tutt’altro. Esistono problemi seri, ma esistono, come sempre, anche soluzioni in grado di risolverli. Ci vorrà certamente molto tempo e una lungimiranza politica che sino ad oggi è purtroppo spesso mancata all’Occidente.

Quali sono i veri rischi che corre l’Occidente, se non si riuscisse a fermare lo Stato Islamico? L’Islam moderato prevarrà? È pessimista?

Lo Stato islamico poterebbe essere distrutto nel giro di poche settimane se l’Occidente decidesse un intervento militare massiccio. Ma ciò comporterebbe un intervento di terra, che nessun paese occidentale al momento vuole lontanament prendere in considerazione. Ci sono certamente altri modi per fermare l’Isis, innanzitutto sostenendo le forze che lo combattono nell’area e poi agendo sul flusso di finanziamenti che lo sostengono. Ciò significa però rivedere le politiche occidentali, specie statunitensi, nei confronti delle Monarchie del golfo, Arabia Saudita in testa, da cui provengono molti dei finanziamenti alle organizzioni terroristiche di matrice islamica. Non so dire se l’Islam moderato prevarrà, sono convinto però che all’interno del mondo islamico le voci moderate e aperte al dialogo, che esistono, devono fare di tutto per far sentire la loro voce con maggiore forza e impedire che un’intera comunità religiosa sia identificata con un numero alto, ma pur sempre limitato, di terroristi e assassini.

Cosa cambierà quando si passerà dai combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili? Ha in mente uno scenario possibile?

Al momento è difficile prevedere cosa ciò comporterà sul piano politico per la regione. Non siamo ancora in grado di capire quando e come ciò avverrà. L’unica cosa certa è che un simile cambiamento va progettato dai paesi con grande attenzione. Gli Stati Uniti stanno già facendo investimenti in tal senso e l’Europa dovrebbe impegnarsi nello stesso percorso. Per i paesi ricchi di petrolio dell’area ciò rappresenterà una grande sfida. Dovranno fare investimenti che permettano loro di diversificare le proprie entrate economiche, altrimenti rischieranno seri problemi nel medio-lungo periodo. In questo senso l’Europa potrebbe svolgere un ruolo di supporto molto importante.

Può parlarci del libro che attualmente sta scrivendo sulla questione turca, anche alla luce del tentato golpe del 15 luglio. Quali conseguenze porterà, anche alla luce di un’ eventuale entrata della Turchia nell’UE?

La Turchia potrebbe rappresentare un ponte ideale tra l’Occidente e il mondo islamico, giocando un ruolo straordinario nei rapporti tra i due mondi. Oggi la situazione del paese è molto complessa ed è certamente più lontano dall’Europa di quanto non fosse solo un decennio fa. Le ragioni di tale allontanamento risiedono sia nella chiusura di alcuni paesi europei rispetto all’ipotesi di un ingresso della Turchia nell’UE (Germania e Francia in testa) nonostante i negoziati siano stati avviati nell’ottobre del 2005, sia nella politica dell’attuale governo turco che negli ultimi anni è stato più impegnato a rilanciare il ruolo del paese quale potenza regionale che quale partner europeo. Il golpe, i cui dettagli sono ancora da chiarire, ha provocato una reazione dura del governo turco che rischia di minare gravemente la tenuta democratica del paese. La Turchia è un paese importantissimo per gli equilibri del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale, per tale ragione con alcuni colleghi, e col supporto delle edizioni Bordeaux, abbiamo deciso di lavorare a un volume che ne analizzi la storia recente, le politiche e le riforme attuate durante gli anni di governo di Erdoğan e la politica estera. Come per l’Atlante, anche in questo il nostro obiettivo è di offrire al lettore uno strumento attraverso il quale comprendere meglio la realtà di un paese importante e così vicino a noi di cui ancora sappiamo troppo poco.

:: Un’ intervista con Homobruno, a cura di Elisa Costa

27 luglio 2016

indexCiao, Homobruno. Prima di parlare di “Basta poco”, vorrei farti una domanda generica: hai mai preso spunto dalla realtà per creare i personaggi e le situazioni dei tuoi racconti? Magari dal tuo passato o dal tuo presente?

Ovviamente sì. Passato, presente e futuro.

Veniamo ai personaggi del libro: chi è il tuo preferito? E perché?

È Chiara. Mi piace tutto di lei. Chiara è una bella donna, intelligente, forte, indipendente e con una mente completamente sgombra da superstizioni.

E invece quello che ti piace di meno?

Mi verrebbe facile nominare Manuel, ma dico Christian. Christian attraversa il libro con una sua idea che pian piano gli si concretizza nella testa ma, una volta che ha ottenuto questo dono dal destino, invece di continuare a cercare, per motivi contingenti alla trama, si ferma.

Ti è mai capitato di avere un’ossessione, un chiodo fisso come il “basta poco” del protagonista?

Le ho inventate io le ossessioni. Da quella di Madame Bovary passando per quella di Marcel per Albertine fino a quella del Dj per le playlist. Compreso un baule pieno di altre ossessioni che ho gettato in fondo al mare.

La protagonista femminile, Chiara, è una veterinaria: c’è un motivo particolare per cui hai scelto proprio questa professione?

Chiara che di professione fa la veterinaria esiste veramente. È una persona in carne e ossa che però io non ho mai visto, neanche in foto, né lei conosce me. Prima di terminare la scaletta di “Basta poco” andai a trovare un mio amico e lui per la prima volta mi parlò di Chiara. Dalle sue parole capii subito che lei sarebbe stata il personaggio femminile del libro.

Un altro personaggio è un regista in erba. Ti piace il cinema? Quale genere preferisci?

Io metto il cinema e la letteratura sullo stesso piano. Per i miei gusti queste due forme d’espressione devono essere in grado di intrattenere. Amo il cinema americano, quello in ci sono con le Forze Speciali, la Casa Bianca, il Presidente, la CIA, l’NSA, un po’ meno l’FBI.

Ti piacerebbe se da uno dei tuoi romanzi venisse tratto un film?

Certo. Collaborare alla sceneggiatura tratta da un mio libro è un obiettivo.

Se il romanzo in questione fosse “Basta poco”, quali attori sceglieresti per impersonare i protagonisti?

Chiara : Maggie Gyllenhaal – François (Dj) : Colin Farrel – Manuel : Ralph Fiennes –

Christian : Joaquin Phoenix – Bob : Jake Gyllenhaal – L’Oracolo : Anthony Hopkins.

Al momento stai lavorando a qualche altro progetto editoriale? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho finito di scrivere “Domino”, per il momento lo sto correggendo. Il romanzo parla di un uomo che per tutta una serie di circostanze, attraverso le quattro stagioni, si troverà a confrontarsi con quattro donne.

Adesso una domanda un po’ strana! Alcuni autori riescono a concentrarsi solo se si trovano in un luogo preciso: anche tu hai una “tana” dove rinchiuderti quando vuoi scrivere?

La mia casa è piccola e gonfia di oggetti. Non ho un posto romantico dove comporre, uso il tavolo della cucina dove io e mia moglie mangiamo. La mia tana è la notte.

Un’ultima cosa: sinceramente, ti piacerebbe essere il protagonista di un romanzo di Homobruno?

Lo sono già stato con “Basta poco” e lo sarò in futuro con i prossimi libri.

Grazie mille per l’attenzione e la gentilezza!

Grazie a te.

:: Un’ intervista con Valentino Bonacquisti, autore di La Street Art Romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale – Edizioni Il Galeone

26 luglio 2016

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Presentati ai nostri lettori. Chi è Valentino Bonacquisti?

Mi reputo un fotografo di strada fin da quando ero ragazzo, quando ricevuta in regalo da mio fratello una reflex Olympus mezzo formato, iniziai a fotografare i vecchi del paese. A parte una parentesi lunga 35 anni in cui sono stato costretto a fare il ferroviere, ancora oggi vado in giro, con la stessa passione di allora, a scattare fotografie cercando di cogliere l’intimità pubblica della gente.

Come è nata l’idea di scrivere La Street Art romana – Attraverso i centri di aggregazione sociale? Rientra in un progetto più ampio?

Un’altra mia passione sono stati sempre i colori, stranamente per me che amo fare foto in bianco e nero, quelli messi insieme dagli artisti contemporanei, tra i quali io annovero anche i writers con i loro stupendi esercizi calligrafici. Quattro anni fa, decisi di dedicare molto del mio tempo disponibile a documentare e archiviare foto di pezzi di street art che apparivano sui muri di Roma. Iniziai prima con i quartieri “frikkettoni” poi, scoprii i muri liberi, poi un giorno di gennaio entrai al Forte Prenestino prima e alla Biblioteca Abusiva Metropolitana poi. Avvertii, in tutti e due i luoghi, una sensazione di leggerezza; decisi quindi di raccogliere in una pubblicazione tutte quelle opere così che anche chi non fosse mai entrato in uno di quei luoghi capisse quanto vi si facesse cultura. Nel frattempo ho allargato i miei orizzonti di ricerca e almeno per ora, il più intrigante è quello di entrare abusivamente all’interno di luoghi abbandonati, principalmente fabbriche, ma non disdegno ex ospedali, palazzi in costruzione mai terminati e cose simili per fotografare i pezzi che gli street artist vi vanno realizzare solo ed esclusivamente per il loro bisogno di entrare in contatto diretto con il proprio “io”.

Definiscici in breve cosa è la Street Art, e quali sono le sue valenze culturali, ideologiche e sociali.

Muro pulito, popolo muto. Ho sempre pensato che la street art abbia una grande valenza ideologica e che sia uno degli strumenti a disposizione della gente per esprimere le proprie idee, le proprie incazzature; ed al contempo utile a chi ne fruisce che è portato a riflettere.

La macchina fotografica come strumento per tramandare la memoria. Come ti poni di fronte a un murales, come interpreti il reale?

Io che ritengo di avere una memoria storica fuori dal comune (ricordo perfettamente una serie infinita di episodi della mia vita che risalgono anche a quando avevo tre anni) registro avidamente il mondo che mi circonda proprio allo scopo di lasciare traccia di questa mia memoria che sarà ovviamente destinata a svanire nel nulla.

La Street art è sicuramente una forma di arte popolare, un’ arte povera, ma molto vitale, molto polifonica che da risalto a ogni forma di marginalità. In che misura pensi possa trasmettere valori come la solidarietà, l’interculturalità, lo spirito di gruppo?

Chi accenna uno sguardo di sufficienza e passa oltre è uno che pensa solo a se stesso. Chi si ferma davanti ad un pezzo fatto su di un muro ne coglie i colori, la bellezza, il valore aggiunto che chi lo ha realizzato ci ha messo; si spoglia dello scudo e si sente quindi portato a dialogare.

Quale è il murales che ti ha più impressionato?

Sicuramente quello che io chiamo “Il Pensatore” realizzato da Hogre su di un muro in via degli Ausoni a S.Lorenzo. Sta lì da quattro anni e nessuno osa scalfirlo (addirittura chi ha messo un cartello pubblicitario si è accertato comunque di lasciar visibile il pezzo). Un Amleto del terzo millennio che si pone non domande esistenziali, bensì domande molto più concrete.

Ci sono donne tra gli artisti romani che si occupano di trasmettere questa attività?

Sì ce ne sono tantissime e molto intelligenti, sia fra le figurative sia fra quelle provenienti dal writing; devo dire che si tratta spesso di ragazze giovanissime ma con le idee ben chiare.

Stai lavorando a nuovi progetti simili, magari in altre città?

Di progetti ne ho tantissimi, quello più immediato e già passato alla fase realizzativa è la documentazione dei pezzi custoditi all’interno di edifici abbandonati dando ovviamente anche il dovuto risalto a quello che erano una volta quei luoghi che pullulavano di attività industriali, commerciali, umane. In parallelo porto avanti la mia continua ricerca di catturare, con il sensore dalla macchina fotografica, l’anima della gente che incontro per strada.

Nota: Per ordinare il libro la strada più sicura è inviare una mail all’editore http://www.edizionigaleone.it/ . Buona lettura.

:: Un’ intervista con Guia Risari, a cura di Viviana Filippini

25 luglio 2016

oXUQZFrCiao a Guia Risari e benvenuta a Liberi di scrivere per raccontarci un po’ come è nato Il viaggio di Lea, edito da Einaudi Ragazzi

V: Come è nata la trama del Il viaggio di Lea?

G: Sono stata sollecitata da Lodovica Cima: in qualche modo, è lei che devo ringraziare. In quel periodo, cercava un testo che parlasse della vita e del suo senso. L’idea è nata da una spinta in questa direzione e poi ha seguito il suo cammino.

V: C’è qualche situazione particolare della vita reale che ha influenzato la creazione della piccola Lea, una ragazzina alla ricerca delle risposte sul senso della vita e della morte?

G: Non è stato difficile immaginare una situazione di solitudine, fuga e ricerca. Le domande di fondo di Lea, poi, sono quelle che ci facciamo tutti. Solo che spesso rifuggiamo dal cercare le risposte, voltiamo pagina, dimentichiamo. Sono esperienze che appartengono a ognuno di noi. Io, da piccola, scappavo spesso di casa. Andavo a vivere – per interi pomeriggi! – in solaio; da lì saltavo sui tetti e mi avvicinavo al cielo, che mi è sempre parso un ottimo interlocutore. Non ho mai dimenticato i motivi di questa inquietudine, anche se non sempre ho accesso ai tetti…

V: Nel tuo libro riabiliti la figura del gatto che, purtroppo, spesso e volentieri nel corso della storia e della tradizioni popolare ha assunto valore negativo. Per Lea Porfirio cosa rappresenta?

G: È vero; il gatto, che pur cacciando i topi ha garantito agli uomini di conservare tante derrate alimentari, è stato spesso oggetto di persecuzioni e torture. Quand’era nero, poi, gli si attribuiva un’indole diabolica. In realtà, essendo il gatto nero più robusto e longevo, viaggiava spesso sulle navi dei pirati, segnalandone la presenza. Di qui l’idea che portasse sfortuna. Porfirio nel mio romanzo rappresenta l’anima realista, un po’ cinica e disincantata della storia. Ha attraversato vari secoli e vissuto in tanti paesi, collezionando una gran quantità di esperienze e ricordi, da cui pesca con estrema libertà per far fronte al presente. Non ha illusioni, non si nasconde dietro sogni impossibili: conserva tuttavia curiosità e voglia di sperimentare. È l’amico ideale di Lea che, al contrario, si cura dalle ferite della vita con una buona dose di illusioni.

V: La protagonista inizia un viaggio e ha un’interessante abitudine, quella di disegnare e fare dei ritratti di alcune delle persone che incontra sul suo cammino. Questo riprodurre la realtà mettendola su carta e interpretandola in modo personale perché è importante per Lea?

G: Credo sia importante per tutti quelli che s’immergono nella realtà fino quasi a perdere i contorni di sé trovare un modo per fermarsi, prendere le distanze e osservare le cose con un certo distacco. La mediazione della carta – un ritratto fatto di segni o di parole – a questo serve. A confrontarsi con quel che avviene e con la propria visione, a studiare a fondo i dettagli, a dare un’interpretazione, a posizionarsi.

V: Il viaggio compiuto dalla protagonista le permetterà di incontrare persone di diversi caratteri e professioni, che le mostrano i diversi aspetti che la vita può avere. Quanto è importante per la protagonista confrontarsi con queste realtà umane?

G: Per la protagonista, come per tutti noi, il mondo sarebbe incompleto senza un confronto con gli altri. Questo significa misurarsi con la diversità, con visioni peculiari e a volte inconciliabili della vita. Significa allontanarsi dal centro, dal proprio centro, per guardare l’esistenza con occhi diversi; tornare alle proprie posizioni e avere il coraggio di abbandonarle o modificarle radicalmente. Non è un processo indolore, a volte è disorientante, è una piccola lotta e in parte una perdita, di certezze, di terreno, di stabilità. Ma è un processo indispensabile che arricchisce la vita di colori e sfumature.

V: Ad un certo punto accanto a Lea compare la piccola Ipa. Le due ragazzine diventano subito amiche e si sostengono a vicenda come se si scambiassero insegnamenti reciproci. Volevo sapere se le loro caratteristiche fisiche (una bionda, l’altra mora, una con gli occhi azzurri, l’altra no) sono una scelta voluta (mi hanno ricordato il giorno e la notte, la luce e la tenebra, la vita e la morte) perché ha un particolare significato o è dettata da fini stilistici (solo per differenziare le due)?

G: Le opposizioni sono parte della vita e insieme compongono un quadro completo e armonico. Così è per questi due personaggi: Lea fugge dalla vita per cercare il senso della morte; Ipa compie il cammino opposto. E non è un caso che s’incontrino in treno e quindi in cammino perché il rapporto tra vita e morte non si può capire che in itinere.

V: Che differenza c’è tra lo scrivere per bambini e per adulti?

G: Crescere e invecchiare non sono un processo coerente e uniforme. Non si abbandona uno stato per un altro. Non c’è un regno dell’infanzia, uno dell’adolescenza, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia. Esiste piuttosto un continuum che fa convivere tutte queste età nel presente: conserva tracce e tratti del passato e anticipa quelli del futuro. Per questo non c’è, secondo me, un modo per parlare o scrivere per bambini e un altro per adulti. Ci sono tante voci che ci abitano e la capacità di non metterle a tacere per corrispondere a un’immagine comoda e artefatta di sé. Se si vive con pienezza, si è in grado di conservare la voce bambina e di trattarla come una voce adulta. Per questo nascono poi dei libri “trasversali” che parlano a tutti.

V: Se dovesse/si scegliere una canzone da abbinare a questo libro, quale sarebbe?

G: Close to Paradise di Patrick Watson.

V: Già al lavoro su altre scritture? Se sì di cosa tratteranno (se puoi dircelo)?

G: Ho da poco terminato di scrivere un romanzo per adulti che definirei “biblico” perché racconta di Dio, della creazione del mondo, di Lucifero, di Adamo ed Eva, della cacciata dal paradiso in chiave umoristica. A settembre invece usciranno in contemporanea, tre albi per l’infanzia: Il volo della famiglia Knitter (Bohem Press) che parla di volo e libertà, Se fossi un uccellino (ELI edizioni) che è una poesia dedicata alle piccole creature alate e Il Pigiama verde (Coccole Books) che racconta le meraviglie prodotte da un pigiama. In questo momento, sto scrivendo contemporaneamente tre romanzi – uno per adulti e due per ragazzi – ma sono tutti troppo all’inizio perché li possa raccontare. Ci sono storie che nascono già con una strada tracciata: bisogna solo avere l’abilità di seguirla. Altre che si rivelano invece mobili e incerte; si scoprono andando e rivelano le loro sorprese solo si sa attendere con pazienza e continuare, nonostante la meta cambi posizione e obblighi a clamorose virate. Le tre storie che sto cercando di “catturare” mi obbligano a questo tipo di scrittura imprevedibile, che è una rivelazione quotidiana. Appena ne saprò di più, anch’io potrò raccontare meglio.

:: Un’ intervista con Enrico Pandiani, a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2016

indexBentornato Enrico sul nostro blog. E’ uscito da poco un nuovo libro de Les italiens, di nuovo per Rizzoli, dal titolo Una pistola come la tua. Non sei proprio stanco di Mordenti?

Buongiorno Giulia, come si fa a essere stanchi di Mordenti? Per me, ormai, è come un fratello. Insieme ne abbiamo passate tante e ci siamo divertiti. Siamo caracollati su e giù per la Francia, abbiamo gironzolato per Parigi, in pratica mi ha aiutato a realizzare un po’ di sogni che avevo da parte e a togliermi qualche sassolino dalle scarpe. Anche se tenta sempre di mettermi in difficoltà, lasciandomi di fronte a imprevisti che poi mi toccherà affrontare, lui, e di conseguenza i suoi colleghi, sono legati a me a filo doppio. La scommessa è quella di resistere, di continuare a divertire i lettori senza perdere colpi e senza annoiare.

Dicci tutto di Nicolas Winding Refn, hai visto il suo nuovo film? Pensi ti chiamerà a scrivere la sceneggiatura della serie tv? Non è che poi scappi a Hollywood?

Quando Fulvio Lucisano mi ha invitato a Roma per conoscermi, mi ha detto che era loro intenzione domandare a Winding Refn di girare i primi due episodi della serie televisiva su Les italiens che intendevano produrre. Io non credevo alle mie orecchie, perché non ti capita tutti i giorni che qualcuno ti dica che vuole fare una serie dai tuoi romanzi, ma ancora meno che ti dicano che la vogliono far girare a uno dei registi più famosi del mondo. Ho visto Drive, certamente, un film che mi è piaciuto molto perché al di là della violenza estrema, aveva una bella storia di relazioni umane, molto sentimentale. Dai primi contatti, e dopo aver letto il pitch, Refn ha deciso di produrre la serie al cinquanta per cento con la Space Rocket Nation, la sua casa di produzione, e di diventarne lo showrunner. Questo è straordinario perché, se davvero il progetto dovesse andare in porto, sono certo che sarebbe un lavoro eccezionale. Non so se avrò qualche ruolo nella sceneggiatura. Certo, imparare da dei professionisti non mi dispiacerebbe.

Forse avrei preferito Olivier Marchal, in un certo senso una scelta come dire più ovvia, cosa pensi privilegerà invece Nicolas Winding Refn, non hai un po’ paura?

Marchal non mi dispiace, anche se l’atmosfera dei suoi film non mi fa impazzire. È troppo legata alla figura del poliziotto depresso, alcolista, che ce l’ha con tutto il mondo e al quale Mordenti, che è proprio il contrario, dedica una frase ironica nel nuovo romanzo. Penso che Refn ci darebbe dentro con la violenza, ma sono certo che saprebbe conservare quel coté ironico e l’umorismo senza i quali i miei personaggi perdono buona parte del loro carattere.

Come stai vivendo questa esperienza dell’autore famoso? Tua moglie che dice?

Il giorno che diventerò un autore famoso te lo saprò dire. Per ora sono soltanto uno dei tanti scrittori di genere che fanno i salti mortali per vendere qualche copia in più dei loro libri e per farsi conoscere dal pubblico dei lettori. Quelli famosi sono ben altri. Mia moglie, per l’appunto, dice che non sarebbe male se vendessi qualche copia in più e se portassi a casa la pagnotta. Al mio livello, si conta molto sul passaparola di coloro ai quali sono piaciuti i romanzi e sul fatto che i librai apprezzino il tuo lavoro e ti facciano scoprire ai loro clienti. Il libraio è la figura chiave.

Che tipo di accoglienza hai ricevuto in Francia? E’ vero, come dicono, che il noir italiano è da loro molto apprezzato?

In Francia l’accoglienza è stata buona. Lì vai a sgrugnarti con la storia del noir e, soprattutto, con quelli che sono i miei mostri sacri. Il mio editore francese dice che gli piacciono i miei romanzi perché c’è molta ironia e si ride, cosa che oggi succede raramente, nel noir d’oltralpe. All’inizio del 2017 uscirà in Francia Lezioni di Tenebra, il terzo romanzo di Mordenti. Spero che sarà accompagnato dalla notizia che la serie si farà sul serio. Quello potrebbe davvero cambiare le cose.

Hai ancora tempo per leggere? Quali sono le tue letture in questo momento, e se c’è facci qualche nome di giovani promesse.

In questo momento sto leggendo molto, ma pochissimi romanzi di genere. Ho letto Marías, Amis, Franzen, Dumas, Giono, Wilder, Tonani, molto Cercas, la Murgia, la Sagan, la Despentes. Per quanto riguarda il noir, invece, tre autori interessanti che mi è capitato di leggere sono Darien Levani, che per Spartaco edizioni ha scritto un bel romanzo, Toringrad, Antonio Mesisca che per Scrittura e Scritture ha pubblicato Nero Dostoevskij e Stefano Trinchero che è uscito con La coppia infedele per i tipi di 66th&2nd. Io trovo che il panorama noir italiano sia bello vivo e interessante, con romanzi che raccontano molto bene i problemi e le contraddizioni della nostra società.

Un uccellino mi ha detto che l’altro giorno eri a Chieri a una presentazione. Come è andata? Ti diverti a presentare i tuoi libri in sale gremite di gente, o sei un timido? L’episodio più bizzarro successo durante una presentazione.

Le sale “gremite” di gente sono una rarità, però qualche volta ancora succede. A Chieri è successo e la presentazione è andata molto bene, grazie anche a Carlo De Filippis, l’autore de Le molliche del commissario, che mi ha messo sotto con grande humour e simpatia. Fare le presentazioni è un’attività che mi diverte molto. Ti dà la possibilità di conoscere i tuoi lettori e di conquistarne di nuovi e ti permette di viaggiare. Quando capita che ci sia poco pubblico non me la prendo, in linea di massima la colpa è solo mia e della mia piccola fama. Quelle persone sono venute ad ascoltare me e quindi si meritano tutto il mio rispetto. In genere, quando capita, ci si siede attorno a un tavolo, si apre una bottiglia di vino e si fa una bella chiacchierata. L’episodio più bizzarro mi è successo qualche tempo fa; dovevo presentare Simone Sarasso, appena uscito con il suo romanzo sulla storia della mafia americana e ho portato con me un mitragliatore Thompson, quello con la ruota che si vede nei film di gangsters. Era finto, ma la gente che passava fuori dalla libreria non lo sapeva e vedere le loro facce è stato divertente. Una signora è entrata in libreria, ha visto Simone con il mitra ed è uscita come se niente fosse, ma molto alla svelta.

Come procede Torinoir, mi è giunta voce che l’altro giorno uno di voi si è sposato. Avrete ancora il tempo di riunirvi nelle piole a tirar tardi?

Torinoir è sempre viva e vegeta e i soci non disdegnano il ritrovarsi a chiacchierare bevendo vino e mangiando le torte di Patrizia Durante, la sola donna del gruppo e, di conseguenza, la testa pensante. Abbiamo in corso diversi progetti e nelle prossime settimane se ne vedranno delle belle.

Parliamo di scrittura. Come si fa a far vivere a lungo un personaggio seriale? Quali sono gli errori da non commettere e i piccoli segreti da non divulgare?

I piccoli segreti da non divulgare non te li dico, così non li divulghiamo. Penso che ogni autore abbia un suo modo di gestire un personaggio seriale. Per prima cosa devi decidere se invecchia; io ho già un piede nella fossa e se faccio invecchiare Mordenti, nel giro di qualche anno finiamo entrambi in seggiola a rotelle e addio indagini. Quindi ho deciso che lui invecchia al contrario dei cani: un anno ogni sette. Questo significa che deve cambiare utilizando altri parametri. Ogni romanzo ci svela qualcosa di sé che prima non si sapeva, o qualche lato del suo carattere. Man mano che si va avanti i protagonisti si raccontano al lettore, si svelano, coltivano un’intimità con lui sempre più stretta. Penso che sia questo il vero segreto, fare in modo che la curiosità non sia mai del tutto soddisfatta.

Si ride nei tuoi noir. Perché questa scelta?  È la lezione di Dard?

Senza dubbio e a mia insaputa, Frédéric Dard, con il suo San-Antonio, è stato molto importante nella mia formazione e mi ha immensamente divertito. Ancora continua a farlo. Mi ha svelato l’importanza dell’ironia, anche l’auto-ironia, e dell’umorismo nel romanzo di genere. Tutti i grandi che hanno utilizzato questi due ingredienti mi sono piaciuti più di quelli che si prendevano troppo sul serio. Ironia e umorismo aiutano a stemperare la violenza, possono rendere paradossale una scena che viceversa sarebbe banale, senza però farla diventare inverosimile. Io non posso farne a meno, forse è dovuto al fatto che trovo che per sopravvivere nel mondo di oggi c’è bisogno di tanta ironia e di una buona dose di humour. Altrimenti, ti butti dalla finestra.

Cosa consiglieresti a un giovane scrittore, con un discreto talento, che non sa che pesci pigliare e non ha amici nell’ambiente. L’autopubblicazione è una strada, o la sconsigli?

Gli consiglierei di aprire un ristorante e di dimenticarsi la scrittura. Tanto, nessuno ti dà retta.

Leggi anche ebook, o solo libri di carta e inchiostro?

Leggo essenzialmente volumi di carta. E “volumi” non è una parola usata a casaccio, perché si fa in fretta a riempire una casa. Però non posso farne a meno. Non ho un lettore Kindle o similare e non ho sostanzialmente nulla contro l’ebook. Io li leggo sul telefono e sono in genere romanzi in lingua originale, francese e inglese. In questo modo faccio prima a trovarli e me li leggo quando sono in coda alle poste o dal dentista.

Pensi che il digitale abbia costretto a chiudere molte librerie o i problemi sono altrove?

No, credo che il digitale c’entri poco. Cosa mette in ginocchio i miei amici librai è il fatto che in questo paese il settanta per cento della gente non legge un solo libro all’anno. E poi ci sono i giganti come Amazon e simili, che penso portino via la fetta più grossa di venduto. Quello che è certo, è che in questo paese non esiste uno straccio di politica che vada incontro ai librai, né da parte del governo, né da parte dell’editoria. Vedere le librerie che chiudono è una sensazione molto dolorosa, appena appena ripagata dal vederne ogni tanto qualcuna che apre. Quelli sì che sono dei pazzi, ma coraggiosi.

In un’ intervista ho letto che hai molto imparato da un libro autobiografico di una donna che è stata a capo del Quai des Orfèvres, mi piacerebbe saperne di più.

Dici il giusto, donna bianca. In effetti, anni fa la mia amica e mia traduttrice in francese, Catherine, mi ha regalato l’autobiografia di Martine Monteil, la prima donna commissario francese. Madame Monteil ha fatto carriera all’interno della polizia giudiziaria. Era bella come un’attrice, un tipo tosto, a occhio e croce. Lei ha diretto tutte le brigate della PJ, comprese la brigata per la repressione del banditismo e la celebre Crim’, la brigata criminale. Ha seguito casi molto importanti, come quello delle bombe sul metrò a Parigi, l’arresto di Françoise Sagan, e il suicidio di Jean Seberg, che le ultime settimane di vita passava spesso al Quai des Orfèvres. Era Martine Monteil che comandava la brigata criminale durante l’indagine più difficile e delicata, la morte di Lady Diana nel tunnel dell’Alma. Madame è poi diventata prefetto e, una volta in pensione, ha scritto la sua autobiografia che è una vera fonte enciclopedica di termini, tecniche e luoghi. Merci Martine!

E adesso parlaci di cosa stai scrivendo. Zara tornerà presto?

Al momento sto scrivendo un romanzo a sé stante, un noir che si svolge a Torino e il cui personaggio non è un poliziotto, o, per lo meno, non lo è più. Mi piace come sta venendo ma ci devo sputar sangue. Nel frattempo sto cercando di mettere insieme un nuovo romanzo di Zara e, per ovvi motivi, uno di Mordenti. Estote parati

E adesso un saluto, e ricordati che mi devi un autografo, dopo Refn quando ti piglio più.

Un saluto a te e un abbraccio forte. E non ti preoccupare, dovesse esserci un dopo Refn, mi ripigli esattamente come prima. Son troppo vecchio per metttermi a fare il prezioso.

:: Intervista a Rosalia Messina, a cura di Milena Vallero

27 giugno 2016

Lia per locandinaCiao Rosalia e grazie di aver accettato di partecipare a questa breve intervista.

Grazie a te, Milena, per l’interesse nei confronti della mia scrittura.

Per prima cosa, mi piacerebbe conoscere qualcosa di te. Come sei approdata al mondo della scrittura?

Scrivo da sempre ma solo dal 2005 ho cominciato a farlo con l’intenzione di pubblicare. È venuto un momento in cui scrivere non mi è sembrato più sufficiente, in cui ho sentito il bisogno di essere letta. Scrivere è comunicare. Se nessuno ti legge, scrivere è un esercizio senza scopo. La mia prima pubblicazione, una raccolta di racconti, è arrivata nel 2010, quando ho vinto una selezione indetta dall’editore Perrone che premiava l’opera vincitrice con la pubblicazione. In quei cinque anni ho abbozzato diverse opere che poi ho ripreso e rivisto e infine, man mano che ultimavo il lavoro di completamento e revisione, ho pubblicato.

La tua storia personale ha mai fatto da sfondo alle tue opere?

A questa domanda non posso rispondere con un secco sì o un secco no, perché merita una risposta articolata. I romanzi sono tutti ambientati in Sicilia, a Catania, la città in cui fino a qualche tempo fa abitavo e quindi lo sfondo, per riprendere l’espressione da te usata, è uno sfondo quanto mai reale e appartenente al mio vissuto. Le storie narrate sono tutte inventate, però i personaggi a volte mutuano un tratto somatico o del carattere, un vezzo verbale, un tic, un dettaglio, a persone che mi è accaduto di conoscere. A volte su uno spunto reale ho costruito una storia che si è man mano sempre più allontanata dal punto di partenza per assumere una fisionomia tutta sua. E questa è una prima risposta, che resta in superficie. Se vogliamo andare più a fondo, allora devo dire che nelle storie che si scrivono c’è sempre anche chi le scrive, c’è la sua sensibilità, il suo sguardo sul mondo, gusti e disgusti, passioni e idiosincrasie, emozioni agite e negate. Non nel senso che chi scrive una storia racconta tutto questo di sé, ma nel senso che il modo di narrare è fortemente influenzato da tutte queste cose. Sul rapporto tra l’esperienza dello scrittore, il suo modo di essere e le storie che narra ci sono capitoli molto interessanti in un saggio che sto leggendo, “L’arte della psicoterapia e la psicologia dell’arte”, di Luca Casadio, psicoterapeuta e scrittore.

La tua scrittura è molto eterogenea: hai scritto romanzi, racconti e persino un libro di fiabe per bambini. Come ti trovi a gestire stili così diversi tra loro, e in quale di essi ti senti più «a casa»?

Mi sento a casa nel racconto e nella favola, nel romanzo sono una turista. Amo molto la dimensione del racconto, anche da lettrice. Un racconto non è un romanzo incompiuto, un aborto di romanzo, non è qualcosa di meno, è un modo diverso di raccontare la vita, cogliendola in un istante, in un episodio, in un periodo breve; il passato dei protagonisti può essere condensato in un flashback di poche righe, può fare capolino nei dialoghi mentre viene messo a fuoco un preciso segmento di esistenza. Un amico con il quale ci scambiamo impressioni di lettura ha già letto “Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout, scrittrice che entrambi amiamo molto. Io ancora no, è uno dei libri che desidero leggere a breve. Una delle cose che il mio amico ha messo in luce è che con poche pennellate questa gigantessa della letteratura contemporanea informa il lettore di tutto quello che occorre sapere del “prima” e dell’ “intorno” della storia. Ecco, questo mi piace del racconto, questo affacciarsi sul fluire di un’esistenza e isolarne un frammento, metterlo a fuoco, ingrandirlo, coglierne il significato e l’importanza. E questo per quanto riguarda il mio gusto, poi va detto che, come sappiamo tutti, gli editori italiani non sono in genere entusiasti dei racconti, forse perché il romanzo (soprattutto il romanzone di diverse centinaia di pagine) può essere venduto a un prezzo decisamente più alto. Se Alice Munro e Raymond Carver fossero nati in Italia per loro le cose sarebbero andate diversamente da come sono andate, immagino.

Parliamo ora del tuo ultimo romanzo. “Morivamo di Freddo” è un libro intenso e intimista, dove i sentimenti e la psicologia la fanno da padrone. È un’opera di pura fantasia o hai invece attinto da qualche esperienza reale per scriverlo?

Devo l’ispirazione iniziale di “Morivamo di freddo” a un episodio di cronaca (un anziano in stato di alterazione psichica che, sulla soglia della sua casa, in cu si era barricato da giorni, uccise un ufficiale), ma poi la storia si è sviluppata in modo del tutto autonomo, è stata riscritta, ha cambiato titolo ed è stata sottoposta a diversi editing e riletture. Prima della pubblicazione, è stata anche esaminata da due psicoterapeuti (che infatti cito nei ringraziamenti) che ne hanno saggiato la credibilità dal punto di vista psicologico-psicoterapeutico e hanno dato un prezioso apporto sotto questo profilo; esame e apporto necessari, visto che nella storia di Enrico, uno dei protagonisti, il percorso psicoterapeutico ha un certo peso e non come espediente narrativo per raccontare la storia anche dal suo punta di vista ma come strumento per mettere ordine nel suo personale caos. La depressione di Mauro, la personalità di Guido, le dinamiche familiari, il lato oscuro dei sentimenti, gli attacchi di panico di Enrico sono tutte pure invenzioni.

Da quello che si può evincere dal suo ruolo all’interno del romanzo, la famiglia sembra avere una grande importanza per te, vero?

Le relazioni familiari sono il terreno dal quale possono nascere piante rigogliose di ogni tipo, anche velenose. È l’argomento che trovo più interessante, fonte inesauribile di ispirazione, come del resto testimoniano le innumerevoli opere letterarie, teatrali, cinematografiche che in un modo o nell’altro ruotano intorno a un conflitto familiare. Ovviamente le famiglie felici non sono interessanti e nemmeno possono essere raccontate, tant’è che “L’ultima famiglia felice” di Simone Giorgi, giovane autore segnalato premio Calvino 2104, narra di una famiglia che felice è solo in apparenza. Perché non è detto che l’assenza di conflitti evidenti sia sintomo di “buona salute” dei rapporti. Nei romanzi e anche nei racconti che ho scritto, non soltanto in “Morivamo di freddo”, la protagonista in fondo è sempre la famiglia.

I personaggi principali del romanzo hanno tutti delle debolezze, più o meno marcate; non ci sono eroi in questo microcosmo, semmai sono tutti antieroi. Sembra una visione un po’ pessimistica della società…

A me piacciono sia gli eroi sia gli antieroi. Scrivo anche favole proprio per poter recuperare ogni tanto una maggiore pulizia di linguaggio e di andamento narrativo, per concedermi il lusso del lieto fine e del trionfo dei giusti. Nella scrittura non destinata ai bambini la visione del mondo dell’autore entra in modo meno filtrato che nelle favole, com’è ovvio. Siamo tutti antieroi, no? Siamo tutti capaci di grandezze e miserie. La vita non premia sempre la correttezza, l’onestà, i valori da libro Cuore che fanno sorridere (perché? Come osservava qualche tempo fa Raul Montanari in un social, non sono i valori nei quali affermiamo di credere?), quindi diciamo che per me questa visione delle cose più che pessimistica è realistica, perché poi credo – e si vede nelle mie storie − nella possibilità dell’individuo di migliorarsi, di raggiungere obiettivi positivi per se stesso e per il contesto sociale in cui è inserito. Però non credo (e come potrei, come potrebbe chiunque?) al bianco e nero, ai buoni e ai cattivi tutti d’un pezzo. A questo proposito, come emblematico del confine sottile tra bene e male anche dentro ciascun essere umano, cito il personaggio che nel film “Crash”, di Haggis, è interpretato da Matt Dillon, un poliziotto che può usare la divisa per commettere un abuso odioso su una donna (per sfogare frustrazioni facilmente intuibili, perché lei è ricca e gioiosa mentre lui si occupa di un padre invalido e l’assistenza pubblica gli nega ottusamente ciò cui ritiene di avere diritto) e poche ore dopo salvare la stessa donna, coinvolta in un incidente, trattandola con incredibile delicatezza e rassicurandola. Un vero antieroe.

Morivamo di freddo è uscito solamente in versione digitale. Cosa ne pensi della «lotta» tra ebook e cartaceo?

Colgo l’occasione per dire che sono molto soddisfatta della mia esperienza con la casa editrice Durango, perché ho visto nascere il libro a poco a poco e ho mantenuto un contatto costante con il direttore editoriale Massimo Giuliani e con l’editore Felice Di Lernia per tutto il processo dal quale alla fine è scaturito il prodotto finito, chiamiamolo così, e anche dopo. Un’esperienza divertente e creativa anche nella fase di trasformazione del manoscritto in ebook. Detto questo, come lettrice leggo ormai quasi esclusivamente in digitale. Premesso che un libro non si identifica con il suo contenitore, premesso che i materiali scrittori hanno avuto tutti il loro ciclo vitale (la pietra, la tavoletta cerata, la pergamena), premesso che non mi sdilinquisco per la carta e per il suo (inesistente) profumo (la carta non cresce sugli alberi o nei prati!), naturalmente ho una casa piena di libri, essendo cresciuta con i libri di carta, ma questi occupano moltissimo spazio e si riempiono di polvere. E di spazio non ne ho più. I vantaggi del digitale che apprezzo sono la possibilità di portare con sé più libri e la facilità di acquisto. Dal punto di vista degli autori, poi, soprattutto se esordienti (e chi non pubblica con le case editrici importanti resta esordiente a vita) la visibilità che può assicurare il digitale è sicuramente maggiore. Il digitale, last but not least, costa meno e non tutti hanno la possibilità e la voglia di spendere cifre che cominciano a essere rilevanti in un momento di crisi e disoccupazione.

Infine, questa domanda è d’obbligo: che progetti hai per il futuro?

Ho ultimato un’altra favola e sto revisionando un altro romanzo breve. Inoltre ho pronta da tempo una seconda raccolta di racconti, sto cercando un editore.